Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Emanuela Orlandi, il racconto di Minardi alla ex della mobile: «Rapita da De Pedis su ordine di Marcinkus, poi consegnata a un sacerdote»

    Emanuela Orlandi, il racconto di Minardi alla ex della mobile: «Rapita da De Pedis su ordine di Marcinkus, poi consegnata a un sacerdote»

    Emanuela Orlandi, spuntano nuovi inquietanti dettagli. È stata sentita oggi Giovanna Petrocca, la vice dirigente della squadra mobile della Questura di Roma dal 2007 al 2009, che raccolse le dichiarazioni di Sabrina Minardi sul caso della cittadina vaticana scomparsa a roma il 22 giugno 1983 a Roma. Petrocca ha ripercorso le tappe fondamentali del lungo racconto dell’ex fidanzata di Renato De Pedis, boss della Banda della Magliana, fornendo ulteriori elementi.

    L’incontro: cosa sappiamo

    «Abbiamo cercato per tantissimo tempo di trovare tracce della Minardi, poi siamo riusciti a sapere che era in una comunità nei pressi di Salerno, e quindi siamo andati per sentirla», ha raccontato Petrocca che aveva chiesto di essere sentita davanti all’organismo parlamentare. «Sabrina Minardi non ci aspettava, non è stata lei a chiedere un incontro, non sapeva che noi saremmo andati a sentirla, di conseguenza l’abbiamo colta di sorpresa – ha riferito Petrocca – Noi chiedemmo semplicemente se lei, nel periodo in cui aveva la sua storia con De Pedis (Enrico ndr), avesse sentito qualcosa sul sequestro Orlandi».

    Il ruolo di De Pedis nel rapimento

    «La nostra sorpresa è stata grande quando lei – dopo essersi rassicurata che sarebbe stato un colloquio informale – ha dichiarato che non solo conosceva la vicenda Orlandi, ma che lei stessa era stata partecipe di questo rapimento in quanto era stata incaricata da parte di De Pedis di spostare la ragazza da una macchina all’altra e poi da una zona di Roma all’altra in una determinata circostanza». «Tutte le dichiarazioni di Sabrina Minardi sono da attribuire a una persona con una fragilità psicologica evidente», ha precisato aggiungendo: «Abbiamo trovato (nel 2008 ndr) una donna in condizioni di salute pessime, molto fragile quindi le dichiarazioni della Minardi non sono tutte da prendere per oro colato però ci sono delle cose», ha osservato Petrocca.

    L’incontro al Gianicolo e la Mercedes scura

    Minardi, ha ricordato Petrocca, «dichiarò che un giorno era stata incaricata da De Pedis, che all’epoca era latitante, di portarsi in questo posto al Gianicolo dove si sarebbero incontrati e poi, secondo il suo racconto, sarebbe arrivato De Pedis con il suo autista e, dopo poco, sopraggiunse una Renault 5 guidata da una signora che lei conosceva, che portava una ragazza che venne fatta salire a bordo di un Bmw con cui era giunto De Pedis con l’autista e che lei avrebbe portato poi nella via delle mille curve e l’avrebbe consegnata a un sacerdote che l’attendeva con un Mercedes scuro».

    Il cardinale Marcinkus

    «In particolare – ha ricordato poi Petrocca – Minardi ha dichiarato che riteneva che questo “sequestro” fosse stato ordinato a De Pedis dal cardinal Marcinkus, che all’epoca era presidente dello Ior». L’audizione è poi proseguita in modalità segreta. Prima di interrompere il collegamento a proposito di Minardi, il presidente della Commissione di inchiesta Andrea De Priamo ha voluto sottolineare: «Quando Sabrina Minardi è venuta a mancare c’è stato anche qualcuno che ha polemizzato sulla mancata audizione (in Commissione ndr). Voglio precisare che tutta questa Commissione lavora molto seriamente e non aveva escluso l’audizione di Minardi, ma sarebbe stata possibile solo all’esito di un attento lavoro di studio della documentazione e anche della verifica dello stato di salute».

    https://www.ilmessaggero.it/schede/emanuela_orlandi_racconto_sabrina_minardi_rapita_da_de_pedis_ordine_marcinkus_consegnata_a_un_sacerdote_ultime_novita-9062091.html

  • Pedopornografia, don Coraglia direttamente a processo

    Pedopornografia, don Coraglia direttamente a processo

    Tante partite sui campi da calcio, la prossima in un’aula di tribunale.

    L’accusa
    È quella in cui, il 3 ottobre prossimo sarà impegnato don Jordan Coraglia, il religioso bresciano, originario di Quinzano, arrestato con l’ accusa di detenzione di materiale pedopornografico. Attualmente si trova ancora ai domiciliari in un eremo. È lì dalla metà del mese di maggio scorso quando è stata eseguita la misura di custodia cautelare agli arresti domiciliari. Le indagini registrarono questa svolta mentre don Coraglia aveva cessato d’essere parroco a Castelcovati da qualche mese.

    È conosciuto anche a livello nazionale in quanto è stato presidente della squadra nazionale sacerdoti. Nei suoi confronti la procura di Brescia ha ottenuto il giudizio immediato e sarà quindi processato senza un’udienza preliminare con relativa richiesta di rinvio a giudizio. Il tre ottobre la difesa presenterà richiesta di rito abbreviato, quindi basato solo sugli atti delle indagini preliminari e con la riduzione di un terzo della pena in caso di condanna. L’attività investigativa avrebbe consentito di scoprire, in possesso del religioso, una quantità decisamente ingente di materiale pedopornografico.

    Si tratterebbe di circa 1500 tra foto e video. Le foto ritrarrebbero minori d’età compresa tra gli 11 e i 14 anni, tutti maschi, tranne, in due casi, ragazzine.

    L’interrogatorio
    In sede di interrogatorio di garanzia non si è sottratto alle domande del giudice che ha firmato l’ordinanza. Le indagini sono state condotte dalla polizia postale di Roma con l’apporto dei colleghi bresciani.

    Il materiale pedopornografico trovato nel computer, sulla base delle indagini, non sarebbe stato diffuso. Ma la posizione di Don Coraglia, proprio per la quantità di foto e video, rimane molto pesante. Il 3 ottobre quindi sarà possibile sapere con che rito verrà processato Don Jordan Coraglia

    https://www.bresciaoggi.it/territorio-bresciano/bassa/pedopornografia-don-coraglia-direttamente-a-processo-1.12786180

  • Nuns vs the Vatican – Suore contro il Vaticano: un documentario denuncia abusi sessuali e cattiva condotta nella Chiesa cattolica

    Nuns vs the Vatican – Suore contro il Vaticano: un documentario denuncia abusi sessuali e cattiva condotta nella Chiesa cattolica

    La complessa macchia sull’eredità di Papa Francesco viene ulteriormente esplorata in Nuns vs the Vatican, un documentario delicato e inquietante che segue le donne le cui accuse di abusi sessuali sono state a lungo ignorate dalla Chiesa cattolica e dal sistema più ampio che protegge e favorisce i predatori al suo interno.

    Nuns, diretto dalla vincitrice dell’Emmy Lorena Luciano e prodotto esecutivamente dalla star di Law & Order: Special Victims Unit Mariska Hargitay , e presentato in anteprima al festival cinematografico di Toronto sabato, è incentrato principalmente su Gloria Branciani e Mirjam Kovac, tra le decine di presunte vittime di Marko Rupnik, un ex sacerdote gesuita attualmente in attesa di processo canonico per abusi sessuali, spirituali e fisici.

    Rupnik è stato scomunicato nel 2020 per aver assolto i peccati di una novizia con cui aveva avuto rapporti sessuali. Ma la scomunica è stata revocata entro lo stesso mese, dopo il pentimento di Rupnik. Un esperto nel documentario sottolinea che la scomunica avrebbe potuto essere revocata solo con l’autorizzazione di Papa Francesco .

    Rupnik era anche un rinomato artista, autore di mosaici che sarebbero stati esposti in Vaticano . Nel documentario viene definito il Michelangelo del papato di Giovanni Paolo II, avendo esercitato gran parte di quell’influenza per commettere i suoi presunti crimini.

    In Nuns, Branciani, che insieme a Kovac faceva parte della comunità di Ignazio di Loyola co-fondata da Rupnik in Slovenia, racconta come il sacerdote gesuita l’avrebbe adescata e poi abusata sessualmente e psicologicamente in modi sempre più aggressivi e violenti nei primi anni ’90.

    La convinse a unirsi a Loyola per non perdere il suo legame con Cristo. Parlava di arte e iconografia religiosa in modo suggestivo, descrivendo ad esempio i dipinti della Vergine Madre che mostra sensualmente la gamba del bambino Gesù. Affermava che entrare in contatto con il cattolicesimo coinvolge sia lo spirito che il corpo, suggerendo che fare sesso con lui fosse come toccare il divino. Infine, citò la Santissima Trinità in vista di un’orgia con Branciani e un’altra suora.

    Secondo Branciani, quando denunciò gli abusi, fu punita dalla madre superiora di Loyola, suor Ivanka Hosta, e costretta ad abbandonare la vita religiosa da padre Tomáš Špidlík a Roma, che avrebbe persino scritto la lettera di dimissioni per suo conto. Queste azioni la lasciarono ostracizzata dalla comunità che considerava la sua famiglia e costretta a convivere con pensieri suicidi, racconta Branciani.

    Branciani si unisce a molte altre suore che hanno subito abusi simili nella Chiesa cattolica, tra cui Barbara Dorris, direttrice di Survivors Network of those Abused by Priests (Snap), che racconta di essere stata abusata sessualmente, messa incinta e costretta a subire un aborto potenzialmente letale con candeggina da un medico che l’ha umiliata brutalmente.

    È tra le voci che nel documentario dipingono un quadro di quanto possano essere diffusi questi crimini – uno studio del 1994-95, che ha raccolto risposte anonime, ha riferito che una suora su tre subisce abusi sessuali da parte di un prete – e di come il sistema garantisca il silenzio delle vittime. Le suore, dopotutto, fanno voto di povertà, castità e silenzio, un sistema che le isola e le rende facili prede, soprattutto per gli stessi preti a cui si confessano, detenendo un potere non solo su di loro, ma anche sulle loro famiglie e comunità. Si dice che lo stesso Rupnik abbia rafforzato questa dinamica di potere paragonando il rapporto di Dio con l’uomo al rapporto dell’uomo con la donna.

    A complicare ulteriormente il problema, sottolinea Dorris, c’è il fatto che i sacerdoti attribuirebbero gli abusi all’omosessualità, stigmatizzando l’orientamento sessuale e cancellando così la vittimizzazione delle donne.

    Il patriarcato nella Chiesa è in piena vista nel documentario quando i manifestanti si avvicinano a un sacerdote per chiedere l’inaugurazione di altre opere d’arte di Rupnik, nonostante le accuse contro di lui: le sue opere, davanti alle quali i cattolici si inginocchiano e pregano, sono state create mentre era presumibilmente impegnato in abusi. Un sacerdote risponde semplicemente davanti alla telecamera che dietro tali accuse c’è malizia.

    Da allora il Vaticano ha ordinato la rimozione di tutte le opere di Rupnik dai suoi siti web, come parte della sua lenta risposta alle accuse da quando Papa Francesco ha ammesso pubblicamente per la prima volta gli abusi sulle suore in una conferenza stampa del 2019 tenuta sul suo aereo prima di un vertice sulla questione in Vaticano.

    Nel 2021, Papa Francesco ha modificato il Codice di Diritto Canonico del Vaticano per consentire il perseguimento dei sacerdoti accusati di abusi su adulti. Nel 2023, in risposta alle proteste dell’opinione pubblica, ha annullato la prescrizione nel caso Rupnik, consentendo la presentazione delle denunce di Branciani e Kovac.

    Tuttavia, il caso di Rupnik, dopo anni di spostamenti del sacerdote tra le diocesi, sarà comunque processato secondo il diritto canonico vaticano, che da sempre opera per proteggere la Chiesa, anziché secondo un tribunale penale. La differenza, come sottolinea un esperto nel documentario, è che i suoi abusi non saranno trattati come un crimine, ma come un peccato. Marko Ivan Rupnik

    https://www.theguardian.com/film/2025/sep/09/nuns-vs-the-vatican-documentary-review-tiff

  • Il giudice approva l’accordo tra la diocesi cattolica di Rochester e le vittime di abusi sessuali

    Il giudice approva l’accordo tra la diocesi cattolica di Rochester e le vittime di abusi sessuali

    ROCHESTER, NY — Venerdì si è svolto presso un tribunale federale di Rochester uno degli accordi più consistenti ai sensi del Child Victims Act.

    Quasi 500 sopravvissuti agli abusi sessuali su minori se ne sono andati dicendo di sentirsi sollevati e pronti ad andare avanti.

    “La guarigione può iniziare ora, il che è più importante dei soldi”, ha detto Gregory Stanley. “Sono solo contento che sia finita”.

    “Sollievo”, disse Merle Sweet. “Finalmente è tutto finito.” 

    “Per la prima volta sono davvero emozionato per il futuro”, ha affermato John McHugh.

    Dopo anni di attesa, l’accordo tra le vittime di abusi sessuali su minori e la diocesi cattolica di Rochester è stato raggiunto. Il trasferimento è avvenuto all’interno di un tribunale fallimentare federale.

    “Questo è un giorno importante per i sopravvissuti nell’area di Rochester, essendo il primo caso di fallimento a New York dopo l’approvazione del CVA”, ha affermato l’avvocato fallimentare Ilan Scharf. “Abbiamo dovuto combattere molte battaglie in tribunale e in mediazione per ottenere questo livello di risarcimento per le persone”.

    L’avvocato Mitchell Garabedian, che rappresenta 97 vittime, ha affermato che un giudice ha approvato l’accordo da 246 milioni di dollari. 

    “Per i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, è stato un estenuante processo durato sei anni per ottenere la convalida e dire no all’immoralità”, ha affermato Garabedian in una dichiarazione. “Facendosi avanti, i sopravvissuti hanno aiutato se stessi a cercare di guarire, hanno aiutato altri sopravvissuti a cercare di guarire e hanno reso il mondo un posto più sicuro per i bambini. I sopravvissuti coinvolti nella causa fallimentare della diocesi di Rochester hanno dato un esempio di determinazione da cui tutti i sopravvissuti in tutto il mondo possono trarre ispirazione”.

    Ciò si traduce in una media di circa mezzo milione di dollari per ogni sopravvissuto.

    “Ho incontrato persone molto coraggiose e molto, molto commosse. È stata una vera ferita per molte persone e per le loro famiglie. Ci sono letteralmente migliaia e migliaia di persone che sono state colpite negativamente da quello che ci è successo”, ha detto la sopravvissuta Carol Dupre.

    Dopo aver indossato il nero per anni, venerdì Dupre si è vestito di bianco, uscendo dall’oscurità.

    “Voglio riportare un po’ di colore nella mia vita”, ha detto. 

    All’interno dell’aula, il vescovo della diocesi cattolica romana di Rochester, Salvatore Matano, si è rivolto ai media.

    “Prego che questo sia certamente un passo avanti verso la loro guarigione”, ha detto. “Mi scuso con loro. Sono profondamente dispiaciuto per quello che è successo nelle loro vite, che, come ha detto il giudice, non sarebbe mai dovuto accadere”.

    Il vescovo ha poi aggiunto che pregherà sempre per i sopravvissuti.

    “Sebbene questo processo si concluda legalmente oggi, li porto nel mio cuore ogni giorno della mia vita e ogni volta che mi avvicinerò all’altare, saranno nella mia memoria, chiedendo al buon Dio di dare loro la forza e il coraggio di andare avanti e che siano benedetti negli anni a venire”, ha detto Matano. 

    https://spectrumlocalnews.com/nys/rochester/community/2025/09/05/judge-approves-settlement-between-catholic-diocese-of-rochester-and-sex-abuse-survivors

  • San Marino, la Diocesi sul caso del pedofilo: «Ha frequentato alcune attività ma senza ruoli di responsabilità o animazione»

    San Marino, la Diocesi sul caso del pedofilo: «Ha frequentato alcune attività ma senza ruoli di responsabilità o animazione»

    SAN MARINO. Anche la Diocesi di San Marino-Montefeltro prende la parola sulla vicenda legata al caso di Steven Raul James, condannato in via definitiva in Italia per atti sessuali e violenza sessuale aggravata su quattro bambini di dieci e undici anni.

    «La Diocesi di San Marino-Montefeltro, la Parrocchia di San Marino Città (Murata) e la Comunità dei Salesiani», si legge in una nota firmata da Diocesi di San Marino-Montefeltro, Ufficio Stampa e Comunicazioni Sociali Parrocchia di Murata e Comunità Salesiana, «esprimono il loro sconcerto per le notizie che affollano la cronaca di questi giorni e che, in maniera ingiustificata e inopportuna, vorrebbero coinvolgere il Vescovo e una realtà educativa di riferimento e preziosa per tante famiglie della Repubblica, in una vicenda cui gli stessi sono del tutto estranei»

    «Si è appreso», prosegue la nota «con stupore e amarezza che un giovane, il quale ha frequentato alcune attività dell’Oratorio dei Salesiani – senza mai ricoprire alcun ruolo di responsabilità o di animazione – è oggi destinatario di provvedimenti dell’autorità giudiziaria italiana per aver commesso gravi delitti nei confronti di alcuni minori, al di fuori delle nostre realtà. La Diocesi e la Comunità Salesiana non hanno mai avuto alcuna notizia del procedimento a suo carico, né della condanna, tantomeno sono mai emersi segnali riconducibili ai comportamenti per i quali è stato condannato.

    La Diocesi, peraltro, particolarmente attenta ai temi in questione, da diversi anni ha attivato il “Servizio diocesano Tutela dei minori e delle persone vulnerabili”, istituendo un vero e proprio Centro di Ascolto, ed ha emanato il Vademecum delle “Buone prassi di tutela di prevenzione e tutela dei minori in parrocchia” di cui presidia il concreto rispetto e l’attuazione. Analoghe misure a protezione dei minori sono state assunte dai Salesiani e mai alcuna segnalazione è a essi pervenuta. L’Oratorio Salesiano, fedele al “metodo preventivo” di Don Bosco, basato su ragione, religione e amorevolezza, accoglie da sempre bambini e ragazzi in un contesto educativo sereno e protetto. Lo svolgimento delle attività è affidato ad animatori ed educatori debitamente formati, che hanno sempre vigilato e continuano a vigilare con attenzione sui giovani partecipanti».

    Le vicende personali di un singolo non devono offuscare il valore di una intera comunità educativa che, da sempre, accompagna i ragazzi e sostiene le famiglie con accoglienza, cura e responsabilità».

    «La Comunità Salesiana e la Parrocchia di Murata», conclude la nota, « ribadiscono quindi il loro impegno a custodire con responsabilità i minori loro affidati e la fiducia delle famiglie e ad accompagnare i giovani con lo stile di Don Bosco: accoglienza, cura e speranza».

    https://www.corriereromagna.it/san-marino/san-marino-la-diocesi-sul-caso-del-pedofilo-ha-frequentato-alcune-attivita-ma-senza-ruoli-di-responsabilita-o-animazione-DC1598656

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

    di Alessandro Ambrosini – Il cardinale Poletti, non era solo nelle rubriche telefoniche del potere politico romano. Usava “l’arte delle pubbliche relazioni” a 360°. Sapeva relazionarsi con ogni fascia sociale se ciò poteva servire ai suoi scopi. Scopi che potevano collimare con quelli della Chiesa e del suo ruolo ecclesiastico.  Altri rimanevano strettamente personali, e con molti punti di domanda.

    Di illazioni e congetture ne sono state fatte molte sul Vicario di Roma. Sicuramente alcune sono state inventate per invidia, alcune per lotte intestine di potere, altre senza riscontri. C’è una regola però che bisogna sempre considerare: se le stesse “voci” vengono da più ambienti, se ciclicamente compaiono su certi argomenti, qualcosa di vero c’è. Sempre. Soprattutto in un periodo storico ( gli anni ‘70/’80) in cui, per l’opinione pubblica, la Chiesa era forte e moralmente indiscutibile. Anni in cui rappresentava un baluardo spirituale, economico e sociale dell’Occidente all’interno della “Guerra fredda”. Un ruolo che ha permesso più del lecito in molti casi, “scandalo Marcinkus” docet.

    Andreotti e Monsignor Casaroli

    Nella politica vaticana, Poletti non è mai stato vicino all’ala di Casaroli, che proponeva la famosa “Ostpolitik”, la politica di apertura verso i paesi del blocco di Varsavia. Era un anticomunista convinto. Negli anni delle Brigate Rosse, sebbene non sia mai stato colpito un solo rappresentante della Santa Sede, la paura di rapimenti o gambizzazioni era concreta nel silenzio delle stanze dei porporati.

    E’il 12 febbraio del 1980, quando a Roma,  sugli scalini che portano alla facoltà di Scienze politiche della Sapienza, viene ucciso con sette colpi di pistola Vittorio Bachelet. Docente e vicepresidente del Csm,  democristiano proveniente dall’Azione Cattolica, Bachelet era finito nel mirino delle Brigate Rosse per “aver trasformato il Consiglio Superiore della Magistratura da organismo formale a mente politica”. Il primo democristiano che le Br hanno voluto uccidere. Non rapire, non processare come l’onorevole Aldo Moro, qualche anno prima. Una differenza sostanziale.  Non era un politico qualsiasi il giurista romano. Era stato dentro le architetture di sistema dello Stato pontificio, era stato un collaboratore prezioso per gli ultimi papi. Soprattutto per Paolo VI che nel ‘76 lo fece nominare vicepresidente del Pontificio consiglio per la famiglia, per la giustizia e per la pace.

    L’omicidio di Vittorio Bachelet

    L’omicidio Bachelet fece scalpore dentro le mura del Vaticano, forse più del rapimento del presidente Moro. Bachelet non era solo politicamente vicino alla Chiesa. Bachelet era dentro la Chiesa.  Forse, fu per questo che il cardinale Poletti iniziò ad allacciare rapporti con alcuni elementi trasversali tra le formazioni estremistiche di destra e la criminalità organizzata della Banda della Magliana. Personaggi che frequentavano le zone adiacenti  Città del Vaticano, come Prati, Parioli o il centro storico. Persone giovani, che sapevano “muoversi” e che potevano sentire ciò che non arrivava dietro le mura leonine. Persone che potevano essere “utili” per scopi non ufficiali. Fuori dal controllo della Gendarmeria. Non era qualcosa di inusuale. Altri porporati, prima di lui, conobbero e usarono persone con pedigree criminale di spessore. A Regina Coeli o al minorile di Trastevere, come l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, come i cappellani del tempo: don Pietro Prestinenzi e don Pietro Vergari. In modo più diretto, e continuativo, l’oscuro vescovo Paul Marcinkus.

    Il cardinale e il “guerriero senza sonno. Una nota stonata

    E’ da una agenda, sequestrata nel 1983 a un latitante dei Nar, Stefano Soderini, che possiamo parlare di rapporti tra Poletti e l’area spontaneista armata dell’estremismo di destra. La giornalista d’inchiesta Antonella Beccaria, durante il processo a Gilberto Cavallini sulla strage di Bologna nota, nei fascicoli processuali, un appunto in una pagina dell’agenda. E’ segnato in data 19 giugno 1982 e recita: Ore 19 Tel. Card. Poletti.

    Stefano SoderiniLa questione è particolarmente spinosa. Nel 1982, Stefano Soderini, ha solo 21 anni  ma è un latitante con, alle spalle, la partecipazione a diversi omicidi e svariate rapine. Come molti giovani legati all’estrema destra, non tutti, proveniva da una famiglia borghese. Non ha le stigmate del leader, non è considerato un predestinato alla “guerriglia urbana”, ma si applica. Da “Costruiamo l’azione” di Paolo Signorelli passa a Terza Posizione di Roberto Nistri, una delle formazioni più numerose e capillari a Roma Nord. Da lì, il passaggio ai Nar con Gilberto Cavallini. Non ha una spinta militante ideologica, la sua partecipazione è più legata alle simpatie umane e all’amicizia. Viene considerato inquietante e cinico. Nella preparazione di rapine e aggressioni armate lui è l’uomo che deve procurare le auto, rigorosamente rubate. E’ l’uomo della logistica che però sparò il suo primo colpo d’arma da fuoco a sedici anni, con la pistola di Aldo Semerari, l’illustre psichiatra che lavorò contemporaneamente con servizi segreti, camorra e Banda della Magliana.  Una sorta di “chiavistello umano” usato per perizie legali accomodanti.
    Aldo SemerariSoderini legò molto anche con Walter Sordi e i Walter’s boy, l’aristocrazia romana con la pistola. Ragazzi più da “Piper” che da lotta armata, più alla ricerca di emozioni forti e bella vita che spontaneismo armato militante. Un mondo diverso rispetto alla sua “batteria pesante”, che annoverava nomi come Massimo Carminati, Stefano Tiraboschi, Vittorio Spadavecchia, Vittorio Baioni e Cristiano Fioravanti. Un gruppo dove la linea di demarcazione tra politica di strada, sopravvivenza e criminalità correvano parallele, quasi sovrapposte. Linea che si spostò sempre di più verso l’ambito criminale.

    Soderini si pentì, dopo il suo arresto. Alcuni anni dopo, ancora sotto regime di protezione e di collaborazione, rapì il figlio che ebbe con una donna ungherese e andò in Guatemala. Paese senza trattato di estradizione. Lo cercarono? Questa domanda se la pose anche il presidente della corte che, durante il processo a Paolo Bellini sulla strage di Bologna, chiese lumi in quanto Soderini doveva essere sentito come testimone. Venne prodotta una nota della Digos che recita: “la Questura di Bergamo e Roma, La Direzione Centrale Polizia Criminale di Roma, Servizio Centrale di Protezione, opportunamente interessati da questa DIGOS, non hanno fornito elementi utili sia per il rintraccio di Soderini che per accertare la presenza dello stesso nel territorio nazionale. In relazione a quest’ultimo punto emerge agli atti della DIGOS di Roma che Soderini avrebbe lasciato il territorio nazionale alla fine del 2005 per raggiungere il Guatemala. Inoltre a carico del predetto risulta inserita in data 3 marzo 2011, dal Reparto Carabinieri di Roma, una segnalazione per rintraccio e notifica. In conclusione si rappresenta che allo stato il predetto non risulta rintracciato e si fa riserva di comunicare ogni positivo elemento di novità utile al suo rintraccio.” Tradotto, sappiamo che è in Guatemala, non sappiamo esattamente dove e quindi non possiamo chiedere alle autorità locali di contattarlo o fermarlo.Una nota che, anche in questo caso lascia dubbi sull’effettiva volontà di fermare o arrestare Soderini, che per il fatto di aver sottratto un minore a chi aveva la patria potestà del figlio minorenne, ha visto decadere anche il suo status di collaboratore.

    Dubbi che aumentano,quando non si riscontrano domande o richiesta di spiegazioni su quella nota riferita a Poletti, non ufficialmente almeno. Il cardinale Poletti non era certo un nome così inflazionato da diventare il “soprannome” di qualcuno. Di sicuro non di un ragazzo di 21 anni che deve pensare a come non farsi arrestare, a come procurarsi i soldi per vivere, a dove dormire.

    Cosa poteva legare il cardinale Poletti a un personaggio così distante dalla sua missione religiosa? Perché un latitante avrebbe dovuto telefonargli quel 19 giugno del 1982? Perché nessuno ha approfondito quella nota? Troppo “potente” Poletti, o troppo rischioso andare a disturbare lo Stato del Vaticano, per gli inquirenti?

    Il cardinale e il “cassiere”

    Quando si parla del cardinale Poletti, non si ricordano le opere meritevoli fatte durante il suo mandato da Vicario di Roma. Il pensiero corre alla tomba di Enrico De Pedis a Sant’Apollinare. E’ la sua fotografia indelebile. Quel “lasciapassare” che ha mischiato il sacro al criminale, rimane il richiamo più forte a dei legami che non sono stati esclusivamente con il boss dei “testaccini” della Banda della Magliana. E’ un dogma che quando la criminalità si mischia alla società, tutto diventa meno chiaro, più sfocato. Il potere dei soldi lava anche il sangue con cui sono stati guadagnati.

    Enrico Nicoletti

    Se Marcinkus si rapportò con faccendieri della Banda della Magliana come Flavio Carboni o Ernesto Diotallevi, Poletti li ebbe sicuramente con Enrico Nicoletti, definito in modo superficiale il “cassiere” della stessa. In realtà un dominus, per molti aspetti. Sicuramente il rapporto emerge tra il religioso e il “contabile del crimine” a livello finanziario. Lo troviamo nella compravendita del complesso di Villa Osio in via di Porta Ardeatina, 55. Una struttura di tre ville su un terreno di 24.300 mq. , ufficialmente vendute dall’Opera Francesco Oddasso S.r.l , rappresentata dal reverendo Carmine Antonio Uras. Nella sostanza era sotto il controllo del Vicariato di Roma, presieduto dal cardinale Poletti. Valore dell’affare: 1.190.000.000 di lire. Una valutazione talmente fuori mercato, talmente inferiore a una seconda proposta di acquisto, che fu lo stesso Poletti a dover intervenire nero su bianco per dirimere uno scontro tra prelati che rischiava di finire in tribunale: “In questa vicenda concorrono elementi che costituiscono pericolo di scandalo grave e, posto che la causa venisse notata nella cancelleria del tribunale, la stampa non mancherebbe di pubblicizzare il tutto. Per questo motivo non ritengo di dare il nulla osta alle vie legali.”

    Sette anni dopo, in virtù di una richiesta di prestito per la ristrutturazione, la struttura venne valutata dalla Cassa di risparmio di Rieti, ventisette miliardi di lire. Una sperequazione talmente evidente che può prendere significati diversi: una forma di riciclaggio, il pagamento rispetto a un ricatto in corso, un silenzio pagato caro. Congetture.

    Villa OsioIl rapporto tra i due uomini di potere, non era solo finanziario. Secondo fonti accreditate, il matrimonio della figlia di Nicoletti fu officiato dal cardinale. Un privilegio per pochi, comprovato però da foto che sono state fatte sparire, tanto da indurre l’allora giudice delegato nei procedimenti di prevenzione patrimoniali dott. Guglielmo Muntoni, che insieme a Lupacchini, De Gasperis e al personale dell’Ulco ( Unità Lotta alla criminalità organizzata, nata per volere del Questore di Roma, Masone nel 1988 e sostituita dalla Dia nel 1992) lavorava sull’ex carabiniere Nicoletti, a emettere un decreto per cercarle. Risultato: sparite, dissolte. Come se nulla fosse mai avvenuto. Una stranezza sospetta per un matrimonio di “rango”.

    Il cardinale e il Boss

    Se Nicoletti era la “stella” finanziaria della Banda, De Pedis era quella in forte ascesa. Era la stella che cercava e aveva relazioni importanti. Aveva capito che il potere vero si coltiva nei salotti buoni della Roma capitolina, nelle feste private dove sacro e profano si mischiano. Non è opinione, sono fatti.

    Una polaroid inedita con il cardinale Ugo Poletti e mister xSu questi elementi, Sabrina Minardi, l’eterna amante di De Pedis, racconta a Raffaella Notariale: “ Poletti l’ho conosciuto con Renato. Era un contesto di sesso. Io avevo portato due ragazze a Marcinkus, c’era pure Renato, c’era pure Poletti. E lui, il cardinale, stava molto, molto molto in confidenza con Renato. Si vedeva proprio. Grandi sorrisi, chiacchieravano amabilmente. Si misero a chiacchierare pure in disparte, mi ricordo ancora le mosse di Renato. Si metteva le mani in faccia, a coprire la bocca, mentre parlava. Quando doveva parlare di cose serie e c’era gente faceva così. “. Vero, falso, parzialmente vero? Non lo sapremo mai. Sabrina Minardi è morta il 7 marzo del 2025, a sessantacinque anni. Senza essere ascoltata dalla Commissione parlamentare sul caso di Emanuela Orlandi, che ha preferito partire dall’analizzare la pista parental-amicale, rispetto a chi aveva dato ( soprattutto nella prima deposizione) degli elementi interessanti. Da rivalutare dopo anni. Una delle tante scelte sbagliate di una commissione che è già fallita.

    E’ una tomba, il sigillo che ha rappresentato il rapporto tra Enrico “Renatino” De Pedis e il cardinale Poletti.  Una tomba dove sono racchiusi non solo i resti del boss ma soprattutto i “non detti”. Pensare che i soldi possano comprare tutto è sbagliato. Soprattutto quando parli del Vaticano, soprattutto quando devi tumulare, insieme ad alti prelati, un personaggio della caratura di un boss, morto ammazzato. L’intercessione di Don Vergari nella richiesta di sepoltura di De Pedis a Sant’Apollinare è più una formalità per creare un muro di gomma, che il reale motivo per cui Poletti la concesse il 10 marzo 1990.

    Enrico De Pedis

    Dopo l’omicidio di “Renatino” in via del Pellegrino ( 2 febbraio 1990), gli investigatori sono in massima allerta e seguono la moglie della vittima: Carla Di Giovanni. Il suo incontro con il cardinale e Don Vergari è monitorato. Poletti acconsente alla tumulazione, ma con due diktat: nessun funerale a Sant’Apollinare e la sepoltura deve essere fatta al Verano, prima del trasferimento. Tutto deve svolgersi nella massima discrezione. Una scelta pericolosa e strana per il Vicario di Roma, che dall’alto del suo potere si “spende” così tanto per la sepoltura di un normale cittadino. Uno dei tanti “benefattori” della Chiesa. Per questo, l’incontro a “a tre” è un passaggio fondamentale per capire i veri rapporti tra Poletti e De Pedis. Un passaggio che emerge solo anni dopo, nel 1995 in un’informativa della Dia.

    Dopo appena un anno da questi fatti, il cardinale lascia il suo incarico di Vicario di Roma e di presidente della Cei per limiti d’età. Si aprono le porte della pensione ma due anni dopo, anche quelle degli uffici giudiziari. Infatti, sarà sfiorato in un’inchiesta per tangenti inerenti la costruzione dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino. Finirà tutto in una bolla di sapone, come molte altre inchieste del periodo “Mani pulite”.

    Il 25 febbraio del 1997, la porpora “nera” di Ugo Poletti verrà riposta idealmente nella sua tomba. Portando in dote davanti a Dio più ombre che luci, più misteri che atti misericordiosi, più relazioni pericolose che gesta da ricordare.

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una “porpora nera” nel caso Orlandi (seconda parte)

  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – E’ la notte dell’11 settembre del 1978 quando, in una stamperia a Città di Castello, un tipografo con le dita sporche di inchiostro nero sfoglia il numero di un giornale che sta per essere impacchettato e spedito a Roma. Lo guarda con attenzione, per cercare errori o sbavature ed evitare le lamentele dell’editore che, ad ogni uscita, procura scossoni politici e finanziari in tutto il Paese. Vaticano compreso. La mattina successiva in molte edicole, la copertina rossa con l’immagine di un cardinale con un cappuccio massonico, campeggiava sul numero di settembre del settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli. Il titolo non lasciava dubbi e prometteva rivelazioni che avrebbero creato chiacchiericcio, e qualche urlo, dentro le stanze e gli alti corridoi della Santa sede: La gran Loggia Vaticana.

    Mino Pecorelli era famoso negli ambienti che contano del potere romano, aveva entrature a tutti i livelli nei palazzi che contano. Usava e veniva usato dagli stessi in un gioco che divenne per lui mortale. In questo articolo lui non usò solo fonti coperte, spifferi di “uomini ombra” o di lobbisti. Riportò in modo preciso due lanci d’agenzia fatti da Euroitalia che svelarono nomi, cognomi, matricola e data di iniziazione alla massoneria di quattro cardinali.  Lui completò la lista con altri 117 nomi passati discretamente da una sua conoscenza, probabilmente nell’ambito dei conservatori cattolici. Fu un numero, quello del 12 settembre del 1978, che fece rumore ma che venne silenziato dall’opinione pubblica. Come da tradizione dei media capitolini.

    In quella lunga lista di porporati, spiccano uomini che nel corso del tempo, direttamente o indirettamente hanno trovato spazio nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi. Si riconoscono nomi e cognomi che nei fatti, e nelle narrazioni di criminali e inquirenti, sono stati vicini e conoscenti dei più pericolosi elementi che la malavita romana del tempo, potesse esprimere.

    Agostino Casaroli matricola 41/076 diminutivo Casa, Pio Laghi matricola 0/538 diminutivo Lapi, Paul Marcinkus matricola 43/649 diminutivo Marpa, Virgilio Levi matricola 241/3, Ugo Poletti matricola 32/1425 diminutivo Upo, Piero Vergari matricola 3241/6 diminutivo Pive, De Bonis Donato matricola 321/02 diminutivo Don-debo. Sette nomi sotto la stessa presunta loggia massonica, sette nomi che sono stati protagonisti di una guerra di correnti di pensiero, di loggia di riferimento ( una parte seguiva il Grande Oriente d’Inghilterra e una parte il Grande Oriente di Francia) con dissesti economici importanti, sia per il Vaticano che per la Repubblica italiana. Scontri non troppo velati tra l’ala di Marcinkus e quella di Casaroli ( detta anche Mafia di Faenza). Scontri tra l’ala atlantista filoamericana e quella che predicava l’Ostpolitik. Una “guerra fredda” color porpora.

    Tra questi nomi, quello su cui vogliamo aprire un focus è il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi più controversi della Santa Sede. Quello che ha avuto una “carriera”, nei retroscena, più simile a un romanzo criminale che al percorso di un ministro di Dio. Da sempre, scriviamo e ripetiamo che la Chiesa è formata da uomini, che il Vaticano è uno Stato, che il Vaticano ha una storia controversa. Con luci e ombre annesse. Non stupisce e non deve stupire nulla.

    Da Novara a Milano, due storie che si incrociano

    Sta per iniziare la prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, quando Ugo Poletti nasce in un paese del Piemonte. Prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, diventa sacerdote e successivamente ausiliare del vescovo di Novara, Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, persona molto stimata ed ascoltata da Pio XII.

    E’ il 1954, a Milano, in sostituzione del deceduto arcivescovo Ildebrando Schuster, il Papa decide di affidare il ruolo vacante al pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini. Una netta retrocessione nella carriera per chi, nove anni dopo diventerà Pontefice con il nome di Paolo VI.  Una retrocessione senza titolo cardinalizio, che gli negava la possibilità di diventare Papa. Una retrocessione, che nascondeva dei retroscena raccontati in un libro che per la Chiesa, successivamente, diventò una pubblicazione eretica: Via col vento in Vaticano, edizioni Kaos. Scritto da un gruppo di prelati del Vaticano, “I Millenari”.  E’ in questo libro, mai smentito sui fatti narrati, che la figura di Montini si interseca con il giovane Ugo Poletti.

    Milano è “stretta” per Monsignor Montini. Non viene considerato da Roma, nemmeno in termini di ausiliari messi a disposizione. Anche il vescovo di Novara ne ha più di lui. La verità è che ha pagato a caro prezzo i suoi rapporti con alcuni personaggi in Unione Sovietica, che perseguivano i cattolici russi. Il Papa, riscontrata questa ambiguità, lo ha voluto mettere ai margini, lasciandolo sotto i riflettori nella seconda città d’Italia. Ora, sebbene vicino alla Madonnina del Duomo, è lontano dai corridoi del potere della Santa Sede. Dietro ai suoi silenzi, Montini cova probabilmente un sottile rancore che sfoga in una lotta di screzi e dispetti su Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, il preferito dal Papa. Così, senza interpellare l’episcopato lombardo, decide di spostare “Il Popolo d’Italia”, un giornale cattolico ben affermato in Lombardia, nonostante le proteste del vescovo novarese.

    Il silenzio per la porpora cardinalizia

    E’ il gennaio del 1963 quando Montini, dopo la morte di Pio XII, diventa cardinale con la consacrazione di Giovanni XXIII. La sua “fatwa” sembra essere finita e fa recapitare una lettera al vescovo di Novara. Una lettera dai toni durissimi. Fatali, per chi come Monsignor Vincenzo Villa Gremigni già soffre di problemi cardiaci.

    Alle 23 del 7 gennaio, l’alto prelato muore d’infarto. Montini corre subito in episcopio a Novara, ha un presagio. Forse la sua missiva è il motivo di quell’infarto. Forse è meglio recuperare quella lettera prima che si addebiti a lui, indirettamente, quella morte. Ad accoglierlo c’è un giovane ausiliare: Ugo Poletti. La camera in cui è morto il vescovo è già sigillata e il giovane ausiliare usa termini che fanno capire che sono state proprio le sue parole, messe nero su bianco, a far cedere il cuore di Gremigni. Montini entra in uno stato di panico, chiede, fa pressione a quell’ausiliare dallo sguardo furbo e dai toni bassi. Deve recuperare quella lettera stanotte, non domani. I sigilli possono essere un dettaglio.

    I toni persuasivi funzionano e, dopo due ore, Poletti si presenta con la lettera incriminata, stringendo e costringendo Montini a un patto nel nome del silenzio.

    Sei mesi dopo, Giovanni XXIII morì. Alcuni conclavisti, in una villa a Grottaferrata ( il proprietario era il piduista Umberto Ortolani) decisero che il successore del “Papa buono” doveva essere Monsignor Montini, con il nome di Paolo VI. Così fu.

    Pochi mesi dopo, Ugo Poletti venne promosso arcivescovo di Spoleto e dopo due anni,  si aprirono le porte della Santa Sede come vicegerente del cardinale Vicario Angelo Dell’Acqua.

    N.d.R

    Monsignor Angelo Dell’Acqua fu citato anche da Marcello Neroni, quando mi disse che era lui a riciclare i soldi dei sequestri alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, all’Eur. Un “lavaggio” del denaro che costava il 50% della somma.

    L’oro nero macchia

    A Roma,  il cardinale Poletti non perde tempo. Tesse rapporti, incontra personaggi politici di spessore che diventeranno “amici”. E’ il mondo a cui ambiva, è il potere che cercava. Il 29 Luglio del 1972, scrive a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: “Mi trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente a Lei il Generale di Corpo d’armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a Generale comandante della Guardia di Finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se può favorire la sua candidatura.  Mi assicurano che è una persona molto degna. Dio l’assista tra “tutti gli scogli”.” ( Tratto da “Il Boss della Banda della Magliana” Raffaella Notariale, Newton Compton editori).

    Una raccomandazione in piena regola. Una lettera che diventerà una delle tante “pietre dello scandalo” nella sua vita. Andreotti, cinque giorni dopo rispose:  “ Eccellenza reverendissima, ho ricevuto la sua viva e calda segnalazione a favore del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui aspirazione”. Raffaele Giudice sarà nominato comandante della Guardia di Finanza, come da copione.

    Quando il Vicario di Roma Monsignor Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, sulla stampa appaiono dei trafiletti che ricordano l’esistenza della lettera di Montini a Gremigni. E’ il 27 agosto del 1972 quando, tra lo stupore generale, il cardinale Ugo Poletti, diventa Pro-vicario Generale di Sua Santità Giovanni Battista Montini. La scalata è terminata per quel ragazzo nato e vissuto tra le due guerre mondiali. E’ esattamente dove voleva stare, dietro le luci del palcoscenico, dove vivono le ombre che gestiscono il potere del più piccolo, ma più potente Stato al mondo.

    Un vecchio detto dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una regola a cui non sfugge il cardinale Poletti. E’ il 1980, lo scandalo dei petroli  scoppia fragoroso tra le pagine dei giornali. A finire sulla graticola c’è il comandante della Guardia di Finanza, proprio quel Raffaele Giudice raccomandato dal cardinale. L’accusa è di truffa petrolifera all’Erario per oltre duemila miliardi di lire. Il 17 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, nella lista sequestrata a Licio Gelli, c’è anche il nome del generale. L’inchiesta sulla truffa dei petroli ha strascichi nel tempo e segue filoni diversi. Uno di questi, porta all’arresto il 23 novembre 1982, di un prete di Novara, Don Francesco Quaglia. E’ accusato di corruzione, collusione e concorso in contrabbando. Reati gravi che emergono dal pentimento di alcuni “petrolieri”, che raccontano una strana colletta per permettere la promozione di Raffaele Giudice a comandante della Guardia di Finanza. Un collegamento che porta subito gli inquirenti a chiedersi che ruolo avesse avuto il cardinale Poletti nella vicenda. Una domanda lecita, visto la sua decennale conoscenza con Giudice.

    La reazione di Poletti è scomposta. E’ la reazione di chi pensa di essere intoccabile e, nonostante tutto, viene scoperto. Diffonde alla stampa una serie di comunicati in cui prende le “distanze” da Giudice. Cerca di intimorire inquirenti e giornalisti mandando il suo curriculum, sciorinando tutti i ruoli avuti. Precisa anche ciò che nessuno gli chiede. I giudici torinesi non si fanno impressionare. Il 16 dicembre del 1982 lo convocano per avere delle spiegazioni, delle informazioni. Dopo averlo sentito per due ore, mandano una relazione alla commissione parlamentare che tratta la P2 e alla presidente della Camera Nilde Jotti: a favorire Giudice furono Poletti, il ministro delle Finanze Mario Tanassi e il ministro della Difesa Giulio Andreotti.  L’accusa parla di un carteggio tra Poletti e Andreotti.

    Il cardinale non vuole sentire ragione, tramite il Vicariato manda l’ennesima smentita dove conferma la sua estraneità ai fatti. Una mossa che non lo salverà. Il 14 gennaio del 1983, il giudice Cuva scende da Torino a Roma per riascoltarlo. In tarda serata la notizia rimbalza ogni redazione: il cardinale Poletti ha confessato. Cuva, davanti all’ennesima smentita del porporato, ha estratto dalla sua borsa la “famosa” lettera di raccomandazione, con relativa risposta dell’onorevole Giulio Andreotti. Il bluff, a quel punto, non poteva più reggere. Il “gambler” porporato è stato scoperto. L’eco è nazionale, non tanto per la raccomandazione che, in quegli anni era una brutta abitudine diventata quasi un clichè di guareschiana memoria. La gravità, per gli italiani, è che un cardinale abbia mentito all’autorità giudiziaria, in modo reiterato. Per coprire un rapporto fiduciario con una persona che aveva commesso dei gravi reati.

    In un mondo normale, il dirigente di un’azienda che viene scoperto a mentire a dei giudici, provocando un grosso danno d’immagine alla stessa, viene rimosso. Così non fu per il cardinale Poletti. Giovanni Paolo II gli confermò “piena fiducia”. Due mesi dopo la sua “confessione”, fece uscire un libro: “Fede e politica”, con prefazione di Giulio Andreotti.

    Sarebbe interessante capire se Giovanni Paolo II, “abbia perdonato” ripetutamente il cardinale Poletti per non acuire lo scontro interno con la fazione che supportava la Ostpolitik di Casaroli, o perché il cardinale era in possesso di segreti che lo rendevano più potente del ruolo che ricopriva. Il nome di Poletti, successivamente, uscì anche per altri fatti. Alcuni interessati dall’autorità giudiziaria di Palmi (RC), come il traffico di titoli rubati provenienti dal Banco di Santo Spirito. Compagni di inchiesta, Licio Gelli, Giulio Andreotti, un finanziere e dei criminali calabresi. Risultato? Tutto archiviato.

    (Segue)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

  • “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    “Ecco cosa contiene il dossier fantasma su Emanuela Orlandi”: dopo 40 anni emerge l’indice del fascicolo segreto sparito

    22/6/83. È il giorno della scomparsa della cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Mentre due procure (quella italiana e vaticana) dopo 40 anni hanno riaperto l’inchiesta, c’è anche una commissione parlamentare che indaga sulla ragazzina sparita in un incomprensibile mistero che si intreccia ad altri. Tra i tanti punti oscuri, ci sono dei dossier anch’essi spariti, poi ritrovati ma soltanto in parte.

    I dossier fantasma

    Quella data, il giorno della scomparsa, è riportata sulla copertina di un dossier fantasma. Oggi, la giornalista Simona Zecchi pubblica sulla sua newsletter l’indice completo di quel fascicolo e un estratto della documentazione che lo accompagna. Quattro mesi fa, la Zecchi aveva pubblicato sul Venerdì di Repubblica, un altro malloppo di documenti inediti su Emanuela Orlandi. “Documenti che a quanto pare si volevano tenere nascosti sotto l’ombra del Vaticano”, scrive oggi la Zecchi. Questi documenti sono stati da lei ritrovati presso l’Archivio Centrale di Stato e sono di provenienza del Sismi (ex Aise): la sigla, all’epoca dei fatti, dei Servizi Segreti Militari. Quella invece che la Zecchi pubblica oggi è un’analisi dettagliata di tutti gli argomenti citati in riferimento a un altro fascicolo sparito. L’indice fu ritrovato lo scorso gennaio dal giornalista di inchiesta Gian Paolo Pelizzaro, ricercatore ed ex consulente della Commissione di inchiesta sempre nell’Archivio centrale dello Stato ed è di provenienza del Ministero dell’Interno. “Di quel dossier – spiegava lo scorso gennaio Pellizzaro– secondo la Commissione di inchiesta non c’è più nessuna traccia”.

    I punti del dossier

    La Zecchi ripercorre nel dettaglio i titoli dell’indice stesso. La copertina del dossier riporta un titolo: “Scomparsa Orlandi Emanuela”, che fa il verso al dossier da lei pubblicato proveniente invece dall’ex Sismi (“Caso Emanuela Orlandi”) e i titoletti degli 11 incartamenti che comprende (di cui l’ultimo scritto a penna e con una calligrafia diversa) sono suddivisi in tre volumi. Nel primo volume questi sono i titoletti di ogni incartamento: Atti della Questura di Roma, Criminalpol, appunti, telefonate, atti dei Servizi di Sicurezza. Nel secondo volume i titoletti sono i seguenti: richiesta di verbali di Agca (Alì, l’attentatore del Papa di origini turche, ndr) prese in qualità di teste; questura Roma, accertamenti in Italia relativi a cittadini Turchi; accertamenti in Germania anche in ambienti turchi; lettere in lingua tedesca pervenute all’Ansa ed al Messaggero; Accertamenti per conto di: Montesanti Alfonso e Patrizia De Lellis; fronte liberazione turco anticristiano Turkesh; lettera pervenuta all’Ansa di Milano; M.a.e = avvocato Gennaro Egidio; messaggi a firma Phoenix – Phenix: il gruppo che “Ha infestato la vicenda al tempo con messaggi pseudo-anonimi volti solo a depistare anche questi): per acquisire probabilmente quanto già pervenuto al Sismi”, precisa Simona Zecchi. Il terzo volume di cui sarebbe composto il dossier fantasma cita solo a lettere cubitali, appunto, la dicitura “ritagli stampa”. In nessuno di questi titoli emerge il riferimento al Vaticano e “Alle riunioni – sottolinea la Zecchi – invece emerse tra gli appunti del Sismi in cui entrambi i nostri servizi del tempo e il Vaticano erano stati diverse volte in consesso. E, è ben ricordare per ora, che in uno degli appunti da me pubblicati viene indicato espressamente come la vicenda Ali Agca, che ha preso piede nelle cronache successive alla scomparsa di Emanuela, fosse un chiaro depistaggio”.

    Molti degli argomenti indicizzati in questo dossier fantasma sono simili a quelli del dossier Sismi ritrovato dalla Zecchi ed è facile immaginarne il motivo: le forze dell’ordine collaborando, si scambiavano informazioni sul caso ed è assolutamente possibile che molti documenti siano simili, “riprodotti, inviati con note informative che li trasmettono e ritrasmettono”, dice la Zecchi.

    Montesanti e De Lellis

    “Gli unici argomenti trattati dall’indice che non sono presenti nel dossier Sismi, di cui ho dato notizia e contezza lo scorso marzo – scrive la Zecchi –, sono: gli accertamenti sul conto di due personaggi legati al tempo al sottobosco della tossicodipendenza, Montesanti e De Lellis, e la documentazione proveniente dal Ministero degli affari esteri (da cui la sigla Mae) sull’avvocato Gennaro Egidio che fu assegnato ai familiari da un certo punto in poi dal Sisde”. Alfonso Montesanti all’epoca dei fatti era sposato con Patrizia De Lellis, che in quegli anni aveva frequentato per un paio di mesi il corso di canto corale a cui era iscritta anche Emanuela Orlandi. Sua madre all’epoca lavorava nella scuola di musica “Tomaso Ludovico Da Victoria” che aveva sede nel Palazzo di Sant’Apollinare. Giuliana De Ioannon, questo il suo nome, era factotum e impiegata nella segreteria della direttrice della scuola suo Dolores. “Ho conosciuto De Lellis perché io lavoravo al cinema e l’ho incontrata in un film dove faceva la segretaria di edizione”, ha raccontato Montesanti pochi mesi fa alla commissione di inchiesta che lo ha convocato nell’ambito della pista dei cinematografi. A Montesanti è stato chiesto anche di Bruno Mattei, regista di film hard più volte tirato in ballo in questa vicenda. “Ho conosciuto Bruno Mattei, me lo ha presentato Patrizia e abbiamo fatto un weekend insieme: sapevo che faceva il regista, dopo un po’ scoprii che faceva il regista di film a luci rosse; ma io non ho mai fatto film a luci rosse”, ha detto Montesanti aggiungendo di non aver mai lavorato con lui. Montesanti ha ricostruito davanti alla Commissione il suo rapporto proprio con Patrizia De Lellis, affermando che il matrimonio durò pochissimo, circa un mese. “Entrambi avevamo problemi di tossicodipendenza, frequentavamo piazza San Cosimato a Trastevere perché era un luogo di spaccio, la mia vita in quel periodo era dedita solo a quello, a rimediare un po’ di soldi e trovare le droghe”. Alla domanda se tramite l’ambiente della droga trasteverino sia mai entrato in contatto con esponenti della Banda della Magliana, l’uomo ha risposto di no: “noi cercavamo giusto una dose al giorno, per tirare avanti, non eravamo proprio considerati, entravi in contatto con esponenti di livello se magari compravi qualche etto”. (fonte: Ansa). Patrizia De Lellis invece aveva attirato i sospetti degli inquirenti al tempo. Le persone legate a quel periodo della sua vita, continua Montesanti “non le ho più viste, come tutto il resto che girava intorno a quel periodo, erano ricordi spiacevoli, ho cercato di allontanarli”.

    Il fascicolo scomparso

    Del dossier “scomparso”, di cui Pellizzaro ritrovò l’indice pare non ci sia più nessuna traccia o almeno non se n’è più fatta parola. Ma la Zecchi azzarda infine un’ipotesi: “É logico pensare che ormai il dossier del Ministero dell’Interno è stato ritrovato e che vista l’audizione del Montesanti a questo punto sia stato visionato dalla Commissione. Il fascicolo era parte di un bulk di documenti rinvenuti presso la Via Appia e appartenenti all’allora Ucigos, alcuni di quei documenti, per intenderci, contenevano anche il dossier sul Noto Servizio e Anello, la struttura occulta che dal ‘44 al ‘81 ha gestito alcune operazioni di destabilizzazione nel nostro Paese e alternandosi con altre strutture. Un marasma di cose da mettere in ordine tutte di disparata provenienza, alcune molto importanti, ritrovate dal perito di procure e tribunali Aldo Giannuli nel 1997. Pare che per errore il dossier del Ministero sulla Orlandi non sia stato convogliato interamente e prontamente dopo l’emanazione della Direttiva Renzi del 2014”.

    La Commissione bicamerale di inchiesta sulle scomparse di Mirella Gregori e di Emanuela Orlandi riprenderà i lavori a settembre – ha anticipato l’Ansa lo scorso 4 agosto – con l’audizione dell’ex dirigente della Polizia, Giovanna Petrocca, che ha seguito da vicino il ruolo di Sabina Minardi ormai scomparsa, e con Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, dopo le rivelazioni della grafologa forense, Sara Cordella.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/19/emanuela-orlandi-dossier-segreto-indice-notizie/8098647/

  • Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Vescovo Alain, qual è la sua prima reazione a conclusione del processo al prete ticinese accusato di abusi e condannato a 18 mesi con la condizionale?

    È una condanna che conferma la commissione di reati, peraltro ammessi dallo stesso prete. Quindi è appurato che ci sono stati abusi. Rimango molto addolorato per tutte le persone coinvolte.

    Durante il processo è emersa come fondamentale la testimonianza del primo giovane che ha rotto il silenzio. Lei ha incontrato il giovane in questione che tra l’altro – come appreso al processo – è venuto da lei preoccupato anche per il pericolo in cui poteva incorrere un minore a lui vicino. Cosa l’ha colpita di questa testimonianza?

    La difficoltà di una persona che ha avuto ammirazione nei confronti di chi stava denunciando, che aveva fiducia nell’altro e che ora vive la distruzione di questa fiducia. C’è un disagio profondo che ha vissuto e percepito dovendo denunciare una persona che lo ha fatto crescere nella fede. Va detto che il giovane è stato anche aiutato da qualcuno a lui vicino ed interno al mondo ecclesiale a cui si è confidato e con il quale ha preso coscienza della gravità dei fatti vissuti.

    Al processo è emerso che ci sono altre vittime coinvolte, anche dei minori. Quale attenzione ora la Chiesa che è in Ticino sente di rivolgere a questi ragazzi?

    C’è sempre da parte nostra la disponibilità ad accogliere chi desidera condividere un disagio personale. La Diocesi ora collabora ufficialmente con la LAV. La procedura presso la LAV avviene confidenzialmente, la persona viene aiutata gratuitamente, in modo professionale, con la garanzia di una totale indipendenza dalla Chiesa, di totale libertà e di assoluta discrezione. Sempre la LAV si occupa di avviare con le persone vittime le procedure per il risarcimento dovuto dalla Chiesa. Poi c’è il GAVA, un luogo di dialogo con persone che hanno subito questo stesso tipo di abuso e che si mettono a disposizione di altri. Lo raccomando di cuore!

    Il GAVA – proprio in queste ore – ha rilasciato un comunicato nel quale sottolinea che la gravità dell’abuso non è definibile con criteri solo quantitativi (le volte che uno viene toccato) o qualitativi (le modalità dell’atto). Lei, che ha incontrato anche in altre occasioni delle persone vittime, condivide questa considerazione?

     La sofferenza soggettiva non si può misurare. La sofferenza e il vissuto della persona prima della situazione dell’abuso, c’entrano con la sofferenza provocata dall’abuso. Tutte le persone sono diverse tra loro, ma la sofferenza c’è sempre. Talvolta una persona può rendersi conto di aver subito un abuso molto tempo dopo aver subito l’atto, ma quando se ne rende conto, quella persona soffre. Non è una sofferenza misurabile su una scala: è una sofferenza personale e capibile personalmente.

     Il presbitero – che in sede processuale si è detto pentito e ha chiesto perdono per i “gravi errori commessi e per la sofferenza arrecata non solo alla vittime ma a tutta la Chiesa in Ticino” – ora dovrà affrontare una procedura canonica. Cosa lo aspetta da parte della giustizia della Chiesa?

    Il caso implica dei minorenni quindi la competenza è di Roma. Roma, per emettere il suo giudizio, avrà a disposizione anche la sentenza e gli atti del processo civile.

    Quindi ci sarà un processo canonico a Roma?

    Ci sarà una procedura canonica, che può implicare o meno un processo, a seconda di quanto Roma deciderà.

    Roma dovrà attendere l’esito del ricorso del Pubblico ministero?

    Noi informiamo Roma, mandiamo tutta la documentazione, poi sarà Roma a decidere.

     Il prete in questione è rientrato a casa, potrà celebrare Messa e svolgere attività pastorale con adulti, dato che il giudice gli vieta solo ogni contatto con i minori?

    Al momento è sottoposto da parte della Chiesa alla misura cautelare di proibizione del ministero sacerdotale; quindi, non può svolgere attività pastorali o celebrare, questo fino a quando ci sarà la comunicazione dell’esito della procedura canonica.

     La diocesi come lo accompagna in questo periodo? 

    La Chiesa deve sempre accompagnare i figli che sbagliano, anche chi ha commesso un crimine, senza mai sostituirsi alla giustizia civile, e far sì che vengano aiutati per fare verità in loro stessi e sanare tutta la loro vita.

     Nella sentenza è stato deciso che il presbitero segua un accompagnamento di carattere psicologico. Questo, ora, dipende da lui o dalla Diocesi?

    Da lui, in obbedienza alla sentenza del tribunale che è indirizzata a lui. La Diocesi può essere di aiuto.

     Al processo si è parlato del vescovo Lazzeri. Il giovane – che poi è venuto da lei nel 2024, è emerso che si era rivolto nel 2021 già a Lazzeri per segnalare una situazione di grave disagio vissuto (da adulto) con il prete. Al processo si è parlato di un aiuto messo a disposizione dal vescovo Lazzeri al presbitero. Cosa non ha funzionato, secondo lei?

    La decisione è stata presa secondo le conoscenze che aveva la Curia in quel momento, prendendo le misure del caso e indirizzando il prete da uno psicologo dove è andato. Il giovane, adulto al momento dei fatti, decise di non denunciare.

    Cosa insegna questa vicenda alla Chiesa in Ticino?

    Ci insegna ad avere sempre un’attenzione molto grande a chi esprime disagio, non solo nell’ambito dell’abuso sessuale, ma anche nell’abuso di potere e spirituale. Bisogna promuovere la libertà di parola nelle relazioni spirituali. Abbiamo già iniziato nei Vicariati un percorso di prevenzione rivolto ai preti e lo abbiamo fatto anche con il personale della Curia e con i colleghi della Conferenza missionaria. E proseguiamo.

     Cosa pensa della decisione del Consiglio di Stato dell’obbligo di denuncia nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e riformata in Ticino?

    Mi sembra giusta. Se lo Stato ha l’obbligo di informare la Chiesa quando un membro del clero viene accusato, deve esserci anche l’obbligo da parte della Chiesa di denunciare un caso allo Stato. Si tratta di un aspetto previsto dal diritto canonico e che ora viene applicato alla legge cantonale sulla Chiesa.

    https://catt.ch/newsi/il-vescovo-alain-rilegge-con-cattch-la-vicenda-del-prete-ticinese-reo-di-abusi

  • “Emanuela Orlandi? Il Vaticano doveva aprire un’inchiesta, ma per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. Tutti sono ossessionati da Garlasco”: parla Federica Sciarelli

    “Emanuela Orlandi? Il Vaticano doveva aprire un’inchiesta, ma per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. Tutti sono ossessionati da Garlasco”: parla Federica Sciarelli

    È il volto del servizio pubblico per eccellenza, la giornalista che da oltre vent’anni entra nelle case degli italiani per raccontare i misteri, i dolori e le speranze di chi cerca una persona cara. Federica Sciarelli, volto e anima di “Chi l’ha visto?”, si racconta in un’intervista al Corriere della Sera in cui analizza anche i misteri di Garlasco e di Emanuela Orlandi. Sul delitto di Garlasco, la giornalista descrive un fenomeno che vive sulla propria pelle. “Persino quando porto giù il cane le persone mi chiedono che ne penso. Come mai avete quest’ossessione?”, si chiede. Per lei, il caso “è importante, può aprire tante porte”, ma la morbosità che lo circonda è un sintomo di un cambiamento culturale che la lascia perplessa.

    “Prima c’erano la velina e il calciatore, oggi incontro solo gente che vuole fare il criminologo“, afferma con la sua consueta schiettezza. Per lei, che “assorbe il dolore dei famigliari e lo trasforma in ostinazione”, non è sano “pensare dalla mattina alla sera agli omicidi”. La sua soluzione per staccare? “Finito di lavorare, io chiudo tutto e vado sui pattini”. Se su Garlasco è critica verso l’ossessione del pubblico, sul caso di Emanuela Orlandi la sua analisi si fa dura e punta il dito contro le istituzioni ecclesiastiche. “Non sappiamo cos’è successo, e non possiamo accusare, ma Emanuela Orlandi era una cittadina vaticana. Doveva essere il Vaticano a prendere in mano la situazione, aprendo un’inchiesta. Non è stato fatto”.

    La sua è un’accusa precisa a una cultura del silenzio: “Per la Chiesa i panni sporchi si lavano in famiglia. A volte neanche le informazioni minime vengono fornite”, dichiara, citando come esempio anche il caso di Cristina Golinucci, scomparsa da un convento dove “il padre spirituale non ha detto che lì c’era uno stupratore”. Come si arriverà alla verità? Per la Sciarelli, la speranza è una sola: “L’unica è che qualcuno decida di liberarsi la coscienza“. È questo, spiega, il senso dei suoi famosi e gelidi appelli in diretta: “Quando guardo in camera e dico: ‘Attenzione, che c’è l’inferno’, è per questo”.

    E poi ancora, Sciarelli è un fiume in piena: “Mi arrabbiavo quando sentivo dire: ‘se scompaio non mi cercate’. Se nessuno ti cerca vuol dire che nessuno ti vuole bene”, spiega, sintetizzando la filosofia del suo programma. Un lavoro che la porta a confrontarsi quotidianamente con il dramma: “Uno lascia un biglietto in cui scrive che non riesce a comprare i regali di Natale ai figli e si vuole andare a buttare di sotto: che fai, non lo cerchi?”. Un’indignazione che non si placa, neanche di fronte ai casi più crudi, come quello recente di Villa Pamphili: “Quest’uomo andava in giro ubriaco, con la bambina in evidente stato di maltrattamento, e non è stato fermato. Le segnalazioni c’erano: le forze dell’ordine avrebbero dovuto metterla in sicurezza”. Per lei, “abituarsi al male è la vera sconfitta”.

    Questa ostinazione ha portato a risultati concreti: “Siamo stati chiamati in Parlamento per il disegno di legge sugli scomparsi. Se vai a denunciare il furto di un motorino si fa subito: perché se a sparire è una persona devono farti aspettare 48 ore? Abbiamo insistito tanto su questo, come sull’incrocio del dna dei cadaveri non identificati e di chi è sparito”. La svolta nel suo approccio arrivò con il caso di Elisa Claps: “Mi sono presa querele, articoli contro. Ma avevo studiato il caso ed ero certa che Danilo Restivo l’avesse uccisa. Chiesi il permesso alla madre e al fratello di iniziare a chiamarlo omicidio con occultamento di cadavere. Quando trovarono il corpo in chiesa, dopo diciassette anni, lo schema di pensiero finalmente è cambiato”. La sua lotta oggi continua anche contro i femminicidi (“il primo schiaffo è uno schiaffo di troppo. L’odio nei confronti delle donne è più forte della paura del carcere“) e i pericoli del web, come le truffe romantiche o le dinamiche online che hanno portato al suicidio dello studente Andrea Prospero.

    Quella di Federica Sciarelli è anche la storia di una carriera costruita in un mondo prevalentemente maschile. Dopo un concorso vinto per l’ufficio informazioni del Senato (“otto anni utili ma una noia mortale”), contro il parere del padre (“Vuoi lasciare un posto d’oro per fare il giullare?”), approda al giornalismo. Al Tg3, con il suo maestro Sandro Curzi, si impone come inviata politica. “Gli dicevo: ‘Tu, per le dirette parlamentari da Montecitorio, preferisci un analfabeta uomo che una donna’. La spuntai: da inviata politica giravo il mondo coi presidenti“. Fu lei a far parlare per la prima volta Silvio Berlusconi di “teatrino della politica”.

    Ma chi è la Sciarelli fuori dagli studi? Una donna che ammette di essere “nata timida”, che non pensa al look (“sempre in jeans, non amo i gioielli“) e che viene rincorsa dalla costumista prima della diretta: “Almeno le scarpe da tennis, levatele!”. La sorella la prende in giro: “Federica, sembra che eri a fare i piatti fino a due minuti prima”. Finita la puntata, si rilassa parlando con i centralinisti. E per staccare davvero, chiude tutto e va “sui pattini”, infastidita dall’ossessione collettiva per la cronaca nera: “Prima c’erano la velina e il calciatore, oggi incontro solo gente che vuole fare il criminologo“. Accettò la conduzione di “Chi l’ha visto?” pensando di restare un paio d’anni. Ci è rimasta per venti, trasformando un programma in una missione di servizio pubblico: “È bello prendere lo stipendio per dare una mano agli altri”, conclude.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/16/caso-orlandi-sciarelli-critica-vaticano-news/8096107/