Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Accusato di violenza sessuale, l’ex parroco di Corato davanti al gip: “Sono innocente”

    Accusato di violenza sessuale, l’ex parroco di Corato davanti al gip: “Sono innocente”

    Ha respinto le accuse e ribadito la propria innocenza don Vito Martinelli, ex parroco della chiesa Sacro Cuore di Gesù di Corato, agli arresti domiciliari dal 10 ottobre con l’accusa di violenza sessuale aggravata e continuata.

    Questa mattina il sacerdote ha reso dichiarazioni spontanee durante l’interrogatorio di garanzia davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, Domenico Zeno. A riferirlo è l’agenzia Agi, che ha raccolto le dichiarazioni degli avvocati difensori Rinaldo Alvisi e Salvatore D’Aluiso.

    La difesa contesta le accuse
    I legali del parroco hanno adottato la linea difensiva delle dichiarazioni spontanee. Secondo i difensori, durante l’interrogatorio Martinelli ha affermato con fermezza la propria innocenza e l’infondatezza delle contestazioni. L’ordinanza cautelare riguarda presunte condotte commesse tra novembre 2024 e ottobre 2025. Secondo la ricostruzione accusatoria, il sacerdote avrebbe approfittato del proprio ruolo di guida spirituale e del rapporto di fiducia instaurato con un giovane per costringerlo a subire atti sessuali.

    Le indagini sono state condotte dalla Squadra Mobile di Bari e coordinate dalla Procura di Trani. Le accuse dovranno essere verificate nel corso del procedimento e l’indagato è presunto innocente fino a un’eventuale condanna definitiva.

    Chiesto l’incidente probatorio
    Nella giornata di ieri il pubblico ministero Francesco Chiechi ha chiesto l’incidente probatorio. La difesa attende che venga fissata la data per ascoltare la persona offesa e sviluppare la propria linea difensiva.

    https://www.baritoday.it/cronaca/interrogatorio-don-vito-martinelli-corato-violenza-sessuale.html

  • Il papa in ospedale. E va in onda il giornalismo più becero e grottesco, quello italiano, un insulto all’informazione e ai cittadini

    Il papa in ospedale. E va in onda il giornalismo più becero e grottesco, quello italiano, un insulto all’informazione e ai cittadini

    Altro che toccare il fondo, la stampa italiana (e non solo) questa volta lo ha persino bucato.

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    E quello che per i soli media italiani pare essere “l’ombelico del mondo” tanto da arrivare a titoli squallidi come quello di TGcom 24 (nella foto) che arriva persino a criticare la stampa estera per non essersi genuflessa alla pecorina come quella italiana. Ci si domanda “stando ai titoloni dei media italiani” chissà quante persone non potranno sopravvivere perché il Papa è ricoverato; quanti per lo stresso motivo non avranno lo stipendio questo mese; quanti in Italia non potranno più camminare, mangiare, fare benzina ecc. perché il Papa è stato ricoverato… E adesso chi guiderà il Vaticano durante la sua degenza?

    Parliamo della stessa stampa che, guardando l’altra faccia della medaglia, è da sempre incapace di fare una informazione vera e obbiettiva, l’unica al mondo che è stata persino incapace di fare un’inchiesta giornalistica sulla pedofilia del clero italiano. Da più di dieci anni riporta, ogni tanto qualche caso, nulla di piu.

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    Quella che oramai da anni, quando parla di pedofilia nel clero, non chiede più neppure un contradittorio alle vittime.

    La stessa che non è capace neppure di chiedere al presidente della CEI Matteo Zuppi come mai promuove a una congregazione mons. Rosario Gisana, sotto processo nel tribunale di Enna e per il quale il pubblico ministero chiede due anni di carcere senza il beneficio della condizionale, in quanto avrebbe mentito in favore dello stupratore Giuseppe Rugolo, oggi condannato a tre anni in via definitiva. Sempre a Zuppi, forse andrebbe chiesto perché la CEI non ha preso provvedimenti (come ha fatto la magistratura) verso Gisana? Eppure lo stesso Motu proprio, tanto lodato dai media, lo prevede!

    Sempre la stessa stampa che è incapace di chiedere al Papa, quando la chiesa italiana inizierà come nel resto d’Europa, anche in Italia, a riconoscere e indennizzare le vittime dei preti pedofili, anziché vantare falsamente quello che i Governi di tutta Europa hanno ottenuto per i propri cittadini, mettendo la chiesa all’angolo, e non grazie al Papa.

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    La stessa stampa che per sola imparzialità, proprio in occasione di questo ricovero papale, avrebbe potuto sollevare, almeno il problema sanitario italiano, anziché offendere ed umiliare milioni di cittadini italiani rimasti oramai senza cure e senza alcuna assistenza medica.

    Un’informazione che sarebbe meglio, a questo punto non ci fosse in quanto in Italia è pura disinformazione.

    …E chissà, a questo punto, quanti giornalisti non prenderanno lo stipendio questo mese, perché il Papa è ricoverato…

    Di seguito la “galleria foto” dei principali titoli apparsi sui media italiani…

  • ENNA – Il Pubblico Ministero chiede due anni di carcere senza sospensione della pena per Gisana e Murgano

    ENNA – Il Pubblico Ministero chiede due anni di carcere senza sospensione della pena per Gisana e Murgano

    IL pm Santo Di Gregorio, nel corso dell’udienza con rito abbreviato, che vede imputata per falsa testimonianza il vescovo della diocesi di Piazza Armerina, Rosario Gisana e il suo vicario giudiziale, attuale parroco della chiesa madre di Enna, Vincenzo Murgano, ha chiesto due anni di carcere senza sospensione della pena e con la richiesta espressa dell’esclusione delle attenuanti.

    La sentenza è prevista per il prossimo 11 dicembre. I due prelati, assistiti e rispettivamente dagli avvocati Pierfrancesco Bruno, del foro di Roma e Gabriele Cantaro, e Mauro Di Natale e Francesco Petralia, sono accusati di avere mentito su circostanze rilevanti nel corso del processo al sacerdote Giuseppe Rugolo, poi condannato in via definitiva a tre anni di carcere.

    Erano state le motivazioni della sentenza a stigmatizzare l’atteggiamento di Gisana il cui comportamento era stato definito “facilitatore degli abusi”.

    Gisana e Murgano erano assenti, presente, invece, Antonio Messina, assistito dall’avvocata Eleanna Parasiliti Molica, unica parte civile ammessa nel processo, dalla cui denuncia è partita l’inchiesta .

  • EX PROF. DI RELIGIONE ACCUSATO DI PEDOFILIA: IL 23 SETTEMBRE L’UDIENZA PRELIMINARE

    EX PROF. DI RELIGIONE ACCUSATO DI PEDOFILIA: IL 23 SETTEMBRE L’UDIENZA PRELIMINARE

    Tornerà in tribunale a Padova e comparirà davanti al giudice Francesco Saviane 36enne trevigiano ex professore di religione accusato di pedofilia. || Comparirà davanti al giudice dell’udienza preliminare il 23 settembre Francesco Saviane.

    L’ex professore di religione dell’Istituto Barbarigo è atteso in Tribunale a Padova, per lui l’accusa di violenza sessuale nei confronti di sette minori aggravata dal fatto di aver agito nei luoghi di formazione o nelle loro vicinanze, i ragazzi e le ragazze sarebbero stati avvicinati a scuola o durante attività extrascolastiche.

    Saviane ha chiesto e ottenuto di essere giudicato con il rito abbreviato un percorso che prevede il processo già in sede di udienza preliminare saltando la fase del dibattimento e basandosi sulle prove raccolte solo durante la fase di indagine preliminare dal pubblico ministero.

    Il giudice aveva disposto nei mesi scorsi per il 36enne la scarcerazione dagli arresti domiciliari che stava scontando nel suo paese d’origine nel trevigiano, con l’obbligo però di non tornare a Padova città dove erano avvenuti gli episodi di abusi che gli vengono contenstati.

    (Servizio di Valentina Visentin)  https://antennatre.medianordest.it

  • Drogava le vittime e le violentava in parrocchia: sacerdote condannato a 52 anni

    Drogava le vittime e le violentava in parrocchia: sacerdote condannato a 52 anni

    AGI – Il sacerdote di Malaga accusato di aver drogato e abusato sessualmente di quattro donne tra il 2014 e il 2018, atti che avrebbe filmato e che sono stati scoperti dalla sua compagna su un computer nella casa che condividevano a Melilla, è stato condannato a 52 anni di carcere dal Tribunale provinciale di Malaga. L’imputato, 35 anni, noto come Padre Fran, è stato riconosciuto colpevole di quattro capi d’accusa di violenza sessuale, tre dei quali con penetrazione, e quattro capi d’accusa di divulgazione di informazioni private, entrambi di natura continuativa, secondo la sentenza, ottenuta dall’agenzia EFE.

    La dinamica delle aggressioni e il valore delle prove video

    Il giudizio della Corte sull’assoluto disprezzo della dignità umana

    https://www.agi.it/estero/news/2026-07-09/spagna-sacerdote-condannato-abusi-37940396/

  • Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Il catechista era un orco 9 anni per abusi su minori

    Valguarnera. Incassata la condanna a 9 anni e 4 mesi per gli abusi sessuali subiti dalle loro figlie da un catechista, le famiglie delle due vittime, hanno trasmesso gli atti alla curia vescovile di Piazza Armerina chiedendo che si adottino le misure necessarie a impedirgli ogni contatto con minori.

    L’uomo, è stato condannato con pena superiore alla richiesta del pubblico ministero che era di 6 anni e 8 mesi, al termine del processo celebrato con rito abbreviato dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Enna, Ornella Zelia Futura Maimone, per violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenni avrebbe continuato a frequentare quei luoghi.

    Parti civili le famiglie assistite dagli avvocati del foro di Agrigento Arnaldo Faro e Concetta Maria Rosa Bonanno.

    Per l’ accusa l’uomo, un catechista, avrebbe adescato le bambine all’epoca minori di 14 anni in ambienti ecclesiastici. Una sarebbe stata costretta a subire atti sessuali in più occasioni, tra novembre e dicembre 2021, mentre sull’altra, gli abusi sarebbero avvenuti  il 5 gennaio 2022, mentre la bambina era nella sua abitazione e gli era stata affidata.

    Contestato anche  il reato di corruzione di minore: dal gennaio 2022 fino all’aprile 2023, periodo in cui avrebbe compiuto ripetuti atti sessuali in presenza di una delle vittime, costringendola ad assistere attraverso videochiamate su whatsApp, per coinvolgerla e ottenerne apprezzamenti a sfondo sessuale.

    Disposta in sentenza l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico legato alla tutela e alla cura di minori, la perdita del diritto agli alimenti, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la sospensione dall’esercizio di professioni o arti. Nel corso del procedimento la difesa aveva chiesto l’accesso ai programmi di giustizia riparativa, ma il giudice ha respinto la richiesta a tutela delle minori.

    Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso ha cosi commentato  “è sconcertante che, dopo una condanna, le famiglie debbano ancora chiedere alla diocesi di impedire che si possa fare ancora altro male a minori in ambienti ecclesiastici  e che quella persona ancora li frequente.

    È devastante per le coscienze di tutti, non solo a fronte di quanto la Chiesa cattolica dice di volere a parole fare a contrasto della pedofilia ma anche pensando all’impatto che il caso Rugolo avrebbe dovuto generare.

    Ancora una volta le famiglie devono chiedere tutela mentre dovrebbe essere un dovere delle diocesi  a monte garantirlo”.

    Tiziana Tavella

  • Abusi su minori, catechista condannato a 9 anni di carcere

    Abusi su minori, catechista condannato a 9 anni di carcere

    Avrebbe adescato le bambine all’epoca minori di 14 anni in ambienti ecclesiastici dove l’uomo era molto attivo come catechista.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Enna, Ornella Zelia Futura Maimone, ha condannato a nove anni e quattro mesi di reclusione un uomo residente in un comune dell’ennese con l’accusa di violenza sessuale aggravata e corruzione di minorenne ai danni di due bambine rappresentate dagli avvocati del foro di Agrigento Arnaldo Faro e Concetta Maria Rosa Bonanno.

    L’uomo avrebbe costretto con violenza una delle due vittime a subire atti sessuali in più occasioni, tra novembre e dicembre 2021. Per la seconda vittima, gli abusi si sarebbero consumati il 5 gennaio 2022, approfittando del fatto che la bambina si trovava ospite presso la sua abitazione e a lui affidata. A questi episodi si aggiunge il reato di corruzione di minorenne: dal gennaio 2022 fino all’aprile 2023. La condanna, con rito abbreviato, supera quanto richiesto dal pubblico ministero, che aveva chiesto una pena di sei anni e otto mesi.

    Oltre alla reclusione, il giudice ha disposto l’interdizione perpetua da qualsiasi incarico legato alla tutela e alla cura di minori, la perdita del diritto agli alimenti, l’interdizione temporanea dai pubblici uffici e la sospensione dall’esercizio di professioni o arti. È stata inoltre ordinata la confisca e la distruzione del materiale sotto sequestro, oltre alla condanna al risarcimento del danno in favore delle parti civili e al pagamento delle spese processuali.

    Nel corso del procedimento la difesa aveva chiesto l’accesso ai programmi di giustizia riparativa, ma il giudice ha respinto la richiesta ritenendo che tale percorso avrebbe potuto esporre le bambine a ulteriori danni psicologici e fisici. A seguito della sentenza, i genitori delle bambine hanno deciso di trasmettere gli atti alla curia vescovile, affinché vengano adottate le misure necessarie a impedire all’uomo qualsiasi contatto con minori in ambienti ecclesiastici, luoghi che egli frequenta tuttora.

    https://www.rainews.it/tgr/sicilia/articoli/2026/06/piazza-armerina-9-anni-e-4-mesi-di-carcere-a-un-catechista-per-abusi-su-due-bambine-b791967a-766c-4e04-9698-b4befd4378b8.html

  • MAGISTRATURA, AUTONOMIA E GARANZIE PER I CITTADINI

    MAGISTRATURA, AUTONOMIA E GARANZIE PER I CITTADINI

    “L’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei magistrati, ma una garanzia per i cittadini.”

    (Giuseppe Dossetti)

    –O=O=O–

    Nel dibattito pubblico sul referendum attinente alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, la questione viene spesso presentata come tecnica, quasi neutrale. In realtà, è una delle questioni più delicate dell’architettura costituzionale: riguarda il modo in cui una democrazia tutela i diritti dei cittadini e mantiene l’equilibrio tra i poteri dello Stato.

    La mia formazione di avvocato si colloca nella tradizione laica della cultura costituzionale repubblicana, segnata dal pensiero di Costantino Mortati, Piero Calamandrei e Giuseppe Dossetti, e successivamente approfondita da studiosi come Gustavo Zagrebelsky e Franco Bricola. Il contributo teorico di Bricola ha sottolineato con particolare rigore come il diritto penale debba essere letto alla luce dei principi costituzionali, configurandosi non come uno strumento di espansione del potere punitivo dello Stato, ma come un sistema di garanzie volto a limitarlo entro i confini tracciati dalla Costituzione.

    Essi hanno evidenziato come l’indipendenza della magistratura e la funzione del pubblico ministero non siano privilegi corporativi, ma strumenti essenziali per garantire l’effettività dei diritti fondamentali.

    Questa impostazione, che ha profondamente segnato la cultura giuridica italiana del secondo Novecento, richiama con forza il ruolo della giurisdizione come presidio dei diritti fondamentali e come argine istituzionale rispetto a ogni possibile squilibrio tra i poteri dello Stato.

    L’articolo 104 della Costituzione stabilisce che la magistratura costituisce «un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato». Questo principio nasce da una lezione storica precisa: durante il regime fascista, la subordinazione della giurisdizione al potere politico contribuì alla compressione delle libertà fondamentali. Il giudice e il pubblico ministero sono dunque presidi istituzionali, garanti dei diritti dei cittadini soprattutto quando l’esercizio del potere eccede i limiti costituzionali.

    All’interno di questo disegno costituzionale il Consiglio Superiore della Magistratura svolge una funzione decisiva perché rappresenta lo strumento attraverso cui l’indipendenza si realizza concretamente, sottraendo le carriere al controllo diretto dell’esecutivo.

    Per Dossetti, l’autogoverno era essenziale per prevenire interferenze politiche. Critiche sul funzionamento del CSM possono essere legittime, ma è fondamentale distinguere tra riforme utili a migliorare l’efficienza e interventi che rischiano di alterare l’equilibrio costituzionale.

    Nella disputa, tra i sostenitori della separazione delle carriere, viene spesso citato il peso delle correnti nella magistratura. Il tema esiste, ma va chiarito: le correnti non derivano dall’unità tra giudici e pubblici ministeri né dalla struttura delle carriere. Sono espressione del pluralismo culturale interno e delle dinamiche elettive dell’autogoverno. Anche in un sistema con carriere separate continuerebbero a esistere gruppi associativi e rappresentanza interna.

    Ridurre il problema delle correnti alla separazione delle carriere significa confondere piani differenti: la questione reale è trasparenza e responsabilità nell’autogoverno, non l’assetto costituzionale.

    Chi sostiene la separazione delle carriere, ritiene che rafforzerebbe la terzietà del giudice. La proposta merita attenzione, ma richiede verifica rigorosa sul piano costituzionale. L’unità tra giudici e pubblici ministeri non è una anomalia corporativa: riflette la funzione del PM, chiamato a ricercare la verità processuale nella sua interezza. L’articolo 112 della Costituzione stabilisce l’obbligatorietà dell’azione penale, che implica perseguire i reati senza discriminazioni e raccogliere prove sia a carico sia a favore dell’indagato.

    Separare le carriere potrebbe trasformare il pubblico ministero in una figura più simile al prosecutor anglosassone, orientata all’accusa e più esposta a possibili influenze politiche, con conseguente indebolimento delle garanzie per i cittadini. La collettività rischierebbe di perdere l’effettiva uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.

    Spesso si sostiene che la separazione delle carriere possa ridurre i tempi dei processi. L’esperienza nelle aule di giustizia mostra che le cause della lentezza sono strutturali: carenze croniche di organico, disfunzioni organizzative, digitalizzazione insufficiente, sovraccarico delle cancellerie. La separazione delle carriere non incide su questi fattori.

    La lentezza della giustizia ha effetti concreti. In un processo per stalking seguito dallo scrivente, la querela risale al 2020, con fatti protrattisi per tre anni. Nella recente udienza fissata alle 12, l’esame della vittima è iniziato alle 17.40, dopo oltre trenta procedimenti trattati senza pausa. Nonostante il rischio di prescrizione, l’udienza successiva è stata fissata a sei mesi di distanza per carico di lavoro.

    Questa prassi evidenzia che il problema non è l’assetto delle carriere, ma la disponibilità concreta delle risorse: analogamente a quanto accade nei pronto soccorso o nella sanità pubblica, dove ritardi di ore o mesi incidono sulla tutela della salute. La disponibilità economica può fare la differenza: chi può rivolgersi al privato accede a cure o indagini più rapide, chi non può resta svantaggiato, rischiando di aggravare la malattia.

    Il principio di uguaglianza davanti alla legge non vive solo nelle norme, ma nella capacità dello Stato di accertare i fatti attraverso indagini approfondite e imparziali. Non tutti i cittadini partono dallo stesso punto: chi dispone di risorse economiche può avvalersi di difese private, consulenze tecniche e investigatori. Chi appartiene a contesti fragili — donne vittime di violenza, minori, migranti, persone economicamente marginalizzate — dipende molto più dall’efficacia dell’indagine pubblica.

    In questo senso, il pubblico ministero svolge una funzione di riequilibrio: non solo sostenere l’accusa, ma verificare i fatti nella loro interezza. Nei procedimenti di violenza sessuale, soprattutto quando le vittime sono minorenni, è spesso necessario dimostrare l’effetto del trauma psicologico, del disturbo post-traumatico da stress e dei fenomeni dissociativi conseguenti. Ciò, soprattutto nella sede civile risarcitoria, richiede consulenze tecniche specializzate, che per molte vittime costituiscono un ostacolo economico insormontabile. Anche con il patrocinio a spese dello Stato, le risorse disponibili possono risultare insufficienti.

    Proprio per questo, l’efficacia della tutela dipende dalla qualità dell’attività investigativa pubblica. Saper riconoscere le manifestazioni del trauma, cogliere segnali di rischio e agire tempestivamente può fare la differenza tra prevenzione e tragedia. L’episodio di Messina, in cui una donna vittima di maltrattamenti è stata uccisa dal partner che aveva evaso dagli arresti domiciliari, evidenzia quanto sia cruciale l’impiego effettivo delle misure preventive — dal braccialetto elettronico alla custodia cautelare — e la tempestività nell’attuazione delle stesse. Il caso è diventato un simbolo delle criticità nel sistema di prevenzione della violenza di genere.

    In questo contesto, l’avvocato che assiste persone vulnerabili diventa un presidio essenziale di tutela dei diritti fondamentali. La sua attività non si limita alla difesa tecnica: media tra la persona fragile che assiste e il sistema giudiziario, aiuta a comprendere i diritti, a superare la paura di denunciare e a orientarsi in procedure spesso complesse. Tuttavia, la funzione difensiva non può sostituirsi affatto all’attività investigativa pubblica: se questa perde profondità, il rischio seriamente incombente è che le vittime più vulnerabili non vedano riconosciute le proprie ragioni.

     Il referendum sulla separazione delle carriere non riguarda soltanto l’organizzazione interna della magistratura. Riguarda il modello di giustizia che vogliamo per la nostra democrazia costituzionale. Il monito di Dossetti conserva straordinaria attualità: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per la libertà dei cittadini.

    Ogni riforma va valutata sulla base della sua capacità di preservare l’equilibrio tra i poteri dello Stato e di assicurare una tutela effettiva dei diritti, principalmente per le persone più vulnerabili.  E l’uguaglianza non si misura solo nelle norme scritte, ma nella concreta possibilità di ogni cittadino — anche il più fragile — di vedere riconosciuta la verità dei fatti.

    Roma, 14/03/2026

    Avv. Mario Caligiuri

    (RESP. DELL’OSSERVATORIO PER LA TUTELA DELLE VITTIME DI RETE L’ABUSO)

  • Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»

    Pedofilia e denaro, don Marino tuona: «Dio non archivia»

    ALBIGNASEGO – «Dio non archivia». Ancora una volta è alle pagine virtuali dei social network che don Marino Ruggero affida i propri criptici ma mordaci pensieri. L’ultimo, datato 1 febbraio, allude alla recente decisione della procura di andare verso l’archiviazione dell’indagine nata dalle esplosive dichiarazioni del sacerdote in merito a presunti parroci pedofili nella diocesi padovana. “Pedofilia e denaro. Cara Chiesa, ricordati, Dio non archivia” ha scritto ieri mattina sul suo profilo Facebook il cinquantaquattrenne ex parroco di San Lorenzo a commento di un’immagine che a sua volta recita “Non mi sottovalutare mai… Sono più di quello che pensi, penso più di quello che dico e noto più di quello che credi”. Un aforisma preconfezionato, a cui le parole di don Marino imprimono però il senso di un’autentica stoccata in polemica tanto con la diocesi quanto con la magistratura.
    Inchiesta.

    Una decina di giorni fa Ruggero era stato ascoltato dal pubblico ministero Roberto Piccione, che aveva aperto un’inchiesta in merito alle scottanti promesse rilasciate dal prelato, dimissionario per presunte frequentazioni femminili troppo spinte. «Mi accusano di avere delle donne? Bugie, allora farò i nomi dei preti pedofili che operano a Padova», aveva minacciato don Marino. Potenziali accuse gravissime, visto che la pedofilia è un reato, estratte in un estremo tentativo di autodifesa, che non avrebbero però trovato fondamento. Il prelato davanti al pubblico ministero non sarebbe stato in grado di riferire nomi, episodi e accuse precise se non una risalente a sedici anni fa. Una storia verificatasi nel Vicentino, già nota alla locale procura e a quella diocesi oltre che già prescritta. Insomma le terribili prospettive paventate dal don circa la presenza di preti pedofili e con relazioni non concesse dal celibato si sarebbe dissolta come neve al sole. Niente prove, niente fatti, l’inchiesta va verso l’archiviazione: questo è quanto emerso venerdì. L’ufficialità da parte della procura ancora non c’è ma il risultato pare scontato.

    La reazione
    Come don Marino abbia preso questa novità non è dato sapere, poiché il sacerdote in quest’ultimo periodo si è reso pressoché irreperibile. La notizia deve però senza dubbio essergli arrivata, poiché è assai improbabile che il commento dato in pasto al popolo di Facebook contenesse un riferimento casuale. Altro riferimento non casuale è poi quello al denaro, dal momento che lo stesso Ruggero aveva sporto querela due anni fa denunciando la sparizione di alcuni registri con i conti economici della parrocchia. Anche in questo caso le indagini avviate dai carabinieri e prese in mano dalla procura non avrebbero però portato a evidenze significative che possano suffragare i sospetti del parroco.

    Ma se a paventare l’archiviazione dell’inchiesta sulla pedofilia e a non trovare prove sulla sparizione dei conti parrocchiali è stata la magistratura, perché indirizzare il messaggio alla “Cara Chiesa”? Don Marino, è bene ricordarlo, è attualmente sottoposto a processo canonico presso il tribunale ecclesiastico per non aver rispettato l’obbligo del celibato. Accuse che ha sempre fermamente respinto, a fronte delle quali aveva lanciato la boutade sulla pedofilia. Il messaggio potrebbe dunque essere rivolto a quei presunti preti abusanti ancora sconosciuti, o ai vertici stessi della Curia padovana che dovrà decidere sulle sorti del cinquantaquattrenne. Venerdì sera i suoi numerosi sostenitori erano scesi in trecento per le strade di San Lorenzo con una fiaccolata silenziosa e tantissimi hanno ribadito la loro solidarietà al don anche commentandone l’ultimo, enigmatico, post sui social.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/padova/sacerdote_marino_ruggero_pedofilia_denaro-5022587.html

  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La Chiesa di Leone XIV, in perfetta continuità con quella di Francesco, dice una sacco di belle parole sulla pedofilia e poi fa il contrario. Nella vicenda di don Valentino Salvoldi, che abbiamo raccontato in un primo articolo, la prescrizione dichiarata dalla giustizia italiana è stata seguita a ruota da quella ecclesiastica. Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e quindi si deroga sempre alla prescrizione in questi casi. Ma Salvoldi l’ha fatta franca. Vale la pena di guardare più da vicino la sua significativa vicenda, determinata dalla prescrizione e dall’omertosa copertura delle autorità ecclesiastiche, e anche il personaggio chiave dell’inchiesta, l’avvocata milanese Arianna Dutto.

    Come abbiamo visto, dopo l’esposto presentato dalla Rete l’Abuso sia alla magistratura che alla diocesi di Bergamo, la curia è costretta dopo qualche tentennamento ad avviare una “indagine previa” sul sacerdote bergamasco. Ne viene incaricata l’avvocata Dutto ma già dal primo momento si capisce che qualcosa non torna: la delegata all’indagine, infatti, contatta le vittime da un indirizzo mail che fa capo al Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo. Quando Stefano Schiavon, una delle vittime del prete bergamasco, glielo fa notare e chiede se le persone interessate a fornire testimonianza sul caso devono contattarla a quell’indirizzo mail, l’avvocata lo dirotta candidamente sul proprio indirizzo privato:

    «Trattandosi di una procedura giuridica, in osservanza ai principi di terzietà e imparzialità, è preferibile utilizzare il contatto scritto (l’indirizzo di posta elettronica a Lei indicato, dal quale sto scrivendo)».

    Dutto fornisce alle vittime di Salvoldi una mail personale da utilizzare per la sua indagine sugli abusi denunciati e questo per lei risolve tutto, non sembra ravvisare alcun problema nel mantenere il duplice ruolo di membro del Servizio Tutela minori della diocesi e di persona incaricata di valutare la responsabilità di un prete denunciato proprio per abusi su minori, come se bastasse cambiare indirizzo per garantire «terzietà e imparzialità». Senza contare che in molti scambi di mail che l’avvocata ha con le vittime, il Servizio Tutela minori della diocesi rimane comunque in copia.

    Avvocata del foro di Milano ed esperta in delitti contro la persona (oggi è impegnata anche nella difesa di alcuni carabinieri coinvolti nella morte del diciannovenne egiziano Ramy Elgaml, rimasto ucciso il 24 novembre 2025 dopo un inseguimento), l’avvocata non solo fa parte di diverse commissioni di tutela dei minori, ma è sicuramente una legale di fiducia della chiesa. Rappresenta infatti la Cei nel processo in corso sul presunto uso a fini privati di oltre due milioni di euro dell’otto per mille e di fondi vaticani destinati alla diocesi di Ozieri, in provincia di Sassari; processo che vede imputato Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri Corrado Melis e altre sette persone, accusate a vario titolo di peculato, riciclaggio, false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento.

    Dutto ha un evidente conflitto di interessi, e non è l’unica nella Chiesa che con la destra si occupa dei minori abusati e con la sinistra degli abusatori. C’è almeno un illustre precedente, un altro principe del foro di Milano, Roberto Zanchetti: avvocato dell’arcidiocesi di Milano, faceva parte della commissione diocesana per la tutela dei minori negli stessi anni in cui era il difensore di don Mauro Galli, il prete di Rozzano che aveva portato un quindicenne nel suo letto, condannato a tre anni (con patteggiamento) dalla giustizia italiana e assolto da quella ecclesiastica, che aveva giudicato «non colpevole» l’imputato.

    Questo essere al contempo giudice e parte in causa, cioè giudice di sé stessa, questo sentirsi al di sopra delle regole, è peraltro tipico della Chiesa italiana: la Cei, per espressa dichiarazione del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, non ha infatti voluto una commissione indipendente sugli abusi clericali, come è successo invece in molti altri paesi, ma ha scelto la comoda strada dell’indagine interna, che fino ad oggi ha prodotto “report” e “rilevazioni” con numeri scarni e totalmente inattendibili, risultato di questionari a cui molte diocesi non hanno nemmeno risposto (per chi vuole approfondire c’è l’ottimo lavoro di Adista, qui e qui).

    Queste rilevazioni si basano proprio sull’attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani e interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili di cui fa parte l’avvocata Dutto. Istituiti nel 2019 dalle Linee guida Cei e dalla Conferenza italiana dei Superiori maggiori (l’organismo che sovrintende agli ordini religiosi) su impulso del motu proprio Vox Estis Lux Mundi di papa Francesco, hanno funzionato a singhiozzo e, ancora una volta, senza la dovuta trasparenza. 32 su 130 sportelli diocesani d’ascolto per le vittime sono stati esaminati in uno studio condotto dalla Rete l’Abuso, durato due anni, che ha evidenziato come in sostanza servano a fornire informazioni alla diocesi sui preti abusanti. Lo ha detto apertamente l’avvocato Mario Caligiuri, legale della Rete l’Abuso, in una conferenza stampa del 24 febbraio 2026:

    «Quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale; ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono tutto al vescovo».

    Secondo quello che ha rilevato lo studio della Rete l’Abuso (qui nel dettaglio), quando una vittima si rivolge a un Centro di ascolto della diocesi si trova davanti a tre strutture che non comunicano tra di loro:

    «La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima ma ignora se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che l’ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma».

    Ed è quello che è successo anche a Stefano Schiavon che, dopo aver inviato la sua testimonianza il 18 novembre 2024 (entro i sei giorni concessi), non ha più avuto notizie dell’andamento dell’indagine previa fino all’11 febbraio 2025, quando l’avvocata Dutto, sempre tramite la mail del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, gli notifica la conclusione del suo lavoro con l’usuale fraterna empatia:

    Gentilissimo,

    in relazione all’indagine previa canonica avviata dalla diocesi di Bergamo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi, Le comunico che, terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato ritualmente consegnato al Dicastero per la Dottrina della Fede per le determinazioni di competenza.

    Alla legittima richiesta di Schiavon di poter conoscere le conclusioni della «fase di spettanza diocesana» e di avere informazioni sul successivo iter al Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Dutto risponde a stretto giro di posta che non può dargli nulla e fargli sapere ancora meno:

    Il fascicolo è riservato e al momento la diocesi non è autorizzata a fornire alcuna informazione né alle persone che si sono dichiarate offese e hanno offerto il loro contributo, né all’indagato.

    Gli atti sono stati consegnati al Dicastero per la Dottrina della Fede perché tale Dicastero ai sensi della legge canonica è competente in materia e, a questo punto, il Vescovo dovrà attendere dallo Stesso comunicazioni o istruzioni in proposito.

    Ricevuti gli atti dell’indagine previa e studiati attentamente gli stessi, al Dicastero per la Dottrina della Fede si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. A quel punto, la decisione sarà comunicata al Vescovo, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.

    Per quanto riguarda la tempistica, non è previsto un termine perentorio; in generale, è possibile ipotizzare una decisione entro sei mesi ma – come comprenderà – ogni caso ha le proprie peculiarità e, pertanto, il Dicastero potrebbe esaminare gli atti e decidere in un periodo più breve o più esteso rispetto a quanto sopra indicato.

    Non esistono disposizioni specifiche che regolano la comunicazione dell’esito dell’indagine alle persone che, come Lei, si sono dichiarate offese e hanno fornito il loro contribuito nella fase dell’indagine previa.

    Secondo il diritto canonico, infatti, la persona offesa non ha diritto ad alcuna informazione sull’esito del caso. A parole si incoraggiano gli abusati a rivolgersi ai Servizi di tutela dei minori presso le diocesi, nei fatti a chi denuncia un prete pedofilo non è riconosciuto nemmeno il diritto ad essere informato sull’esito dell’inchiesta.

    Dunque il fascicolo di Salvoldi è approdato in Vaticano e qui, di fatto, se ne perdono le tracce. Le vittime sono invitate ad attendere un tempo indefinito e senza nemmeno la garanzia di avere prima o poi una risposta.

    Passano i mesi e non succede nulla. Schiavon però è una persona tenace: ha contattato i suoi amici dei campi estivi, ha parlato con la stampa, ha denunciato e fatto aprire il caso dopo più di vent’anni; non è il tipo che si arrende senza una risposta. Così otto mesi dopo, il 7 ottobre 2025, ricontatta Arianna Dutto per chiedere notizie del procedimento. Tre giorni dopo arriva la lapidaria risposta dell’avvocata:

    Egregio Professor Schiavon,

    in riscontro alla Sua del 7 ottobre u.s., Le comunico che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ritenuto prescritti i fatti oggetto di segnalazione e di non derogare all’intercorsa prescrizione.

    Schiavon prende atto: vuol sapere se le altre vittime sono state informate e, ancora una volta, chiede di poter vedere i documenti dell’intera vicenda. Ancora una volta gli viene detto di no, ma con una beffa finale: se proprio lo desidera, Schiavon potrà rivolgersi direttamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, di cui però l’avvocata Dutto non possiede nemmeno un indirizzo di posta elettronica:

    Egregio Professor Schiavon,

    terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, di talché non sono in possesso degli atti, peraltro non divulgabili ai sensi della normativa canonica (nemmeno al chierico nei cui confronti è stata espletata l’indagine previa).

    Ragioni di riservatezza non mi consentono di rispondere alla domanda da Lei avanzata riguardo ad altre persone.

    Le indico il recapito del Dicastero per la Dottrina della Fede, al quale, se vorrà, potrà rivolgersi (non dispongo di un indirizzo di posta elettronica).

    Dicastero per la Dottrina della Fede, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano

    Cordiali saluti

    Arianna Dutto – già delegata alle indagini

    Schiavon, comprensibilmente, stenta a rassegnarsi e chiede ulteriori chiarimenti a Dutto: quindi Salvoldi, dopo tutto quello che è stato accertato anche in sede penale, continuerà ad essere un sacerdote, a dire messa attorniato da chierichetti e a confessare adolescenti?

    L’avvocata, ormai decisamente esasperata da tanta insistenza, chiude il discorso:

    Egregio Professor Schiavon,

    così come in ogni altro ordinamento, anche in quello canonico l’archiviazione di un procedimento per intervenuta prescrizione comporta l’impossibilità di applicazione di una pena, ivi compresa – nel sistema canonico – la dimissione dallo stato clericale.

    Al presbitero in parola – anche in ragione dei limiti di età raggiunti – non è conferito alcun ufficio o incarico ecclesiale, ivi compresi, pertanto, quelli che prevedono un contatto con minori.

    Da ultimo, Le rappresento che il mio incarico nel procedimento de quo è ormai ampiamente e completamente terminato, pertanto approfitto di questa ultima occasione per un augurarLe ogni bene.

    Il caso è prescritto e non si può pretendere più nulla dalla chiesa, tantomeno la dimissione dallo stato clericale del sacerdote che però, assicura la diocesi, è ormai vecchio e senza incarichi ufficiali. Schiavon e tutte le altre vittime adolescenti ingannate ed abusate da un prete, al posto della giustizia promessa dovranno quindi farsi bastare questo fragile assioma: il loro abusatore è andato in pensione e non potrà più fare (troppi) danni. Parola di vescovo.

    Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro straordinario, «tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori». La Chiesa che si finge scandalizzata per ciò che fa la Chiesa. (Continua)

    https://federicatourn.substack.com/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-249