Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Setta degli abusi”, chiesta condanna del prete e di Mimmo Rotella

    “Setta degli abusi”, chiesta condanna del prete e di Mimmo Rotella

    CATANIA – Condannare gli imputati a 2 anni e 4 mesi di reclusione. È stata questa la richiesta di condanna della pm Agata Consoli nei confronti di Mimmo Rotella e padre Orazio Caputo accusati di favoreggiamento in uno dei tronconi del processo scaturito dall’inchiesta 12 apostoli sugli abusi all’interno dell’Associazione Acca.

    La richiesta di pena è arrivata al termine della requisitoria dove sono state analizzate le intercettazioni e gli esiti investigativi della polizia postale dopo la denuncia di una madre delle vittime.

    Il processo regina è quello che vede imputati il santone Pietro Capuana e le tre ancelle Fabiola Raciti, Rosaria Giuffrida e Katia Concetta Scarpignato (quest’ultima moglie di Rotella) per le violenze sessuali subite da alcune minorenni all’interno della comunità.

    Rotella secondo la ricostruzione della procura avrebbe svelato alla moglie l’indagine, mentre il sacerdote avrebbe violato il segreto confessionale anticipando al presidente dell’associazione Salvatore Torrisi (già condannato in primo grado) l’intenzione di una madre di denunciare.

    Alle richieste della pm si sono uniti gli avvocati di parte civile (Tommaso Tamburino, Salvo Pace, Sergio Ziccone e Francesco Laurino). Nella prossima udienza fissata per il 30 giugno ci saranno le discussioni delle difese.

    “Setta degli abusi”, chiesta condanna del prete e di Mimmo Rotella

  • Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    Rischio prescrizione nel processo al prete condannato per abusi

    di GIORGIO GANDOLA

    “Ora si rischia che la giustizia sfugga, nascosta dietro la prescrizione. Per noi sarebbe un nuovo dramma”. La famiglia del giovane Alessandro di Rozzano (Milano), vittima di abuso sessuale da parte di don Mauro Galli, vede all’orizzonte il pericolo principale dopo il pronunciamento di Cassazione che ha rimandato il caso in Appello per colpa di due parole. “Costrizione” e “induzione”, termini che galleggiano alternativamente dentro le sentenze di colpevolezza del sacerdote (condannato in secondo grado a 5 anni e 6 mesi) diventano improvvisamente macigni: definiscono lo stesso reato, conducono alla stessa pena (secondo l’articolo 609 bis del Codice penale), ma non sono la stessa cosa e vanno uniformate. Quindi, la sentenza va riscritta.

    La Cassazione ha accolto il tecnicismo dell’avvocato Mario Zanchetti, difensore di don Galli, membro della commissione diocesana per la tutela dei minori e storico legale dell’arcidiocesi di Milano. E, di fatto, ha sospeso l’esecuzione della condanna. La difesa chiedeva l’annullamento della sentenza di Appello e non l’ha ottenuto, ma l’impianto dovrà essere ridefinito e spiegato meglio. La violenza è stata confermata, il 99% delle richieste di don Galli sono state dichiarate inammissibili “perché entravano nel merito” (parole del procuratore generale), ma il cavillo è passato e si è infilato come un cuneo nella porta. Ora la procedura verso la fine di una vicenda che dura da 11 anni diventa una traversata nel deserto, al termine della quale potrebbe esserci la beffa suprema per la vittima e la sua famiglia, sfinite da questa impervia ricerca della verità. La prescrizione, obiettivo della strategia della difesa del sacerdote, attende come una tagliola nell’estate del 2023.

    Non riesce a chiudersi uno dei processi più dolorosi e scabrosi per l’Arcidiocesi di Milano coinvolta nella triste storia per proprietà transitiva. Dopo l’abuso sessuale fra il 19 e 20 dicembre 2011, don Galli non fu fermato e avviato a “indagine previa” come prevede il Diritto canonico dall’allora vicario episcopale Mario Delpini, oggi arcivescovo della metropoli lombarda, e dal responsabile dei giovani sacerdoti Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia. Ma fu semplicemente spostato da Rozzano a Legnano, sempre a contatto con gli adolescenti. Lo stesso arcivescovo di quel tempo, Angelo Scola, in una lettera di scuse alla famiglia stigmatizzò il “comportamento maldestro” dei suoi collaboratori. Dal giorno in cui il prete-catechista invitò Alessandro, allora quindicenne, a “dormire nel lettone” del suo appartamento privato, il lungo calvario della vittima e della sua famiglia non si è ancora concluso. E forse non si concluderà mai.

    La colpevolezza di don Galli, 50 anni, nato a Cislago in provincia di Varese, non è in dubbio, ma le vie del Signore non sono infinite. Ora la procedura somiglia a un ottomila himalaiano: si devono attendere i 90 giorni per le motivazioni della Cassazione, ci sarà la sospensione dell’esistenza agostana, il tribunale di Milano dovrà celebrare il processo di Appello bis in un’unica udienza (con accusa e difesa) al termine della quale dovrebbe esserci la sentenza con le parole al posto giusto. Ad andare bene potremmo essere già a gennaio 2023. Poi si dovranno attendere altri 90 giorni per le motivazioni di questa sentenza e 30 per consentire un nuovo ricorso in Cassazione con relativa tempistica prima della sentenza finale. Senza la pandemia, i 10 anni fra reato e prescrizione sarebbero già trascorsi.

    Così il piano inclinato consente al due volte colpevole di sperare di farla franca. L’intera vicenda è un esempio della discrepanza fattuale fra le indicazioni paradigmatiche di Papa Francesco riguardo ai reati sessuali dei sacerdoti e la realtà nelle parrocchie, il desino delle vittime, la possibilità concreta di ottenere una giustizia. A tutto ciò si aggiunge la sentenza assolutoria che, nonostante le due condanne in un tribunale italiano, don Galli ha ottenuto l’anno scorso nel primo processo canonico, quello istruito dal Tribunale ecclesiastico regionale lombardo.

    Per lui è stata usata la formula della “sentenza dimissoria”, che di fatto equivale all’insufficienza di prove. Il caso è stato poi trasferito in Vaticano, alla Congregazione per la dottrina della Fede, ed è scomparso dai radar, lasciando una lunga ombra sui proclami di ritrovata trasparenza da parte della Chiesa. Un atteggiamento da più parti stigmatizzato anche da chi è culturalmente vicino alla Santa Sede; per esempio dal libro “Agnus Dei” di Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati.

    Il caso rimane aperto e la strada verso la conclusione sempre più stretta. C’è un dispositivo di Cassazione, ci sono due parole che litigano fra loro, c’è meno di un anno per metter ordine, c’è una vicenda evaporata nelle segrete stanze del Vaticano, ci sono due sentenze di colpevolezza. C’è anche un libro della mamma della vittima, Cristina, dal titolo eloquente: “Chiesa, perché mi fai male?”. In attesa di un risposta, c’è infine una famiglia che si sforza di credere nella giustizia umana e divina, ma non riesce a trovare la pace.

    (trascrizione da LaVerità del 15 giugno 2022)

  • A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    A Bolzano, i primi a indagare ma anche i primi a insabbiare

    Federica Tourn – Sono ottanta i casi di abuso accertati fino ad ora dal centro di ascolto della diocesi di Bolzano-Bressanone, in un arco di tempo che va dal 1945/50 fino agli anni ’90. Teatro delle violenze sono gli istituti diocesani e religiosi, i convitti, le parrocchie e le sacrestie, le classi di catechismo, i campi estivi, gli oratori. Lo attesta il report del Servizio diocesano per la prevenzione e la tutela dei minori da abusi sessuali e da altre forme di violenza: «un dato che rappresenta soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno che la Chiesa ha trascurato per decenni e che si potrebbe tranquillamente moltiplicare per dieci», afferma il responsabile don Gottfried Ugolini.

    Nel periodo successivo si registrano “soltanto” tentativi di adescamento tramite canali social o foto porno nei gruppi whatsapp dei chierichetti. «Questo non significa certo che la questione delle violenze fisiche si sia risolta – precisa Ugolini –  ma che, come attestano gli studi in merito, le vittime hanno bisogno anche di 30 o 40 anni per elaborare il trauma».

    La diocesi, che copre tutto il territorio della provincia autonoma di Bolzano, è stata la prima a dotarsi di uno sportello per le vittime di pedofilia nella Chiesa già nel 2010 e ogni anno fornisce i numeri delle denunce. È proprio sul lavoro e i dati raccolti dai Servizi diocesani e dai centri di ascolto che si basa la “via italiana” inaugurata a fine maggio dalla Cei del cardinale Zuppi.

    In pratica, come funziona in Alto Adige? Chi vuole fare una denuncia può scrivere una mail alla responsabile dello sportello, che provvede a fissare un appuntamento in un luogo neutro, non apertamente riconducibile alla Chiesa. Se il fatto viene accertato, colui che l’ha commesso è segnalato (se ancora possibile) alle autorità religiose e alla Procura – anche se, ammette Ugolini, «è successo una volta sola trent’anni fa». Inoltre, un gruppo di esperti religiosi e laici affianca il responsabile del Servizio diocesano nel lavoro di prevenzione, promuovendo momenti di formazione interna e incontri pubblici.

    Nel 2021, il salto di qualità: Ugolini e la sua équipe propongono di fare un’indagine approfondita sulle violenze nella diocesi, ma l’iniziativa viene stoppata dal vescovo Ivo Muser e dalla curia per ben due volte. Sono soprattutto le congregazioni religiose a opporre resistenza: «molti superiori hanno detto che avevano già risolto i casi interni risarcendo le vittime con accordi extragiudiziali», spiega il teologo morale Martin Lintner. «Sulla prevenzione sono tutti d’accordo ma non vogliono che qualcuno metta le mani nei loro cassetti», aggiunge Ugolini fuori dai denti.

    Lintner e Ugolini sono anche fra i redattori di una mozione  approvata a marzo dal Consiglio provinciale di Bolzano, che prevede l’istituzione di una commissione indipendente che indagherà sulla pedofilia in ogni ambito sociale. Un’iniziativa nata dall’insofferenza di vedere la Chiesa ancora ferma ai blocchi di partenza, senza contare che il no del vescovo a un’indagine interna, a gennaio, è coincisa con la denuncia del coinvolgimento di Ratzinger nello scandalo abusi a Monaco. «Le vittime sono insorte e hanno cominciato a parlare di insabbiamenti anche qui in Alto Adige», testimonia Robert Hochgruber, teologo ed ex insegnante di religione, che ha più volte proposto senza successo a monsignor Muser di costituire un gruppo consultivo delle vittime. «Chi ha subito violenze non ha voce nemmeno all’interno del gruppo di esperti del Servizio diocesano», sottolinea Hochgruber.

    La stessa esperienza dello sportello non è sempre positiva. Una donna, abusata dai cinque ai sette anni da un frate, si è sentita respingere la denuncia per una questione formale: la sede centrale della congregazione non è infatti a Bolzano, dove il fatto è avvenuto 40 anni fa, ma a Innsbruck. «Ho chiesto a due anziani confratelli se ricordavano quello che  mi era successo – racconta Ulrike (nome di fantasia) – e loro non soltanto hanno confermato ma mi hanno confessato di aver subito abusi a loro volta, dicendo che a quel tempo era normale». Una “normalità” su cui è calato un coperchio di piombo. Ulrike è poi riuscita a farsi ascoltare (e risarcire) dalla diocesi di Vienna «ma – dice – avrei volentieri evitato di rivivere le sofferenze per anni, alla ricerca della verità fra Alto Adige e Austria». A Bolzano, invece, non sono previsti risarcimenti: «Noi paghiamo la psicoterapia alle vittime in caso di sacerdoti defunti o che per età o malattia non possono più avere un confronto costruttivo con chi li accusa – precisa il vicario generale Eugen Runggaldier – Come principio non diamo soldi alle persone che denunciano perché può sembrare un modo per farle tacere».

    Una preoccupazione che non deve aver pesato sulla coscienza dei superiori delle congregazioni religiose che hanno osteggiato l’indagine interna, o nel caso di don Giorgio Carli, arrestato nel 2003 con l’accusa di aver stuprato una bambina dai 9 ai 14 anni quando era cappellano nella parrocchia di San Pio X a Bolzano. La vicenda fece clamore: dopo un’assoluzione in primo grado, il prete fu condannato in appello a sette anni e sei mesi e infine prosciolto in Cassazione nel 2009 per prescrizione del fatto. La prima sezione civile del tribunale di Bolzano, riconoscendo per la prima volta in Italia la chiesa locale responsabile in solido con il prete, nel 2013 aveva condannato la diocesi e la parrocchia a pagare 700mila euro alla vittima. Sull’accordo economico raggiunto alla fine fra le parti c’è stretto riserbo ma don Ugolini conferma che la diocesi in effetti pagò. Monsignor Muser non commenta e ribadisce soltanto di essere «convinto del’innocenza di don Giorgio Carli». Oggi don Giorgio è incaricato per la pastorale di lingua italiana nell’Alta val d’Isarco e si occupa del catechismo nella parrocchia di Vipiteno.

    Sullo sfondo imponente delle Dolomiti, grossi crocefissi di legno troneggiano lungo le strade, in mezzo ai grandi prati verdi pettinati con cura e persino nelle trattorie, segno tangibile del peso che il cattolicesimo esercita su queste zone. Una presenza caratterizzata però anche da ambiguità e colpevoli silenzi. L’ultimo, emerso di recente, riguarda don Timothy Meehan, un sacerdote di Boston appartenente ai Legionari di Cristo e in servizio nella diocesi di Bolzano, colpevole di aver fatto sesso, quando era istruttore nel noviziato, con un diciassettenne affidato alle sue cure. La vicenda emerge nel 2013 negli Stati Uniti e quando Meehan, quattro anni dopo, decide di lasciare la congregazione e iniziare il percorso per diventare sacerdote, i Legionari informano la diocesi dei suoi precedenti e – soprattutto – delle restrizioni a non lavorare con i minori. Restrizioni che sono sempre state ignorate, perché non solo padre Timothy non è mai stato lontano dai ragazzi ma stava addirittura per essere nominato responsabile della pastorale giovanile. «Il vescovo Muser e il vicario episcopale per il clero Michele Tomasi, oggi vescovo di Treviso, ne erano al corrente ma non hanno mai detto nulla al Servizio per la protezione dei minori o alle parrocchie a cui padre Timothy era stato assegnato», dice il vicario Runggaldier. Non si sarebbe forse mai saputo nulla della faccenda se i Legionari non avessero deciso, a marzo 2021, di pubblicare i nomi dei pedofili membri dell’ordine: sulla lista c’era anche padre Timothy. «Mi sono confrontato con la Congregazione per la dottrina della fede, non c’era un processo canonico o civile in corso e per questo motivo non ho ritenuto di parlarne con il Servizio diocesano – commenta il vescovo Muser – Oggi riconosco che sarebbe stato opportuno confrontarmi anche con don Gottfried Ugolini». Nell’agosto scorso, padre Timothy è stato sollevato dall’incarico di amministratore parrocchiale della chiesa di San Pio X – per una curiosa coincidenza, la stessa di don Carli – e da allora non si sa più nulla di lui.

    Così, anche se in una lettera pastorale del 2020 il vescovo assicura che le accuse sugli abusi in ambito ecclesiale sono «finalmente prese sul serio» e che la tutela dei minori ha la «massima priorità», l’impressione è che la Chiesa pensi innanzitutto a proteggere sé stessa e si guardi bene dall’iniziare un radicale e doloroso processo di autocritica – o di aufarbeiten, di rinnovamento, come dicono qui in Sud Tirolo. «I vescovi sostengono di vergognarsi per lo scandalo della pedofilia ma non ne trovi uno disposto a fare un mea culpa sulle proprie responsabilità personali», chiosa amaro Lintner.

    Ora una task force di quattro persone (fra cui Ugolini) si occuperà di esaminare accuse a carico di sacerdoti ancora in servizio e una terza proposta di indagine interna, che mira a capire se la Chiesa abbia risposto adeguatamente ai bisogni delle vittime, sarà presentata pubblicamente in autunno, previa approvazione del vescovo. «Per ora abbiamo soltanto una traccia – avverte il vicario generale – ma manca ancora la parte, fondamentale, della prevenzione». Non è l’unico limite: basandosi soltanto sui casi registrati dallo sportello diocesano, l’inchiesta non si occuperà di quelli non denunciati, tantomeno del sistema che li ha permessi, e gli scheletri potranno riposare tranquilli negli armadi ecclesiastici. La punta dell’iceberg delle vittime sarà dunque appena scalfita, con buona pace dei sommersi.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

     

  • “Non sei un dio. Mi hai violentata più e più volte”: la pista criminale di Naasón Joaquín García in La Luz del Mundo

    “Non sei un dio. Mi hai violentata più e più volte”: la pista criminale di Naasón Joaquín García in La Luz del Mundo

    “La gente pensa che avremmo potuto dire di no , ma non capiscono che dire di no all’apostolo era impossibile”. Jane Doe 4, una delle cinque donne che hanno denunciato Naasón Joaquín García , leader della chiesa La Luz del Mundo, ha preso posizione per dire la sua verità per la prima volta.

    Non è passata nemmeno una settimana da quando l’apostolo di Gesù Cristo, come è noto tra i suoi seguaci, ha raggiunto un accordo dell’ultimo minuto con l’ufficio del procuratore generale della California per evitare di passare il resto della sua vita in carcere. A questo punto, dopo tre anni dalla scoperta del più grande caso di abuso sessuale contro un religioso messicano, sembrava che tutto fosse scritto. Non ci sarebbe nessun processo.

    Non verrebbero mostrate montagne di prove contro il pastore, che afferma di avere cinque milioni di seguaci in 50 paesi. La confessione di colpevolezza gli farebbe rispondere solo di tre delle 19 accuse a suo carico (36 reati in origine) e gli darebbe accesso a una pena ridotta: poco più di 16 anni di reclusione. A suggellare il controverso è rimasta solo la sentenza del giudicepatto con l’apostolo . Prima di allora, le vittime, messe a tacere per anni, avrebbero avuto un’ultima possibilità di affrontare il loro aggressore ed esporre al pubblico gli abusi subiti.

    “Naasón, o dovrei chiamarti zio?” ha detto Jane Doe 4 tra le lacrime, all’inizio della sua testimonianza, segnata da descrizioni esplicite di episodi di abuso sessuale. «O dovevo chiamarti zio solo quando mi hai violentata? Hai detto che ti ha fatto eccitare, pensi ancora che sia sexy? “Ha insistito la nipote dell’imputato. La giovane aveva solo quindici anni quando si sono verificati gli abusi denunciati, sette anni fa. Crimini da 22 a 26 nell’accusa dell’accusa: due accuse per stupro, due per aver costretto un minore a praticare sesso orale e un altro per estorsione. “Mi conoscevi dal giorno in cui sono nata, fin da piccola mi hai vista crescere e dovevi proteggermi”, ha raccontato, “ma hai scelto di approfittare della mia innocenza e di rubare la mia verginità”.

    Il nome ufficiale dell’organizzazione è The Church of the Living God Column and Support of Truth, e Naasón Joaquín García è quel “dio vivente”. Non è “solo” un pastore che conduce il suo gregge al cristianesimo. Egli è “l’uomo di Dio”, il suo “servo”, il suo “rappresentante sulla Terra”. E in La Luz del Mundo, l’obbedienza o qualsiasi opportunità di compiacere i disegni ei desideri dell’apostolo era “una benedizione”. Il caso è stato costruito attorno a cinque ragazze, quasi tutte minorenni, che sono state scelte per formare un gruppo di servizio per assistere personalmente Joaquín García.

    Un cerchio di donne vicine al leader le ha selezionate. Il ministro, secondo quanto si legge nella sintesi giudiziaria, li ha voluti “giovani” e “carini”. Quegli assistenti o toelettatori, i tre coimputati nel caso, hanno insegnato alle ragazze a compiacerlo e le hanno costrette a fare balli suggestivi, fare foto in lingerie, fargli una fellatio e dormire con lui. Tutto era coperto da precetti religiosi e di santità: si diceva loro che ciò che accadeva nella casa dell’apostolo rimaneva lì e che era loro diritto avere più amanti, “come Gesù” o come “un re”. Erano “i suoi angioletti”, avrebbe riferito un altro denunciante durante l’ultima udienza.

    Jane Doe 4, ora una donna adulta, è tornata ai tempi in cui è stata reclutata per la prima volta. “Non dimenticherò mai che mentre stavo massaggiando i tuoi ‘santi piedi’, ho visto un’altra ragazza fare sesso orale su di te”, ha ricordato. “Quando sono uscito dalla stanza, ho pianto e pianto perché non capivo cosa stesse succedendo, tu eri il mio salvatore, l’apostolo”, ha aggiunto. “Com’è possibile che quest’uomo, che è Gesù Cristo sulla terra, sia così disgustoso?” chiedeva il denunciante, la cui identità era riservata per motivi di sicurezza.

    L’apostolo Naason non agì da solo. La ragazza ha raccontato dolorosamente come ha dovuto sottomettersi, costretta dagli assistenti del leader religioso. Le toelettatrici , come vengono chiamate le reclutatrici nel caso, erano altre donne che hanno subito abusi all’interno dell’organizzazione durante la loro infanzia, secondo alcune di loro dopo essere state arrestate. La macchina dello sfruttamento minorile, secondo le denunce, si è nutrita di vittime che sono diventate carnefici e ha creato catene di abusi che sono durate per decenni. “Quando ho cercato di resistere e ho detto che era sbagliato, che eri mio zio, hanno citato le scritture e mi hanno detto che non c’era mai stata immoralità nelle tue azioni, perché non eri capace di peccare”, ha detto.

    “Non avevo modo di scappare, mi hai violentata più e più volte”, ha detto sconvolta. L’imputata non si è mai girata a guardarla durante la testimonianza. Non osava guardare nessuna delle donne che lo denunciavano oi loro parenti. Sembrò rimpicciolirsi mentre sedeva sulla sua sedia, vestito con la sua uniforme carceraria arancione e fissava il vuoto mentre ascoltava la storia tradotta da un interprete. “Naasón, eccoci qui, guardaci”, un altro dei Jane Fa gli avrebbe detto in un’altra occasione, pochi istanti dopo. “Codardo”, un altro lo chiamava.

    “Ricordi come ti sei divertito a soffocarmi finché non ho vomitato?” chiese Jane Doe 4. “Ricordi la volta che mi hai sodomizzata e io ho pianto e ti ho implorato di smetterla perché mi hai ferito?” ha continuato. “Ricordi come tu e i tuoi complici avete riso di me mentre io piangevo e urlavo? Ricordi come hai ordinato loro di trattenermi in modo che non resistessi? Una dopo l’altra le domande risuonarono nel tribunale di Los Angeles, nello stesso edificio dove si prevedeva un processo di cinque o sei settimane per chiarire la verità, dopo tre anni di attesa. “Ti ricordi quanto sangue c’era e come andavi avanti e avanti, sempre più selvaggiamente?”

    “Ricordi quando volevi che ti portassi la mia sorellina in modo da poterla violentare anche tu?”, ha chiesto il denunciante. “Te l’avevo detto che avevo solo 14 anni. Ricordi come mi hai detto che avrei dovuto portartelo prima? Non era un sollievo, niente sembrava dargli pace. “Ricordi la notte in cui hai rubato la mia verginità? Ricordi come il mio battipista ti ha portato un lenzuolo insanguinato e ti ha detto: ‘Il sangue, signore, è il segno dell’innocenza di tua nipote’ e come hai sorriso e hai detto che era una benedizione di Dio? Ogni frase raccontava un diverso episodio di abusi: orge con altri minori, sesso forzato con i suoceri, abusi sistematici giorno e notte.

    “Nel caso te ne fossi dimenticato, sono qui per ricordartelo”, ha sfidato Jane Doe 4. “Potrei parlare per ore e ore per aiutarti a ricordare tutte le cose malate che mi hai fatto fare, tutte le cose che hai fatto che non potrò mai dimenticare per il resto della mia vita”, ha detto. E subito dopo, ha descritto la confusione e il dolore di non sapere a chi rivolgersi quando il tuo aggressore è un dio per tutti quelli che conosci. “Ero terrorizzata”, ha detto. “Avrei preferito subire le conseguenze della dannazione eterna piuttosto che vivere un altro minuto sotto il tuo controllo”, ha detto. “Sei disgustoso, Naason”, gli disse, “non sei un dio, non puoi nemmeno essere considerato un uomo”.

    Alzare la voce contro Naasón Joaquín García ha portato a “minacce di morte”, “umiliazioni pubbliche”, “ripudio dell’intera comunità”. Ogni giorno che è trascorso dal suo arresto nel giugno 2019 all’aeroporto di Los Angeles, è diventato chiaro che all’interno della congregazione non c’è tregua contro gli “apostati”. I fedeli della chiesa hanno chiarito di minacciare le persone a piacimento sui social e per le strade. È stato detto da ogni persona che ha lasciato la setta che è stata intervistata dalla stampa. “Sono stata definita una bugiarda, una puttana, una traditrice, una Giuda che merita di morire nel modo più vile”, ha ricordato Jane Doe 4. Eppure, ha deciso di parlare contro suo zio sotto la promessa che l’Ufficio del Procuratore” non sarebbe d’accordo” e che ella ricadrebbe su di lui “tutto il peso della legge”.

    “Non capisco come gli sia stato offerto un patteggiamento, c’erano così tante prove, siamo in cinque seduti in questo tribunale, innumerevoli vittime fuori, tutte con le stesse storie, gli stessi traumi, lo stesso cattivo”, ha rimproverato la giovane donna. . Dopo aver negoziato con la difesa 72 ore prima dell’inizio del processo, la Procura ha comunicato ai ricorrenti che avevano 15 minuti per raggiungere i loro uffici: la decisione era irrevocabile, non si poteva tornare indietro. Non importava che non fossero stati consultati se avessero acconsentito. Secondo le dichiarazioni dell’FBI, c’erano immagini sui dispositivi elettronici di pedopornografia di Naasón Joaquin, video dei suoi incontri con bambini e testimonianze sono state raccolte da vittime e persone che ricoprivano posizioni elevate nell’organizzazione. “Come mai non è bastato? Come si può chiamare questa giustizia? Non è questo che rappresenta questa corte? Questo paese?”. Le domande di Jane Doe 4 hanno scosso di nuovo la corte.

    Naasón Joaquín García ha accettato due accuse per aver costretto i minorenni a fare sesso orale su di lui e un’altra per atti osceni contro un minore. Non ha risposto per nessuno dei crimini denunciati da Jane Doe 4. Nessuna accusa di stupro. Nessuna accusa per traffico di esseri umani. Nessun addebito per pedopornografia. E quella era solo una delle circa una dozzina di testimonianze: madri che chiedevano cosa avevano fatto di male al loro capo religioso per abusare delle loro figlie, fratelli che chiedevano che l’accordo venisse scartato per ottenere giustizia, mariti che ancora temono per la vita delle loro mogli e le loro famiglie. Denuncianti che sostenevano che la Procura gli avesse voltato le spalle.

    L’imputato non ha parlato. Fuori, nel tempio di Hermosa Provincia a Guadalajara, la sede principale della chiesa in Messico, migliaia di persone hanno pregato per la sua esonero. Non sapevano che aveva già confessato l’abuso. La dirigenza de La Luz del Mundo aveva ordinato loro di non guardare il telegiornale. “Satana vuole che spettegolamo e ascoltiamo quello che dicono fuori”, si sente in una registrazione di una liturgia ottenuta dal quotidiano Milenio .

    La maggior parte dei fedeli non sa nemmeno che due degli altri tre imputati hanno già concordato con la Procura per ottenere la riduzione della pena. Ignorano anche che il terzo complice è ancora considerato un fuggitivo. Jane Doe 4, nel mezzo della sua testimonianza, ha mostrato una registrazione dall’alto della chiesa in cui si diceva che Naason era stato “costretto” a confessare per vedere il futuro della sua appartenenza. I pubblici ministeri hanno appena fatto una smorfia mentre ascoltavano la traduzione del messaggio. “L’apostolo di Gesù Cristo non ha avuto altra scelta che accettare con grande dolore che l’accordo presentato è il modo migliore per proteggere la Chiesa”, si legge nel primo comunicato istituzionale di La Luz del Mundo da quando è stata conosciuta la confessione. Rimasero in silenzio per più di cinque giorni.

    Il giudice Ronald S. Coen è stato breve prima di ratificare ciò che sembrava più probabile: che Naasón Joaquín García avrebbe compiuto 16 anni e otto mesiin carcere, forse ancora in tempo per riprendere in prima persona la gestione della sua chiesa. Anche dietro le sbarre, mantiene il controllo. Ma prima di farlo, il giudice si è scusato con i denuncianti: “Mi dispiace, ho le mani legate”. Ha commentato che dopo 38 anni di esperienza, non ha mai smesso di stupirlo che tanti abusi siano stati commessi in nome della religione. “Gli avvocati fanno quello che fanno”, ha stabilito davanti alle controverse giustificazioni della Procura dopo aver firmato il patto. “Sei un predatore sessuale”, sbottò all’accusato. Sette anni di indagini giudiziarie, tre anni di udienze preliminari, ma solo 16 anni di reclusione, un risarcimento per le vittime che sarà definito il prossimo agosto e un’ergastolo nel registro dei reati sessuali negli Stati Uniti come punizione.

    https://elpais.com/mexico/2022-06-10/no-eres-un-dios-me-violaste-una-y-otra-vez-el-rastro-criminal-de-naason-joaquin-garcia-en-la-luz-del-mundo.html

  • Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    Vescovo incarcerato vicino a papa Francesco rilasciato in clinica privata per cure

    ROMA – Il vescovo argentino Gustavo Zanchetta , che sta scontando una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione per aver abusato sessualmente di due seminaristi, è uscito dal carcere per essere ricoverato in una clinica privata, a causa della pressione alta.

    A metà aprile l’ex vescovo di Oran, nella provincia settentrionale argentina di Salta, aveva chiesto gli arresti domiciliari per presunti problemi di salute. Il tribunale deve ancora pronunciarsi su questa richiesta.

    Tuttavia, venerdì, è stato ricoverato in una clinica privata, su ordine del suo medico personale.

    Il nuovo avvocato di Zanchetta, Dario Palmier, ha detto che il prelato è iperteso e ha una “malattia renale molto delicata. È una malattia correlata al suo sistema venoso. Ha avuto la diagnosi a Roma”.

    “La verità è che potrebbe crollare in qualsiasi momento”, ha detto al quotidiano locale Salta/12 .

    L’avvocato ha anche detto che più di un mese fa la difesa di Zanchetta ha chiesto al vescovo emerito di scontare la sua pena detentiva agli arresti domiciliari, affermando che il carcere ha deteriorato rapidamente le condizioni di salute del prelato. Ha anche detto che “le visite mediche stanno richiedendo molto tempo”.

    Palmier ha aggiunto di essere in attesa della decisione della Corte d’Appello sul ricorso contro la condanna del vescovo.

    Il difensore ha anche confermato che il luogo offerto al vescovo per gli arresti domiciliari è il Monastero Nuestra Señora del Valle, a Orano, che appartiene alle monache francescane dell’Ordine dell’Immacolata.

    Alcuni giorni prima del suo ricovero, il vescovo è stato trasferito in un ospedale pubblico per una crisi di ipertensione, ma è stato medicato e rimandato in prigione. Venerdì, ha detto ancora una volta di essere malato. La sua squadra di difesa lo ha fatto visitare da un medico privato, che ha chiesto il suo ricovero in un centro sanitario privato.

    Il tribunale che dovrà pronunciarsi sulla sua carcerazione domiciliare è lo stesso che originariamente lo ha ritenuto colpevole del reato di “semplice abuso sessuale aggravato dalla commissione di un ministro religioso riconosciuto”.

    Zanchetta si vantava spesso della sua amicizia con papa Francesco, che credeva che l’affermazione del vescovo fosse stata incastrata quando le accuse erano state mosse per la prima volta contro di lui.

    Zanchetta è stato nominato vescovo e nominato a Orano da Francesco nel 2013, subito dopo l’insediamento del pontefice argentino. I due uomini hanno prestato servizio insieme alla conferenza episcopale del Paese.

    Zanchetta si è dimesso all’età di 53 anni nel 2017, adducendo “motivi di salute”. Pochi mesi dopo, Francesco lo nominò Assessore all’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (APSA), che amministra il portafoglio finanziario del Vaticano.

    Nel 2018, è diventato pubblico che Zanchetta era stato accusato sia di cattiva condotta sessuale che di illeciti finanziari, anche se un portavoce del Vaticano ha insistito sul fatto che non c’erano accuse di abusi al momento in cui Zanchetta è stato portato a Roma.

    Secondo papa Francesco è stato aperto un processo canonico nei suoi confronti, ma ad oggi il Vaticano non ha rivelato informazioni sulla propria indagine sul vescovo.

  • Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Don Galli, il caso non è chiuso: “Nuovo processo d’appello”

    Torna davanti alla Corte d’Appello di Milano, che dovrà celebrare un nuovo processo, il caso di don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano condannato in primo e in secondo grado per abusi avvenuti più di dieci anni fa su un 15enne. La Cassazione nella tarda serata di ieri ha accolto infatti il ricorso del difensore del sacerdote, ora sospeso, rimandando gli atti a Milano e disponendo un appello “bis”.

    “Sicuramente ci dispiace per questa decisione – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione Rete L’Abuso, che assiste le vittime – e attendiamo di leggere le motivazioni della sentenza”. La vittima si era definita in passato “un sopravvissuto”, ha raccontato di aver tentato il suicidio cinque volte, di aver “perso anni di scuola” per le drammatiche conseguenze di episodi avvenuti quando aveva solo 15 anni. da parte sua, il sacerdote ha sempre negato gli abusi. il suo difensore, l’avvocato Mario Zanchetti, nei mesi scorsi aveva impugnato la sentenza della Corte d’Appello di Milano che aveva confermato , con una riduzione della pena, la condanna inflitta in primo grado.

    “Galli ha tradito gravemente il suo ruolo di sacerdote nonché la fiducia che la vittima riponeva in lui e ha approfittato delle condizioni di particolare fragilità, conseguente alla profonda e intima confessione cui proprio quella sera il ragazzo si era sottoposto”, si legge nelle motivazioni della sentenza della Corte d’Appello di Milano impugnate dalla difesa del sacerdote. Cinque anni e mezzo la pena inflitta dai giudici milanesi, con la concessione delle attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti per aver risarcito la vittima e i suoi genitori, sostenuti dall’associazione Rete L’Abuso, con oltre 100mila euro. “Le prove che emergono dagli atti sono inequivocabili”, hanno motivato i giudici milanesi. Prima davanti agli inquirenti nell’inchiesta e poi nel suo interrogatorio in aula, don Galli aveva sempre ammesso di avere dormito nel letto matrimoniale con il ragazzo, ma aveva negato di averlo “toccato” o “abbracciato”. La difesa aveva sostenuto la “inattendibilità” del racconto del ragazzo. Dopo il processo di primo grado, la madre del giovane si era sfogata definendo “maldestra” la gestione della vicenda da parte dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini, che all’epoca era vicario episcopale della zona pastorale numero 6 (sotto cui ricadeva la parrocchia di Rozzano), e che nel 2012 aveva anche avuto un incontro con i familiari dell’adolescente.

    In seguito all’episodio don Galli era stato trasferito dall’Arcivescovado di Milano nella parrocchia di San Pietro a Legnano dove per qualche mese gli era stata affidata la pastorale giovanile. Attualmente don Galli resta sospeso da ogni incarico pastorale, in attesa dell’esito del procedimento. Fra gli atti, le relazioni che testimoniano i pesanti danni psicologici subiti dal ragazzo, più volte ricoverato in psichiatria per crisi. La patologia psichiatrica, scriveva il consulente della Procura nella sua relazione, “non presenta disturbi all’ideazione, non vi sono fenomeni allucinatori né alterazioni o fughe di pensiero, né interpretazioni paranoidee”. Non sussiste, quindi, “uno stato psichico che possa invalidare la capacità di riferire i fatti da lui vissuti”. Il ragazzo era stato ritenuto dai medici e dai giudici perfettamente credibile, ma il caso dovrà tornare davanti a una sezione della Corte d’Appello di Milano diversa rispetto a quella che ha già giudicato il prete colpevole.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/processo-parroco-violenze-1.7766782/amp

  • Processo Don Livio: “Il ragazzo non avrà mai più un rapporto naturale tra sesso e amore”

    Processo Don Livio: “Il ragazzo non avrà mai più un rapporto naturale tra sesso e amore”

    Nuova udienza nel processo che vede imputato Don Livio Graziano, 50 anni, fondatore di una cooperativa sociale per l’assistenza alle persone, con problemi di depressione e disturbi dell’alimentazione. L’uomo è accusato di aver abusato di un minore di 13 anni.

    “Non ho mai sentito rumori strani provenire dalla stanza di Don Livio”

    Udienza movimentata quella che ha avuto luogo oggi presso l’Aula d’Assise del Tribunale di Avellino. Nella giornata di oggi avrebbe dovuto essere ascoltato proprio Don Livio, ma il prete ha rinunciato a comparire a causa di un ascesso addominale. Venivano ascoltati, invece, Egidio Errico, psicanalista e psichiatra di Salerno e Mariangela Izzo, psicologa di Napoli che, per la parte civile, hanno redatto una consulenza utile per valutare il danno psicologico riportato a seguito della vicenda sia dalla giovane vittima che dalla sua famiglia. Ciò che è emerso dalla consulenza psicologica sul minore, è un gravissimo danno psicologico da stress post-traumatico destinato a perdurare per sempre. Stando a quanto affermano i consulenti, dunque, il ragazzo non avrà mai più un rapporto naturale tra sesso e amore. Quest’ultimi sono concetti che – ormai – per il ragazzo appaiono irrimediabilmente confusi.

    Ascoltato, infine, un giovanissimo testimone voluto dal difensore di Don Livio, Gaetano Aufiero. Il ragazzo vive ancora all’interno della comunità e, invece, ha parlato benissimo dell’attività svolta da Don Livio. Proprio quest’ultima testimonianza ha fornito dettagli approfonditi sui comportamenti tenuti dal minore all’interno della comunità “I figli di Emmaus”, a Prata di Principato Ultra: “Era un tipo molto violento e volgare. Spesso si comportava in maniera inutilmente aggressiva. Una volta avemmo anche una discussione in cui mi rivolse orribili parole”. Il ragazzo, poi, nel corso dell’escussione, ha raccontato di avere la stanza praticamente accanto a quella di Don Livio e, nel corso delle notti trascorse presso la comunità, non gli è mai capitato di sentire alcun tipo di rumore particolare provenire dalla stanza del prete; e ha aggiunto: “Don Livio mi ha comprato i libri per studiare, mi ha comprato i vestiti e anche un cellulare. Mi faceva giocare con la Playstation. Avevamo un rapporto assolutamente normale”.

    La prossima udienza, adesso, è attesa per il 21 luglio, quando avrà luogo la conclusione dell’istruttoria dibattimentale e saranno citati tutti i testi che rimangono.

    L’arresto del fondatore della cooperativa sociale “Effatà, Apriti”

    Le manette per Don Livio scattarono il 26 ottobre 2021, dopo che le indagini coordinate dal procuratore Domenico Airoma partirono a seguito della denuncia presentata dal padre del ragazzino. Quest’ultimo, stando a quanto si apprende, è stato ospite della cooperativa dallo scorso giugno fino al mese di settembre 2021. Gli inquirenti ritennero di avere tutte le prove dei presunti abusi subiti dal 13enne.

    Don Livio Graziano non fa parte della Diocesi di Avellino ma è incardinato in quella di Aversa, nel Casertano. Dopo aver vissuto diverso tempo in ritiro spirituale presso il Santuario di Montevergine, il sacerdote ha realizzato, proprio nel capoluogo irpino, un ufficio di consulenza nutrizionista e successivamente ha fondato la cooperativa sociale “Effatà, Apriti” con sedi in due comuni a pochi chilometri da Avellino.

    La sua permanenza nella Diocesi irpina, come ricordano le cronache, è stata “contestata” a più riprese dall’allora Vescovo di Avellino, monsignor Francesco Marino, originario di Caserta come il sacerdote arrestato. Per la sua “intensa attività sociale e umanitaria” a don Livio è stato assegnato nel 2014 a Benevento il premio “Padre Pio da Pietrelcina”.

    https://www.avellinotoday.it/cronaca/processo-don-livio-udienza-9-giugno-2022.html

  • L’elefante nella stanza

    L’elefante nella stanza

    Federica Tourn – La questione degli abusi nella Chiesa è l’elefante nella stanza che da tempo interminabile le autorità ecclesiastiche hanno continuato a evitare, abbassando gli occhi per non vederlo e scartando di lato per non sfiorarlo. Oggi questo elefante si è fatto sempre più grande e la stanza sempre più piccola, tanto che la Chiesa non può più evitare di prenderlo in considerazione ma, quando lo fa, in genere è per ridimensionarne le proporzioni, incapace di confessare che ormai ostruisce ogni possibilità di vedere con chiarezza l’orizzonte.

    Se usiamo questa metafora per molti versi logora, è per indicare la gravità e la pesantezza delle violenze spirituali, psicologiche, sessuali, di potere che pervadono la Chiesa e che hanno reso asfittica e irrespirabile l’aria per i credenti che chiedono un rinnovamento; violenze che ledono i diritti umani e che per questo hanno visto anche molti cittadini chiedere trasparenza e giustizia per le vittime.

    Proprio da queste due anime è nato il coordinamento ItalyChurchToo: dal desiderio di denunciare una realtà ingombrante e sotto gli occhi di tutti, quella degli abusi nelle parrocchie, nei conventi e nei monasteri, nei grest estivi e negli oratori, nelle comunità ecclesiali e nei seminari, in Vaticano e nelle missioni – insomma in ogni più recondito recesso del mondo cattolico. In modo non molto diverso da quel che è successo nel 2019 in Germania con il movimento Maria 2.0, che ha visto donne credenti ribellarsi in seguito allo scandalo degli abusi nel paese, lo scorso febbraio alcune associazioni femminili (Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Voices of Faith) si sono rivolte ai pochissimi organi di stampa sensibili (fra cui la stessa Adista) e, soprattutto, alle associazioni delle vittime per rompere l’assordante silenzio sul tema in Italia.

    Come spesso è accaduto negli ultimi anni, dal Tribunale delle donne di Sarajevo alle tante manifestazioni in difesa della democrazia in Bielorussia, Polonia, Argentina e Stati Uniti (soltanto per fare alcuni esempi), è ancora una volta dai movimenti delle donne che viene la denuncia delle discriminazioni e la spinta alla giustizia sociale. Così come è dei femminismi il richiamo a mettere al centro gli esclusi, che siano donne, persone lgbtq o razzializzate, vittime di guerra o di violenza. La sfida di questa rete nata dal basso si è subito concretizzata in un lavoro capillare di studio e monitoraggio delle possibilità di intervento, nel solco di chi altrove – per esempio in Francia con la Commissione Ciase – sta già affrontando il problema.

    Così in poco tempo il coordinamento è diventato un cane da guardia della Chiesa in Italia, piccolo ma determinato a non mollare la presa. Alla vigilia della 76esima assemblea generale della Cei, ItalyChurchToo ha inviato ai vescovi una lettera con una serie di richieste ben precise: prima fra tutte, l’istituzione di un’inchiesta indipendente sui casi di violenza su minori e adulti nella Chiesa, l’apertura di tutti gli archivi, l’applicazione del certificato antipedofilia anche per il clero e il volontariato cattolico e il risarcimento per le vittime.

    Sì, perché anche in questo caso, al centro di questo enorme rimosso ci sono loro, le vittime di abusi. O meglio, i sopravvissuti e le sopravvissute, parola che rende meglio lo sforzo enorme che impiegano ogni giorno per non rimanere schiacciati da questo elefante, sopraffatti dalla sofferenza per essere stati manipolati, plagiati, toccati, stuprati quando erano piccoli, indifesi, o in una condizione di dipendenza. Sono religiose costrette al silenzio, ex bambini abusati, non di rado provenienti da situazioni di vulnerabilità fisica o sociale, alcuni persino disabili (ricordate il caso dell’Istituto Provolo? E non è certo l’unico).

    Persone la cui vita è marchiata dalla violenza subìta, che lascia segni permanenti, come ha ricordato Francesco Zanardi al neo presidente della Cei, il cardinale Matteo Zuppi, durante la conferenza stampa finale dell’sasemblea dei vescovi. Zanardi ha detto una cosa semplice e terribile: le vittime stanno male. Sviluppano malattie psicosomatiche, prendono psicofarmaci per tirare avanti, alcune non riescono a uscire di casa e instaurare relazioni sane o fanno uso di sostanze stupefacenti, a volte – anche giovanissime, come nel caso di Eva Sacconago – si suicidano.

    Perché è importante entrare nel dettaglio del dolore? Perché, per esempio, esporre dei manifesti di figure umane con la biancheria macchiata di sangue, come Zanardi e ItalyChurchToo hanno fatto durante il flash mob davanti alla Nunziatura a Roma, il 27 maggio scorso? Perché lo stupro è questo: dolore, vergogna, spavento, mani e gambe che tremano, disgusto, sangue. Non c’è niente di pulito nello stupro, così come le vittime – i sopravvissuti – non sono una categoria astratta di cui «occuparsi», come ha detto lo stesso cardinale Zuppi mentre illustrava la “via italiana” alla lotta contro gli abusi sui minori e le persone vulnerabili. Non sono una categoria senza nome, sono persone con una vita e un vissuto personale che dà loro il diritto di essere interpellati per primi. La Chiesa però se ne guarda bene, anche quando dice che il suo primo pensiero va alle vittime.

    L’atteggiamento “caritatevole” delle gerarchie nei confronti dei sopravvissuti alla violenza clericale mi ricorda quello dello Stato nei confronti dei migranti: dispone delle loro vite, spesso per anni, senza coinvolgerli in alcun modo nel processo di accoglienza (quando esiste). Lo stesso fa la Chiesa, con un paternalismo disarmante, che unisce parole vuote di comprensione alla gestione “in proprio” di questioni che riguardano innanzitutto la vita e il dolore altrui.

    La premurosa attenzione della Chiesa in Italia, infatti, è finora andata innanzitutto ai responsabili degli abusi; a questi preti che, come ha sottolineato il cardinale Zuppi, «restano comunque figli nostri, che madre Chiesa non può abbandonare». Quale madre, però, per amore del figlio che sbaglia, invece di metterlo di fronte alle sue responsabilità, mente per lui? Una madre corregge il figlio proprio perché lo ama, perché il suo compito non è certo quello di occultarne le colpe a detrimento di persone innocenti.

    Proprio perché si definisce madre, come ha potuto la Chiesa, davanti alle denunce di pedofilia, spostare semplicemente il sacerdote in un’altra diocesi ed esporre altri bambini a una possibile reiterazione del delitto? Cosa che, inutile dirlo, si è troppo spesso puntualmente verificata, come testimoniano gli atti dei processi. Reagirà ora la Chiesa alle tantissime domande di giustizia che arrivano dal basso? La casella di posta elettronica di ItalyChurchToo continua a riceverne ogni giorno, con messaggi spesso strazianti di credenti che si uniscono all’appello perché sia fatta finalmente chiarezza. «Dobbiamo farci ferire dall’ascolto», ha ripetuto giustamente monsignor Zuppi in chiusura dell’assemblea della Cei.

    La Chiesa deve appunto fare questo: coinvolgere chi è stato ferito nel piano per contrastrare la violenza clericale e denunciare i responsabili, tutti, non soltanto quelli degli ultimi vent’anni. Se non farà questo, se non avrà il coraggio di mettersi a nudo e consegnare senza ulteriori indugi ogni archivio e ogni prova nelle mani di una commissione realmente indipendente, se non avrà la chiarezza evangelica di cedere il passo e la parola alle vittime di tanto dolore e ingiustizia, l’elefante che fino ad oggi ha cercato di addomesticare stavolta la travolgerà.

    https://www.adista.it/articolo/68167

  • Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    ROVIGO – È accusato di aver riservato attenzioni a sfondo sessuale a una decina di ragazzini, alcuni dei quali di età inferiore ai 14 anni, dei quali aveva la responsabilità in qualità di capo scout.
    Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, i cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui.

    Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA
    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 maggio,  alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA
    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA
    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/rovigo/scout_pedofilia_condannato_capo-6726161.html

  • Lucetta Scaraffia: «Noi, tre nonne, raccontiamo le vittime di abusi»

    Lucetta Scaraffia: «Noi, tre nonne, raccontiamo le vittime di abusi»

    Va dritto al cuore dell’argomento il titolo di un saggio-inchiesta che scandaglia, con dati e testimonianze, le giovani vite delle vittime e i vizi dei carnefici appartenenti alla società dei religiosi (sacerdoti e parroci, numerosi e “insospettabili”), chiamando direttamente in causa le gerarchie della Chiesa Cattolica Romana. Da un’idea di Lucetta Scaraffia, storica e giornalista, Agnus Dei.

    Gli abusi sessuali del clero in Italia , Solferino editore, è un rapporto che, senza ricorrere a toni scandalistici, colpisce la sensibilità del lettore, anche il meno sprovveduto. Assieme a Scaraffia hanno lavorato e firmato il volume la storica Anna Foa e la vaticanista del Messaggero , Franca Giansoldati.

    Ma c’è anche il lavoro di altre due donne, Mariella Balduzzi e Maria Angela Rosignoli. Che hanno collaborato al riordino dell’archivio di riferimento e quindi alla preparazione del materiale, trovato nel sito dell’associazione Rete l’Abuso, fondata da una vittima, Francesco Zanardi.

    Cinque anni da incubo in parrocchia

    Quand’era ragazzino, per cinque anni egli fu oggetto di attenzioni sessuali da parte di uno dei sacerdoti della parrocchia di un centro del Ponente ligure dove viveva. È Zanardi, infatti, il catalizzatore dell’inquietante casistica citata nell’opera, e in parte raccontata. Si tratta di oltre 320 casi raccolti (dal 2010), di cui 159 riguardano religiosi condannati in via definitiva. I restanti o sono spariti o il giudizio è ancora in corso. «Mariella, Maria Angela ed io siamo tre nonne» sottolinea Lucetta Scaraffia. «Le nonne, si sa, sono le prime a preoccuparsi dei nipoti. Attente e vigili, nel timore che possano incorrere in pericoli».

    Aggiunge: «Il fatto che all’elaborazione di questo libro abbia partecipato un nucleo tutto femminile è significativo. Sono le donne che hanno spinto per cambiare la legge sullo stupro. Sono le donne che colgono meglio la gravità degli abusi sessuali, vissuti talvolta sulla loro pelle».

    «SONO LE DONNE CHE COLGONO MEGLIO LA GRAVITÀ DELL’ABUSO SESSUALE, VISSUTO TALVOLTA SULLA LORO PELLE. QUALCHE PASSO IN AVANTI C’È, MA NON BASTA»

    In premessa a quanto viene narrato nelle pagine di Agnus Dei , una constatazione: negli ultimi decenni gli abusi sessuali del clero hanno suscitato clamore in quasi tutti i Paesi cattolici; da qui l’avvio di inchieste indipendenti per misurare l’ampiezza del fenomeno. E ciò in una Chiesa dove l’abuso è ancora considerato una trasgressione del sesto comandamento (“non commettere atti impuri”) senza che il diritto canonico ne consideri l’effetto e soprattutto le conseguenze per le vittime. Vero è che soltanto in Italia e in Spagna le conferenze episcopali si rifiutano di collaborare con possibili inchieste. Si può dire che le autrici di questo libro, che hanno fatto parte della redazione Donna Chiesa Mondo (mensile dell’ Osservatore Romano ), suppliscono in qualche misura, mettendo il dito nella piaga e portando in evidenza ciò che si vorrebbe eclissare.

    I dati forniti da Rete l’Abuso

    Lo avevano fatto con alcuni articoli sulla rivista vaticana e ora con Agnus Dei continuano il lavoro di denuncia. Dunque, per la prima volta si cerca di capire la situazione italiana, mettendola a confronto con quella degli altri Paesi. Dall’archivio di Rete l’Abuso, unico in Italia nel suo genere, esce un quadro preoccupante, che, a quanto pare, non scuote abbastanza l’immobilismo della Chiesa. Per restare agli ultimi anni, quali sono state le posizioni dei pontefici, Benedetto e poi Francesco? Qualche passo avanti va registrato, ma non basta. Sul filo degli esempi e delle storie individuali, sconcertanti, di carnefici e vittime, e delle reazioni blande per non dire ipocrite delle gerarchie cattoliche, le autrici auspicano il cambio di rotta. Pena, la credibilità della Chiesa.

    Occorre innanzitutto la chiara condanna, oltre a un ripensamento del concetto di sessualità. Di più: la conseguente riconciliazione con le vittime deve passare anche dagli indennizzi finanziari per aiutare le persone a ricostruire la propria integrità.
    «In verità, i vescovi non difettano di generosità economica, ma i benefici vanno ai sacerdoti posti sotto accusa dai tribunali laici, sempre che si arrivi al processo».

    Nel libro, viene citato don Giuseppe Rugolo, prete siciliano finito nei guai, e debitamente foraggiato dal vescovo.
    «Al giudice che lo interroga, l’alto prelato ammette di aver pagato a Rugolo, con i soldi della curia diocesana, cioè dell’8 per mille, un debito precedente, la parcella dell’avvocato e 20.000 euro per migliorare la sua sopravvivenza a Ferrara, dove era stato trasferito presso il Seminario arcivescovile».

    C’è un elemento che accomuna quasi tutte le storie di abuso: le vittime appartengono a ceti sociali inferiori, a famiglie povere e/o disastrate. Ragazzini fragili che dovrebbero trovare nelle parrocchie e negli oratori accoglienza in luoghi sicuri. Succede invece che si ritrovino nella tana del lupo. È proprio il caso di Francesco Zanardi, colui che, squassato da un’esperienza drammatica, è riuscito poi a farne tesoro. Rete l’Abuso, da lui fondata, è diventata, infatti, un punto di riferimento per altre vittime. Dalle vicende riportate in Agnus Dei esce una galleria di molestatori seriali. Prendiamo una storia simbolo, emersa dopo molto tempo. Riguarda l’istituto religioso per sordomuti Antonio Provolo di Verona. Nel 2010, 67 ex ospiti, uomini e donne tra i cinquanta e i sessant’anni di età, rompono il silenzio e accusano numerosi sacerdoti della Congregazione Compagnia di Maria di averli sottoposti a molestie e violenze, quando erano bambini. I fatti risalgono dagli anni ‘50 in poi. Bruno, Guido, Carla, Lina, Giovanna… scrivono con crudezza: «Nella stanza adibita a confessionale della chiesa, alcuni preti approfittavano per farsi masturbare e palpare a loro volta da bambine e ragazze». Ancora: «I rapporti sodomitici avvenivano nel dormitorio, nelle camere dei preti e nei bagni…».

    Consapevoli di non poter adire alle vie legali per intervenuta prescrizione dei reati, queste persone, per ottenere giustizia, si appellano alla Chiesa.
    «I loro tentativi restano lettera morta».

    Il copione, con sfumature diverse, si ripete, pagina dopo pagina. Vogliamo citare il caso di don Ruggero Conti, estroverso e carismatico sacerdote di Selva Candida, zona periferica della Capitale?
    «Grandi doti organizzative, apprezzato dai parrocchiani, ha blandito, irretito, molestato e commesso abusi su numerosi ragazzi che lo amavano come un padre. Per inchiodarlo alle sue responsabilità ci sono voluti anni, fra l’incredulità della gente e la superficialità del vescovo. Che invece di rimuovere il sacerdote sospettato, allontanò dalla parrocchia un collega, considerato il calunniatore. Don Ruggero viene arrestato nel 2008, e condannato nei tre gradi di giudizio fino alla sentenza di Cassazione (2015). Ma la sospensione a divinis scatta soltanto dopo la prima condanna, nel 2011. Fino ad allora nessun provvedimento, neppure a scopo cautelativo, viene preso dall’autorità ecclesiastica. La morte lo coglie nel 2020 a Verbania in una clinica per preti problematici. Alle esequie partecipa una folla commossa di amici e conoscenti che non avevano mai creduto alla sua colpevolezza».

    https://www.corriere.it/sette/attualita/22_maggio_30/lucetta-scaraffia-noi-tre-nonne-raccontiamo-vittime-abusi-5f5eaf7a-dc39-11ec-b480-f783b433fe60.shtml