Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    L’influenza più potente di Benedetto XVI sulla Chiesa cattolica è venuta prima che fosse papa

    Uno degli atti più significativi del pontificato di Benedetto XVI , morto a capodanno, all’età di novantacinque anni, è stato, sembrano concordare i suoi necrologi, la sua dimissione, nel febbraio 2013. E giustamente : la prima rinuncia papale in quasi seicento anni è stata un atto epocale. Ha diminuito le qualità monarchiche del papato, rendendolo più simile a un ufficio elettivo con un periodo di servizio limitato. Ha stabilito un precedente per i successori di papa Benedetto, soprattutto quello immediato, papa Francesco , che ha ottantasei anni e ha parlato della possibilità di dimettersi per età o problemi di salute. Ed è stato un atto di umiltà da parte di un uomo che ha deciso di non poter più guidare la Chiesa cattolica, ei suoi oltre 1,3 miliardi di membri, durante un periodo di scandalo.

    Ma le dimissioni di Benedetto sono state anche un’espressione appropriata del tratto con cui ha lasciato il segno più profondo nella Chiesa: la sua pratica di affermare drammaticamente il negativo. Il suo “no” finale – al papato – ha coronato una lunga carriera di “no” ai fedeli: si può sostenere che il ruolo più importante che ha svolto a Roma non è stato come Papa, ma quando era ancora il cardinale Joseph Ratzinger, come prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’ufficio dottrinale del Vaticano. In quella posizione – che ricoprì dal 1981 al 2005, per quasi tutto il pontificato del severissimo dottrinalmente Giovanni Paolo II – fu il più stretto collaboratore del Papa, e il suo rifiuto, spesso aspro di vigilanza, di lasciare che i cattolici affrontassero apertamente le questioni dell’epoca è una causa principale della difficoltà in cui si trova ora la Chiesa.

    Ratzinger è nato in Baviera nel 1927, è cresciuto in una devota famiglia cattolica e voleva diventare cardinale dall’età di cinque anni. Divenne prete e poi teologo molto pubblicizzato, fu nominato perito (o esperto) al Concilio Vaticano II (1962-65), scrisse un’affascinante ” Introduzione al cristianesimo ” e prestava servizio come arcivescovo di Monaco e Frisinga quando Giovanni Paolo II lo nomina alla CDF Aveva allora cinquantaquattro anni ed era già cardinale. Al Sant’Uffizio, un palazzo dietro San Pietro, il suo comportamento fu costante nei decenni successivi. Viveva semplicemente, lavorava sodo e trattava cordialmente i colleghi. Indossava una tonaca nera e una fascia rossa da cardinale e, con i suoi folti capelli bianchi, era allo stesso tempo impiegato e affascinante.

    Ratzinger ha scritto molti libri nel corso degli anni, e sono raggianti della sua fiducia di sapere cosa fosse meglio per la Chiesa. Ma quella fiducia – e un corrispondente disgusto per le posizioni opposte – lo portarono a precludere una questione complessa dopo l’altra, un processo che il reporter del Vaticano John L. Allen, Jr., ha raccontato in una rigorosa biografia del 2000. Il primo “no” riguardava la teologia della liberazione. Dopo il Vaticano II, i teologi dell’America centrale e meridionale – in particolare Leonardo Boff in Brasile, Juan Luis Segundo in Uruguay e Gustavo Gutiérrez in Perù – hanno risposto all’invito del Concilio ai cattolici a “leggere i segni dei tempi” perseguendo una sintesi approssimativa di narrazioni evangeliche di liberazione e teorie marxiste di un proletariato incoraggiato.

    Uno sviluppo al tempo stesso rapido e sofisticato, la teologia della liberazione richiedeva una reazione ponderata. Invece, ha ottenuto una stampa a tutto campo da Ratzinger e dalla CDF, che ha ordinato un’indagine su Gutiérrez; ha chiesto un “chiarimento” a Boff; ha dichiarato la teologia della liberazione una “eresia”; e ha scritto un’istruzione ammonitrice, emanata dalla CDF ma approvata dal Papa, definendola “una perversione del messaggio cristiano come Dio lo ha affidato alla sua Chiesa”. Tutto ciò accadde durante i primi tre anni di Ratzinger alla CDF, ma l’obbrobrio continuò per tutto il decennio – attraverso l’assassinio di sei gesuiti, della loro governante e di sua figlia, da parte di sicari alleati militari, all’Università Centroamericana, in El Salvador, nel 1989. Uno dei gesuiti, padre Ignacio Ellacuría, era un convinto sostenitore della teologia della liberazione.

    Un secondo “no” di Ratzinger riguardava l’ordinazione. Dopo il Concilio Vaticano II, cattolici di vario genere proposero che il Vaticano smettesse di restringere lo “stato clericale” agli uomini impegnati alla castità, e aprisse il sacerdozio ordinando donne e uomini sposati o allargando, alle donne, il ruolo dei diaconi ( ministri ordinati che non sono sacerdoti). Ratzinger si oppose categoricamente a tutto ciò. Ordinò un’indagine su padre Richard P. McBrien, teologo dell’Università di Notre Dame, per aver suggerito, nel suo libro molto letto “ Catholicism ”, che l’ordinazione delle donne fosse una questione aperta; ha interrotto uno sforzo dei vescovi americani di consultare le donne per una lettera pastorale sul ruolo delle donnenella chiesa; e affermava, con Giovanni Paolo II, che limitare l’ordinazione agli uomini era un insegnamento “infallibile” della Chiesa.

    Il “no” di Ratzinger ai gay è noto, ed è in sintonia con il suo rifiuto di ogni forma di attività sessuale diversa dal rapporto tra un uomo e una donna in un valido matrimonio cristiano con l’intento di produrre figli. Nel luglio 1986, mentre completava un’indagine che lo aveva preceduto alla CDF, Ratzinger revocò a padre Charles Curran, professore alla Catholic University of America, il diritto di insegnare teologia morale, perché Curran aveva suggerito che, in alcuni casi, la masturbazione potrebbe non essere peccato e che qualche “dissenso” sulla questione potrebbe essere legittimo. Tre mesi dopo, in parte in risposta ai conflitti che coinvolgono la Chiesa e i gay negli Stati Uniti, Ratzinger pubblicò un documento della CDF sull’omosessualità. In essa dichiarava che, «sebbene la particolare inclinazione della persona omosessuale non sia peccato, è una tendenza più o meno forte ordinata verso un male morale intrinseco; e quindi l’inclinazione stessa deve essere vista come un disordine oggettivo. Ha continuato insistendo sul fatto che la ricerca della soddisfazione fisica attraverso un atto omosessuale “nega la natura trascendente della persona umana”. Il documento è noto come “Homosexualitatis Problema”.

    In tutto questo Ratzinger era in sintonia con Giovanni Paolo II. Ma, nei loro rapporti con le altre religioni, Giovanni Paolo si dimostrò più un uomo del “sì”. Il Papa convocò un incontro senza precedenti dei capi delle religioni mondiali, ad Assisi, nell’ottobre 1986, per una Giornata mondiale di preghiera per la pace. Ratzinger, riferisce il suo biografo Peter Seewald, “evitò deliberatamente l’evento”, sospettoso che la presenza del Papa fianco a fianco con l’arcivescovo di Canterbury, il rabbino capo di Roma, il Dalai Lama e altri leader “avrebbe incoraggiato l’idea che libertà religiosa significava parità religiosa, mentre la Chiesa cattolica doveva attenersi all’unicità di Gesù Cristo come salvatore universale”. Ma Giovanni Paolo insistette; ha ospitato l’incontro ed è apparso nelle foto di gruppo scattate lì. Negli anni che seguirono, de facto  ma anche  de iure (o in linea di principio)” e che riteneva i seguaci di altre tradizioni religiose “in una situazione di grave deficienza”. Era il 2000. Negli anni successivi, Ratzinger e la CDF avevano avviato lunghe indagini su un certo numero di teologi il cui lavoro si occupava della relazione del cristianesimo con le altre religioni, soffocando studiosi di talento nel pieno della loro carriera.

    Tutto questo dire di no da parte di Ratzinger suggeriva che i cattolici ordinari non avrebbero dovuto occuparsi di tali questioni e implicava che le questioni di fondo fossero risolte, e non fossero affatto questioni. Quella presa di posizione, di per sé poco persuasiva, investì anche Ratzinger e la CDF di una signorile alterigia nei rapporti dell’ufficio con il mondo – e la lasciò gravemente carente nei suoi rapporti con la crisi degli abusi sessuali clericali. I primi rapporti approfonditi sugli abusi del clero sono apparsi nel 1985, ma il problema è stato lasciato a marcire per quasi due decenni, poiché la Chiesa si è opposta agli avvocati e alle forze dell’ordine, insistendo sul fatto che disciplinare i sacerdoti era un affare interno. Eppure i crimini sessuali e le offese di centinaia di sacerdoti trattati dalle diocesi di tutto il mondo – attraverso accordi finanziari, accordi di non divulgazione e simili – hanno ricevuto scarsa attenzione al Sant’Uffizio. Nel 2001, Ratzinger ha infine esortato i funzionari diocesani a inoltrare a Roma le denunce di preti accusati in modo credibile, e ha accettato di occuparsene personalmente, leggendone un fascio una volta alla settimana. “La nostra penitenza del venerdì”, la chiamava. Eppure, tre anni dopo, dopo il Boston Globeaveva pubblicato una sbalorditiva serie di rapporti investigativi sui diffusi abusi sessuali dei sacerdoti nel Massachusetts, il cardinale Bernard Law, di Boston, si era dimesso, e Giovanni Paolo II aveva convocato i cardinali americani a Roma per un “vertice straordinario” – Ratzinger parlava ancora solo in modo criptico di “sporcizia” nella Chiesa.

    Al volgere del millennio, Giovanni Paolo II era malato di morbo di Parkinson e Ratzinger, in effetti, dirigeva il Vaticano. Ma quando il Papa morì, il 2 aprile 2005, e gli altri cardinali sembravano propensi a scegliere Ratzinger come successore di Giovanni Paolo, egli sembrò riluttante ad assumere l’incarico. «A un certo punto ho pregato Dio: ‘Per favore, non farmi questo’», ha detto poco dopo essere stato eletto, il 19 aprile, e ha preso il nome di Benedetto XVI. «Evidentemente questa volta non mi ha ascoltato». Il suo pontificato, durato otto anni, fu una coda in sordina a quello di Giovanni Paolo. Comprendeva le polemiche da lui provocate sull’Islam (citando un provocatorio commento anti-islamico del XIV secolo durante un discorso a Ratisbona, Germania) e sull’Olocausto (dopo che un vescovo scismatico arci-tradizionalista la cui scomunica revocata da Benedetto XVI ha negato la portata dei campi di sterminio nazisti in una recente intervista), così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e attività illecite presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo così come lo scandalo VatiLeaks (che coinvolge la corruzione all’interno della casa pontificia) e l’attività illecita presso la Banca Vaticana. E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovo E lo sforzo che i necrologi citano come il risultato più importante di Benedetto XVI – predisporre la “corsia accelerata” di deposizione di oltre ottocento preti credibilmente accusati di abusi sessuali – è stato minato dalla sua accelerazione del processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II. Il risultato fu che il defunto Papa fu dichiarato santo prima che potesse essere dato un adeguato controllo a qualsiasi ruolo che la sua sollecitudine verso potenti chierici desiderosi di finanziare progetti vaticani, in particolare padre Marcial Maciel Degollado, in Messico, e l’arcivescovoTeodoro McCarrick, nel New Jersey, potrebbe aver giocato nel proteggerli da accuse credibili di cattiva condotta sessuale mosse contro di loro durante il suo pontificato. (Maciel è stato accusato in un articolo di un quotidiano statunitense nel 1997 di aver abusato sessualmente di seminaristi decenni prima, ed è stato oggetto di un’indagine della CDF alla fine del 2004, ma non è stato perseguito ai sensi del diritto canonico; invece, gli è stato richiesto solo, nel 2006, all’età di ottantasei anni, per ritirarsi a una vita di preghiera e penitenza.Ha negato le accuse contro di lui ed è morto nel 2008. Un conteggio postumo include dozzine di accuse di abusi sessuali da parte sua.Mccarrick è stato rimosso dal sacerdozio da Pope Francis nel 2019 e, nel 2021, è stato accusato in Massachusetts di tre capi di imputazione per aggressione e percosse, per un incidente presumibilmente avvenuto nel 1974. Si è dichiarato non colpevole e ha negato le accuse contro di lui.

    Poi, il 28 febbraio 2013, Benedetto si è dimesso, partendo dal Vaticano, come Nixon, in elicottero, per la residenza estiva papale, e tornando tre mesi dopo a vivere in un monastero agghindato dietro San Pietro. I tradizionalisti conclusero presto che le sue dimissioni – e il pontificato di papa Francesco che ne derivava – erano state disastrose per la Chiesa che avevano immaginato. Avevano ragione: Francesco ha chiarito, con la sua persona e le sue azioni, che questioni complesse non possono essere facilmente dichiarate chiuse a ulteriori indagini, e che le risposte della Chiesa devono andare oltre il “no” e il “mai”. Ma il decennio che Benedetto ha trascorso in pensione in Vaticano ha dato ai tradizionalisti il ​​tempo di riorganizzarsi e ha dato origine a quello che David Gibson, della Fordham University, autore di un libro su Benedetto, chiama un cattolicesimo del Tea Party: un cattolicesimo combattivo, anti-intellettuale. , dedito a possedere le librerie cattoliche. Questo movimento deve tanto all’alt-right americana quanto a qualsiasi papa.

    Retrospettivamente, è possibile chiedersi come sarebbero andate le cose se il cardinale Ratzinger avesse detto “no” al papato stesso nel 2005, prima che il conclave lo eleggesse, piuttosto che dopo che aveva servito per otto anni. Il secondo classificato nel conclave del 2005 è stato il cardinale Jorge Mario Bergoglio, di Buenos Aires, finalmente eletto nel 2013succedere a Benedetto, prendendo il nome di Francesco. Ma se fosse stato Francesco ad essere eletto nel 2005? E se avesse avuto quegli otto anni in più per avviare le riforme, per occuparsi degli abusi sessuali del clero e della corruzione vaticana e per cambiare il tono e l’atteggiamento dell’ufficio papale? Uno scenario del genere è l’incubo dei tradizionalisti. I cambiamenti che Francesco ha apportato, per quanto discontinui e confusi a volte, riflettono i suoi sforzi per iniziare a rispondere alle domande che Joseph Ratzinger ha soppresso per tanti anni. ♦

    https://www.newyorker.com/news/daily-comment/benedict-xvis-most-powerful-influence-on-the-catholic-church-came-before-he-was-pope

  • Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

    Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

    “EL PAIS” TORNA SUL CASO PEDOFILIA IN SPAGNA DOPO UN ANNO: I RISULTATI

    Un anno esatto dopo la prima inchiesta di “El Pais” sui casi di pedofilia nella Chiesa di Spagna, il quotidiano spagnolo nazionale torna con un nuovo dossier dove esprime tutta l’amarezza per un anno di indagini con non molte collaborazioni avute dalle Diocesi, l’esatto contrario insomma di quanto Papa Francesco e i vertici della Chiesa Cattolica in tutto il mondo professano da tempo ormai nella profonda lotta alla piaga degli abusi. Il primo rapporto di “El Pais” era datato inizio dicembre 2021 con 251 casi di presunti abusi contro minori da parte del clero spagnolo: «Quest’anno la cifra è raddoppiata a 500, con un secondo dossier consegnato a giugno e un terzo presentato questo mese. In totale, più di 1.000 pagine». Tuttavia, a distanza di una anno, commenta il quotidiano, «il bilancio è nullo: non si sa nulla della risposta a questi casi e la trasparenza non solo non è aumentata, ma è peggiorata».

    Sentendo le 141 comunità dove sarebbero giunte le denunce di presunti casi di pedofilia, spiega “El Pais”, ben poche hanno risposto nel merito e ancora meno avrebbero aperto procedimenti canonici con effettivi risarcimenti finali: «Il silenzio è schiacciante: solo il 13% fornisce informazioni. I casi di ciascuna entità e le relative risposte possono essere consultati nelle tabelle di dati che accompagnano queste informazioni». La Conferenza Episcopale Spagnola (CEE) in un primo momento si era rifiutata di coordinare il progetto di indagini nato dalle centinaia di denuncianti e attraverso i singoli enti coinvolti, ma circa 6 mesi fa un nuovo impulso è giunto dai vescovi spagnoli per cercare di ristabilire la verità sulle durissime accuse di abusi pedofili.

    “SOLO DIOCESI MADRID COLLABORA ATTIVAMENTE”: NUOVE DENUNCE DI “EL PAIS” SULLA PEDOFILIA NELLA CHIESA IN SPAGNA

    Obbligate dal Vaticano, le diocesi coinvolte di Spagna hanno aperto uffici di assistenza alle vittime della pedofilia nel 2020, ma molte di esse non hanno nemmeno i dettagli di contatti online, accusa sempre “El Pais”. Le singole disposizioni di Papa Francesco vengono di fatto spesso disobbedite: «a volte non si apre un’indagine senza una denuncia diretta della vittima, che non è più necessaria; la vittima non viene informata della possibilità di un risarcimento; quando questo avviene, vengono imposte clausole di silenzio; e anche se c’è una condanna dell’abusante, alla vittima non vengono date informazioni sul caso, nemmeno il nome dell’accusato quando non lo ricorda, ma è stato identificato dalla Chiesa». Le accuse formulate dal quotidiano spagnolo sembrano alquanto gravi e ovviamente andrà ristabilito in ogni singola denuncia quale sia stato il ruolo di accompagnamento e assistenza che la singola Diocesi ha riservato, evitando processi mediatici da un lato ma scongiurando il “silenzio” calato su accuse e fatti gravi.

    «Spesso la risposta è quella di trattare la denuncia di abuso solo come una questione legale, senza prevedere ascolto e aiuto. In molti luoghi, la prima reazione alla vittima non è di accoglienza, ma di diffidenza e di interrogazione. Nelle piccole città, a volte è accompagnata dal rifiuto sociale dell’informatore», denuncia ancora “El Pais” ad un anno dall’inizio del dossier pedofilia. Viene citato il caso di un ragazzo – nome fittizio Roberto – che racconta l’inquietante interrogatorio ricevuto, così pare, dai vertici della diocesi di Orihuela-Alicante: «Mi è stato detto che le mie dichiarazioni erano contraddittorie. Ero molto nervoso per tutto quello che stava succedendo. Mi sono sentito come un terrorista».

    Al momento solo quattro diocesi hanno risposto attivamente alle richieste di “El Pais” di far luce sui circa 500 casi di abusi: Tarragona, Cartagena, Bilbao e Madrid. Di queste però, solo la Diocesi della Capitale di Spagna ha fornito descrizione precisa dello stato di ogni processo, insieme ai nomi degli imputati e alle loro destinazioni. Per quanto riguarda gli ordini ecclesiali contattati, solo 8 hanno deciso di riferire sui presunti casi interni, gli altri 34 invece non hanno risposto a “El Pais”. «Se ne lavano le mani», accusano diversi denunzianti e pure associazioni in difesa delle vittime mettendo nel mirino la Chiesa e alcuni ordini (Gesuiti compresi). La piaga è ampia e come ha ribadito di recente Papa Francesco, «È il momento della vergogna per la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime».

    Lo scorso febbraio 2022, il presidente della CEE Card. Omella ha avviato un’inchiesta legale indipendente, della durata di un anno sulle denunce di violenze ai danni di minori: «La Conferenza episcopale vuole fare un passo avanti nel suo dovere di trasparenza, aiuto e riparazione alle vittime e collaborare con le autorità sui casi di abusi sessuali che pesano sulla Chiesa spagnola. Non prima di aver chiesto pubblico perdono a coloro che tanto dolore hanno sofferto e soffrono».

    Pedofilia Spagna, ElPais: “silenzio Chiesa su 500 casi”/ “Solo 13% Diocesi collabora”

  • Caserta, parroco sorpreso di notte al cimitero con due ragazzini: consumava rapporti in B&B e cinema porno

    Caserta, parroco sorpreso di notte al cimitero con due ragazzini: consumava rapporti in B&B e cinema porno

    Abusi sessuali su minori, induzione in concorso alla prostituzione minorile e possesso di materiale pedopornografico. Sono queste le accuse a carico di Don Gianfranco Roncone, ex parroco di Presenzano, provincia di Caserta, ora a processo davanti alla Prima Sezione del tribunale di Santa Maria Capua Vetere.

    La notte del 14 agosto 2020 Roncone venne sorpreso alla guida di una Madza 2 in compagnia di due ragazzi di origine romena di 18 e 16 anni, in una zona semi buia nei pressi del cimitero comunale di Vairano Patenora. I carabinieri, perquisendo i telefoni dei due, scoprirono le prove di una “relazione” tra uno di loro e il parroco.

    Secondo gli inquirenti, Roncone era solito consumare rapporti sessuali in B&B partenopei nei pressi della stazione ferroviaria o in sale cinematografiche di cinema porno, con ragazzi originari prevalentemente dell’Est Europa e dell’Africa. Sempre secondo i carabinieri, alcuni giovani erano soliti ricevere regali per le loro “prestazioni”.

    Un episodio di violenza sarebbe avvenuto anche in canonica, dove l’ex parroco avrebbe palpato il sedere di un ragazzo minorenne.

    https://www.lastampa.it/cronaca/2022/12/27/news/caserta_parroco_sorpreso_di_notte_al_cimitero_con_due_ragazzini_rapporti_in_bb_e_cinema_porno-12434861/

  • Il prete e i video hard con i ragazzini: “Ignoranza inevitabile”

    Il prete e i video hard con i ragazzini: “Ignoranza inevitabile”

    PALERMO – Si tratterebbe di un caso di “ignoranza inevitabile”. Secondo la difesa, padre Vincenzo Esposito non sapeva che stava facendo videochiamate hard con dei minorenni.

    “Neppure nel corso del processo è emerso il contrario. Lo ha detto solo un ragazzino, la cui attendibilità è stata picconata visto che non ha detto la verità neppure sul suo nome di battesimo”, hanno detto gli avvocati Giovanni Di Trapani e Renato Vazzana durante l’arringa difensiva.

    Don Vincenzo Esposito è stato condannato in primo grado a cinque anni per prostituzione minorile. Il sacerdote, originario di Caltavuturo, in provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, era finito in carcere.

    I carabinieri della compagnia di Termini Imerese lo hanno intercettato mentre effettuava delle videochiamate con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre fra 10 e 30 euro, utilizzate per mangiare la pizza con gli amici o tagliare i capelli dal barbiere.

    “Non li ha mai visto in faccia, non poteva accorgersi che fossero minorenni”, hanno aggiunto i legali.

    I familiari dei ragazzini si sono costituiti parte civile al processo con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile. A marzo la sentenza della Corte di appello.

    Il prete e i video hard con i ragazzini: “Ignoranza inevitabile”

  • Yves Hamant: “Serve un Ciase 2 sui fenomeni di influenza e abuso spirituale”

    Yves Hamant: “Serve un Ciase 2 sui fenomeni di influenza e abuso spirituale”

    Nel 2013 lei è stato uno degli iniziatori dell’Appello di Lourdes, per allertare l’istituzione sulla questione degli abusi spirituali. Le cose sono cambiate da allora?

    Hanno fatto dei progressi, ma c’è ancora molta strada da fare. Il problema principale è che globalmente l’istituzione ei fedeli tendono ancora a minimizzare la gravità dei fenomeni di abuso spirituale. Perché ritengono che «non sia grave come l’abuso sessuale» e che, siccome in genere colpisce gli adulti, «si sono potuti difendere».

    Questo genere di discorsi mostra come la maggior parte delle persone non capisca cosa sia il controllo: un processo di spersonalizzazione in cui l’abusatore prende il controllo della tua volontà al punto da chiederti cose folli. Ad esempio: spogliarti dei tuoi vestiti davanti al Santissimo Sacramento, come nell’affare Santier. È estremamente grave, perché ti distrugge moralmente, psicologicamente, possibilmente fisicamente e spiritualmente. Molte vittime di questo tipo di abusi non credono più a niente e non possono nemmeno più pregare, perché Dio è diventato loro insopportabile.

    La Ciase ha provocato un’onda d’urto su abusi e violenze sessuali nella Chiesa, come sensibilizzare sull’influenza?

    Penso che ci voglia un Ciase 2, con teologi, psicologi e canonisti, che permetta di analizzare gli abusi di potere e di coscienza, che qualifichiamo anche come abusi spirituali e che includiamo sotto la denominazione di aberrazioni settarie.

    Questi abusi di potere possono sfociare in abusi sessuali, ma solo marginalmente. La commissione Sauvé è stata accusata solo di abusi sessuali su minori; è ora necessario esaminare gli abusi commessi contro adulti vulnerabili, tenendo conto del fatto che l’influenza può rendere vulnerabile qualsiasi adulto. Ma se i cattolici hanno faticato a riconoscere l’abuso sessuale, hanno ancora più difficoltà con questo abuso, anche se oggi ci sono abbastanza libri e testimonianze per spiegarlo. Tuttavia, la loro denuncia è iniziata molto presto, ma non è stata ascoltata.

    Cioè ?

    Già nel 1977, padre Henri Caffarel sfidò il Rinnovamento Carismatico, di cui fu promotore. Segnaliamo il libro Les Naufragés de l’Esprit nel 1996 e l’articolo su La Vie nel 2001 “Guru nei conventi”, e poi i tanti articoli sulla rivista Golias, ma non li abbiamo prestati attenzione perché era Golia. Un’associazione si dedica esclusivamente a questi eccessi, l’Avref. Un ex legionario di Cristo, Xavier Léger, vi ha dato tutta la sua forza e ha creato un sito di scambi sulle comunità problematiche.

    All’interno dell’istituzione hanno lavorato instancabilmente, ma da estranee, due persone, suor Chantal-Marie Sorlin, che ha elaborato uno strumento insostituibile, una griglia di criteri per identificare gli eccessi di una comunità, e padre Dominique Auzenet. C’era effettivamente un ufficio incaricato di queste questioni, ma la sua attività era riservata. In risposta all’Appello di Lourdes del 2013, il CEF ha riconosciuto l’esistenza di questi abusi e, nel 2015, ha istituito l’unità dedicata agli abusi settari nella forma che ha attualmente.

    Cosa resta da fare secondo te, oltre un Ciase 2?

    Aumentare il livello di esigenza e rigore delle indagini canoniche, consentire alle vittime di costituirsi parte civile nei processi canonici, sistematizzare la pubblicità parziale delle sanzioni… Potrebbe essere utile almeno istituire uno schedario S delle comunità problematiche, ad uso interno, che ogni vescovo potrebbe consultare prima di invitare nella sua diocesi una comunità che non conosce, e che sarebbe accessibile anche ai responsabili della pastorale giovanile incaricati di consigliare l’orientamento delle vocazioni.

    Sembra probabile che la questione dell’influenza e dell’abuso spirituale porti a uno tsunami della stessa natura di quello dell’abuso e della violenza sessuale?

    Non ho strumenti per quantificare. Ma come disse il cardinale Stella, ex prefetto della Congregazione per il clero, in un’intervista a Vatican news nel 2018, e come mi disse qualche anno fa anche un funzionario della CEF, l’abuso di coscienza può essere anche più comune dell’abuso sessuale. Basta guardare il numero di persone colpite e il numero di partenze nelle comunità colpite! Questo sconvolge il mondo delle comunità religiose, e non solo le nuove comunità, anche se nelle più antiche le costituzioni sono più adeguate in termini di tutele. Il che mi porta anche a pensare che gli esempi siano troppo numerosi per non mettere in dubbio la possibilità di una deriva teologica.

    Cosa intendi ?

    Molti esempi recenti di abusi nelle comunità, intorno ai fratelli Philippe in particolare, hanno caratteristiche comuni. Il fatto di considerarsi degli iniziati che, in quanto tali, non sono soggetti alla morale comune, perché chiamati a qualcosa che va oltre le regole, con sullo sfondo l’idea che la vita corporea è per così dire indipendente da quella del la mente. Questo modo di pensare è sia caratteristico dei fenomeni di influenza sia, sul piano teologico, si avvicina ad un approccio gnostico. È compito e responsabilità della Chiesa cattolica analizzare questo in profondità.

    https://www.lavie.fr/christianisme/eglise/yves-hamant-il-faut-une-ciase-2-sur-les-phenomenes-demprise-et-dabus-spirituels-85565.php

  • Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa

    Il “caso Rupnik” ferisce anche la credibilità della Chiesa

    Che succede quando ad essere adombrato dall’accusa di abusi è uno dei religiosi più famosi al mondo? Nel caso che sta tenendo banco nel mondo ecclesiastico in questi giorni non c’entrano minorenni, ma le denunce di presunte violenze psicologiche e forse sessuali ai danni di alcune suore.

    I fatti risalirebbero ai primi anni Novanta e sarebbero avvenuti nella Comunità Loyola di Lubiana in cui era confessore il teologo ed artista sloveno padre Marko Ivan Rupnik. Quest’ultimo, nel frattempo divenuto una celebrità dell’arte sacra per i suoi mosaici neobizantini nonché membro e consultore di vari Pontifici Consigli, è l’uomo accusato da tre religiose di «abusi di coscienza ma anche affettivi e presumibilmente sessuali». Accuse messe nero su bianco in una lettera pubblicata dalla rivista Left e che, secondo l’autrice, sarebbe stata inviata nell’estate del 2021 al Papa senza però ottenere risposta.

    È alle motivazioni addotte nella lettera che si dovrebbe l’allontanamento – avvenuto nel 1993 – di Rupnik, appartenente alla Compagnia di Gesù, dalla Comunità fondata dalla sua amica, suor Ivanka Hosta. All’epoca, quindi le ombre sull’artista sloveno sarebbero state “coperte” con il benestare – sempre secondo il racconto di una delle presunte vittime – dell’allora arcivescovo di Lubiana, monsignor Alojzij Šuštar. Proprio al dicembre del 1993 risale l’inaugurazione della “creatura” più famosa di Rupnik, quel Centro Aletti nato a Roma per far parte del Pontificio Istituto Orientale e benedetto da San Giovanni Paolo II in persona.

    Il dossier sloveno su Rupnik sarebbe rimasto sconosciuto se non fosse stato per il commissariamento della Comunità Loyola avvenuto – ha fatto sapere Left – nel 2020 ed affidato ad un altro gesuita, il vescovo ausiliare della diocesi di Roma, monsignor Daniele Libanori. Questo commissariamento, di cui non è stata data alcuna notizia ufficiale, sarebbe partito a seguito del numero sorprendente di suore uscite dalla comunità e apparso a Roma come una spia del malessere per una gestione evidentemente problematica. Riaprendo quel vaso di Pandora a Lubiana, presumibilmente deve essere affiorata anche la vicenda relativa al gesuita sloveno e risalente a quasi venti anni prima.

    Dopo le voci dei giorni scorsi, ieri si è avuta la prima conferma tramite una dichiarazione – datata 2 dicembre – firmata Domus Interprovinciales Romanae dei gesuiti. Dalla nota si apprende che nel 2021 il Dicastero per la dottrina della fede ha ricevuto una denuncia relativa al «modo di esercitare il ministero» di padre Rupnik. L’ex Sant’Uffizio ha affidato l’indagine direttamente alla Compagnia di Gesù che ha nominato un istruttore esterno e poi ha redatto una relazione sul caso. Sulla base di questa relazione, il Dicastero per la dottrina della fede «ha costatato che i fatti in questione erano da considerarsi prescritti e ha quindi chiuso il caso».

    Roma locuta est a fine ottobre 2022, mentre la Compagnia ha fatto sapere di mantenere in vigore le misure amministrative imposte al teologo sloveno durante la fase d’indagine: divieto di confessare, di accompagnamento negli Esercizi Spirituali e di direzione spirituale, oltre all’obbligo di chiedere il permesso al superiore locale per svolgere attività pubbliche.

    Una certa elasticità in quest’ultima limitazione è all’origine della lettera a Left di una delle tre suore che hanno denunciato abusi per mano dell’artista: la donna, infatti, ha confessato di aver deciso di scrivere alla rivista dopo aver visto un recentissimo video su youtube con un’omelia di Rupnik e dopo essersene lamentata con il vescovo Libanori. I commenti del religioso sloveno al Vangelo sono stati pubblicati anche questa domenica sulla pagina del Centro Aletti, quindi nonostante le polemiche provocate dall’inchiesta di Left e nonostante il comunicato dei gesuiti che ha confermato la notizia delle misure.

    Peraltro Rupnik solamente pochi giorni fa ha ricevuto il titolo di Doctor Honoris Causa,  in un’università pontificia in Brasile ed ha tenuto per l’occasione una lezione sul tema Educare alla Bellezza nell’Aula Magna.

    Ma la corretta applicazione o meno delle misure amministrative comminate dalla Compagnia di Gesù non è l’unico argomento che sta facendo discutere in questi giorni sul caso Rupnik: l’altra “bomba”, infatti, l’ha sganciata due giorni fa il blog Messa in Latino sostenendo di averla appresa da «fonti in altissimo loco». Secondo Messainlatino.it, ai danni del gesuita sloveno sarebbe stata emessa addirittura una sentenza canonica di condanna relativa ad un «processo per l’assoluzione del complice in confessione» di cui, per competenza, si sarebbe occupato il Tribunale del Dicastero per la dottrina della fede. La sentenza, in base a quanto riportato dalla fonte di Mil, avrebbe comportato la scomunica latae sententiae per Rupnik che però sarebbe stata successivamente bloccata dal Papa in persona.

    Un’indiscrezione clamorosa ma priva di conferme dal Vaticano e che non trova traccia nell’unico comunicato ufficiale fino ad ora uscito sulla vicenda, quello della Provincia Romana della Compagnia di Gesù che invece ha confermato il contenuto delle rivelazioni su Left. Bisogna ammettere che queste accuse – seppur prescritte – segnano una nuova battuta d’arresto per la credibilità della Chiesa sul fronte del contrasto agli abusi commessi da religiosi e che ad uscirne ammaccata non può essere solo l’immagine dell’attuale pontificato dal momento che i fatti contestati al teologo ed artista sloveno risalgono agli inizi degli anni ’90 ed erano emersi già allora.

    https://lanuovabq.it/it/il-caso-rupnik-ferisce-anche-la-credibilita-della-chiesa

  • Abusi in Italia: una voce “altra”

    Abusi in Italia: una voce “altra”

    Coloro che si sono cimentati nell’ardua prova di seguire la totalità del rapporto sulle attività inerenti agli abusi sessuali perpetrati nell’ambito della Chiesa cattolica italiana sui minori, presentato a metà novembre da alcuni vescovi e dagli esperti convocati dalla Conferenza Episcopale Italiana per studiare il fenomeno, nonché a organizzare delle operazioni per arginarlo, hanno sicuramente messo a dura prova la loro pazienza.

    Infatti, ci troviamo di fronte a un evento che merita di essere analizzato dal punto di vista semiotico per via dei numerosi messaggi (mal) dissimulati che esso invia più o meno intenzionalmente e che generano un reale disagio nello spettatore.

    A testimoniare di questo stato di fatto, diversi giornalisti referenti di alcune testate hanno ampiamente reagito rispetto ai contenuti del rapporto citando statistiche, cifre, ambiti di indagine, definizione del corpus e così via, nonché manifestando il loro disaccordo in merito ai metodi impiegati e agli obiettivi raggiunti.

    Una polemica è in corso tra esponenti dell’ambito ecclesiastico e i rappresentanti dei gruppi schierati in difesa delle vittime. Questa si concretizza con botte e risposte inviate con malcelata violenza su pagine più o meno virtuali oppure nel corso di conferenze successive al rapporto che vertono sui temi scottanti dell’abuso.

    Contrariamente agli articoli pubblicati nei giorni scorsi in relazione a questi eventi, noi ci occuperemo di analizzare brevemente la forma con cui si sono espressi questi contenuti, per vedere se qualche informazione importante ci viene trasmessa anche da essa.

    La messa in scena

    Per cominciare esaminiamo lo spazio scelto per la conferenza stampa. Personalmente ho visionato il video dell’evento. Una telecamera fissa inquadra un tavolo che non riesce ad accogliere agevolmente l’insieme dei relatori, sicché un paio di essi vi si accomoda in posizione periferica appoggiando sui bordi il proprio materiale. I due vescovi, invece, sono collocati in una comoda posizione centrale, così come il moderatore della conferenza, formando un nucleo da cui emana la parola di chi detiene il potere.

    Se qualcuno avesse dimenticato da quale fonte proviene l’informazione che viene diffusa, dietro al tavolo e ai relatori si trova, in guisa di fondale, un quadro in cui sono rappresentati tutti i papi del XX e del XXI secolo, con papa Francesco che troneggia in proporzione e in posizione dominanti.

    Ora, una messinscena del genere non può passare inosservata ed è particolarmente sovraccarica di senso. Essa indica di proposito la fonte da cui l’intero evento scaturisce e riceve la sua coerenza. Infatti, il susseguirsi degli interventi conferma l’impressione che risulta dalla messinscena, poiché tutti i relatori hanno un legame con la Chiesa.

    Chi è vescovo, chi lavora all’Università Cattolica, chi è direttore didattico in una scuola cristiana, chi ha collaborato con i centri d’ascolto diocesani investiti della responsabilità di ricevere le vittime e così via. Sembra quindi di trovarsi ad un evento pubblico organizzato da un regime che non ha altro riferimento se non sé stesso, in cui tutto quel che si dice deve rispondere ad esigenze interne di propaganda.

    Passiamo ora a qualche considerazione stilistica riguardante l’articolazione del discorso dei diversi relatori. Le impressioni tratte dalle diverse prese di parola sono multiformi: dalla favella timida ed esitante, all’affermazione lenta, sicura e intrisa di sufficienza, intesa a manipolare l’uditorio facendolo aderire a un argomento di autorità, per finire con il discorso ambivalente di chi cerca di accontentare tutti.

    Neutrali?

    Nessuna di esse però si offre con la neutralità del discorso obiettivo, scientifico, che dichiara esplicitamente lo stato dell’arte, lo stato di avanzamento dei lavori, l’obiettivo finale da perseguire e le ragioni funzionali che hanno ispirato le scelte metodologiche.

    Qualcuno afferma che si tratta di un primo tentativo di approccio eventualmente perfettibile in futuro. Se vogliamo fare un paragone eloquente attenendoci al contesto ecclesiale, sarebbe come dire che un giovane sacerdote che sta celebrando messa dicesse appena dopo la consacrazione dell’ostia: “Scusate, non so davvero se ce l’ho fatta a pervenire alla transustanziazione: è il mio primo tentativo, forse in futuro andrà meglio. Vi terrò informati”.

    La situazione è grave: un atteggiamento del genere è inaccettabile ed è indizio certo di incompetenza.

    Ora, questo genere di dichiarazioni intrise di superficialità sono fatte da vescovi nel contesto degli abusi sessuali perpetrati da chierici o simili all’interno della Chiesa: fatti criminali che hanno distrutto la vita di centinaia di vittime. Come si può pensare che affermazioni di questo tipo garantiscano che si sta facendo un buon lavoro?

    Le premesse delle opzioni metodologiche, è stato detto dal responsabile del Servizio tutela minori della Conferenza Episcopale Italiana qualche giorno dopo il rapporto[1], derivano dal fatto che “non si vuole fare come le commissioni indipendenti” che hanno preceduto il mandato della CEI (per non fare nomi, come la Commission Indépendante sur les Abus Sexuels dans l’Eglise, la CIASE francese) semplicemente perché adesso la Chiesa francese sta pagando un caro prezzo per l’intransigenza dei lavori di tale commissione. Ritorneremo più tardi su questo punto.

    Quando ho iniziato il mio lavoro di ricerca, mi è stato insegnato che, per poter osservare, analizzare e studiare adeguatamente un fenomeno, se ne deve scegliere uno con cui non si è coinvolti emotivamente. È necessario avere una distanza emotiva ed effettiva da ciò che si studia, altrimenti non si sarebbe obiettivi e una parte del lavoro sarebbe inficiata dalla nostra compromissione.

    Denunce e Centri di ascolto

    Questa norma elementare è stata spazzata via dal programma della CEI contro gli abusi sessuali in favore dell’implicazione nei lavori di coloro “che sanno come funziona la Chiesa”[2]. Risultato: prima si coprivano i reati sessuali commessi da chierici con il segreto e con lo spostamento del criminale in altra sede. Ora si continua a “lavare i panni sporchi in famiglia”, aprendo dei centri d’ascolto delle vittime gestiti dalle diocesi e affidati per lo più a credenti di buona volontà che hanno seguito delle formazioni rapide.

    Lo scopo di questi centri d’ascolto non è quello di studiare il fenomeno per sradicarlo ma di consolare la vittima perché assuma il dolore causato dal trauma. Invece di organizzare il lavoro intorno alla restituzione della dignità all’essere umano calpestato dal crimine sessuale, si anestetizza il suo dolore, sperando che la vittima non faccia troppo danno. L’atteggiamento complessivo verso le vittime di abusi è intriso di condiscendenza.

    Infatti, non si promuove la denuncia del reato all’autorità civile da parte della vittima o chi per essa, compresa l’autorità ecclesiastica, appena si viene a conoscenza del crimine sessuale. Seguendo le norme attuali, la responsabilità della denuncia alle autorità civili spetta solo alla vittima. Ma le vittime di abusi sessuali, spirituali e di autorità, sono travolte da traumi che talvolta sono rimossi dalla loro coscienza e riemergono venti o trent’anni dopo i fatti che risultano quindi prescritti. Sono sconvolte e indebolite da dolorosi stress post traumatici che minano la loro esistenza e le spingono talvolta al suicidio.

    Raramente hanno le risorse psicofisiche necessarie ad affrontare un processo. Pare impietoso, quindi, il criterio che ordina di lasciar esclusivamente a loro la responsabilità della denuncia, con l’effetto di eliminare una grossa percentuale di fastidi provenienti dalle persone più fragili. Quanto a coloro che cercano giustizia presso vescovadi e parrocchie, finora non hanno trovano alcun interlocutore disponibile ad ascoltare le loro richieste, salvo la recente organizzazione dei centri d’ascolto tenuti da persone che non hanno alcuna proposta concreta da offrire a parte la loro disponibilità ad ascoltare le proteste.

    Solo dopo aver stabilito le modalità del ricorso alla giustizia civile e penale, e non solo al tribunale ecclesiastico, sarà possibile tracciare un quadro delle retribuzioni da offrire alle vittime per il danno subìto, anche se non sarà il denaro a colmare il baratro di dolore che le ha devastate.

    Annuncio e pratiche criminali

    Contrariamente a dei criteri dettati da un elementare buon senso, il tipo di organizzazione dei lavori ordinata dalla Conferenza Episcopale Italiana corrisponde ai dettami di un sistema settario in cui si fa appello esclusivamente a risorse interne al clan. Il criterio principale che ordina gli interventi proposti per arginare il problema è la salvaguardia dell’ordine costituito.

    Invece di sondare il retroterra culturale che ha consentito tali crimini e di chiamare in causa le responsabilità e le eventuali anomalie interne alla Chiesa che hanno suscitato o favorito la disfunzione, si rivolge l’attenzione esclusivamente al singolo evento criminale, al predatore e alla vittima come se si trattasse di rare eccezioni in un contesto sociale protetto.

    Infatti, per sminuire le responsabilità, nei recenti rapporti sugli abusi si fa riferimento agli altri ambienti altrettanto colpiti da questa tragedia, come per esempio, l’ambito sportivo, il contesto familiare ecc… Solo che ci si dimentica, en passant, che, benché costituita da peccatori pentiti e diversamente dal contesto sportivo che non promuove principi etici o spirituali, la Chiesa pretende manifestare al mondo la rivelazione divina offerta da Gesù Cristo e i valori evangelici di amore, rispetto, compassione… da lui promossi. Il fatto di scoprire che, al suo interno, si dissimulino delle pratiche criminali e che i responsabili della Chiesa italiana non abbiano nessuna fretta di portarle alla luce del sole rappresenta quindi una grave controtestimonianza.

    Cambiamo scenario

    In Francia, vent’anni fa, si era allo stesso stadio della Chiesa italiana odierna. La Conférence des Evêques de France non ne voleva sapere di sondare il problema dei diversi tipi di abusi e desiderava mantenere i privilegi dei suoi membri senza occuparsi troppo delle pecore nere rappresentate dai predatori sessuali al suo interno.

    Poi, grazie a una serie di scandali mediatici e altre simpatiche operazioni, le cose sono cambiate: volenti o nolenti, i vescovi francesi si sono trovati con le spalle al muro e hanno acconsentito all’organizzazione di una commissione indipendente, vale a dire costituita da esperti esterni alla Chiesa in ogni campo relativo agli abusi sessuali, con i risultati che sappiamo. La responsabilità di allestire questa commissione è stata affidata a una persona onesta, al di sopra di ogni sospetto, competente e intelligente.

    Al di là di quello che qualunque avversario abbia potuto affermare, e si è verificato anche questo, i risultati di questo lavoro che è durato quasi tre anni ma che ha assorbito una ventina di esperti in un’occupazione a tempo pieno e molti altri collaboratori con contratti di ricerca, ha dato risultati sconvolgenti.

    Il giorno in cui il rapporto della CIASE è stato reso pubblico, davanti ad un fondale neutro dove si trovavano Jean-Marc Sauvé, il responsabile della commissione indipendente, mons. de Moulins-Beaufort, il presidente della CEF, e Veronique Margron, la presidente della CORREF, l’associazione dei religiosi francesi corrispondente all’USMI e alla CISM italiane, François Devaux, vittima di aggressione sessuale da parte di un prete quando era ragazzino, ha preso la parola per primo. È salito al microfono e, davanti a un pubblico sgomento e in diretta televisiva con milioni di persone, ha detto ai vescovi francesi:

    “Vous devez payer ! Vous devez payer pour tous ces crimes!”

    “Dovete pagarla! Dovete pagarla per tutti questi crimini!”

    Ed è precisamente quello che sta succedendo un anno dopo questi fatti ai vescovi francesi che hanno dolorosamente accettato di andare fino in fondo alla questione degli abusi.

    Di questo hanno paura alla Conferenza Episcopale Italiana.

    http://www.settimananews.it/chiesa/abusi-in-italia-una-voce-altra/

  • Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    Abusi nella chiesa, numeri che non convincono

    È stato presentato giovedì scorso a Roma il rapporto “Proteggere, prevenire, formare” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in sostanza la prima parte di una indagine che è stata dichiarata “indipendente” e “finora mai realizzata”, commissionata dalla Chiesa italiana sugli abusi sessuali commessi dal clero e da esponenti di movimenti ecclesiali e di parrocchie su minori. Non tutto, tuttavia, è andato per il meglio. Diversi quotidiani italiani ed anche di altri Paesi hanno infatti rimarcato “le luci” ma anche “le ombre” presenti nel rapporto stesso. Vediamo perché.

    Solo due anni

    Anzitutto il rapporto considera solo alcuni casi avvenuti fra il 2020 e il 2021, un lasso di tempo, perciò assai limitato e parziale. Il presidente della CEI, Matteo Zuppi, aveva annunciato che il rapporto avrebbe coperto gli ultimi venti anni ma non è stato così, e sul perché non lo sia stato non sono state date spiegazioni.

    Nel 2020-2021 sono state 86 le persone che si sono rivolte ai Centri di ascolto messi in piedi nelle diocesi italiane (sul lavoro di questi Centri si basa il rapporto) per segnalare casi di abuso. Ma secondo molti osservatori questo biennio non può fare testo, perché si era in piena emergenza da Covid e verosimilmente molte persone non sono potute uscire da casa per andare a denunciare.Il rapporto, inoltre, esclude i casi che singole persone hanno denunciato direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina della Fede, e non si capisce perché non si parla di questi casi.

    “Mai una Commissione esterna”

    Il rapporto è stato redatto da esperti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. In sostanza è stato redatto da un gruppo di esperti “interno” all’apparato ecclesiastico e non, come avvenuto altrove, da Commissioni indipendenti esterne. In merito monsignor Lorenzo Ghizzoni, referente CEI della Pontificia Commissione per la tutela dei minori, ha confermato a un convengo della diocesi di Roma di pochi giorni fa la sfiducia della stessa Chiesa italiana per le Commissioni esterne: “Non faremo mai una Commissione con enti che non capiscono niente della Chiesa, definiti indipendenti solo perché esterni”, ha detto.

    Le sue parole confermano come la CEI ritenga le Commissioni esterne inadatte ad indagare. Mentre in molti altri Paesi, ad esempio in Francia, si è visto come solo il lavoro di Commissioni esterne ha potuto garantire la trasparenza e soprattutto ha potuto permettere di scardinare quanto ancora non andava: in Francia, in seguito al lavoro di una Commissione esterna, si è arrivati all’ammissione da parte del cardinale Jean-Pierre Ricard, ex arcivescovo di Bordeaux ed ex presidente della Conferenza episcopale francese, di avere abusato di una ragazzina14enne trentacinque anni fa. Ricard si è messo così a disposizione dell’autorità giudiziaria. Tutto questo in Italia purtroppo non sta avvenendo.

    La risposta ai casi accertati

    In ogni caso, a seguito della trasmissione della segnalazione da parte dei Centri di ascolto, la CEI ha reagito con una indagine sugli stessi casi che ha portato prevalentemente a dei “provvedimenti disciplinari” e dunque ad una trasmissione degli stessi provvedimenti al Vaticano. Quali siano esattamente i provvedimenti non è stato specificato, anche se si presume che tutti i sacerdoti coinvolti, a prescindere dalla gravità dell’accusa, siano stati sospesi dai rispettivi incarichi. Su di essi si aprirà un processo canonico in Vaticano che potrà portare come massima pena, soprattutto nei casi di abusi sessuali, alla dimissione dallo stato clericale. Già in passato alcuni sacerdoti italiani hanno subìto questa pena.

    Fra tutti si ricorda il caso del sacerdote don Mauro Inzoli. Nel maggio del 2017 fu la Dottrina della Fede a comunicare la decisione presa direttamente da Papa Francesco. Inzoli era stato condannato dal tribunale di Cremona a 4 anni e 9 mesi per abusi sessuali ai danni di cinque ragazzi, il più piccolo di 12 anni e il più grande di 16 al momento dei fatti.

    In Italia non c’è l’obbligo di denuncia alle autorità civili dei casi. La CEI chiede ai vescovi delle diocesi di spingere le vittime a denunciare, ma non può obbligarle. Le denunce non le fa la CEI in automatico perché alcune vittime non vogliono denunciare. Per questo spesso i processi canonici si aprono senza che una denuncia alle autorità civili sia stata fatta. Infatti, può capitare che un prete dimesso dallo stato clericale per abusi non abbia una sentenza civile a suo carico. E, ovviamente, può anche accadere il contrario, e cioè che prima della pena canonica vi sia una sentenza del tribunale civile già in atto.

    La CEI, in generale, ai sacerdoti accusati propone percorsi di riparazione, responsabilizzazione e conversione, compresi l’inserimento in “comunità di accoglienza specializzata” (un terzo dei casi rilevati dal rapporto) e percorsi di “accompagnamento psicoterapeutico” (circa un quarto dei casi).

    La distribuzione geografica

    La CEI non ha fornito indicazioni sulla distribuzione geografica dei casi. Nel rapporto, tuttavia si parla di una omogeneità dei casi in tutte le diocesi italiane. E si spiega come i centri di ascolto siano collocati in tutte le diocesi, anche se al Centro Italia corrisponde una percentuale di poco inferiore a quella di Sud e Nord. Dal punto di vista dimensionale, le diocesi con più centri sono soprattutto di medie dimensioni (tra 100 e 250’000 abitanti), seguite dalle diocesi di grandi (oltre 250’000) e piccole dimensioni (fino a 100’000).

    Le resistenze

    Fin dall’inizio dei tentativi, prima di Benedetto XVI poi di Francesco, di mettere in campo un’azione di tolleranza zero sulla pedofilia, la Chiesa italiana si è mostrata molto restia al cambiamento. Ancora oggi ci sono casi di preti accusati di abusi lasciati nel pieno delle loro funzioni. Ancora oggi ci sono vescovi che tendono a coprire. Negli ultimi anni, insieme, alcuni preti italiani sono stati condannati dall’autorità vaticana, ma la macchina della CEI è ancora ben al di là dall’essere oliata.

    Pochi giorni fa, ad esempio, è stata la procura di Siracusa ad aprire un’inchiesta su un prete cappellano militare denunciato di abusi. Ed anche se il vescovo ha dichiarato che al termine di un procedimento canonico, il 31 ottobre, il sacerdote, che dipende dall’Eparchia di Piana degli Albanesi, è stato interdetto dall’esercizio pubblico del ministero, sembra invece che ancora celebri Messa. La vittima che lo ha denunciato ha dichiarato: “Nella Chiesa qualcuno lo protegge ancora”. E casi simili ce ne sono stati altri. Recentemente è stata Repubblica a riportare la testimonianza di una vittima di un prete italiana che ha raccontato di abusi subìti per anni: “Il sacerdote è ancora vivo – ha detto – e non è mai stato sanzionato”.

    I numeri

    In ogni caso anche i numeri presentati giovedì, per quanto parziali, dicono di una situazione non sanata. I casi segnalati, infatti, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 61 persone nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”. “Il profilo dei 68 presunti autori di reato – recita il rapporto – evidenzia soggetti di età compresa tra i 40 e i 60 anni all’epoca dei fatti, in oltre la metà dei casi. Il ruolo ecclesiale ricoperto al momento dei fatti è quello di chierici (30), a seguire di laici (23), infine di religiosi (15). Tra i laici emergono i ruoli di insegnante di religione; sagrestano; animatore di oratorio o grest; catechista; responsabile di associazione”. “Circa la tipologia dei casi segnalati – si legge ancora -, è emersa la prevalenza di comportamenti e linguaggi inappropriati (24), seguiti da toccamenti (21); molestie sessuali (13); rapporti sessuali (9); esibizione di pornografia (4); adescamento online (3); atti di esibizionismo (2)”. Le segnalazioni “fanno riferimento a casi recenti e/o attuali (52,8%) e a casi del passato (47,2%)”. “Il contesto nel quale i presunti reati sono avvenuti è quasi esclusivamente un luogo fisico (94,4%), in prevalenza in ambito parrocchiale (33,3%) o nella sede di un movimento o di una associazione (21,4%) o in una casa di formazione o seminario (11,9%)”.

    https://www.rsi.ch/news/mondo/Abusi-nella-chiesa-numeri-che-non-convincono-15812386.html

  • OdG Sicilia, corso d’aggiornamento sul tema degli abusi sui minori da parte di membri del clero

    OdG Sicilia, corso d’aggiornamento sul tema degli abusi sui minori da parte di membri del clero

    Ci sarà anche il Presidente e Fondatore della “Rete – L’ABUSO”, Francesco Zanardi, tra i relatori del corso di aggiornamento per la stampa organizzato dall’Ordine dei Giornalisti di Sicilia dal titolo “Gli abusi sui minori da parte di membri del clero: storia, fiction e racconto giornalistico”.

    Il corso, riservato agli iscritti, si terrà venerdì 25 novembre, dalle 10 alle 13, presso la sede di Palermo dell’OdG Sicilia. Oltre a Francesco Zanardi, che interverrà attraverso Zoom, ci saranno anche la giornalista dell’Ansa Pierelisa Rizzo che sta seguendo il caso di Don Giuseppe Rugolo, il sacerdote finito a processo perché accusato di violenza sessuale aggravata a danno di minori; Mario Conte, giudice in corte d’Appello di Palermo; e Giovanni Di Marco, giornalista e autore del romanzo edito da Baldini+Castoldi dal titolo “L’avversione di Tonino per i ceci e i polacchi”.

    Lo spunto per il corso è dato proprio dal romanzo di Di Marco, un romanzo di formazione e di denuncia, che affronta la tematica degli abusi su minori da parte di membri del clero. Una storia ambientata in Sicilia, all’inizio degli Anni ’80, il cui protagonista – Tonino, un bambino rimasto orfano di madre – subisce le attenzioni morbose di un prete di provincia.

    Una storia di fantasia, che diventa pretesto per far luce sul dramma, reale, delle vittime di violenza psicologica e sessuale e sull’ostinato, quanto ingiustificabile silenzio della Chiesa, che troppo spesso ha protetto i carnefici abbandonando le vittime al proprio destino.

  • Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Pedofilia, perché in Italia i preti sotto accusa riescono sempre a cavarsela

    Lucetta Scaraffia e Anna Foa per Editoriale Domani – In Italia si parla poco e malvolentieri degli abusi del clero. Anzi, pare che quanto più emergono i dati allarmanti delle inchieste in altri paesi europei tanto più si voglia tacere, anche se ultimamene non si osa più, da parte clericale, vantare l’apparente minore coinvolgimento italiano.

    I motivi di questo silenzio sono molti, radicati nella storia: una istituzione ecclesiastica sempre molto legata al potere, cattolici che si sentono più aderenti a una parte politico-sociale che credenti i quali cercano di realizzare l’insegnamento evangelico.

    Così, mentre altrove in Europa è la stessa comunità cattolica che spinge le gerarchie a fare chiarezza sul tema degli abusi con inchieste indipendenti, da noi si evita di pensarci. Il risultato è che le poche notizie che filtrano dalla cortina di omertà che copre tutto sono da decenni di tipo scandalistico.

    L’argomento si presta, e molto, alle descrizioni pruriginose, diffuse da rotocalchi e programmi televisivi.

    I POCHI DATI

    Ma niente di serio è stato fatto finora, se non la raccolta dati organizzata da una vittima, Francesco Zanardi, nel sito Rete L’Abuso, che raccoglie testimonianze, articoli di giornali, documenti processuali degli ultimi dodici anni.

    Una raccolta che – pur composta da materiale eterogeneo e difficilmente classificabile in un insieme coerente – è utilissima e fondamentale per farsi una prima idea del fenomeno in Italia. Tutto quello che si rivela sul tema abusi del clero in Italia viene da lì.

    Su questo materiale abbiamo lavorato in cinque donne – Lucetta Scaraffia, Anna Foa, Franca Giansoldati, Mariella Balduzzi, Mariangela Rosignoli, quattro delle quali nonne – per molti mesi, e il risultato è nel libro Agnus dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia, uscito da Solferino nel maggio del 2022.

    Pur non potendo trasformare i dati raccolti in un sistema di classificazione sistematico, ci siamo rese conto che analizzando queste fonti era possibile arrivare ad alcune conclusioni importanti.

    Le più rilevanti riguardavano, soprattutto, gli aspetti finanziari del problema, dei quali si parla in genere poco o niente.

    Innanzi tutto le vittime sono sempre appartenenti a famiglie disagiate, non poche addirittura a famiglie assistite economicamente dalle parrocchie. Famiglie per le quali qualche regalo del parroco può essere sufficiente a far chiudere gli occhi, se non bastasse la paura di perdere i pochi soccorsi che ricevono. Famiglie che non conoscono avvocati, che hanno paura di entrare in un tribunale, quindi candidate naturalmente a non denunciare in caso di abuso.

    In corrispondenza allo stato di indigenza delle famiglie degli abusati vi è spesso la capacità del prete abusatore di raccogliere soldi grazie a collette varie, per esempio in occasione di feste religiose, che gli garantiscono la quantità di denaro liquido necessario al mantenimento della dipendenza delle vittime.

    Nel caso poi di una denuncia da parte della vittima il denaro è doppiamente necessario, ma questa volta interviene direttamente la diocesi, che – come è capitato – ricorre ai fondi che le arrivano dall’8 per 1000 (destinati invece alla carità, al mantenimento degli edifici di culto e così via) per tacitare lo scandalo.

    Il primo tentativo è quello di ottenere il silenzio della vittima versando una somma di denaro in cambio della rinuncia a parlare.

    Il fatto che le somme stanziate in questi casi siano ridicolmente basse (dai 10.000 ai 25.000 euro) dà l’idea dello stato di indigenza delle famiglie coinvolte, per le quali evidentemente costituiscono somme importanti.

    Se la vittima e la sua famiglia non accettano il patteggiamento, il denaro della diocesi – e questa volta in misura decisamente maggiore – diventa risorsa fondamentale per pagare l’avvocato del prete accusato, quasi sempre un ottimo difensore.

    In alcuni casi sono stati arruolati anche professionisti di grido, come Carlo Taormina, mentre nella diocesi di Milano molto spesso il difensore, Mario Zanchetti, è stato anche il preside della facoltà di Giurisprudenza della Cattolica.

    Avvocati molto più bravi di quelli che possono permettersi le vittime, tanto che grazie a loro spesso i processi finiscono con la prescrizione o nel nulla per vizio di forma.

    Un esempio: Riccardo Seppia, considerato dal giudice del primo processo un delinquente comune, era parroco di Santo Spirito a Sestri Ponente.

    Giudicato colpevole in prima e seconda istanza di reati molto gravi, come violenza, cessione di droga e induzione alla prostituzione di giovanissimi – pena di nove anni, sei mesi e venti giorni – è stato prosciolto per vizio di forma nel ricorso in Cassazione. È evidente che ha potuto usufruire di un avvocato bravissimo, pagato dalla curia.

    Nella parrocchia di Selva Candida, vicino a Roma, le numerose accuse di molestie che arrivavano nei confronti del parroco Ruggero Conti venivano sottovalutate davanti alla sua eccezionale abilità di “attrarre capitali”, necessari per realizzare opere d’importanza sociale. Le vittime faticarono molto a trovare ascolto.

    I CONDANNATI

    Un altro aspetto interessante emerso dal nostro lavoro è stata la scoperta che fra i preti condannati i pedofili costituiscono probabilmente un numero esiguo. Le ragazze o i ragazzi abusati infatti sono tutti tra i dodici e i quattordici anni, scelti perché soggetti più facilmente controllabili e riducibili al silenzio che non una donna o un uomo adulto, ma non per l’età giovane in sé.

    La pedofilia ricompare però nel corso del procedimento penale.

    In genere, il sacerdote accusato in prima istanza nega tutto, a lungo. Quando le prove lo sommergono, cerca una scappatoia: dice di essere malato, cioè di essere pedofilo.

    A questo punto la gravità del reato si stempera, e quasi sempre invece di finire in prigione il prete in questione viene riassegnato all’istituzione ecclesiastica perché lo recuperi con un percorso terapeutico. Percorso che avviene in edifici per preti “in crisi”, prevede in genere periodi non lunghi di cura blanda, con psicologi a loro volta sacerdoti, e permette poi abbastanza rapidamente di tornare a esercitare la missione in parrocchie lontane da quelle dello scandalo.

    Certo, la chiesa lamenta un numero sempre minore di sacerdoti e quindi non rinuncia facilmente ai suoi figli consacrati, anche se colpevoli di odiosi abusi. E così, di conseguenza, aumenta il numero dei sedicenti pedofili.

    ATTI IMPURI

    Ma c’è anche una ragione di fondo che impedisce alla chiesa di affrontare seriamente la questione abusi: nel Codice di diritto canonico l’abuso e lo stupro non sono classificati come reati contro la persona, ma come trasgressioni al sesto comandamento: non commettere adulterio, non commettere atti impuri.

    Questo tipo di trasgressione è un peccato per chi la commette, ma non viene preso in considerazione il danno inferto all’altra persona: è il colpevole che compie atti impuri al centro dell’attenzione dell’istituzione ecclesiastica, non la sorte della vittima, sospettata comunque anch’essa di avere provato piacere, quindi di avere trasgredito al sesto comandamento.

    Una sbagliata concezione della sessualità e il rifiuto a passare dal peccato al reato stanno quindi all’origine dello scandalo che sta rovinando la chiesa.

    Tornando ai problemi della chiesa italiana, certo una indagine indipendente, con la prevedibile emersione di numerosi casi di abuso, le porterebbe, con le ovvie conseguenze di risarcimenti da pagare, una perdita economica gravissima, che significherebbe anche una perdita di potere sociale.

    Ed è anche vero che la disillusione spingerebbe molti credenti ad abbandonare la pratica religiosa, oltre che a cancellare l’8 per 1000.

    Ma questo abbandono temuto sta avvenendo lo stesso, se pure in modo meno clamoroso: le chiese dopo il Covid non sono tornate a riempirsi, quelli per cui la messa domenicale era solo un’abitudine hanno appunto perso l’abitudine.

    A questi si aggiungono coloro che vivono una grave delusione a proposito del clero, alimentata in misura determinante dagli abusi. In chiese come quelle tedesca e francese, la percezione di questa crisi è grave e allarmante.

    Da noi si fa finta di niente, senza pensare che lo scandalo degli abusi, e del modo in cui sono gestiti, costituisce un veleno sottile che sta corrodendo tutto, se non si pone pronto e coraggioso rimedio. Se non lo si affronta con verità e giustizia.

    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/pedofilia-perche-in-italia-i-preti-sotto-accusa-riescono-sempre-a-cavarsela-f4e89cl3