Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Dopo la De Delictis Gravioribus, ecco le false “linee guida” del 2003

    Dopo la De Delictis Gravioribus, ecco le false “linee guida” del 2003

    Il documento che il vaticano ha reso noto, solo il 12 Aprile 2010 (!), attraverso il proprio sito, e non con un comunicato ufficiale (è come emanare una legge e non renderla pubblica), non riporta data, l’originale è in inglese e non in latino (coincidenza, l’accusa di “ostruzionismo alla giustizia” mossa nei confronti di ratzinger, risale al 2004 e arriva dal Texas) e, il ricorso all’autorità giudiziaria, resta un’opzione, perchè, prima di tutto, parla di processi canonici interni.

    Le vittime sono “comprese”…

    L’unico passo che sembra, finalmente, parlare di denuncia alle autorità giudiziarie è questo:

    “Si deve sempre seguire il diritto civile in materia di notifica di crimini alle autorità competenti. “

    Ma può sembrarlo ad un’occhio disattento e superficiale perchè la frase significa solo che IN CASO si notifichi (“in materia di notifica”) un crimine all’autorità competente (che è l’autorità giudiziaria NON la congregazione per la dottrina della fede), si deve seguire il diritto civile (peccato che sia il diritto PENALE quello di cui stiamo parlando!) ma non c’è un chiaro ORDINE di denuncia dei crimini, senza “se” e senza “ma”.

    Nonostante, questo documento, sia palesemente stato prodotto per gettare acqua sul fuoco delle critiche e sui processi a carico dei prelati (papa compreso, denunciato 2 volte all’Aja) sono riusciti a mantenere gli stessi principi torbidi e omertosi, dove l’unica cosa che si legge è la preoccupazione di salvare la faccia.

    Ci voleva tanto a scrivere “Si deve sempre notificare i crimini alle autorità competenti, seguendo il diritto penale“?

    Si, ci voleva tanto…

    Ecco il testo:

    “GUIDA PROCEDIMENTI CDF NEI CASI DI ABUSO SESSUALE”

    “A: Procedure preliminari.

    La diocesi locale indaga ogni accusa di abuso sessuale su un minore da parte di un chierico.

    Se l’accusa ha una parvenza di verità, il caso è rinviato alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Il Vescovo locale trasmette tutte le necessarie informazioni alla Congregazione per la Dottrina della Fede (nessuna denuncia alle autorità giudiziarie, solo “processi” interni – ndr).ed esprime il suo parere sulle procedure da seguire e le misure da adottare nel breve e lungo termine.

    Si deve sempre seguire il diritto civile in materia di notifica di crimini alle autorità competenti. (“In materia di notifica” ma l’ordine di notifica, dove stà? – ndr)

    Durante la fase preliminare e fino a quando il caso è concluso, il Vescovo può imporre misure cautelative per salvaguardare la comunità, comprese le vittime (“comprese”… GRAZIE! – ndr). Infatti, il Vescovo locale conserva sempre il potere di proteggere i bambini limitando le attività di un sacerdote nella sua diocesi (nella sua, ecco perchè li trasferiscono – ndr). Questo fa parte della sua autorità ordinaria, che egli è incoraggiato ad esercitare in qualunque misura necessaria per assicurare che i bambini non subiscano danno. Tale potere può essere esercitato a discrezione del Vescovo, prima, durante e dopo ogni procedimento canonico (nessuna denuncia alle autorità giudiziarie, solo “processi” interni – ndr).

    B: Procedura autorizzata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede

    La Congregazione per la Dottrina della Fede esamina il caso presentato dal Vescovo locale e chiede anche informazioni supplementari, se necessario.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede ha un certo numero di opzioni:

    B1 Processi penali

    La Congregazione per la Dottrina della Fede può autorizzare il Vescovo locale a condurre un processo penale giudiziario dinanzi ad un tribunale della Chiesa locale (nessuna denuncia alle autorità giudiziarie, solo “processi” interni – ndr). I ricorsi in tal caso sono presentati ad un Tribunale della Congregazione per la Dottrina della Fede.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede può autorizzare il Vescovo locale a procedere ad un processo penale amministrativo davanti ad un delegato del Vescovo locale (Idem sopra – ndr), assistito da due assistenti. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e al riesame delle prove. L’imputato ha il diritto di presentare ricorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede contro un decreto di condanna ad una pena canonica (trasferimento, ritiro, preghiera e altre bazzecole: nessuna denuncia alle autorità giudiziarie- ndr). La decisione dei Cardinali membri della Congregazione per la Dottrina della Fede è definitiva.

    Se il chierico è giudicato colpevole, i processi penali giudiziari ed amministrativi possono condannare un chierico a una serie di pene canoniche, la più grave delle quali è la dimissione dallo stato clericale (spretato ma non denunciato – ndr). La questione del risarcimento dei danni può anche essere trattata direttamente durante questi procedimenti.

    Casi B2 presentati direttamente al Santo Padre

    In casi molto gravi in cui un processo civile penale ha trovato il chierico colpevole di abusi sessuali su minori o quando le prove sono schiaccianti (bisogna, però, denunciarlo, prima – ndr), la Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare il caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emani un decreto “ex officio” di dimissione dallo stato clericale. Non vi è alcun rimedio canonico contro tale decreto papale.

    La Congregazione per la Dottrina della Fede porta anche al Santo Padre richieste da parte dei sacerdoti accusati che, consapevoli dei propri crimini, chiedono di essere dispensati dall’obbligo del sacerdozio e di tornare alla stato laicale. Il Santo Padre concede tali richieste per il bene della Chiesa (“Pro bono Ecclesiae”) (questa si commenta da sola – ndr).

    B3 Provvedimenti Disciplinari

    Nei casi in cui il sacerdote accusato ha ammesso i suoi crimini e ha accettato di vivere una vita di preghiera e di penitenza (basta ammettere e non rischi nemmeno di essere spretato – ndr), la Congregazione per la Dottrina della Fede autorizza il Vescovo locale ad emettere un decreto che vieti o limiti il ministero pubblico di un tale sacerdote. Tali decreti sono imposti con un precetto penale che comporta una pena canonica (e te pareva – ndr)per la violazione delle condizioni del decreto, non esclusa la dimissione dallo stato clericale. Il ricorso amministrativo alla Congregazione per la Dottrina della Fede è possibile contro decreti del genere. La decisione della Congregazione per la Dottrina della Fede è definitiva.

    Revisione del Motu proprio

    Da qualche tempo la Congregazione per la Dottrina della Fede ha intrapreso una revisione di alcuni articoli del Motu proprio “Sacramentorum Sanctitatis Tutela”, al fine di aggiornare detto Motu Proprio del 2001, alla luce della facoltà speciali concesse alla Congregazione per la Dottrina della Fede dai Papi Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte in discussione non cambieranno le modalità di cui sopra (A, B1-B3).”

    http://visnews-ita.blogspot.de/2010/04/guida-procedimenti-cdf-nei-casi-di.html

    Vi serve altro ?

  • Shock a Foggia: così don Nicola ci molestava

    Shock a Foggia: così don Nicola ci molestava

    FOGGIA – E’ successo qualche cosa di particolare che ti ha turbato durante questa confessione con don Nicola? chiede il gip alla bambina.

    «Sì, mi accarezzava e piano piano voleva andare giù, però io mi allontanavo sempre». Di questa situazione hai parlato con qualche amica, di questo fatto che era avvenuto con don Nicola?

    «Sì, con…» e la piccola fa un nome..

    E la tua amica ti ha raccontato qualcosa che era successo a lei?

    «Sì, la stessa cosa mia: il prete l’accarezzava e voleva andare giù, a lei faceva la stessa cosa che aveva fatto a me».

    È questo il segreto che si scambiavano le bambine su don Nicola, l’anziano prete della parrocchia del «Sacro Cuore», al rione Candelaro a Foggia. E sono proprio le dichiarazioni di quelle cinque bambine, tra presunte vittime e testimoni indiretti, la principale prova in mano alla Procura che ha chiesto il rinvio a giudizio di don Nicolangelo Rossi, 79 anni, originario di Benevento, accusato di molestie sessuali su quattro bambine, tutte avvenute secondo l’accusa nell’estate del 2006, quando prestava la sua opera spirituale presso il «Sacro cuore»: per questa vicenda il sacerdote fu arrestato l’11 maggio del 2007 e posto ai domiciliari, dove rimase sino al settembre successivo. Oggi come allora, don Nicola (che da tempo ha lasciato la chiesa del Sacro Cuore e Foggia) respinge con sdegno le accuse, che secondo il suo legale non sarebbero sorrette da prove certe

    È il 18 giugno del 2007 quando nel Tribunale di Foggia si ritrovano per l’incidente probatorio, che serve ad acquisire la prova prima del processo, da una parte le bambine e i loro genitori, e dall’altro il gip Rita Curci che conduce l’interrogatorio, insieme al pm, i difensori di parte civile e i legali del sacerdote che quel giorno rinunciò a presenziare all’udienza. Le bambine, una per volta, parlano dei giochi estivi organizzati dalla parrocchia «Sacro cuore» (in prima fila nel volontariato e nell’aiutare tanti giovani ad allontanarsi dalla strada in un quartiere a rischio come Candelaro), e poi delle confessioni con i sacerdoti, soprattutto con quello più anziano, che le minorenni chiamavano don Nicola.

    «Stavamo giocando, era pomeriggio e ci vennero a chiamare dei ragazzi perché dovevamo confessarci, a me mi mandarono da don Nicola», tetsimonia una delle presunte vittime del sacerdote.

    Dov’è avvenuta questa confessione? All’aperto, in una stanza? le domanda il gip Rita Curci.

    «In chiesa, all’interno del confessionale. Chiesi a don Nicola se dovevo mettermi in ginocchio o in piedi, lui disse in piedi. A metà confessione ha cominciato a toccarmi e non ho avuto il coraggio di andarmene perché mi teneva con una mano e con l’altra mi toccava. Poi abbiamo finito la confessione e me ne sono andata»

    Senti, tu con don Nicola non ti eri mai confessata prima di questa volta?

    «Con lui avevo fatto la mia prima confessione dieci giorni prima della comunione, ma non mi aveva fatto niente».

    C’è qualche altra bambina che ti ha fatto una confidenza di questo tipo?

    «Sì, è… Mi ha raccontato che il sacerdote l’aveva toccata da tutte le parti, era successo una sola volta. Quando me l’ha detto ancora non mi era successa questa cosa».

    Anche un’altra bambina quel giorno confermerà al giudice: «Una mia amica mi ha detto d’essere stata toccata da don Nicola. Come mi era sembrata? Stupita, non poteva immaginare che don Nicola potesse fare una cosa del genere».

    Altre due bambine confermarono durante l’incidente probatorio le «attenzioni» dell’anziano sacerdote («mi accarezzava e piano piano voleva andare giù, però io mi allontanavo sempre e ho interrotto la confessione» racconta una di loro). Ma c’è anche una minorenne che non vide nulla di lascivo in quelle carezze: «Don Nicola ci chiedeva i peccati, mi mise la mano sul fianco e mi dava le carezze qua sul viso».

    A te dava fastidio questa cosa, ti ha provocato turbamento? la domanda del gip.

    «No, non mi dava fastidio» ha risposto la bimba.

  • Pedofilia, Santa Sede: “Non ostacolare le denunce”., E quando cominceranno a denunciare i peti criminali?

    Pedofilia, Santa Sede: “Non ostacolare le denunce”., E quando cominceranno a denunciare i peti criminali?

    Ma se la denuncia era obbligatoria dal 2001 perché in questi 9 anni nemmeno un prete è stato denunciato dai vescovi? Disubbidiscono al papa oppure semplicemente la legge applicata è diversa da quella scritta?


    In realtà la legge vaticana non obbliga affatto alla denuncia ma impone solo di “seguire la lgge ivile in materia di denuncia”. e in Italia non esiste alcun obbligo di denuncia

    Ma ora lo denunceranno davvero? Sovvertiranno la millenaria prassi di insabbiare i casi e soffocare lo scandalo? Per ora sono solo chiacchiere. Vedremo alla prova dei fatti.

    www.oecumene.radiovaticana.org/it1/Articolo.asp?c=371519

    12/04/2010 14.27.03

    Abusi su minori: sul sito vaticano la Guida alla comprensione delle procedure della Congregazione per la Dottrina della Fede

    E’ stata pubblicata oggi sul sito della Santa Sede (www.vatican.va, nell’apposito Focus dedicato alla risposta della Chiesa alla questione degli abusi sui minori) una Guida alla comprensione delle procedure di base della Congregazione per la Dottrina della Fede (Cdf) relative alle accuse di abusi sessuali. Non si tratta di un nuovo documento ma di una scheda riassuntiva di procedure operative già definite che possa essere di aiuto per laici e non canonisti. Le procedure si rifanno al Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis tutela (MP SST) del 30 aprile 2001 e al Codice di Diritto Canonico del 1983.

    Per quanto riguarda le procedure preliminari, la diocesi indaga su qualsiasi sospetto di abusi sessuali da parte di un religioso nei riguardi di un minore. Qualora il sospetto risulti verosimile, il caso viene deferito alla Cdf. Il vescovo locale trasmette ogni informazione necessaria alla Cdf ed esprime la propria opinione sulle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e a lungo termine. Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda la denuncia di tali crimini alle autorità civili. Nella fase preliminare e fino a quando il caso sia concluso, il vescovo può imporre misure precauzionali per la salvaguardia della comunità, comprese le vittime. In realtà, al vescovo locale è sempre conferito il potere di tutelare i bambini limitando le attività di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo rientra nella sua autorità ordinaria, che è chiamato ad esercitare in qualsiasi misura necessaria per garantire che i bambini non ricevano danno, e questo potere può essere esercitato a discrezione del vescovo prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico.

    Per quanto riguarda le procedure autorizzate dalla Cdf, il dicastero studia il caso presentato dal vescovo locale e, dove necessario, richiede informazioni supplementari. La Cdf può autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale giudiziario davanti a un Tribunale ecclesiale locale. Qualsiasi appello in casi simili dovrà essere eventualmente presentato ad un tribunale della Cdf. La Cdf può anche autorizzare il vescovo locale a istruire un processo penale amministrativo davanti ad un delegato del vescovo locale, assistito da due assessori. Il sacerdote accusato è chiamato a rispondere alle accuse e ha il diritto di presentare ricorso alla Cdf contro un decreto che lo condanni ad una pena canonica. La decisione dei cardinali membri della Cdf è definitiva. Qualora il sacerdote venga giudicato colpevole, i due procedimenti – giudiziario e amministrativo penale – possono condannarlo ad un certo numero di pene canoniche, fino alla dimissione dallo stato clericale. Anche la questione dei danni subiti può essere trattata direttamente durante queste procedure.

    In casi particolarmente gravi, in cui un religioso durante un processo è ritenuto colpevole di abusi sessuali su minori o in cui le prove siano schiaccianti, la Cdf può scegliere di portare questo caso direttamente al Santo Padre con la richiesta che il Papa emetta un decreto di dimissione dallo stato clericale “ex officio”. Non esiste ricorso canonico dopo un simile decreto papale. La Cdf porta al Santo Padre anche richieste di sacerdoti accusati che, consapevoli dei crimini commessi, chiedano di essere dispensati dagli obblighi del sacerdozio e chiedano di tornare allo stato laicale. Il Santo Padre concede tale richiesta per il bene della Chiesa (“pro bono Ecclesiae”).

    In quei casi in cui il sacerdote accusato abbia ammesso i propri crimini ed abbia accettato di vivere una vita di preghiera e penitenza, la Cdf autorizza il vescovo locale ad emettere un decreto che proibisce o limita il ministero pubblico di tale sacerdote. Nel caso di violazione delle condizioni del decreto, non è esclusa la dimissione dallo stato clericale. Contro questi decreti è possibile il ricorso alla Cdf. La decisione della Cdf è definitiva.

    Infine, la Guida ricorda che la Cdf ha in corso una revisione di alcuni articoli del Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis tutela del 2001, al fine di aggiornarlo alla luce delle speciali facoltà riconosciute alla Cdf dai Pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Le modifiche proposte e sotto discussione non cambieranno le suddette procedure.

    www.agi.it/rubriche/ultime-notizie-…atoria_dal_2oo1

    S. SEDE: PROCEDURA PRETI PEDOFILI, DENUNCIA OBBLIGATORIA DAL 2OO1

    (AGI) – CdV, 12 apr. – La Santa Sede h apubblicato oghgi sul suo sito internet – nell’apposito focus inaugurato il 19 marzo dalla Lettera del Papa ai cattolci dell’Irlanda – la Guida che deve essere seguita per le inchieste e i processi canonici nei casi di abusi sessuali commessi dai preti. La procedura in atto – sintetizzata nella Guida – prevede che l’obbligo di denunciare i crimini commessi dai sacerdoti alle autorita’ civili, seguendo le leggi in vigore nei diversi Paesi. “Non e’ un nuovo documento ma una guida applicativa delle norme del 2001, redatta nel 2003”, ha spiegato il vice direttore della Sala Stampa, padre Ciro Bendettini. La pubblicazione e’ stata decisa in nome dell’assoluta trasparenza imposta dal Papa .

    www.lastampa.it/redazione/cmsSezion…54048girata.asp

    Pedofilia, la Santa Sede: “Obbligo
    di denuncia alle autorità civili”

    On line dalla Santa Sede
    le procedure che saranno seguite
    “Nei casi più gravi il Papa
    spreterà senza processo”

    E’ on line la guida sulle procedure vaticane per quanto riguarda gli abusi sui minori, pubblicata oggi sul sito web della Santa Sede. Nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti «si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità ». È la prima volta che viene scritto nero su bianco che il ricorso alle autorità civili è obbligatorio.

    La guida sulle procedure canoniche da seguire da parte della Congregazione per la Dottrina della Fede riguarda il caso di “Delicta Graviora”, in pratica i reati più gravi, ed è pubblicata in relazione alla pedofilia. Le procedure prevedono che nei casi più gravi di preti pedofili, il Papa potrà direttamente “spretare” il sacerdote, ovvero ridurre il colpevole allo stato laicale senza passare per un processo canonico. La guida, in tutto un paio di pagine, è in inglese.

    www.repubblica.it/esteri/2010/04/12…civili-3288566/

    Pubblicate per la prima volta su internet le disposizioni in caso di abusi
    Le procedure risalgono al 2003: “Nei casi più gravi, il Papa può spretare senza processo”
    Vaticano, ecco la guida sulla pedofilia
    “Si denunci sempre ad autorità civili”

    CITTA’ DEL VATICANO – Nei casi di abusi sessuali su minori da parte dei preti “si deve sempre seguire la legge civile per quanto riguarda la denuncia dei crimini alle appropriate autorità “. E’ quanto recita la guida sulle procedure canoniche della Congregazione per la Dottrina della Fede, pubblicata sul sito della Santa Sede. Nei casi più gravi, continua il documento, il Papa potrà direttamente ridurre il colpevole allo stato laicale, senza passare per un processo canonico.

    E’ la prima volta che viene scritto nero su bianco che il ricorso alle autorità civili è obbligatorio. “In casi veramente gravi” si legge nel documento, “quando un tribunale civile ha condannato un prete colpevole di abusi sessuali su minori o quando ci sono prove evidenti, la Congregazione per la Dottrina della Fede può scegliere di portare il caso direttamente al Santo Padre con a richiesta che il Papa emetta un decreto “ex officio” per la riduzione allo stato laicale”. Tale decreto papale, specifica la guida, non può essere oggetto di ricorso canonico.

    Le linee guida pubblicate oggi, spiega la sala stampa vaticana, sono il riassunto di procedure operative risalenti al 2003, ma mai rese note al pubblico e relative al Motu proprio del 2001 sui “Delicta Graviora”.

    (12 aprile 2010) Tutti gli articoli di Esteri

    Le istruzuioni dal sito della Santa Sede

    www.vatican.va/resources/resources_…cedures_en.html

    Guide to Understanding Basic CDF Procedures
    concerning Sexual Abuse Allegations

    The applicable law is the Motu Proprio Sacramentorum sanctitatis tutela (MP SST) of 30 April 2001 together with the 1983 Code of Canon Law. This is an introductory guide which may be helpful to lay persons and non-canonists.

    A: Preliminary Procedures

    The local diocese investigates every allegation of sexual abuse of a minor by a cleric.

    If the allegation has a semblance of truth the case is referred to the CDF. The local bishop transmits all the necessary information to the CDF and expresses his opinion on the procedures to be followed and the measures to be adopted in the short and long term.

    Civil law concerning reporting of crimes to the appropriate authorities should always be followed.

    During the preliminary stage and until the case is concluded, the bishop may impose precautionary measures to safeguard the community, including the victims. Indeed, the local bishop always retains power to protect children by restricting the activities of any priest in his diocese. This is part of his ordinary authority, which he is encouraged to exercise to whatever extent is necessary to assure that children do not come to harm, and this power can be exercised at the bishop’s discretion before, during and after any canonical proceeding.

    B: Procedures authorized by the CDF

    The CDF studies the case presented by the local bishop and also asks for supplementary information where necessary.

    The CDF has a number of options:

    B1 Penal Processes

    The CDF may authorize the local bishop to conduct a judicial penal trial before a local Church tribunal. Any appeal in such cases would eventually be lodged to a tribunal of the CDF.

    The CDF may authorize the local bishop to conduct an administrative penal process before a delegate of the local bishop assisted by two assessors. The accused priest is called to respond to the accusations and to review the evidence. The accused has a right to present recourse to the CDF against a decree condemning him to a canonical penalty. The decision of the Cardinals members of the CDF is final.

    Should the cleric be judged guilty, both judicial and administrative penal processes can condemn a cleric to a number of canonical penalties, the most serious of which is dismissal from the clerical state. The question of damages can also be treated directly during these procedures.

    B2 Cases referred directly to the Holy Father

    In very grave cases where a civil criminal trial has found the cleric guilty of sexual abuse of minors or where the evidence is overwhelming, the CDF may choose to take the case directly to the Holy Father with the request that the Pope issue a decree of “ex officio” dismissal from the clerical state. There is no canonical remedy against such a papal decree.

    The CDF also brings to the Holy Father requests by accused priests who, cognizant of their crimes, ask to be dispensed from the obligation of the priesthood and want to return to the lay state. The Holy Father grants these requests for the good of the Church (“pro bono Ecclesiae”).

    B3 Disciplinary Measures

    In cases where the accused priest has admitted to his crimes and has accepted to live a life of prayer and penance, the CDF authorizes the local bishop to issue a decree prohibiting or restricting the public ministry of such a priest. Such decrees are imposed through a penal precept which would entail a canonical penalty for a violation of the conditions of the decree, not excluding dismissal from the clerical state. Administrative recourse to the CDF is possible against such decrees. The decision of the CDF is final.

    C. Revision of MP SST

    For some time the CDF has undertaken a revision of some of the articles of Motu Proprio Sacramentorum Sanctitatis tutela, in order to update the said Motu Proprio of 2001 in the light of special faculties granted to the CDF by Popes John Paul II and Benedict XVI. The proposed modifications under discussion will not change the above-mentioned procedures (A, B1-B3).

  • PRETI PEDOFILI, S. SEDE, DENUNCIA E’ OBBLIGATORIA DAL 2OO1

    PRETI PEDOFILI, S. SEDE, DENUNCIA E’ OBBLIGATORIA DAL 2OO1

    CdV – La Santa Sede ha pubblicato oggi sul suo sito internet – nell’apposito focus inaugurato il 19 marzo dalla Lettera del Papa ai cattolci dell’Irlanda – la Guida che deve essere seguita per le inchieste e i processi canonici nei casi di abusi sessuali commessi dai preti. La procedura in atto – sintetizzata nella Guida – prevede che l’obbligo di denunciare i crimini commessi dai sacerdoti alle autorita’ civili, seguendo le leggi in vigore nei diversi Paesi. “Non e’ un nuovo documento ma una guida applicativa delle norme del 2001”, ha spiegato il vice direttore della Sala Stampa, padre Ciro Bendettini. “La Guida messa on line oggi e’ quella redatta nel 2003”, ha aggiunto il vice direttore della Sala Stampa, sottolineando che “la pubblicazione e’ stata decisa in nome dell’assoluta trasparenza imposta dal Papa”. La procedura resa nota conferma tra l’altro che il Romano Pontefice ha la facolta’ di ridurre allo stato laicale un sacerdote colpevole di abusi senza passare per il processo canonico. Si tratta ovviamente di una procedura penale diversa da quella relativa alle richieste di dispensa dagli obblighi del sacerdozio, della quale i media di tutto il mondo si sono occupati nei giorni scorsi perche’ e’ stata seguita negli anni ’80 nel caso di padre Stephen Miller Kiesle che fu prima arrestato e condannato dallo Stato della California e solo dopo domando’ la riduzione allo stato laicale con l’intenzione di contrarre matrimonio. E questo con l’appoggio del vescovo locale che intendeva sottrarre la diocesi all’onere di istituire il previsto processo canonico contro il criminale. L’allora card. Ratzinger rispose al presule di comportarsi come un “padre” nel senso di proteggere i bambini dal rischio di nuovi abusi, seguendo le norme e le procedure previste che comportavano l’automatica sospensione a divinis del sacerdote che fu poi laicizzato due anni dopo al compimento dei 40 anni.

    http://www.agi.it/cronaca/notizie/201004121240-cro-rt10094-preti_pedofili_s_sede_denuncia_obbligatoria_dal_2oo1

    PRETI PEDOFILI: IL TESTO DELLE LINEE GUIDA PER I PROCESSI

    (AGI) – CdV, 12 apr. – Nei casi di abuso sessuale commesso da sacerdoti “il diritto applicabile e’ il Motu Proprio ‘Sacramentorum sanctitatis tutela’ del 30 aprile 2001, insieme con il codice di diritto canonico del 1983″. Lo afferma la Guida che la Santa Sede ha messo oggi on line sul suo sito internet. Si tratta di un testo, si precisa, “che puo’ essere utile per i laici e i non canonisti”.

    Al primo punto (capo A) sono spiegate le “procedure preliminari La diocesi locale indaga ogni accusa di abuso sessuale di un minore da parte un chierico”. “Se l’accusa ha una parvenza di verita’ il caso – si legge – viene deferito alla Congregazione della Dottrina della Fede. Il vescovo locale trasmette tutte le informazioni necessarie alla CDF ed esprime il suo parere in merito alle procedure da seguire e le misure da adottare a breve e lungo termine. La legge civile in materia di segnalazione di reati alle autorita’ competenti deve sempre essere seguita. Durante la fase preliminare e fino a quando il caso e’ concluso, il vescovo puo’ imporre misure precauzionali per proteggere la Comunita’, comprese le vittime. Infatti, il vescovo locale mantiene sempre il potere per proteggere i bambini, limitando le attivita’ di qualsiasi sacerdote nella sua diocesi. Questo fa parte della sua autorita’ ordinaria, che egli e’ incoraggiato a esercitare in qualsiasi misura sia necessaria per assicurare che i bambini non abbiano nocumento, e questo potere puo’ essere esercitato a discrezione del vescovo, prima, durante e dopo qualsiasi procedimento canonico”.

    Il capo B e’ dedicato alle “procedure autorizzate dalla CDF”. “La CDF – chiarisce la Guida – studia il caso presentato dal vescovo locale e chiede anche informazioni supplementari, se necessario”. Dopo di che, “la CDF ha diverse opzioni”, la prima delle quali (capo B comma 1) e’ quella dei “pocessi penali”: “la CDF – spiega il testo – puo’ autorizzare il vescovo locale a condurre un processo giudiziario penale dinanzi a un tribunale locale della Chiesa. Un eventuale ricorso in tal caso puo’ essere presentato alla CDF”. (AGI) Siz (Segue)

    http://www.diritto-oggi.it/archives/00048594.html

     

  • LO SCANDALO PEDOFILIA

    LO SCANDALO PEDOFILIA

    10/4/2010 (7:54) – LO SCANDALO PEDOFILIA
    Nei palazzi vaticani l’incubo della talpa

    GIACOMO GALEAZZI
    CITTA’ DEL VATICANO
    L’incubo nei Sacri Palazzi si è materializzato ieri mattina sotto le spoglie miti e ben conosciute Oltretevere di Victor Simpson, capo della redazione romana dell’agenzia americana «Associated Press». Un foglio in mano e una sola richiesta al portavoce vaticano padre Federico Lombardi e cioè se sia di Joseph Ratzinger la firma apposta alla lettera che entro poche ore dilagherà sui mass media mondiali. Ricevuta risposta affermativa ma nessun commento ufficiale, il peggiore dei timori della Santa Sede si è realizzato e con esso l’amara impressione che tra gli ecclesiastici rimossi da Ratzinger qualcuno abbia deciso di fargliela pagare passando le carte ai mass media. Da lì inizia una frenetica corsa contro il tempo per neutralizzare l’effetto devastante della rivelazione. «Con accanimento continuano i tentativi di coinvolgere Joseph Ratzinger nello scandalo della pedofilia», reagiscono in Curia. E assicurano che l’allora prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede consigliò prudenza (in tutti i sensi, non tanto verso il sacerdote quanto per i bambini) al vescovo di Oakland, monsignor John Cummins, che prospettava la necessità che un sacerdote sospettato di essere pedofilo venisse ridotto allo stato laicale. Nella missiva del 1985, Ratzinger consigliava «di avere la massima cura paterna» non tanto per il prete «quanto per le vittime e per i bambini che mai più avrebbe dovuto poter avvicinare». Il cardinale Ratzinger definiva gli argomenti a favore della riduzione del sacerdote allo stato laicale di «grande significato», ma suggeriva prudenza al vescovo sottolineando di considerare «il bene della Chiesa universale» e il «danno che concedere la dispensa può provocare nella comunità dei credenti in Cristo, in particolare vista la giovane età» del religioso, poi ridotto allo stato laicale nel 1987, cioè solo due anni dopo la lettera. Quella invocata dal futuro Pontefice risulta dunque, secondo la Santa Sede, «nulla più che un normale invito alla prudenza per vedere chiaro nelle cose prospettate dalla diocesi».

    Fermo restando che il sacerdote non veniva riammesso al lavoro pastorale, tema che comunque non era all’epoca di competenza della Congregazione della Dottrina della Fede, che divenne competente su questi casi nel 2001. I tempi intercorsi si spiegano con la lentezza delle comunicazioni in quell’epoca. E non va confusa la rimozione di un sacerdote dall’incarico (all’epoca di competenza del vescovo locale) con la riduzione allo stato laicale che deve essere autorizzata dalla Santa Sede. Il portavoce della Santa Sede padre Federico Lombardi «non crede necessario rispondere a ogni singolo documento preso fuori dal contesto a proposito di singole situazioni legali» ma afferma che «non è strano che ci siano singoli documenti che hanno la firma del cardinale Ratzinger». Ma la lettera di Ratzinger non è l’unico caso a rimbalzare da oltre oceano ed è l’intero impianto difensivo della Santa Sede a vacillare sotto colpi tremendi. Il «New York Times» svela che il prelato che negli Anni Novanta istruì e avviò il processo canonico contro il prete accusato di aver molestato sessualmente 200 bambini sordomuti in Wisconsin, ha ammesso che gli fu ordinato di fermare il processo nel 1998, dopo una richiesta del Vaticano. E dal Canada il quotidiano «The globe and mail» lancia nuove accuse, riportando che la Santa Sede coprì padre Bernard Prince (incriminato per aver compiuto abusi sessuali tra il 1964 e il 1983) e che divenne, durante la sua permanenza a Roma, amico di papa Wojtyla. Ma non poi di Ratzinger che l’anno scorso decise la riduzione allo stato laicale di Prince, arrestato nel frattempo. A mettere sul banco degli imputati la Santa Sede, in questo caso, è una lettera scritta da monsignor Joseph Windle, vescovo di Pemroke, la diocesi di Prince. Nella missiva, inviata nel febbraio 1993 al nunzio apostolico in Canada, Carlo Curis, si fanno chiari riferimenti alla necessità di insabbiare la storia perché lo scoppio dello scandalo avrebbe potuto «avere conseguenze disastrose non solo per la Chiesa canadese ma anche per tutta la Santa Sede».

    Dall’Europa, intanto, la Chiesa scende in campo con una serie di iniziative sulla linea della «tolleranza zero» varata dalla Santa Sede: in Germania il vescovo di Erfurt ha annunciato di aver denunciato alla magistratura ordinaria un sacerdote che aveva ammesso abusi. E anche il clero italiano prepara il contrattacco: il vescovo di Bolzano segnalerà alla magistratura una serie di casi in attesa di vedere se tra questi ce ne sia qualcuno non caduto in prescrizione e quindi da perseguire. «Ora tutta la Chiesa deve stringersi attorno al Papa, altrimenti saremo tutti travolti».

  • Il predicatore: ho chiuso con Arkeon

    Il predicatore: ho chiuso con Arkeon

    di Giovanni Maria Bellu

    Trentamila euro. Era la fine di dicembre del 2006. E i seguaci del “metodo Arkeon” decisero di investire la bella cifra per pagare uno studio su “Sacred path” – la loro associazione – al “Centro internazionale studi sulla famiglia”, il prestigioso istituto di ricerca cattolico dei padri paolini. Un tentativo estremo di riaccreditarsi come organizzazione virtuosa e riconosciuta dalla chiesa quando era già in pieno svolgimento l’inchiesta per associazione a delinquere, truffa, maltrattamenti di minori. I reati dei quali sono accusati il capo di “Sacred path”, Vito Carlo Moccia e altri undici imputati nel processo in corso davanti al tribunale di Bari.

    L’investimento degli arkeoniani per questo studio su se stessi risulta da un documento agli atti del processo ed è confermato dal fatto che davvero il Cisf, tra il dicembre del 2006 e il febbraio del 2007, condusse un’indagine su “alcuni aspetti dell’esperienza Arkeon”. Elaborò anche un “rapporto finale” cautamente favorevole all’associazione. Si tratta di dieci paginette precedute da un avvertimento che suona come un mettere le mani avanti: «Tutto il materiale è stato fornito da Arkeon o è stato realizzato con il suo supporto tecnico. La disponibilità e l’apertura totale dimostrate da tutte le persone di Arkeon implicate nella ricerca sono state pronte e totali, ed hanno consentito un lavoro rapido e, a noi pare, proficuo». Segue un’esposizione fredda del materiale esaminato e di quanto i ricercatori hanno potuto ricavare dalla partecipazione a due dei “seminari” per i discepoli del “primo livello”. La parte più rilevante (e forse l’unica ragione che spinse “Sacred path” a spendere trentamila euro) è nelle ultime righe. Si danno delle indicazioni su come andare avanti nel “lavoro di revisione”. In definitiva si riapre un credito condizionato. È stata poi la magistratura a impedirne l’utilizzo.

    Il rapporto del Cisf conferma che l’associazione di Vito Carlo Moccia ha continuato ad avere protezioni importanti e autorevoli anche quando erano emerse pubblicamente notizie molto gravi. Come se, per i suoi sponsor all’interno della Chiesa, fosse impossibile un distacco netto e definitivo. Nella lettera che pubblichiamo in questa pagina, padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, conferma integralmente le notizie che abbiamo riportato. Anche il fatto di aver ricevuto la segnalazione di “specifiche tragedie familiari” prodotte dal metodo Arkeon e di averle segnalate a Moccia, cioè al presunto responsabile delle menzionate tragedie. Aggiunge, padre Cantalamessa, di non essersi mai interessato «di quel che accadeva nell’Associazione e intorno all’ Associazione». Purtroppo ancora una volta i documenti lo smentiscono. È una storia e delicata e complicata, converrà ancora una volta andare con ordine. E prima di tutto bisogna dire che padre Cantalamessa non è l’unico uomo di Chiesa ad aver sostenuto “Sacred path”. Ce n’è almeno un altro. Si chiama Angelo De Simone ed è un sacerdote paolino oltre che un teologo. Fu lui, nel 2004, il primo a dare risalto al metodo Arkeon con un articolo nel quale Vito Carlo Moccia, che tra l’altro è anche accusato di esercizio abusivo della professione, veniva presentato come un genio pluridisciplinare universalmente conosciuto e stimato. Eccone un passo. «Un tempo Vito Carlo era imprenditore nel campo della bioingegneria, realizzato economicamente e riconosciuto nel mondo. Anni fa anch’egli scendeva nel “proprio inferno” prendendo coscienza della solitudine esistenziale che lo investiva. Andò alla ricerca di risposte nelle vie intellettuali, si laureò in antropologia e psicologia, cercò nei percorsi psicanalitici e psicoterapeutici, nelle tradizioni orientali, nella pratica della meditazione, fino a scoprire la via del ritorno al padre».

    Un identikitche stride in modo sinistro con quanto si legge nel decreto di rinvio a giudizio: «Il Moccia si presentava come laureato alla Jolla University di San Diego e laureato in psicologia e pedagogia presso l’università statale di Fiume, titoli inesistenti e comunque non validi in Italia». Don Angelo De Simone partecipava ai sinistri rituali dell’associazione. Celebrava gli strani matrimoni che servivano a sancire la riconciliazione di coppie peraltro già sposate, predicava tra icone di Gesù Cristo e foto di Vito Carlo Moccia. Esiste in merito un’abbondantissima, e francamente penosa, documentazione di video e di foto che lo prova. Era, don De Simone, molto vicino a “Sacred path”. E quando apparve accanto al capo supremo in una puntata di “Mi manda Rai 3” del dicembre del 2006, i telespettatori, e anche il conduttore, ebbero la netta impressione che ne facesse parte. Per la veemenza con cui ne sosteneva le improbabili ragioni. Ma era anche molto legato a padre Cantalamessa. Assieme celebrarono, il 20 gennaio del 2006 (cioè dopo che Canale 5, con Maurizio Costanzo, aveva per la prima volta segnalato la pericolosità del metodo Arkeon) una messa nella chiesa milanese di S. Eustorgio (altra circostanza che padre Cantalamessa conferma nella sua lettera e che noi documentiamo con una nuova immagine dove è possibile riconoscere, accanto a Moccia e al predicatore apostolico che si abbracciano, il teologo paolino di Arkeon).

    Insomma, è davvero difficile fare stare assieme questo «non interessamento» verso ciò che accadeva «nell’Associazione e intorno all’Associazione», con la frequentazione di don De Simone. A meno che questi non abbia nascosto qualcosa. Chissà, Di sicuro, dai documenti, emerge che padre Cantalamessa era informato proprio da don De Simone dell’attività di Moccia e dei suoi seguaci. Ecco cosa scrisse (il 24 marzo del 2006) nella lettera di risposta a un signore che gli aveva segnalato una di quelle «specifiche tragedie familiari» di cui ora riconosce di aver avuto notizia: «Un sacerdote che li segue da tempo, don Angelo De Simone, paolino, che può contattare se vuole (seguiva il numero di cellulare, nda) può testimoniare di quanti battesimi, prime comunioni e confessioni ha personalmente amministrato nel contesto dei seminari guidati da Vito».

    10 aprile 2010

  • Pedofilia: malumori cattolici, reazioni e nuove rivelazioni

    Pedofilia: malumori cattolici, reazioni e nuove rivelazioni

    (per tutti i links andare all’articolo originale, ndr)

    Lo scandalo-pedofilia continua a tenere banco. I malumori serpeggiano, e non sono ormai limitati soltanto all’eterno dissidente Hans Kung, del quale Repubblica ha pubblicato ieri l’articolo Benedetto XVI ha fallito, i cattolici perdono la fiducia. Di “strategia fallimentare” parla anche la BBC, citando esponenti cattolici. In Germania, il paese natale di Joseph Ratzinger, le apostasie stanno aumentando a ritmo allarmante: la diocesi di Friburgo ha comunicato che 2.711 fedeli hanno lasciato la Chiesa nel solo mese di marzo, una cifra più che doppia rispetto allo stesso mese del 2009; 2676 invece le defezioni nella diocesi di Rottenburg-Stoccarda, molte più che a gennaio (921) e febbraio (1.011).
    Di fronte al malumore dei fedeli, il papa ha invitato ieri la Chiesa a fare “penitenza”. Ma la Chiesa ha anche deciso di serrare le fila, pur a costo di suscitare nuove polemiche. Il vescovo di Trieste Giampaolo Crepaldi, per esempio, ha fatto cancellare la rubrica delle “lettere dai lettori” del settimanale diocesano Vita Nuova soltanto perché aveva ospitato le lettere di nove sacerdoti “controcorrente”: Claudio Magris ha scritto una lettera aperta al vescovo, il quale gli ha risposto definendo la soppressione “una salutare provocazione”, anche perché il giornale “vende poco e costa alla poverissima Diocesi di Trieste una barca di soldi”.
    Tornando alla questione degli abusi sessuali commessi da sacerdoti, nuove rivelazioni continuano ad aggiungersi. La Associated Press ha elencato l’altro ieri trenta casi di sacerdoti cattolici accusati di abusi sessuali che sono stati trasferiti in altro luogo. Due di questi sono finiti in Italia: padre Mario Pezzotti, ‘attivo’ in Amazzonia, ora residente a Parma, e don Vijay Vhaskr Godugunuru, trasferito presso la diocesi di Montepulciano. Su quest’ultimo caso La Libre rileva il silenzio del Vaticano: il vescovo, mons. Rodolfo Cetoloni, si difende affermando alla AP che non gli erano state date “sufficienti evidenze per provare le accuse”. A Foggia, don Nicolangelo Rossi è stato rinviato a giudizio con l’accusa di aver palpato quattro ragazzine in un confessionale. Il 24 maggio comincerà invece il processo contro Don Luciano Massaferro, arrestato lo scorso dicembre e difeso a spada tratta dal vescovo (cfr. Ultimissima del 29 dicembre 2009). Il sito francese Golias ha nel frattempo rintracciato e pubblicato una lettera del 1991 dell’allora prefetto della Congregazione del Clero, il cardinale colombiano Dario Castrillon Hoyos, con la quale il porporato si congratulava con il vescovo di Bayeux, mons. Pierre Pican, fresco di condanna a tre mesi per non aver denunciato un prete pedofilo: il porporato si congratulava con lui per aver “agito bene”, preferendo rischiare la prigione piuttosto che denunciare “il suo figlio-prete”. Il Vaticano ha rilasciato in proposito una nota ambigua: “Questo documento è una riprova di quanto fosse opportuna l’unificazione della trattazione dei casi di abusi sessuali di minori da parte di membri del clero sotto la competenza della Congregazione della Dottrina della Fede, per garantirne una conduzione rigorosa e coerente, come avvenne infatti con i documenti approvati dal Papa nel 2001″.
    Non mancano tuttavia le reazioni: Radio Vaticana ha diffuso le dichiarazioni di padre Thomas Brundage, vicario giudiziale dell’arcidiocesi di Milwaukee dal 1995 al 2003, che ha accusato di “antipapismo” il New York Times per aver voluto affidarsi alle “menzogne di mons. Rembert Weakland, il grande accusatore, una persona fatta passare per testimone credibile, costretto a lasciare la guida dell’arcidiocesi di Milwaukee dopo il coinvolgimento in una storia omosessuale con un ex studente di teologia”.
    In questo difficile momento le gerarchie ecclesiastiche possono comunque sempre contare sul sostegno della politica italiana: il presidente Giorgio Napolitano, in occasione degli 83 anni di Benedetto XVI, compiuti oggi, ha fatto pervenire al papa la sua “profonda considerazione per il suo alto magistero”. Il consiglio dei ministri ha invece espresso “solidarietà per l’inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa”.

    Il Vaticano ai ferri corti con il mondo 
    di Alessandro Capece [15 apr 2010]

    Le denunce degli abusi sui minori sono in costante aumento. Le strategie adottate finora per riprendere in mano il gregge allo sbando si sono rivelate inefficaci. Le gerarchie ecclesiastiche sembrano smarrite davanti alla scelta tra riconoscere le proprie colpe, ammettendo implicitamente che gli abusi sono stati occultati, e denunciare i colpevoli alla magistratura, concorrendo alla distruzione definitiva della sua immagine, oppure continuare a sorvolare.
    Addossare la colpa agli omosessuali è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Il Segretario Generale della Conferenza dei vescovi cattolici ha precisato – riporta il Telegraph – che la pedofilia non ha niente a che fare con l’orientamento sessuale e che l’abuso è una fissazione che nasce dalla difficoltà di sviluppare relazioni mature con gli adulti e dalla conseguente necessità di focalizzare le pulsioni sessuali sui bambini.

    Un attivista di “Outrage!”, l’associazione che difende le vittime della pedofilia, ha aggiunto che arroccarsi in una difesa aggressiva mentre il gregge scappa danneggia la reputazione della Chiesa più degli attacchi che subisce.

    La rabbia dei fedeli per quello che sta accadendo – riporta il sito Voz Nueva (www.lavozcolorado.com) – ha fatto crescere il numero dei detrattori del Papa, scioccati dalla constatazione che la Chiesa ha tenuto nascosto i suoi scheletri nell’armadio chissà per quanto tempo senza curarsi minimamente di punire i colpevoli e risarcire le vittime.

    Questa inarrestabile crisi di fiducia non può avere che due sbocchi: un rinnovamento profondo della Chiesa Cattolica o la perdita definitiva del suo prestigio.

    http://www.uaar.it/news/2010/04/16/pedofilia-malumori-cattolici-reazioni-nuove-rivelazioni/

  • Pedofilia: un avvocato pensa ad un’azione civile contro la Curia di Albano

    Pedofilia: un avvocato pensa ad un’azione civile contro la Curia di Albano

    Il legale delle presunte vittime vorrebbe scongiurare la prescrizione. Il processo è infatti cominciato 5 anni fa e due dei tre accusati sono già scomparsi

    Il vicariato smentisce il comportamento lassista nei confronti di Don Marco Agostini, morto suicida dopo essere stato sospeso “a divinis”, trasferito ad Assisi e arrestato

    Ilaria Proietti

    Pedofilia: un avvocato pensa ad un’azione civile contro la Curia di Albano

    (Albano Laziale – Cronaca) – Pedofilia e violenze sessuali continuate e aggravate: questa l’accusa per cui Don Marco Agostini, ex parroco di Pomezia, fu arrestato il 5 aprile del 2006 ad Assisi, dove era stato trasferito nel 2002. Ora, a diversi anni di distanza, la vicenda torna a galla per mano del legale delle sue presunte vittime, Alberto Romano, in quanto un mese fa il giudice del Tribunale di Velletri avrebbe rinunciato all’incarico rinviando l’udienza al prossimo mese di dicembre, per la nomina di un altro togato. Per timore che l’intera vicenda possa cadere nell’oblio, restando irrisolta a causa della prescrizione, sembra al momento che l’avvocato Romano stia valutando insieme ai suoi assistiti la possibilità di un’azione civile autonoma nei confronti della Curia di Albano, di cui, all’epoca dei fatti, era a capo Agostino Vallini, attuale Cardinale vicario del Papa per la diocesi di Roma.

    Sotto accusa il laissez-faire che la Curia di Albano avrebbe adottato, non avendo fatto nulla, secondo il legale e i suoi assistiti, per impedire gli abusi. «Fu solo trasferito in un ostello di Assisi, dove poteva vedere altri giovani – accusa una presunta vittima – ma non fu né denunciato alla polizia né interdetto dal sacerdozio». Immediata la replica del Cardinale Vallini che smentisce in toto affermando che il sacerdote in questione, non appartenente al clero diocesano, che svolgeva il ministero pastorale nella parrocchia di San Benedetto a Pomezia affidata all’Ordine degli Oblati di San Francesco di Sales, venne subito sospeso “a divinis”, ossia sospeso dai ministeri. Immediata inoltre la richiesta di trasferimento in un’altra sede, decisione che, come spiegato in una nota diffusa dal vicariato di Roma, «suscitò forti reazioni contro il Vescovo nella popolazione di Pomezia» perché il provvedimento adottato fu «ritenuto eccessivamente severo, ma Monsignor Vallini – prosegue la nota – mantenne la sua decisione. Tutto ciò testimonia il rigore espresso con immediatezza dall’autorità ecclesiastica prima ancora che fosse appurata la veridicità dei fatti».

    La smentita del vicariato è puntuale anche sui dettagli: a quanto si apprende dalla nota, Agostino Vallini non avrebbe mai sottovalutato la vicenda e, al contrario di quanto riferisce una presunta vittima, non avrebbe mai risposto ai ragazzi che gli avevano raccontato il tutto, che al momento si trattava solo di chiacchiere. Di più. Sul trasferimento del sacerdote ad Assisi, attribuito a Vallini, lo stesso smentisce di aver indicato una specifica sede in quanto quella non era una sua competenza. Ma alle famiglie, ai ragazzi e al loro legale tutto questo non basta. Vogliono che il processo sia portato fino in fondo, rifiutano l’idea della prescrizione e valutano la possibilità di un’azione nei confronti della Curia di Albano, azione giustificata dal fatto che, come ha spiegato l’avvocato Romano, il processo cominciato cinque anni fa rischia la prescrizione, soprattutto dopo la morte di due dei tre accusati: Don Marco, morto suicida nell’agosto del 2006 mentre era ai domiciliari, e l’ex parroco di San Benedetto a Pomezia, Germano Agostini, accusato di favoreggiamento. L’unico rimasto ancora in vita è Ennio Di Gianpasquale, parroco di San Benedetto Abate a Pomezia, anche quest’ultimo accusato di favoreggiamento.

    Pubblicato il: 09.04.2010

    www.castellinews.it/index.asp?id=10500&act=v&20100409

     

  • Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon

    Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon

    Da predicatore vaticano a supporter di Arkeon
    Padre Cantalamessa, il frate che ha accostato lo scandalo pedofilia all’antisemitismo, è tra i supporter di un gruppo accusato di violenze sui minori.
    di Giovanni Maria Bellu

    Il processo è in corso a Bari. Gli imputati sono undici, accusati di reati quali associazione a delinquere, truffa, violenza privata, maltrattamento di minori. Il decreto che dispone il giudizio di Vito Carlo Moccia, inventore del metodo Arkeon, e presidente dell’associazione “Sacred Path”, è un repertorio di violenze psicologiche atroci. La più perfida consisteva nel fare credere agli adepti di aver subito nell’infanzia una violenza sessuale. Per questo si resta di stucco quando, nel leggere l’enorme materiale di documentazione sul “caso Arkeon”, si scopre che il più autorevole sostenitore di questa organizzazione è stato padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa pontificia, il frate cappuccino che lo scorso 2 aprile, parlando in presenza di Benedetto XVI, ha scatenato uno scandalo planetario paragonando la campagna di stampa sulla pedofilia nella Chiesa con «gli aspetti più vergognosi dell’antisemitismo».

    È una storia complicata che si sviluppa in un lungo arco di tempo. Conviene, dunque, andare con ordine. Fondata da Vito Carlo Moccia nel 1999, l’associazione “Sacred Path” (cioè “il sentiero sacro”) nel Duemila, con l’invenzione del metodo Arkeon, assume la natura che l’ha portata in tribunale. Ma in quei primi anni opera con discrezione, aumentando proseliti e profitti attraverso un discreto passaparola. Ha anche una buona stampa. La popolarità televisiva arriva l’11 settembre del 2004. E quel giorno che il nome di padre Raniero Cantalamessa compare per la prima volta accanto a quello di Vito Carlo Moccia. Il predicatore dedica una puntata della sua rubrica televisiva “A sua immagine, le ragioni della speranza”, che va in onda tutti i pomeriggi del sabato su RaiUno, al metodo Arkeon e conduce un’intervista encomiastica a Moccia sul rapporto padre-figlio.

    Ancora del lato oscuro di Arkeon non si è parlato. Cantalamessa, dunque, potrebbe essere ignaro di tutto. Deve infatti passare un altro anno e mezzo prima che lo scandalo esploda. Il 20 gennaio del 2006, Maurizio Costanzo ospita nel suo “Tutte le mattine”, che va in onda su Canale5, la psicologa Lorita Tinelli, presidente del Cesap (Centro studi sugli abusi psicologici) e due ex adepti di Arkeon: un “maestro” e una “allieva”. La denuncia dei metodi di Moccia è precisa e circostanziata: le accuse che sono alla base del processo in corso a Bari per la prima volta diventano pubbliche. Ma Padre Cantalamessa non cambia idea. Al contrario. Un mese dopo a Milano, nella chiesa di S. Eustorgio, celebra una messa alla quale assistono Vito Carlo Moccia e centinaia di suoi discepoli. La cosa colpisce e sorprende quelli che già nutrono molti dubbi sulla vera natura di “Sacred path”. Perché il presentarsi come associazione non solo tollerata ma addirittura approvata dalla Chiesa è uno degli argomenti più forti di una campagna di proselitismo sempre più intensa: il numero degli adepti arriverà a sfiorare la ragguardevole cifra di ventimila.

    L’Unità è in grado di raccontare quale fu il comportamento di padre Cantalamessa quando alcune persone si rivolsero a lui per segnalargli specifiche tragedie familiari prodotte dal metodo Arkeon. L’autenticità di questi documenti – che aiutano a ricostruire quale retroterra culturale e anche spirituale ci sia dietro la clamorosa gaffe su pedofilia e antisemitismo – è certificata. Sono stati, infatti, prodotti dai legali di Vito Carlo Moccia a sostegno di un atto di citazione contro il Centro studi sugli abusi psicologici. In sostanza Moccia, per difendersi, ha chiamato in causa – e difficilmente può averlo fatto senza esserne stato autorizzato – il predicatore della Casa pontificia. «Reverendo Padre», comincia così la lettera di un “musicista e studioso cattolico” di Rovereto (abbiamo i nomi degli autori di tutte le missive citate, ma li omettiamo per evidenti ragioni di discrezione, nda), il quale segnala a Cantalamessa il caso di una sua conoscente madre di un ragazzo che «da qualche tempo frequenta il movimento». «È preoccupata – scrive – perché il figlio «crede ciecamente ai poteri di Moccia, è aggressivo, ha abbandonato la fede e la parrocchia, sostiene la non divinità di Cristo e la sua equiparabilità ai vari profeti e santoni della storia. Sostiene, e qui sta il problema, che il movimento e il Moccia sono “benedetti” da lei padre Cantalamessa che di recente avrebbe celebrato una Santa messa con i diaconi di S. Eustorgio in Milano con il gruppo condividendone gli intenti». Quindi l’autore della lettera chiede al predicatore della Casa pontificia «il giusto consiglio da dare a quella mamma che da poco ha perso il marito e che, da buona cristiana, vorrebbe aiutare il figlio a recuperare la Verità e la Vita». La risposta arriva poco più di due settimane dopo, il 24 marzo 2006.

    È una difesa accorata di Moccia e dei suoi metodi. C’è solo una vaghissima, e reticente, presa di distanze; «Non ho celebrato la messa per loro. Hanno chiesto di partecipare a una messa da me celebrata per la parrocchia di S. Eustorgio e sono stati accolti da me e dal parroco. Erano in 400 e hanno edificato tutti: molti si sono confessati e moltissimi hanno fatto la comunione». È vero. Cantalamessa, però, non dice che l’incontro con Moccia si protrasse oltre la celebrazione, proseguì nella sacrestia. Forse non sapeva, né immaginava, che quei momenti erano stati filmati e trasferiti in un Cd promozionale poi diffuso da “Sacred path”.

    Il successivo capoverso della lettera è significativo per le analogie che presenta con gli argomenti utilizzati da chi, all’interno della Chiesa, vorrebbe negare il problema della pedofilia. È la tesi del “caso singolo”. «Il campo in cui opera Vito – scrive Cantalamessa chiamando confidenzialmente per nome il capo di Arkeon – è delicato e non meraviglia che ogni tanto ci sia qualcuno che, per motivi umani spesso complessi e talvolta inconfessati, sparga sul suo conto le voci più allarmanti, giudicando da un caso singolo tutto il complesso dell’opera». Ma la vera sorpresa è alla fine: il predicatore della Casa pontificia non si limita a difendere il capo di “Sacred path” ma si premura di informarlo della denuncia che gli è stata confidenzialmente rivolta. In calce alla lettera c’è, infatti, una nota manoscritta: «Caro Vito, ti invio una lettera che ho ricevuto e la mia risposta, perché, penso, è giusto che sia informato. Con affetto ti abbraccio e ti benedico. P. Raniero».

    Qualche tempo dopo, a Cantalamessa giunge un’altra segnalazione allarmata. A inviargliela, il 5 aprile del 2006, è una signora di Magenta: «Molto reverendo padre, mi rivolgo a lei per chiederle aiuto. Una mia cara amica è disperata perché i suoi due figli, entrambi laureati e coniugati, con le loro rispettive famiglia hanno da tempo aderito ad una organizzazione che ha completamente stravolto in senso negativo la loro mente, il loro comportamento e il loro modo di vivere. Essi dicono di dover obbedire ad un certo “maestro”, fondatore e capo, rifiutano i contatti con la loro madre, non le lasciano avvicinare i nipoti. Seguono riti strani e pericolosi … L’organizzazione si chiama Arkeon».

    Il comportamento di padre Cantalamessa è sbalorditivo. Nella documentazione non c’è, come ci si aspetterebbe, la sua risposta. C’è invece (datata 19 aprile 2006) una lettera, scritta dalla stessa città, di un signore che poi è il marito dell’amica disperata della signora di Magenta. Questo signore, al pari dei due figli, ha aderito ad Arkeon o, almeno, ce l’ha in grande simpatia. E fa riferimento al contenuto della lettera inviata a Cantalamessa dall’amica della moglie. Come è potuto succedere? L’unica spiegazione è che anche questa volta Moccia sia stato informato e che abbia chiesto all’adepto di Magenta di scrivere qualcosa di rassicurante all’autorevole sponsor cattolico. [

    Nel giugno del 2006 viene avviata l’inchiesta giudiziaria. E a ottobre di quello stesso anno, il “caso Arkeon”, come ormai si chiama, riesplode sugli schermi. Questa volta in una puntata di “Mi manda Rai 3” dove sono presenti gli accusatori (tra i quali la psicologa Lorita Tinelli) e il leader degli accusati, Vito Carlo Moccia. C’è anche un ragazzo che racconta di essere stato obbligato a chiedere l’elemosina con appeso al collo un cartello con su scritto «sono schizofrenico». Sua madre in seguito racconterà di aver segnalato il dramma del figlio a padre Cantalamessa fin dal 2004, dopo aver assistito sgomenta all’intervista di Moccia nella rubrica del predicatore, e di non aver mai avuto risposta. L’immagine dell’associazione ne esce a pezzi davanti all’opinione pubblica. Ma, ancora una volta non davanti al predicatore della Casa pontificia. Ecco come risponde a una lettera inviatagli qualche giorno dopo da un’aderente al Cesap: «Ho visto la trasmissione e mi ha dato l’impressione di un penoso linciaggio. Agli accusati non è stato permesso di terminare una sola frase. C’è stato, mi sembra di capire, un caso di un operatore che ha effettivamente abusato della propria posizione che, però, è stato per questo sospeso (…) Non si dovrebbe fare di ogni erba un fascio. Chi si sognerebbe di voler mettere fuori legge la Chiesa cattolica o l’associazione degli psichiatri perché qualche loro membro ha abusato del suo ufficio?».

    Due mesi dopo, il 30 dicembre 2006, si verifica l’evento televisivo più importante. E anche più significativo rispetto ai rapporti tra Cantalamessa e “Sacred path”. Nella settimanale puntata della sua rubrica, il predicatore pontificio manda in onda la registrazione di un’intervista. Nello schermo appare una giovane coppia con un bambino di circa tre anni tenuto in braccio dal padre. Il padre dice di chiamarsi Luca, afferma di «essere stato» omosessuale e di essere «guarito» grazie ad Arkeon. Curiosamente, nel presentare il filmato, Cantalamessa non nomina l’organizzazione ma la definisce semplicemente «gruppo di sostegno». Né, naturalmente, dice chi ha realizzato il filmato, né di chi è la voce fuori campo che pone a Luca domande sul suo percorso. Eppure lo conosce benissimo: è, infatti, Vito Carlo Moccia.

    La puntata non passa inosservata. E non solo perché, in seguito, molti riconosceranno in quel Luca il «Luca era gay» della canzone di Povia. Interviene il garante della privacy che rivolge alla Rai e al conduttore un ammonimento per aver violato le regole deontologiche che tutelano i minori. Il bambino di Luca non solo era perfettamente riconoscibile ma, osserva il garante, ha dovuto assistere a un’intervista che riguardava «anche aspetti estremamente delicati relativi a vissuti dolorosi di uno dei genitori: gli abusi sessuali subiti da parte di un familiare». Se potevano esserci ancora dei dubbi sulla gravità e sulla serietà delle accuse a “Sacred path”, essi vengono a cadere il 10 ottobre del 2007 quando a Moccia e agli altri dirigenti vengono notificati gli avvisi di garanzia. La notizia fa clamore e la tv torna ad occuparsene.

    Questa volta è Striscia la notizia che scopre e manda in onda spezzoni dell’intervista-spot a Moccia andata in onda nel 2004. L’effetto è sconvolgente per il contrasto tra la figura del predicatore e i fatti raccontati dai testimoni. Cantalamessa è costretto a intervenire. È una presa di distanze imbarazzata e tardiva, come le scuse alla comunità ebraiche dopo la gaffe sull’antisemitismo. Scrive il predicatore: «Personalmente io non sono venuto a conoscenza di nessun abuso, che altrimenti sarei stato il primo a denunciare e condannare». È falso. Padre Raniero Cantalamessa fu informato dei comportamenti di “Sacred path” sicuramente nelle due lettere che abbiamo riportato. Non solo non fece alcuna denuncia ma, come abbiamo visto, informò il capo dell’organizzazione. Proprio come quei prelati che, davanti alle denunce di casi di pedofilia, non si rivolsero alla magistratura ma alle autorità ecclesiastiche gerarchicamente superiori.
    09 aprile 2010

  • Il caso don Cini visto da Malta

    Il caso don Cini visto da Malta

    Il caso don Cini visto da Malta
    La traduzione dell’articolo è quella di google, per cui è largamente imperfetta.

    www.independent.com.mt/news.asp?newsitemid=100959

    Curia silent on paedophile priest’s appointment in Malta
    by DAVID LINDSAY

    The Archbishop’s Curia this week chose to remain silent about the nature of the appointment given to a Maltese priest in Malta in the mid-1990s who was convicted of paedophilia in Italy in 2004.

    While acknowledging that Fr Felix Cini had served in Malta between 1995 and 1996, and insisting that he had not returned to Malta since the conclusion of Italian court action against him 2004, the Curia refused to answer questions on where he had served in Malta, and in what capacity.

    In a right of reply (see letter on page 25) to last week’s front page story exposing how the appointment of the Maltese Fr Felix Cini to a parish in Cercemaggiore, in the diocese of Campobasso, had caused a split in the community after parishioners discovered gruesome details of the priest’s conviction and subsequent plea bargain on paedophilia charges, the Maltese Curia states, “The priest involved was ordained and incardinated in a diocese in Italy. Therefore, he is not a member of the Maltese Diocese and does not fall under the discipline of the authorities of this Diocese.”

    The Curia also clarifies that, “On his request, prior to the alleged charges, he served in Malta for less than a year between 1995 and 1996 and then returned to Italy. Since 2004, he was never assigned any pastoral ministry in Malta and did not even return to the island.”

    The replies, however, raise more questions than answers. Subsequent questions sent to the Curia, however, were only answered with a terse statement to the effect that, “At this stage we insist on our right of reply.”

    Most pertinent of all, The Malta Independent on Sunday had posed the question of where and in what capacity had the priest served in Malta between 1995 and 1996, and whether any background checks had been carried out prior to his service in Malta.

    It was a relatively short time span between 1996 and the end of 2002, when the Italian investigation into Fr Cini began. And the Curia’s reluctance to answer the question of where and in what capacity he had served in Malta fails to do justice to Maltese parents, who, it could be convincingly argued, have a right to such information so as to try to determine if their own children, who are generally reticent for a number of reasons about coming forward with such information, had been subject to undue attention as the Italian children had been.

    The Curia’s statement that since 2004 the priest had not been assigned a pastoral ministry in Malta appears to imply that he had in fact been assigned a pastoral ministry between 1995 and 1996, but a request for clarification along such lines was also unanswered.

    The Curia’s statement that the priest had not returned to Malta since 2004 also raises questions, mainly over whether the Maltese Church had been in contact with the priest to ascertain such information, short of which such a statement would be inexplicable, but questioning along such lines was also stonewalled.

    An Italian investigation into Fr Cini had begun in late 2002, just six years after he had served in Malta, and after 17 children aged between 10 and 14 years of age reported having received undue attention at the hands of the priest.

    Charges were filed in 2003 and Fr Cini eventually submitted a plea bargain in 2004, avoiding a lengthy trial and a possible prison sentence, and instead being landed with a two and a half year sentence in a special community.

    The proper Italian legal term used is ‘patteggiamento’ – in other words he accepted the sentence to shorten the trial. Later he said that he was advised to do so, even though he felt he was innocent and that it was a case of mistaken identity.

    He claimed that unnamed ‘political pressure’ was brought to bear upon him to make him take this legal way. His claim was met with rather widespread scepticism.

    Although a number of Italian media reports claim he had returned to Malta for some time following the sentencing, the Maltese Curia insists that he has not returned to Malta since 2004.

    The abuse took place while Fr Cini was in Comunità Siloe in Sasso d’Ombrone in the commune of Cinigiano near Grosseto.

    During the investigation, all 17 children, accompanied by their parents, testified to “undue attention” received from the priest. Two computers were also taken from him and police investigators claimed they found a history of porno-paedophile web pages having been accessed.

    After being posted to Cercemaggiore, the people of the small community were outraged to find out through the Internet, and through a local paper, about the murky past of the new priest in their parish.

    Some of the people were aghast that such a priest had been thrust upon them without them receiving any warning, but others objected to the protest.

    They claimed that, in the months he has been in the new parish, he has succeeded in attracting more and more young people to the church. A candlelight protest was held, attended by many people, and 3,000 signed a petition asking the bishop to let him remain there. It was also claimed that, ever since he came to Cercemaggiore, his behaviour had been “impeccable”.

    Archbishop of Campobasso-Bojano, Monsignor GianCarlo Bregantini, has announced that the priest is being sent elsewhere, thus closing the issue, at least in his diocese.

    Curia tace su nomina prete pedofilo a Malta
    by DAVID LINDSAY by David Lindsay

    La curia arcivescovile di questa settimana ha scelto di rimanere in silenzio circa la natura della nomina data ad un sacerdote maltese a Malta a metà degli anni 1990, che è stato condannato per pedofilia in Italia nel 2004.

    Pur riconoscendo che Don Felice Cini aveva prestato servizio a Malta tra il 1995 e il 1996, e insistendo sul fatto che non era tornato a Malta dopo la conclusione di un’azione legale contro di lui italiane 2004, la Curia ha rifiutato di rispondere alle domande su dove aveva servito a Malta, e In quanto capacità.

    In un diritto di replica (vedi lettera a pagina 25) alla storia della scorsa settimana prima pagina di esporre come la nomina del maltese don Felice Cini di una parrocchia a Cercemaggiore, nella diocesi di Campobasso, aveva provocato una spaccatura all’interno della comunità, dopo parrocchiani scoperto dettagli raccapriccianti della condanna del sacerdote e successive patteggiamento con l’accusa di pedofilia, il maltese Stati Curia, “Il prete coinvolto è stato ordinato e incardinato in una diocesi in Italia. Pertanto, non è un membro della Diocesi maltesi e non ricade sotto la disciplina delle autorità di questa diocesi “.

    La Curia chiarisce inoltre che, “su sua richiesta, prima che le accuse contestate, ha servito a Malta per meno di un anno tra il 1995 e il 1996, e poi ritorno in Italia. Dal 2004, non fu mai assegnato alcun ministero pastorale a Malta e non ha neanche ritorno per l’isola “.

    Successive domande inviate alla Curia, però, erano solo risposto con una dichiarazione concisa nel senso che, “In questa fase noi insistiamo sul nostro diritto di replica”.

    Più pertinente di tutti, The Malta Independent di Domenica aveva posto la questione di dove e in quale veste il sacerdote aveva servito a Malta tra il 1995 e il 1996, e se tutti i controlli di fondo era stata effettuata prima del suo servizio a Malta.

    E la riluttanza della Curia di rispondere alla domanda di dove e in quale veste, egli aveva prestato servizio a Malta non rende giustizia ai genitori maltesi, che potrebbe essere sostenuto in modo convincente, hanno diritto a tali informazioni in modo da cercare di determinare se la propria bambini, che sono in genere restii per una serie di ragioni di venire in avanti con tali informazioni, era stato oggetto di un’attenzione eccessiva, come i bambini italiani erano stati.

    La dichiarazione della Curia che dal 2004 il sacerdote non era stato assegnato un ministero pastorale a Malta sembra implicare che ha di fatto era stato assegnato un ministero pastorale tra il 1995 e il 1996, ma una richiesta di chiarimenti lungo queste linee è stato anche senza risposta.

    La dichiarazione della Curia che il prete non era tornato a Malta dal 2004, solleva anche questioni, soprattutto sulla questione se il Maltese Chiesa era stata in contatto con il sacerdote a conoscere tali informazioni, a corto di cui tale dichiarazione sarebbe inspiegabile, ma interrogatorio lungo tali linee è stato anche ostruzionismo.

    Un’indagine italiana in P. Cini aveva iniziato alla fine del 2002, a soli sei anni dopo che aveva servito a Malta, e dopo 17 bambini di età compresa tra i 10 ei 14 anni di età hanno riferito di aver ricevuto un’attenzione eccessiva a mani del sacerdote.

    Gli oneri sono stati presentati nel 2003 e P. Cini infine presentato un patteggiamento nel 2004, evitando un processo lungo e una possibile condanna carcere, e invece di essere atterrato con un due e una condanna a sei mesi in una comunità speciale.

    Il corretto italiano termine giuridico utilizzato è ‘patteggiamento’ – in altre parole, ha accettato la condanna per abbreviare il processo. Più tardi disse che gli fu consigliato di farlo, anche se si sentiva che era innocente e che si trattava di un caso di identità sbagliata.

    Egli ha affermato che la pressione senza nome ‘politico’ è stata esercitata su di lui per fargli prendere in questo modo legale. La sua richiesta è stata accolta con scetticismo piuttosto diffusa.

    Sebbene un certo numero di italiani rapporti dei media sostengono che era tornato a Malta per un certo tempo dopo la condanna, il maltese Curia insiste sul fatto che egli non è tornato a Malta dal 2004.

    L’abuso ha avuto luogo mentre don Cini era in Comunità Siloe a Sasso d’Ombrone, nel comune di Cinigiano vicino a Grosseto.

    Durante l’inchiesta, tutti i 17 bambini, accompagnati dai loro genitori, ha testimoniato di “un’attenzione eccessiva”, ha ricevuto dal sacerdote. Due computer sono stati presi da lui e gli investigatori hanno trovato la polizia ha sostenuto una storia di pagine web porno-pedofilia hanno stata letta.

    Dopo essere stato inviato a Cercemaggiore, la gente della piccola comunità si sono indignati per scoprire attraverso Internet, e attraverso un giornale locale, il passato torbido del nuovo parroco nella loro parrocchia.

    Alcune delle persone erano arrabbiati perché un tale prete era stata spinta su di loro senza che essi ricevono alcun preavviso, ma altri hanno contestato la protesta.

    Essi hanno affermato che, nei mesi che è stato nella nuova parrocchia, è riuscito ad attirare sempre più giovani alla Chiesa. Una protesta a lume di candela si è tenuta, alla presenza di molte persone, e 3.000 hanno firmato una petizione per chiedere al vescovo di farlo rimanere lì. E ‘stato inoltre affermato che, fin da quando era venuto a Cercemaggiore, il suo comportamento era stato “impeccabile”.

    Arcivescovo di Campobasso-Bojano, Mons. Giancarlo Bregantini, ha annunciato che il sacerdote è stato inviato altrove, chiudendo così la questione, almeno nella sua diocesi.

    http://mickeymalta.wordpress.com/2010/03/2…int-kidding-me/

    Recently, The Malta Independent on Sunday ran a number a stories about Fr Felix Cini who is a “Coespicua-born Maltese priest serving in Italy implicated in and condemned on paedophilia charges”. Both The Curia and Mrs Carmen Zammit have nothing to say about this issue. I reiterate. This is not a petty crime we’re talking about. It’s the most gruesome act a person can ever perform. But in reality, who can expect a strong believer to challenge his or her religious leaders? What if she’ll be condemned to eternal damnation by her all loving God for doing her job?

    Di recente, The Malta Independent di Domenica gestiva un numero a storie di don Felice Cini, che è un Coespicua “nato sacerdote maltese in servizio in Italia e condannato in implicati con l’accusa di pedofilia”. Questa non è una piccola criminalità di cui stiamo parlando. E ‘l’atto più orribile che una persona possa mai realizzare. Ma in realtà, che può aspettarsi un credente forte per sfidare il suo leader religiosi? Che cosa succede se lei sarà condannato alla dannazione eterna dalla sua tutte le amare Dio per fare il suo lavoro?