Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Roma, si uccide l’ex parroco di Pomezia accusato di pedofilia

    Roma, si uccide l’ex parroco di Pomezia accusato di pedofilia

    Marco Agostini, 43 anni, era agli arresti domiciliari in casa della madre aveva già tentato il suicidio in precedenza ingerendo delle pasticche. Un biglietto alla madre: “Scusa per questi mesi, non sono un pedofilo “Lo accusava un gruppo di ragazzi maggiorenni, per vicende del 1993.

    ROMA – Si è suicidato Marco Agostini, 43 anni, l’ex parroco di Pomezia arrestato lo scorso aprile con l’accusa di pedofilia e violenza sessuale, in un biglietto ha scritto: “Non sono un pedofilo”.

    Il sacerdote era agli arresti domiciliari in casa della madre, in un appartamento della zona Prenestina a Roma. La donna si era assentata solo per pochi minuti, ma quando è tornata lo ha trovato impiccato con un lenzuolo fisssato a una trave del lavatoio, sul terrazzo della palazzina. Nel biglietto lasciato alla madre l’ex parroco ha scritto: “”Ti chiedo scusa mamma per quello che è successo in questi mesi ma ci tengo a dire che non sono un pedofilo”. Agostini aveva già tentato il suicidio in precedenza, ingerendo delle pastiglie, ma era stato trovato in tempo e ricoverato in ospedale.

    Marco Agostini era stato arrestato nell’ambito di un’indagine su episodi avvenuti nel 1993, quando appunto era parroco a Pomezia. Era accusato di centinaia di abusi, denunciati da un gruppo di ragazzi, che avevano frequentato gli oratori diretti da Don Marco. Ad accusare l’ex parroco maggiorenni che affermavano di non aver parlato prima per paura: sostenevano infatti di essere stati plagiati e progressivamente persuasi a subire le sue attenzioni:

    Agostini veniva descritto come un uomo di grande carisma, con grandi capacità di coinvolgere e aggregare le persone. Quando era stato arrestato ad Assisi, dove era stato trasferito da Pomezia e si occupava di una casa-ostello per la gioventù, non poche erano state le voci che si erano levate in sua difesa.

    Insieme con Agostini, per il quale il Vaticano aveva avviato il processo di secolarizzazione non appena saputo delle accuse, erano stati coinvolti nelle indagini don Ennio, parroco di San Benedetto, e don Germano, anziano parroco della chiesa di San Michele, sempre a Pomezia.

    http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/parroco-ardea/parroco-ardea/parroco-ardea.html

  • La gerarchia minimizza, ma il problema esiste.

    La gerarchia minimizza, ma il problema esiste.

    33376. ROMA-ADISTA. L’arresto avvenuto ad Assisi lo scorso 5 aprile di don Marco Agostini – religioso della Congregazione degli Oblati di San Francesco di Sales – ha riportato alla luce la questione della pedofilia e delle disattenzioni della Chiesa italiana su queste gravissime vicende.

    Insieme a don Marco, attualmente agli arresti domiciliari nella sua casa di Roma, sono indagati per favoreggiamento anche Ennio Di Giampasquale, ex parroco di San Benedetto a Pomezia, e Germano Agostini, parroco di San Michele Arcangelo, sempre a Pomezia, ed ex padre provinciale della stessa Congregazione degli Oblati di San Francesco di Sales. Le accuse a carico di don Marco si riferiscono a violenze sessuali a danni di minori perpetrate a partire dal 1993, anno in cui il religioso prestava servizio presso la parrocchia Beata Vergine Immacolata di Torvajanica, una località vicino Roma, ed era animatore del centro giovanile “Ragazzi Nuovi”. Nel 1998 don Marco, a seguito delle prime voci che erano cominciate a circolare sul suo conto, viene trasferito a Pomezia, dove diventa parroco di san Benedetto. Nel 2002 viene infine mandato ad Assisi a gestire una casa di accoglienza della Congregazione.

    L’inchiesta è scattata due anni fa a partire dalla denuncia di un giovane di Torvajanica, attualmente 26enne. Sono seguite altre venti denunce di altrettanti ragazzi. Secondo le testimonianze fin qui raccolte, le vittime degli abusi si sarebbero rivolte anche all’allora vescovo di Albano, monsignor Agostino Vallini (recentemente nominato cardinale da Benedetto XVI): “siamo andati a raccontargli cosa ci aveva fatto don Marco, ma ci disse che erano solo chiacchiere”. Una storia molto simile a ciò che è accaduto nel 2000 ad Agrigento con mons. Carmelo Ferraro, vicenda sulla quale si tornerà più avanti.

    Del resto il caso di don Marco Agostini non è nemmeno l’ultimo in ordine di tempo, sebbene sia uno dei pochi che ha conquistato visibilità sui giornali e sulle televisioni. Negli ultimi anni, casi di questo genere si sono infatti susseguiti con una frequenza preoccupante. Eppure – se si è parlato ampiamente dello scandalo della pedofilia con riferimento ad esempio al clero americano – la Chiesa italiana sembra assolutamente immune, secondo il quadro disegnato dai media e dagli stessi vescovi, da questo tipo di problema.

    Il 21 maggio del 2002 il segretario della Cei mons. Giuseppe Betori dichiarava che il fenomeno della pedofilia nel clero italiano “è talmente minoritario che non merita attenzione specifica”, non più “di quanto non vada riservata ad altre categorie sociali”. Per questo motivo “il Consiglio permanente della Cei non ha mai parlato di casi di pedofilia, alla Cei non c’è nessun elenco in proposito, non abbiamo né casi in evidenza né una procedura di monitoraggio”.

    I dati che seguono – che si riferiscono a condanne (per la maggior parte di primo grado) e procedimenti di indagine (che quindi non sono ancora giunti ad una sentenza) successivi al 2000, dunque solamente agli episodi più recenti – possono forse contribuire ad un esame più realistico della situazione.
    Solo in pochi casi, infine, si è potuto risalire all’attuale condizione canonica dei sacerdoti coinvolti. Pressoché totale è stata la mancanza di disponibilità delle varie curie a fornire informazioni a riguardo.2000: Foggia, Ferrara, Napoli, Torino, Modena, Milano.

    Il 10 gennaio è condannato a sei anni e sei mesi di reclusione don Giorgio Mazzoccatto per violenza sessuale a danni di minorenni. I fatti si riferiscono alla metà degli anni ‘90 quando don Giorgio era parroco di Arpinova, una frazione a una decina di chilometri da Foggia. L’arresto era invece scattato nel 1998 quando il sacerdote era passato a dirigere la parrocchia di Castelluccio dei Sauri, sempre in provincia di Foggia, dove don Giorgio – tuttora sacerdote – è attualmente residente.

    Sette giorni dopo questa sentenza viene condannato a 1 anno e 9 mesi di reclusione un altro sacerdote. 62 anni, residente nella provincia di Ferrara, il prete (di lui, come di alcuni altri, non sono state rese note le generalità) viene riconosciuto colpevole di molestie sessuali ai danni di due bambini di 9 anni che frequentavano il catechismo.

    Ancora pochi giorni dopo, il 23 gennaio, un lungo applauso nella chiesa di S. Maria della Sanità a Napoli accompagna la salma di don Giuseppe Rassello, sacerdote di 49 anni condannato nel 1991 a tre anni e sei mesi per abusi sessuali su Antonio B., un ragazzo di 14 anni (sentenza confermata anche in appello nel 1996 pur con la diminuzione della pena a 2 anni e un mese). La cerimonia è presieduta dal card. Michele Giordano e vede la partecipazione, oltre che di numerisissimi fedeli, anche del vescovo ausiliare Vincenzo Pelvi, di mons. Bruno Forte e dell’avvocato difensore della vittima Enrico Tuccillo in veste di diacono. Durante la preghiera dei fedeli, lo stesso Tuccillo interviene con queste parole: “Signore, ho difeso te innocente e calunniato in padre Rassello. Ora fa di lui il difensore dei giovani, dei deboli, dei suoi figli amatissimi del rione Sanità”.

    L’1 febbraio don Marco Gamba, parroco a Chiusa San Michele in provincia di Torino, viene condannato a quattro anni e mezzo di reclusione per abusi sessuali nei confronti di due giovanissimi chirichetti. Le perquisizioni effettuate dagli investigatori hanno inoltre rivelato il possesso da parte del sacerdote di quattromila immagini pedo-pornografiche scaricate da Internet, oltre che di alcune polaroid scattate a bambini di 11 e 12 anni assidui frequentatori della parrocchia: “all’inizio erano solo piccoli amici”, ha dichiarato don Marco, “poi ho cominciato ad accarezzarli, sempre meno castamente”.

    Il 20 maggio, sempre del 2000, muore di infarto don Giorgio Govoni, parroco 59enne di Staggia di San Prospero (Modena). Il sacerdote era stato accusato di far parte di una banda di pedofili che praticava violenze a danni di minori nell’ambito anche di riti satanici presso il cimitero di Massa Finalese, nel modenese. Dopo un’inchiesta giudiziaria caratterizzata da trecento testimonianze, 57 udienze, 5.000 pagine di atti, sette interrogazioni parlamentari, la corte ha pronunciato 14 condanne, fra i 2 e i 19 anni di carcere, e due assoluzioni, confermando così l’impianto accusatorio dei pubblici ministeri Andrea Claudiani e Carlo Marzella. Questi ultimi avevano chiesto per don Giorgio una condanna a 14 anni, ma il decesso del prete pochi giorni prima della sentenza ha indotto i giudici a non pronunciarsi sul suo conto “per morte del reo”. Tra i condannati anche genitori, zii e nonni dei bambini vittime delle violenze, già da tempo sottratti alle rispettive famiglie.

    Tra i più strenui sostenitori dell’innocenza di don Giorgio vi era, fra gli altri, il vescovo di Modena mons. Benito Cocchi e l’ex vicepresidente della Camera Carlo Giovanardi, che, dopo le richieste dei pubblici ministeri di 130 anni complessivi di reclusione per gli imputati coinvolti nel processo, aveva così commentato: “È terrificante che un pm si basi solo sui racconti di bambini, strappati alle famiglie”.

    A novembre un sacerdote milanese viene infine condannato con rito abbreviato a 4 anni e 2 mesi di reclusione per violenza sessuale su alcuni ragazzini ospitati della comunità che dirigeva. Nel corso delle indagini svolte dalla polizia è emerso, oltre al fatto che i ragazzini sarebbero stati intimoriti e indotti al silenzio da chi all’interno dell’istituto sapeva, che il religioso nei primi anni ‘90 aveva abusato anche di una bambina di 7 anni.

    2001: Genova, Milano
    Il 29 gennaio 2001 il tribunale civile di Chiavari condanna don Pino Carpi al pagamento di 30 milioni di lire per le molestie ai danni di una ragazza 14enne all’epoca dei fatti. Don Pino, allora parroco di Santa Margherita Ligure, era stato prosciolto nella prima fase processuale per un vizio di forma, pur essendo stato riconosciuto colpevole nella motivazione della sentenza. Attualmente il sacerdote è parroco della Basilica di S. Maria di Nazareth a Sestri Levante (Genova).
    Il 26 giugno don Renato Mariani, parroco di San Giuliano Milanese, è condannato a 4 anni di reclusione per violenza sessuale su giovani, violenza privata e appropriazione indebita. Attualmente il sacerdote è residente con incarichi pastorali a Garbagnate Milanese.

    2002: Napoli, Milano
    Il 14 settembre è arrestato in Messico nel convento di Iztapalapa, nelle vicinanze della capitale del Paese, un sacerdote messicano che tra il 1999 e il 2000 era stato viceparroco in una chiesa del napoletano. Don Gaudencio, questo il nome del prete, è stato accusato di abusi sessuali a partire dalla denuncia di una bambina che all’epoca dei fatti aveva dieci anni e frequentava il catechismo. Secondo le indagini della procura di Napoli si sarebbe di fronte a “un quadro allarmante” in ordine all’ampiezza del numero di minori coinvolti, suddivisi dal sacerdote in “gruppi distinti per età e conseguentemente per tipologia e prestazioni sessuali”.
    Il 30 dicembre 2002 vengono arrestate sette persone su mandato del gip del tribunale di Bari Maria Mitola per il reato di divulagazione di materiale pedopornografico via internet. Tra gli accusati c’è anche un parroco 37enne della provincia di Milano a cui sono state sequestrate diverse immagini pedopornografiche.

    2003: Bergamo, Milano, Teramo, Palermo, Cuneo, Oristano
    Il 6 maggio un’indagine condotta dal commissariato di Rapallo in collaborazione con la questura di Genova porta all’arresto di una banda di pedofili costituita da quattro persone, fra cui il parroco di una chiesa di Bergamo (D. B., 56 anni). La banda adescava ragazzini maschi tra gli 11 e i 17 anni offrendo loro regali costosi e proponendo viaggi all’estero. Così Claudio Sanfilippo, capo della squadra mobile di Genova, e Carlo Di Sarro, dirigente del commissariato di Rapallo, hanno descritto le attività del gruppo: “In poco più di sei mesi abbiamo osservato decine e decine di adescamenti. La banda sceglieva soprattutto ragazzini provenienti da famiglie in situazioni di disagio socio-economico. Le prestazioni dei bambini e dei ragazzi venivano anche pagate dai 30 agli 80 euro: alcuni venivano avviati alla prostituzione, altri si intrattenevano con il sacerdote e i suoi complici. Era il sacerdote che forniva spesso i soldi per le spese necessarie ad adescare i ragazzini”.

    Il 27 maggio un frate ex insegnante di un istituto privato di Milano è condannato a 4 anni e 8 mesi di reclusione per molestie sessuali ai danni di cinque bambine della scuola elementare.

    Il 25 luglio viene arrestato don Bruno Tancredi, 59 anni, originario di Giulianova (dove aveva servito come diacono nella parrocchia San Flaviano) e parroco della chiesa della frazione di Monticelli in provincia di Teramo. L’accusa è di violenze ai danni di due minori, uno dei quali disabile, dell’età di 14 e 16 anni. Don Bruno sarà condannato dopo un processo con rito abbreviato a 6 anni di reclusione per pedofilia. Attualmente è sacerdote in diocesi senza ricoprire alcun incarico.

    Il 17 settembre il Gip della Procura della Repubblica di Palermo impone il divieto di soggiorno nel capoluogo siciliano e nella provincia a don Paolo Turturro, parroco antimafia della chiesa di Santa Lucia di fronte all’Ucciardone. Don Paolo è fondatore dell’associazione “Dipingi la pace”. Le indagini sono partite dalla denuncia dei genitori di due bambini di dieci anni. Nel corso del processo, tutt’ora in corso, i difensori dell’imputato hanno inserito nella lista dei testimoni l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, l’ex sindaco Leoluca Orlando e un altro sacerdote antimafia, Giacomo Ribaudo, parroco della Magione.

    L’1 ottobre la Corte d’Appello di Torino conferma la condanna inflitta in primo grado a don Luciano Michelotti, ex parroco di una frazione di Vicoforte (Cuneo) per la detenzione di materiale pedopornografico.
    A novembre viene arrestato un parroco di Oristano, in Sardegna, con l’accusa di pedofilia. L’inchiesta della Procura della Repubblica di Oristano è scattata sulla base di due denunce, una delle quali riguarda una ragazza minorenne, su fatti che sarebbero avvenuti in parrocchia.

    2004: Forlì, Torino, Roma, Varese, Grosseto, Nuoro, Agrigento, Alessandria, Bari, Savona
    Dopo aver ammesso alcune responsabilità, è condannato a 2 anni di reclusione per pedofilia un prete della parrocchia dei Romiti di Forlì.

    1 anno e 8 mesi, più il pagamento di 45.000 euro per risarcimento de danni morali, è la condanna inflitta a don Roberto Volaterra, parroco di Castagnole Piemonte in provincia di Torino arrestato il 2 febbraio 2004 per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 13 anni che frequentava l’oratorio. Al momento dell’arresto il parroco era stato difeso con forza dai cittadini del suo paese che non avevano creduto alla tesi della famiglia della vittima. Lo stesso sacerdote aveva però confessato durante l’interrogatorio dei magistrati inquirenti: “Avevo perso la testa per quella ragazzina, le sue accuse nei miei confronti sono vere”. Attualmente don Roberto è cappellano di S. Andrea a Savigliano (Cuneo).

    Una ventina di giorni dopo l’arresto del prete di Castagnole, il 25 febbraio, viene arrestato anche il parroco della chiesa di San Gioacchino di Colleferro, in provincia di Roma. Don Paolo Pellegrini, di 52 anni, era già stato segnalato ai carabinieri nel ‘98 dal padre di una giovane di Colleferro per essersi denudato di fronte alla ragazza. Ora l’accusa è di violenza sessuale aggravata su un minorenne, e le perquisizioni effettuate dagli investigatori portano alla luce filmati e foto che inchiodano il parroco, il quale conservava questo materiale in canonica. L’11 giugno don Paolo è condannato con rito abbreviato a 6 anni di reclusione, più il pagamento di una provvisionale di 60.000 euro, per violenza sessuale e istigazione all’uso di sostanze stupefacenti.

    Condannato in ottobre a 3 anni e 4 mesi don Roberto Mornati, sacerdote di Gavirate (Varese), accusato di atti di pedofilia nei confronti di dodici ragazzi del paese. Il prete ha goduto di attenuanti sia per il riconoscimento della seminfermità mentale, sia per il pagamento di 280mila euro come risarcimento per le vittime. Don Roberto era arrivato a Gavirate negli anni ‘80, trasferito dalla Curia dopo aver già subito un processo per molestie.
    Patteggia una pena di soli 2 anni e 6 mesi don Felice Cini, condannato l’1 luglio per aver molestato sessualmente alcuni bambini della piccola parrocchia di Arcille, una frazione del comune di Campagnatico (Grosseto).
    4.600 euro è la multa comminata – dopo patteggiamento – il 20 aprile al rettore del seminario vescovile di Lanusei (Nuoro) don Pietro Sabatini per aver comprato con carte di credito via internet immagini a contenuto pedopornografico.

    Ricorre al patteggiamento anche don Bruno Puleo, sacerdote condannato il 7 luglio a 2 anni e 6 mesi di reclusione per abusi sessuali nei confronti di 7 ragazzi che frequentavano il seminario di Agrigento. Una delle vittime degli abusi, Marco Marchese, è attualmente impegnato in numerose iniziative di lotta alla pedofilia ed è animatore dell’Associazione per la Mobilitazione Sociale. Marco ha raccontato di aver cominciato a subire violenze all’età di 12 anni, appena entrato in seminario. Le violenze si protraggono per 4 anni, fino a quando il ragazzo trova la forza per andare a parlare con il vice rettore, don Silvano Castronovo, ed il rettore del seminario, don Gaetano Montana, che però gli rispondono di stare tranquillo e in silenzio. Marco si rivolge allora al vescovo di Agrigento, mons. Carmelo Ferraro, nel novembre del 2000. Anche il vescovo non prende alcun provvedimento e nel frattempo don Bruno continua ad abusare anche di altri ragazzi. Rivoltosi ad un avvocato, Marco riceve l’offerta di 45 milioni di lire dalla curia, ma in risposta decide di presentare un esposto alla procura della Repubblica.

    Il giorno dopo la condanna di don Bruno, Marco invia una lettera a mons. Ferraro (pubblicata sul n. 54 di Adista del 17 luglio 2004). Eccone un breve stralcio: “Scrivo a lei, Eccellenza reverendissima monsignor Carmelo Ferraro, arcivescovo metropolita della Chiesa Agrigentina. Scrivo proprio a lei che, una sera di novembre del 2000, ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto. Forse lei non immagina nemmeno quanto mi sia costato, in quell’occasione, rivivere i momenti più brutti della mia vita. Ma a lei che importa? Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio. Non per lei, di cui mi importa ben poco, ma per questa povera Chiesa, che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi”.

    Ancora attraverso patteggiamento il 14 luglio è condannato a poco più di tre anni di reclusione per pedofilia padre Domenico Marcanti, 48 anni, animatore del doposcuola alla scuola media dell’Istituto Don Orione di Alessandria.

    Bambini tra i sei mesi e i sei anni erano invece i protagonisti di una collezione di foto pedopornografiche trovata il 3 marzo nell’abitazione di un padre domenicano, Giancarlo Locatelli, 44 anni, segretario dell’Istituto di teologia ecumenica “San Nicola” di Bari e uno dei referenti della parrocchia di San Nicola presso l’omonima Basilica.
    Infine, il 15 ottobre viene condannato a 3 anni e mezzo di reclusione don Giorgio Barbacini per aver compiuto atti sessuali nei confronti di un minorenne extracomunitario, con l’aggravante di averne avuto la custodia e la tutela. I fatti risalgono al 2000, quando don Giorgio era responsabile della comunità “Migrantes” di Savona, istituita dalla Curia per tutelare i giovani extracomunitari con problemi di ambientamento. Attualmente don Giorgio è stato trasferito in un’altra diocesi; nei suoi confronti non è mai stata avviata alcuna procedura ecclesiastica.

    2005: Como, Cuneo, Arezzo, Napoli
    Il 20 maggio viene arrestato il parroco di Laglio (Como) don Mauro Stefanoni, 37 anni. È accusato di violenza sessuale su un ragazzo di 14 anni affetto da un lieve ritardo mentale, e di detenzione di materiale pedopornografico. Il processo, inizialmente fissato per il 28 marzo 2006, è stato rinviato al 31 ottobre dopo che i legali della difesa hanno presentato un certificato medico che attesta l’impossibilità dell’imputato di essere presente. Attualmente don Mauro è vicario parrocchiale presso la parrocchia SS. Crocifisso a Ponte Tresa (Varese).

    Prende il nome dal titolo di un recente film di Pedro Almodovar, La mala educación, l’operazione condotta dalla questura di Cuneo che nell’estate del 2005 porta all’arresto di don Renato Giaccardi, 42 anni, sacerdote monregalese, originario di Magliano Alpi (Cuneo), responsabile della preparazione religiosa, in qualità di “vicario moniale”, di alcuni istituti della diocesi di Imperia e di Albenga. Le accuse sono induzione alla prostituzione, favoreggiamento e sfruttamento di minorenni. Secondo quanto hanno affermato gli inquirenti, i minorenni coinvolti sarebbero una trentina, italiani ma soprattutto extracomunitari, tra i 13 e i 17 anni. Le “prestazioni” dei ragazzi venivano poi ricompensate dal sacerdote con biglietti cinematografici, gelati e dolci. Per ogni nuovo amico presentato, il premio era invece una banconota da 10 euro.

    Più di trenta – tra giovani e giovanissimi – sono le vittime di don Pierangelo Bertagna, parroco di 44 anni dell’abbazia di Farneta (Arezzo), arrestato l’11 luglio del 2005. Il parroco ha confessato davanti ai giudici della procura di Arezzo tutti i reati di violenza sessuale segnalati dalle famiglie dei bambini della sua parrocchia, più altri risalenti a periodi precedenti, quando Bertagna, originario del bresciano, ancora non era entrato in seminario.

    Il 15 novembre inizia un procedimento civile che vede coinvolta la Curia arcivescovile di Napoli citata in giudizio dai legali di un ragazzo (14enne all’epoca dei fatti) che avrebbe subito violenza sessuale da un sacerdote dei Quartieri Spagnoli. Quest’ultimo era stato prosciolto nel 2002 per incapacità di intendere e volere nel momento in cui sarebbero stati commessi gli atti. Ora Luciano Santoianni, uno dei legali del ragazzo, denuncia: “Riteniamo che la Curia debba rispondere per la condotta tenuta da un suo sacerdote per una vicenda che richiama molto da vicino quelle accadute negli Stati Uniti. Crediamo infatti che questa vicenda si sarebbe potuta evitare se, a monte, la Curia avesse esercitato una funzione di controllo e verifica psico-attitudinale su quel sacerdote”.

    2006: Roma, Ferrara, Lecce
    Oltre all’arresto di don Marco Agostini, di cui si è già parlato, da segnalare per questa prima parte dell’anno anche l’avvio del processo a un sacerdote ferrarese di 60 anni accusato di violenze sessuali su dieci bambine dell’asilo che gestiva nella sua parrocchia. All’apertura del processo, avvenuta lo scorso 23 marzo, i giudici del tribunale collegiale di Ferrara hanno però respinto la richiesta delle parti civili (ben 17 tra genitori ed educatrici) di citare come “responsabili civili”, per l’eventuale risarcimento di danni morali e materiali, la Curia di appartenenza del sacerdote, la parrocchia che gestiva, il ministero dell’Istruzione e il Csa (ex provveditorato): secondo le parti civili, nonostante fossero state date segnalazioni chiare della situazione dell’asilo (lettere di genitori alla Curia), nessun ente è intervenuto e, soprattutto, ha sottovalutato le segnalazioni stesse.

    Infine, lo scorso 3 maggio, viene arrestato don Donato Bono, parroco 44enne di Sternatia, in provincia di Lecce. Il sacerdote era stato messo agli arresti domiciliari un mese prima, dopo essere stato trovato in auto con un minorenne impegnato in atti osceni. Durate gli arresti domiciliari, però, don Donato si sarebbe adoperato per inquinare le prove a suo carico, facendo esercitare pressioni sui genitori del minorenne e sul ragazzo stesso. A questo punto il pm titolare dell’inchiesta, Francesco Polino, ha disposto un inasprimento del provvedimento originario. Secondo i primi accertamenti i ragazzi coinvolti dalle “attenzioni” del sacerdote sarebbero una dozzina, tutti maschi e minorenni. (emilio carnevali)

    Lunedì, 08 maggio 2006

  • INERTE E INDIFFERENTE,  IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA.  PARLA UNA VITTIMA.

    INERTE E INDIFFERENTE, IL VESCOVO DI AGRIGENTO NON DENUNCIA IL PRETE CHE ABUSA. PARLA UNA VITTIMA.

    AGRIGENTO-ADISTA.

    Un vescovo viene informato di abusi sessuali commessi da un sacerdote ai danni di un seminarista e non prende alcun provvedimento.
    Dirà, poi, che la questione non lo riguardava.

    I drammatici fatti non avvengono nell’ennesima diocesi statunitense, dove il “bubbone” è esploso ormai da anni, grazie anche al coraggio delle vittime e alla dismissione dell’atteggiamento omertoso di persone coinvolte e dei vertici ecclesiastici.
    Il vescovo in questione è italiano: si tratta di Mons. Carmelo Ferraro, che era alla guida della diocesi di Agrigento all’epoca dei fatti e lo è anche adesso.

    Il sacerdote, Don Bruno Puleo, ha patteggiato la pena il 7 luglio:
    gli sono stati inflitti solo 2 anni e 6 mesi di reclusione
    (è stato un secondo patteggiamento fra le parti: il primo era per una pena di due anni, che era stata giudicata insufficiente dal gip Luigi Patronaggio).
    Ha preferito il patteggiamento al processo, che avrebbe molto probabilmente aggravato la sua posizione.
    Il patteggiamento infatti ha riguardato una sola vittima.
    Le indagini, condotte dal pm Caterina Sallusti, avevano però riscontrato abusi nei confronti di altri sette ragazzi, sei dei quali dello stesso seminario (quello arcivescovile di Agrigento che si trova a Favara) dove don Puleo, inizialmente diacono, era stato assistente per un periodo che si è concluso nel 1995. Attualmente don Puleo è parroco a Sant’Anna, una piccola frazione nei dintorni di Agrigento.

    Marco Marchese, la vittima che ha sporto denuncia,
    ha subìto abusi nel seminario arcivescovile di Agrigento a partire dall’età di 12 anni. 
    Oggi ne ha 22, ha lasciato il seminario nel 2000 e, a vicenda giudiziaria conclusa, ci tiene a sottolineare che non era il carcere per il suo “carnefice” lo scopo della sua azione, ma l’emersione di un fenomeno che causa sofferenza indicibile a tanti bambini, con la speranza inoltre che la Chiesa abbia il coraggio di mettersi dalla parte degli offesi.

    Marchese si era deciso a presentare un esposto dopo aver constatato che né il Rettore del seminario, don Gaetano Montana,
    né il Vescovo Ferraro – ai quali aveva raccontato tutto – avevano preso provvedimenti per fermare Don Puleo.

    Il giorno dopo il patteggiamento, Marco ha inviato al vescovo una lettera molto severa e accorata.
    “Scrivo proprio a lei che – recita l’apertura della lettera – una sera di novembre del 2000 ha ascoltato, quasi con indifferenza, il mio racconto (…).
    Scrivo a lei perché sono addolorato e profondamente amareggiato dal suo silenzio”, amareggiato “per questa povera Chiesa che si ritrova ad essere guidata da una persona che non ha saputo dirigere il gregge affidatogli, soprattutto i piccoli e gli indifesi”.
    Ne riportiamo il testo integrale nel numero di Adista-documenti allegato.
    Ma Marchese non intende fermarsi a questo:
    intende procedere in sede civile
     contro quanti – sicuramente il rettore e il vescovo – hanno omesso di prendere provvedimenti contro don Puleo, malgrado, avendone l’autorità, fosse per loro un obbligo intervenire.
    In ambito ecclesiale, non esiste nel Diritto Canonico un canone riguardante eventuali pene da comminare a chi non denuncia un reato avendone conoscenza.

    Ma è anche vero che il card. Bernard Law ha subìto così forti pressioni (anche dalla Santa Sede?) proprio per aver “coperto” i preti pedofili della sua diocesi da vedersi costretto, nel dicembre del 2002, a dimettersi da vescovo di Boston.
    Il Diritto Canonico lascia peraltro troppa autonomia di gestione ai vescovi che si trovino di fronte a reati dei loro sacerdoti. Anche se per costoro ci sono canoni precisi.
    In particolare, per i delitti contro il sesto comandamento, commessi “con violenza, o minacce, o pubblicamente, o con un minore al di sotto dei 16 anni”, il canone 1395, al paragrafo 2, prevede “giuste pene, non esclusa la dimissione dallo stato clericale”.
    Ma non è stato applicato finora contro don Puleo, il quale è stato solo spostato dalla parrocchia, popolosa e ricca di bambini, di Palma di Montechiaro a quella ben più piccola di Sant’Anna, piccolo borgo nella provincia di Agrigento. Spostamento avvenuto però nel 2002: l’esposto di Marco Marchese contro don Puleo è della primavera del 2001. Il vescovo non poteva non esserne a conoscenza.
    Tutta la vicenda è ricostruita qui di seguito nell’intervista che abbiamo realizzato con Marco Marchese.

    Come comincia la tua storia?
    Sono entrato nel seminario minore nel 1994 perché la mia vocazione era di diventare sacerdote. Avevo 12 anni, frequentavo la seconda media. Avevamo come assistente don Puleo, che allora era diacono. Lui aveva per me molte attenzioni, mi faceva anche dei regali. Poi, ai primi di dicembre, mi fece accomodare nella sua stanza e successe il tutto.

    La cosa si ripeté?
    Sì, soprattutto nei giorni di pioggia, perché altrimenti preferivo giocare a calcio e non andavo a riposare con lui.

    Nessuno faceva caso al fatto che andassi a riposare con lui?
    Penso di no, perché capitava che noi ragazzi trascorressimo del tempo in camera sua a chiacchierare. Poi si trattava delle prime ore del pomeriggio, ognuno stava per conto proprio. Questa cosa è durata fino a quando lui, l’anno successivo, è diventato sacerdote e ha lasciato il seminario minore. Il nostro rapporto però è continuato. Lui è diventato il mio padrino di cresima. Io andavo a trovarlo, o in parrocchia o in casa sua.

    Lui continuava con le sue attenzioni verso di te?
    Sì.

    Non riuscivi ad opporti?
    La prima volta rimasi perplesso. Era ovviamente la mia prima esperienza sessuale, precocissima e sbagliata. Lui mi diceva che era solo una questione di amicizia, che la nostra era un’amicizia particolare, mi diceva di non parlarne con nessuno perché avrei suscitato delle gelosie, che era normale il nostro comportamento, che era giusto. Io gli credevo. E mi sono affezionato a lui. Anche se cominciai subito a star male: mi fu diagnosticata una colite nervosa che mi portai dietro per un bel po’.

    Quando hai capito che il vostro rapporto era sbagliato?
    Quando sono andato al liceo, una scuola pubblica, perché nel seminario maggiore non esisteva una scuola superiore, e sono entrato in contatto con altri ragazzi e con le ragazze. Allora avevo minori possibilità di passare del tempo con don Puleo, perché ero impegnato in varie attività comunitarie. Succedeva quando lui chiedeva al rettore del seminario, don Gaetano Montana, che mi inviasse nella sua parrocchia, in occasione delle cosiddette giornate per il seminario in cui si fa raccolta di fondi per le istituzioni di formazione sacerdotale, perché altrimenti non ci vedevamo mai. Sicché andavo nella chiesa dove celebrava.

    Fino a che età hai dunque mantenuto il rapporto con don Puleo?
    Fin verso i 16 anni, perché a quel punto le nostre strade si sono divise: io non volevo più incontrarlo, e anche lui non faceva pressione per vedermi perché, a quanto ho capito dopo, aveva altri ragazzi sotto mano. E in effetti sono venuti fuori i nomi di altri ragazzi vittime delle stesse attenzioni morbose da parte sua.

    Ragazzi del tuo stesso seminario?
    Sei sì. Del settimo non so nulla di preciso.

    In tutti questi anni non ti sei confidato con nessuno?
    Mai. Fino a quando uno degli assistenti che mi accompagnavano a Palermo per una delle tante visite a motivo della colite, e che aveva sentito di strani episodi che accadevano in seminario, riuscì a farmi parlare e mi consigliò di parlare subito con il vice-rettore. A me non interessava fare del male a quell’uomo, ma fare in modo che nessun altro ragazzo dovesse più soffrire quello che io avevo sofferto.

    E andasti dal vice-rettore?
    Sì, il giorno dopo. Mi assicurò che avrebbe parlato con il rettore, che dovevo stare tranquillo, che avrei dovuto pensare agli studi e basta. Non ho avuto nessun tipo di riscontro. Durante un ritiro spirituale parlai anche con il rettore che mi disse che era stato messo al corrente della mia situazione dal vice-rettore e che avrebbe parlato con il vescovo, monsignor Carmelo Ferraro, tuttora in carica. Io mi fidai. Inoltre, se mi capitava di incontrare don Puleo, erano sempre incontri pubblici, ritiri spirituali, ci si salutava normalmente come se i nostri rapporti in passato fossero stati normali e basta. Nel giugno del 2000 lasciai il seminario.

    Quali furono i tuoi passi successivi?
    Continuavo ad aspettarmi qualche riscontro alla mia denuncia. Invece non succedeva niente. Allora chiesi un incontro con il vescovo che mi ricevette subito. Stranamente, perché quando eravamo in seminario, se gli chiedevamo udienza, dovevamo attendere a lungo. Il vescovo mi ascoltò e cadde dalle nuvole. Disse che nessuno mai l’aveva informato di quanto era avvenuto. Io gli confidai la mia paura che don Puleo potesse continuare a fare del male ad altri ragazzi. Aggiunsi anche che il sacerdote andava aiutato perché la pedofilia è una malattia. “Cerchi di fare qualcosa”, insistetti, “lei è il padre spirituale di tutti i sacerdoti”. Era anche la massima autorità cui io potessi rivolgermi. Il vescovo mi assicurò che ci avrebbe pensato lui e che dovevo stare tranquillo. Mi licenziò regalandomi un libro. Da allora non ho avuto più notizie dal vescovo, non ho più avuto a che fare con lui. Invece il giorno successivo ebbi notizie da don Puleo, perché si precipitò a casa mia e mi rimproverò aspramente perché gli avevo fatto perdere la fiducia del vescovo.

    Dunque il vescovo, in seguito al colloquio con te, l’aveva chiamato?
    Sì. Mi disse che il vescovo lo aveva mandato a chiedermi scusa se mi aveva provocato dei turbamenti.

    Come si è arrivati alla denuncia davanti all’autorità giudiziaria?
    Qualche giorno dopo parlai con il mio parroco, don Giuseppe Veneziano, che tra l’altro era stato suo rettore quando don Puleo era in seminario. Si meravigliò del mio racconto, sia perché don Puleo era stimato in diocesi, sia perché il vescovo non gliene aveva fatto parola. Successivamente mi chiamò per dirmi che aveva parlato col vescovo. “Questa storia con don Puleo è acqua passata, ormai sono anni che è successa, tu stai tranquillo, fatti la tua vita, chiudiamola qui”. Intanto però don Puleo continuava a fare il parroco. Era nella parrocchia del Villaggio Giordano, a Palma di Montechiaro.

    Neanche un’ammonizione al prete?
    Non so che dire. Però, a seguito di non so quali vicende, due anni fa, è stato spostato e gli è stata affidata un’altra parrocchia: non è più a Palma di Montechiaro ma in un piccolo paesino nei dintorni di Agrigento, Sant’Anna.

    A causa di altre vicende di pedofilia?
    Beh, tre di questi ragazzi sono di Palma di Montechiaro. Qualcuno avrà saputo qualcosa… Ma non posso dirlo con certezza.

    Don Gaetano Montana è ancora al suo posto?
    Sì, continua a fare il rettore del seminario arcivescovile. Mi chiedo come sia possibile. Altri ragazzi possono passare le stesse mie disavventure e nessuno li difenderà. Dico questo perché, riguardo a don Gaetano, devo aggiungere una cosa. Non avendo raggiunto alcun risultato con i miei colloqui, ho parlato con i miei genitori, i quali hanno contattato un avvocato. Questi, prima di fare l’esposto alla magistratura (presentato poi nella primavera del 2001), ha voluto incontrare il vescovo per capire come mai la massima autorità non avesse preso alcun provvedimento. Il vescovo rispose che lui era super partes, che bisognava prendersela con il prete e che comunque il polverone che sarebbe seguito allo scandalo non conveniva a nessuno.

    Dopo la presentazione dell’esposto cos’è successo?
    Parlai con il Sostituto Procuratore che chiamò tutte le persone che io avevo citato.

    Facesti anche il nome del vescovo fra le persone informate dei fatti?
    Sì, e furono chiamate. Ma non so se fu chiamato anche il vescovo. Fui messo a confronto con il parroco, don Giuseppe Veneziano, e con il rettore, don Gaetano Montana. Il parroco inizialmente negò che gli avevo parlato degli abusi subiti. Poi, caduto in contraddizione, si è trincerato dietro il segreto confessionale. Cosa che non sta in piedi: io non mi ero confidato con lui in confessione. Il rettore non negò, anche se disse che non ricordava bene quando gli avevo parlato della mia storia. Alla domanda: “come mai non parlò con il vescovo?”, rispose che era preso da altre cose, c’era da ristrutturare il seminario, e siccome il ragazzo, cioè io, sembrava abbastanza tranquillo, tutta la faccenda si poteva rimandare. Lui parlò con il vescovo quando questi, in seguito al nostro colloquio, lo interpellò.

    Qualche giorno fa, il 7 luglio, don Puleo è stato condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Finisce qui o farai ulteriori mosse?
    Intendo intentare una causa civile contro le persone che hanno un ruolo di responsabilità in situazioni del genere. Certamente il rettore del seminario, ma tanto più il vescovo, il quale, pur non avendo responsabilità penale, è civilmente – e moralmente – responsabile. Avrebbe dovuto prendere provvedimenti che non ha preso. A me non risulta che il vescovo sia mai stato interrogato: attendo di prendere visione di tutti gli atti processuali per averne conferma.
    Un’altra cosa che intendo fare, ed è il motivo per cui all’università sto studiando psicologia, è aiutare le persone che subiscono abusi. Per la qual cosa ho già fondato un’associazione, che deve diventare uno sportello di ascolto

    fonte: Adista.

  • Sex crimes and the vatican – Docufilm BBC

    Sex crimes and the vatican – Docufilm BBC

    Creato nel 1962, un documento ormai famigerato fu rilasciato in segreto ai vescovi. Chiamato Crimen Sollicitationis, ha delineato le procedure che i vescovi devono seguire quando si tratta di accuse di abusi sui minori, omosessualità e bestialità da parte di membri del clero. Ha giurato il segreto a tutte le parti coinvolte, pena la scomunica da parte della Chiesa cattolica.

    Questo documento è stato ristampato nel 2001 dal cardinale Joseph Ratzinger e inviato a tutti i vescovi. Tuttavia, invece di ordinare maggiore apertura e cooperazione con le autorità come richiesto sia dalle forze dell’ordine che dalle vittime, ha ribadito le sue politiche e ha assicurato che il Codice del silenzio fosse applicato a tutti i casi di abusi sui minori che coinvolgono un sacerdote. Il cardinale Ratzinger ha anche indicato che tutti i casi dovrebbero ora essere deferiti direttamente al suo ufficio e che manterrà la “competenza esclusiva” sulla gestione delle accuse. Questa è la politica della Chiesa cattolica fino ad oggi e il cardinale Ratzinger è ora Papa Benedetto XVI.

    La politica delineata nel documento di cui sopra ha portato a un fallimento sistemico, perché a un numero significativo di sacerdoti è stato di fatto permesso di abusare di nuovo e altri bambini sono stati messi a rischio.

    Mentre il documentario esplora, Colm O’Gorman è l’uomo responsabile di aver aperto decenni di abusi da parte di preti cattolici in Irlanda nello speciale della BBC premiato con il BAFTA Suing the Pope. Egli collega le “prove sistemiche” internazionali per sostenere che il Vaticano ha una politica per coprire gli abusi sessuali di migliaia di bambini in tutto il mondo.

    In Sex Crimes and the Vatican O’Gorman esplora quattro casi separati a livello internazionale di diffusi abusi da parte del clero, mettendo sotto processo la Chiesa cattolica romana per la sconsiderata minaccia dei bambini. O’Gorman solleva la domanda: “La Chiesa è inadempiente ai suoi obblighi di firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia?” 

    ( Estratto da news.bbc.co.uk )

  • Per il vescovo Egger niente indagine interna dopo le accuse a Don Carli

    Per il vescovo Egger niente indagine interna dopo le accuse a Don Carli

    Facciamo qualche passo indietro e leggiamo le vergognose dichiarazioni del vescovo Egger su don Carli e don Pedrotti. Emerge il ruolo di don Pedrotti come persona informata dei fatti e che tuttavia, come si legge nella sentenza di appello, avrebbe reso dichiarazioni contraddittorie alla Corte.

    12-12-2005 20:08 – CRONACA / GIUDIZIARIA
    Per il vescovo Egger niente indagine interna dopo le accuse a Don Carli

    Il vescovo non ha ritenuto necessario avviare un indagine conoscitiva interna alla Curia, benché l’abuso sessuali sui minori sia previsto anche dal codice ecclesiastico. E’ il dato più eclatante emerso dall’udienza del processo contro don Giorgio Carli, il sacerdote accusato di violenza carnale nei confronti di una giovane parrocchiana, e che ha visto in mattinata sulla sedia dei testimoni il vescovo della diocesi Bolzano/Bressanone, monsignor Wilhelm Egger il quale nel corso delle indagini preliminari si era avvalso della facoltà di non rispondere richiamandosi al Concordato e all’articolo 200 del codice di procedura penale. Sollecitato dalle domande di procura e parte civile, il vescovo ha ribadito di non aver disposto accertamenti interni in quanto era già in corso quello penale.

    “Non avevo nessun motivo per fare delle indagini” – ha detto monsignor Egger specificando che il trasferimento di don Carli dalla parrocchia di San Pio Decimo dove secondo l’accusa si sarebbero svolte le violenza sessuali a danno di una bambina che allora aveva appena 9 anni, non aveva nulla a che vedere con i fatti denunciati dalla presunta vittima. E non c’entrerebbero nulla nemmeno le dimissioni dell’allora parroco di san Pio Decimo don Gabriele Pedrotti dall’importante carica di vicario generale.

    Il vescovo ha ribadito di non aver mai avuto sospetti o ricevuto notizie dei presunti abusi sessuali prima dell’arresto di don Carli ed ha rifiutato di riferire in aula, avvalendosi del segreto professionale, dei colloqui avuti con le persone e tanto meno quelli con don Gabriele Pedrotti del quale, ha detto di non essere mai stato a conoscenza di una presunta relazione con una parrocchiana separata. La parte civile ha chiesto l’acquisizione agli atti del processo dei fascicoli di don Giorgio Carli e don Gabriele Pedrotti contenuti nell’archivio segreto della Curia.

    Dopo il vescovo ha deposto l’imputato. Don Giorgio Carli, tranquillo e sorridente, ha negato decisamente di aver mai solo pensato di poter violentare chicchessia, specificando di non aver mai avuto rapporti sessuali con nessuno né prima né dopo il voto di castità.

  • Scandalo in Brasile, i diari dei preti pedofili

    Scandalo in Brasile, i diari dei preti pedofili

    ROMA – «Il prete fa con me come un uomo fa con una donna. Mi toglie i vestiti, alza la tonaca, mi prende sulle sue ginocchia, mi dice di stare tranquillo…».

    È un bambino di dieci anni che parla. E rivela alla nonna quello che non aveva avuto il coraggio di dire alla madre per paura di «prendere schiaffi». O di «essere arrestato», come padre Edson Alves dos Santos, sacerdote brasiliano di 64 anni, gli aveva detto, dopo averlo violentato, che sarebbe accaduto se non avesse mantenuto il segreto. È solo una delle agghiaccianti denunce di atti di pedofilia compiuti da sacerdoti in Brasile e giunte drammaticamente all’attenzione del Vaticano.
    A una settimana dal caso clamoroso dell’arresto di padre Felix Barbosa Carreiro, un prete sorpreso in un’orgia di sesso e droga con 4 adolescenti adescati su Internet, il settimanale Istoè (Così è) ieri ha rivelato che il Papa, Benedetto XVI, ha inviato ai primi di settembre una commissione in Brasile per indagare sulle denunce di abusi sessuali compiute ai danni soprattutto di bambini poveri. In almeno due casi a testimoniare la veridicità dei racconti delle vittime sono gli stessi violentatori che hanno riportato le loro esperienze su un diario. Padre Tarcisio Tadeu Spricigo ha persino compilato le dieci regole per restare impuniti.
    L’INCHIESTA – L’azione determinata di Benedetto XVI, prima di diventare pontefice a capo della congregazione per la dottrina delle fede e quindi responsabile delle indagini sui casi di abusi sessuali nella Chiesa, ha già portato alcuni risultati. Il periodico anticipa la relazione che gli inviati del Papa si apprestano a portare in Vaticano. Il quadro è allarmante.
    E descrive scenari purtroppo simili a quelli già accertati negli Stati Uniti, ma che stanno emergendo anche in inchieste delle chiese locali di altri Paesi come l’Inghilterra, la Francia, la Croazia e l’Irlanda. Un fenomeno che il Vaticano tenta di prevenire. Per il 29 novembre è atteso un documento che fornirà le linee guida ai seminari. Tra le indiscrezioni, l’esclusione dei ragazzi con tendenze omosessuali. Tuttavia le complicità di cui i sacerdoti responsabili di abusi a volte godono fa sì che, come nel caso di padre Tarcisio Tadeu Spricigo, in carcere per aver violentato un bimbo di 5 anni, tornino ad abusare di altri piccoli prima di essere arrestati. In Brasile oltre ai 10 sacerdoti in cella, ce ne sono 40 latitanti.
    I NUMERI – Secondo Istoè, nell’inchiesta vaticana si parla di circa 1.700 preti, il 10 per cento del totale, coinvolti in casi di cattiva condotta sessuale: incluse le violenze su bambini e donne. Si dice che il 50% dei preti non mantiene il voto di castità. E che negli ultimi tre anni sono stati più di 200 i preti mandati in cliniche psicologiche della Chiesa per essere rieducati.
    IL DIARIO – Agli atti del processo contro padre Tarcisio c’è un vero e proprio manuale del prete pedofilo e appunti sulle sue emozioni e le regole per restare impunito. Una fra tutte: «Mai avere una relazione con bambini ricchi». Scrive il prete: «Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo». «Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto. Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure». «Per questo sono sicuro e ho la calma. Non mi agito. Io sono un seduttore e, dopo aver applicato le regole correttamente, il ragazzino cadrà dritto dritto nella mia… saremo felici per sempre». E infine: «Dopo le sconfitte nel campo sessuale ho imparato la lezione! E questa è la mia più solenne scoperta: Dio perdona sempre ma la società mai». A consegnare il diario alla polizia è stata una suora, alla quale il sacerdote lo aveva dato per errore. Trasferito dopo la prima denuncia, il sacerdote ha violentato altri due bambini prima di essere catturato.
    IL VIDEO – Padre Alfieri Edoardo Bompani, 45 anni, nella casa della campagna di San Paulo dove portava i bambini di strada, raccolti con la scusa di liberarli dalle droghe, registrava in un video le violenze praticate su vittime tra i 6 e i 10 anni. La polizia ha trovato anche appunti per racconti erotici che il prete stava scrivendo riportando esperienze personali. E un diario: il quinto, secondo la nota in copertina. «Da due giorni non mi faccio nessuno…, ieri mi sono masturbato due volte, una di queste con V (6 anni)». Il racconto del prete va avanti con espressioni di cruda violenza che non riteniamo di dover riportare.
    IL VERBALE – Nelle carte della polizia di San Paulo c’è la storia di V.R.D, la vittima di Padre Edson Alves. Il giorno di Pasqua dell’anno scorso il bambino è stato ammesso a fare il chierichetto. Stavano per iniziare cinque mesi di violenze. «Circa tre settimane dopo che lui (il bambino ndr ) aveva dormito lì, il denunciato (il prete ndr )lo ha baciato in bocca.. e gli ha detto che un ragazzino di Santa Caterina glielo dava e lui regalava al bambino tutto quello che voleva».
    Virginia Piccolillo
    21 novembre 2005
    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/11_Novembre/21/preti.shtml
  • Il papa in Brasile. I diari dei preti pedofili brasiliani, …secondo voi parlerà del 10% di preti brasiliani pedofili?…

    Il papa in Brasile. I diari dei preti pedofili brasiliani, …secondo voi parlerà del 10% di preti brasiliani pedofili?…

    Chiesa e pedofilia: il nuovo caso Scandalo in Brasile, i diari dei preti pedofili Denunce, arresti, 1.700 sacerdoti responsabili di cattiva condotta sessuale. Intervento deciso del Vaticano

    La copertina del settimanale brasiliano Istoè, della settimana scorsa , in cui era pubblicata l’inchiesta sui casi di pedofilia tra i preti brasiliani

    ROMA – «Il prete fa con me come un uomo fa con una donna. Mi toglie i vestiti, alza la tonaca, mi prende sulle sue ginocchia, mi dice di stare tranquillo…».

    È un bambino di dieci anni che parla. E rivela alla nonna quello che non aveva avuto il coraggio di dire alla madre per paura di «prendere schiaffi». O di «essere arrestato», come padre Edson Alves dos Santos, sacerdote brasiliano di 64 anni, gli aveva detto, dopo averlo violentato, che sarebbe accaduto se non avesse mantenuto il segreto. È solo una delle agghiaccianti denunce di atti di pedofilia compiuti da sacerdoti in Brasile e giunte drammaticamente all’attenzione del Vaticano.

    A una settimana dal caso clamoroso dell’arresto di padre Felix Barbosa Carreiro, un prete sorpreso in un’orgia di sesso e droga con 4 adolescenti adescati su Internet, il settimanale Istoè (Così è) ieri ha rivelato che il Papa, Benedetto XVI, ha inviato ai primi di settembre una commissione in Brasile per indagare sulle denunce di abusi sessuali compiute ai danni soprattutto di bambini poveri. In almeno due casi a testimoniare la veridicità dei racconti delle vittime sono gli stessi violentatori che hanno riportato le loro esperienze su un diario. Padre Tarcisio Tadeu Spricigo ha persino compilato le dieci regole per restare impuniti.

    L’INCHIESTA – L’azione determinata di Benedetto XVI, prima di diventare pontefice a capo della congregazione per la dottrina delle fede e quindi responsabile delle indagini sui casi di abusi sessuali nella Chiesa, ha già portato alcuni risultati. Il periodico anticipa la relazione che gli inviati del Papa si apprestano a portare in Vaticano. Il quadro è allarmante. E descrive scenari purtroppo simili a quelli già accertati negli Stati Uniti, ma che stanno emergendo anche in inchieste delle chiese locali di altri Paesi come l’Inghilterra, la Francia, la Croazia e l’Irlanda. Un fenomeno che il Vaticano tenta di prevenire. Per il 29 novembre è atteso un documento che fornirà le linee guida ai seminari. Tra le indiscrezioni, l’esclusione dei ragazzi con tendenze omosessuali. Tuttavia le complicità di cui i sacerdoti responsabili di abusi a volte godono fa sì che, come nel caso di padre Tarcisio Tadeu Spricigo, in carcere per aver violentato un bimbo di 5 anni, tornino ad abusare di altri piccoli prima di essere arrestati. In Brasile oltre ai 10 sacerdoti in cella, ce ne sono 40 latitanti.

    I NUMERI – Secondo Istoè, nell’inchiesta vaticana si parla di circa 1.700 preti, il 10 per cento del totale, coinvolti in casi di cattiva condotta sessuale: incluse le violenze su bambini e donne. Si dice che il 50% dei preti non mantiene il voto di castità. E che negli ultimi tre anni sono stati più di 200 i preti mandati in cliniche psicologiche della Chiesa per essere rieducati. 

    IL DIARIO – Agli atti del processo contro padre Tarcisio c’è un vero e proprio manuale del prete pedofilo e appunti sulle sue emozioni e le regole per restare impunito. Una fra tutte: «Mai avere una relazione con bambini ricchi». Scrive il prete: «Mi preparo per la caccia, mi guardo intorno con tranquillità perché ho i ragazzini che voglio senza problemi di carenze, perché sono il giovane più sicuro al mondo». «Piovono ragazzini sicuri affidabili e che sono sensuali e che custodiscono totale segreto, che sentono la mancanza del padre e vivono solo con la mamma, loro sono dappertutto. Basta solo uno sguardo clinico, agire con regole sicure». «Per questo sono sicuro e ho la calma. Non mi agito. Io sono un seduttore e, dopo aver applicato le regole correttamente, il ragazzino cadrà dritto dritto nella mia… saremo felici per sempre». E infine: «Dopo le sconfitte nel campo sessuale ho imparato la lezione! E questa è la mia più solenne scoperta: Dio perdona sempre ma la società mai». A consegnare il diario alla polizia è stata una suora, alla quale il sacerdote lo aveva dato per errore. Trasferito dopo la prima denuncia, il sacerdote ha violentato altri due bambini prima di essere catturato.

    IL VIDEO – Padre Alfieri Edoardo Bompani, 45 anni, nella casa della campagna di San Paulo dove portava i bambini di strada, raccolti con la scusa di liberarli dalle droghe, registrava in un video le violenze praticate su vittime tra i 6 e i 10 anni. La polizia ha trovato anche appunti per racconti erotici che il prete stava scrivendo riportando esperienze personali. E un diario: il quinto, secondo la nota in copertina. «Da due giorni non mi faccio nessuno…, ieri mi sono masturbato due volte, una di queste con V (6 anni)». Il racconto del prete va avanti con espressioni di cruda violenza che non riteniamo di dover riportare.

    IL VERBALE – Nelle carte della polizia di San Paulo c’è la storia di V.R.D, la vittima di Padre Edson Alves. Il giorno di Pasqua dell’anno scorso il bambino è stato ammesso a fare il chierichetto. Stavano per iniziare cinque mesi di violenze. «Circa tre settimane dopo che lui (il bambino ndr ) aveva dormito lì, il denunciato (il prete ndr ) lo ha baciato in bocca.. e gli ha detto che un ragazzino di Santa Caterina glielo dava e lui regalava al bambino tutto quello che voleva». Virginia Piccolillo
    21 novembre 2005

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2005/11_Novembre/21/preti.shtml

  • La prima sentenza del prefetto Levada fa tremare la Legione

    La prima sentenza del prefetto Levada fa tremare la Legione

    La congregazione per la dottrina della fede ha colpito con una pesante condanna padre Gino Burresi. Le colpe? Le stesse di cui è accusato padre Marcial Maciel, fondatore dei potenti Legionari di Cristo

    di Sandro Magister

    ROMA, 28 luglio 2005 – Il quotidiano cattolico “Avvenire” ha pubblicato il 19 luglio la seguente nota della segreteria generale della conferenza episcopale italiana:

    “A seguito del decreto in data 27 maggio 2005 della congregazione per la dottrina della fede, si rende noto che nei confronti di padre Luigi (Gino) Burresi, della congregazione dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, sono stati decisi i seguenti provvedimenti canonici:

    “1 – revoca della facoltà di ricevere le confessioni di tutti i fedeli in ogni luogo, di cui ai canoni 966 e 969 del codice di diritto canonico;

    “2 – proibizione definitiva di svolgere il ministero della direzione spirituale nei confronti di tutti i fedeli, siano essi laici, chierici o consacrati;

    “3 – revoca della facoltà di predicare di cui ai canoni 764 e 765;

    “4 – divieto di celebrare i sacramenti e i sacramentali in pubblico;

    “5 – divieto di concedere interviste, scrivere su giornali, opuscoli, riviste periodiche o tramite internet, partecipare a trasmissioni radiofoniche o televisive che trattano questioni attinenti la dottrina cattolica, la morale, i fenomeni soprannaturali e mistici.

    “Tanto si rende noto per conoscenza e utilità dei fedeli”.

    In pratica, la CEI ha comunicato che padre Gino Burresi, fondatore dei Servi del Cuore Immacolato di Maria, deve lasciare il ministero e ritirarsi a vita privata.

    Tra i motivi del provvedimento, il decreto della congregazione per la dottrina della fede cita abusi nella confessione e nella direzione spirituale. Ma fonti vaticane hanno confermato che a questi motivi vanno aggiunte le accuse di abuso sessuale rivolte contro padre Burresi da alcuni che furono suoi seguaci e seminaristi negli anni Settanta e Ottanta.

    Il decreto vaticano non è stato reso pubblico. Ma il settimanale americano “National Catholic Reporter” ne è entrato in possesso, e il suo corrispondente John L. Allen ne ha dato conto nella sua Newsletter “The Word from Rome” del 22 luglio.

    Il decreto contro padre Burresi è il primo emesso dalla congregazione per la dottrina della fede nel pontificato di Benedetto XVI. È il primo che porta la firma del suo nuovo prefetto, l’ex arcivescovo di San Francisco William J. Levada (nella foto). Ed è stato approvato personalmente dal papa il 27 maggio ricevendo in udienza il segretario del dicastero, l’arcivescovo Angelo Amato. L’approvazione papale, “in forma specifica”, non ammette appello.

    In quanto diretto contro il fondatore di un ordine religioso sulla base di accuse risalenti a decenni addietro per abusi sessuali compiuti su suoi seguaci, il decreto contro padre Burresi richiama un altro caso analogo ma di peso molto maggiore, anch’esso sotto esame da parte della congregazione per la dottrina della fede: il caso di padre Marcial Maciel Degollado, fondatore del Legionari di Cristo.

    Non è escluso che la severità adottata contro padre Burresi preluda a un provvedimento di analogo rigore contro padre Maciel.

    * * *

    Padre Burresi, che oggi ha 73 anni, ha fatto parte fino al 1992 degli Oblati della Vergine Maria, un ordine fondato nel 1816 dal sacerdote italiano Bruno Lanteri. Devotissimo delle rivelazioni di Fatima, divenne prete abbastanza avanti negli anni, nel 1983, ma già prima s’era guadagnato una grande fama come mistico e direttore spirituale, oltre che per le stimmate e le visioni.

    In piccolo, la sua popolarità somigliava a quella di padre Pio da Pietrelcina. E neppure troppo in piccolo: da lui accorrevano ogni giorno centinaia di persone in cerca di conforto, dall’Italia e dall’estero, compresi alti prelati, politici, ambasciatori. Dalle lontane Filippine, l’allora presidente Corazon Aquino mandò un giorno un suo messo a far benedire un rosario da quest’uomo in profumo di santità.

    Il suo quartier generale era nelle campagne sotto Tivoli, poco fuori Roma, nella località di San Vittorino, dove ora sorge un vistoso santuario mariano in vetrocemento a forma di cono, edificato con le offerte dei devoti. “Fratel Gino”, come tutti lo chiamavano, riceveva inizialmente in una baracca di legno e lamiera, al posto della quale la congregazione degli Oblati costruì poi un seminario internazionale. Perché padre Burresi era anche un grande magnete di vocazioni alla vita religiosa.

    Finché nel maggio del 1988 prima due, poi altri cinque suoi giovani seguaci ruppero l’incanto. Riferirono ai superiori della congregazione che il sacerdote li aveva attratti più volte nella sua camera e aveva abusato sessualmente di loro. Messi per iscritto, i loro racconti oscillavano tra fascinazione e autocolpevolizzazione. Ad esempio:

    “Padre Gino baciava e nello stesso tempo diceva cose belle e sante: ‘Lasciati toccare da Dio. Amare non vuol dire peccare’. Ero confuso e paralizzato. sapevo che egli era uno stigmatizzato, uno che aveva contatti diretti con la Madonna. Perciò sentivo che mi sbagliavo, non poteva essere come pensavo, perché se così fosse stato Dio non lo avrebbe scelto come suo ministro in terra. Dissi tra me: Guarda quanto sono cattivo e marcio, vedo la malizia anche negli abbracci affettuosi di un santo”.

    Vagliate queste accuse, i superiori degli Oblati presero una decisione fulminea. Il 6 giugno 1988 imbarcarono padre Burresi su un volo per Vienna e lo trasferirono nel loro convento austriaco di Loretto. E il giorno dopo il superiore generale dell’ordine, l’argentino Julio Cura, rimise il dossier d’accusa al prefetto della congregazione vaticana per i religiosi, che era il cardinale Jérôme Hamer.

    Ma nella stessa congregazione l’allora segretario Vincenzo Fagiolo, futuro cardinale, era un simpatizzante dell’accusato. “Veniva spesso a confessarsi da me”, fece prontamente sapere padre Burresi, che intanto era già scappato dal confino austriaco ed era rientrato in Italia, a Montignoso di Gambassi Terme, in Toscana, diocesi di Volterra, dove tutt’ora risiede.

    Sta di fatto che dal Vaticano misero sotto processo, più che padre Burresi, i superiori degli Oblati, alle cui costole posero un ispettore, Marcel Gendrot, monfortano. Dopo due mesi d’indagine, questi concluse a favore del ritorno di padre Burresi a San Vittorino e con una nota di biasimo a carico dei superiori dell’ordine.

    I quali allora si appellarono a papa Giovanni Paolo II. Il ricorso, in data 22 novembre 1988, riempie tre pagine. Elenca i capi di accusa: atti omosessuali consumati con più giovani, sequestro di persona a scopo di libidine, violazione del segreto sacramentale. Rimprovera all’ispettore Gendrot d’aver insabbiato l’indagine. Chiede al papa di togliere il processo ad Hamer e Fagiolo e di affidarlo invece all’allora prefetto della congregazione per la dottrina della fede, Joseph Ratzinger, oppure a una commissione speciale.

    Il 3 gennaio successivo la risposta: ricorso respinto. Non solo. Padre Cura e gli altri superiori degli Oblati sono dimessi d’autorità. Da ispettore, Gendrot è promosso commissario dell’ordine. Il processo resta nella mani di Hamer e Fagiolo. Unica concessione: un supplemento d’indagine affidato a tre cardinali oggi defunti: Giuseppe Caprio, Opilio Rossi, Luigi Dadaglio. Questi riascoltano uno solo dei sette iniziali testimoni d’accusa, alla fine divenuti undici. E un anno dopo, nel febbraio del 1990, concludono consentendo a padre Burresi di restare dov’è, a Montignoso, e di continuare lì la sua opera, col solo divieto di occuparsi di giovani vocazioni.

    Ma padre Burresi ormai s’è messo in proprio. Nel 1992 lascia gli Oblati e fonda una nuova congregazione, i Servi del Cuore Immacolato di Maria, con ramo maschile e femminile, oggi forte di 150 membri.

    Cinque anni più tardi, però, nel 1997, torna a indagare su di lui la congregazione per la dottrina della fede. Il processo si conclude il 10 maggio 2002 con un decreto firmato da Ratzinger e dall’allora segretario del dicastero, Tarcisio Bertone, oggi cardinale e arcivescovo di Genova.

    La sentenza prende atto che le accuse sono cadute in prescrizione e quindi non condanna né punisce padre Burresi. Ma il rapporto di venti pagine che accompagna il decreto – anch’esso oggi in possesso del “National Catholic Reporter” – ha passaggi che meritano d’essere citati. È firmato dai quattro prelati incaricati delle indagini, presieduti da Velasio De Paolis, oggi vescovo e segretario del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

    Il rapporto elenca le accuse contro il sacerdote: violazione del segreto confessionale, uso illegittimo delle confidenze avute in confessione a danno del penitente, offesa al buon nome delle persone, violazione del diritto alla privacy, induzione alla disubbidienza contro i superiori, falso misticismo, asserite apparizioni, visioni e messaggi soprannaturali.

    Ammette che i fatti oggetto delle accuse sono caduti in prescrizione. Ma chiede alla congregazione per la dottrina della fede di comminare ugualmente contro padre Burresi delle sanzioni amministrative. Per questo motivo:

    “Non va dimenticato che durante questo processo alcuni [seguaci di padre Burresi] hanno detto che l’accusato ‘uscirebbe da esso trionfante, più rispettato che mai, e quindi senza alcuna ombra, più glorioso di prima’. [Essi hanno detto] ‘che la segreteria di stato difende padre Gino, per cui la vittoria è assicurata’. Se nessun limite fosse applicato alla sua libertà di esercitare il ministero semplicemente per il fatto che le accuse provate sono cadute in prescrizione, probabilmente la sentenza di questa corte sarà usata come strumento di propaganda a favore dell’accusato. Egli sarà in grado di continuare a far danno a quelle persone psicologicamente deboli che si mettono sotto la sua direzione spirituale”.

    * * *

    L’asserito appoggio della segreteria di stato a padre Burresi – richiamato nel rapporto – è un altro degli elementi che accomunano il suo caso a quello di padre Maciel.

    In effetti, nella segreteria di stato lavorano due prelati che appartengono l’uno, Angelo Tognoni, ai Servi del Cuore Immacolato di Maria fondati da padre Burresi, e l’altro, Donal Corry, ai Legionari di Cristo fondati da padre Maciel.

    Non solo. I Legionari di Cristo risultano avere come loro sostenitore, da molti anni, il segretario di stato in persona, il cardinale Angelo Sodano.

    Una conferma dell’appoggio della segreteria di stato alla causa dei Legionari si è avuta lo scorso venerdì 20 maggio, poco dopo l’uscita di un servizio di www.chiesa dedicato all’indagine sul caso Maciel avviata dalla congregazione per la dottrina della fede.

    Grazie a un fax a loro pervenuto senza firma ma con un timbro della segreteria di stato, i Legionari di Cristo hanno emesso quel giorno un comunicato che diceva:

    “At this time there is no canonical process underway regarding our founder, Fr Marcial Maciel, LC, nor will one be initiated”.

    In realtà, il fax della segreteria di stato era meno perentorio, riguardo al futuro. Esso letteralmente diceva, in italiano:

    “Non vi è nessun procedimento canonico in corso né è previsto per il futuro nei confronti di p. Maciel”.

    La formula “non è previsto per il futuro” è ricorrente in Vaticano per indicare atti che sono nelle sfera del possibile, ma sui quali non è stata ancora presa una decisione formale.

    Di certo c’è che sul caso Maciel l’indagine preliminare è andata avanti anche dopo la pseudo-smentita del 20 maggio, acquisendo ulteriori testimonianze e documenti. E sulla base di questa indagine la congregazione per la dottrina della fede – non la segreteria di stato – deciderà circa il processo canonico contro il fondatore dei Legionari di Cristo.

    Il caso Burresi insegna. Pareva definitivamente archiviato dalla benevola sentenza del 10 maggio 2002. E invece è ripartito e arrivato a una conclusione ben più severa. Con Ratzinger giudice supremo, nel frattempo divenuto papa.

    http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/37078

  • Violentò ragazzina, prete condannato

    Violentò ragazzina, prete condannato

    03 maggio 2005 http://ricerca.repubblica.it/repubblica/ar…029violent.html

    Violentò ragazzina, prete condannato
    Repubblica — 03 marzo 2005 pagina 7 sezione: BARI

    Prima ha sedotto la madre. Poi ha molestato la figlia, ancora minorenne. Per quest’ accusa un prete di una città del Nord Barese è stato condannato ieri dal tribunale di Trani a un anno e quattro mesi di reclusione con il beneficio della condizionale.

    L’ accusa è pesantissima: violenza sessuale. I fatti fanno riferimento a fine anni ’90 quando la ragazza – all’ epoca dei fatti aveva 17 anni – denunciò di avere subito delle avance dal prelato, amico di famiglia. La vicenda è molto scabrosa. Secondo quanto ricostruito dai giudici nel corso delle udienze nel tribunale di Trani, infatti, i genitori della ragazza si erano separati proprio a causa del prete. Il padre avrebbe scoperto la moglie in atteggiamenti inequivocabili con il religioso.

    Per questo motivo ha poi chiesto la separazione dalla donna, provocando non pochi chiacchiericci in città. La notizia si era diffusa tanto da arrivare anche alle orecchie dei vertici ecclesiastici: il prete fu rimosso dal suo posto e fu incaricato di una missione in Brasile.

    L’ esilio, però, durò molto poco. Nemmeno un anno dopo l’ incarico il sacerdote tornò in città ma fu incaricato di svolgere le proprie funzioni in un centro a qualche chilometro di distanza. I rapporti con la donna sembravano continuare. Tanto che lei e la figlia andarono a vivere in un appartamento di proprietà del prelato. Secondo alcuni, e come risulterebbe anche da alcune dichiarazioni della ragazza, di fatto la coppia “abusiva” conviveva. Circostanza però sempre smentita dai protagonisti nonostante, una sera, la polizia durante un controllo avesse trovato, in casa delle due donne, il prete «presumibilmente in pigiama» come recita il rapporto. Probabilmente le attenzioni nei confronti della madre continuano.

    Sicuramente cominciano quelle nei confronti della figlia. La ragazza – che ora ha 22 anni- ha raccontato agli inquirenti, infatti, che una mattina il prete l’ ha abbracciata. L’ ha palpata nelle parti più intime sussurrandole all’ orecchio: «Fatti trovare domani mattina a casa, che domani tua madre non c’ è». La ragazza, sconvolta, dopo essersi confidata con le amiche ha deciso di denunciare il tutto alle forze dell’ ordine. La denuncia l’ ha presentata suo padre il 9 gennaio 2000, poi lei l’ ha sottoscritta. L’ episodio sembrerebbe essere stato soltanto l’ ultimo di una serie di ammiccamenti che la ragazza ha subito nonostante la sua volontà. Il fascicolo era finito sul tavolo dell’ allora sostituto procuratore del tribunale di Trani, Maria Vulpio, che aveva chiesto il rinvio a giudizio del prete. Il processo è stato lungo e assai complesso.

    La difesa del sacerdote è stata strenua: lui ha sempre smentito di avere avuto un rapporto con la madre della ragazza. E soprattutto si è sempre proclamato innocente rispetto alle accuse che gli venivano mosse: «Non ho mai toccato con un dito quella ragazza» ha detto più volte alla corte. La sua difesa ha anche sostenuto che la ragazza parlasse così perché ancora scioccata dalla separazione traumatica dei suo genitori. Tutte argomentazioni che evidentemente avevano convinto l’ accusa.

    Il pm che affrontò il caso un mese fa, in sede di requisitoria, chiese l’ assoluzione dell’ imputato: non convincevano molti punti dell’ impianto accusatorio. Ieri questa tesi è stata però ribaltata, non senza sorpresa, dalla corte presieduta dal giudice Grazia Miccoli. Il prete è stato ritenuto «colpevole del reato di violenza sessuale» pur nella considerazione dell’ «ipotesi di minore gravità» e con la sospensione condizionale della pena. Inoltre il prelato è stato «perpetuamente interdetto da qualsiasi ufficio attinente alla tutela e alla curatela» e condannato al risarcimento dei danni e a una provvisionale di 5mila euro. Entro 90 giorni saranno depositate le motivazioni della sentenza. Molto probabilmente la difesa ricorrerà in appello. – GIULIANO FOSCHINI

  • Abusi su ragazzini, tre anni al sacerdote

    Abusi su ragazzini, tre anni al sacerdote

    Tre anni e quattro mesi di carcere sono stati inflitti al sacerdote di Gavirate accusato di pedofilia su dodici ragazzi del paese.

    Al prete è stata riconosciuta la seminfermità mentale ed è per questo che non è stata accolta la richiesta avanzata dalla Procura, che era di dieci anni.

    Don Roberto Mornati, era arrivato negli anni ’80 a Gavirate, trasferito dalla curia dopo che aveva già subito un processo per molestie. Il processo si è svolto con il rito abbreviato davanti al gip Giuseppe Trombino.
    Don Mornati ha potuto godere di attenuanti anche per aver risarcito le vittime versando una somma di circa 280 mila euro alle famiglie.

    L’indagine della polizia di Varese era cominciata quando alcuni testimoni avevano segnalato uno strano via vai di ragazzi dalla casa di riposo dove il prete prestava servizio. Gli agenti della squadra mobile avevano piazzato alcune telecamere nella stanza del sacerdote e avevano avuto la prova degli “incontri” intimi. Il prete pagava il silenzio delle sue vittime con piccoli regali.

    Abusi su ragazzini, tre anni al sacerdote