Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: processo

  • Alassio: centinaia di “fiammelle” per don Luciano Massaferro

    Alassio: centinaia di “fiammelle” per don Luciano Massaferro

    Alassio. Hanno certezze che nemmeno le indagini della magistratura sembrano aver scalfito. Si attaccano alle fiammelle fioche delle candele che tengono in mano, come se queste potessero far luce su una vicenda in gran parte ancora “oscura”. Sono i parrocchiani e amici di don Luciano Massaferro, che sfilano per le vie alassine per testimoniare la propria vicinanza a quel sacerdote che, per loro, è uno di famiglia.

    “Non siamo qui nè per fare accuse, nè per fare notizia – esordisce monsignor Giorgio Brancaleoni, vicario della Diocesi e attuale reggente della parrocchia affidata a “don Lu” – ma solo per pregare per un nostro fratello in difficoltà. Vogliamo solo la verità”. Parole a cui fanno seguito quelle scritte su un telegramma dal prete alassino chiuso in carcere con la pesante accusa di pedofilia, il quale ha voluto essere idealmente vicino ai suoi parrocchiani: “Sono con voi – ha scritto nero su bianco don Luciano – pregherò insieme a tutti voi nel corso di questa serata”. Una sorta di ringraziamento per chi, nel mare di dubbi sollevato dalle indagini, crede ciecamente nella sua innocenza.

    Sono quasi 500 i partecipanti alla fiaccolata partita alle 21,30 dalla chiesa di Sant’Ambrogio ad Alassio e intitolata “Canta e cammina, preghiamo insieme per don Luciano, i sacerdoti e la comunità”. Sul sagrato della chiesa di Sant’Ambrogio ci sono auto e pullman con a bordo fedeli che non hanno voluto mancare all’appuntamento di questa sera. A tutti è stato consegnato un libretto su cui è scritto: “Questa sera desideriamo camminare e cantare insieme e per essere vicini a don Luciano e a tutti i sacerdoti che sono nel bisogno. Desideriamo che le nostre voci entrino nel cuore Dio per affidargli don Luciano e la nostra chiesa”.

    Questa sera, nei cuori dei partecipanti, c’è solo la speranza – anzi, la convinzione – che i racconti di una ragazzina di undici anni che parlano di abusi e violenze ripetute, siano un grosso equivoco che non potrà che essere chiarito al più presto.

    Guarda le foto della fiaccolata qui: http://www.ivg.it/2010/04/26/alassio-centi…ro/#postcomment

    Lontano dalle fiaccolate e “dalla parte delle bambine di Alassio”

    Sono indignati, alcuni perfino disgustati, davanti alla difesa incondizionata di “un presunto pedofilo in attesa di giudizio”, come si legge online. Alcuni di loro hanno anche assistito alla fiaccolata “pro-don Luciano” organizzata ieri sera per le vie di Alassio, con gli occhi increduli di chi non condivide per nulla il pensiero delle centinaia di persone che sfilavano con le candele in mano e con la convinzione che il proprio amico-parroco sia vittima di un grosso equivoco.

    “Appena assistito alla processione per don Luciano – scrive Sonia su Facebook -. Mi auguro davvero che sia innocente perchè non voglio pensare a come possano essersi sentiti i familiari della bambina quando passava tutta quella gente con le fiaccole, striscioni e cartelli, cantando e pregando il Signore per riavere il prete libero! Ma possibile che tra tutta quella gente nessuno abbia il minimo dubbio che possa essere colpevole?”.

    Sonia è uno dei 277 membri del gruppo “Dalla parte delle bambine di Alassio” che trova scandaloso che si additi la presunta vittima di un abuso come “una bugiarda patologica e inattendibile” e un presunto pedofilo come persona innocente a prescindere. “Vergogna” è la parola più “battuta” sulla tastiera del computer e lanciata online. “Davanti all ingresso della chiesa hanno messo uno striscione gigantesco con scritto: “don Lu siamo con te”…vergogna!”: a dirlo è Sabina e a farle da eco arrivano in tanti. “E’ veramente nauseante, nauseante la diocesi e nauseanti i pecoroni” aggiunge Mara, mentre Donata non usa mezzi termini quando scrive: “Non una parola di carità cristiana verso la bambina, che vergogna, le ‘pie donne’ delle parrocchie di san Giovanni e di san Vincenzo dovrebbero vergognarsi”.

    E ancora: “Si professano cristiani e poi lapidano in pubblico una bimba indifesa, senza neanche porsi il minimo dubbio di chi sia veramente la vittima”, aggiunge Luca, mentre tutti guardano al 24 maggio, giorno dell’inizio del processo, come ad una data che renderà giustizia a quella bambina a cui nessuno sembra pensare. “Il 24 maggio inizierà il processo. Speriamo che la giustizia faccia del suo meglioe poi facciamo un pulmino per andare a trovare il don e dirgli tutto ciò che pensiamo!”.

  • Lontano dalle fiaccolate e “dalla parte delle bambine di Alassio”

    Lontano dalle fiaccolate e “dalla parte delle bambine di Alassio”

    Sono indignati, alcuni perfino disgustati, davanti alla difesa incondizionata di “un presunto pedofilo in attesa di giudizio”, come si legge online. Alcuni di loro hanno anche assistito alla fiaccolata “pro-don Luciano” organizzata ieri sera per le vie di Alassio, con gli occhi increduli di chi non condivide per nulla il pensiero delle centinaia di persone che sfilavano con le candele in mano e con la convinzione che il proprio amico-parroco sia vittima di un grosso equivoco.

    “Appena assistito alla processione per don Luciano – scrive Sonia su Facebook -. Mi auguro davvero che sia innocente perchè non voglio pensare a come possano essersi sentiti i familiari della bambina quando passava tutta quella gente con le fiaccole, striscioni e cartelli, cantando e pregando il Signore per riavere il prete libero! Ma possibile che tra tutta quella gente nessuno abbia il minimo dubbio che possa essere colpevole?”.

    Sonia è uno dei 277 membri del gruppo “Dalla parte delle bambine di Alassio” che trova scandaloso che si additi la presunta vittima di un abuso come “una bugiarda patologica e inattendibile” e un presunto pedofilo come persona innocente a prescindere. “Vergogna” è la parola più “battuta” sulla tastiera del computer e lanciata online. “Davanti all ingresso della chiesa hanno messo uno striscione gigantesco con scritto: “don Lu siamo con te”…vergogna!”: a dirlo è Sabina e a farle da eco arrivano in tanti. “E’ veramente nauseante, nauseante la diocesi e nauseanti i pecoroni” aggiunge Mara, mentre Donata non usa mezzi termini quando scrive: “Non una parola di carità cristiana verso la bambina, che vergogna, le ‘pie donne’ delle parrocchie di san Giovanni e di san Vincenzo dovrebbero vergognarsi”.

    E ancora: “Si professano cristiani e poi lapidano in pubblico una bimba indifesa, senza neanche porsi il minimo dubbio di chi sia veramente la vittima”, aggiunge Luca, mentre tutti guardano al 24 maggio, giorno dell’inizio del processo, come ad una data che renderà giustizia a quella bambina a cui nessuno sembra pensare. “Il 24 maggio inizierà il processo. Speriamo che la giustizia faccia del suo meglioe poi facciamo un pulmino per andare a trovare il don e dirgli tutto ciò che pensiamo!”.

    www.ivg.it/2010/04/27/lontano-dalle…ine-di-alassio/

  • Preti pedofili: Benedetto XVI coprì un sacerdote austriaco?

    Preti pedofili: Benedetto XVI coprì un sacerdote austriaco?

    di Dario Ferri
    Preti pedofili: Benedetto XVI coprì un sacerdote austriaco?
    pubblicato il 27 aprile 2010 alle 10:06 dallo stesso autore – torna alla home

    La storia del Cardinale Groer viene spesso portata ad esempio del comportamento cristallino di Joseph Ratzinger riguardo gli abusi del clero. Ma, svela il New York Times, basta guardare da vicino la storia per accorgersi che di incongruenze ce ne sono molte.

    Anche stavolta è il New York Times a portare all’attenzione dell’opinione pubblica il caso: i difensori di Papa Benedetto XVI hanno sempre portato ad esempio dell’attenzione con cui Joseph Ratzinger ha combattuto la pedofilia la questione del cardinale austriaco Hans Hermann Groer, dimessosi dai suoi ruoli a sei mesi dall’apparizione sui media delle accuse di molestia nei confronti di alcuni ragazzi nel 1995.

    BLOCCATO DAL VATICANO? – Nell’occasione, secondo i suoi difensori, Ratzinger si spese per una piena indagine interna, ma venne bloccato dai suoi superiori. Eppure un teologo bavarese dice che basta guardare con maggiore attenzione a quanto accaduto per rendersi conto che le cose andarono in maniera molto diversa. Ad esempio, si ricorda che la nomina di Groer fu apertamente sponsorizzata da Ratzinger nel 1986, quando l’allora cardinale fu pronto a consigliare Giovanni Paolo II sulla questione. E’ vero che oggi papa Benedetto ha incontrato le vittime della pedofilia, Ma mentre spesso, da cardinale, ha usato la sua influenza per far rispettare la dottrina e il clero emarginare i membri le cui opinioni erano divergenti dalla propria, sembrava meno disposto a quel tempo a perseguire aggressivamente i sexual offenders.

    IL CASO GROER – Groer è un caso particolare: aveva molti appoggi ed amicizie nella Curia Romana e condivideva con Giovanni Paolo II la devozione per la Vergine Maria. Quattro vescovi austriaci, tra cui il suo successore a Vienna, hanno considerato “moralmente certa” la responsabilità del cardinale nei casi di abuso. Alcune delle sue giovani vittime, il cui numero varia da 12 a 30, hanno raccontato che il cardinale chiedeva loro di seguirlo nel confessionale, faceva togliere i vestiti e quindi abusava di loro. Groer però non ha mai confessato nulla. E’ scomparso dalla vita pubblica, si è ritirato in un convento da lui fondato e lì ha vissuto fino alla sua morte nel 2003. Padre Kreen, il favorito alla promozione nel ruolo superato da Groer, era anche lui sospettato di non saper reprimere i suoi gusti sessuali – era stato beccato con materiale pedopornografico – ma venne bocciato perché non aveva una laurea in teologia, ma solo quella in filosofia, come fece notare l’allora cardinale Ratzinger.

    I PICCOLI ANGELI – Il problema è che i sospetti su Groer erano ben precedenti al periodo della sua nomina. Il reverendo Udo Fischer, un prete che ha partecipato al seminario maschile Hollabrunn nell’Austria orientale nel 1960 e primi anni 1970, dove il cardinale Groër aveva vissuto e insegnato per decenni, ha detto che nel 1985 ha personalmente messo in guardia l’abate del loro monastero benedettino locale su comportamento inadeguato del Cardinale con i ragazzi, che egli spesso definiva “piccoli angeli”. Fischer stesso era stato oggetto di attenzioni particolari da parte di Groer, e per questo quando seppe della sua nomina a cardinale si lamentò con l’Abate Clemens Lashofer di Göttweig per l’accaduto, ed egli gli rispose che non aveva ricevuto domande sul tema da parte del Nunzio vaticano, aggiungendo che “forse significa che non volevano sapere“.

    LA CALUNNIA E’ UN VENTICELLO – Le voci che circondavano il cardinale Groër andavan però oltre la cerchia di coloro che hanno subito le mani. Josef Votzi, il giornalista che ha rotto lo scandalo nel 1995 nella rivista Profil, è un alunno di Hollabrunn e ha detto che anche tra i membri del personale dell’Arcidiocesi di Vienna che lui ha intervistato la storia era “un segreto di Pulcinella”. Nel 1995 la vittima si fece avanti, dicendo che l’arcivescovo , allora il suo insegnante di religione e confessore, aveva abusato sessualmente di lui per quattro anni, due decenni prima a Hollabrunn. A Roma, qualche settimana dopo, secondo il Cardinale Schönborn, il cardinale Ratzinger in una conversazione a porte chiuse gli rivelò che voleva istituire una commissione d’inchiesta, ma venne fermato. “Questo per me è una delle migliori indicazioni che so per esperienza personale che il Papa di oggi ha avuto un molto deciso, chiaro di gestire casi di abuso“, ha detto. “E ‘diventato ben presto chiaro che la corrente che regnava a Roma non era quella che esigeva chiarezza qui. Il Cardinale Ratzinger mi ha detto che dall’altra parte, il lato diplomatico, aveva prevalso“. Il “lato diplomatico“, dicono gli austriaci, era guidato dal segretario di Stato vaticano, il cardinale Angelo Sodano, e dall’arcivescovo Stanislaw Dziwisz, segretario personale di Giovanni Paolo II.

    RETICENZE E OMISSIONI – Schonborn però non riesce a spiegare come mai Ratzinger avesse influenza sulla scelta dei cardinali, ma non sull’apertura di indagini su di loro: “Io non posso spiegare tutto, so solo che è andata così“. Nelle lettere che l’attuale papa ha inviato ai membri del clero austriaco dopo lo scandalo, non fece menzione degli abusi sessuali dell’arcivescovo, avvisando invece i vescovi di non cedere terreno sulle proposte riformiste dei movimenti cattolici di base. Nel 1996, il cardinale Groër è stato nominato capo di un convento in Germania, sotto la supervisione di Göttweig, e appariva ancora alle funzioni ufficiali della Chiesa. Questo ha scatenato una ribellione alla fine del 1997 tra alcuni dei suoi ex allievi e le vittime, che hanno chiesto le sue dimissioni. Di fronte a tali sconvolgimenti, i funzionari della chiesa rimossero il cardinale Groër dal convento e lo rimandarono a gennaio al convento dove aveva vissuto dopo che era stato costretto all’addio nel 1995. Poco tempo dopo, Giovanni Paolo II ha approvato una indagine del Vaticano.

    DARE IL SILENZIO COME SPIEGAZIONE – Ma nessun risultato dell’indagine è stato mai reso pubblico, e il Cardinale Groër non è mai comparso di fronte ad un giudice chiesa né è stato destinatario un rimprovero pubblico di Roma, per non parlare di un processo secolare. Molti nel clero austriaco hanno criticato quello che hanno visto come un tentativo da parte di Roma di proteggere un cardinale, ignorando le vittime che chiedono giustizia. Gottfried Schatz, il numero due del Göttweig che aveva contribuito a guidare la protesta contro il cardinale Groër, ha lasciato nel settembre 1998 e ha chiesto la rimozione dal sacerdozio, cosa che gli è stata concessa insolitamente presto, entro un anno. “Hanno fatto tanto quando avevano davanti l’indignazione pubblica, e non di più“, secondo Padre Schermann.

    http://www.giornalettismo.com/archives/61008/preti-pedofili-benedetto-xvi/

  • Abusi in seminario, l’appello al via con una nuova perizia

    Abusi in seminario, l’appello al via con una nuova perizia

    Battaglia sulla parte informatica Per la difesa ci sono prove dell’uso del computer mentre il sacerdote celebrava messa

    Brescia. Don Marco Baresi torna in aula, davanti ai giudici della corte d’appello di Brescia dopo la condanna in primo grado, nel maggio scorso, a sette anni e mezzo per violenza sessuale, per aver abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media del seminario diocesano, e divulgazione di materiale pedopornografico, per aver scaricato da eMule centina e centinaia di files dal contenuto inequivocabile archiviati su una memoria esterna e cancellati in maniera maldestra pochi giorni prima dell’arresto.

    E I SUOI SOSTENITORI, il gruppo «FreeDON», non lo lasciano solo nemmeno stavolta e fanno capannello all’esterno dell’ingresso del palazzo di giustizia: ragazzi e ragazze e suore tutti uniti a sostenere il loro don, il sacerdote che per questi giovani è stato condannato ingiustamente.
    In aula, davanti ai giudici Daniela Genalizzi, Enzo Rosina e Umberto Russo, le parti si sono date subito battaglia sulla «parte informatica» della vicenda. I difensori, gli avvocati Luigi Frattini e Stefano Lojacono, hanno chiesto il rinnovamento del dibattimento per quanto riguarda proprio la parte informatica.
    GRAZIE a una consulenza la difesa avrebbe le prove che il computer del sacerdote è stato usato per scaricare files inequivocabili anche mentre don Baresi era altrove: ci sarebbero prenotazioni di files pedopornografici mentre don Marco stava celebrando messa e non poteva essere intento a navigare via Internet per fare ordinazioni a luci rosse. La consulenza confermerebbe quanto dichiarato anche nel processo di primo grado dal sacerdote, che ha sempre sostenuto di non essere l’unica persona (ma non ha fatto altri nomi) che aveva accesso al suo computer.
    Sulla richiesta presentata dalla difesa la camera di consiglio è durata a lungo ed è terminata con un’ordinanza che ha disposto la convocazione per il prossimo 6 maggio del perito Stefano Manfredi del Ris di Roma, che ha effettuato la perizia per il tribunale. Prima di decidere sulla richiesta di rinnovamento del dibattimento, infatti, i giudici vogliono avere alcune risposte tecniche preliminari.

    NELLA PROSSIMA udienza, quindi, al perito verrà conferito un incarico per ottenere risposte e permettere ai giudici di capire se il processo d’appello comprenderà anche una nuova parte dibattimentale.
    In aula anche don Marco Baresi: clergyman grigio, aria serena, il sacerdote ha atteso con i legali l’esito della prima udienza. Il sacerdote era finito nei guai nel novembre del 2007 dopo le accuse di un ragazzino che aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva ancora 14 anni e frequentava la scuola media del Seminario. Dalla scuola il ragazzo, che nel processo è parte civile, era stato allontanato per alcuni problemi, ma non aveva rivelato nulla ai genitori. Le sue rivelazioni sono state successive. Seguito da una psicologa per altri problemi, il ragazzino (diventato maggiorenne nel corso del primo processo) aveva raccontato l’intera vicenda. La psicologa a quel punto aveva avvisato i genitori che avevano formalizzato la denuncia alla polizia.

    Wilma Petenzi

    Don Baresi: è cominciato l’Appello
    martedì 27 aprile 2010

    E’ iniziato davanti ai giudici Daniela Genalizzi, Enzo Rosina e Umberto Russo della corte d’appello di Brescia il processo di secondo grado a carico di don Marco Baresi, l’ex vice direttore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano, condannato in primo grado a sette anni e mezzo (leggi qui) perché riconosciuto colpevole di violenza e abusi sessuali compiuti nel 2004 ai danni di un ragazzo (14enne all’epoca di fatti) che frequentava la scuola media del seminario, nonché di divulgazione di materiale pedopornografico per aver scaricato dalla rete con il proprio computer centinaia di video porno.
    La difesa, rappresentata dagli avvocati Luigi Frattini e Stefano Lojacono, ha chiesto un nuovo dibattimento sull’aspetto informatico della vicenda, intendendo dimostrare che il computer del religioso sarebbe stato sicuramente usato da qualcun altro in sua assenza.
    Come don Baresi ha sempre sostenuto e come dimostrerebbe l’analisi dei files fatta da un consulente di parte il quale avrebbe scoperto operazioni effettuate mentre il prelato stava celebrando la messa.
    Prima di concedere un nuovo dibattimento, la corte ha disposto la convocazione per il prossimo 6 maggio del perito Stefano Manfredi del Ris di Roma, che ha effettuato la perizia per il tribunale.
    Come si ricorderà, le accuse al sacerdote di Chiari (che è ai domiciliari e lunedì era presente in aula) risalgono all’estate 2007, quando il 14enne che aveva subito le violenze, dopo un lungo periodo di terapia psicologica aveva trovato la forza di parlare denunciando l’accaduto e le pesanti attenzioni sessuali subite. In novembre il religioso era pure stato incarcerato (leggi la notizia).
    Anche all’appello sono presenti fuori dal tribunale i suoi sostenitori del gruppo «FreeDon», che lo considerano perseguitato dalle false accuse di pedofilia.
    Si tratta di famiglie, ragazzi e ragazze, suore che animano un sito internet innocentista pro don Baresi dove si raccolgono adesioni e si firmano appelli in suo favore (vai al sito).

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/18093/218/

  • “Il N. Y. Times non è anti-cattolico sugli scandali Vaticano reticente”

    “Il N. Y. Times non è anti-cattolico sugli scandali Vaticano reticente”

    Usa, l’articolo del garante dei lettori del quotidiano: “La Curia ha insabbiato”. “Il gornale ha il dovere di seguire le vicende fin dove conducono, anche alla porta del Papa”
    di CLARK HOYT

    UN ALTO esponente del Vaticano ha dichiarato che il New York Times “pecca di scorrettezza quando tratta di Papa Benedetto”. L’arcivescovo di Brooklyn ha esortato i suoi parrocchiani a tempestare il giornale di messaggi accusandolo di accanirsi contro la chiesa cattolica. Anche i lettori del Wall Street Journal e di altre pubblicazioni hanno attaccato il quotidiano. Centinaia di persone hanno scritto anche a me.

    Il New York Times non è certo l’unico tra i giornali mondiali ad essersi occupato dello scandalo degli abusi sessuali nella chiesa cattolica, che recentemente ha toccato anche l’arcidiocesi tedesca un tempo di papa Benedetto XVI. Ma è stato in particolare un articolo del mese scorso a toccare un nervo scoperto. Sulla base di documenti giudiziari, il quotidiano è entrato nel merito di come gli esponenti della chiesa locale e il Vaticano gestirono il caso di un prete di Milwaukee accusato di aver molestato addirittura 200 bambini sordi. E ha affermato che alti esponenti del Vaticano, tra cui l’allora cardinale Joseph Ratzinger, non intervennero riducendo Padre Lawrence Murphy allo stato laicale, nonostante i ripetuti appelli dei vescovi americani, secondo i quali la mancata punizione avrebbe messo in imbarazzo la chiesa.

    Il caso Murphy, nella cronaca che ne ha fatto il New York Times, documentata da atti giudiziari pubblicati sul sito web del quotidiano, si può riassumere in questi termini: Murphy prestò servizio presso una scuola cattolica per bambini non udenti dal 1950 al 1974. Benché fosse giunta notizia ai tre arcivescovi succedutisi a capo della diocesi che il sacerdote molestava i bambini, Murphy fu trasferito in sordina nel Wisconsin settentrionale, dove continuò per 24 anni a lavorare con bambini nelle parrocchie e in un carcere minorile. I vertici ecclesiastici non lo denunciarono mai alle autorità giudiziarie, e non venne dato seguito alle denunce presentate dalle vittime e dai loro familiari alla polizia e ai pubblici ministeri. Nel 1996, dopo più di 20 anni dal trasferimento di Murphy, l’arcivescovo di Milwaukee, Rembert Weakland, scrisse a Ratzinger informandolo di essere appena venuto a conoscenza di un atto particolarmente grave compiuto dal sacerdote, ossia adescamento in confessionale, a scuola. Pur non avendo ricevuto risposta, Weakland diede avvio ad un processo ecclesiastico. Preoccupato per i termini di prescrizione del reato, si rivolse ad un altro ufficio a Roma per ottenere una deroga, ma fu reindirizzato all’ufficio di Ratzinger.

    Dopo otto mesi, il vice di Ratzinger, Cardinal Tarcisio Bertone, oggi seconda massima carica del Vaticano, autorizzò un processo che avrebbe potuto condurre all’allontanamento di Murphy dal sacerdozio. Ma Murphy si appellò a Ratzinger, sostenendo che le accuse si riferivano a più di 25 anni prima, che ormai aveva 72 anni ed era in cattive condizioni di salute, e che si era pentito. Bertone allora suggerì di intervenire senza arrivare all’allontanamento. Weakland disse che in un incontro in Vaticano non riuscì a persuadere Bertone ed altri alti prelati a far proseguire il processo, interrotto nel 1998, poco prima della morte di Murphy. Questa versione dei fatti è documentata.

    Molti lettori, inclusi esponenti religiosi, hanno inteso l’articolo come un attacco diretto a Papa Benedetto XVI. Ma molte delle critiche mosse non reggono. Scivendo sul National Review Online, Raymond J. de Souza, sacerdote e docente presso la Queen’s University dell’Ontario, dice che il New York Times accusa Ratzinger di “essere intervenuto” per salvare Murphy. Non è così. L’articolo non stabilisce il ruolo di Ratzinger, se mai lo abbia avuto, si limita a dire che le comunicazioni riguardanti il caso Murphy furono indirizzate a Ratzinger e che il suo vice intervenne. C’è una bella differenza.
    Alcuni lettori dicono che il New York Times è anti-cattolico. Si chiedono come mai non dia pari risalto a vicende di abusi sessuali nelle scuole, o in altre religioni. Altri sostengono che con Benedetto XVI la reazione del Vaticano a questi casi è migliorata, sono state snellite le procedure per dar seguito alle denunce e scusarsi con le vittime. Ma sarebbe irresponsabile ignorare le continue rivelazioni, come quelle relative ai tempi in cui Benedetto XVI era arcivescovo a Monaco di Baviera.
    Che piaccia o meno, esistono circostanze che hanno legittimato questo andazzo per anni, incluso un sistema ben documentato di negazione e insabbiamento in un’istituzione con miliardi di seguaci. Per quanto doloroso sia, il giornale ha l’obbligo di seguire la vicenda fin dove conduce, anche alla porta del Papa.
    (© New York Times/la Repubblica. Traduzione di Emilia Benghi)

    (26 aprile 2010)

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/26/news/nyt_vaticano-3622813/

  • I parroci promuovono una fiaccolata per don Luciano

    I parroci promuovono una fiaccolata per don Luciano

    25 aprile 2010

    Una fiaccolata dei fedeli per don Luciano Massaferro, il parroco di Alassio arrestato il 29 dicembre scorso con l’accusa di aver violentato una sua chierichetta di 12 anni, è stata promossa dalle parrocchie di San Vincenzo e San Giovanni insieme alla diocesi di Albenga/Imperia per domani sera. Hanno annunciato l’adesione sia i parrocchiani sia diversi sacerdoti della stessa diocesi.

    Il prete attualmente si trova rinchiuso nel carcere di Valle Armea a Sanremo e il prossimo 24 maggio dovrà presentarsi in tribunale a Savona per la prima udienza del processo. A difendere il prete saranno gli avvocati Mauro Ronco e Alessandro Chirivì che più volte hanno presentato istanza di scarcerazione per il loro assistito. Inizialmente detenuto nel carcere di Chiavari, don Luciano Massaferro era stato poi trasferito in quello sanremese ospite in una cella dove sono detenute altre sette persone.

  • La storia di don Luciano finirà in televisione

    La storia di don Luciano finirà in televisione

    Tra un mese sarà processato con l’accusa di aver abusato di una bambina di dodici anni. Nel frattempo il comitato di parrocchiani che è stato costituito ad Alassio e che è convinto della sua innocenza, vuole portare la sua storia in televisione

    La vicenda di don Luciano Massaferro potrebbe arrivare in televisione. A un mese esatto dall’apertura del processo che vede il sacerdote alassino imputato di molestie nei confronti di una bambina, il comitato sorto in sua difesa sta pensando a nuove iniziative, anche eclatanti. Anzi, a dire il vero gli amici di don Luciano stanno già da un po’ di tempo lavorando per contattare politici, persone note e soprattutto qualche trasmissione televisiva per cercare di far conoscere a tutti una vicenda che loro ritengono un’enorme ingiustizia, nonostante la magistratura la pensi in modo diametralmente opposto.

    «Il nostro intento è quello di portare la storia di don Luciano all’attenzione di tutti, e contatteremo chiunque possa darci una mano – afferma Carla Bisello, fondatrice del comitato in difesa di don Luciano -. Sappiamo che è un momento delicato per tutta la Chiesa, e difendere un sacerdote in questi momenti non è facile. Però quella di don Luciano è una storia particolare per come è nata, per come è stata vissuta da lui e per come è stato trattato, quindi non può essere vittima di un clima che non riguarda solo lui o questa diocesi ma tutta la Chiesa. È per questo che quando facciamo le iniziative gli alassini e tante persone partecipano con convinzione. Vogliamo allargare più possibile il numero delle persone che conoscono questa storia e che la prendano a cuore».

    L’imminenza del processo, che inizia il 24 maggio, impone tempi strettissimi.

    «In effetti stiamo rivedendo i nostri piani, perché bisognerà vedere cosa si può fare prima di quella data, cosa deve o può essere fatto dopo. Nei prossimi giorni valuteremo cosa fare».

    Nel frattempo c’è un appuntamento imminente, quello con la fiaccolata di lunedì sera, che dalla chiesa di Sant’Ambrogio porterà i fedeli fino alla parrocchia di San Vincenzo, quella di don Luciano.

    Una fiaccolata organizzata dalla diocesi, dedicata come recitano i manifesti affissi in tutta la riviera a tutti i sacerdoti della diocesi e in particolare a don Luciano.

    Un’iniziativa che servirà anche a “tastare il polso” dei sostenitori del sacerdote all’indomani del rinvio a giudizio.

    «Dobbiamo essere in tanti – prosegue Bisello -, perché dobbiamo dimostrare di non essere quattro fanatici religiosi, ma persone che conoscono don Luciano, che lo apprezzano e che sono convinte che non abbia fatto nulla di male. Dobbiamo far sentire la nostra vicinanza e la nostra solidarietà a questa persona che è un nostro amico e il nostro parroco. È per questo che in questi giorni abbiamo un po’ accantonato le altre iniziative: siamo concentrati a fare in modo che la fiaccolata riesca meglio possibile, poi da martedì ricominceremo subito a organizzare altre cose».

    Come stanno andando le adesioni al comitato e alla raccolta di fondi?

    «Non si tratta di una vera e propria raccolta di fondi, ma semplicemente di una forma di adesione al comitato, e l’euro versato da ciascuno serve semplicemente per pagare parte delle piccole spese che sosteniamo, nulla di più. Le adesioni ci sono, e soprattutto ci sono tante persone che in vari modi mostrano la loro vicinanza e solidarietà non a noi, ma a don Luciano».

    Persone che si ritroveranno probabilmente lunedì sera alle 21 in piazza Sant’Ambrogio, e soprattutto che stanno attendendo con il fiato sospeso il trascorrere di questo mese che separa dall’inizio del processo, quando convinzioni personali, supposizioni e anche le polemiche dei mesi passati cominceranno a lasciare il passo alle prove, alle testimonianze e infine al giudizio che dovrà stabilire la verità sulla torbida vicenda di don Luciano Massaferro.

  • Oggi l’Appello per don Mauro

    Oggi l’Appello per don Mauro

    Il processo L’ex parroco di Laglio è stato condannato a otto anni in primo grado
    Il sacerdote è accusato di violenza sessuale su un ragazzo

    Si apre oggi davanti alla Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado a don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio, già condannato dai giudici di Como a otto anni per violenza sessuale su un ragazzo minorenne all’epoca dei fatti.

    Il sacerdote, dopo essere stato spostato a Colico dall’allora vescovo Alessandro Maggiolini, in seguito alla condanna di Como è stato poi rimosso dall’attuale vescovo Diego Coletti.

    EX PARROCO LAGLIO: “NON SONO COME PRETI PEDOFILI” «Non voglio essere paragonato ai preti pedofili, ma non ho paura della condanna, non ho paura di essere condannato per ciò che non ho fatto; esiste un altro giudice di cui bisogna avere paura». Così don Mauro Stefanoni, 41 anni ex parroco di Laglio (Como) nel corso delle sue dichiarazioni spontaneee che ha fatto nell’udienza davanti alla prima corte di Appello di Milano dove è alla sbarra per i reati di violenza sessuale aggravata. In primo grado don Mauro, venne condannato a otto anni di reclusione il 29 maggio dello scorso anno dal Tribunale di Como. Il sacerdote è accusato di aver abusato sessualmente in un ragazzo affetto da disabilità mentale, all’epoca quindicenne, a lui affidato e che frequentava l’oratorio della parrocchia del paese celebre perchè l’attore George Cooney ha comprato una villa sul lago. L’udienza è stata aggiornata per la replica delle difese al 4 giugno prossimo, quando presumibilmente ci sarà la sentenza. Il pg Piero De Petris ha chiesto la conferma della condanna di primo grado: otto anni di reclusione. Don Mauro, maglione blu su un paio di pantaloni grigi, si è rivolto alla Corte spiegando di essere innocente e ricordando ai giudici l’esito di una perizia medica che dimostrerebbe la impossibilitàper il sacerdote ad avere rapporti sessuali. «È stato come se avessi affrontato i tre stadi di una malattia quando questa storia mi è caduta addosso -ha detto il sacerdote – la prima fase è l’incredulità, la seconda è la rabbia, la terza la rassegnazione. Ma come fa un cittadino normale a dimostrare la sua innocenza? Come fa? Che strumenti ha per dimostrare la sua innocenza? l’unica cosa che mi è rimasta è l’orgoglio,una fiammella ancora accesa che mi fa dire che io non sono come i preti pedofili».

    22 Aprile 2010
    18.25 PEDOPORCI: DON MAURO TORNA DAI GIUDICI LAGLIO

    Don Mauro Stefanoni, l’ex parroco di Laglio e Brienno condannato a otto anni di galera il 29 maggio del 2008 domani dovrebbe tornare davanti ai Giudici. È fissato, infatti, in Corte d’Appello di Milano il processo di secondo grado voluto dallo stesso religioso che non ha mai accettato quella condanna tantomeno l’accusa di essere, detta terra a terra, un porco. La vicenda è ben scandalosa nota anche per i colpevoli silenzi della Curia comasca che, anzi, si schierò addirittura contro anche e soprattutto la nostra redazione che ‘osò’ a suo tempo dare notizia dell’arresto del prete quando un mercoledì fu prelevato dalla Squadra Mobile di Como durante un pranzo di nozze e sbattuto dentro con l’accusa di violenze sessuali ai danni di un ragazzino, all’epoca 14enne, con lievi difficoltà mentali fu un processo contorto con anche la drammatica testimonianza della stessa vittima. La linea difensiva era quella di un complotto ordito ai suoi danni dai famigliari del ragazzino perché aveva ‘innovato’ l’oratorio di Laglio mettendo internet e uno schermo tv con abbonamento pay tv per le partite. Questo, stando al don presunto porco, comprometteva gli affari del bar di alcuni parenti del ragazzino. Don presunto porco disse addirittura che Laglio era un paese di ubriaconi.
    Dopo la condanna di primo grado denunciò trenta persone per falsa testimonianza, in pratica tutti i testimoni della difesa a suo avviso raccontarono balle: Da chi ha svolto le indagini su disposizione della Procura, come gli agenti della squadra mobile della Questura, ai genitori e agli amici più stretti della vittima. Don Mauro, assistito dai suoi avvocati Don Mauro rimase per un certo periodo agli arresti domiciliari dai genitori a Cantù e poi l’allora Vescovo di Como, Alessandro Maggiolini, lo mandò come coaudiutore all’oratorio di Colico, paese dell’Alto Lario lecchese che alla notizia si incazzò di brutto con Vescovo Alex che a sua volta si incazzò con Nadirpress per aver osato ancora una volta sollevare la questione che lui sperava finisse in dimenticatoio. In realtà la cosa esplose in modo virulento nelle cronache nazionali e Vescovo Alex finì sotto inchiesta per favoreggiamento insieme a Monsignor Enrico Bedetti e Monsignor Oscar Cantoni, attuale Vescovo a Crema: in sostanza avevano, sicuramente un ‘buonissima fede’ fatto in modo che don presunto porco, venisse a conoscenza delle indagini prima che gli fosse notificato l’avviso di garanzia. Le intercettazioni fecero capire che si rischiava l’inquinamento delle prove e il sostituto procuratore Maria Vittoria Isella ottenne l’ordinanza di sbattetelo dentro. Don Mauro, dunque, domani dovrebbe tornare sul banco degli imputati. Perlomeno è fissata la prima udienza insieme a tante altre e bisogna vedere se ci sarà il tempo necessario per aprire il dibattimento. Già fissate diverse udienze. I motivi d’appello sono contenuti in un memoriale di oltre 300 pagine. La sentenza di condanna in primo grado fu pronunciata attorno alle 13.30 del 29 maggio di due anni fa dal Collegio giudicante presieduto da Alessandro Bianchi. Lui non era presente. C’erano i suoi avvocati, Guido Bomparola e Massimo Martinelli. “Siamo sicuri che in Appello sarà confermata la sentenza l’avvocato di parte civile che assiste il ragazzo e i famigliari, Nuccia Quattrone L’inchiesta su don Mauro e i suoi presunti abusi di natura sessuale è partita nel 2005. Adesso don Mauro svolge attività d’altro genere in un ufficio a Como dopo che Vescovo Coletti, ben più prudente del predecessore, ha preferito sospenderlo in attesa di sentenza definitiva. Una volta arrivata quella, per don Mauro si aprirà il processo canonico che dovrà stabilire se ancora degno di indossare l’abito religioso

    Pedofilia, ex parroco di Laglio a processo: “Sono innocente”

    Don Mauro condannato a 8 anni di reclusione in primo grado per violenza sessuale aggravata su un minorenne con un deficit mentale, rende dichiarazioni spontanee in Corte d’Appello a Milano e respinge le accuse

    Milano, 23 aprile 2010 – “Non voglio essere comparato ai preti chi si sono macchiati di pedofilia. Io sono innocente”. Don Mauro Stefanoni, 41 anni, l’ex parroco di Laglio, in provincia di Como, condannato a 8 anni di reclusione in primo grado per violenza sessuale aggravata su un minorenne con un deficit mentale, rende dichiarazioni spontanee al processo d’appello e respinge le accuse.

    Maglione blu su pantaloni grigi, Don Mauro racconta, talora con voce incerta, il suo stato d’animo di fronte a quella che definisce una “spiacevole storia che mi ha travolto”. “È stato come se mi avessero diagnosticato una malattia – dice il parroco sospeso dalla Curia di Como – all’inizio ho provato incredulità, poi rabbia e adesso rassegnazione. La fiammella di orgoglio che ancora ho dentro è per chi mi vuole bene. Anche ieri sera, ho ricevuto tanti sms da parte di chi continua a seguirmi”.

    Il prete è accusato di aver abusato di un suo parrocchiano di 15 anni dall’agosto del 2003 al 21 ottobre 2004. «Come può difendersi una persona che non ha strumenti per farlo? Perchè cercare una verità giudiziaria quando la verità vera è così palese? – si domanda Don Stefanoni, che poi aggiunge: «Non ho paura di essere condannato perché l’ho sempre detto ai miei parrocchiani che alla fine esiste un giudice».

    Prima delle dichiarazioni, il pg Piero De Petris aveva svolto la requisitoria chiedendo la conferma degli otto anni di carcere inflitti il 29 maggio del 2008 dal Tribunale di Como. Il rappresentante dell’accusa ha parlato di “reiterazione” e “gravità dei fatti”, sottolineando che sono stati commessi su una persona che, anche a causa della sua disabilità, non aveva strumenti per difendersi. I legali di parte civile hanno ricordato che il ragazzino vittima degli abusi, “spontaneo, gentile, e bisognoso di tanto affetto” aveva mentalmente otto anni e non quindici. Nella prossima udienza fissata al 4 giugno spazio alle difese e poi sentenza.

    Fonte Agi

    Don Mauro in appello per ribaltare gli otto anni per la violenza
    giovedì 22 aprile 2010

    Da domani a Milano tocca a don Mauro Stefanoni, ex parroco di Laglio, condannato in primo grado a Como ad otto anni per violenza sessuale su un ragazzino minorenne. Il via del processo bis è in programma per venerdì mattina davanti ad un collegio composto da tre donne. Saranno loro a giudicare il comportamento del religioso che da parte sua ha sempre respinto con forza e sdegno tutte le accuse rivolte dalla Procura lariana. I suoi legali sono pronti a dare battaglia per cercare di dimostrare la sua estraneità delle pesanti accuse.

    Don Mauro, intanto, ha lasciato la Curia ed è andato a lavorare in un ufficio a Como. Dopo l’appello a Milano, per l’ex parroco di Laglio si aprirà un’altra parentesi importante: il processo canonico per decidere il suo futuro nella Diocesi lariana. Attualmente è sospeso.

  • Bugie vaticane. Dimesso per “motivi di salute” vescovo Miami. Coprì preti pedofili

    Bugie vaticane. Dimesso per “motivi di salute” vescovo Miami. Coprì preti pedofili

    “Coprì alcuni preti” cacciato il vescovo di Miami Linea dura di Ratzinger, si “dimette” Favalora

    Nel 2002 si trovò a gestire le accuse contro 45 sacerdoti e un prelato che molestò una donna. Il Papa ha preferito sostituirlo, ma fu il prelato a mettere al bando i Legionari di Cristo di MARCO ANSALDO

    CITTÀ DEL VATICANO – Il caso pedofilia nella Chiesa fa saltare un’altra testa nelle alte sfere del clero. Si è dimesso ieri, ufficialmente per motivi di salute, il vescovo di Miami, monsignor John C. Favalora. Dimissioni arrivate con otto mesi di anticipo rispetto alla scadenza naturale di 75 anni, età consueta di pensionamento per un porporato. Benedetto XVI ha accettato la lettera, e già nominato il suo successore, monsignor Thomas G. Wenski, proveniente da un’altra diocesi americana.

    Nel 2002, negli Stati Uniti, durante la prima ondata dello scandalo pedofilia, il vescovo Favalora si trovò a gestire le accuse contro 45 preti della sua diocesi. Non mancarono le critiche per il suo operato, con l’accusa di aver coperto alcuni sacerdoti e anche un prelato che molestò una donna.
    Favalora non ha mai ammesso le proprie responsabilità, e si è infine dimesso in base al secondo comma dell’art. 401 del codice di Diritto Canonico, che prevede ragioni di salute o gravi impedimenti. Il vescovo, che ha al momento 74 anni, aveva chiesto alcuni mesi fa al Papa di essere affiancato da un coadiutore con diritto di successione. Il coadiutore sarebbe poi subentrato al compimento del 75esimo anno, quando all’arcivescovo di Miami sarebbe stato possibile dare le dimissioni per ragioni di età. Ma il Vaticano, nella linea della tolleranza zero annunciata da Benedetto XVI, ha deciso di tagliare corto. Ratzinger, sull’onda delle polemiche internazionali per lo scandalo pedofilia, e nello spirito di severità esposto nelle sue dichiarazioni, ha preferito sostituirlo direttamente.

    Favalora fu, comunque, uno dei primi vescovi ad adottare le nuove linee-guida invocate dalla Conferenza episcopale americana contro la pedofilia. A tal punto si spinse la sua azione che lo scorso ottobre fu criticato per aver autonomamente messo al bando, nella sua arcidiocesi, i Legionari di Cristo e il Movimento Regnum Christi, oggi sottoposti dal Papa a visita apostolica dopo che è emersa la doppia vita del loro fondatore, Marcial Maciel. Un passo che giunse prima di una eventuale decisione della Santa Sede sui Legionari, e che formalmente deve ancora arrivare anche se numerose testimonianze parlano di un probabile commissariamento del movimento. Maciel, il religioso messicano che morì nel 2008 e che aveva avuto figli da diverse donne finendo denunciato per stupro, si era rifugiato nell’ultimo periodo della sua vita proprio a Miami, dopo che il nuovo Papa aveva riaperto le inchieste contro di lui e, non potendolo processare perché troppo malato, gli aveva proibito di continuare il ministero, compresa la possibilità di celebrare.

    Monsignor Favalora, mettendo i Legionari al bando – da ottobre 2009 non possono esercitare alcun ministero nel territorio dell’arcidiocesi – si era dunque mostrato molto severo con l’organizzazione sotto accusa. Già prima di questa decisione, peraltro, il presule era finito nel mirino dei tradizionalisti per aver tollerato alcune violazioni liturgiche nella sua stessa cattedrale.
    Solo la scorsa settimana, il 16 aprile, aveva affrontato estesamente il problema della pedofilia in un articolo pubblicato sul sito della sua diocesi. “Il processo di ammettere la propria peccaminosità è doloroso – aveva scritto – e i vescovi europei faranno quel che hanno fatto i vescovi negli Usa: introdurre politiche di tolleranza zero per chi abusa”.

    (21 aprile 2010)

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/04/21/news/copr_alcuni_preti_cacciato_il_vescovo_di_miami_linea_dura_di_ratzinger_si_dimette_favalora-3498727/

  • Pedofilia. Il Vaticano ha taroccato le linee guida?, Nessun obbligo di denuncia

    Pedofilia. Il Vaticano ha taroccato le linee guida?, Nessun obbligo di denuncia

    di Paolo Flores d’Arcais, “Il Fatto Quotidiano”, 20 aprile 2010

    Quattro domande al responsabile della Sala Stampa vaticana
    Il Vaticano ha taroccato il documento sulla pedofilia?

    Le quattro domande cruciali
    1) Le “linee guida” sono un testo che risale interamente al 2003, “attribuibile all’allora cardinal Ratzinger”, o sono state introdotte modificazioni e/o interpolazioni nei giorni precedenti la pubblicazione on line?
    2) Se l’ordine del Vaticano era di rispettare le leggi civili di ciascun paese, come mai nessun vescovo ha denunciato un prete pedofilo anche nei paesi dove tale denuncia è obbligatoria? Una rivolta di quei vescovi contro il volere del Papa?
    3) Perché Karol Wojtyla ha approvato la lettera con cui il cardinal Castrillon Hoyos si felicitava e solidarizzava con il vescovo di Bayeux-Lisieux mons. Pierre Pican che non avendo denunciato un prete pedofilo era stato condannato dalla giustizia francese a tre mesi con la condizionale? Il Papa contro il Papa? O addirittura il cardinal Ratzinger contro Giovanni Paolo II?
    4) Perché non vengono aperti gli archivi della Congregazione della dottrina della fede sui casi di pedofilia, e consegnati alle autorità giudiziarie, in modo che anche la giustizia terrena possa fare il suo corso, secondo le leggi vigenti in ciascun paese?

    Caro Padre Lombardi, nell’aprile del 2001, quando ricopriva la carica di direttore della Radio Vaticana, lei ebbe la bontà di collaborare alla rivista MicroMega, accettando un dialogo su un tema spinoso e affrontandolo con chiarezza. Sono certo che con il passare degli anni tanto la sua bontà che la sua chiarezza si siano solo accresciute, parallelamente all’accrescersi delle sue funzioni, che lo hanno portato ad essere oggi responsabile della Sala Stampa vaticana, cioè di tutta la comunicazione che riguarda il Sommo Pontefice e le Congregazioni della Chiesa. Per questo le chiedo oggi di avere la bontà di rispondere con chiarezza a una serie di aggrovigliati interrogativi che non riesco a sbrogliare e che riguardano la conferenza stampa nella quale ha dato conto delle cosiddette “linee guida” a cui vescovi e sacerdoti devono attenersi in tutto il mondo nelle circostanze, purtroppo non infrequenti, di casi di pedofilia ecclesiastica.

    Quasi tutti i giornali e i siti internet hanno riportato questo incipit-sintesi della sua conferenza stampa: “Obbligo di denuncia dei preti pedofili all’autorità civile e, nei casi più gravi, un intervento diretto del Papa per ridurre i colpevoli allo stato laicale, senza processo e senza possibilità di revoca”. Perchè il giorno dopo, quando è tornato sull’argomento, non ha smentito quell’incipit-sintesi, dovuto all’agenzia Ansa, accreditandola invece con il suo silenzio? Nessun “obbligo di denuncia” è infatti mai stato imposto dal Vaticano. Al contrario. E con ciò arriviamo alla seconda domanda. Chi è l’autore delle “linee guida” che sono improvvisamente comparse on line sul sito del Vaticano il10 aprile? “Si tratta di linee guida risalenti al 2003, e che quindi – spiega sempre il Vaticano – sono attribuibili all’allora capo della Congregazione, Joseph Ratzinger”. Questa affermazione è un infortunio di agenzia, o davvero è stato lei a pronunciarla?

    “Linee guida” senza data e senza firma
    In tal caso infatti il groviglio si infittisce, poiché le “linee guida” sono un testo in inglese senza data, senza firma, senza protocollo, tutti elementi che non mancano mai nei documenti vaticani, tra i più formali che le cancellerie del mondo conoscano. La lingua ufficiale del Vaticano è il latino, usato perfino nella corrispondenza tra prelati, vedi la famosa lettera del card. Ratzinger al vescovo di Oakland, che il New York Times ha scoperto e pubblicato come prova di un atteggiamento omissivo.

    Che cosa significa, dunque, che le “linee guida” risalgono al 2003 e sono attribuibili al card. Ratzinger? In buon italiano vuol dire che il testo – esattamente quel testo – è stato redatto sette anni fa, e che l’estensore materiale è il card. Ratzinger o almeno il suo staff sotto il suo controllo. Può confermarmi con chiarezza inequivocabile che le cose sono andate così? Perché da altre sue parole non sembrerebbe. Tutti i giornali hanno infatti riportato, con la solita unanimità verbatim, che “sempre la Sala Stampa ha riferito che, nel 2003, la Congregazione per la Dottrina della Fede si era data una sorta di regolamento interno mai finora pubblicato e che ora, nella sua sintesi divulgativa, è stato reso noto per la prima volta sul sito della Santa Sede”. Qui gli enigmi sono due. Nel 2003 la Congregazione si è data un “regolamento interno”, cioè una interpretazione operativa della sua istruzione del 2001 intorno ai Delicta graviora, oppure no? “Una sorta di” è espressione davvero incongrua, soprattutto nel mondo di certosina precisione delle procedure canoniche. Si intendono disposizioni date oralmente dal cardinal Prefetto? O di diverse interpretazioni date per iscritto caso per caso? O di una interpretazione in progress, che attraverso disposizioni orali o scritte è andata evolvendo?

    Sono state fatte interpolazioni?
    Secondo enigma. Le “linee guida” sono una “sintesi divulgativa”, e passi. Ma è stata scritta allora, nel 2003, o è stata scritta oggi? O in parte allora, ma con qualche interpolazione di oggi? Differenze non di poco conto. Perchè il modo in cui lei ha presentato le “linee guida” – “attribuibili all’allora cardinal Ratzinger” – inducono il lettore a immaginare che questa “sintesi divulgativa” sia stata scritta allora, sia perciò un documento storico. Ma se andiamo a guardare con attenzione alla sintassi, viene il dubbio che, in modo alquanto contorto, la Sala Stampa, cioè lei, ci lasci aperta la porta per l’interpretazione opposta. “Mai finora pubblicato” si riferirebbe insomma solo alla “sorta di regolamento interno”, che ora verrebbe “reso noto per la prima volta” non già in quanto tale (perché informale, e dunque non esistente nella forma di un testo scritto) ma “nella sua sintesi divulgativa”, dove l’azione divulgativa è quella della stessa Sala Stampa. Può su questo, caro Padre Lombardi, avere la bontà di darmi una risposta cristallina, ispirata a quell’evangelico “il tuo dire sia sì sì, no no, perché il di più viene dal demonio” (Matteo 5,37) che anche un ateo come me sommamente apprezza? Le perentorie dichiarazioni del cardinal Castrillon Hoyos, secondo cui Papa Wojtyla aveva approvato la lettera inviata a Mons. Pican, vescovo di Bayeux-Lisieux, di felicitazone e piena solidarietà per il suo rifiuto di denunciare alla giustizia francese un prete pedofilo (omessa denuncia che gli era costata tre mesi con la condizionale) rendono una sua riposta cristallina assolutamente necessaria e urgente. Se davvero la linea della Chiesa era già allora di uniformarsi ai codici penali nazionali, il Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato il primo a violarla! Il che suona una “contradictio in adiecto”.

    E dunque (mai come in questo caso repetita iuvant): non le chiedo di sapere se la sostanza del documento (in inglese, anonimo e senza data, pubblicato sul sito del Vaticano come “Guide to Understanding Basic CDF Procedures concerning Sexual Abuse Allegations”) coincide con la presunta “sorta di regolamento interno”. Le chiedo se il testo messo on line nei giorni scorsi esisteva già – parola per parola e virgola per virgola – o è stato scritto/modificato/interpolato nei giorni scorsi. La necessità di una risposta “sì sì, no no” riguarda soprattutto la frase chiave: “Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte”, che a una sommaria analisi filologica suona eterogenea rispetto al resto del testo, tutto riferito alle procedure del diritto canonico.

    La frase chiave sembra estranea
    Se il testo è del 2003, non si capisce perché non sia stato datato, e soprattutto in che cosa sarebbe diverso dalla “sorta di regolamento interno”. Il fatto che invece la Sala Stampa, cioè lei, ne abbia parlato come di due realtà diverse, l’una sintesi dell’altra, fa propendere verso l’ipotesi di una rielaborazione attuale. Ma se così fosse, non averlo detto chiaramente, anche dopo che tutti i media mostravano di aver inteso il carattere storico-autentico delle “linee guida”, rasenterebbe la disinformacija. Sospetto a cui non voglio indulgere neppure per un attimo, e per dissolvere il quale le scrivo questa lettera. Ricordandola sempre con affetto,

    suo Paolo Flores d’Arcais

    (20 aprile 2010)