Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Festini a base di sesso e droga: prete indagato anche per possesso di materiale pedopornografico

    Festini a base di sesso e droga: prete indagato anche per possesso di materiale pedopornografico

    Don Alberto Bastoni, riminese, ex vice parroco della cattedreale di Ascoli Piceno, si è recato ieri in udienza per venire ascoltato nel processo che vede imputati un uomo e una donna con l’accusa di avergli spacciato cocaina. La vicenda risale al  giugno del 2020, quando i Carabinieri del capoluogo ascolano, a seguito di una perquisizione in Curia, avevano trovato Don Alberto in possesso di poco più di tre grammi di sostanza stupefacente.

    Il religioso era stato accolto nella provincia meridionale delle Marche dopo essere stato coinvolto in un altro scandalo nel 2012, quando era parroco di Collevalenza, frazione di Todi in provincia di Perugia, dove venne trovato in possesso di cocaina in macchina e in seguito indicato da un testimone come frequentatore di festini a base di sesso e droga.

    All’ udienza di ieri, nel ripercorrere i fatti del 2020 ha raccontato di essersi recato dalla imputata, una donna brasiliana di 44 anni, per una prestazione sessuale e di aver poi assunto la cocaina che lei stessa gli avrebbe procurato. In precedenza ne avrebbe acquistata un altro quantitativo dal secondo imputato, originario della città.

    L’ex religioso, sospeso dalla diocesi di Ascoli Piceno nell’immediatezza dei fatti, era stato indagato anche dalla Procura di Ancona per detenzione e  scambio di materiale pedopornografico scaricato da internet.

    https://picchionews.it/cronaca/ascoli-don-alberto-bastoni-assuntore-di-cocaina-indagato-per-possesso-di-materiale-pedopornografico

  • Abusi sessuali: in Italia i laici denunciano l’omerta della Chiesa

    Abusi sessuali: in Italia i laici denunciano l’omerta della Chiesa

    LE MONDE – La legge del silenzio che pesa in Italia sulla pedocriminalità nel clero comincia a essere seriamente contestata. Mentre la Conferenza Episcopale Italiana tiene un’assemblea dal 23 al 27 maggio durante la quale si discuterà della sua politica in materia e si nomina il nuovo presidente, un libro accusatorio, in uscita il 26 maggio, cerca di spiegare perché la Penisola italiana è una degli ultimi Paesi occidentali dove la Chiesa cattolica si oppone con successo a qualsiasi tentativo di approfondire questo fenomeno.

    “Questo libro mira a costringerli a fare questa indagine”, ha detto a Le Monde una delle sue autrici, la storica e giornalista Lucetta Scaraffia.

    Intitolato Agnus Dei. Gli abusi sessuali del clero in Italia (“Agnus Dei. Abuso sessuale nel clero in Italia”, Solferino, 224 pagine, non tradotto), scritto da Lucetta Scaraffia, Anna Foa e Franca Giansoldati, l’opera trasse parte della sua materia prima nel archivi accumulati da Francesco Zanardi.

    Aggredito nella sua infanzia da un prete, questo uomo di 51 anni raccoglie da dodici anni informazioni sparse trovate sulla stampa. Molto solo, per molto tempo, a svolgere questo lavoro, questo abitante di Savona (Liguria), nei pressi di Genova, finì per diventare destinatario di informazioni inviategli da altre vittime, o dai loro familiari, che avevano subito la respinte dalla gerarchia cattolica. Questi dati sono online, in blocco, sul sito della sua associazione, Rete L’Abuso.

    Lucetta Scaraffia si è immersa in questi caotici frammenti di drammi e vite spezzate per cercare di raccontare queste storie e spiegare perché l’omerta persiste in Italia più che altrove. Questa cattolica non è alla sua prima puntura nella Chiesa.

    Nel febbraio 2019, quando dirigeva il mensile femminile Osservatore Romano, quotidiano ufficiale vaticano, pubblicava un’inchiesta in cui denunciava le violenze sessuali inflitte dai sacerdoti alle suore. Rimane inesauribile su questo argomento, che considera ancora più nascosto, nel suo Paese, della criminalità minorile. Con questi due scandali, dice, «la Chiesa è seduta su un vulcano».

    Gli autori contano, nell’archivio di Francesco Zanardi, “circa 320” sacerdoti interessati, “di cui 159 condannati in via definitiva”. Notano che molte procedure vengono interrotte poco dopo la conclusione, da parte delle diocesi, di un’operazione con le famiglie colpite, spesso con mezzi modesti. In cambio di un risarcimento da 15.000 a 25.000 euro, la maggior parte delle vittime accetta di ritirare la denuncia. Dal canto loro, le diocesi conservano i servizi di rispettabili avvocati i cui nomi compaiono in diversi casi.

    Modelli noti

    Troviamo, nel libro, modelli che ora sono ben noti per essere stati identificati e supportati in altri paesi. I minori vittime dell’aggressione sono in primis molto poveri, provenienti da famiglie aiutate dalla parrocchia dell’aggressore, e quindi dipendenti da lui; in un Paese in cui la Chiesa mantiene un grande peso economico e svolge la maggior parte dei compiti caritativi, queste situazioni sono particolarmente diffuse.

    La maggior parte dei sacerdoti presi di mira dalle accuse vengono spostati o inviati temporaneamente negli istituti specializzati per chierici in difficoltà di cui dispone la Chiesa italiana. Più che pedofili in senso patologico, sono “predatori” che scelgono le loro prede, ragazze o ragazzi, in base alla loro accessibilità. “Sono gender fluid”, schernisce Lucetta Scaraffia, utilizzando di proposito un’idea a cui la Chiesa si oppone. E quando un caso in pieno giorno si fa di tutto per stabilire l’idea di atti isolati. “Io stesso sono stato vittima di uno stupro e la mia storia è stata spesso raccontata come un caso individuale, ma il prete che ho accusato ha avuto almeno quaranta vittime! », spiega Francesco Zanardi.

    Il libro descrive sette storie per illustrare la situazione italiana. “Nessuno di questi casi è stato preso sul serio dalla gerarchia ecclesiastica mentre l’aggressore continuava, per così dire, a commettere i suoi crimini, notano gli autori. In tutti questi casi è stato necessario un intervento esterno affinché, finalmente, la gerarchia ecclesiastica prendesse in mano la situazione, seppur timidamente e in modo inadeguato. »

    «Questo non è un libro contro la Chiesa», insiste Franca Giansoldati, una degli autori, giornalista del Messaggero, principale quotidiano romano. Mira a far riflettere l’opinione pubblica, a cambiare mentalità in modo che le persone possano ancora una volta avere fiducia nell’istituzione. Ma per questo, abbiamo bisogno di un’indagine indipendente. Qui sta la principale resistenza della gerarchia cattolica italiana, che continua a favorire le procedure interne, a rischio di essere accusata di voler “soffocare” gli scandali.

    La liberazione dell’Agnus Dei spingerà la Chiesa a fare un passo in questa direzione? Sempre più osservatori sembrano essere conquistati da questa idea, anche se gli ostacoli restano notevoli. Infatti, se anche la società italiana si sta secolarizzando a pieno ritmo, la Chiesa gode ancora di una posizione di notevole potere nel Paese, tanto che pochi leader politici osano affrontare questo tema esplosivo. “In cinque anni solo un parlamentare ha fatto domande”, testimonia Franca Giansoldati.

    La stessa giustizia non sembra avere fretta di occuparsi di questi casi. Inoltre, il concordato con l’Italia prevede espressamente che “gli ecclesiastici non sono tenuti a fornire ai magistrati o ad altre autorità informazioni su persone o cose di cui sono a conoscenza in virtù del loro ministero”. Ciò impedisce o rallenta molte procedure. La stampa, infine, non è esente da rimproveri. “I vaticanisti italiani non vogliono parlare di abusi”, sottolinea Lucetta Scaraffia, sottolineando il peso in redazione di questi specialisti in questioni religiose che soprattutto non vogliono offendere la gerarchia cattolica. Quindi, confida, se il signor Zanardi l’ha contattata, è stato “perché non si fida degli altri giornalisti”.

    In effetti, i pochi casi che arrivano al processo sono il più delle volte trattati come notizie isolate e confinate a pagine locali. “Ricordo questo caso di stupro che coinvolse don Ruggero Conti, sacerdote della diocesi di Fiumicino, nel 2010. Il vescovo era venuto a testimoniare, eravamo a 30 chilometri dal Vaticano… In tribunale c’era tutta la stampa internazionale e, su da parte italiana, eravamo pochi giornalisti di agenzia. Il sacerdote è stato condannato a quindici anni di reclusione, ma la vicenda ha interessato più il New York Times che la stampa nazionale», racconta il giornalista Iacopo Scaramuzzi, autore di numerose opere sull’argomento, tra cui un saggio, Il sesso degli angeli (Edizioni dell’ Asino, 2022, non tradotto), e un podcast da pubblicare sul media online Il Post (con Alvise Armellini).

    Al di là di queste iniziative, e anche se questi approcci rimangono molto minoritari, i cattolici che vogliono fare luce iniziano a organizzarsi. Collettivi come Donne per la Chiesa o Noi siamo Chiesa hanno creato un coordinamento contro gli abusi nella Chiesa cattolica con la parola chiave #Italychurchtoo. La Conferenza episcopale deve decidere la prossima settimana sulla lotta a queste violenze. A gennaio, dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione Sauvé sulla criminalità minorile in Francia, essa escludeva ancora un’indagine simile sulla sola Chiesa cattolica. Resta da vedere per quanto ancora riuscirà a prevenirlo.

    le monde Cécile Chaambraud e Jérôme Gautheret – Roma – inviato speciale, corrispondente

  • Sacerdote e collaboratore a processo Sono accusati di abusi su minore

    Sacerdote e collaboratore a processo Sono accusati di abusi su minore

    Il giudice delle udienze preliminari del tribunale di Prato, Marco Malerba, ha rinviato a giudizio don Giglio Gilioli, 76 anni ed un suo collaboratore laico di 39 anni, Lucio Fossanova, con l’accusa di violenza sessuale asu minore, oggi trentenne. I fatti si sarebbero consumati fra il 2008 e il 2012. I due imputati sono i assistiti dagli avvocati Cristina Menichetti e Carlotta Taiti. Giunge ad una seconda svolta la faccenda dei presunti abusi sessuali emersi dai racconti di un ragazzo pratese e che si sarebbero consumati nella comunità religiosa de “I discepoli dell’Annunciazione”, fondata dallo stesso don Giglio e soppressa dal Vaticano per il perdurare di una serie di inadempienze. A disporre dello scioglimento dell’associazione è stata nel 2019 la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata.

    Il gup ha fissato la data dell’inizio del processo, che prenderà il via il 3 ottobre prossimo con alla sbarra degli imputati il fondatore don Giglio Gilioli ed il suo collaboratore.

    Nel dicembre scorso il gip Francesca Scarlatti aveva archiviato dieci posizioni di altrettanti religiosi appartenenti ai Discepoli dell’Annunciazione. Il gip aveva accolto la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura per dieci componenti della congregazione finita nella bufera dell’inchiesta del 2020 di presunte violenze su minori.

    L’inchiesta era partita a seguito dei racconti di un ragazzo pratese che aveva denunciato di aver subito abusi mentre frequenteva la comunità fondata da don Giglio Gilioli. Sui fatti denunciati – emersi durante sedute psicanalitiche condotte con la tecnica Emdr – la Procura non è riuscita a trovare riscontri, neppure interrogando altri ragazzi che avevano frequentato la comunità religiosa in quello stesso periodo.

    L’accusatore dei religiosi, che oggi ha 23 anni, è stato sottoposto a perizia psichiatrica su richiesta della stessa Procura, risultando inattendibile. Il gip aveva deciso per l’archiviazione del reato di violenze su minori. In quella occasione sono decadute le accuse anche per don Gilioli, accusato di violenze sessuali di gruppo, ma solo per questo primo filone dell’inchiesta.

    Il fondatore dei Discepoli dell’Annunciazione, comunità che aveva sedi non solo a Prato, ma anche a Lucca e ad Aulla, è rimasto indagato insieme a Fossanova nell’altro ramo dell’inchiesta, che si è sviluppato prendendo le mosse dai racconti del fratello maggiore del primo denunciante.

    In quest’ultimo caso la Procura ha ritenuto attendibile la testimonianza facendo la richiesta di rinvio a giudizio per i due indagati, che devono rispondere dell’accusa di violenza sessuale aggravata su minore.

    https://www.lanazione.it/prato/cronaca/sacerdote-e-collaboratore-a-processo-sono-accusati-di-abusi-su-minore-1.7665171/amp

  • A processo l’ex prete accusato di abusare di giovani profughi

    A processo l’ex prete accusato di abusare di giovani profughi

    Inizierà il prossimo 20 settembre di fronte al tribunale di Terni in composizione collegiale, il processo a carico di un ex prete 59enne di Pisa – L.G. le sue iniziali – accusato di violenza sessuale, prostituzione minorile e sostituzione di persona in relazione ai fatti avvenuti presso il centro accoglienza profughi di Villanova di Orvieto (Terni) fra il 2016 e il 2020. L’uomo è stato rinviato a giudizio dal gip di Perugia su richiesta del pubblico ministero Mara Pucci, titolare del fascicolo. L’indagine era stata condotta dagli agenti della polizia di Stato del commissariato di Orvieto.

    Le accuse ‘sessuali’

    All’ex prete – non più tale dal 2004 – viene addebitato di aver imposto la sua ‘legge’ all’interno della struttura di accoglienza, anche con metodi intimidatori e facendo capire senza mezzi termini che l’obbedienza dei giovani ospiti di nazionalità straniera, sarebbe stata ripagata con agevolazioni come documenti, sussidi economici ed altri vantaggi. Per ‘obbedienza’, però, l’ex presule intendeva anche prestazioni sessuali – talvolta remunerate con 50 euro – da parte dei ragazzi, anche minorenni all’epoca dei fatti. In un caso il 59enne pisano avrebbe anche millantato contatti con il mondo della moda, per convincere uno dei giovani profughi a sfilare nudo nel suo appartamento e facendogli credere, a suon di complimenti, che avrebbe potuto guadagnare fino a 2 mila euro a sfilata.

    Finto prete

    Ma non è tutto. L’ex prete era solito indossare l’abito talare e celebrare messa, nonostante non fosse più sacerdote della chiesa cattolica dal 2004. Fatto, questo, che avrebbe tratto in inganno più persone fra addetti della struttura orvietana, ospiti, forze dell’ordine, agli occhi dei quali l’uomo avrebbe acquistato una certa credibilità proprio in ragione del suo ruolo di religioso. Da qui l’ulteriore contestazione di cui dovrà rispondere di fronte al tribunale di Terni, dove a difenderlo ci sarà l’avvocato Emilio Festa. Una delle parti civili costituite è invece assistita dall’avvocato Nicola Pepe.

    A processo l’ex prete accusato di abusare di giovani profughi

  • Le vittime di padre Ribes denunciano i “fallimenti” della Chiesa

    Le vittime di padre Ribes denunciano i “fallimenti” della Chiesa

    Soprannominato talvolta “ il Picasso delle chiese ”, per le sue doti di pittore, Louis Ribes esercitò nelle tre diocesi di Lione, Saint-Etienne e Vienne. Le sue aggressioni sessuali, rivelate a gennaio da Marianne, erano state confermate da queste tre istituzioni.

    Difficoltà nel processo di “ riparazione ”.

    Ma, « mentre la Chiesa investe molto nella sua comunicazione per mantenere una buona immagine », « cosa aspetta per ripararci? Rischiamo di aspettare a lungo, forse ci saranno anche suicidi… ”, ha lanciato Luc Gemet, 58 anni, uno dei leader di questo collettivo, durante una conferenza stampa a Lione. . Il collettivo sottolinea in particolare la complessità delle procedure per ottenere un risarcimento o la rapida cura delle vittime che necessitano di determinate cure e, più in generale, una mancanza di “ compassione ” per queste ultime.

    “Dobbiamo denunciare i fallimenti dell’istituzione ecclesiastica nella lotta agli abusi sessuali e ai crimini commessi”

    Annick Moulin

    Per quanto riguarda i risarcimenti finanziari, l’avvocato ricercato dalle vittime, Me Jean Sannier, ha denunciato il ” armeggiare ” dei due organi preposti – la Commissione per il riconoscimento e la riparazione (CRR) e l’Autorità nazionale indipendente per il riconoscimento e la riparazione (INIIR) – nel fissare i montanti. Secondo lui, cercano “ esclusivamente di proteggere le finanze della Chiesa ”. La Chiesa ” ha i mezzi, può e deve pagare “, ha affermato Luc Gemet.

    Dieci “ affermazioni ”

    Questo collettivo afferma di rappresentare 25 vittime, ” ma sono molte di più, forse 300 “, mentre ora 49 si sono ufficialmente presentate alla Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica (Ciase). ” Dobbiamo denunciare i fallimenti dell’istituzione ecclesiastica nel combattere gli abusi sessuali ei crimini commessi “, ha aggiunto Annick Moulin, un altro membro del collettivo.

    A sostegno del loro orientamento, una serie di dieci ” pretese “, tra cui il ” risarcimento commisurato ai reati commessi “, il riconoscimento da parte della Chiesa della loro ” natura sistemica “, ” l’imprescrittibilità dei reati contro minori » o la « cancellazione delle opere di padre Ribes come monumenti storici ». Molti dei suoi affreschi e vetrate adornavano le chiese della regione, che la diocesi aveva discretamente rimosso.

    Aveva anche una vasta collezione di foto e schizzi di bambini nudi, come quelli svelati venerdì da Luc Gemet, ” ricevuti dalla famiglia di padre Ribes ” dopo l’articolo di Marianne. Anche dopo la pubblicazione a Marianne, Luc Gemet ha ricevuto una lettera di un ex seminarista che si è confrontato con padre Ribes nel 1976, letta venerdì. Si dice ” stordito ” di aver trovato foto di bambini nudi e di aver avvertito invano i suoi superiori.

    https://www.lefigaro.fr/flash-actu/les-victimes-du-pere-ribes-denoncent-les-manquements-de-l-eglise-20220506

  • MILANO – Don Alberto Lucchina condannato a 5 anni dal Tribunale ecclesiastico

    MILANO – Don Alberto Lucchina condannato a 5 anni dal Tribunale ecclesiastico

    Si è conclusa con una condanna a 5 anni di esercizio del sacerdozio solo presso una Casa di riposo per anziani, con sospensione da attività con minori, la vicenda di don Alberto Lucchina partita da una denuncia della vittima all’Associazione Rete L’ABUSO che pochi giorni dopo ha visto il sacerdote auto sospendersi.

    Un processo particolare dove per la prima volta è stato concesso alla nostra assistita la presenza di un nostro avvocato, Daniela Cultrera del Foro di Milano.

    Questa decisione conferma la credibilità della vittima e la veridicità di quanto raccontato nella denuncia, fatti poi ammessi dallo stesso sacerdote nel corso delle audizioni.

    Ora don Lucchina potrà decidere entro 10 giorni, se fare appello o meno alla sentenza di primo grado.

    Dalla curia fanno sapere che attualmente il sacerdote risiede in una struttura di accoglienza protetta.

  • SPAGNA – Navarra riconoscerà le vittime degli abusi nella Chiesa già prescritti

    SPAGNA – Navarra riconoscerà le vittime degli abusi nella Chiesa già prescritti

    Navarra promulgherà una legge per riconoscere come tali le vittime della pederastia nella Chiesa cattolica, chiarire i crimini commessi dai membri di questa istituzione nella comunità e “contribuire a una memoria collettiva, democratica e critica” sul problema. La bozza della norma, a cui questo giornale ha avuto accesso, prevede la creazione di una “commissione di riconoscimento” composta da esperti che valuterà, durante sei anni di lavoro, le istanze di persone che affermano di aver subito abusi da parte del clero .e vogliono beneficiare della legge. La norma, pioniera in Spagna, considererà per la prima volta colpite molte vittime, poiché la maggior parte di coloro che hanno denunciato il loro caso negli ultimi anni non sono legalmente riconosciute come tali, poiché il reato è prescritto.

    Non è il primo passo che la Giunta provinciale compie su questo tema: nel 2019 è stata la prima istituzione pubblica a commissionare un’indagine indipendente che fornirebbe una radiografia dei casi di pederastia nella regione. In sei mesi sono stati trovati 31 abusatori e 58 vittime. I tre partiti che fanno parte del Governo Provinciale (PSN, Geroa Bai e Podemos), Izquierda-Ezkerra (coalizione di IU e Batzarre) ed EH Bildu hanno collaborato alla creazione del progetto, anche se non si sa ancora chi registrerà il documento e quando. L’Esecutivo afferma che Navarra Suma (Unione del popolo, dei cittadini e del Partito popolare navarrese) è a conoscenza di questa iniziativa, ma non ha ancora rilasciato una dichiarazione. “Al momento le parti stanno definendo sia le questioni tecniche che quelle relative alla nomina dei membri della commissione”, afferma un portavoce del Dipartimento per le politiche migratorie e la giustizia. In ogni caso, la maggioranza dei partiti al parlamento navarrese è favorevole alla sua approvazione, afferma questa fonte.

    Il documento sottolinea che l’obiettivo di questo nuovo regolamento sarà quello di “documentare con il massimo rigore, veridicità e coerenza” ogni caso, “promuovere il riconoscimento istituzionale e sociale delle vittime, favorendone la visibilità e la soddisfazione personale” e intraprendere l’opera del il più rapidamente possibile per evitare “procedure formali che allungano o ostacolano inutilmente” il processo. “La dichiarazione della persona colpita comporterà il diritto al riconoscimento pubblico della condizione di vittima. Questo riconoscimento pubblico deve essere combinato con il diritto della vittima, quando espressamente richiesto, di preservare la propria privacy”, aggiunge il testo.

    Jesús Zudaire è grato per questa iniziativa, che definisce “pionieristica”. Dopo anni di terapia psicologica, ha denunciato nel 2019 il sacerdote José San Julián Luna, fondatore e direttore della scuola diocesana El Puy di Estella (Navarra), per avergli abusato negli anni Settanta nel centro. Ma non accadde nulla: il caso fu prescritto e l’arcivescovado di Pamplona, ​​dice, disattese. “Ecco perché questa è una legge onnicomprensiva e molto progressista, che non ci guarisce, ma ci allevia molte delle sofferenze che abbiamo subito. Per noi è molto importante che istituzionalmente siamo chiamati vittime di abusi e che siamo inseriti nella memoria storica, soprattutto per chi di noi ha denunciato e la legge non ci permette di continuare, perché il reato ha prescritto o gli autori hanno morto”, spiega. Zudaire,

    “E’ un esempio di cui Madrid dovrebbe prendere atto”, aggiunge Zudaire, riferendosi alle due indagini avviate in Spagna finora quest’anno, quella che sarà condotta dal Mediatore (ancora nessuna notizia di come sarà articolato) e quello commissionato dai vescovi alla ditta Cremades & Calvo-Sotelo, e che la maggioranza delle vittime ritiene che «non sarà imparziale ». La collaborazione della Chiesa in entrambe le indagini sarà essenziale per conoscere la dimensione del problema, così come nella commissione del diritto forense.

    Per questo il Ministro per le Politiche dell’Immigrazione e la Giustizia del Governo della Navarra, Eduardo Santos, ha inviato l’11 febbraio un messaggio alla gerarchia ecclesiale perché non percepisse queste iniziative come un attacco: «Non è un problema di Chiesa cattolica, ma nella Chiesa cattolica. E, quindi, il dialogo deve essere fluido e costante”. Il disegno di legge stabilisce che il Governo Provinciale si offra come ponte tra le vittime ei loro aggressori oi rappresentanti della Chiesa per realizzare incontri, simili a quelli che esistono tra le vittime del terrorismo ei prigionieri dell’ETA. “L’obiettivo è fornire strumenti per ottenere giustizia riparativa”, afferma un portavoce.

    Una squadra indipendente che non riceverà uno stipendio

    La commissione che valuterà le domande di riconoscimento, sottolinea la bozza, “agirà con autonomia e piena indipendenza” per svolgere il proprio lavoro “con obiettività, professionalità, integrità, imparzialità e riservatezza”. Deve inoltre astenersi dall’”intervenire in ogni caso oggetto di indagine penale” e non può “indicare responsabilità penali” all’imputato. Sarà composto da quattro esperti del campo storico-giuridico e psicologico, due rappresentanti della Chiesa cattolica di Navarra (nominata dall’Arcivescovado di Pamplona e Tudela) e due rappresentanti delle associazioni delle vittime. Il presidente sarà eletto tra i membri a maggioranza semplice. Non percepiranno uno stipendio per il loro lavoro, anche se avranno diritto a delle indennità coloro che non appartengono all’Amministrazione.

    Il team si riunirà almeno una volta ogni tre mesi e preparerà un rapporto annuale con i risultati delle proprie indagini: numero di richieste presentate, caratteristiche dei dati raccolti ed eventuali dati che “aiutano ad avere una conoscenza completa e reale di quanto accaduto” . Inoltre, dopo sei anni di lavoro, la commissione pubblicherà uno studio finale con tutti i risultati ottenuti.

    Concentración de la Asociación de Víctimas de Abusos en la Iglesia en Navarra
    EUROPA PRESS
    (Foto de ARCHIVO)
    18/1/2020

    Per richiedere il riconoscimento come vittima, gli interessati devono presentare domanda al Crime Victims Assistance Office, l’agenzia preposta all’assistenza alle vittime di reati violenti e sessuali. Dispone di un team di psicologi, assistenti sociali e specialisti legali e amministrativi che, dall’approvazione di questa legge, accoglierà e intervisterà in via confidenziale anche le persone colpite da pederastia. Oltre all’assistenza diretta, l’organizzazione ha aperto due canali di contatto: il numero di telefono 848 42 33 76 e l’e-mail ofidel@navarra.es .

    La richiesta deve contenere una descrizione il più possibile dettagliata dei fatti e può essere corredata da documenti e relazioni che forniscono prove. L’ufficio lo trasferirà alla commissione di riconoscimento. Questa, se lo riterrà opportuno, potrà ascoltare la vittima e chiedere interviste ai testimoni ea quelle persone «che, o per conoscenza diretta dei fatti o per esperienza in materia, potrebbero fornire informazioni». La commissione può richiedere atti ad altre pubbliche amministrazioni, enti o enti privati, sempre nei limiti previsti dalla normativa. Infine, è necessario trasferire la proposta corrispondente al Dipartimento di Giustizia. Ed entro tre mesi, informerà l’interessato se la sua richiesta è stata accolta o respinta.

    Un governo pionieristico nella lotta alla pederastia

    La Giunta provinciale è stata anche la prima istituzione pubblica a commissionare, nel 2019, un’indagine per conoscere il problema della pederastia in Navarra. I risultati, raccolti e pubblicati a febbraio dall’Università Pubblica di Navarra (UPNA), portano il numero a 31 abusatori e 58 vittime. Il documento raccoglie abusi sessuali e stupri commessi dal 1948 al 1990, che hanno coinvolto l’arcivescovado di Pamplona e Tudela, una dozzina di ordini religiosi e altri 17 centri e istituzioni. Le vittime avevano tra i cinque ei 17 anni. A suo tempo sono stati denunciati otto presunti pederasti, ma l’unico provvedimento adottato è stato il loro trasferimento dal centro. Né l’arcivescovado né gli ordini coinvolti hanno voluto collaborare alle indagini.
    Una delle conclusioni del rapporto è che in Navarra “la teoria dell’iceberg si realizza” dopo aver individuato “una piccola parte delle vittime del totale esistente”. La ricerca in Navarra non è stata un processo semplice. Almeno quattro dei membri dell’associazione delle vittime affermano di aver ricevuto lettere di minaccia anonime.
    La Giunta provinciale e le associazioni delle vittime, invece, insieme all’UPNA, hanno organizzato nel febbraio 2020 il primo congresso accademico in Spagna sulla pederastia nella Chiesa. La giornata, con conferenze di vittime e specialisti di diverse discipline – nessun membro della Chiesa ha partecipato – è servita da base per un libro finanziato dal Dipartimento di Giustizia.

    https://elpais.com/sociedad/2022-04-25/navarra-reconocera-a-las-victimas-de-abusos-en-la-iglesia-ya-prescritos.html?ssm=TW_CC

  • Ammesse la produzione delle registrazioni tra il vescovo Gisana dalle quali emerge chiaramente che Rugolo avesse ammesso i fatti

    Ammesse la produzione delle registrazioni tra il vescovo Gisana dalle quali emerge chiaramente che Rugolo avesse ammesso i fatti

    Ammesse la produzione delle registrazioni tra il vescovo Gisana e i genitori della parte offesa, dalle quali emerge chiaramente che Rugolo avesse ammesso i fatti dallo stesso nell’ambito di un’indagine dallo stesso espletata. È emerso inoltre come due monsignori ennesi a conoscenza della vicenda avessero taciuto su quanto a loro conoscenza sulle segnalazioni già effettuate dalla persona offesa.

    Ansa 29 apr 22 – Enna – Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima di violenza sessuale di Don Giuseppe Rugolo sarebbe stata una proposta della Diocesi di Piazza Armerina.

    A confermare la circostanza in aula, nel corso del processo che si celebra al Tribunale di Enna, presidente del collegio Francesco Pitarresi, contro il sacerdote, agli arresti domiciliari dall’aprile dello scorso anno, è stato l’allora capo della Squadra Mobile della Questura di Enna, Antonino Ciavola.

    Il dirigente sentito in aula, per oltre 4 ore, ha anche testimoniato come dalle carte emerga il diniego netto della vittima ad accettare questa proposta, che proveniva dal vescovo Rosario Gisana. Il giovane che, avrebbe subito violenza dal 2009 al 2013 avrebbe ritenuto questa proposta immorale e illecita.

    Tutte circostanze documentate dai materiali prodotti dalla parte civile che testimonierebbero l’offerta di 25 mila euro in contanti, dunque non tracciabili, da parte del vescovo Gisana al giovane in cambio del silenzio e il rifiuto della vittima ad accettare il denaro. In aula sono state lette anche alcune chat a sfondo sessuale intercorse tra Rugolo e giovani, alcuni anche ex alunni della scuola dove per anni il sacerdote ha insegnato, nonché con giovani residenti nel territorio di Ferrara.

    Rugolo avrebbe frequentato siti pornografici dove era possibile interagire attraverso la telecamera con altre persone. È stato, inoltre, ricostruito il modus operandi del prelato come modalità volta ad agganciare i giovani in condizione di fragilità psicologica, al fine di perseguire i suoi scopi di natura sessuale. Il sacerdote, che era presente in aula, è attualmente ristretto ai domiciliari al seminario di Ferrara.

  • Abusi, choc a Enna, soldi della Caritas per pagare il silenzio di una vittima violentata dal prete pedofilo

    Abusi, choc a Enna, soldi della Caritas per pagare il silenzio di una vittima violentata dal prete pedofilo

    Città del Vaticano – Offrire denaro della Caritas, in contanti, in cambio del silenzio della vittima violentata da don Giuseppe Rugolo: sarebbe stata questa la terrificante proposta della Diocesi di Enna-Piazza Armerina, in Sicilia.

    La circostanza è stata confermata in aula da Antonio Ciavola (allora capo della Squadra mobile di Enna e ora in servizio a Caltanissetta), nel corso del processo presieduto da Francesco Pitarresi che si celebra al tribunale di Enna e vede imputato il sacerdote Giuseppe Rugolo, agli arresti domiciliari da un anno.

    La notizia che arriva proprio nel giorno in cui Papa Francesco in Vaticano ha ricevuto la Commissione per la tutela dei minori, raccomandandosi di fare controlli annuali a tappeto per vedere se le conferenze episcopali nazionali stanno facendo progressi nel liberarsi delle mele marce, proteggere le vittime e agire in totale trasparenza.

    Il dirigente della Polizia di Stato, sentito in aula per oltre 4 ore, ha anche spiegato come dalle carte emerga il diniego netto della vittima ad accettare questa proposta che proveniva dal vescovo Rosario Gisana.

    Il giovane, che avrebbe subito violenza dal 2009 al 2013, avrebbe ritenuto questa proposta immorale e illecita. Tutte circostanze documentate dai materiali prodotti dalla parte civile che testimonierebbero l’offerta di 25 mila euro in contanti, dunque non tracciabili, in cambio del silenzio. In aula sono state lette anche alcune chat a sfondo sessuale intercorse tra Rugolo e alcuni anche ex alunni della scuola dove per anni il sacerdote ha insegnato, nonché con giovani residenti nel territorio di Ferrara dove il sacerdote era stato trasferito.

    Rugolo avrebbe frequentato siti pornografici dove era possibile interagire attraverso la telecamera con altre persone. È stato, inoltre, ricostruito il modus operandi del prelato e le modalità volte ad agganciare i giovani in condizione di fragilità psicologica. Il sacerdote, che era presente in aula, è attualmente ristretto ai domiciliari nel seminario di Ferrara.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_enna_prete_pedofilo_vittima_tribunale_papa_francesco_vescovo_gisana_rugolo_caritas-6658864.html

  • La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    La pedofilia dei preti italiani che i vescovi vogliono tenere nascosta

    Lo chiamavano don Mercedes. A Crema era un pezzo grosso di Comunione e Liberazione il parroco Mauro Inzoli; gli piacevano il lusso e le belle macchine, lo si vedeva spesso nei ristoranti alla moda, un sigaro cubano all’angolo della bocca.

    Aveva amicizie politiche importanti e poco senso del pudore: nel gennaio 2015 applaudiva insieme a Roberto Formigoni al convegno sulla famiglia tradizionale organizzato dalla Regione Lombardia, eppure già da anni molestava i ragazzini, come conferma la condanna definitiva per pedofilia del 2018. Li toccava persino durante la confessione, per rinnovare l’alleanza fra Abramo e Isacco descritta nell’Antico Testamento, diceva. La più piccola delle sue vittime aveva 12 anni.

    Una storia non certo unica. Secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, che monitora i casi di violenza sessuale nella Chiesa cattolica, nel nostro paese negli ultimi 15 anni si contano 325 sacerdoti denunciati per pedofilia, di cui 161 condannati in via definitiva.

    Questi numeri rappresentano solo piccola parte di un fenomeno sommerso e pervasivo, eppure non sembrano scuotere le istituzioni e la stampa. Ed è questa la ragione per cui chiediamo ai lettori di sostenere la grande inchiesta su “La violenza nella Chiesa italiana”.

    Nel paese che ospita il Vaticano, infatti, né il Parlamento né la Chiesa prendono iniziative per andare a fondo del problema. Il presidente della Conferenza episcopale Gualtiero Bassetti butta acqua sul fuoco assicurando che in Italia gli strumenti messi in campo a tutela dei minori funzionano bene e che presto sugli abusi sarà condotta un’indagine ma, sia chiaro, «gestita dall’interno della Chiesa».

    La società civile, però, non ha più voglia di aspettare: di fronte al silenzio ecclesiastico si è costituito Italy Church Too, un coordinamento di associazioni contro gli abusi nella Chiesa, che chiede subito una commissione d’inchiesta indipendente, come quelle che si sono appena formate in Spagna e in Portogallo.

    L’iniziativa nasce da donne impegnate in ambito cattolico e laico, determinate a rompere anche nel nostro paese il muro di omertà e a ottenere giustizia e risarcimenti per le vittime: sono scesi in campo l’Osservatorio interreligioso sulle violenze contro le donne, Donne per la Chiesa, Noi siamo Chiesa, Rete L’Abuso, Comitato vittime e famiglie, Voices of Faith, Comité de la Jupe, le Comunità cristiane di base e i periodici Adista, Tempi di Fraternità e Left. Tra loro anche Erik Zattoni, figlio di un prete (anche) pedofilo mai ridotto allo stato laicale nonostante l’esame del dna e le sue ammissioni.

    GLI SCANDALI DEGLI ULTIMI ANNI

    L’idea ha preso vigore dallo scandalo che all’inizio dell’anno ha coinvolto persino il papa emerito Benedetto XVI: un report dalla Baviera ha infatti rivelato che nella sola diocesi di Monaco e Frisinga, nell’arco di 74 anni sarebbero stati abusati 500 bambini e bambine fra gli 8 e i 14 anni e che Joseph Ratzinger, da cardinale, ne sarebbe stato al corrente.

    I dati di Monaco seguono quelli, talmente eclatanti da suscitare dubbi, del rapporto della commissione indipendente sugli abusi nella chiesa francese: dal 1950 si conterebbero 216 mila minori vittime di tremila preti, a cui si aggiungono altri 114 mila abusati da laici all’interno delle istituzioni ecclesiastiche. In Nuova Zelanda la pedofilia riguarderebbe addirittura il 14 per cento del clero.

    Dallo scoop del Boston Globe, celebrato nel 2015 dal film Il caso Spotlight, che nel 2002 ha inchiodato la chiesa americana alle sue responsabilità, fino al Rapporto Ryan in Irlanda, che ha individuato ben 30 mila minori abusati negli oltre cento istituti cattolici nel paese, sono almeno vent’anni che la pentola è stata scoperchiata. L’Italia però rimane un buco nero. Le denunce vengono ignorate dalla Chiesa e le vittime finiscono inghiottite dal silenzio.

    Una storia simbolo è quella dell’Istituto religioso per sordomuti Provolo di Verona: nel 2010 67 ex ospiti accusano numerosi sacerdoti della congregazione di averli sottoposti a molestie e violenze quando erano bambini, a partire dagli anni ’50.

    Tra i fatti denunciati c’è la dichiarazione di Gianni Bisoli, che afferma di essere stato abusato tra i 9 e i 15 anni da ben 16 fra preti e fratelli laici; sostiene anche di essere stato lasciato “a disposizione” di monsignor Giuseppe Carraro, all’epoca vescovo di Verona, e per il quale, a 32 anni dalla morte, è in corso il processo di beatificazione, dopo che nel 2015 è stato dichiarato “venerabile per l’eroicità della sua virtù” dalla Congregazione per le cause dei santi.

    Una commissione conoscitiva promossa dal Vaticano nello stesso 2010 non rileva (quasi) nulla dei reati denunciati, ormai comunque prescritti. Ma il responsabile dell’Istituto, don Nicola Corradi, trasferito nella sede argentina del Provolo, nel 2019 verrà condannato laggiù a 42 anni «per gravi e ripetuti abusi» di minori.

    MELE MARCE O SISTEMA CHE COPRE GLI ABUSI?

    I pedofili nella chiesa non sono “mele marce” come dicono le gerarchie ecclesiastiche. Quando si mettono insieme i tasselli del mosaico, dispersi nelle cronache locali e poi dimenticati, emerge un quadro di violenza endemica che riguarda ogni ambito della vita della Chiesa.

    Troviamo preti che approfittano del loro potere per allungare le mani sui ragazzini in sacrestia, durante le lezioni di catechismo o le prove del coro, in campeggio o nei centri estivi; alcuni sono guru di comunità di recupero e centri di ascolto, altri guidano scuole cattoliche.

    Molti sono i molestatori seriali in attesa di giudizio per induzione alla prostituzione minorile e violenza privata: sacerdoti che promettono cocaina in cambio di prestazioni sessuali e offrono pochi spiccioli e una ricarica del telefono in cambio di una marchetta o di un video hard. Con i cassetti o i pc pieni di materiale pedopornografico, circuiscono ragazzini non ancora adolescenti, meglio se con problemi psichici o provenienti da famiglie disagiate perché più indifesi: fanno loro credere che la mano che li fruga è una mano benedetta, che l’amore di Dio si esprime con lo spirito e con il corpo, che sono dei privilegiati.

    Gli stupri non di rado si protraggono per anni, a volte anche per decenni, lasciando segni indelebili nelle vittime, costrette spesso a fare i conti con le conseguenze fisiche e psicologiche delle violenza per il resto della vita.

    E la Chiesa istituzionale come reagisce? Cura, sostiene, protegge. Non le vittime ma i preti. La prassi consolidata quando viene segnalato un caso di pedofilia è sempre la stessa: non denunciare alle autorità ma evitare lo scandalo spostando il prete in un’altra parrocchia o ricoverandolo per un periodo in una delle inavvicinabili strutture per la riabilitazione dei preti sparse per l’Italia. Le autorità ecclesiastiche non hanno l’obbligo giuridico di denunciare gli abusi, tantomeno devono rendere conto degli esiti dei processi interni, così si trincerano dietro al silenzio.

    C’è addirittura chi, dopo una denuncia per pedofilia, riprende a fare il parroco sotto falso nome in un altro posto, come don Silverio Mura, prete della diocesi di Napoli, diventato don Saverio Aversano a Montù Beccaria, in provincia di Pavia.

    Lo denuncia la Rete L’Abuso nell’esposto in cui spiega che il sacerdote viene trasferito dopo una querela per pedofilia e che, grazie alla complicità della curia, continua a occuparsi di bambini e a ricevere la posta al nuovo indirizzo.

    La stessa associazione sottolinea che sono almeno 29 i vescovi coinvolti nell’occultamento dei reati: nel caso di don Giuseppe Rugolo, per esempio, dalle intercettazioni emerge che il vescovo di piazza Armerina Rosario Gisana avrebbe provato a comprare il silenzio della famiglia della vittima con i soldi della Caritas. Ancora: monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano, informato delle attenzioni che uno dei suoi parroci, don Mauro Galli, riserva a un ragazzo di 15 anni, ammette in interrogatorio di essersi limitato a spostarlo di sede per ben due volte.

    Il prete di Rozzano è stato condannato l’anno scorso dalla Corte d’Appello di Milano a cinque anni e sei mesi; il suo caso è stato anche posto all’esame della Congregazione per la dottrina della fede, dopo che il processo di primo grado al Tribunale ecclesiastico regionale si era risolto con un nulla di fatto per insufficienza di prove ma a oggi nulla si sa dell’esito. Scontato il debito con la giustizia dello Stato, don Galli potrebbe quindi tornare in parrocchia.

    NON SOLO PEDOFILIA

    Non ci sono soltanto gli abusi sui minori ma anche quelli sulle religiose. Già a metà degli anni Novanta due suore di ritorno dall’Africa inviano al Vaticano rapporti in cui sostengono che molte suore vengono stuprate da sacerdoti timorosi di prendere l’Aids dalle donne indigene; e se restano incinte vengono costrette ad abortire.

    Raccontano anche di un prete che officia il funerale di una donna morta in seguito all’aborto che lui stesso le ha procurato. Nel documento si sottolinea che la violenza sulle religiose non è soltanto una questione africana ma riguarda ben 23 paesi, fra cui l’Italia.

    In anni più recenti, la teologa Doris Wagner ha accusato il capo ufficio della Congregazione per la Dottrina della Fede padre Hermann Geissler (poi assolto dal Tribunale della Segnatura apostolica, il supremo tribunale di diritto canonico della Santa Sede) di averla violentata quando era suora dell’Opus Spiritualis Familia a Roma: «Ero giovane, credente e idealista: ero la vittima ideale per un prete», ricorda oggi. Dipendenti economicamente dalla congregazione a cui appartengono, costrette a tagliare i ponti con la famiglia, le suore sono schiacciate da un sistema clericale fondato sull’omertà; in Italia, chi prova a denunciare non ottiene nulla se non di essere discriminata o addirittura allontanata dalla comunità. Ancora una volta, in caso di una segnalazione di abuso, a venire protetto è il prete.

    La Chiesa italiana, che è riuscita fino ad oggi a non reagire alla crisi che la minaccia dall’interno, rimanendo fedele a una casta maschile sorda ai richiami sulle discriminazioni di genere e restia a cedere parte del suo potere, come risponderà alla richiesta di istituire finalmente un’indagine indipendente sugli abusi?

    A fine maggio si terrà l’assemblea generale della Cei per il rinnovo dei vertici, e il cardinale Bassetti pare avere tutte le intenzioni di passare la patata bollente al suo successore.

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    https://www.editorialedomani.it/fatti/inchieste-sostenute-dai-lettori-domani-violenza-chiesa-italiana-puntata-1-mu55ttaa