Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Condannato ex direttore Caritas: ma non fu violenza sessuale

    Condannato ex direttore Caritas: ma non fu violenza sessuale

    Era accusato di avere ottenuto prestazioni sessuali dai migranti in cambio di favori nella pratica per il permesso di soggiorno

    Ridotta in appello la condanna per don Sergio Librizzi, l’ex direttore della Caritas di Trapani che da membro della Commissione per il riconoscimento dello status di richiedente asilo era accusato di avere ottenuto prestazioni sessuali dai migranti in cambio di favori nella pratica per il permesso di soggiorno. La prima sezione, presieduta dal giudice Adriana Piras, lo ha condannato don Sergio Librizzi a 6 anni, due mesi e venti giorni, riqualificando il reato in induzione alla corruzione, come indicato dalla corte di Cassazione che aveva annullato la precedente sentenza di condanna. In primo grado era stato condannato dal gup di Trapani a 9 anni di reclusione per concussione e violenza sessuale, poi confermata anche dalla Corte d’appello di Palermo. La sentenza nel dicembre 2017 venne annullata dalla corte di Cassazione, rispedendo gli atti ai giudici palermitani che oggi hanno ridotto la pena, assolvendo don Librizzi da un lungo elenco di episodi di violenza sessuale.

    L’ex direttore della Caritas trapanese era stato arrestato nel 2014 dagli agenti del Corpo Forestale, nell’ambito di un’indagine che porto’ alla luce il business dei centri d’accoglienza per migranti. Era finito ai domiciliari, scontati a casa di una zia a Campofelice di Roccella, ma e’ tornato in liberta’ con la sentenza della Cassazione. L’avvocato ha annunciato nuovamente ricorso in Cassazione e in attesa della sentenza definitiva restera’ in liberta’. Secondo le inchieste condotte dalla procura di Trapani, il prete era il controllore occulto della cooperativa Badiagrande, principale ente gestore di centri per migranti nel trapanese, compreso il Cie di contrada Milo, all’interno del quale si svolgevano le riunioni della Commissione di cui era membro don Librizzi. Nella sentenza di primo grado il gup di Trapani aveva riconosciuto il “ruolo dominante nella zona trapanese dell’imputato”. Secondo la Cassazione pero’ “e’ indiscutibile che un accordo puo’ essere raggiunto anche tra soggetti che si trovano in posizioni differenti” e che “cio’ non cambia quando si tratta di un accordo illecito: quel che rileva e’ la sussistenza di un obiettivo comune, che proprio l’accordo incarna”. Nel corso del nuovo processo la Corte, su richiesta dell’avvocato Donatella Buscaino, legate del prete, ha riaperto l’istruttoria dibattimentale, ascoltando dei testimoni in aula e acquisendo i provvedimenti emessi dalla Commissione territoriale per il riconoscimento dello status di richiedente asilo nelle sedute a cui aveva partecipato anche don Librizzi. (AGI)

    https://www.grandangoloagrigento.it/giudiziaria/condannato-ex-direttore-caritas-ma-non-fu-violenza-sessuale
  • Quando il Governo italiano scelse di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia

    Quando il Governo italiano scelse di tutelare i pedofili dalle vittime che chiedevano giustizia

    “Cogliendo la sua preoccupazione per il momento difficile che sta vivendo la Chiesa, il governo italiano ha inviato a Benedetto un messaggio in cui si è schierato incondizionatamente dalla sua parte. «Solidarietà» è stata espressa al pontefice per «la inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa». Molti gli auguri da tutto il mondo politico. Dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ai vertici di Camera e Senato, al sindaco di Roma («devotae profonda solidarietà – ha scritto Gianni Alemanno – in un momento in cui alcuni organi di stampa hanno abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo»)”. La Repubblica – Marco Ansaldo il 17 aprile 2010

    Di Francesco Zanardi – Quello che fu inqualificabile è il tradimento del giuramento nei confronti dei cittadini, del Governo in carica, che alla loro salute psicofisica preferì i buoni rapporti con uno Stato estero.

    Il 2010 fu l’annus horribilis della Chiesa cattolica quando la “pandemia” della pedofilia nel clero iniziata dodici anni prima negli USA aveva da tempo raggiunto l’Australia e l’Europa, l’Irlanda, il Belgio, la Germania ecc., dove la drammaticità della situazione spinse il Vaticano ad istituire commissioni indipendenti d’inchiesta e i governi a mettere mano alla situazione.

    Ma in Italia qualcosa non funziona e controcorrente al resto d’Europa, come riporta la Repubblica dell’epoca, il Governo da subito si schiera e quei pochi sopravvissuti che superando la paura e la vergogna anche in Italia avevano fatto sentire la propria voce, furono subito accusati di aver dato vita a una «inqualificabile campagna diffamatoria contro la Chiesa e il Papa».

    La stessa stampa, che all’epoca non si limitava come oggi a fare copia incolla dei comunicati della sala stampa vaticana, ma ancora qualche inchiesta giornalistica la faceva raccogliendo persino il parere delle vittime e dei loro rappresentanti, fu subito accusata di aver “abbandonato il loro primo obiettivo che è quello di comunicare la verità per servire una logica pericolosa, basata sul dileggio e su insinuazioni gratuite e fuori luogo”.

    Solo qualche giorno prima, il 2 aprile 2010 un altro inquietante episodio quando l’allora Ministro della Giustizia Angelino Alfano ordina un’ispezione nell’ufficio del pubblico ministero di Milano Pietro Forno, l’accusa, di aver denunciato le coperture da parte delle autorità ecclesiastiche. Il procuratore Forno di fatto aveva solo sottolineato l’analogia con comportamenti già notati 12 anni prima negli USA, dove l’efficienza della legge – al contrario della nostra – vide incriminare per intralcio alla giustizia lo stesso Ratzinger che diventato papa, si salvò dal processo grazie all’immunità.

    Tuttavia quell’ispezione a uno dei magistrati italiani più attivi all’epoca in materia, fu un messaggio chiaro a tutta la magistratura, non si sarebbe tollerato in Italia, guanto invece si indagava all’estero.

    I complici di papa Francesco

    E mentre in Italia un Governo genuflesso faceva quadrato per tutelare e soccorrere anziché i cittadini il Papa e la sua reputazione, nel resto dell’Europa i Governi intervenivano istituendo commissioni di inchiesta, introducendo per i vescovi l’obbligo della denuncia e rimovendo gli ostacoli prescrittivi, creando finestre temporali entro le quali anche le vittime già prescritte potessero denunciare.

    Interventi tanto semplici quanto efficaci dietro ai quali anche la chiesa ha dovuto fare i suoi passi. Le Conferenze Episcopali non solo a differenza di quella italiana hanno inserito l’obbligo della denuncia per i vescovi, ma hanno anche tentato accordi risarcitori direttamente con le vittime in quanto la rimozione della prescrizione e la finestra temporale per i prescritti, dava loro in alternativa alla sola chiesa, la possibilità di ottenere giustizia in un tribunale civile.

    Fu proprio in questa circostanza che il Governo italiano si tirò fuori e decise deliberatamente, in virtù dei buoni rapporti e degli interessi con la chiesa, di non intervenire e sacrificare non solo i cittadini già rimasti vittime, ma anche quelli che si sono prodotti da quel momento a oggi .

    Una scelta criminale di un Governo ben consapevole, quello che parallelamente accadeva nel resto dell’Europa non lasciava la minima speranza che l’Italia potesse essere l’unica “miracolata” isola felice.

    Quella lettera di solidarietà inviata nel 2010 a Ratzinger dal Governo in carica resterà nella storia come l’unico documento che dimostra che almeno un Governo in Italia, anche se in modo così deplorevole, ha messo mano alla piaga dei preti pedofili, le loro vittime.

    Tolleranza zero contro il Concordato

    Dieci anni dopo nulla è stato ancora fatto, lo testimonia il pesante richiamo all’Italia del 2019 da parte del Comitato per la tutela dell’infanzia (Par. 21), comitato al quale il Vaticano non risponde dal 2014. Le vittime rimangono prive di giustizia in quanto quasi sempre si ritrovano prescritte. Non esiste neppure una quantificazione governativa che censisca l’entità del fenomeno nel paese. Gli unici dati italiani li forniamo paradossalmente noi della Rete L’ABUSO ma sono parziali e in pesante difetto in quanto privi di tutto il sommerso. Tuttavia contiamo più di 300 casi solo sul suolo italiano, dal 2003 a oggi.

    Nessun dato neppure su quante siano le vittime in Italia, ma grazie ad uno studio statistico condotto dal collega irlandese Mark Vincent Healy, che in assenza di un dato italiano ha prodotto per la Rete L’ABUSO una proiezione sulla base degli esiti delle commissioni di inchiesta fatte negli altri paesi, dalla quale non solo per via del numero di religiosi, sul suolo italiano abbiamo un potenziale sommerso che potrebbe arrivare a 4000 preti pedofili, ma le stesse vittime potrebbero arrivare addirittura al milione.

    Francesco Zanardi

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  • Papa Francesco prevale nella fila degli abusi vaticani

    Papa Francesco prevale nella fila degli abusi vaticani

    ROMA – Nella guerra civile che infuria all’interno della chiesa cattolica, papa Francesco ha vinto un’importante battaglia.

    Nel 2018, monsignor Carlo Viganò, ex ambasciatore vaticano negli Stati Uniti, ha accusato Francesco di aver coperto l’abuso sessuale clericale ai massimi livelli, sostenendo di aver ignorato le accuse di cattiva condotta sessuale contro l’ex cardinale e arcivescovo di Washington Theodore McCarrick. Viganò ha poi chiesto le dimissioni del Papa.

    Ma due anni dopo, in seguito alla pubblicazione di un rapporto forense e rivoluzionario sul caso la scorsa settimana, l’assalto conservatore sembra essersi ritorto contro, con Francesco che emerge più forte che mai.

    L’arcivescovo di Chicago, il cardinale Blase Cupich, anche lui attaccato da Viganò per avere “un’ideologia pro-gay”, ha definito Francesco “impavido” nell’ammettere i fallimenti dei leader della chiesa. Il rapporto ha rappresentato un “momento di svolta” che ha dimostrato “l’impegno di Francesco verso la responsabilità, la responsabilità e la trasparenza nei confronti di tutte le vittime-sopravvissute”, ha detto .

    L’attacco di Viganò è stato ampiamente visto come l’ultima scaramuccia nel conflitto tra progressisti e conservatori principalmente statunitensi che si oppongono a Francesco per le sue posizioni più liberali su questioni come l’omosessualità e i migranti.

    Ma l’inchiesta sul processo decisionale vaticano che ha permesso l’ascesa al potere di McCarrick ha ampiamente scagionato Francesco, puntando invece il dito contro i suoi predecessori Giovanni Paolo II, che ha promosso McCarrick nonostante i molteplici avvertimenti, e Benedetto XVI, che non è riuscito a far rispettare le misure limitate contro di lui. .

    Dato che il rapporto non era indipendente, ma scritto da avvocati che rappresentano la Santa Sede, forse non sorprende che Francesco debba essere liberato dai guai. Ma il rapporto non ha risparmiato la frusta nell’incolpare un santo in Giovanni Paolo II, né nella sua raffigurazione di una cultura della segretezza e del clericalismo che ha permesso a un molestatore di raggiungere il secondo grado più alto nella chiesa.

    Affrontando questi fallimenti istituzionali, Francesco si è posizionato come il papa della trasparenza e della responsabilità, afferma il biografo papale Marco Politi, autore di “Francesco, la peste Covid e la rinascita”.

    “Francesco emerge come l’unico papa con il coraggio di affrontare la questione”, ha detto a POLITICO.

    Cattolico alla Casa Bianca

    I conservatori hanno finito per danneggiare i propri interessi “poiché la colpa è caduta sui due papi che favoriscono e usano come arma contro Francesco su questioni teologiche”, ha detto Politi. “Le prove mostrano che Giovanni Paolo e Benedetto hanno deciso di accantonare la questione. Non volevano esplorare la verità “. Il rapporto ha rilevato che lo stesso Viganò aveva ignorato gli ordini di indagare sulle accuse su McCarrick mentre era nunzio negli Stati Uniti, una posizione equivalente all’ambasciatore.

    Con la vittoria di Joe Biden che annuncia una nuova era nella politica statunitense, la pubblicazione del rapporto potrebbe dare il tono alle future relazioni di Francesco con l’amministrazione americana.

    Trump si è scontrato con Francesco su questioni come l’ambiente, i migranti e il muro al confine con il Messico. Alla vigilia delle elezioni, la campagna Trump ha tentato di tradurre in voti il ​​sentimento anti-Francesco tra i cattolici conservatori statunitensi, ma Trump ha finito per perdere il sostegno dei cattolici rispetto al 2016.

    Mettendo al primo posto le preoccupazioni dei cattolici statunitensi e affrontando di petto il caso McCarrick, nonostante il rischio di creare uno scandalo in Vaticano, Francesco ha premuto i pulsanti giusti.

    La tempistica del rapporto , pubblicato dopo le elezioni americane, è stata utile a Biden poiché la storica collaborazione tra l’amministrazione Obama e McCarrick in missioni di pace diplomatiche come l’accordo di pace a Cuba avrebbe potuto essere usata contro di lui.

    L’asse Biden-Francis può ora iniziare a lavorare insieme su questioni condivise come l’ambiente e la povertà. Mentre Biden, che è cattolico, ha una posizione pro-vita sull’aborto che potrebbe essere problematica, Francesco è meno legato all’aborto rispetto ai precedenti papi.

    Gioco di moralità

    Sebbene Francesco possa aver conquistato i moderati, è improbabile che il rapporto converta tutti i conservatori cattolici in fan.

    George Weigel, ad esempio, un cattolico conservatore, autore e teologo presso l’Ethics and Public Policy Center di Washington DC, dubita che avrà molto effetto. “Le opinioni sono già piuttosto fisse, in tutto lo spettro.”

    “Ma se aiuta a dimostrare che il Vaticano è serio nell’affrontare i problemi di abuso sessuale, rassicurerà le persone”.

    Anche i sopravvissuti agli abusi sono scettici. L’attivista italiano di abusi clericali Francesco Zanardi ha  definito il rapporto “un pezzo teatrale”, sottolineando che la chiesa non ha ancora ordinato la denuncia obbligatoria di abusi alle autorità civili. “È stato un rapporto molto orchestrato. ” 

    In futuro, le vittime di abusi potrebbero richiedere lo stesso livello di trasparenza nei loro casi. Ma Zanardi è pessimista sul fatto che il caso McCarrick abbia stabilito un precedente significativo. Nonostante abbia richiesto i documenti sul suo caso mesi fa, dopo che le rigide leggi sul segreto papale sono state allentate, dice di non aver ricevuto risposta.

    Nonostante l’impavido spunto del papa dal rapporto McCarrick, saranno necessarie tutte le sue capacità di navigazione per convincere la superpetroliera vaticana a continuare a muoversi nella direzione che desidera.

    Il rapporto stesso “mostra quale grande fardello deve sopportare Francesco per rimodellare la chiesa, quanto sia lungo e difficile un processo”, ha detto Politi, “ma sta andando nella giusta direzione”.

    https://www.politico.eu/article/pope-francis-prevails-vatican-sex-abuse-row/

  • Pedofilia, l’attacco del New York Times: “Giovanni Paolo II fatto santo troppo in fretta. La sua reputazione è caduta”

    Pedofilia, l’attacco del New York Times: “Giovanni Paolo II fatto santo troppo in fretta. La sua reputazione è caduta”

    In un editoriale che sta avendo eco mondiale, il giornale americano torna ad avanzare dubbi sulla canonizzazione di Wojtyla: al centro la promozione nel 2000 del cardinale Mc Carrick, che un rapporto voluto da Bergoglio ha rivelato avere commesso abusi sessuali su minori

    “Oggi dopo più di un decennio di dubbi, la reputazione di Giovanni Paolo II è caduta sotto la nuvola più oscura. Dopo che lo stesso Vaticano si è precipitato a canonizzarlo, ha pubblicato questa settimana uno straordinario rapporto che ha posto ai piedi del santo la colpa dell’avanzamento di carriera del cardinale“. Il porporato a cui si riferisce il New York Times è l’americano Theodore Mc Carrick, spretato nel 2018 da papa Francesco con un processo per ‘direttissima’ nel foro interno della Congregazione per la dottrina della Fede e che il Rapporto Mc Carrick voluto da Bergoglio ha riconosciuto come molestatore e predatore sessuale, in particolare di giovani seminaristi. In un editoriale che sta avendo eco mondiale, il giornale americano torna a riproporre dubbi sulla canonizzazione di Giovanni Paolo II, avvenuta nel 2014 dopo un processo lampo e solleva ombre sul pontefice polacco per come ha gestito nel 2000 la promozione alla prestigiosa sede di Washington di Mc Carrick, che alle spalle aveva una eccezionale storia di fund raising. Intanto anche la Chiesa polacca è in subbuglio.

    Nonostante il cardinale Stanislaw Dziwisz, ex braccio destro di Wojtyla, segretario personale fidatissimo negli anni del pontificato, abbia già rigettato ogni accusa “infamante” di aver ricevuto soldi per “nascondere fatti o favorire persone indegne” avanzata con un documentario della tv polacca TVN24, la bufera non si placa, rinfocolata oggi dalla notizia della morte del cardinale Henryk Gulbinowicz, 97 anni, già arcivescovo di Breslavia, che tre settimane fa è stato privato dal Vaticano del diritto di usare le insegne vescovili a causa delle prove di molestie sessuali e insabbiamento di casi di pedofilia da parte del clero della sua diocesi.

    Ma è il caso Mc Carrick a scuotere ancora gli Stati Uniti: il Nyt ricorda che “l’investigazione” McCarrick definita “istituzionale” dalla Santa Sede e resa pubblica martedì scorso, frutto di due anni di indagini interne con 90 audizioni, parallela e in un certo senso conseguente a quella dell’ex Sant’Uffizio, è stata “commissionata da papa Francesco, che ha canonizzato Wojtyla nel 2014″ e “rivela come Giovanni Paolo II abbia scelto di non credere alle ripetute accuse di abusi sessuali avanzate contro il cardinale Mc Carrick, inclusa la pedofilia, consentendogli così di scalare il vertice della gerarchia“.

    Sempre il Nyt sottolinea che, secondo i critici, il Rapporto “soprattutto fornisce la prova bruciante che la Chiesa si è mossa con velocità spericolata per canonizzare Giovanni Paolo“, con una causa che ha beneficiato della speciale dispensa dai cinque anni dalla morte del candidato, “e ora è intrappolata nelle sue stesse macerie“. Il Nyt menziona anche il ruolo proprio di Dziwisz (in passato chiamato in causa anche per la triste vicenda del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado), che come si evince dal rapporto vaticano, fu il tramite di una lettera con cui McCarrick ingannò Wojtyla, sostenendo di non avere mai avuto rapporti sessuali né con maschi né con femmine e ottenendo così l’ambita promozione.

    Le acque restano dunque agitate nella chiesa polacca dove la conferenza episcopale è intenzionata ad andare avanti sull’iniziativa di una commissione d’inchiesta indipendente sulla pedofilia. E si agitano anche quelle della conferenza episcopale americana, riunita oggi e domani (virtualmente in osservanza alle normative anti Covid) nella sua sessione autunnale. Sul tavolo dei vescovi Usa è pervenuta la richiesta choc del National Catholic Reporter, storica rivista progressista, perché discuta la richiesta al Vaticano di sopprimere il culto di San Giovanni Paolo II (la festa liturgica è il 22 ottobre). “Le vittime di abusi – dice il Ncr – non meritano niente di meno di questo”.

    All’ordine del giorno dell’assemblea dei vescovi Usa ci sono del resto proprio questi temi cogenti: “I vescovi – si legge sul sito dell’Usccb – audiranno un report dal National Review Board che ammonisce la commissione sulla Protezione dei Minori sui temi della protezione minorile, specificamente sulle policies e le pratiche di prevenzione“. L’agenda del meeting include anche un dialogo tra i vescovi riguardo le risposte pastorali sulla pandemia del Covid 19 e sul razzismo.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/16/pedofilia-lattacco-del-new-york-times-giovanni-paolo-ii-fatto-santo-troppo-in-fretta-la-sua-reputazione-e-caduta/6005849/

  • Usa, morto il primo prete pedofilo implicato nello scandalo “Spotlight” di Boston

    Usa, morto il primo prete pedofilo implicato nello scandalo “Spotlight” di Boston

    Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino, è morto d’infarto a 89 anni. Il suo caso è uno dei tanti dello scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti del quotidiano avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero. L’intera vicenda è raccontata nel film “Spotlight”, premio Oscar nel 2015. Shanley era in libertà da tre anni, dopo aver passato solo 12 anni in carcere.

    È morto d’infarto a 89 anni Paul Shanley, ex prete cattolico condannato nel 2005 per ripetute violenze sessuali su un bambino di sei anni negli anni ’80.  Il suo caso è solo uno dei tanti che costituiscono lo scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Boston nel gennaio del 2002, dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Boston Globe sulla presenza di quasi un migliaio di preti pedofili in città. Non solo: i giornalisti investigativi del quotidiano (il team Spotlight) avevano scoperto che le colpe di questi sacerdoti erano state insabbiate per decenni dalle alte sfere del clero, in primis dal cardinale Bernard Francis Law. L’intera vicenda è raccontata nel film “Il caso Spotlight”, premio Oscar nel 2015.

    Dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Paul Shanley era stato accusato di violenza sessuale da un giovane, oggi 27enne, che aveva raccontato gli incontri avuti da bambino con il prete. I fatti risalgono al 1983, quando Shanley era conosciuto e apprezzato per il suo ruolo di “prete di strada” che aiutava giovani delle periferie in difficoltà. Era solito chiamare la sua giovane vittima fuori dalle lezioni di catechismo per quelli che definiva “doveri speciali”.

    Alla richiesta della procura di una condanna all’ergastolo, il giudice che si occupava del processo Shanley ha replicato con una pena molto più limitata: dai 12 a 15 anni di reclusione.  L’ex sacerdote, che era stato spretato dal Vaticano nel 2004 a seguito delle accuse, è stato infine rilasciato nel 2017. La sua scarcerazione ha scatenato accese proteste da parte di alcune delle vittime coinvolte nel “caso Spotlight” e delle loro famiglie.
    La polizia di Ware, la città del Massachusetts dove Shanley aveva vissuto gli ultimi tre anni di libertà, ha confermato la sua morte.

    https://www.fanpage.it/esteri/usa-morto-il-primo-prete-pedofilo-implicato-nello-scandalo-spotlight-di-boston/

  • Pedofilia nella Chiesa, la storia di Arturo: “Il parroco che mi ha violentato continua a dire messa”

    Pedofilia nella Chiesa, la storia di Arturo: “Il parroco che mi ha violentato continua a dire messa”

    Dopo un nuovo capitolo dello scandalo pedofilia che ha investito l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II, il mondo torna a parlare delle vittime di abusi subiti da religiosi. Arturo Borrelli è uno dei sopravvissuti agli abusi: dai 13 ai 17 anni avrebbe subito violenze da parte del parroco del suo quartiere di Napoli. Nonostante le denunce e le prove presentate insieme ad altre vittime in tribunale, Don Silverio Mura può celebrare di nuovo la messa. Arturo racconta la sua storia a Fanpage.it.

    La storia di pedofilia che ha investito anche l’ex segretario storico di Papa Giovanni Paolo II riapre il sipario sul fenomeno degli abusi in Chiesa, noto alla cronaca ma sempre difficile nelle aule di tribunale. Arturo Borrelli aveva 13 anni quando ha subito abusi sessuali per la prima volta. Andava a scuola come tutti i ragazzini della sua età e la sua triste routine fatta di violenze è durata fino ai 17 anni. Ad abusare di lui, un prete che aveva la cattedra di religione nella sua scuola. Aveva iniziato a frequentare l’oratorio e poi, un giorno, il religioso lo aveva invitato nella casa dove viveva con la madre. Lì ha abusato di lui più e più volte negli anni. In quel periodo di tempo, Arturo riceveva alcuni regali dal religioso. Modalità, spiega Arturo, che l’uomo aveva adottato anche con altre persone. Don Silverio è stato denunciato per i fatti avvenuti tra l’87 fino ai primi anni ’90.

    Il sacerdote ora è stato assolto dal Tribunale ecclesiastico metropolitano di Milano. Sono stati analizzati gli atti del processo penale: le testimonianze di altre vittime, le ricostruzioni e tutte le perizie. Papa Francesco si era premurato di riaprire il caso nel 2018, ma l’interessamento del Pontefice non ha portato a sostanziali cambiamenti. A Fanpage.it, Arturo racconta di aver anche perso il lavoro a causa dei suoi tentativi di ottenere giustizia dalla curia napoletana.

    Cosa intende quando dice che denunciare le è costato il lavoro?

    Facevo la guardia giurata e cercando di ottenere giustizia per quanto mi è successo, ho scritto una lettera al cardinale Crescenzio Sepe chiedendogli di prendere in considerazione il mio caso. Pur di far ascoltare la mia storia avrei fatto di tutto, così gli ho scritto che se non mi avesse dato udienza, mi sarei sparato con la pistola d’ordinanza. Lui ha mandato quel testo alle forze dell’ordine e io sono stato sospeso in via precauzionale. Attualmente vivo con una pensione mentre mia moglie lavora un po’ di più.

    La curia napoletana l’ha ascoltata?

    No. Don Silverio è tornato a celebrare la messa perché per il tribunale ecclesiastico è innocente. Il cardinale Sepe lo ha riabilitato e quindi lui per i suoi superiori è innocente. Abbiamo un processo ancora in corso nelle aule di tribunale, ma sapere che è la stessa Chiesa a giustificarlo fa male, è forse lo schiaffo più forte per le vittime, soprattutto per quelle che hanno fede in Dio o che l’hanno avuta.

    Lei ha presentato il suo caso anche a Papa Francesco. Proprio lui ha voluto riaprire la vicenda.

    Sì è vero, ha voluto incontrarmi e abbiamo parlato. Ha detto che sarebbe stato vicino alle vittime, ha voluto persino fare luce su quanto gli ho detto, ma cos’è cambiato da allora? Don Silverio può di nuovo esercitare e prima ancora era stato addirittura trasferito in un paesino del Nord Italia dove girava con un nome e un cognome falso per evitare che le persone sapessero di cosa era accusato. Quello con Francesco è stato un incontro molto bello i cui effetti però non si sono visti, la situazione è ancora questa. Per me come per tanti altri.

    Quante sono le vittime che hanno denunciato insieme a lei?

    Altre due. Un ragazzo è stato abusato come me e purtroppo descrive dinamiche molto simili alle mie, mentre un’altra persona lo ha denunciato per tentata violenza. Entrambe le vittime erano chierichetti.

    Cosa hanno in comune le vostre vicende?

    I posti in cui ci portava, per esempio. Tutte le vittime poi hanno descritto la malformazione ai genitali che aveva Don Silverio. Si tratta di un dettaglio che conosci solo se hai avuto rapporti sessuali con lui, perché era visibile solo in quel contesto. Al tribunale ecclesiastico ha detto che era solito fare la doccia con noi bambini e che per questo motivo eravamo al corrente della sua malformazione. Come se fosse normale addurre come giustificazione a un’accusa di violenza la storia di un uomo adulto che fa la doccia nudo tra alcuni ragazzini.

    Quante altre persone sono coinvolte?

    Tante. Troppe. Abbiamo denunciato in tre, ma sono convinto che le vittime della stessa persona in quegli anni siano almeno dieci.

    Dieci? Sarebbero davvero tante

    Sono convinto di questa cosa. Alcune persone lo hanno confessato a me direttamente ma non hanno voluto denunciare perché neppure le famiglie sanno del loro passato, altri casi invece sono soltanto un mio sospetto. C’era però una folla di bambini nell’abitazione di Don Silverio che desta per forza qualche sospetto. Ci sono molti più coinvolti di quelli che crediamo.

    In quanti riescono davvero ad andare avanti?

    Pochi. Ognuno di noi deve rielaborare quanto gli è successo. Io sono in cura, prendo dei farmaci perché soffro di attacchi di panico. Altre persone sfogano la propria frustrazione nella lotta in tribunale oppure cercano di costruirsi una vita normale e rendono gli abusi un segreto. Altre ancora poi si uniscono a delle associazioni con un fine comune. Io, insieme ad altri sopravvissuti, faccio parte della “Rete L’abuso”. Abbiamo organizzato manifestazioni davanti al Vaticano, abbiamo condiviso le nostre storie e insieme cerchiamo la forza di andare avanti.

    E alle manifestazioni in quanti siete?

    Circa 50 persone. Veniamo da tutt’Italia e ovviamente siamo tutti vittime di persone diverse, ma le fa capire quanto è esteso questo fenomeno e quante altre persone si nascondono in giro per l’Italia. Per ognuno degli accusati ci sono altre vittime che hanno in comune la stessa storia e che non vogliono uscire allo scoperto. Non mi sento di giudicarle: se denunciando ottieni l’indifferenza dell’autorità ecclesiastica che per prima dovrebbe difenderti e tutelarti, cosa lo fai a fare?

    Dove crede che sia adesso Don Silverio?

    Non lo sappiamo. Può celebrare di nuovo la messa e probabilmente ha ancora la possibilità di far del male ai bambini. Ci avevano detto che si trovava in un centro di recupero e non era vero, ora che è stato scagionato da tutte le accuse non ha neppure motivo per cambiare nome. Il Tribunale ecclesiastico non ha ascoltato neppure i testimoni.

    Cioè?

    Una vicina di casa aveva dichiarato per prima che in quell’appartamento c’erano troppi bambini e che qualcosa non tornava. Ha rilasciato la sua testimonianza al tribunale e tutto quello che ha rivelato è stato gettato nel cestino. Fanno così: ascoltano quello che sai per poi nasconderlo.

    https://www.fanpage.it/attualita/pedofilia-nella-chiesa-la-storia-di-arturo-il-parroco-che-mi-ha-violentato-continua-a-dire-messa/

  • Pedofilia nella Chiesa, accusato il segretario di Wojtyla: “Prendeva mazzette per coprire abusi”

    Pedofilia nella Chiesa, accusato il segretario di Wojtyla: “Prendeva mazzette per coprire abusi”

    Pedofilia nella Chiesa, anche il segretario storico di Papa Giovanni Paolo II è stato coinvolto nello scandalo: i testimoni lo accusano di aver insabbiato le violenze in cambio di bustarelle. L’ex segretario del Papa ora chiede una commissione indipendente per analizzare i fatti. “Non lo faccio per nascondere la verità, ma per sviscerare scrupolosamente i fatti”

    Lo scandalo pedofilia nella chiesa polacca aveva investito anche lo storico segretario di Papa Giovanni Paolo II, il cardinale Stanislaw Dziwisz. Adesso emergono nuovi particolari: un documentario andato in onda sulla tv polacca lo accusa di aver insabbiato gli abusi per anni. Un dossier suggerirebbe che Dziwisz avrebbe coperto il tutto in cambio di bustarelle, passate talvolta proprio dai responsabili delle violenze. Adesso lui chiede una commissione che faccia chiarezza sui fatti. “Rinnovo la mia proposta, affinché una commissione indipendente valuti le attività della Chiesa nelle questioni toccate da Tvn24” ha dichiarato l’ex segretario del Papa polacco poco dopo la presentazione del reportage.

    Tvn24 ha intervistato alcuni testimoni, i quali sostengono che Dziwisz avesse legami con i Legionari di Cristo e con l’ex cardinale di Washington Theodore McCarrick. “Sarei disposto a collaborare con una commissione del genere e ci conto per trasparenza. Voglio presentare scrupolosamente i fatti” ha aggiunto il cardinale, sostenendo che la cosa più importante è il bene delle vittime. “I bambini e i giovani non devono mai più subire le ingiustizie avvenute nel passato” ha concluso. Ad accusarlo per primo è stato Janusz Szymik, vittima di abusi per molti anni. Le molestie sarebbero state opera del sacerdote Jan Wodniak. Szymik aveva raccontato di aver scritto più volte al cardinale nel 2012, quando era titolare della diocesi di Cracovia, per denunciare le violenze subite tra il 1984 e il 1989. Non ebbe però mai risposta. Il fenomeno è di dimensioni talmente importanti che Gniezno Wojciech Polak, delegato dell’Episcopato per la protezione dei minori, si era appellato alla Santa Sede per chiedere di avviare procedure contro i vescovi insabbiatori. Anche i fedeli si appellano a Bergoglio: sono circa 635 le persone che hanno inviato un appello al Papa pubblicato da diverse testate giornalistiche nel mondo.

    Francesco aveva già intimato ai preti di riferire i casi di abusi sessuali ed eventuali insabbiamenti nel 2019, durante un summit sulla pedofilia convocato in Vaticano. Nel 2019 la Chiesa polacca ha ammesso che negli ultimi 30 anni quasi 400 membri del clero hanno abusato sessualmente di minori.

    Una serie di falsità, reticenze e omissioni che hanno permesso a McCarrick, ex cardinale, di abusare di bambini, giovani uomini e seminaristi nel corso di tutta la sua carriera. Theodore McCarrick oggi ha 90 anni e Papa Francesco lo ha costretto a dimettersi dal collegio cardinalizio il 27 luglio 2018 per poi spretarlo nel febbraio del 2019. Oggi, dopo due anni di ricerca, la Santa Sede pubblica il “rapporto McCarrick”, attesissimo negli Stati Uniti, con novanta interviste a testimoni e vittime.

    Il dossier conta una storia assai diversa rispetto al dossier di monsignor Carlo Maria Viganò, l’ex nunzio negli Usa in odore di scisma e sostenitore delle teorie del complotto (tra queste anche l’idea che il Papa stia “dalla parte del Nemico”). Proprio lui aveva chiesto nell’agosto del 2018 le dimissioni di Francesco sul caso McCarrick. Il Rapporto ora dice che la Santa Sede prese decisioni in base a informazioni “parziali e incomplete” e “fino al 2017 non arrivarono in Vaticano accuse circostanziate di abusi su minori”. Proprio tre anni fa si aprì il processo canonico che si è concluso con le decisioni di Francesco. Ai cardinali erano arrivate lettere di denuncia che però non erano state prese in considerazione poiché “non fornivano nomi e circostanze”. Le missive anonime, adesso, sono da conservare poichè secondo la Congregazione per la Dottrina della Fede “l’anonimato del denunciato non deve far ritenere falsa in modo automatico la notizia”.

    Nel frattempo, lo studio legale Anderson Associates, che da oltre vent’anni si batte per conto delle vittime delle molestie del clero, festeggia su twitter la pubblicazione del dossier. Gli avvocati scrivono infatti che il Rapporto della Santa Sede sul cardinale Theodore McCarrick “è il diretto risultato delle denunce di sopravvissuti e vittime che hanno trasformato l’ombra in luce, la luce in calore, il calore in pressione e la pressione in cambiamento”

    https://www.fanpage.it/attualita/pedofilia-nella-chiesa-accusato-il-segretario-di-wojtyla-prendeva-mazzette-per-coprire-abusi/

  • Vaticano, il rapporto su McCarrick: “Già nel 2000 era accusato di abusi su minori. Wojtyla decise personalmente di promuoverlo”

    Vaticano, il rapporto su McCarrick: “Già nel 2000 era accusato di abusi su minori. Wojtyla decise personalmente di promuoverlo”

    Presentato il rapporto praparato per volontà di Bergoglio dalla Segreteria di Stato sull’ex cardinale di Washington: fino al 2017 non era stata fornita alcuna prova della sua colpevolezza. Appena Francesco ebbe la certezza che il cardinale americano aveva commesso abusi sessuali su minori, gli tolse subito la porpora, nel 2018, unico caso finora nel suo pontificato, e poi, l’anno successivo, lo ridusse allo stato laicale. La scalata invece risale ai primi anni 2000, con Giovanni Paolo II che era a conoscenza di alcune accuse nei confronti del prelato americano

    “Fino al 2017, nessuno, né il cardinal Parolin, né il cardinal Ouellet, o l’arcivescovo Becciu o l’arcivescovo Viganò, ha fornito a Papa Francesco alcuna documentazione relativa agli addebiti contro McCarrick, comprese le lettere anonime risalenti ai primi anni ‘90”. È il passaggio più importante del dossier sull’ex cardinale di Washington, Theodore Edgar McCarrick, realizzato in due anni dalla Segreteria di Stato per volontà di Bergoglio. Dal rapporto, la cui pubblicazione, decisa dal Papa, segna un grande passo nella trasparenza sui casi di pedofilia e che non a caso viene divulgato dopo le elezioni americane, emerge che fino al 2017 non era stata fornita alcuna prova della colpevolezza dell’ex arcivescovo della capitale Usa. Appena Francesco ebbe la certezza che il cardinale americano aveva commesso abusi sessuali su minori, gli tolse subito la porpora, nel 2018, unico caso finora nel suo pontificato, e poi, l’anno successivo, lo ridusse allo stato laicale. “Papa Francesco – si legge sempre nel rapporto – aveva sentito dire soltanto che c’erano stati addebiti e voci relativi a una condotta immorale con adulti, avvenuta prima della nomina di McCarrick a Washington. Ritenendo che le accuse fossero già state esaminate e respinte da Giovanni Paolo II, benché consapevole che McCarrick fosse in attività durante il pontificato di Benedetto XVI, Francesco non vide la necessità di modificare la linea adottata negli anni precedenti”.

    Il dossier, dunque, smentisce quanto sostenuto dall’ex nunzio negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò, grande sostenitore di Donald Trump, che ha affermato di aver informato Bergoglio, pochi mesi dopo l’elezione, delle gravi accuse rivolte nei confronti di McCarrick senza però che il Papa agisse immediatamente. Per questo motivo, Viganò chiese a Francesco di dimettersi. “Nel giugno 2017, – si legge nel rapporto – l’arcidiocesi di New York apprese la prima accusa conosciuta di abuso sessuale di una vittima di età inferiore ai 18 anni compiuto da McCarrick agli inizi deli anni ’70. Poco dopo che l’accusa fu ritenuta credibile, Papa Francesco chiese le dimissioni di McCarrick dal Collegio dei cardinali. A seguito di un procedimento penale amministrativo condotto dalla Congregazione per la dottrina della fede, McCarrick fu giudicato colpevole di atti contrari al sesto comandamento del decalogo che hanno coinvolto minori e adulti, e su tale base venne dimesso dallo stato clericale”.

    Come è stato possibile che per lunghi decenni, e nell’arco di tre pontificati, i gravi reati commessi da McCarrick non furono mai provati dal Vaticano? E che nel 2000 Wojtyla decise di promuoverlo arcivescovo della capitale Usa e l’anno successivo nominarlo cardinale? Il rapporto risponde in modo molto chiaro a queste domande ripercorrendo la genesi delle due importanti scelte compiute dal Pontefice polacco. “La documentazione – si legge nel dossier – evidenzia che Papa Giovanni Paolo II prese personalmente la decisione di nominare McCarrick e lo fece dopo aver ricevuto il parere di diversi consiglieri di fiducia su entrambe le sponde dell’Atlantico”. McCarrick era stato nominato vescovo ausiliare di New York da San Paolo VI nel 1977 e nel 1981 San Giovanni Paolo II lo aveva trasferito alla guida della diocesi di Metuchen per poi promuoverlo, nel 1986, arcivescovo di Newark.

    Quando, nel 2000, si valutò l’opportunità affidargli l’arcidiocesi di Washington, l’allora cardinale arcivescovo di New York, John Joseph O’Connor, scrisse una lettera al Papa con le già gravi accuse che venivano fatte nei confronti del futuro porporato. Era stata notata, si legge nel rapporto, “l’attività sessuale di McCarrick con un altro sacerdote”. Inoltre, “una serie di lettere anonime, inviate alla Conferenza episcopale degli Stati Uniti, al nunzio apostolico e a vari cardinali negli Stati Uniti negli anni 1992 e 1993, accusavano McCarrick di pedofilia con suoi ‘nipoti’”. E ancora: “Si sapeva che McCarrick avesse condiviso il letto con giovani uomini adulti nella residenza del vescovo a Metuchen e Newark” e “si sapeva che McCarrick avesse condiviso il letto con seminaristi adulti in una casa al mare sulla costa del New Jersey”. La gravità di queste informazioni fece momentaneamente desistere il Papa dal procedere alla nomina, decisione sostenuta anche dall’allora nunzio apostolico negli Usa, l’arcivescovo Gabriel Montalvo, e dall’allora prefetto della Congregazione per i vescovi, il cardinale Giovanni Battista Re.

    Ma il Papa cambiò idea dopo che il 6 agosto 2000 McCarrick scrisse una lettera al segretario di Wojtyla, l’attuale cardinale Stanislaw Dziwisz, evidentemente informato del suo processo di nomina a Washington e delle accuse che lo avevano bloccato. In essa, McCarrick afferma: “Nei settanta anni della mia vita, non ho mai avuto rapporti sessuali con alcuna persona, maschio o femmina, giovane o vecchio, chierico o laico, né ho mai abusato di un’altra persona o l’ho trattata con mancanza di rispetto”. In precedenza, Wojtyla aveva chiesto un supplemento di indagine sulle accuse e i quattro vescovi del New Jersey interpellati “confermarono che McCarrick aveva condiviso il letto con giovani uomini, ma non indicavano con certezza che McCarrick avesse tenuto una qualche cattiva condotta sessuale”. Nel dossier si legge che “ciò che si sa ora, grazie alle indagini compiute per la preparazione del rapporto, è che tre dei quattro vescovi americani fornirono alla Santa Sede informazioni non accurate e, inoltre, incomplete circa la condotta sessuale di McCarrick con giovani adulti. Queste informazioni inesatte sembrano aver probabilmente influenzato le conclusioni dei consiglieri di Giovanni Paolo II e, di conseguenza, dello stesso Giovanni Paolo II”. Inoltre, “Papa Giovanni Paolo II conosceva McCarrick da tempo, dopo averlo incontrato per la prima volta alla metà degli anni ’70. McCarrick interagì con lui frequentemente, sia a Roma che durante i viaggi all’estero, inclusa la visita del Papa a Newark nel 1995 e in occasione dei soggiorni annuali a Roma per la Papal Foundation. La relazione diretta di McCarrick con Giovanni Paolo II ebbe probabilmente un impatto sul processo decisionale del Papa”.

    Un capitolo importante, da non sottovalutare, è invece quello che avvenne sotto il pontificato di Ratzinger. “All’inizio del pontificato di Benedetto XVI, – si legge nel rapporto – le informazioni ricevute dalla Santa Sede relative alla condotta di McCarrick furono generalmente simili a quelle che erano state a disposizione di Giovanni Paolo II al momento della nomina a Washington. Poco dopo la sua elezione nell’aprile 2005, su raccomandazione del nunzio apostolico e della Congregazione per i vescovi, Papa Benedetto XVI prolungò di due anni il mandato di McCarrick a Washington, mandato che fu considerato un successo”. Ma poi, sulla base di nuove accuse, “la Santa Sede cambiò drasticamente il suo orientamento e cercò con urgenza un nuovo arcivescovo per la sede di Washington, richiedendo a McCarrick di dimettersi ‘spontaneamente’ dall’ufficio dopo la Pasqua del 2006”. Dal rapporto emerge, inoltre, che in questo periodo monsignor Viganò, da delegato per le rappresentanze pontificie, aveva segnalato ai superiori della Segreteria di Stato le informazioni giunte dalla nunziatura, sottolineandone la gravità. Ma, mentre lanciava l’allarme, anche lui comprendeva di non trovarsi di fronte ad accuse provate. L’allora cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, affrontò la questione direttamente con Benedetto XVI. In quel contesto, in assenza di vittime minorenni, e trattandosi di un porporato ormai dimesso dall’incarico, venne deciso di non aprire un formale processo canonico per investigare su McCarrick. Una scelta che oggi suona come un grave errore.

    Twitter: @FrancescoGrana

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/10/vaticano-il-rapporto-su-mccarrick-gia-nel-2000-era-accusato-di-abusi-su-minori-wojtyla-decise-personalmente-di-promuoverlo/5998395/?fbclid=IwAR1W7MMzLzA5hLalh5L_LGThaqx8HayAzIGuCidGzuBi3cn3aEmWQMqEuTg

  • Santa impunità: sacerdoti violentatori del Provolo de la Plata, salvati dalla prescrizione

    Santa impunità: sacerdoti violentatori del Provolo de la Plata, salvati dalla prescrizione

    I giudici Violini e Borinsky della Camera di Cassazione si sono arresi all’atrio della Chiesa cattolica e hanno affermato che Nicola Corradi, Eliseo Pirmati e Jorge Brítez non dovrebbero essere perseguiti nonostante le prove schiaccianti, le testimonianze dei superstiti e le indagini della procura Cecilia Corfield.

    Nel pomeriggio di questo venerdì il Potere Giudiziario della provincia di Buenos Aires ha dato un duro schiaffo ai sopravvissuti agli abusi, alle torture e ad altri tormenti praticati dalla banda dell’Istituto per bambini sordi Antonio Provolo de La Plata, composta dal i sacerdoti Nicola Corradi ed Eliseo Pirmati insieme a dipendenti come Jorge Brítez.

    Secondo i giudici, le innumerevoli prove e le testimonianze dirette di sopravvissute agli abusi e alle torture che Corradi, Pirmati, Brítez e altri membri del Provolo hanno commesso negli anni ’80 e ’90, non bastano a stravolgere la sacrosanta (e sempre malleabile) prescrizione “Di crimini.

    I giudici della Camera di Cassazione non si sono fatti cambiare idea nemmeno dalle storiche condanne di Corradi (42 anni di carcere) e del sacerdote Horacio Corbacho (45 anni di condanna), avvenute a Mendoza un anno fa.

    E tanto meno l’inchiesta della procura Cecilia Corfield, che dopo aver ascoltato le vittime, aver fatto irruzione nel Provolo platense e verificato che stessero dicendo la verità , vedendo l’insabbiamento dell’arcidiocesi di La Plata contro i suoi criminali e dimostrando che i crimini sono ancora in vigore, ha chiesto nell’ottobre 2019 l’elevazione a processo per Corradi, Pirmati e Brítez (nella prima fase di una causa che coinvolge molti più colpevoli).

    Come se fossero veri avvocati di Monsignor Héctor Aguer e Víctor Fernández (perché no, lo stesso Papa Francesco), i giudici Víctor Violini e Mariano Borinsky hanno firmato una sentenza in cui hanno deciso di accogliere la richiesta di difesa del professor Brítez, il l’unico degli imputati che è detenuto a La Plata. Vale la pena ricordare che Corradi (oggi 85 anni) sta scontando la sua pena a Mendoza e Pirmati è stato inviato a Verona (Italia) dall’arcivescovado di La Plata alla fine del 2017, quando si sapeva che sarebbe stato raggiunto dal caso giudiziario.

    Nella loro sentenza, scandalosa sotto ogni punto di vista, giovedì Violini e Borinsky hanno affermato che poiché gli abusi e le torture citati sono avvenuti tra il 1982 e il 1993, non è possibile processare gli accusati perché i crimini sono anteriori alla promulgazione. della legge sull’imprescrittività dei reati sessuali. “L’applicazione retroattiva della legge penale nei confronti degli imputati viola i principi di legalità e giusto processo”, si sono schermati i giudici in chiaro allineamento con la Curia e la sua “pecora smarrita”.

    Ciò significa che per i giudici non è che i crimini non esistessero lontano da esso, ma che non possono essere giudicati da una formalità legale. Così? Quindi il professor Brítez può essere rilasciato, il sacerdote Corradi può sentirsi soddisfatto dal suo luogo di detenzione domiciliare e Pirmati, che è stato oggetto di una richiesta di estradizione dal pm Corfield, può continuare a godersi le sue giornate (e notti) a Verona senza chiedere scusa a chiunque.

    Corradi è stato negli anni ’70, ’80 e ’90 il boss del Provolo platense, governando la vita e i desideri di decine di giovani sordi che vivevano da “alunni” nell’istituto. Il sacerdote italiano era stato trasferito dall’altra parte dell’Oceano Atlantico quando gli abusi commessi per decenni a Verona erano divenuti palesi (molte delle sue vittime erano già adulte e avevano cominciato a parlare).

    Per molti anni, a causa della prevalente impunità (l’arcidiocesi di La Plata era a conoscenza di questi crimini e non li ha mai denunciati), le vittime della banda sacerdotale del Provolo de La Plata hanno tenuto segrete le loro orribili esperienze. E ‘quanto ha raccontato a questo giornale Daniel Sgardelis di Salta , ormai adulto, uno degli ex studenti di Provolo che ha deciso di diventare attore dopo che sono venute alla luce le testimonianze aberranti delle vittime di Mendoza.

    Le storie dei bambini del Provolo de Luján de Cuyo sono state il fedele “specchio” in cui Sgardelis e altri sopravvissuti si sono visti riflessi e hanno deciso di infrangere i loro subdoli segreti e denunciare gli stessi criminali di cui si parlava a Mendoza e in Italia .

    Alla domanda sulla sentenza della Corte d’Appello di La Plata, la superstite Platense Julieta Añazco (pioniera in Argentina degli abusi anti ecclesiastici e fondatrice dell’organizzazione Church No Abuses), ha detto a Left Journal ripudiando “Assolutamente questo arbitrario sentenza, poiché i giudici non applicano la Legge 27.206 sul rispetto dei tempi delle vittime. Non possiamo credere che questa istanza sia stata raggiunta ”.

    Riguardo alle conseguenze di sentenze come questa sulle vittime, Añazco ha affermato che “i giudici sanno che è così che fanno smettere di parlare e comparire in tribunale possibili querelanti, vittime e sopravvissuti. Anche le persone che hanno già denunciato i sacerdoti per abusi sessuali, di fronte a queste sentenze, spesso rinunciano a continuare. Non possiamo permetterlo, chiediamo giustizia, verità e riparazione ”.

    Inutile dire che la ricerca della “prescrizione” giudiziaria dei reati di abusi sessuali e altre torture praticati da preti, suore e laici legati alla Chiesa cattolica è una delle strategie di difesa più utilizzate dalla curia. Non potendo negare l’esistenza dei crimini, a meno che non possano essere processati e condannati.

    Non sorprende che la notizia della sentenza dei giudici Violini e Borinsky sia giunta in Vaticano senza indugio. Lì hanno celebrato questa nuova pietra miliare nella lunga storia di impunità accumulata dalla Chiesa cattolica. Jorge Bergoglio, lui stesso un insabbiamento per diversi stupratori e torturatori, sicuramente oggi ha gridato “alleluia”. E il suo amico personale, l’arcivescovo di La Plata, Víctor “Tucho” Fernández, per non parlare.


    https://www.laizquierdadiario.com/Santa-impunidad-curas-violadores-del-Provolo-de-La-Plata-salvados-por-prescripcion

  • Polonia, Francesco punisce il cardinale Gulbinovicz insabbiatore e gay, mentre Dziwisz difende Wojtyla

    Polonia, Francesco punisce il cardinale Gulbinovicz insabbiatore e gay, mentre Dziwisz difende Wojtyla

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – In Polonia – patria di San Giovanni Paolo II – sta saltando il formidabile tappo delle coperture che i vertici della Chiesa polacca hanno fornito per anni a tanti preti pedofili, spesso spostati da una parrocchia all’altra, ignorando puntualmente le denunce delle vittime. Dopo una indagine interna il Vaticano, attraverso la nunziatura di Varsavia, ha comunicato le punizioni per il cardinale Henryk Gulbinowicz. Come spiega il gesuita polacco Erik Gumulak, in un articolo su Vatican News, è responsabile di atti omosessuali, abusi e di avere collaborato con la polizia sotto la dittatura comunista. Probabilmente era ricattato per le sue attività omosessuali.

    Francesco gli ha imposto il divieto di partecipare a qualsiasi celebrazione o riunione pubblica, di usare le insegne vescovili, di essere sepolto in cattedrale (nel caso morisse, visto che ha 97 anni). Inoltre gli è stato imposto di devolvere un’adeguata somma di denaro come donazione per le attività della Fondazione San Giuseppe, istituita dalla Conferenza Episcopale Polacca per sostenere le attività della Chiesa a favore delle vittime di abusi sessuali, per la loro assistenza psicologica e la prevenzione e l’educazione delle persone responsabili della protezione dei minori.

    Un passaggio del genere da parte di Papa Francesco costituisce un segnale importante per una delle Chiese più importanti d’Europa, patria di San Giovanni Paolo II, dove vive anche il cardinale Stanislaw Dziwisz, influente ex segretario personale di Wojtyla, anch’egli finito sotto i riflettori per una serie di accuse relative all’insabbiamento di abusi.

    Accuse che però Dziwisz, in una intervista a TVN24, non solo nega con tutte le forze ma rimanda a chi gestiva all’epoca la Segreteria di Stato, vale a dire il cardinale Sodano. Non solo. In questo modo Dziwisz ha negato che Giovanni Paolo II fosse a conoscenza dei crimini commessi da Marcial Maciel Degollado, criminale e abusatore seriale di bambini, nonché fondatore dei Legionari di Cristo.

    Il caso di insabbiamento che, invece, viene imputato a Dziwisz, all’epoca in cui gestiva la diocesi di Cracovia – dal 2005 al 2016 – è di non avere dato seguito alla lettera di una vittima, Janusz Szymik, abusata da un sacerdote, padre Jan Wodniak. Dziwisz afferma di non avere mai avuto questa lettera anche se un prete di Cracovia conferma di avergliela consegnata nelle mani  nel 2012.

    «Non ricordo conversazioni in merito», ha detto Dziwisz a TVN24, spiegando che la questione non poteva riguardarlo, poiché Wosniak non apparteneva all’arcidiocesi di Cracovia, ma alla vicina diocesi di Bielsko-Zywiec. «Non posso avere sulla coscienza un fatto che non conosco. Anzi. E’ impossibile. Se avessi saputo tutti i dettagli, avrei reagito, anche se non avrei avuto il diritto di farlo perché si trattava di una diocesi diversa dalla mia».

    L’accusa di Isakowicz-Zaleski contro Dziwisz sta attirando l’attenzione di tutta l’opinione pubblica polacca poiché il sacerdote è il fondatore della Fondazione Fratel Alberto, uno dei più grandi gruppi no profit del Paese che aiuta i disabili fisici o mentali.

    Dziwisz già segretario di Giovanni Paolo II dal 1978 al 2005 nega anche che sia mai stato a conoscenza del caso di Marcial Maciel Degollado (il fondatore dei Legionari di Cristo morto negli Usa nel 2008, senza avere avuto in Vaticano nessun processo, solo la sanzione di non poter esercitare il suo ministero in pubblico e di ritirarsi a vita privata).

    Le prime denunce sui crimini di Maciel arrivarono in Vaticano verso la metà degli anni Novanta. Dziwisz ha ripetuto che Giovanni Paolo II «non ha mai nascosto nulla, non ha mai coperto tali questioni».

    «Quando queste cose cominciarono a venire fuori, chiesi a uno dei collaboratori di Maciel se ne fosse a conoscenza; egli rispose che nessuno dei Legionari ne aveva sentito parlare. Ho sentito dire che in questa vicenda la colpa è di Giovanni Paolo II o mia, ma posso dire che mentre ero in Vaticano non ne ho mai sentito parlare».

    Dziwisz ha smentito anche di avere mai ascoltato voci sulle condotte di due cardinali pedofili, l’americano Theodore McCarrick – al quale Francesco ha tolto la porpora due anni fa – e l’austriaco Hans Groër, morto in un convento senza alcuna punizione da parte della Santa Sede. Sia McCarrick che Groër erano stati nominati da Giovanni Paolo II.

    A questo punto Dziwisz sembra scaricare le responsabilità su Sodano che all’epoca dei fatti gestiva la Segreteria di Stato: «Non credo che queste siano domande per me, perché non sono stato io. Queste cose accadevano in Segreteria di Stato. Giovanni Paolo II non aveva paura di tali questioni», ha detto il cardinale.

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