Osservatorio della Rete L'ABUSO

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    Video-intervista al cacciatore di pedofili, molestato da bambino

    Proprio qualche giorno fa avevamo parlato del report, appena pubblicato, che raccoglie tutti i casi di pedofilia all’interno della chiesa negli ultimi due anni.

    I casi segnalati, “anche per fatti riferiti al passato, riguardano 89 persone, di cui 61 nella fascia di età 10-18 anni, 16 over 18 anni (adulto vulnerabile) e 12 under 10 anni”.

    Preti pedofili, preti condannati, preti in attesa di giudizio o preti scampati al giudizio. Tutti i casi sono stati raccolti dall’associazione “Rete l’Abuso“.

    Parliamo di un ente nato nel 2010 dall’idea di un gruppo di vittime di preti pedofili, le quali, in occasione di un incontro internazionale a Roma, si rendono conto delle incredibili analogie tra i loro casi, tutti casi in cui l’abusatore è un sacerdote.

    Proprio lì avevamo individuato due casi relativi al nostro territorio: a Venaria e a Lombardore, dove due parroci, negli anni scorsi, sono stati condannati per abusi su minori.

    A capo dell’associazione c’è Francesco Zanardi, 52 anni e fondatore dell’associazione. Anche lui vittima di un prete pedofilo, tutto cominciò nel 1981 quando un prete della parrocchia Santissima Annunziata di Spotorno gli mise le mani addosso per la prima volta. “Avevo 11 anni, – ha raccontato in molte interviste – quasi 16 quando smise di toccarmi. Ma dovettero passarne altri 14 per capire quanto male mi aveva fatto”. 

    Francesco raccontaci chi sei, cos’è l’associazione, quando è nata?

    Ho 52 anni e sono un sopravvissuto ad un abuso. La nostra è un’associazione di sopravvissuti che nel 2010 a Roma si sono incontrati senza conoscersi, a Roma. Andavamo tutti a vedere una manifestazione in Vaticano di sopravvissuti agli abusi che arrivavano dagli Stati Uniti. 

    L’idea era di andare a vedere le vittime dei preti, un po’ dissociandoci dal fatto che anche noi lo eravamo. Da lì è iniziato un gruppo di “auto aiuto”. Abbiamo scoperto che eravamo prescritti, quello che avevamo subito non era percorribile dalla giustizia. Rimaneva sulla nostra pelle ma non c’era una porta da aprire per poter chiedere giustizia. C’è stata rabbia. Poi però ci è voluto poco per capire che le caratteristiche del pedofilo sono quelle delle recidività. Siamo quindi andati dove c’erano i preti che avevano abusato di noi e lì abbiamo trovato le vittime. Il mio prete è stato condannato non per i reati che ho subito io ma per quelli fatti ad altri ragazzini. Così è nata la voglia di capire, studiare strategie, diventare utili nel contesto sociale. 

    Però ci sono state difficoltà…

    Generalmente nei reati normali uno va alla polizia e denuncia i fatti, qui le cose vanno diversamente. Quando denunci i fatti su un prete la polizia manda alla Procura il fascicolo e per il protocollo addizionale dei Patti Laternanesi la Procura è tenuta ad avvisare il Vescovo che c’è una denuncia su quel sacerdote. In pratica vai a dire al Vescovo “coprilo”, vai a dire all’imputato è indagato. I Patti, poi, prevedono anche che i Vescovi possano anche non rispondere anche al Pubblico Ministero. Ci sono lacune ma si possono aggirare, l’associazione, per esempio, prima faceva le denunce. Ora le facciamo ancora ma prima procediamo con le “indagini”: audio, video, quando andiamo a fare denuncia c’è già materiale probatorio. Se il Vescovo o chi per esso cerca di fuorviare le indagini non può farlo.

    Prima mi hai detto che i reati che avevi subito erano prescritti quando ne hai preso coscienza. Ecco, quando ti sei accorto di quello che avevi subito? Quando hai capito che non doveva succedere?

    Te ne accorgi subito, è evidente. L’abuso sessuale di un minore, però, non è doloroso, il trauma non è nell’abuso sessuale. L’abuso sessuale va a devastare la psiche del minore, in quei momenti è devastante. Faccio un esempio: quando eri adolescente avevi delle musiche che ti caratterizzavano, la tua psiche si è formata con la musica e l’affettività, questa ha come sfera principale la sessualità. Distruggere quella sfera ad un bambino è devastante, crea nella sfere intorno alla sessualità un’azione distruttiva. 

    Questo è un danno che non riconosci subito, io l’ho riconosciuto a 40 anni, dopo un passato di tossicodipendenza, altri di alcolismo, altri al secondo o terzo tentativo sono riusciti ad ammazzarsi. Lo stupro lo riconosci ma non riconosci il danno. Non è piacevole, non ne esci con un braccio rotto. Finito l’atto resta lì, un bambino non sa che fare.

    Sul nostro territorio abbiamo due casi, a Venaria e Lombardore, di preti condannati per abusi… Spulciando i siti della diocesi, però, questi preti risultano ancora presenti. Come mai? Non vengono cacciati?

    La condanna che dà la chiesa è al massimo 5 anni di sospensione, mica vanno in carcere. Chi viene giudicato dalla chiesa ha una condanna molto blanda. Magari vanno in uno dei 23 centri di cura per i preti pedofili presenti nella penisola. Per le vittime, invece, ce ne sono zero.

    Quindi restano al loro posto?

    Vediamo il caso di Don Mauro Galli: la chiesa l’ha assolto. Don Luciano Massaferro, per esempio, è stato condannato a 6 anni e 8 mesi, se li è fatti, è uscito e gli stessi parrocchiani della diocesi di Albenga se lo sono ripreso. Noi l’abbiamo saputo causalmente da un parrocchiano che ce l’ha segnalato indignato. C’è il caso di Milano, dei fratelli Lucchini, denunciati uno per abuso di minore e uno per stupro di una donna. Quando abbiamo annunciato che uno dei due era stato condannato a 5 anni di sospensione ci hanno scritto che era ancora in Parrocchia insieme al fratello. E poi c’è il caso di don Silverio Mura…

    Raccontacelo

    Don Silverio Mura era a Napoli, l’abbiamo perso per 8 anni e poi è ricomparso a Montù Beccaria e si chiamava don Saverio Aversano.

    Cambiano anche nome…

    Si si, da Napoli gli rimbustavano la posta e la spedivano sotto falso nome, sfiora il ridicolo questa cosa.

    Quando ci siamo parlati prima dell’intervista mi hai detto che in Italia c’è un problema culturale, che l’opinione pubblica è indifferente rispetto a questo problema…

    Per punire i preti pedofili servirebbe un cambio legislativo, questo, però, richiederebbe una partecipazione delle persone e qui non c’è. In Italia non c’è, in molti altri paesi i cattolici sono scesi in piazza per chiedere pulizia, chiarezza. In Italia c’è uno stallo totale, anzi, la gente porta i figli in chiesa e quando succede qualcosa sono gli stessi parrocchiani che attaccano la vittima e non il prete. Il problema non è tanto di omertà ma culturale che va molto oltre. Si arriva il punto che non ci cerca di tutelare neanche il proprio figlio. Io non sono padre ma sarebbe difficile stare lì a guardare.

    Qualche giorno fa la Chiesa ha pubblicato un report sugli abusi, voi l’avete criticato ma lì ci sono comunque numeri importanti, giusto? 

    Si, parliamo di 89 casi in due anni di lockdown, sono tantini. Teniamo conto che non c’era neanche l’accesso agli sportelli diocesani, proprio per il lockdown. Tuttavia, il report di due anni fa sorridere, e le vittime precedenti? I numeri, comunque, sono elevati per essere solo di due anni. C’è un tema che riguarda anche il certificato anti pedofilia…

    Cioè?

    In Italia è stato introdotto però ha lasciato fuori una categoria: il volontariato, quella più a rischio, ma casualmente è quella alla quale appartiene il clero. Se io fossi un pedofilo e mi dicono che non posso più adescare nelle scuole ma posso andare nel volontariato ci vado. La pulsione mi porta lì. Forse è più adeguato andare in un ambiente di chiesa, vista l’omertà che c’è e il terrore dello scandalo. Se un pedofilo fa qualcosa di sbagliato in parrocchia al massimo viene mandato via. Non scatta quasi mai la denuncia.

    Il problema della pedofilia è più ampio nella chiesa che fuori? C’è una questione legata al ruolo, alla privazione del sesso?

    È un problema di formazione interno alla chiesa. Il problema del terrore del sesso, della sessuofobia radicata nella chiesa porta queste cose. Quando uno si trova la porta chiusa da una parte poi, in qualche modo, lo esterna. Secondo me il problema parte da lì, con un trauma, ne ho parlato con diversi psicologi. Parlando anche con preti pedofili mi sono fatto l’idea che questa privazione della sessualità crei grossi problemi

    Cioè?

    I ragazzini entravano in seminario a 10-11 anni, nel periodo dello sviluppo, quando i maschi si svegliano eiaculati alla mattina. Questa cosa veniva punita, questi maschi venivano mandati a pregare. Tutto ciò, in un bambino che sta maturando la sessualità, è altamente traumatico, sta cambiando il corpo e questo viene vissuto come un trauma. Tanti hanno avuto un blocco sessuale e la pedofilia spesso si sviluppa in età più avanzata quando queste persone, a 25 anni, si trovano a sviluppare la sessualità ma non sono capaci ad averla con persone della propria età. Questo spinge a tornare indietro, è un meccanismo psicologico, sei diventato grande ma torni dove ti sei fermato.

    E i numeri cosa dicono?

    Tra i laici abbiamo percentuali di pedofili del 1-2%, tra i preti siamo tra 6-7-8%, con un potenziale enorme, perché i preti stanno molto a contatto con i bambini. Poi c’è da dire un’altra cosa: il fatto di avere una sorta di protezione non spegne questo fenomeno, i preti vengono semplicemente spostati quando abusano di un minore. In Francia ci sono stati 216 mila vittime su 3 mila preti, in 70 anni. Vuol dire che ogni sacerdote francese, che è entrato in quell’indagine, ha stuprato in media a testa 72 bambini. È vero che c’è la pedofilia anche nelle famiglie ma io non ho mai visto un padre di famiglia riuscire a stuprare un numero così alto dei bambini.

    Tu credi in Dio?

    Non sono credente, al di là di questo non combatto questa battaglia per questo. Nel 2010 mi sono reso conto che questa battaglia era più difficile da combattere qui. Noi della Rete l’Abuso, prima di aprire un’associazione, ci siamo chiesti se ci fossero altre realtà in Italia. Qualcuno ha trovato enti ma quando hanno spiegato che erano stati abusati da preti si sono trovati la porta chiusa. Questo ha stimolato noi 8 a cercare una via di fuga. È nata l’associazione, tanti si sono uniti, siamo 2 mila sopravvissuti, siamo pochi perché chi denuncia, dicono le statistiche, è circa un 10% delle vittime.

    La politica se ne frega?

    Quanti politici avete visto appoggiare la questione? 

    Nessuno. Quindi cosa servirebbe?

    Dividiamo le cose: che la chiesa debba fare i suoi procedimenti è una cosa. Ma la chiesa dà solo sospensioni, mal che vada ti cacciano. Ma è un procedimento interno, qui manca tutta la parte della giustizia: il processo, l’imputato, il risarcimento e il riconoscimento dell’essere vittima. I tribunali canonici non sono paragonabili ai normali tribunali. Lì l’oggetto è Dio, è “Non commettere atti impuri”, non la parte lesa. Noi ci aspettiamo la giustizia per la vittima ma la vittima è quella che insieme al prete ha violato il sesto comandamento. L’ottica non è mica quella del reato sulla persona.

    Il tema è il peccato..

    Si, che li chiamino tribunali penali è un conto, li chiamino come vogliono, ma è sempre la Santa Inquisizione, alla fine quella è rimasta. Si sente parlare di tribunali della chiesa ma non sono come i nostri. Bisognerebbe andare a vedere cosa fanno quei tribunali, i tribunali della chiesa non agiscono in difesa della vittima. Anche nel report dell’altro giorno non c’è nulla per le vittime, tranne che il percorso spirituale e qualche assistenza psicologica. 

    Tutte cose inutili…

    Nel caso delle vittime dei preti l’omertà copre lo scandalo e copre anche la vittima. Io ho maturato il mio trauma a 40 anni, cosa faccio? Vado in analisi a 40 anni? Dopo che ho trovato il mio equilibrio? Un conto è prendere un ragazzino a 12 anni e riparare a quel trauma. Una persona che è arrivata a 40 anni cosa gli fai?

    Nella presentazione dei dati ho del report sugli abusi, ho sentito che si diceva anche che alla fine la pedofilia è un reato recente..

    In conferenza stampa hanno anche detto che sono 20 anni che la chiesa fa, che stanno iniziando a capire che forse c’è qualche sbaglio, davvero? Io penso che qui il criminale non sia tanto la chiesa ma chi glielo lascia fare: Stato e tutto il silenzio che c’è intorno.  

    https://www.giornalelavoce.it/video/attualita/526866/molestato-a-11-anni-da-un-prete-oggi-da-la-caccia-ai-pedofili-nella-chiesa.html

  • Perpetua e altri due testimoni provano a “salvare” il prete accusato di abusi e prostituzione minorile: ‘Mai da solo con i ragazzi’

    Perpetua e altri due testimoni provano a “salvare” il prete accusato di abusi e prostituzione minorile: ‘Mai da solo con i ragazzi’

    PRESENZANO – Hanno parlato nel processo a carico di Don Gianfranco Roncone la Perpetua della chiesa, il presidente dell’azione Cattolica e un educatore.

    Tutti e tre hanno raccontato che il prete, operante nella parrocchia di Presenzano, aveva ottimi rapporti con la comunità e non ha avuto mai un atteggiamento ambiguo con i ragazzi.

    Inoltre, segnalano i testimoni, “i ragazzi non sono mai stati soli con il parroco“.

    Secondo le indagini, il prete aveva avuto rapporti intimi con ragazzi provenienti dall’Europa e dall’Africa, consumati in alberghi nei dintorni della stazione di Napoli o in sale cinematografiche porno. Non solo, Roncone è accusato anche di aver molestato un ragazzo all’interno della canonica della chiesa.

    https://casertace.net/perpetua-e-altri-due-testimoni-provano-a-salvare-il-prete-accusato-di-abusi-e-prostituzione-minorile-mai-da-solo-con-i-ragazzi/
  • La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

    di Vik van Brantegem, tratto da korazym.org 

    Oggi viene celebrata la II Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, un titolo lunghissimo di ben 16 parole, quasi un manifesto, da cui però è stata ommessa la parola che conta, come per nascondere di cosa si tratta in sostanza, di crimini sessuali. Si prega per le vittime e i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero della Chiesa cattolica in Italia, ed è cosa buona e giusta, ma dalla Chiesa Cattolica Romana in Italia si aspetta altro. Molto altro.

    E passo per quella “Chiesa italiana” al posto di “Chiesa in Italia”. Ormai, anche l’ignoranza ecclesiastica va a pari passi con l’insabbiamento dei reati degli abusi sessuali del clero da parte dei pastori. Finché la giustizia civile non se ne occupa.

    Dopo le preghiere, diamo il benvenuto anche al primo rapporto della Conferenza Episcopale Italiana, con i risultato dell’indagine sugli abusi sessuali negli ultimi 20 anni all’interno della Chiesa in Italia, che è stato presentato ieri a Roma da Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI; Mons. Lorenzo Ghizzoni, Presidente del Servizio Nazionale per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili della CEI; Don Gianluca Marchetti, Direttore del Servizio tutela minori della Diocesi di Bergamo; Sig.ra Chiara Griffini, Referente del Servizio tutela minori della Diocesi di Piacenza-Bobbio; Dott.ssa Barbara Parabaschi e Dott. Paolo Rizzi, dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

    Però, va osservato che si tratta di un’indagine non indipendente. Inoltre, fa riferimento agli abusi sessuali avvenuti solamente negli ultimi 20 anni e basandosi sui dati dei Servizi tutela minori delle diocesi, entrati in funzione appena due anni fa. Infine, non si può pensare di risolvere la questione con dei rapporti. Finché vescovi insabbiatori vengono lasciati al loro posto dal Papa della “tolleranza zero” e preti abusatori non vengono dimesso dallo stato clericale (e non solo dopo essere consegnati alla giustizia civile, cosa che avviene comunque in casi rari e solo a seguito di denunce da parte delle vittime), rimangono solo parole, parole e parole. Non basta fare rapporti sugli abusi sessuali commessi e denunciarli, occorre anche prevenirli. Res non verba!

    Al riguardo è intervenuto il teologo, psicologo e professore presso la Pontificia Università Gregoriana, Padre Hans Zollner, S.I., considerato uno dei maggiori esperti a livello mondiale nel campo della salvaguardia e prevenzione degli abusi sessuali, in una intervista a cura di Gabriele D’Amico, pubblicato il 16 novembre 2022 dal Quotidiano di Sicilia [QUI]: “Dobbiamo agire con onestà, anche quando si tratta di ammettere non solo errori ma anche abusi commessi da parte del clero. Io sono da sempre un avvocato per l’onestà e per la verità. Anche se ci costa ammettere che ci sono persone che hanno ferito la vita di coloro che gli sono stati affidati, soprattutto se si tratta di persone vulnerabili come i minori. Non aiuta rifugiarsi nel silenzio o nella negazione perché prima o poi verranno a galla la verità, i dati, i fatti. A quel punto seguirà una pesante perdita di credibilità della Chiesa, che è costruita sulla testimonianza di coerenza, misericordia e amore per l’altro. Questo fatto lo vediamo in tante parti del mondo, dove si discute molto di più degli abusi della Chiesa. Io mi aspetto che se ne cominci a parlare anche in Italia. Non vedo possibilità e opportunità di negare ciò che è successo in passato. Soprattutto perché dobbiamo fare di tutto perché i minori e i vulnerabili siano difesi. Oggi la prevenzione dipende anche dall’ammettere la realtà del passato”. E questo vediamo anche nella Chiesa in Italia, scandalosamente in ritardo.

    Alla domanda: “Una tendenza che è stata rilevata in alcuni dei casi di abuso è quella dei vescovi di “insabbiare” i reati dei loro preti. Questa tendenza a cosa è dovuta e come può essere superata dalla Chiesa?”, Padre Zollner ha risposto: “Come il Papa ha detto alcuni giorni fa alla CNN in Portogallo per un sacerdote abusatore non ci dovrebbe essere spazio nel ministero sacerdotale e quindi dovrebbe essere dimesso. Purtroppo per tanto tempo nella Chiesa universale il primo impulso era sempre la difesa delle istituzioni e dei sacerdoti ad oltranza anche se i superiori erano consapevoli dei crimini commessi. Volevano salvare il sacerdote anziché ascoltare la vittima. Volevano credere nelle confessioni dei rei che promettevano di migliorare e di non commettere di nuovo abuso e così sono caduti spesso nella trappola della falsa benevolenza. In molte parti del mondo la situazione è sempre a stessa: i sacerdoti vengono spostati da una diocesi all’altra, da un continente all’altro. Così alcuni vescovi hanno collaborato con il male dando la possibilità ad un abusatore di continuare ad abusare. Il Papa ha detto mille volte che non dovrebbe accadere”.

    A margine, un’osservazione nell’intervista di Padre Zollner degna di nota: “(…) non tutti i sacerdoti che abusano minori sono pedofili secondo la definizione psichiatrica che dice che i pedofili sono le persone che sono attratte dai minori prima dell’inizio della pubertà. La maggior parte degli abusatori del clero cattolico, da quello che possiamo sapere, abusano non bambini ma adolescenti” e i casi di pedofili “coincidono con una percentuale piccola di tutti gli abusatori di minori perché la stragrande maggioranza degli abusatori non sono pedofili né nella Chiesa né nella società”.

    In occasione di questa seconda giornata sugli abusi sessuali nella Chiesa e la pubblicazione del rapporto della CEI, ritorniamo sul caso della Diocesi di Piazza Armerina, di cui ci siamo occupato già a più riprese, a partire dal caso Rugolo e non solo. Il governo pastorale di questa diocesi in provincia di Enna continua ad essere affidato, con tutto quello che ne consegue, al Vescovo Rosario Gisana. Costoro continua a godere della fiducia dell’amico Papa Francesco, secondo la consolidata prassi peronista: “Al amigo, todo; al enemigo, ni justicia” [QUI]. E quindi, non viene “sacrificato sull’altare dell’ipocrisia”, come altri e per molto meno.

    Il tema che accompagna questa seconda giornata di preghiera è tratto dal Salmo 147: «”Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite”. Dal dolore alla consolazione». Però, nella Diocesi di Piazza Armerina di consolazione non c’è traccia, mentre di dolore se ne è tanto. Sul sito e sulla pagina Facebook della Diocesi di Piazza Armerina non abbiamo trovato traccia della seconda giornata di preghiera di oggi (a differenza di tante altre diocesi. In fin dei conti è anche meglio così, perché non è concepibile una presenza del Vescovo Rosario Gisana in quel contesto.

    La Diocesi di Piazza Armerina – già in difficoltà per il caso di Don Giuseppe Rugolo, a processo per violenza sessuale aggravata su tre minori secondo gli articoli 81 e 609 del codice penale, e per il caso di Don Giovanni Tandurella – ha espresso in una nota, pubblicato sul sito diocesano, la sua fiducia nella giustizia per fare chiarezza sul caso del Cappellano del Carcere di Enna, Fra Rosario Buccheri, OFM Conv, arrestato in flagrante per spaccio, vicenda definita dolorosa. La nona udienza per il Caso Rugolo si è svolta il 3 novembre 2022 [QUI] e la prossima è prevista per il 17 gennaio 2023.

    Di seguito condividiamo un articolo – che offre un riassunto delle condizioni penose in cui si trova da Diocesi di Piazza Armerina sotto il governo di Mons. Rosario Gisana – pubblicato alcuni giorni fa da Domani nell’ambito dell’inchiesta della testata su La violenza nella Chiesa, a cura di Federica Tourn.

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Processo esplosivo

    Per il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso [QUI], durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso». Giuseppe Rugolo è accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, di fronte alle domande del procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla sostituta Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta [QUI].

    Pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con la cosiddetta “indagine previa” (il procedimento ecclesiastico che si è chiuso con un nulla di fatto) e il conseguente trasferimento di Rugolo a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli. Invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, che abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022. Ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti. Dagli atti del processo e dal dibattimento a porte chiuse emerge un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare il proprio buon nome, anche a costo di compromettere la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché la chiesa li protegge con il silenzio anche di fronte alle denunce delle vittime. Durante una telefonata con lo stesso imputato, intercettata dagli inquirenti, Gisana ammette apertamente di averlo coperto: «Il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021 [arrestato il 27 aprile 2021, con l’accusa di violenza sessuale aggravata su tre minori, ha scontato al seminario dell’Arcidiocesi di Ferrara-Comacchia (dove l’avevo spedito Mons. Rosario Gisana) 13 mesi di arresti domiciliari (a suo tempo disposti dal Gip Luisa Maria Bruno per il rischio della reiterazione del reato e la tendenza dell’indagato «a cedere alle pulsioni sessuali in maniera incondizionata») e poi sottoposto all’obbligo di permanenza notturna], però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi di Piazza Armerina, casi delicati di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti.

    I silenzi del vescovo

    «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma a Domani Antonio Messina – sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a promuovere con nuovi incarichi in diocesi». Da un’intercettazione letta in aula si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non lo abbia mai denunciato perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – nota Messina, l’accusatore di Rugolo – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio. In udienza, alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di parte civile Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si è “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’è quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, rinviato a giudizio nel 2019 per violenza sessuale su una ragazzina minorenne. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, qualche anno prima il prete, oggi 81enne, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente ad andare da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Eppure Iannì nel 2018 è stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – spiega Messina – avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna». Rugolo è accusato di aver abusato di Messina, oggi 29enne, dal 2009 al 2013. Poco tempo dopo il ragazzo ha rivelato alla diocesi tutte queste cose.

    «Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori», accusa.

    Ancora a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio lo scorso febbraio per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua 2022, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai informare le autorità civili. All’agenzia Ansa, quando è scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla richiesta di spiegazioni sul sacerdote accusato di avere abusato di un minore, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento come arma

    Il sacramento della confessione è infatti l’arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata dei fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era andato da lui a denunciare di aver subito molestie da Rugolo.

    Dalle intercettazioni emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da discutere con il fido Rivoli di come riparlarne in un secondo tempo: «E quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere consigli su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi a Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario Rivoli, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge di sera e in borghese.

    Omertà e veleni

    Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) in un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio scorso.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e il peccato e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di Leonardo Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo.

    Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso un periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    I soldi dell’8 per mille

    Monsignor Gisana, con il suo prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suoi preti peccatori come un padre premuroso fa con i figli. Anche assistendoli economicamente con i fondi dell’8 per mille. Come si apprende in udienza, ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2021 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta. Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’8 per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Prete, “buttana” e “troia”

    Il vicario generale Rivoli, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre in privato non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti.

    Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo. Qui la torbida vicenda assume i toni del più crudo neorealismo. Il vescovo Gisana al telefono spaccia a un altro prete, tale don Angelo, la teoria che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «Tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta la vittima di Rugolo – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie. Eppure Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo vittima di abusi.

    Che cosa dirà la Cei?

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco sulla tolleranza zero per gli abusi contro i minori e sulla conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei (Conferenza Episcopale Italiana) il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi? Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.

    La II Giornata per gli abusi sessuali nella Chiesa. Il caso della Diocesi di Piazza Armerina e del Vescovo Gisana in un dossier di Domani

  • Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Cei, pubblicato primo Report abusi: 613 fascicoli dall’Italia alla Dottrina della Fede

    Salvatore Cernuzio – Città del Vaticano

    Seicentotredici è il numero dei fascicoli contenenti denunce di abusi sessuali nella Chiesa inviati negli ultimi vent’anni dalle diocesi italiane alla Congregazione per la Dottrina della Fede (ora Dicastero per la Dottrina della Fede). Ottantanove vittime (61 minorenni), nel biennio 2020-21, che segnalano casi di abusi – metà recenti, metà del passato – compiuti da 68 presunti abusatori. Non solo sacerdoti (30) e religiosi (15), ma anche laici (23) quali insegnanti di religione, sagrestani, animatori dell’oratorio o del grest, responsabili di associazione, direttori di Uffici di Curia, catechisti e presidenti di Onlus. A molti di questi sono stati offerti percorsi di riparazione in comunità di accoglienza e accompagnamento psicoterapeutico.

    Gli abusi

    Sono i dati che maggiormente spiccano nel primo Report pubblicato dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) sul lavoro svolto dalla rete territoriale di Servizi diocesani e interdiocesani per la Tutela dei minori e delle persone vulnerabili negli ultimi anni. Quelli cioè colpiti dalla pandemia di Covid che ha aggravato il fenomeno. Fenomeno che non riguarda solo il crimine di violenze sessuali, ma anche – si legge – “molestie”, “esibizione di pornografia”, “adescamento online”, “atti di esibizionismo”, “manipolazioni”, “proposte indecenti”, “violenza domestica” o, in un caso, “adesione a setta satanica”.

    Il documento, dal titolo “Proteggere, prevenire, formare”, è stato presentato questa mattina in una affollatissima Sala Marconi di Palazzo Pio. Assente il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, presenti il segretario generale della Cei, monsignor Giuseppe Baturi, e il responsabile del Servizio nazionale per la Tutela dei minori, monsignor Lorenzo Ghizzoni, insieme ad alcuni “testimoni” dei servizi e centri dispiegati sul territorio.

    “Nuovi” dati

    Monsignor Baturi, in particolare, ha parlato di questo “nuovo” dato emerso relativo ai 613 fascicoli contenenti denunce di abusi arrivati alla ex Congregazione per la Dottrina della Fede dalle diocesi italiane, spiegando che verrà svolta “una indagine in collaborazione con il Dicastero per un esame qualitativo e quantitativo del fenomeno emerso in sede istituzionale in Italia negli ultimi venti anni”.

    Un numero ben più ampio rispetto a quelli comunicati in passato dalla Cei sull’ultimo decennio. Baturi ha chiarito che “dalle notizie che abbiamo raccolto sono più di 600 i fascicoli ma serve un esame per comprendere quante e quali siano le vittime, in che contesto vivono, chi sono i responsabili, i loro profili, la nostra capacita di reagire alle denunce. Tutto sarò oggetto di ricerca su casi reali e ci vorrà tempo ma la Cei sarà supportata da centri indipendenti”.

    Nessuna volontà di nascondere

    Naturalmente non c’è nessuna volontà di nascondere. Anzi, come affermato da monsignor Ghizzoni, “è ora che i panni sporchi non si lavino più in famiglia”. “Questo – ha detto il segretario della Cei – è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici, con una predisposizione di azioni, anche nuove, per favorire una lettura globale” della pedofilia nella Chiesa, quella che Papa Francesco ha stigmatizzato in più di un’occasione come “un cancro nella Chiesa”. E proprio grazie alle sollecitazioni del Papa, ha annotato il numero due dei vescovi italiani, si è potuta diffondere una nuova e diversa cultura nella Chiesa italiana circa il contrasto degli abusi, concretizzata in decisioni prese dall’assemblea dei Vescovi e in “una attenzione importante di cui bisogna dare atto”. “La Cei – ha affermato – non ha competenze giudiziarie, ma questo è un segno di volontà di mettere a sistema metodi nuovi e sinergici”.

    Quanto alla questione risarcimenti, Baturi, in risposta alle domande dei giornalisti, ha detto: “In sede ecclesiale è un tema che noi abbiamo esaminato a livello normativo e generale, il Motu proprio Vos estis lux mundi prevede sostegni. Ma non abbiamo articolato forme piu precise di aiuto, il tema dei risarcimento è connesso a procedimenti civili”.

    Maggiore coinvolgimento e sinergia

    Da parte sua, il responsabile del Servizio di tutela ha sottolineato un cambiamento in positivo della percezione della gravità degli abusi. Lo dimostra la risposta ottenuta dalle diverse diocesi: “Dall’inizio del 2019, grazie al Consiglio permanente è stata fatta nascere una rete. Non ci aspettavamo che in un anno e mezzo diocesi ci rispondessero. Ognuna ha segnalato un referente diocesano per il Servizio di tutela dei minori”. Il numero è di 158 su 166. “Diversa” anche la coscienza riguardo alle vittime: “Il vero cambiamento, come Chiesa, è avvenuto proprio quando noi abbiamo cominciato a metterci nei panni delle vittime. Abbiamo condiviso il loro dolore e le loro ferite, e il cominciare a tener conto di questo fattore, più che degli altri, ha fatto sì che cominciassimo seriamente a cambiare stile”, ha detto l’arcivescovo di Ravenna. “Questo – ha aggiunto – è avvenuto anche a livello sociale e culturale… C’è una presa di coscienza specifica del problema degli abusi, ma non è ancora abbastanza. La dignità di una persona vale di più di un mondo intero”. E “la Chiesa italiana, con questo Report, si impegna a valutare i casi, per una reazione adeguata che coinvolga tutti i soggetti della società italiana per un problema che è di tutti e deve vedere maggiore coinvolgimento e sinergia”.

    Una prima fotografia

    Al momento il Report è “una prima fotografia di quello che la Chiesa italiana sta mettendo in atto per contrastare il fenomeno degli abusi e impegnarsi nella prevenzione. Siamo ancora agli inizi”, ha affermato ancora l’esperto Cei. Ciò che “preme” è “certamente fare verità su passato e presente e fare giustizia, si tratta di un reato e un peccato gravissimo. Preme che questo evento non accada, vogliamo arrivarci prima per dare possibilità a ragazzi, genitori, famiglie di poter accedere a tutti i nostri ambienti con tranquillità e sicurezza vere”.

    Far crescere la prevenzione

    L’idea ora è di fare un Report ogni anno, con indicazioni precise, approfittando delle conoscenze sviluppate per far “crescere attività di prevenzione”. “Il nostro scopo non è solo fare un centro ascolto per raccogliere segnalazioni e denunce ma di anticipare eventi negativi e di formare le persone. Quali? Preti, religiosi, laici più stretti collaboratori, allargandosi a chi gravita in ambiente ecclesiale come allenatori sportivi, animatori oratorio, centro giovanile, scuole cattoliche… Tanti ambiti perché le persone siano attente, vigilanti, pronte ad agire e reagire”.

    Non sostituirsi alle autorità

    Un altro importante chiarimento offerto dal responsabile Cei per la Tutela dei Minori è che “come Chiesa, non dobbiamo e non vogliamo sostituirci né all’autorità, né alle forze dell’ordine, né tantomeno alla magistratura: quei reati che comunque devono essere denunciati, chiunque sia l’abusatore, noi li ascoltiamo, accogliamo, se riguardano persone in vita ecclesiale per prendere provvedimenti ecclesiali per un giusto processo canonico che porti a delle conseguenze, con una procedura nota: la verifica della verosimiglianza, l’investigatio previa, la segnalazione alla Dottrina della Fede, il processo, la sentenza… Fino a quel punto le persone hanno diritto ad essere considerati innocenti e alla tutela della buona fama”.

    In preghiera per le vittime

    Ghizzoni ha inoltre ricordato la Giornata indetta per domani dall’Onu per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Nell’occasione la Conferenza episcopale ha esortato a vivere in tutte le parrocchie, diocesi, movimenti una giornata di preghiera per le vittime e i sopravvissuti. Sono stati formulati e inviati anche degli appositi testi. Il tutto per favorire la sensibilizzazione sul tema che, ha assicurato il prelato, “porterà sempre più la gente a parlare”: “Per una vittima aprire questo discorso sulla sua vita e sul suo passato è scoprire una ferita, un misto di sensi di colpa e umiliazione, non da sottovalutare. Se l’ambiente diventa sempre più attento, sensibile e favorevole, le vittime possono aprirsi di più e denunciare”.

    Alcune associazioni di vittime – a cominciare da Rete L’Abuso con il cui responsabile il cardinale Zuppi aveva avuto un dialogo diretto la scorsa estate – ha criticato il Report presentato oggi e ha affermato che i dati Cei “battono” quelli emersi dallo studio di una commissione indipendente in Francia.

    https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-11/cei-report-servizi-centri-tutela-minori-abusi-italia.html

  • “Io abusato dal 2009 al 2013, vi racconto la mia storia”

    “Io abusato dal 2009 al 2013, vi racconto la mia storia”

    Antonio, vorrei che mi raccontassi la tua vicenda personale…
    “Tutto ha inizio quando ho tra i 14 e i 15 anni. Frequentavo la parrocchia di San Giovanni Battista ad Enna, dove ho preso i sacramenti e mi sono approcciato all’Azione Cattolica. Lì conobbi meglio Don Giuseppe Rugolo (attualmente c’è un processo in corso nella fase di primo grado, nda) che all’epoca era ancora seminarista. Non era un educatore ma coordinava le attività di pastorale giovanile.

    Faceva spesso degli incontri con noi, era affabile e ci invitava a confidarci con lui perché ci avrebbe compreso di più rispetto al parroco, molto anziano. Si poneva come un punto di riferimento per conversazioni private. Opportunità che ho colto sia per una mia eventuale scelta vocazionale sia per la mia identità sessuale. Ci furono diversi incontri tra me e lui, fino a quando, all’età di 16 anni (nel 2009), ci fu il primo abuso. Mi sono ritrovato totalmente isolato nella scuola dove facevo il grest, anche se era pomeriggio e c’erano i ragazzi nel cortile. Non ho chiesto aiuto per un senso di vergogna, di pudore. Ho un ricordo nitido: ero pietrificato”.

    E il giorno dopo?
    “Iniziai a prendere le distanze ma volevo evitare di dare nell’occhio con la mia assenza. Frequentai il grest più sporadicamente e lo incontrai altre volte. Lui cominciò ad addolcirmi, anche durante gli abusi successivi. Per me era destabilizzante: mi isolava dagli altri e nel momento in cui mi allontanavo tentava di denigrarmi”.

    In quei giorni sei riuscito a confidarti con qualcuno?
    “In parrocchia mi trovavo isolato perché Rugolo riusciva a creare una rete di collaborazione e fiducia che mi induceva a pensare che se avessi parlato nessuno mi avrebbe creduto. Ricordo una sensazione di paura nei suoi riguardi perché è stato sempre fisicamente più grande rispetto a me, ma anche per il suo modo di riuscire a condizionare gli altri. Ho dovuto elaborare tutto nel tempo e trovare il modo per potermi distaccare”.

    Questi abusi quanto sono durati?
    “Dal 2009 al 2013. Nel frattempo, lui ha ricevuto tutti gli ordini: dal diaconato al presbiterato e diventò sacerdote nell’aprile del 2013”.

    E in quel momento denunci?
    “Nel 2014 denunciai l’accaduto al parroco di San Giovanni Battista perché messo alle strette dai miei genitori, le prime persone con cui mi sono aperto. All’inizio si è dimostrato disponibile ma poi propose un incontro tra me, lui e Rugolo. Incontro organizzato per non farmi sembrare credibile: minimizzò le violenze che avevo subito, entrando nello specifico degli atti sessuali. Secondo lui non c’era stata nessuna violenza. Dopo quest’incontro, nonostante mio padre cercò di convincermi di denunciare all’autorità giudiziaria, io presi del tempo. Cominciai a perdere peso e ho vissuto malissimo”.

    Tale situazione come ha influenzato il tuo rapporto con la Chiesa?
    “In quei momenti avevo chiuso i miei rapporti con la Chiesa, ma ho sempre sentito l’esigenza di recuperare la mia spiritualità. Diedi fiducia al mio attuale parroco, nella Chiesa di Sant’Anna, che mi ha accolto nonostante gli avessi raccontato l’accaduto. Lui prese i contatti con il vescovo per presentargli la denuncia, che ho deposto alla diocesi il 24 dicembre 2018. Cinque anni dopo l’ultima violenza”.

    Non troppo tempo rispetto ad altre storie…
    “Molti condannano questo intervallo di tempo. Purtroppo, il vescovo, che già dal 2016 era a conoscenza del caso, prendeva tempo. Dopo quel primo contatto, fece passare un anno prima di incontrare i miei genitori e un altro anno per sottoporgli una relazione da sottoscrivere. Dopo diverso tempo l’ho incontrato e gli chiesi udienza, ma dice che non aveva capito chi fossi” (ma il vescovo ha respinto ogni accusa su questi punti, nda).

    La denuncia l’hai presentata in contemporanea sia alla diocesi che alla polizia?
    “Nel 2018 presento la denuncia al vescovo e nel 2019 inizia la investigatio previa. Fui convocato al tribunale ecclesiastico di Palermo, dove fui sentito solo io, un’altra persona e il parroco di San Giovanni Battista. Don Giuseppe Rugolo non si presentò perché a livello ecclesiastico hanno la possibilità di farlo. Non ho mai avuto accesso alle carte dell’indagine anche quando il vescovo mi disse che si era conclusa. Compresi che dietro c’era ben altro. Anziché di ottenere giustizia tutto si è risolto a parlare di denaro”.

    Quest’offerta come ti è arrivata?
    “Dal mio avvocato canonista appresi che la vicenda poteva concludersi chiedendo il provvedimento nei riguardi di Rugolo con la disponibilità da parte della diocesi di pagare un indennizzo. Non si parlava più di un provvedimento ecclesiastico ma di un accordo extragiudiziale che doveva concludersi con un pagamento in cui dovevo impegnarmi al silenzio (ma anche su questo punto la Diocesi ha smentito, nda). Nel frattempo Rugolo era frequentemente ad Enna. Io ero totalmente destabilizzato: vedevo la sofferenza che c’era in casa, in periodo di lockdown. Scrissi anche una lettera al Papa. Confidavo in una risposta e in una risoluzione dalla Santa Sede, cosa mai accaduta. Così denunciai alla Polizia nel dicembre 2020. Sono iniziate le indagini e ci fu l’arresto del sacerdote ad aprile 2021. Poi iniziò il processo”.

    Cosa fai oggi?
    “Oggi sono archeologo e sto finendo il post-laurea. Gli studi, insieme allo sport, sono le cose che mi hanno permesso di non perdermi totalmente. Mi occupo anche di attività culturali e cerco di inserirmi nel mondo del lavoro dando un contributo alla mia comunità attraverso la politica e la cultura. Non è semplice. Nella mia città c’è stata la caccia alla vittima finché non decisi di raccontare la mia storia. In quel momento ho visto una parte dei miei concittadini vicini, anche per la stanchezza per come la Chiesa gestisce questi casi. Nello stesso tempo, le difficoltà le riscontri: ti stai mettendo contro un sistema molto radicato nel nostro territorio. Il Comune non si è nemmeno costituito parte civile al processo. Quest’anno mi sono candidato alle regionali e ho sentito il giudizio delle persone: vorrei solo dare un contributo per migliorare il mio territorio, senza sfruttare le mie situazioni”.

    Vuoi fare un appello a chi in questo momento non trova il coraggio di andare a denunciare gli abusi che ha subito?
    “Comprendo quanto sia difficile e che ognuno deve avere il suo tempo, ma farlo è l’unico modo per affrontare la nostra storia. La Chiesa non è pronta a fare giustizia attraverso i provvedimenti ecclesiastici; invece, quando denunci all’autorità giudiziaria sai che trovi persone pronte ad aiutare la parte offesa. Rivolgetevi anche a realtà come La Rete l’Abuso che non lasciano da sole le vittime”.

    DIRITTO DI REPLICA

    Abbiamo chiesto una replica all’avvocato di Don Giuseppe Rugolo, ma non ci è stata ancora fornita. Restiamo in attesa della stessa per pubblicarla prontamente

    https://qds.it/io-abusato-dal-2009-al-2013-vi-racconto-la-mia-storia/

  • Abusi nella Chiesa, avviato il processo canonico per un prete trentino. Il Cancelliere della Curia: ”E’ anziano e ha problemi cognitivi”. Sette segnalazioni dal 2019

    Abusi nella Chiesa, avviato il processo canonico per un prete trentino. Il Cancelliere della Curia: ”E’ anziano e ha problemi cognitivi”. Sette segnalazioni dal 2019

    TRENTO. “Nessuna vera tutela è possibile per la Chiesa, se si sottrae alla collaborazione con le realtà pubbliche e della società civile impegnate su questo terreno”. Ha usato queste parole l’arcivescovo di Trento, Lauro Tisi, nel corso del convengo “La Chiesa e gli abusi” promosso dal Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento.

    Ad oggi il Centro di Ascolto attivato il 2 aprile del 2019 ha raccolto in Trentino sette segnalazioni di presunti abusi compiuti da religiosi oppure da diocesani. Nel primo caso i fatti sono stati segnalati all’ordine di appartenenza mentre nel secondo caso le verifiche e gli eventuali provvedimenti sono stati portati avanti dall’Arcidiocesi.

    Secondo i dati forniti nelle scorse ore, da febbraio di quest’anno ad oggi, i casi di abusi verificatisi nell’ambito della Chiesa trentina o all’interno di associazioni e gruppi ecclesiali sono due una arrivata al Centro di Ascolto e l’altra direttamente all’Ordinario diocesano. La prima si riferisce ad un sacerdote di un’altra Diocesi, oggi defunto, per fatti che sarebbero avvenuti in un’altra Diocesi circa 60 anni fa. La seconda riguarda un sacerdote diocesano, per fatti risalenti a più di 60 anni fa; egli, peraltro, lasciò volontariamente il sacerdozio molti anni fa, trasferendosi poi all’estero.

    E bene chiarire prima di tutto che nel momento in cui vengono ricevute le segnalazioni al centro di ascolto viene verificata la competenza territoriale, sia che si tratti di diocesi che di gruppo religioso.

    Delle sette segnalazioni che sono state fatte dal 2019 ad oggi sono tre quelle che effettivamente hanno avuto un proseguo da parte dell’Arcidiocesi di Trento. In un caso la segnalazione riguardava un sacerdote già morto, in un altro caso la segnalazione riguardava, invece, un episodio avvenuto una sessantina di anni fa e il sacerdote da anni aveva già deciso di lasciare la Chiesa trasferendosi, tra l’altro all’estero.

    Diverso è invece il terzo caso. Qui parliamo invece di una segnalazione che coinvolge un prete trentino, tutt’ora in vita. Un sacerdote diocesano anziano che sarebbe stato indicato da una persona per presunti abusi che si sarebbero verificati anni fa. Per capire meglio il caso abbiamo chiesto di spiegarcelo al Cancelliere della Curia di Trento e vicario giudiziale don Alessandro Aste.

    “La segnalazione è arrivata negli ultimi anni – ci spiega don Alessandro Aste – ed è relativa ad un sacerdote diocesano per fatti che sono risalenti a circa 50 anni fa e per i quali sono stati fatti degli accertamenti che hanno poi portato all’avvio di un processo canonico”.

    Un procedimento non semplice che si è svolto in questi ultimi anni nel silenzio della Chiesa e nel rispetto della presunta vittima. “La prima fase – spiega il vicario giudiziale – del processo riguarda la verifica della verosimiglianza della notizia di reato. Una valutazione sommaria nella quale viene verificata la congruenza di alcuni aspetti. Nel caso in questione questa prima valutazione ha avuto esito positivo e la segnalazione non appariva infondata”.

    Successivamente è arrivata poi la parte più difficile e cioè la vera e propria indagine portata avanti dalla Diocesi con i mezzi che dispone. “Occorre tenere conto – spiega sempre don Alessandro Aste – degli strumenti che abbiamo a disposizione, non siamo una polizia giudiziaria. Serve anche tenere conto che nel caso specifico stiamo parlando di eventi risalenti nel tempo essendo i fatti avvenuti circa 50 anni fa e difficilmente ci sono prove come video o registrazioni. Detto questo, però, l’impegno e l’onestà nei confronti della persona che segnala il presunto abuso ci impone la massima serietà nei procedimenti”.

    Il risultato di questo procedimento canonico avviato negli ultimi anni in Trentino per una ipotesi di abuso è stato, purtroppo, negativo. “Purtroppo – ci spiega don Aste – si è arrivati all’impossibilità di appurare i fatti perché avvenuti molto tempo fa. Tuttavia il sacerdote oggi è molto anziano, ha qualche difficoltà cognitiva ed è ritirato dalle sue mansioni”.

    Come già detto le altre segnalazioni arrivate al centro di ascolto della diocesi non hanno avuto seguito dal punto di vista di procedimenti canonici perché hanno riguardato sacerdoti già deceduti oppure che da anni hanno lasciato il sacerdozio ancora sono segnalazioni che per competenza territoriale sono state trasferite ad altre diocesi.

    Il ruolo del Centro di ascolto è fondamentale anche per proseguire nel cammino di sensibilizzazione della comunità ecclesiale e civile su un tema cruciale come quello degli abusi, per promuovere collaborazioni e alleanze educative dentro e fuori la Chiesa e per favorire misure adeguate di prevenzione in relazione ad abusi sessuali e violenze su minori e adulti vulnerabili in contesti ecclesiali.

    Il Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento è tra i primi sorti in ambito diocesano in Italia allo scopo di dare un contributo alla promozione di una cultura e di un’attenzione su questi temi, grazie anche alla consulenza costante di un Tavolo di esperti, composto da tredici membri con professionalità afferenti agli ambiti psico-socio-pedagogico, medico e legale.

    https://www.ildolomiti.it/cronaca/2022/abusi-nella-chiesa-avviato-il-processo-canonico-per-un-prete-trentino-il-cancelliere-della-curia-e-anziano-e-ha-problemi-cognitivi-sette-segnalazioni-dal-2019

  • Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    Abusi su minori, il volto sfigurato della Chiesa. Papa Francesco: “È il momento della vergogna”

    PALERMO – “A te Signore la gloria, a noi la vergogna. Questo è il momento della vergogna”. Le parole sono di Papa Francesco. E sono state dette ormai oltre un anno fa all’indomani della pubblicazione, da parte di una commissione indipendente, del report sulla pedofilia nella Chiesa francese dal dopoguerra ai giorni nostri. È il momento della vergogna per “la troppo lunga incapacità della Chiesa di mettere al centro delle sue preoccupazioni le vittime”.

    È un momento storico: la più alta carica della Chiesa ammette che la pedofilia, nel clero, è un problema strutturale e non di certo frutto di qualche mela marcia, come era stato definito in passato dai suoi predecessori. Un momento che è stato possibile solo grazie al lavoro certosino delle commissioni che hanno guidato i lavori per i dossier sugli abusi sessuali perpetrati dal clero ai danni dei minori in Germania, Francia, Portogallo, Australia.

    E l’Italia? Il luogo da cui parte la “vergogna” di Papa Francesco non ha al momento un dossier, non ha dati ufficiali che fotografino la diffusione della pedofilia nel clero. Ma si sta sbracciando, tra critiche, perplessità e zone d’ombra, per pubblicarlo. La data è già stata fissata: il 18 novembre la Cei emanerà due indagini interne effettuate dalle diocesi italiane. Uno dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni), l’altro dovrebbe contenere le segnalazioni fatte alle diocesi negli ultimi venti anni. “Raccontare la verità – dichiara al QdS Don Fortunato di Noto, fondatore dell’associazione Meter – fa sempre bene. Anche se raccontarla comporta molte fatiche”. Il Quotidiano di Sicilia ha deciso di caricarsi di questa fatica e raccontare, per quanto possibile, la verità sugli abusi all’interno della Chiesa.

    I numeri nazionali

    Gli unici dati al momento disponibili e in grado di fotografare il fenomeno nelle diocesi italiane sono quelli dell’associazione “La rete l’abuso”, fondata e composta dai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero. Quest’associazione ha creato un database con tutti i nomi di sacerdoti condannati in via definitiva, reo confessi o imputati dal 2000 ad oggi. Una mole di dati impressionante che mettono insieme articoli di cronaca, denunce e provvedimenti giudiziari. Secondo questo database, sarebbero 343 i sacerdoti coinvolti in indagini di pedofilia. Nello specifico: 178 quelli attualmente accusati e 165 quelli condannati in via definitiva o reo confessi. A questi numeri vanno aggiunte le nuove segnalazioni fatte in maniera anonima: 218.

    Ma, considerando solamente i preti indagati, condannati o reo confessi, quante sarebbero le vittime? Secondo una stima effettuata da La rete l’abuso sulla base degli studi del sociologo Andrew M. Greeley e dello psicoterapeuta e psichiatra Richard Sipe sarebbero 1.002.960. Dietro a questo dato ci sono oltre un milione di storie di abuso, di “omicidio psicologico”, di sofferenza e, spesso di insabbiamento. Numeri che, purtroppo, come ci confermano Don Fortunato di Noto e padre Hans Zollner (il massimo esperto di abusi sessuali nella Chiesa Cattolica), sono da rivedere al rialzo. “Alcuni esperti – si legge sul sito di La rete l’abuso – ritengono che solo il 10% delle vittime si faccia avanti”.

    La pedofilia nella chiesa siciliana

    Più dell’8% dei casi fino ad ora visti avvengono in Sicilia. Nell’Isola i preti condannati in via definitiva, reo confessi o per il momento in attesa di giudizio sono 28. Potrebbero sembrare pochi confrontati con i casi a livello nazionale o confrontati con il totale dei sacerdoti in Sicilia (circa 3.195 sparsi nelle 18 diocesi). Ma in realtà non è così, perché dietro quei 28 sacerdoti che hanno abusato di minori (alcuni sicuramente, altri probabilmente in quanto in attesa di sentenza) ci sono diverse storie di abuso. Secondo il report redatto dalla commissione indipendente in Francia, l’unico al mondo che ha individuato una stima basta su modelli scientifici e sociologici certificati dall’Oms, ogni sacerdote pedofilo, in media, violenta 72 minori. Seguendo queste statistiche sarebbero 2.016 quelli abusati nelle diocesi siciliane.

    “La Sicilia, sulla base della popolazione, proporzionalmente è una delle Regioni con più casi – dichiara Francesco Zanardi, sopravvissuto agli abusi sessuali di un prete e fondatore dell’associazione Rete L’abuso – 28 sono tanti casi e ne mancano un sacco di altri. Il potenziale vittime è piuttosto attendibile. La Chiesa dice che la pedofilia c’è anche nella società civile, ed è verissimo. Ma tu hai mai visto un padre di famiglia che ha stuprato 72 bambini diversi non si sa quante volte? Io mai e faccio questo lavoro da una vita”.

    La punta dell’iceberg

    Analizzando il report francese si scopre che su 22mila sacerdoti d’oltralpe tremila sono pedofili: circa il 13%. Un numero enorme che non corrisponde con l’attuale numero italiano di preti indagati o condannati per aver abusato di minori. Sono le diocesi italiane a essere più virtuose rispetto a quelle francesi o la cultura dell’omertà, dell’insabbiamento e dell’intoccabilità della Chiesa in Italia predomina?

    “L’omertà è evidente – spiega al Quotidiano di Sicilia Don Fortunato di Noto -. La paura c’è sempre ed è emergente. Da questo ne deriva la fatica a denunciare. C’è un problema di fondo: l’abuso non lo si vuole raccontare, è ancora riservato nell’ambito dell’omertà, della paura e del silenzio. Da un punto di vista prettamente ecclesiale, gli abusatori vengono individuati solo se c’è qualcuno che denuncia, non si può procedere per chiacchere. Qualcuno deve venire al centro di ascolto, denunciare i fatti, si verbalizza, si avvia l’indagine previa da un punto di vista canonico e si invitano le vittime ad andare a denunciare alla procura della repubblica. Questo se parliamo dei chierici. Se qualcuno non denuncia forse dobbiamo ancora aiutare le persone a segnalare e denunciare. Alcuni dei preti siciliani che si è scoperto essere pedofili li conosco e già non sono più preti perché sono stati affrontati i problemi. C’è stata la denuncia, la vittima è stata aiutata e accompagnata, il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale”.

    Secondo il sito della Cei il totale dei sacerdoti è di 38.305 unità. La rete l’abuso ha condotto una ricerca basandosi sulle percentuali venute fuori dai vari report (in Australia si parla del 7%, il Papa del 2%, l’inchiesta Spotlight che ha ispirato l’omonimo film del 6%) e le ha rapportate alla popolazione cattolica e al numero totale di sacerdoti in Italia. L’associazione ha dunque stimato come i casi impuniti potrebbero attestarsi intorno ai 511. Ancora una volta preme sottolineare come questi non siano solo numeri, ma storie terribili che segnano in modo indelebile la vita di chi le ha subite.

    I soldi delle donazioni per comprare i silenzi?

    Francesco Zanardi ha una storia di abusi da parte di un prete alle spalle. Quella stessa storia che l’ha portato a mettersi al servizio di tutti i minori, di tutte le famiglie che in Italia vivono quest’incubo. Fornendo anche servizi legali e di assistenza psicologica alle vittime oltre che “tracciare” la pedofilia in Italia.
    “Con l’associazione seguiamo praticamente tutti i casi che si verificano in Italia. E in alcuni abbiamo anche la possibilità di costituirci anche parte civile. L’altro giorno, per esempio, – racconta Zanardi al QdS – sono andato a Salerno per occuparmi del caso di Don Livio Graziano (attualmente il processo è in corso, nda) e ho parlato con il vescovo. Quell’indagine mi ha documentato che vent’anni fa il prete era stato allontanato dalla diocesi e mandato in un convento di frati che dopo qualche settimana lo ha mandato via. Da lì non si è capito cosa è successo ed è stato permesso a questo prete di aprire un centro di recupero per adolescenti con problemi di bulimia e depressione. Lì è stata abusata anche una delle mie assistite. L’hanno messo nel recinto degli agnelli”.

    Un modus operandi già scoperchiato in America, con la già citata inchiesta Spotlight, e in Germania, con il lavoro della commissione indipendente che ha redatto il rapporto sugli abusi che all’epoca imbarazzò tanto il Papa emerito Benedetto XVI. Secondo Zanardi questa tendenza dei vescovi a coprire i preti pedofili è incentivata dall’attuale legge vaticana contro la pedofilia. “La Vos estis lux mundi (che ha cambiato solo il nome rispetto alla preesistente Crimen sollicitationis) – aggiunge – continua a dire di gestire la cosa internamente. Da qui si deduce che qualunque vescovo che ha a che fare con un caso di pedofilia ha per forza insabbiato altrimenti il Vaticano prenderebbe provvedimenti estremamente duri nei suoi confronti”.

    Se da un lato alcuni vescovi (32 secondo il database de La rete l’abuso) sono stati criticati per aver spostato i preti sospettati di aver commesso crimini da una diocesi all’altra, dall’altro lato l’accusa è quella di comprare il silenzio delle vittime attraverso i fondi delle donazioni. “A Napoli il caso Borrelli, oppure il caso Don Seppia, oppure ancora, come risulta dalle intercettazioni, quello di Don Rugolo in Sicilia. Tutti praticamente – continua Zanardi – tramite i fondi delle donazioni pagano le vittime o fanno accordi con il vincolo della riservatezza: 25mila euro in cambio del silenzio. A volte arrivano degli assistiti che li vogliono fare e noi diamo gli avvocati per farli: sono tutti casi che non usciranno mai perché neanche noi che li abbiamo trattati possiamo parlarne. Se ne parliamo decade l’accordo e la vittima può essere perseguita e noi tuteliamo le vittime. Abbiamo un bell’elenco di nomi che tuttavia non possiamo scrivere per ora. Lo trovo abbastanza barbaro ma ho le mani legate. Io sconsiglio sempre alla vittima di non fare l’accordo, ma il problema è che spesso sono tutti ragazzi di strada, di famiglie modeste, e quando gli danno 25mila euro li prendono al volo. Non posso costringerli a non prenderli. Gli spiego che se pagano è perché hanno paura che in tribunale devono pagare di più. La scelta è dei sopravvissuti, in ogni caso noi li tuteleremo sempre”.

    Le storie nella Chiesa italiana e siciliana

    Quello a cui vanno incontro le vittime è profondamente diverso dalle pene controverse e spesso contrastanti che spettano a coloro che hanno abusato. “L’abuso – precisa Don Fortunato di Noto – è un omicidio psicologico. Non c’è caso che ho ascoltato e accompagnato da cui non emerge questo elemento. L’abuso uccide. È bene precisarlo. Di storie ce ne sono tante: storie drammatiche e difficili. Io ho portato anche il primo bambino italiano abusato in una parrocchia dal Santo padre per far comprendere come l’abuso avviene sotto i nostri occhi. Anzi, a volte non lo vogliamo vedere e teniamo gli occhi chiusi”. Chiusi di fronte a storie ognuna diversa dall’altra ma con un canovaccio molto simile. “Tutte hanno in comune – continua – la fatica delle vittime a raccontare, ad elaborare, a superare il trauma. Io non ho mai visto la vittima che non è stata lacerata nella vita e nel cuore e che ancora oggi, a distanza di anni subisce le conseguenze dell’abuso. L’abuso non viene dimenticato”.

    La Chiesa indaga su sè stessa: il report della Cei

    Adesso il dado è (quasi) tratto. Tra qualche giorno, esattamente il 18 novembre, in occasione della giornata nazionale di preghiera per le vittime e i sopravvissuti agli abusi, la Conferenza episcopale italiana emanerà non una ma ben due indagini interne che avranno il compito di fare luce sulla pedofilia nel clero. Un’indagine dovrebbe contenere le segnalazioni di abusi fatte agli sportelli di ascolto dei centri fragilità diocesani da quando sono entrati in funzione (due anni fa), l’altra dovrebbe contenere i dati forniti dal Dicastero per la dottrina della fede inerenti al periodo che va dal 2000 al 2021 (dati che sostanzialmente rappresentano le denunce che dal 2000 ad oggi sono state presentate alle diocesi). La stesura del report che raccoglierà queste due indagini e che ha coinvolto “16 coordinatori per i Servizi regionali, 226 referenti per quelli diocesani e 96 responsabili dei Centri di ascolto”, come ha comunicato la Cei, è stata affidata a una équipe dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Un’istituzione strettamente legata alla Chiesa, in quanto le Università cattoliche sono regolate dal codice di diritto canonico.

    “La stesura del report, le linee guida e la formulazione dei questionari – ci spiega Don Fortunato di Noto – è stata dettata a livello nazionale. Di fatto ci sono due questionari con diverse domande che riguardano i primi due anni di attività dei servizi nazionali, regionali e diocesani di tutela dei minori. Ogni diocesi siciliana, quindi, ha risposto in modo sicuramente dettagliato alle domande poste anche alla luce della conoscenza degli ultimi due anni di attività o dei casi o delle situazioni o anche della funzione dei centri di ascolto. Per il 18 novembre avremo una maggiore contezza a livello nazionale della situazione negli ultimi due anni. È stato questo il criterio adottato”.

    Criterio che ha suscitato alcune polemiche da parte dei sopravvissuti. “La Conferenza episcopale italiana – dichiara Francesco Zanardi – è particolare, perché è l’unica al mondo che non vuole fare una commissione d’inchiesta indipendente. Fanno un’indagine interna: gli imputati indagano sui crimini dei preti che hanno coperto. E a differenza delle altre commissioni l’indagine italiana guarderà vent’anni indietro e non 70. Discriminando ulteriormente le vittime che hanno 70 anni e che sono state tagliate fuori. Inoltre, il report riguarderà solo le denunce fatte alla Chiesa, nonostante gli sportelli per le denunce sono aperti solo da due anni. Vescovo per vescovo toglieranno tutti i casi scomodi: un vescovo non denuncia i casi che lui stesso ha coperto”.

    https://qds.it/abusi-su-minori-chiesa-papa-francesco-momento-vergogna/

  • Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    Ratzinger debole ma deciso: vuole dimostrare la sua innocenza

    di Nico Spuntoni – Quella appena trascorsa è stata una settimana intensa per Joseph Ratzinger. La sua immagine è ricomparsa pubblicamente attraverso le fotografie di due incontri che ha avuto in questi giorni: quello nei Giardini Vaticani con il cardinale Gerhard Ludwig Müller accompagnato da due suore e quello nel Monastero Mater Ecclesiae con Sviatoslav Shevchuk, arcivescovo maggiore di Kiev.

    Dalle foto si notano il corpo fragile ed il volto provato ma traspare anche l’attenzione che riserva al racconto del suo interlocutore, il capo della Chiesa greco cattolica ucraina. Ad affiancarlo, come sempre, c’è monsignor Georg Gänswein, ormai tornato ad essere suo segretario particolare a tempo pieno dopo essere finito “a riposo” come prefetto della Casa Pontificia.

    Alle notizie terribili riportate da Shevchuk sulla sofferenza del popolo ucraino in guerra, si sono aggiunte quelle sgradevoli dalla Germania che lo riguardano direttamente. Nemo propheta in patria, un’espressione piuttosto calzante per la storia di Ratzinger che ha sempre subìto attacchi da politici, media e persino vescovi tedeschi.

    Martedì l’agenzia Dpa ha rivelato che il Papa emerito è pronto a difendersi in tribunale dall’accusa di negligenza nei confronti di un prete pedofilo. Il tribunale competente è quello di Traunstein presso il quale una vittima ha presentato una denuncia contro Ratzinger e contro il suo successore alla guida dell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Friedrich Wetter. Oltre ai due prelati, l’uomo ha sporto denuncia anche contro il suo aggressore e contro l’arcidiocesi. La causa è civile perché sul piano penale è scattata la prescrizione, ma potrà avere luogo proprio grazie alla disponibilità del Papa emerito che non si è tirato indietro pur potendolo fare.

    Per quanto riguarda la questione abusi, Benedetto XVI non vuole ombre sul suo conto ed intende applicare quella linea della trasparenza che ha contraddistinto il suo pontificato. Da qui la decisione di difendersi, affidandosi allo studio legale Hogan Lovells. Lo farà con ogni probabilità con una memoria difensiva che potrebbe riprendere quanto già spiegato nelle 82 pagine inviate mesi fa al team legale a cui l’arcidiocesi bavarese aveva affidato l’incarico di redigere un rapporto su abusi e insabbiamenti a Monaco e Frisinga tra il 1945 ed il 2019.

    La presunta vittima avrebbe subito molestie sessuali da Peter Hullermann – questo il nome del prete protagonista della vicenda – nel suo periodo a Garching dove il religioso fu trasferito come parroco dall’arcivescovo Wetter nel 1987 nonostante fosse stato condannato l’anno precedente per pedofilia.

    Le strade del futuro Benedetto XVI e di Hullermann si incrociano nel gennaio 1980 quando, nel corso di una riunione dei vertici dell’arcidiocesi, l’allora cardinale Joseph Ratzinger che la guidava diede il suo assenso alla richiesta del prete di risiedere per un periodo a Monaco per seguire un trattamento psicoterapeutico. Il permesso fu accordato ma non ci fu alcun via libera del futuro Pontefice a far sì che il prete svolgesse attività pastorale.

    Sebbene non avesse ancora condanne, Hullermann si era già reso responsabile di un abuso sessuale ai danni di un undicenne nel 1979 ad Essen. Il suo vescovo di allora, informato dai genitori della piccola vittima, dispose che avrebbe dovuto seguire una terapia a Monaco. A seguito di ciò, dunque, la richiesta di alloggio fatta all’arcidiocesi all’epoca guidata da Ratzinger che però non sapeva assolutamente il motivo per cui Hullermann avrebbe dovuto iniziare quella terapia.

    I problemi arrivarono pochi mesi dopo, quando il vescovo ausiliare di Monaco, monsignor Gerhard Gruber, autorizzò il prete a svolgere incarichi pastorali. Lo fece, come chiarito in una dichiarazione del 2010, senza informare Ratzinger.

    Le ammissioni degli stessi protagonisti di questa triste vicenda sarebbero dovuti bastare a fugare ogni dubbio sul comportamento del Papa emerito, l’uomo che per primo denunciò “la sporcizia nella Chiesa” e che tanto ha fatto per perseguire la linea della tolleranza zero contro i preti pedofili. Ma il clamore provocato dal rapporto abusi relativo all’arcidiocesi di Monaco e Frisinga e la riproposizione dei sospetti su Ratzinger hanno portato poi all’avvio di questa causa civile che, però, il novantacinquenne ex Pontefice regnante ha scelto di non schivare: si difenderà nell’eventuale processo.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/ratzinger-innocenza-tribunale-2084719.html

  • La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    La lotta “sinodale” agli abusi della “nuova” Pontificia Commissione Minori

    CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Molte novità, sulla carta, nella lotta vaticana agli abusi perpetrati dal clero sono stati annunciati nelle ultime settimane: un primo rapporto annuale della Pontificia Commissione vaticana per la Tutela dei Minori (PCTM), presieduta dal card. Sean O’Malley, vedrà la luce nel 2023, anche se i primi dati utili – secondo il segretario ad interim p. Andrew Small, che ha illustrato le iniziative ai giornalisti il 28/10 – saranno a disposizione solo nel 2024; un accordo, siglato tra la Commissione stessa e la Conferenza episcopale italiana, per promuovere un impegno comune sulla base di un approccio condiviso, che si servirà di uno scambio regolare tra i due organismi sulle iniziative di tutela e di salvaguardia dei minori e delle persone vulnerabili, a livello di informazioni e di competenze per creare una rete globale di Centri per l’accoglienza, l’ascolto e la guarigione delle vittime.

    La Commissione vaticana si allarga

    Nel frattempo, il 30 settembre scorso, papa Francesco ha ampliato la PCTM nominando dieci nuovi membri, che si aggiungono ai dieci già operativi. Una storia tormentata, quella di questo organismo, soprattutto per i rapporti con il Dicastero per la Dottrina della Fede, e per diversità di vedute all’interno, ma anche per la sua non chiarissima identità, per la lentezza e le resistenze alle proposte della Commissione come quella, approvata dal papa – ma mai realizzata – di creare un tribunale separato per i vescovi che agiscono in modo inappropriato nei casi di abuso sessuale. Il card. O’Malley annunciò la nascita del tribunale nel giugno 2015, ma esso, di fatto non vide mai la luce; al suo posto papa Francesco, l’anno dopo, emanò una nuova legge (il motu proprio Come una madre amorevole) che stabiliva la rimozione dei vescovi negligenti (v. Adista Notizie n. 33/17). In che misura sia stato applicato, finora, non è chiaro.

    Con la Costituzione Apostolica sulla Curia Romana, Praedicate Evangelium, nel marzo di quest’anno il papa ha posto la Commissione all’interno della sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, lasciandole, nelle intenzioni almeno, una autonomia, con la nomina diretta pontificia del Presidente, che riferisce direttamente al papa e con l’indipendenza dal Dicastero per ciò che riguarda decisioni su membri e personale e sulle proposte avanzate.

    Per i molti nomi dei membri, sia i nuovi che i riconfermati, rimandiamo a una nostra notizia online (Adista online del 1/11/22), limitandoci qui a osservare che nella Commissione è una sola – per quanto è noto (nel 2018 la Commissione aveva affermato che l’identità delle vittime di abuso sessuale presenti tra i membri non sarebbe stata resa pubblica) – è la presenza in rappresentanza dei sopravvissuti: nel marzo 2021 si era aggiunto al gruppo il giornalista cileno Juan Carlos Cruz – vittima da adolescente delle violenze sessuali del prete poi dimesso dallo stato clericale Fernando Karadima – cofondatore nel 2010 della “Fundación para la Confianza”, dedicata al sostegno dei sopravvissuti e alla prevenzione degli abusi, e nel 2018 del “Centro CUIDA”, il primo centro di ricerca per lo studio e l’indagine sugli abusi nella società presso la Pontificia Università Cattolica del Cile.

    Ufficialmente, dunque, Cruz sarebbe l’unico sopravvissuto ad abusi presente in Commissione. Una presenza tormentata, quella delle vittime: il britannico Peter Saunders, fondatore ed ex responsabile dell’associazione di vittime di pedofilia Napac e l’irlandese Marie Collins, entrambi nominati nel 2014, se ne andarono delusi, arrendendosi a lentezze, ostacoli e persino boicottaggi della Curia nei confronti del lavoro del gruppo; la neuropsichiatra infantile francese Catherine Bonnet, specializzata in violenze sessuali su minori, lasciò nel 2018 (v. Adista Notizie n. 8/18): aveva invano insistito sulla necessità di ascoltare le vittime, «singolarmente o nel quadro di associazioni come l’Ending Clerical Abuse (ECA)».

    La “nuova” agenda della Commissione

    Se la Commissione sembra dunque limitare fortemente la presenza di sopravvissuti al suo interno (lasciando il beneficio del dubbio sul una loro presenza “riservata”) afferma peraltro di volere che la voce delle vittime sia ascoltata, e a questo fine ha promosso dei Survivors Advisory Panels (SAP), con l’intento di individuare contenuti e modalità per includere le esperienze delle vittime e dei sopravvissuti all’interno delle politiche di tutela e di cura delle Chiese.

    La Commissione – che non si occupa di casi individuali – dovrà anche supervisionare l’applicazione delle linee guida delle Conferenze episcopali, in base a Praedicate Evangelium; a questo scopo essa è stata incaricata di collaborare con le Conferenze episcopali (per quella italiana, v. notizia seguente), le Diocesi e gli Ordini religiosi per garantire l’applicazione e l’efficacia delle linee guida, che oltretutto non sono ancora state elaborate da tutte le 114 Conferenze episcopali del mondo.

    Vengono inoltre istituiti meccanismi di segnalazione di abusi in tutta la Chiesa, in ottemperanza all’articolo 2 del motu proprio Vos Estis Lux Mundi del 2019, e la redazione di un Rapporto Annuale. Poiché vi è una grande disparità nella formazione e nella prevenzione degli abusi sessuali sui minori tra il Nord e il Sud del mondo, la Chiesa, ha spiegato p. Small, è chiamata a intervenire: a questo scopo la CEI – che, lo ricordiamo, continua a rifiutare una ricerca indipendente che dia un quadro dell’abuso in Italia, dove omertà ecclesiastica e vuoti giuridici lasciano il fenomeno ancora largamente sommerso e, dunque, non affrontabile – ha previsto uno stanziamento, per un periodo di tre anni, di fondi dell’8 per mille, per supportare la Commissione nella sua lotta agli abusi nel Sud del mondo.

    Quanto al Rapporto annuale, si tratterà di un documento descrittivo sull’applicazione e l’efficacia delle politiche e delle procedure di salvaguardia nella Chiesa, fornendo un feedback sulle misure di cura e accompagnamento delle vittime e indicazioni sulle best practices da attuare.

    Tra gli auspici formulati da p. Small, quello che il Rapporto annuale «fornisca un grado di trasparenza e responsabilità così urgente in tema di protezione e di gestione degli abusi: il Rapporto Annuale può costituire un importante punto di incontro e di dialogo con tutti i Dicasteri che compartecipano in qualche modo all’attuazione del safeguarding e nella protezione dei minori». Si tratterebbe, insomma, ha detto p. Small, di un approccio «inquadrato in termini di sinodalità ».

    È da sottolineare, però – e lo ammette lo stesso segretario ad interim della PCTM – che proprio alla luce del processo sinodale manca un “pezzo” importante: «il peso e il significato effettivamente attribuito alle esperienze delle vittime/sopravvissuti agli abusi sessuali da parte del clero nel processo sinodale sono ancora dolorosamente poco chiari e le testimonianze delle vittime/sopravvissuti sono state finora limitate, e l’impatto delle loro esperienze e intuizioni è difficile da discernere».

    https://www.adista.it/articolo/69024

  • L’8 per mille finanzia i preti pedofili

    L’8 per mille finanzia i preti pedofili

    I vescovi italiani usano i fondi statali dell’8 per mille anche per tutelare i sacerdoti accusati di pedofilia, come se le denunce delle vittime e i processi che ne conseguono fossero una persecuzione contro la Chiesa cattolica. E questi pedofili protetti sono numerosi, più di quelli rilevati dalla giustizia dello stato. È l’imbarazzante realtà che sta emergendo dal processo per violenza sessuale su minori (articoli 81 e 609 bis del codice penale) a carico di don Giuseppe Rugolo, in corso al tribunale di Enna.

    Per il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana è durissima l’udienza fiume del 10 ottobre scorso, durante la quale ha deposto come testimone. Esita, si confonde, non ricorda: di fronte alle contestazioni degli avvocati di parte civile, che gli leggono le intercettazioni con le sue dichiarazioni, si contraddice, in evidente difficoltà, tanto che il procuratore lo richiama più volte fino ad ammonirlo «a mettersi d’accordo con sé stesso».

    È una giornataccia, il 10 ottobre, per monsignor Rosario Gisana, vescovo di Piazza Armerina. Al tribunale di Enna si sta svolgendo un’udienza fiume del processo a don Giuseppe Rugolo, sacerdote della diocesi accusato di aver abusato di tre ragazzi, e il vescovo, interrogato come testimone dal procuratore capo di Enna Massimo Palmeri e dalla pm Stefania Leonte, è in evidente imbarazzo. È dal gennaio 2021, da quando la storia di don Giuseppe è arrivata a conoscenza dell’opinione pubblica, che monsignor Gisana si tormenta: pensava di aver chiuso la faccenda nel 2019 con l’indagine ecclesiastica e il conseguente trasferimento del sacerdote a Ferrara, lontano dagli occhi e dai pettegolezzi dei fedeli, e invece il peggio doveva ancora venire. La denuncia alla polizia di una delle vittime, Antonio Messina, ha infatti messo in moto l’inchiesta della procura di Enna e il conseguente arresto e rinvio a giudizio del sacerdote, come abbiamo raccontato su Domani del 3 luglio 2022, e ora il vescovo deve rendere conto in un’aula di giustizia, seppure come testimone, di quel che ha detto e – soprattutto – di quel che non ha detto sul conto dei suoi preti.

    L’imputato del processo che si è aperto a Enna il 7 ottobre 2021, sia chiaro, è soltanto don Rugolo,  che dovrà rispondere di violenza sessuale su minori, secondo gli articoli 81 e 609 bis del codice penale. Dalle intercettazioni e dagli atti del processo, oltre che dal dibattimento che si svolge a porte chiuse, emerge però un’immagine della chiesa fatta di omertà e di sacerdoti preoccupati di salvaguardare in ogni modo il proprio buon nome, anche a costo di sacrificare la sicurezza dei bambini. Molti degli abusatori, infatti, non potrebbero continuare a commettere reati se il vescovo li segnalasse subito all’autorità giudiziaria: i preti pedofili possono continuare ad agire indisturbati perché c’è un sistema, la chiesa, che li copre e li protegge mantenendo il silenzio sulle loro azioni anche di fronte alle denunce delle vittime.

    Lo sa bene il vescovo Gisana quando, durante una telefonata con lo stesso Rugolo, intercettata dagli inquirenti, ammette apertamente di aver coperto il fatto: «il problema – dice testualmente – è anche mio perché ho insabbiato questa storia». Rugolo, agli arresti domiciliari dal 27 aprile 2021, però, non è l’unica «patata calda», come la definisce lo stesso Gisana, di cui ha dovuto occuparsi. Secondo un’intercettazione prodotta in aula, ci sono altri preti pedofili tuttora attivi nelle parrocchie della diocesi, casi problematici di cui il vescovo discute al telefono con il suo vicario, don Antonino Rivoli, che si mostra al corrente dei fatti. «In aula emerge che il vescovo era a conoscenza di altri abusi – conferma Antonio Messina – Sacerdoti che non ha denunciato ma, anzi, ha provveduto a “promuovere” con incarichi in diocesi». In un’intercettazione letta in aula e riportata da Messina, si apprende che uno di questi, lo chiameremo don Mario, ha abusato di un minorenne, oggi anche lui prete. Gisana nella telefonata dice espressamente che è una fortuna che la vittima non abbia mai denunciato don Mario, perché altrimenti sarebbe stato certamente ridotto allo stato laicale. «Entrambi, l’abusatore e la sua vittima – precisa Messina – sono stati nominati dal vescovo parroci in due chiese della diocesi nelle due settimane precedenti l’udienza». Alla richiesta di spiegazioni da parte dell’avvocata di Messina Eleanna Parasiliti, il vescovo scatta: «E questo cosa c’entra?».

    La vittima, insomma, sarebbe stata premiata per il suo silenzio.

    Non è tutto. Il vescovo, oltre a don Mario, si era già “preso cura” di altri preti speciali. Alcuni nomi vengono letti in udienza; fra questi c’e quello di un sacerdote, don Vincenzo Iannì, all’epoca settantottenne, già rinviato a giudizio per violenza sessuale su una ragazzina nel 2019, secondo gli articoli 609 e 61 del codice penale. Come si legge nella relazione della Corte d’Appello di Caltanissetta che riporta il caso, il prete, approfittando della situazione di indigenza della famiglia, aveva invitato l’adolescente a venire da sola in canonica, dove aveva abusato di lei. Iannì nel 2018 era stato nominato da Gisana viceparroco della parrocchia di Santa Lucia a Gela, in uno dei quartieri più disagiati della città; risulta sempre incardinato nella diocesi ma al momento è irreperibile.

    «Oltre a questi – aggiunge Antonio Messina – io avevo segnalato sin dai miei primi colloqui con il vescovo, e anche durante l’indagine previa, un altro sacerdote che adescava ragazzini, compagno di seminario di Rugolo. Me ne aveva parlato Rugolo stesso quando frequentavo la parrocchia ad Enna. Nessuno però ha fatto nulla e oggi questo prete è parroco della diocesi con incarichi importanti a contatto con i minori». Sempre a Gela, un carabiniere, catechista della chiesa Madre, è stato rinviato a giudizio dal Gup a febbraio 2022 per violenza sessuale sul figlio minore e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie. Nonostante questo, rimane un punto di riferimento in parrocchia, tanto che a Pasqua, durante la celebrazione della settimana santa, lo si vede portare il Cristo morto in processione e compare anche sull’altare lo scorso settembre, in occasione della ricorrenza di Maria Santissima dell’Alemanna, patrona di Gela.

    Sono tante, quindi, le “patate calde” che monsignor Gisana è abituato a gestire dalle stanze del palazzo vescovile, con la collaborazione del consiglio episcopale e dei sacerdoti a lui più vicini, senza mai ritenere necessario informare le autorità civili. All’Ansa, quando era scoppiata la bomba di don Rugolo a Enna, alla domanda di spiegazioni su questo sacerdote accusato di avere abusato di un minore ad Enna negli anni tra il 2008 e il 2013, il vescovo aveva risposto candidamente: «Non ho capito di chi si parli. Abbiamo tanti casi». Casi di cui però non si deve sapere, risolti spostando i preti “inquieti” di parrocchia in parrocchia (ma senza badare a tenerli lontano dai bambini) e scoraggiando le denunce che, quando raggiungono le orecchie dei sacerdoti, vengono quasi sempre opportunamente blindate dentro il segreto confessionale.

    Il sacramento della confessione è infatti una vera e propria arma a cui il clero ricorre quando è messo alle strette: lo si vede proprio da come Gisana e il suo entourage gestiscono il caso Rugolo. Sentito come persona informata sui fatti nel gennaio 2021, il vescovo dichiara che non ha avuto nessun’altra segnalazione a carico del sacerdote sotto accusa, a parte quella già nota di Messina, e omette di rendere noto agli inquirenti che un altro ragazzo, Cesare (nome di fantasia), già nel 2015 era venuto da lui a denunciare di aver subito molestie proprio da Rugolo. Dalle intercettazioni agli atti emerge come Gisana sia preoccupato per questa sua reticenza, tanto da congetturare con il fido Rivoli su come riparlarne in un secondo tempo: «e quindi, non so… per questa cosa… eventualmente gli dirò: io ho avuto delle confessioni, le confessioni non si dicono, mi dispiace!». Per chiedere istruzioni su come comportarsi, chiama addirittura un certo don Paolo, sia prima che dopo l’interrogatorio in procura. Don Paolo, che risponde da un’utenza del Governatorato della Città del Vaticano, prima lo invita a non andare da solo in procura ma a farsi accompagnare dall’avvocato, e poi lo  rassicura dicendogli che ha fatto bene a non raccontare di Cesare, perché per la legge canonica non può riferire né il contenuto né il fatto stesso dell’avvenuta confessione. Quando a marzo viene sentito nuovamente dal procuratore, il vescovo decide comunque di correggere il tiro e ammette di aver parlato tre volte con Cesare ma, appunto, soltanto in confessione; circostanza poi smentita in udienza dal ragazzo stesso, che ha sottolineato di aver avuto con il vescovo anche un colloquio in episcopio.

    Gli intrighi ad Enna, però, non si limitano al clero. Dalle intercettazioni telefoniche emerge anche un incontro privato fra il vescovo e il colonnello dei carabinieri Saverio Lombardi, poi rinviato a giudizio per tentativo di induzione indebita a dare o promettere utilità, cioè in sostanza accusato di aver abusato del suo potere a fini personali. Il colonnello, infatti, avverte il vicario, con cui è in un rapporto di evidente confidenza, che vuole incontrare in via riservata il vescovo a proposito di Rugolo. Avvisato dal vicario, Gisana acconsente e l’ufficiale lo raggiunge all’episcopio, di sera e perdipiù in borghese. Qual è il motivo di tanta prudenza? Lo spiega candidamente il vescovo stesso agli inquirenti: Lombardi voleva consigliargli di cercarsi un altro avvocato, per il presunto coinvolgimento di quello scelto da Gisana (su consiglio di Rivoli) n un’indagine per associazione mafiosa. Il processo al colonnello Lombardi, trasferito a Lecce come capo ufficio del personale, è iniziato al tribunale di Enna il 5 luglio.

    È un altro dei tanti tasselli che non combaciano nella diocesi di Piazza Armerina e che l’azione giudiziaria nei confronti di don Rugolo sta portando a galla. Reticenze, contraddizioni e coperture tratteggiano una comunità ecclesiale divisa da un clima avvelenato, in un’intricata ramificazione di confidenze e pettegolezzi che si estende dal palazzo vescovile alle canoniche, con l’unico obiettivo di far emergere il meno possibile sui peccati e i peccatori della diocesi. Per il bene della chiesa, ovviamente, e con buona pace delle vittime dei preti pedofili.

    Questi sacerdoti dal doppio volto, uno per gli intrighi e l’altro per le messe e le processioni, sembrano quasi personaggi di un romanzo di Sciascia. Fra tutti, il più ambiguo è proprio il vescovo: mentre proclama di aver condotto l’indagine ecclesiastica con zelo, ascoltando tutte le parti in causa, tralascia di menzionare il fatto che ha lasciato passare anni prima di occuparsi concretamente di Rugolo, per poi trasferirlo altrove, come se fosse davvero uno studente in trasferta e non un pedofilo recidivo. Come emerge dagli atti, nel 2015 Gisana riceve la prima segnalazione da Cesare e l’anno successivo un sacerdote, padre Fausciana, gli racconta di aver ricevuto da Antonio Messina una denuncia di abuso a carico di Rugolo, ma lui attende ancora più di tre anni prima di allontanare il prete da Enna e di instradarlo verso una periodo di “cura e riflessione” a Ferrara, sotto l’ala protettrice del vescovo della città estense Gian Carlo Perego. Periodo in cui, tra l’altro, Rugolo continua ad avere contatti con i minori e anche ad intrattenere relazioni sessuali con giovani adulti, come emerge dall’ordinanza di custodia cautelare. In tutto questo tempo, Gisana non sente mai la necessità morale di verificare le accuse a questo giovane prete tanto brillante, né di rivolgersi all’autorità giudiziaria per raccontare quello che sa; anzi, nel 2018, dopo che ha già ricevuto la denuncia dei genitori di Antonio Messina, addirittura lo promuove a parroco della chiesa di San Cataldo a Enna.

    Monsignor Gisana, con il suo colpevole prendere tempo e voler risolvere le cose “in famiglia”, è sordo anche ai richiami di papa Francesco, che con il motu proprio “Vox estis lux mundi”, invita il clero e la chiesa tutta alla segnalazione degli abusi. A tratti sembra trascinato dagli eventi, quasi incredulo che tutto stia capitando proprio a lui, che ha cercato di occuparsi dei suo preti come un padre fa con i figli. Un padre premuroso che, come si apprende in udienza ha coperto ventimila euro di un debito di don Rugolo con i soldi dell’otto per mille nell’ottobre 2019, a cui ha aggiunto altri quindicimila nell’estate del 2020 perché il prete lamentava di non farcela nel suo esilio ferrarese soltanto con i soldi della retta.

    Senza menzionare le spese legali (di Rugolo e almeno l’anticipo per l’avvocato di Gisana, altri ventimila euro), anche queste pagate con i soldi dell’otto per mille. Invece, come racconta la famiglia Messina e abbiamo già scritto su Domani, è dalla Caritas che Gisana aveva pensato di prelevare venticinquemila euro da dare ad Antonio: accordo che non si è concretizzato «perché – dice Messina – ho ritenuto illecita e immorale la proposta di una donazione come risarcimento per la violenza subita, soldi che in più il vescovo voleva darmi in contanti».

    Il vicario generale, dal canto suo, si preoccupa solo per il vescovo, che è stato travolto dagli eventi, mentre non ha certo parole di comprensione cristiana per Rugolo, definito senza mezzi termini «buttana» e «questa troia» nelle conversazioni con altri preti intercettate dagli inquirenti. Non è tenero nemmeno con la vittima, che viene definita un «bastardo». Interrogato in procura il 27 gennaio 2021, però, è imbarazzato, le parole gli mancano e a domanda esplicita dice di non sapere se Rugolo abbia adescato anche altri minori o intrattenuto rapporti consenzienti con adulti. È talmente reticente che gli inquirenti devono ricordargli che il vescovo è già stato interrogato e dunque sanno che lui, il vicario, è al corrente dei fatti. Al telefono con sacerdoti amici, però, è tutta un’altra musica: fra bestemmie e imprecazioni, don Rivoli non risparmia epiteti nemmeno per i Messina, che ritiene responsabili di aver fatto emergere la vicenda, e per don Giuseppe Fausciana, il parroco di Enna che ha incoraggiato Antonio a denunciare il suo abusatore e che, secondo il vicario, sarebbe stato spinto da gelosia nei confronti di Rugolo.

    Quanto ad Antonio Messina, la teoria che monsignor Gisana spaccia a un altro prete, tale don Angelo, è che il ragazzo abbia dichiarato di essere stato violentato per giustificare la propria omosessualità a spese di don Rugolo: «tu li conosci questi omosessuali, non è che noialtri veniamo da Marte, sono fatti così – si sente in un’intercettazione letta in aula durante l’ultima udienza – amano o odiano in maniera viscerale, questa è una pura vendetta di una persona innamorata e che è stata respinta». «In aula sono emersi chiaramente i pregiudizi di Gisana nei confronti degli omossessuali – commenta Antonio Messina – Il vescovo ha messo in dubbio l’attendibilità delle mie accuse sulla base della mia identità sessuale».

    Omofobia e pregiudizi, che vanno a inquinare ulteriormente un clima già avvelenato, pieno di segreti e gelosie interne. Eppure monsignor Gisana, alla fine degli anni Ottanta, quando era un giovane prete ordinato da poco, aveva un atteggiamento diverso verso le persone lgbt. Disponibile e accogliente, aveva anche supportato a Modica, la sua città natale, la fondazione dei Fratelli dell’Elpis, un gruppo di credenti gay. «Don Rosario era la mia guida spirituale e in un clima che nella chiesa e nella società era di totale chiusura sul tema, lui era l’unico a parlare dell’amore omosessuale come di una cosa normale», testimonia Carmelo Roccasalma, fondatore dell’Elpis. Dato che all’epoca Carmelo non aveva ancora fatto coming out in famiglia, don Gisana aveva messo a disposizione l’indirizzo di casa sua per la posta dell’Elpis, fino al trasferimento del gruppo nella chiesa del Santissimo Crocifisso della Buona Morte a Catania. È stata talmente determinante l’influenza di Gisana sui primi anni dell’Elpis che nel 2015 è stato chiamato a partecipare come ospite, insieme all’arcivescovo di Catania Salvatore Gristina, alla celebrazione del venticinquesimo anniversario del gruppo parrocchiale. Difficile far combaciare il ritratto del giovane sacerdote progressista dipinto da Roccasalma con il vescovo a cui oggi viene chiesto di dare conto delle dichiarazioni omofobiche nei confronti di un ragazzo gay vittima di abusi.

    Ancor più difficile riconoscere in questo quadro l’immagine di una chiesa che dichiara di seguire papa Francesco nella politica di tolleranza zero sugli abusi contro i minori, con conseguente trasparenza sui sacerdoti pedofili o i vescovi insabbiatori. Ne parlerà la Cei il 18 novembre, in occasione della Giornata nazionale di preghiera della Chiesa italiana per le vittime e i sopravvissuti agli abusi?

    Interpellato da Domani, il vescovo Gisana si è rifiutato di rilasciare interviste. La prossima udienza del processo a Giuseppe Rugolo è fissata per il 17 gennaio.