Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: pubblico ministero

  • Messina, chiesti 4 anni per il sacerdote rogazionista accusato di violenza sessuale

    Messina, chiesti 4 anni per il sacerdote rogazionista accusato di violenza sessuale

    Quattro anni di reclusione. È la pena richiesta dal pubblico ministero Alice Parialò per don Claudio Marino, 49 anni, sacerdote rogazionista originario di Torino e per lungo tempo direttore dell’Istituto antoniano “Cristo Re” di Messina.

    Secondo l’accusa, proprio tra le mura della struttura che per decenni ha accolto minori e famiglie in difficoltà, il religioso avrebbe abusato nell’estate del 2022 di una migrante tunisina, allora 37enne. La donna, sbarcata due anni prima a Lampedusa, era arrivata a Messina nell’ambito del suo percorso di accoglienza e integrazione. In un’audizione davanti alla sezione Immigrazione del Tribunale di Catania, lo scorso giugno, aveva raccontato nei dettagli la violenza subita.

    Nell’udienza di ieri in Tribunale, accanto alla Procura, si è costituita parte civile la vittima, assistita dall’avvocata Antonia Coiro. La difesa del sacerdote, rappresentata dall’avvocato Salvatore Silvestro, prenderà la parola a dicembre per l’arringa finale.

    La richiesta della pubblica accusa, che ha riconosciuto a Marino le attenuanti generiche, segna un passaggio cruciale in un processo che ha scosso la comunità cittadina e quella dei rogazionisti. La sentenza è attesa nei primi mesi del 2025.
    https://www.messinaindiretta.it/messina-chiesti-4-anni-per-il-sacerdote-rogazionista-accusato-di-violenza-sessuale/

  • Il vicario generale di Strasburgo ha un caso aperto di abuso, afferma l’arcidiocesi

    Il vicario generale di Strasburgo ha un caso aperto di abuso, afferma l’arcidiocesi

    Un alto funzionario della travagliata arcidiocesi di Strasburgo in Francia ha affermato di aver erroneamente comunicato ai media che un caso canonico per presunti abusi sessuali su minori ai danni di un vicario generale reintegrato era stato chiuso, quando in realtà era aperto.

    Il 29 settembre, il canonico Jean-Luc Liénard ha dichiarato al quotidiano francese Mediapart di aver frainteso la situazione riguardante il canonico Hubert Schmitt, che era stato controverso reintegrato come vicario generale a luglio, prima di dimettersi all’inizio di settembre.

    Liénard, che è anche vicario generale, ha dichiarato: “Mi sono reso conto che la mia conoscenza parziale del caso ha portato a un fraintendimento, da qui la mia errata interpretazione. Il procedimento canonico riguardante il Canonico Schmitt è in corso”.

    L’ammissione giunge poche settimane dopo che un gruppo anonimo di sacerdoti dell’arcidiocesi della Francia orientale ha lanciato un appello per una nuova visita apostolica, sostenendo che una rete di clientelismo persisteva nonostante una serie di scandali e cambiamenti di leadership.

    Il riconoscimento di Liénard segna l’ultima svolta in un caso che risale al 2021, quando Emmanuel Siess accusò formalmente Schmitt di averlo aggredito sessualmente nel 1993, quando aveva 13 anni.

    La procura della città di Mulhouse ha avviato un’indagine giudiziaria in seguito all’accusa, che Schmitt ha sempre negato. L’allora arcivescovo di Strasburgo, Luc Ravel, ha aperto un’indagine canonica parallela.

    I media francesi hanno riferito nell’aprile 2023 che Ravel aveva rimosso Schmitt dal consiglio episcopale , un organismo che assiste l’arcivescovo nella gestione dell’arcidiocesi di Strasburgo, e dalla sua posizione di vicario generale.

    Nel maggio 2023, il pubblico ministero dichiarò che l’accusa non era più in prescrizione. Tuttavia, l’indagine rimase aperta, poiché gli inquirenti invitavano eventuali testimoni o altre potenziali vittime a farsi avanti.

    Sempre nel maggio 2023, Ravel si dimise dalla carica di arcivescovo di Strasburgo, in seguito alle accuse di governo autoritario, da lui negate. Gli successe nell’aprile 2024 l’arcivescovo Pascal Delannoy.

    Nell’ottobre 2024 il pubblico ministero ha archiviato il caso contro Schmitt.

    Sempre nell’ottobre 2024, la regista Claudia Marschal ha pubblicato un film , “La Déposition” (“La Deposizione”), incentrato sulle accuse contro Schmitt. Il documentario ha vinto un premio al Festival del film di Locarno 2024 in Svizzera.

    Nel luglio 2025, emerse che l’arcivescovo Delannoy aveva reintegrato Schmitt nell’incarico di vicario generale.

    La diocesi ha confermato nell’agosto 2025 che era tornato a ricoprire l’incarico, con particolare attenzione al “dipartimento di carità e assistenza della curia diocesana”.

    All’epoca, il canonico Liénard dichiarò al notiziario locale Rue89 Strasbourg: “Poiché il procedimento canonico e giudiziario è stato chiuso e non è stato portato davanti ai tribunali della Chiesa o della Repubblica, non è stato condannato”.

    “Secondo il sano principio, egli gode quindi di tutti i suoi diritti, compresa la presunzione di innocenza.”

    Mediapart ha osservato nel suo rapporto del 29 settembre che questa affermazione era falsa poiché l’indagine canonica era in corso.

    La riconferma di Schmitt ha suscitato polemiche perché è avvenuta in un momento di grande fermento nella Chiesa francese per la nomina di un sacerdote condannato per abusi sessuali su minore a cancelliere dell’arcidiocesi di Tolosa.

    Nel giugno 2025, l’arcivescovo di Tolosa Guy de Kerimel nominò cancelliere padre Dominique Spina, nonostante Spina fosse stato condannato nel 2006 per molteplici capi d’accusa di stupro di un ragazzo di 16 anni.

    De Kerimel inizialmente difese la nomina , sostenendo che si trattava di un atto di misericordia nei confronti di un sacerdote pentito che aveva scontato la sua pena e non era stato dimesso dallo stato clericale.

    Ma in seguito alle pressioni pubbliche del cardinale Jean-Marc Aveline , presidente della conferenza episcopale francese, e di altri vescovi , de Kerimel ritirò la nomina.

    I casi Spina e Schmitt presentavano differenze importanti, poiché Schmitt negò le accuse e il procedimento giudiziario contro di lui fu archiviato. Tuttavia, i media francesi tracciarono parallelismi tra i due.

    I media hanno suggerito che Schmitt non sembrava soddisfare il requisito del diritto canonico secondo cui i vicari generali devono distinguersi per la loro “sana dottrina, integrità, prudenza ed esperienza nella gestione delle questioni”, data una presunta accusa di abusi sessuali su minori.

    L’arcidiocesi di Strasburgo ha annunciato le dimissioni di Schmitt il 10 settembre.

    In una dichiarazione , Schmitt ha affermato: “Da diversi giorni la stampa e i social media fanno insistentemente riferimento alla mia posizione di vicario generale e capo del dipartimento pastorale per la ‘carità e l’assistenza’”.

    “A seguito di un’indagine approfondita condotta dalla Procura della Repubblica per tre anni consecutivi, il procuratore di Mulhouse ha archiviato il procedimento nei miei confronti il ​​21 ottobre 2024.”

    “Visto il clamore suscitato e per preservare la serenità del governo diocesano, ho presentato oggi le mie dimissioni all’Arcivescovo di Strasburgo. Lui le ha accettate.”

    Mediapart ha riferito che l’arcivescovo Delannoy ha recentemente inoltrato il caso Schmitt alla Corte penale canonica nazionale, un organismo istituito dai vescovi francesi nel 2022.

    La corte ascolterà la testimonianza di Emmanuel Siess il 4 ottobre.

    Siess, che ora ha 40 anni, ha dichiarato a Mediapart: “Dopo aver letto sulla stampa che il caso era chiuso, ho ricevuto una chiamata inaspettata che mi informava che ero stato convocato, dopo anni in cui non avevo ricevuto notizie”.

    “Ho la sensazione che mi prendano in giro, che stiano solo cercando di nascondere le loro bugie, di mettere un cerotto su una ferita.”

    Ma Siess ha confermato che intendeva presenziare all’udienza, affermando: “Voglio che questa corte ascolti la mia storia e ho piena intenzione di ritenerli responsabili”.

    Né Schmitt né Delannoy hanno risposto alla richiesta di commento di Mediapart.

    L’arcidiocesi di Strasburgo, le cui origini risalgono al IV secolo, è stata coinvolta negli ultimi anni in uno scandalo.

    Nel novembre 2022, l’arcivescovo Jean-Pierre Grallet, che ha guidato l’arcidiocesi dal 2007 fino al suo pensionamento nel 2017, ha ammesso di aver “agito in modo inappropriato nei confronti di una giovane donna adulta” alla fine degli anni ’80.

    Il successore di Grallet, l’arcivescovo Ravel, perseguì con tenacia le riforme nell’arcidiocesi, suscitando accuse di governo autoritario. Nel giugno 2022, la nunziatura apostolica in Francia annunciò che Papa Francesco aveva approvato una visita apostolica all’arcidiocesi.

    Dopo che il papa accettò le dimissioni di Ravel nel maggio 2023, quest’ultimo difese con fermezza il suo mandato, affermando di aver “sempre agito nel modo più conforme possibile alla legge e alla mia coscienza”.

    Nel febbraio 2024, Papa Francesco ha accettato anche le dimissioni del vescovo ausiliare di Strasburgo Gilles Reithinger.

    Reithinger, che aveva 51 anni, si era ufficialmente dimesso per motivi di salute , ma era stato travolto da uno scandalo che riguardava la Società per le Missioni Estere di Parigi, dove aveva prestato servizio come superiore generale prima della sua nomina episcopale nel 2021.

    Reithinger ha negato qualsiasi illecito. Il 5 settembre 2025, il quotidiano regionale Dernières Nouvelles d’Alsace ha riferito che il vescovo aveva ripreso le sue attività sacerdotali, celebrando diverse messe nell’arcidiocesi durante l’estate e ricoprendo la carica di presidente dell’ente benefico locale Caritas Alsace.

    https://www.pillarcatholic.com/p/strasbourg-vicar-general-has-open

  • Prete accusato di violenza sessuale su un’alunna 11enne: «Sono una persona molto espansiva»

    Prete accusato di violenza sessuale su un’alunna 11enne: «Sono una persona molto espansiva»

    La procura di Trento ha chiesto il rinvio a giudizio per un sacerdote e insegnante di religione di 40 anni, accusato di violenza sessuale aggravata su una studentessa di 11 anni. I fatti risalirebbero al periodo tra ottobre e novembre 2023 e sarebbero avvenuti anche nell’aula comune di un noto istituto scolastico cattolico di Trento frequentato dalla bambina, che avrebbe subito almeno tre episodi di abusi.

    L’emersione del caso e l’indagine

    La vicenda è emersa quando la bambina ha trovato il coraggio di raccontare quanto accaduto ai propri genitori, che hanno subito informato la direzione della scuola. La scuola ha avviato le procedure interne e ha allertato le autorità: i carabinieri hanno aperto un’indagine coordinata dal pubblico ministero Giorgio Bocciarelli.

    L’insegnante, che lavorava nell’istituto da circa dieci anni, è stato immediatamente allontanato e trasferito a Roma, dove è stato assegnato ad altri incarichi.

    Il racconto della bambina e l’incidente probatorio

    La 11enne è stata ascoltata in un’udienza protetta con la formula dell’incidente probatorio davanti alla psicologa e psicoterapeuta Fulvia Pietrapertosa, nominata perito dal giudice Marco Tamburrino, e dai consulenti di parte.

    Il suo racconto è stato ritenuto attendibile dalla Procura, che contesta al sacerdote tre episodi di abusi.

    La versione del sacerdote

    Interrogato dal pubblico ministero, il religioso ha respinto ogni addebito, dichiarando di essere «una persona molto espansiva» e di non aver mai avuto «secondi fini» nei suoi approcci con le studentesse. «Se ho abbracciato quella studentessa non è stato certo con finalità sessuali, non è da me», ha aggiunto.

    Il sacerdote dovrà ora comparire davanti al giudice per valutare la richiesta di rinvio a giudizio all’inizio del prossimo anno. Gli inquirenti stanno anche verificando se possano esserci stati episodi simili coinvolgendo altre studentesse.

    Contesto e precedenti nella regione

    La notizia arriva pochi giorni dopo le polemiche che hanno scosso il Trentino-Alto Adige per la nomina, poi revocata, di don Giorgio Carli in Val Pusteria, sacerdote al centro di un lungo iter giudiziario vent’anni fa per accuse di abusi. Nel 2009 fu prosciolto per prescrizione dalla Cassazione, ma nel 2013 il Tribunale civile condannò in solido la diocesi di Bolzano-Bressanone e la parrocchia San Pio X di Bolzano a un risarcimento complessivo di 700.000 euro, oltre agli interessi legali.

    https://www.leggo.it/italia/cronache/prete_pedofilo_abusi_studentessa_11_anni_trento_oggi_18_9_2025-9075767.html

  • Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Vescovo Alain, qual è la sua prima reazione a conclusione del processo al prete ticinese accusato di abusi e condannato a 18 mesi con la condizionale?

    È una condanna che conferma la commissione di reati, peraltro ammessi dallo stesso prete. Quindi è appurato che ci sono stati abusi. Rimango molto addolorato per tutte le persone coinvolte.

    Durante il processo è emersa come fondamentale la testimonianza del primo giovane che ha rotto il silenzio. Lei ha incontrato il giovane in questione che tra l’altro – come appreso al processo – è venuto da lei preoccupato anche per il pericolo in cui poteva incorrere un minore a lui vicino. Cosa l’ha colpita di questa testimonianza?

    La difficoltà di una persona che ha avuto ammirazione nei confronti di chi stava denunciando, che aveva fiducia nell’altro e che ora vive la distruzione di questa fiducia. C’è un disagio profondo che ha vissuto e percepito dovendo denunciare una persona che lo ha fatto crescere nella fede. Va detto che il giovane è stato anche aiutato da qualcuno a lui vicino ed interno al mondo ecclesiale a cui si è confidato e con il quale ha preso coscienza della gravità dei fatti vissuti.

    Al processo è emerso che ci sono altre vittime coinvolte, anche dei minori. Quale attenzione ora la Chiesa che è in Ticino sente di rivolgere a questi ragazzi?

    C’è sempre da parte nostra la disponibilità ad accogliere chi desidera condividere un disagio personale. La Diocesi ora collabora ufficialmente con la LAV. La procedura presso la LAV avviene confidenzialmente, la persona viene aiutata gratuitamente, in modo professionale, con la garanzia di una totale indipendenza dalla Chiesa, di totale libertà e di assoluta discrezione. Sempre la LAV si occupa di avviare con le persone vittime le procedure per il risarcimento dovuto dalla Chiesa. Poi c’è il GAVA, un luogo di dialogo con persone che hanno subito questo stesso tipo di abuso e che si mettono a disposizione di altri. Lo raccomando di cuore!

    Il GAVA – proprio in queste ore – ha rilasciato un comunicato nel quale sottolinea che la gravità dell’abuso non è definibile con criteri solo quantitativi (le volte che uno viene toccato) o qualitativi (le modalità dell’atto). Lei, che ha incontrato anche in altre occasioni delle persone vittime, condivide questa considerazione?

     La sofferenza soggettiva non si può misurare. La sofferenza e il vissuto della persona prima della situazione dell’abuso, c’entrano con la sofferenza provocata dall’abuso. Tutte le persone sono diverse tra loro, ma la sofferenza c’è sempre. Talvolta una persona può rendersi conto di aver subito un abuso molto tempo dopo aver subito l’atto, ma quando se ne rende conto, quella persona soffre. Non è una sofferenza misurabile su una scala: è una sofferenza personale e capibile personalmente.

     Il presbitero – che in sede processuale si è detto pentito e ha chiesto perdono per i “gravi errori commessi e per la sofferenza arrecata non solo alla vittime ma a tutta la Chiesa in Ticino” – ora dovrà affrontare una procedura canonica. Cosa lo aspetta da parte della giustizia della Chiesa?

    Il caso implica dei minorenni quindi la competenza è di Roma. Roma, per emettere il suo giudizio, avrà a disposizione anche la sentenza e gli atti del processo civile.

    Quindi ci sarà un processo canonico a Roma?

    Ci sarà una procedura canonica, che può implicare o meno un processo, a seconda di quanto Roma deciderà.

    Roma dovrà attendere l’esito del ricorso del Pubblico ministero?

    Noi informiamo Roma, mandiamo tutta la documentazione, poi sarà Roma a decidere.

     Il prete in questione è rientrato a casa, potrà celebrare Messa e svolgere attività pastorale con adulti, dato che il giudice gli vieta solo ogni contatto con i minori?

    Al momento è sottoposto da parte della Chiesa alla misura cautelare di proibizione del ministero sacerdotale; quindi, non può svolgere attività pastorali o celebrare, questo fino a quando ci sarà la comunicazione dell’esito della procedura canonica.

     La diocesi come lo accompagna in questo periodo? 

    La Chiesa deve sempre accompagnare i figli che sbagliano, anche chi ha commesso un crimine, senza mai sostituirsi alla giustizia civile, e far sì che vengano aiutati per fare verità in loro stessi e sanare tutta la loro vita.

     Nella sentenza è stato deciso che il presbitero segua un accompagnamento di carattere psicologico. Questo, ora, dipende da lui o dalla Diocesi?

    Da lui, in obbedienza alla sentenza del tribunale che è indirizzata a lui. La Diocesi può essere di aiuto.

     Al processo si è parlato del vescovo Lazzeri. Il giovane – che poi è venuto da lei nel 2024, è emerso che si era rivolto nel 2021 già a Lazzeri per segnalare una situazione di grave disagio vissuto (da adulto) con il prete. Al processo si è parlato di un aiuto messo a disposizione dal vescovo Lazzeri al presbitero. Cosa non ha funzionato, secondo lei?

    La decisione è stata presa secondo le conoscenze che aveva la Curia in quel momento, prendendo le misure del caso e indirizzando il prete da uno psicologo dove è andato. Il giovane, adulto al momento dei fatti, decise di non denunciare.

    Cosa insegna questa vicenda alla Chiesa in Ticino?

    Ci insegna ad avere sempre un’attenzione molto grande a chi esprime disagio, non solo nell’ambito dell’abuso sessuale, ma anche nell’abuso di potere e spirituale. Bisogna promuovere la libertà di parola nelle relazioni spirituali. Abbiamo già iniziato nei Vicariati un percorso di prevenzione rivolto ai preti e lo abbiamo fatto anche con il personale della Curia e con i colleghi della Conferenza missionaria. E proseguiamo.

     Cosa pensa della decisione del Consiglio di Stato dell’obbligo di denuncia nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e riformata in Ticino?

    Mi sembra giusta. Se lo Stato ha l’obbligo di informare la Chiesa quando un membro del clero viene accusato, deve esserci anche l’obbligo da parte della Chiesa di denunciare un caso allo Stato. Si tratta di un aspetto previsto dal diritto canonico e che ora viene applicato alla legge cantonale sulla Chiesa.

    https://catt.ch/newsi/il-vescovo-alain-rilegge-con-cattch-la-vicenda-del-prete-ticinese-reo-di-abusi

  • Coazione sessuale: condannato a 18 mesi ex cappellano di un collegio ticinese

    Coazione sessuale: condannato a 18 mesi ex cappellano di un collegio ticinese

    È stato condannato a 18 mesi di carcere sospesi con la condizionale per due anni e a un accompagnamento ambulatoriale l’ex cappellano del collegio Papio di Ascona a processo giovedì per una serie di reati sessuali ai danni di minori e giovani adulti. La Corte, presieduta da Amos Pagnamenta, haanche deciso l’immediata scarcerazione del sacerdote e il divieto a vita di svolgere qualsiasi attività con i giovani.

    Il sacerdote è dunque stato riconosciuto colpevole di coazione sessuale solo per alcuni casi, definiti lievi dalla Corte. Quest’ultima ha poi richiamato l’accusa, non comprendendo su quali basi abbia promosso una richiesta di pena fuori scala rispetto ai fatti accertati.

    L’accusa

    Durante il dibattimento odierno, il pubblico ministero Valentina Tuoni aveva infatti formulato la richiesta di condanna a cinque anni e mezzo di reclusione per i reati di coazione sessuale e atti sessuali con minori.

    Il pubblico ministero ha inoltre richiamato l’attenzione sulle difficoltà affrontate dalle vittime nel denunciare e ammettere i fatti, considerata la notorietà e la stima di cui gode l’imputato. Un elemento insolito, ha rivelato Tuoni, è rappresentato dalle lettere di perdono e supporto ricevute dal religioso durante la detenzione, circostanza rara per imputati accusati di abusi su minori.

    Le vittime consideravano l’imputato una figura di grande fiducia. Un caso particolarmente significativo riguarda un giovane i cui genitori erano stati sposati dal sacerdote, che aveva anche celebrato il suo battesimo. Il numero complessivo delle persone coinvolte ammonta a nove, quattro delle quali minorenni al momento dei fatti.

    La difesa

    La difesa aveva sollecitato invece una condanna non superiore ai tre anni, con parziale sospensione della pena. Aveva inoltre avanzato istanza per la scarcerazione immediata, considerando l’anno di detenzione già scontato.

    L’avvocato difensore Marco Masoni ha posto l’accento sulla collaborazione prestata dal suo assistito durante le investigazioni, sottolineando come sia stato lui stesso a indicare le vittime che diversamente non sarebbero state identificate.

    Le accuse a carico del religioso riguardavano come detto abusi su nove giovani, consistenti in massaggi al petto e contatti inappropriati mediante sfregamento dell’avambraccio sui genitali delle vittime. La strategia difensiva ha puntato al proscioglimento per quattro dei nuovi episodi contestati, sostenendone l’inesistenza, mentre ha riconosciuto i restanti cinque casi, ridimensionandone tuttavia la frequenza.

    Il comunica stampa della Curia vescovile

    In serata sulla vicenda ha preso posizione la Curia vescovile che ha diffuso un comunicato stampa. “L’Amministratore apostolico, il vescovo Alain de Raemy, – si legge nella breve nota – esprime la vicinanza sua personale e della Diocesi alle persone coinvolte negli episodi, condividendo con loro, con i loro familiari e con tutti coloro che sono toccati da questa vicenda dolorosa, la sofferenza vissuta e assicura la costante disponibilità di ascolto e di supporto”.

    La Curia precisa inoltre che “in merito alla situazione attuale del presbitero, proseguono l’indagine canonica nei suoi confronti e le opportune valutazioni circa la sua prossima residenza”. ROLANDO LEO

    https://www.tvsvizzera.it/tvs/qui-svizzera/coazione-sessuale-condannato-a-18-mesi-ex-cappellano-di-un-collegio-ticinese/89838112

  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • Abusi nella diocesi di Piazza Armerina: un’altra condanna scuote la Chiesa

    Abusi nella diocesi di Piazza Armerina: un’altra condanna scuote la Chiesa

    Il volto pubblico della fede e quello occulto dell’abuso. La diocesi di Piazza Armerina, già travolta da uno scandalo giudiziario dopo il processo e la condanna di secondo grado per don Giuseppe Rugolo, condannato a tre anni per abusi sessuali su minore, incassa un’altra sentenza destinata a pesare sull’istituzione ecclesiastica. La corte d’Assise di Caltanissetta ha condannato a otto anni di reclusione un ministrante gelese, accusato di abusi sessuali su una minore all’interno della parrocchia salesiana, nel cuore della città. Una sentenza che arriva al termine di un lungo processo di primo grado e che rilancia l’allarme su una presunta rete di omertà e silenzi colpevoli tra le mura ecclesiastiche.

    L’inchiesta, avviata dopo che la vittima – ancora adolescente all’epoca dei fatti – si era confidata con il personale del consultorio familiare, ha portato alla costituzione di parte civile dei genitori della ragazza, assistiti dall’avvocato Carmelo Tuccio. Le indagini, condotte dalla polizia, si sono tradotte in una misura restrittiva a carico dell’imputato, finito poi sotto processo con l’accusa più grave: avere approfittato del contesto parrocchiale per abusare della giovane, chiudendosi a chiave con lei in una delle stanze della chiesa. Secondo l’accusa, le prove raccolte e le testimonianze acquisite nel corso dell’istruttoria sarebbero state sufficienti a dimostrare la dinamica degli abusi. Ma la difesa ha cercato fino all’ultimo di smontare l’impianto accusatorio, sostenendo l’inattendibilità della ricostruzione e puntando sul fatto che le stanze – compresa la sagrestia – non venissero mai chiuse a chiave.

    Il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a 12 anni e sei mesi, mentre il collegio giudicante ha riconosciuto la responsabilità dell’imputato comminando una pena più contenuta ma comunque severa. La vittima, oggi maggiorenne, ha ottenuto il riconoscimento del diritto al risarcimento, anche se l’entità sarà stabilita in sede civile. Ma il dato più inquietante arriva da un dettaglio emerso durante il processo: la vittima fu allontanata dalla parrocchia dopo le prime segnalazioni ricevute dal sacerdote. Un allontanamento che, secondo la difesa, non fu ufficializzato né motivato da elementi concreti, tanto che il ragazzo fu poi riammesso alle attività parrocchiali. Un ritorno che oggi, alla luce della condanna, solleva pesanti interrogativi.

    Questo episodio si aggiunge a una catena di scandali che sta minando la credibilità della diocesi. Dopo la condanna in secondo grado per don Rugolo – tre anni per abusi su minori – è in arrivo la prima udienza del processo per falsa testimonianza contro lo stesso vescovo di Piazza Armerina, monsignor Rosario Gisana, e il suo vicario giudiziale don Vincenzo Murgano. Un’inchiesta che ipotizza reticenze e omissioni nelle indagini ecclesiastiche sugli abusi, e che potrebbe aprire nuovi e scomodi scenari. Le motivazioni della sentenza contro il ministrante gelese saranno depositate entro novanta giorni. Ma intanto resta il dato: un altro caso di violenza consumata tra altari e confessionali, in un contesto che, almeno per ora, sembra non riuscire a fare piena luce né giustizia su se stesso. In attesa dell’appello, e con altri procedimenti ancora da celebrare, la diocesi di Piazza Armerina rimane sotto una lente giudiziaria che si fa sempre più implacabile. E le vittime, sempre più numerose, reclamano risposte. E verità.

    Abusi nella diocesi di Piazza Armerina: un’altra condanna scuote la Chiesa

  • Processo a don Rugolo per abusi, i legali del sacerdote contro la stampa: «Condizionati testimoni e tribunale»

    Processo a don Rugolo per abusi, i legali del sacerdote contro la stampa: «Condizionati testimoni e tribunale»

    E’un attacco frontale ai giornalisti e alla stampa rea di avere condizionato il tribunale ed i testimoni quello lanciato in aula nel processo di corte d’appello che si celebra a Caltanissetta contro don Giuseppe Rugolo, condannato a 4 anni e mezzo di carcere in primo grado dal tribunale di Enna per violenza sessuale a danno di minori, da uno dei legali del sacerdote, Dennis Lovison del foro di Ferrara.

    Secondo l’avvocato la condanna di primo grado sarebbe frutto di un attacco mediatico che avrebbe messo in cattiva luce il sacerdote fino a condizionare testimoni e financo il tribunale.

    Nel corso del processo di primo grado sono almeno 6 i giornalisti denunciati per diffamazione e diffusione di atti procedurali, tutte querele archiviate.

    E l’avvocato Antonino Lizio, altro legale del sacerdote, contesta la sentenza «a senso unico». Secondo Lizio non sarebbe stato Rugolo ad inviare nei gruppi whatsapp in cui c’erano anche adolescenti, foto ritenute oltre che oscene anche blasfeme, ma altri soggetti.La prossima udienza è fissata per giovedì 12 giugno per le repliche del pubblico ministero e delle parti.

    La sentenza è attesa per il 17 giugno.

    https://www.lasicilia.it/cronaca/processo-a-don-rugolo-per-abusi-i-legali-del-sacerdote-contro-la-stampa-condizionati-testimoni-e-tribunale-2523642/

  • PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

    Il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: CHIESTI 8 ANNI DI CARCERE PER IL CAPO SCOUT DI TERRACINA

  • Abusi sessuali su minore, costituiti come parti civili Rete L’Abuso, l’Associazione No Child Abuse e gli Scolopi di Genova

    Abusi sessuali su minore, costituiti come parti civili Rete L’Abuso, l’Associazione No Child Abuse e gli Scolopi di Genova

    Prima udienza davanti al Gip Laura De Dominicis e al Pubblico Ministero Elisa Milocco nei confronti di Padre Andrea Melis.

    Il parrocco, difeso dagli avvocati Graziella Delfino e Raffaele Caruso, è  accusato di violenza sessuale nei confronti di un minorenne.

    Si sono costituite parti civili l’Associazione Rete L’Abuso, assistita dal legale Luca Battaglieri, l’Associazione No Child Abuse e gli Scolopi di Genova rappresentati dal legale Andrea Sciello.

    Gli avvvocati difensori hanno prodotto  una perizia psichiatrica che dice che è parzialmente incapace di intendere e volere ed è stata accolta dal Gip. È stato nominato inoltre il consulente tecnico Francesco Mollica che giurerà il prossimo 10 giugno. Gli avvocati difensori hanno richiesto il rito abbreviato subordinato alla perizia.

    È stata versata una somma di 20mila euro per la persona offesa.

    Lo scorso ottobre dopo un periodo in carcere a Genova Pontedecimo Melis era tornato agli arresti domiciliari in una residenza protetta in Umbria.

    Il fascicolo passato per competenza territoriale da Genova al Tribunale di Savona (per quanto riguarda le violenze che sarebbero state effettuate a Finale Ligure) aveva visto portare il gip a decidere di disporre il carcere in quanto a seguito di una segnalazione dei carabinieri di Genova, l’Istituto dei Padre Scolopi di Chiavari dove il sacerdote era ai domiciliari non era una collocazione idonea perché vicina alle scuole e quindi un luogo “potenzialmente a rischio di reiterazione del reato”.

    Per lui si erano quindi aperte le porte di una cumunità umbra.

    Lo scorso dicembre era stato poi svolto l’incidente probatorio e a gennaio erano state concluse le indagini con il rinvio a giudizio.

    Melis, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, era stato direttore della scuola elementare della Fondazione Assarotti ed ex presidente della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie, aveva poi presentato le dimissioni nel giugno scorso).

    Nel savonese è stato anche parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure. E proprio nel finalese le accuse più pesanti: il sacerdote infatti avrebbe abusato di un giovane chierichetto (quando la vittima aveva 12 anni e sino al compimento dei 16).

    Le violenze sessuali si sarebbero verificate nella chiesa degli scolopi finalesi, per questo la Gip del Tribunale di Genova si è dichiarata “territorialmente incompetente” con il fascicolo che è stato destinato al Palazzo di Giustizia savonese.

    Il parroco è accusato di abusi sessuali ai danni di un ragazzino, che abitualmente svolgeva le mansioni di chierichetto, ed era stato “ricompensato” con soldi, videogiochi, vestiti griffati, sigarette elettroniche. Ma il religioso avrebbe tentato approcci anche con altri sette minorenni, alcuni anche suoi ex alunni della Assarotti, attirati nel suo appartamento sempre con “regalini”.

    Nell’ordinanza, la giudice aveva sottolineato come il sacerdote avesse agito sotto “la spinta di impulsi perversi”, carpendo la fiducia dei minori “attirandoli a casa sua, vicino le chiese” e facendoli “accedere a tutto ciò che un adulto proibisce”.

    La sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”

    https://www.savonanews.it/2025/05/29/mobile/leggi-notizia/argomenti/cronaca-2/articolo/abusi-sessuali-su-minore-costituiti-come-parti-civili-rete-labuso-lassociazione-no-child-abu.html