Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Mariano Fazio, numero due dell’Opus Dei e accusato di tratta, era stato inviato a Roma per “controllare” Francesco.

    Mariano Fazio, numero due dell’Opus Dei e accusato di tratta, era stato inviato a Roma per “controllare” Francesco.

    Mariano Fazio, il numero due dell’Opus Dei, è stato accusato dai tribunali argentini di “tratta di esseri umani sotto forma di schiavitù”. Secondo il caso, avrebbe reclutato almeno 43 donne minorenni e le avrebbe costrette a lavorare gratuitamente come domestiche per decenni.

    Con una sentenza emessa l’11 giugno, i tribunali argentini hanno aggiunto un imputato di alto profilo al caso su cui stanno indagando dal 2022, riguardante la tratta di donne ridotte a domestiche.

    L’ultimo imputato è il reverendo monsignor Mariano Fazio , nato a Buenos Aires nel 1960 e vicario ausiliare della Prelatura della Santa Croce e Opus Dei (Opera di Dio) a Roma.

    Fazio è anche il braccio destro dello spagnolo Fernando Ocáriz, il leader supremo del gruppo ultracattolico. Ed è il primo in lizza per succedergli.

    Indagine avviata nel 2022

    L’indagine giudiziaria è iniziata nel 2022. Presenta la testimonianza di 43 donne economicamente vulnerabili, che sono state attirate dal progetto quando avevano tra i 12 e i 16 anni con la promessa di una casa e di un’istruzione.

    Tuttavia, le uniche istruzioni che ricevevano riguardavano i lavori domestici. Stirare, cucinare e pulire, tutti lavori che svolgevano per decenni senza retribuzione e richiesti dagli uomini dell’Opus Dei, sia in Argentina che in altri paesi.

    Secondo l’accusa, questa sottomissione al lavoro era accompagnata da un regime di indottrinamento e manipolazione psicologica.

    Minacce di morte, Fazio coinvolto nel caso trattato in segreto per due anni

    Una delle vittime ha raccontato al giudice Daniel Rafecas che Carlos Nannei, che conduceva le sessioni di meditazione, aveva detto loro: “Lasciare l’Opera è stato come abbandonare la barca”. E, più seriamente: “Abbandonare la barca è come una morte improvvisa”.

    “Camminavo per strada pensando di non voler più vivere. Pensavo a come la gente potesse sorridere. È stato allora che mi hanno mandato da uno psichiatra”, ha raccontato la stessa querelante. A lei, come alle altre donne, era richiesta la massima disponibilità per un gran numero di faccende domestiche.

    Questa dichiarazione, resa il 6 maggio tramite il metodo camerale di Gesell, ha permesso ai procuratori Eduardo Taiano, María Alejandra Mángano e Marcelo Colombo di ampliare l’accusa contro Fazio. Il sacerdote era stato inizialmente escluso dalla convocazione per l’interrogatorio.

    Nel 2024, dopo due anni di indagini segrete senza precedenti, la Procura argentina contro la tratta di persone (PROTEX) e la Procura federale penale e penitenziaria nazionale 3 hanno presentato accuse formali contro le massime autorità dell’Opus Dei a Buenos Aires.

    La richiesta ha convocato per l’interrogatorio gli ex vicari regionali Carlos Nannei (1991-2000), Patricio Olmos (2000-2010) e Víctor Urrestarazu (2014-2022). È interessante notare che Fazio, che aveva ricoperto lo stesso incarico nel periodo intercorrente tra i due, non è stato nominato.

    Inviato a Roma per “controllare” Francesco

    Fazio è stato vicario regionale dell’Opus Dei in Argentina, Paraguay e Bolivia dal 2010 al 2014. Dal 2014 al 2019 è stato vicario generale della prelatura e attualmente è vicario ausiliare, secondo nella gerarchia mondiale.

    Fazio arrivò a Roma nel 2014, un anno dopo che il suo connazionale argentino Jorge Mario Bergoglio era diventato Papa Francesco.

    La sua nomina, inizialmente a vicario generale, non fu casuale. L’allora capo supremo dell’Opus Dei, Javier Echevarría, lo chiamò per cercare un rapporto più stretto con il gesuita, che, sebbene appena arrivato in Vaticano, mostrava già una vena riformista che li allarmava.

    Non ha funzionato

    Secondo fonti vicine all’Opus Dei e al Vaticano, l’intento era quello di “controllare” Francesco, con il quale Fazio intratteneva un rapporto cordiale a Buenos Aires.

    L’Opus Dei fu fondato nel 1928 in Spagna e si rafforzò durante la dittatura franchista. L’organizzazione fu accusata innumerevoli volte di pratiche autoritarie e retrograde. Parallelamente, però, si diffuse in diversi paesi e acquisì influenza all’interno della Chiesa cattolica. Tanto che il suo fondatore, Josemaría Escrivá de Balaguer, fu canonizzato a tempo di record nel 2002.

    L’influenza dell’Opus Dei diminuì sotto il papato di Francesco, nonostante gli sforzi per invertire lo spirito riformista dell’Argentina, compresi gli sforzi di Fazio, ora incriminato.

    Bergoglio decise di riconfigurare lo status istituzionale dell’organizzazione e di ridurne i poteri, indebolendo il potere all’interno del Vaticano, che era cresciuto rapidamente durante il pontificato di Giovanni Paolo II.

    00 Tiempo Argentino

  • L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

    L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

    di Ambrosini Alessandro – Torniamo nel 2017. Emiliano Fittipaldi, allora giornalista dell’Espresso, pubblica il libro: Gli impostori. Tra gli argomenti trattati, il caso di Emanuela Orlandi è il “piatto forte”. In esclusiva,  presenta una lettera composta da cinque fogli, datata marzo ’98. La missiva è un rendiconto finanziario scritto, verosimilmente dall’allora capo dell’Apsa( Amministrazione patrimonio sede apostolica), il cardinale Lorenzo Antonetti  ai monsignori Giovanni Battista Re e Jean-Louis Tauran. Come tutti sanno, non è un rendiconto finanziario normale o una nota spese di qualche missione all’estero. E’ la sintesi delle spese sostenute per “l’allontanamento domiciliare e delle fasi successive della cittadina Emanuela Orlandi”. Cinque pagine che raccontano, o che vorrebbero raccontare, le fasi di preparazione, attuazione e mantenimento della ragazza a Londra. Raccontano, leggendo le voci del report, del coinvolgimento di una ginecologa di fama, della presenza del cardinale Ugo Poletti e di altri soggetti che avevano  ruoli definiti nell’organigramma della Santa Sede.

    Se nella forma ci sono dei refusi nella struttura della lettera, nella sostanza questi cinque fogli sommano fatti, personaggi  e circostanze che hanno delle rispondenze certe  nella realtà . Tranne uno.

    Se le voci sul presunto soggiorno obbligato di Emanuela le tratteremo in seguito, direttamente dalle parole del “postino”, è interessante soffermarsi sulla terza pagina. Sulla nota che riporta: “Attività gestione Stampa coordinata Dottor Teofilo Benotti, L. 5.000.000”. Come scritto anche da Fittipaldi, la figura di Benotti non è mai stata di primo piano. Nelle ricerche effettuate dal giornalista, non si trovano riscontri come appartenente all’ufficio stampa del Vaticano e nemmeno come collaboratore del giornalista dell’Opus Dei Joaquin Navarro-Valls, che ha guidato la comunicazione per la Santa Sede dal 1984 al 2006.  Ha collaborato con l’”Osservatore romano”  e, da quanto si dice era “persona ascoltata da Giovanni Paolo II”.

     Fittipaldi trova invece tracce nitide di Teofilo Benotti nell’archivio del Quirinale, come  insignito del titolo di “Commendatore” nel 1977 e, vent’anni, dopo  di “Grande ufficiale al merito della Repubblica italiana”.Tutto si ferma a queste informazioni.

    Questa figura enigmatica, inserita dentro al contesto dei “cinque fogli”, rappresenta un punto di domanda che abbiamo cercato di capire con l’aiuto di Antonio Parisi, un giornalista di lungo corso che lavora a Roma da sempre. E da sempre, molto vicino agli ambienti monarchici e vaticani. Ci ha rilasciato una lunga dichiarazione audio esclusiva, molto specifica e interessante, che vi presentiamo in forma scritta per facilitare la comprensione dei passaggi salienti. Passaggi che analizzeremo alla fine.

    CHI E’ ANTONIO PARISI

    Antonio Parisi è nato in provincia di Taranto e vive a Roma. Ha diretto, succedendo a Ruggero Orlando, l’emittente nazionale Rete Mia e, per due anni, il quotidiano “Il Meridiano”. Ha firmato diversi scoop sui più importanti settimanali italiani, ritrovando tra gli altri i documenti inediti in cui Pio XII difendeva gli ebrei durante la persecuzione nazista. Ha seguito per anni il caso della morte di Edoardo Agnelli, ed è stato al centro della clamorosa puntata de “La Storia siamo noi” sulla vicenda ( I misteri di casa Agnelli. Aliberti  editore). E’ considerato un esperto della storia delle grandi dinastie che hanno regnato e regnano tuttora in Europa e nel mondo.

    “Quando furono pubblicati i contenuti dei fogli della rendicontazione sulle presunte spese sostenute dal Vaticano, sul presunto mantenimento di Emanuela Orlandi a Londra, emerse il nome di Teofilo Benotti il qualeera un collaboratore dell’Osservatore Romano e si sarebbe occupato,  per 5 milioni delle vecchie lire, di gestire in qualche modo i rapporti con i giornali sulla vicenda della scomparsa della ragazza. Un po’ tutti si chiedevano chi fosse Benotti, io forse ne sapevo qualcosa. Conobbi Teofilo Benotti nel 1982, all’epoca ero stato assunto al Ministero del Tesoro e, forse perché figlio di un grande invalido di guerra, ero stato mandato alla Direzione generale delle pensioni di guerra il cui direttore generale era l’ex potente di Stato Felice Ruggero, il cui nome era stato inserito nella lista P2 e perciò inviato, per punizione, al poco importante incarico alle pensioni di guerra. L’ufficio era in Via Casilina n.3, oggi lo stabile è occupato dalla compagnia dei trasporti ferroviari Italo. In questi uffici del Ministero del Tesoro, ve ne era uno curioso: Il Comitato di liquidazione delle pensioni di guerra che, pur inserito nella struttura del tesoro, per qualche mistero burocratico era ufficio dipendente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. In questa struttura lavorava per l’appunto Benotti. Dopo un mese dalla mia assunzione, io monarchico divenuto segretario nazionale del fronte monarchico giovanile dell’unione monarchica italiana, venni avvicinato da Benotti. Mi apparve come uno strano uomo che sembrava in realtà un sacerdote di alto rango, parlava con tono basso e parole misurate. Un po’ mellifluo.

    Benotti  si presentò quale giornalista pubblicista, impiegato appunto presso il comitato di liquidazione delle pensioni di guerra e mi suggerì caldamente di non parlare della mia fede monarchica. Era pericoloso, mi disse, perché ero già stato segnalato. Infatti, secondo Benotti, in ogni direzione generale del ministero, vi erano impiegati che percepivano dalle trecento  alle cinquecentomila lire al mese, da parte dei servizi segreti, per riferire e rapportare su quanto accadeva all’interno delle stesse direzioni generali. Benotti disse che però lui poteva proteggermi, che ero sotto la sua ala protettiva e che, in cambio, mi avrebbe chiesto un “favore” da parte della real casa di Savoia, cosa questa che mi infastidì moltissimo. Il Benotti, ogni giorno, era solito lasciare il Ministero alle 9.30, prendere l’autobus davanti al Ministero stesso e recarsi nella Basilica di S. Maria Maggiore dove, mi aveva confidato di avere un importante incarico.

    Nei giorni successivi al nostro primo incontro, Benotti con mia grande perplessità, mi chiese di uscire dall’ufficio per accompagnarlo a S. Maria Maggiore. Non voleva che segnalassi la cosa al mio dirigente, cosa che infatti non feci e chiesi un regolare permesso di lavoro. Quindi con Benotti prendemmo l’autobus e l’accompagnai alla Basilica di S. Maria Maggiore. Lì mi mostrò tutte le parti interessanti di una delle quattro Basiliche Maggiori romane e con mia curiosità gli chiesi come facesse a lasciare il posto di lavoro tutti i giorni senza che il Ministero fiatasse. Lui mi disse che non c’era assolutamente problema, che lui aveva un incarico delicato e che mi doveva bastare sapere questo.

    Fu proprio nell’occasione di questa visita a S. Maria Maggiore che Benotti mi chiese il favore di cui aveva bisogno da casa Savoia: Benotti voleva ottenere un provvedimento nobiliare per diventare Conte da parte di Umberto II di Savoia, aggiungendo “se te ne occuperai, otterrai un successo, ti ricompenserò in maniera molto proficua e adeguata”. Una richiesta per me quasi impossibile, sapevo che il sovrano, in esilio, non accontentava facilmente questo genere di richieste. Confermava quasi esclusivamente la vecchia nobiltà  piemontese o chi aveva prestato dei grandi servigi all’Italia durante il periodo monarchico, o magari anche dopo. Benotti mi sollecitò in ogni modo ad intervenire, sapeva che era una questione anche abbastanza delicata. Che re Umberto era molto malato e che poteva spegnersi da un momento all’altro e quindi, secondo lui, bisognava fare presto. Non mi lasciai convincere e rifiutai di svolgere questo incarico per lui. Aggiunsi che, se proprio voleva, poteva provare a parlare o con il segretario generale dell’unione monarchica Sergio Boschiero oppure, molto meglio, con Falcone Lucifero che era l’uomo che si occupava di queste questioni. Aggiunsi pure che  Falcone Lucifero, ministro della real casa, in realtà era enormemente ben introdotto in Vaticano con grandi amicizie nella segreteria di stato. Se lui voleva, poteva ben chiedere a Lucifero. Benotti cambiò quasi di espressione, sembrava un serpente che non aveva potuto ingoiare la sua preda. Benotti ammutolì al mio infastidito rifiuto e a me non restò che raccontare il tutto a Sergio Boschiero, segretario generale, il quale mi disse di riferire immediatamente a Lucifero.

    Riferii a Lucifero il quale mi disse di essere stato molto bravo ad aver declinato la richiesta di Benotti e, sibillinamente, Lucifero – uomo che secondo l’Espresso era enormemente potente, molto legato a Licio Gelli – mi chiese dove mi fosse stata fatta la richiesta da parte di Benotti, se all’interno della Basilica di Santa Maria Maggiore o fuori delle mura della Basilica. Gli risposi che me lo aveva chiesto nella Basilica e lui mi rispose: “capisco, la Basilica è territorio extra-territoriale”. Chiesi al ministro quale fosse la differenza e mi disse: “Eh la differenza la conosco io”.

    Dopo pochi mesi da quel  colloquio con il ministro della real casa e dopo aver declinato la richiesta di Benotti , Re Umberto, che aveva una grave malattia, il 18 di marzo del 1983 morì.

    Tre mesi dopo Emanuela Orlandi sparì, inghiottita in un buio da cui non si riesce ancora oggi a fare luce.

    Tempo fa, emerse una voce secondo cui i resti di Emanuela Orlandi sarebbero stati occultati dentro S. Maria Maggiore, guarda caso il luogo in cui Benotti, prestava non sappiamo che tipo di servizio. “

    ANALISI DI UN’ANOMALIA

    Questa testimonianza diretta, ci dice chiaramente che Teofilo Benotti non era un semplice impiegato statale. Non e’ stato solo uno scrittore di testi come: “L’azione politica cristiana”. O “uomo ascoltato” da ben quattro pontefici . Ci tratteggia una persona che lavorava per il Ministero del Tesoro e per qualche organismo interno al Vaticano. Non un doppio lavoro, un doppio incarico. Dettaglio che porta a pensare a una collaborazione tra la Santa Sede e lo Stato italiano, su qualche aspetto che non doveva essere di dominio pubblico.

    Ci dice che lui era a conoscenza di chi collaborava con i servizi segreti, in modalità di controllo. Li conosceva, e poteva “proteggere” Parisi dai loro report. Si può dedurre, quindi, che lui avesse dei rapporti con questi “collaboratori dei servizi”. Rapporti non subalterni. Rapporti che fanno pensare che lui stesso fosse un “collaboratore dei servizi”. Di un livello superiore.

    Il fatto che sia stato inserito dentro ai “cinque fogli”, ora ha un senso. Il suo “secondo incarico”, che non era certamente alla luce del sole, giustifica la sua presenza in quella rendicontazione e apre una serie di domande sulla veridicità dei contenuti. Ritenuti, da quasi tutti, un depistaggio. Una “verità” che noi  abbiamo sempre contestato, non volendo ritenere pregiudiziale l’architettura della lettera. La figura di Benotti, nei “cinque fogli”, è stata sempre considerata una delle anomalie rispetto al resto dei personaggi citati. Ora molto meno. Se la domanda era: perché è stato inserito un nome come quello di Teofilo Benotti, qualche risposta possiamo darla, ora. Come leggerete, e ben sapete, questa è una matassa che va sciolta un po’ alla volta. Senza trascurare i dettagli che, sebbene piccoli, sono importanti.

    (SEGUE PARTE 4)

    L’ultimo Servizio/ L’anomalia nei “cinque fogli” del caso Orlandi. Chi era Teofilo Benotti?- Esclusiva

  • Il vescovo eletto si dimette dopo la segnalazione di “comportamento inappropriato” nei confronti di un minore

    Il vescovo eletto si dimette dopo la segnalazione di “comportamento inappropriato” nei confronti di un minore

    Un sacerdote polacco nominato vescovo a luglio si è dimesso prima della sua ordinazione episcopale a causa di una segnalazione di un passato “comportamento inappropriato nei confronti di un minore”, è stato annunciato sabato.

    Il vescovo di Radom Marek Solarczyk ha fatto luce il 9 agosto sul motivo per cui padre Krzysztof Dukielski ha chiesto a papa Leone XIV di liberarlo dalla nomina del 12 luglio a vescovo ausiliare di Radom.

    La diocesi situata a sud della capitale Varsavia ha annunciato il 6 agosto che papa Leone aveva accettato la richiesta di Dukielski di farsi da parte, ma non ha fornito alcuna motivazione per tale decisione.

    Ma in un comunicato del 9 agosto , Solarczyk ha affermato di voler chiarire le circostanze delle dimissioni per il bene della Chiesa e per preoccupazione della persona coinvolta.

    Solarczyk ha affermato che è stato solo dopo l’annuncio della nomina di Dukielski che è emersa la segnalazione di comportamenti inappropriati nei confronti di un minore.

    «In conformità con il diritto canonico vigente, dopo aver ricevuto informazioni attendibili, sono stati avviati senza indugio i procedimenti previsti dalle norme», ha affermato il vescovo.

    Ha osservato che a Dukielski erano state imposte “misure preventive appropriate”.

    “Ulteriori decisioni sul suo caso saranno prese in conformità con le pertinenti disposizioni del diritto canonico”, ha affermato.

    Solarczyk ha aggiunto: “Esprimo la mia sincera solidarietà a quanti sono stati colpiti dal comportamento inappropriato del sacerdote. Vi assicuro le mie preghiere e la mia disponibilità a offrire loro sostegno pastorale”.

    “Confermo inoltre la mia determinazione a realizzare tutti i principi di giustizia e a costruire una comunità ecclesiale basata sulla verità, sulla responsabilità e sul rispetto per ogni essere umano”.

    Dukielski non ha commentato pubblicamente le sue dimissioni né la dichiarazione del vescovo.

    Il sacerdote 47enne è stato il 65° vescovo nominato da Leone XIV dopo la sua elezione a maggio e la prima nomina del papa nato negli Stati Uniti a una diocesi di rito latino in Polonia.

    Dukielski è stato ordinato sacerdote nella diocesi di Radom nel 2003. Ha studiato a Roma dal 2004 al 2013, lavorando contemporaneamente in parrocchie italiane. Dal 2014 al 2016 è stato vicedirettore dell’ufficio organizzativo nazionale della Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia.

    Nel 2021 è stato nominato parroco della chiesa di San Giovanni Battista a Magnuszew, una cittadina nella Polonia centro-orientale, un ruolo che ha ricoperto quando è stato nominato vescovo.

    L’11 agosto i media polacchi hanno riferito che don Karol Piłat, ex vicedirettore della Caritas nella diocesi di Radom, aveva sostituito Dukielski come parroco della chiesa di San Giovanni Battista.

    Secondo quanto riferito, Solarczyk dovrebbe nominare formalmente Piłat pastore domenica 17 agosto.

    Dukielski non è il primo vescovo polacco eletto a farsi da parte prima della sua ordinazione episcopale.

    Don Franciszek Ślusarczyk, rettore del Santuario della Divina Misericordia a Cracovia-Łagiewniki, è stato nominato vescovo ausiliare di Cracovia il 3 dicembre 2018 e si è dimesso nove giorni dopo.

    L’arcidiocesi di Cracovia non ha fornito alcuna motivazione per la decisione, che secondo quanto affermato Ślusarczyk è stata presa “dopo riflessione e preghiera”. Ślusarczyk si è scusato con coloro che si sono sentiti delusi dalla sua decisione e ha affermato che intende continuare a servire l’arcidiocesi e la Chiesa.

    Anche in altri Paesi europei i sacerdoti si sono dimessi poco dopo essere stati nominati vescovi.

    Mons. Ivan Brient è stato nominato vescovo ausiliare di Rennes, in Francia, il 7 ottobre 2022, ma il 16 novembre 2022 ha annunciato che il Papa aveva accettato la sua decisione di dimettersi. Il cinquantenne ha citato problemi di salute che ha attribuito al “burnout”.

    Il canonico Christopher Whitehead è stato nominato vescovo di Plymouth, in Inghilterra, il 15 dicembre 2023. Tuttavia, la Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles ha annunciato il 1° febbraio 2024 che la sua ordinazione episcopale non avrebbe avuto luogo come previsto a causa dell’apertura di un processo canonico.

    Whitehead ha ripreso le sue funzioni di pastore nella diocesi di Clifton dopo che un’indagine preliminare sulle accuse mosse contro di lui ha concluso che non era giustificata alcuna azione canonica.

    Anche i vescovi eletti negli Stati Uniti e in Argentina si sono dimessi prima di arrivare nelle loro nuove diocesi.

    Il commentatore della Chiesa polacca Tomasz Terlikowski ha sostenuto in un editoriale del 12 agosto che il caso Dukielski dovrebbe indurre a modificare il processo di selezione dei vescovi.

    Ha affermato che invece di annunciare la nomina di un vescovo e poi “aspettare con ansia” se qualcuno presenta un’accusa, sarebbe meglio procedere a consultazioni più ampie di quanto non avvenga attualmente.

    In genere, quando si verifica una vacanza episcopale in Polonia, il nunzio apostolico consulta vescovi, sacerdoti anziani e laici di spicco prima di sottoporre a Roma una lista di tre candidati, nota come terna. Il papa ha libera scelta, ma di solito sceglie uno dei tre nomi.

    “Forse le persone in grado di ottenere informazioni dovrebbero visitare ogni parrocchia in cui il candidato ha lavorato, e forse bisognerebbe condurre un’indagine in ognuna di esse”, ha scritto Terlikowski. “Alcune cose si possono scoprire solo in questo modo”.

    Ha anche suggerito che la terna potrebbe essere resa pubblica, incoraggiando le persone a esprimere commenti sull’idoneità dei candidati.

    Terlikowski ha sostenuto che ciò non significherebbe “democratizzare” la selezione dei vescovi.

    “Significa cambiare le procedure di controllo, il che potrebbe avere un impatto positivo sulla qualità del personale”, ha affermato.

    https://www.pillarcatholic.com/p/bishop-elect-steps-down-after-report

  • Emanuela Orlandi, spunta una lettera anonima con il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento: “Tocca nomi di prelati di altissimo spessore”

    Emanuela Orlandi, spunta una lettera anonima con il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento: “Tocca nomi di prelati di altissimo spessore”

    Una lettera anonima: un singolo foglio, scritto al computer. In diciassette righe ci sono il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento di Emanuela Orlandi. “Si parla di Monsignor Casaroli, del carcere Regina Coeli, di Enrico De Pedis e dell’esponente più influente della Santa sede. Ma non solo”. Lo scrive il giornalista d’inchiesta Alessandro Ambrosini che è in possesso di una lettera che custodisce oscure verità sulla scomparsa della cittadina vaticana avvenuta nel giugno del 1983. Lettera che noi de Ilfattoquotidiano.it abbiamo visionato e che, secondo indiscrezioni, sarebbe già stata consegnata agli inquirenti che indagano sulla scomparsa di Orlandi.

    2018

    La lettera in questione risale a molti anni dopo il rapimento, a un giorno del 2018. E nel 2018, scrive Ambrosini: “La pista più calda, seguita da tutti è quella riferita ai “famosi “cinque fogli” acquisiti da Emiliano Fittipaldi e pubblicati nel suo libro “Gli impostori”. Fogli che raccontano, in voci di bilancio, il periodo successivo al rapimento della ragazza vaticana. Una relazione che porta a Londra”. Questo almeno è quanto emerso dalla nota spese fatta trovare a Fittipaldi in una cassetta di sicurezza del Vaticano durante la fuga di notizie Vatileaks. Questa nota rendiconterebbe tutte le spese sostenute “dal Vaticano per mantenere a Londra la cittadina Emanuela Orlandi” dal 1983 al 1997. Scrive Ambrosini sul suo blog Notte Criminale: “Questa lettera è una lettera che viene dal futuro. Perché dice esattamente ciò che ha detto Marcello Neroni, nove anni prima, parole che sono state pubblicate quattro anni dopo” su Notte Criminale. Lo stesso blog per cui, proprio Ambrosini nel 2009 aveva ottenuto e registrato l’intervista con Marcello Neroni pubblicata tredici anni dopo (nel 2022) sempre su Notte Criminale. Ma chi è e cosa disse Neroni e perché questa lettera è così importante? Ambrosini la indica come una “lettera che viene dal futuro” laddove il passato non è il 1983, anno della scomparsa ma un passato più prossimo a noi.

    2009

    Tocca tornare all’autunno del 2009. La saga tivù di “Romanzo Criminale” ha riportato l’attenzione sulla Banda della Magliana e anche i veri membri del gruppo di criminali romani iniziano a rilasciare interviste “come divi del cinema noir”. Il dandy del gruppo non può più, perché è stato trucidato in uno scontro a fuoco in via del Pellegrino, nel 1990: è Enrico De Pedis e appena un anno prima è stato tirato in ballo dalla “sua” Sabrina Minardi davanti ai magistrati come esecutore del sequestro di Emanuela.

    Dalle dichiarazioni della donna è ripartita la seconda inchiesta sul caso di scomparsa più impenetrabile d’Italia, diretta dal magistrato Giancarlo Capaldo che più volte ha dichiarato ai media e alla commissione d’inchiesta che indaga sul caso, che le sue indagini portarono a un coinvolgimento di de Pedis “nell’organizzare il sequestro della ragazza” nel 1983. Nel 2009, Ambrosini ottiene l’okay per un’intervista esclusiva a Marcello Neroni e di nascosto con un cellulare registra tutto. Oggi Ambrosini scrive: “Neroni non era un criminale in pensione. Lo disse lui stesso chiaramente, durante il nostro incontro: era uno strozzino. Come molti di quelli che fecero parte della Banda. Quando chiediamo di Emanuela, però, la sua risposta sembra uno stridio di unghie sulla lavagna. Non siamo preparati a questa sua verità. Sono parole troppo forti per Emanuela e per Giovanni Paolo II. Troppo forti, per l’immagine che ho di chi, pochi anni dopo, sarà eletto a Santo. Non sta inventando. Non è qualcosa che sta creando in quel momento per scandalizzarci. Troppo inaspettato e grave per essere creduto, lo dice lui stesso. Usa parole grevi, fa nomi e movente. Usa uno slang di strada, rozzo, volutamente sgradevole e sicuramente da “pulire”. Ma preciso nella sua essenza. Neroni non è un criminale normale, è riuscito a “passare da pazzo” per evitare il carcere, ha vissuto la violenza come soluzione e ne ha fatto un suo marchio per gestire “lo strozzo”, per farsi pagare dai commercianti gli incassi delle slot machine che aveva in società con Enrico De Pedis. È stato il nodo tra criminalità e funzionari delle forze dell’ordine, servizi segreti compresi. Una posizione e dei rapporti così forti che poteva tranquillamente avere una sala giochi in una laterale di Via Cola di Rienzo. Tra la palazzina usata dai servizi segreti e la sede operativa della Dia di Roma. Una sala che, a volte, quando lui doveva uscire, erano due agenti dei servizi segreti a gestirla”.

    2022

    “Alcuni anni dopo, quella registrazione la diedi a Pietro Orlandi. E solo a lui, senza pubblicare mai niente”. Ambrosini quindi nel 2009 prende quella registrazione e la chiude in un cassetto. Ciò che Neroni gli dice quel giorno verrà pubblicato anni dopo, nel dicembre del 2022, quando “il destino sembra dirmi che non ho molto da vivere e decido che, se devo “andarmene” lo devo fare dopo aver aperto i cassetti delle inchieste incompiute. Ne parlo con Pietro Orlandi e così, il 9 dicembre 2022, i frame del racconto di Neroni inerenti il caso di Emanuela Orlandi, vengono pubblicati su Notte Criminale. Le gravi accuse a Giovanni Paolo II, a monsignor Casaroli, a Enrico De Pedis e a due cappellani di Regina Coeli ora, sono al giudizio della gente”, aggiunge Ambrosini. Quell’estratto audio si può ancora ascoltare e contiene, secondo il giornalista di inchiesta le stesse identiche cose scritte nella lettera anonima da cui siamo partiti e di cui Ambrosini sarebbe a conoscenza. “Le tempistiche sono fondamentali e ci raccontano che una lettera anonima, scritta molto probabilmente da qualcuno dentro alle forze dell’ordine o ai servizi segreti racconta le stesse motivazioni, gli stessi esecutori, gli stessi mandanti di un personaggio criminale, vicino a forze dell’ordine e servizi segreti”.

    2025

    Oggi qualcuno, secondo Ambrosini, è in possesso di questa lettera. “La verità di Neroni che coincide con quella della lettera anonima, fino al 2022 non è mai stata rilanciata su giornali o tv. Tocca nomi di prelati di altissimo spessore. Questa verità viene dal sottobosco criminale, ed è stata recepita da persone in divisa o l’esatto contrario?”, si chiede Ambrosini ovvero: qual è la fonte primaria di questa amara verità su Emanuela Orlandi? I Servizi o la mala romana? Si chiede ancora il giornalista: “Perché nel 2018, si è sentita la necessità da parte presumibilmente di qualcuno interno ai servizi segreti, di far emergere tutto questo? Perché qualche gruppo dei servizi segreti, nel 2018, tratta ancora il caso Orlandi?”, sono domande ancora senza risposta ma che lasciano intravedere scampoli della trappola oscura che da 42 anni trattiene il destino di una ragazzina di 15 anni e le vite di chi ancora ogni giorno la cerca a partire da quel pomeriggio d’estate in cui sembrò dissolversi all’uscita della scuola di musica, nel cuore di Roma. Proprio nella Basilica, quella di Sant’Apollinare in cui Enrico de Pedis fu sepolto con una dispensa speciale concessa dallo Stato Pontificio al rettore della Basilica don Pietro Vergari.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/08/12/emanuela-orlandi-lettera-anonima-rapimento-vaticano-notizie/8092402/

  • L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

    L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

    di Alessandro Ambrosini – 2009  E’ l’autunno del 2009. La prima serie di Romanzo Criminale ha riacceso i riflettori sulla Banda della Magliana e sulla sua epopea. Nello speciale di History Channel, personaggi che hanno fatto parte della più grande  holding criminale romana rilasciano interviste come divi del cinema noir.

    Da anni, come Notte Criminale, lavoriamo sia sulla Bandaccia che su Massimo Carminati, cercando dove tutti non guardano.

    Quando arriva la telefonata, che regala il semaforo verde per un’intervista esclusiva a Marcello Neroni, la consideriamo come un segnale positivo al nostro lavoro: siamo credibili e affidabili per essere ascoltati da quel mondo che non vuole farsi trovare.

    Otello Lupacchini mi avverte subito: “Non vada, quello è un criminale vero”.  Un consiglio molto appropriato, da un magistrato che aveva combattuto la Banda, l’aveva sconfitta e la controllava da lontano. Giorno per giorno, da anni. Aveva ragione, Neroni non era un criminale in pensione. Lo disse lui stesso chiaramente, durante il nostro incontro: era un “cravattaro”, uno strozzino. Come molti di quelli che fecero parte della Banda. Conoscevo quel mondo, l’ho guardato da vicino e conoscevo cosa presupponeva: violenza e terrore. Quando arriva a piedi, tiene un libro in mano: la sua Bibbia, che altro non è che il libro dell’ordinanza con le motivazioni per l’arresto, avvenuto all’interno della retata che ordinò Lupacchini, più di un decennio prima.

    E’ di media statura Neroni, stempiato e scavato in volto. Il volto sbarbato di fresco, come conviene al 90% dei criminali della sua generazione. Una consuetudine più da gangster americano che da “batteria” di Trastevere. La voce roca tradisce una vita vissuta tra vizi, violenza e fumo. Dimostra tutti i suoi anni e, non vuole nasconderli.  Non vuole essere intervistato, vuole telefoni e telecamera sul tavolo. Non sente ragioni. Una possibilità che avevamo considerato. I dietrofront alle interviste, in un certi mondi, sono usuali. Per questo dentro al giubbetto ho un secondo telefono che sta registrando tutto dall’inizio. So come ci si comporta con “articoli” del genere. Lo stimoli con argomenti generali, gli fai trovare la sua comfort zone, gli fai gestire gli argomenti e lui parlerà per ore. Così è.

    Quando chiediamo di Emanuela, però, la sua risposta sembra uno stridio di unghie sulla lavagna. Non siamo preparati a questa sua verità. Sono parole troppo forti per Emanuela e per Giovanni Paolo II. Troppo forti per l’immagine che ho di chi, pochi anni dopo, sarà eletto a Santo. Lo lascio parlare per non interrompere il suo flusso di parole che fluisce senza tentennamenti. Non sta inventando. Non è qualcosa che sta creando in quel momento per scandalizzarci. Troppo inaspettato e grave per essere creduto, lo dice lui stesso. Usa parole grevi, fa nomi e movente. Usa uno slang di strada, rozzo, volutamente sgradevole e sicuramente da “pulire”. Ma preciso nella sua essenza. “Questo è ciò che so, ma non potrete mai scriverlo” –sembra dire – è il “non detto” di chi conosce il gioco dell’informazione. Anche se i suoi rapporti non sono mai stati con la carta stampata o la tv.

    Neroni non è un criminale normale. E’ riuscito a “passare da pazzo” per evitare il carcere, ha vissuto la violenza come soluzione e ne ha fatto un suo marchio per gestire “lo strozzo”, per farsi pagare dai commercianti gli incassi delle slot machine che aveva in società con Enrico De Pedis. E’ stato il nodo tra criminalità e  funzionari delle forze dell’ordine, servizi segreti compresi. Una posizione e dei rapporti  così forti che poteva tranquillamente avere una sala giochi in una laterale di Via Cola di Rienzo. Tra la palazzina usata dai servizi segreti e la sede operativa della Dia di Roma. Una sala che, a volte, quando lui doveva uscire, erano due agenti dei servizi segreti a gestirla. Un “nodo” così importante da evitarsi il marchio di “infame”.

    L’incontro è durato quattro ore. Quattro ore di nomi, fatti e circostanze specifiche. Talmente specifiche da chiedersi: a chi stava raccontando tutto questo? A noi, o a chi pensava ci avesse mandato in quel pomeriggio autunnale a Nerola?

    Alcuni anni dopo, quella registrazione la diedi a Pietro Orlandi. E solo a lui, senza pubblicare mai niente.

    2022

    LA LETTERA ANONIMA (MA NON TROPPO)

    E’ il dicembre del 2022. Sono passati tredici anni da quel pomeriggio in compagnia di Marcello Neroni. Quella registrazione è rimasta nella cartella del mio computer, insieme a migliaia di altri files. Il destino sembra dirmi che non ho molto da vivere e decido che, se devo “andarmene” da questa terra, lo devo fare dopo aver aperto  i cassetti delle inchieste incompiute, dei files che “scottano”. Ne parlo con Pietro Orlandi e così, il 9 dicembre 2022, i frame del racconto di Neroni  inerenti il caso di Emanuela Orlandi, vengono pubblicati su Notte Criminale. Le gravi accuse a Giovanni Paolo II, a monsignor Casaroli, a Enrico De Pedis e a due cappellani di Regina Coeli , ora, sono al giudizio della gente.

    2018

    E’ un giorno del 2018. Il caso Orlandi vive oltre il tempo che passa nell’azione costante del fratello, Pietro. La pista più calda, seguita da tutti è quella riferita all’emersione dei famosi “cinque fogli” acquisiti da Emiliano Fittipaldi e pubblicati nel suo libro “Gli impostori”. Fogli che raccontano, in voci di bilancio, il periodo successivo al rapimento della ragazza vaticana. Una relazione che porta a Londra.

    Quando Giorgio (nome di fantasia), entra nel suo ufficio, vede la posta appoggiata sulla sua scrivania. La seleziona, dividendo la corrispondenza interessante rispetto alla solita pubblicità inutile. C’è una busta bianca che spicca per essere la più asciutta di tutte.  La più anonima. La apre e all’interno c’è un singolo foglio, scritto al computer. In diciassette righe c’è il movente, i mandanti e gli esecutori del rapimento di Emanuela. Una “verità” che risulta essere al limite dell’incredibile. Si parla di Monsignor Casaroli, di Regina Coeli, di De Pedis e “dell’esponente più influente della Santa sede” (il cardinale Ugo Poletti? Giovanni Paolo II?). Ma non solo.

    Ci sono particolarità nella scrittura che fanno pensare che, chi scrive, sia all’interno delle forze dell’ordine o dei servizi segreti. Parole e semantica che non lasciano molti dubbi.

    Giorgio la legge, strabuzza gli occhi e inizia a riflettere. A chi dare questa lettera così assurda? E’ sicuramente opera di uno dei tanti personaggi che “giocano” con il caso Orlandi, saranno prove di un romanzo giallo. In ogni caso è da classificare come qualcosa di “impresentabile”, da tenere nel cassetto come ricordo di un fatto bizzarro e inquietante. Non serve scomodare polizia e giornalisti, si rischierebbe il pubblico ludibrio.

    In realtà, quella lettera anonima, è una lettera che viene dal futuro. Perché dice esattamente ciò che ha detto Marcello Neroni  nove anni prima, parole che sono state pubblicate quattro anni dopo. Una “verità”, quella di Neroni, che è stata chiusa nei cassetti a doppia mandata, sia dal sottoscritto che da Pietro Orlandi. Le tempistiche sono fondamentali e ci raccontano che una lettera anonima, scritta molto probabilmente da qualcuno dentro alle forze dell’ordine o ai servizi segreti ( da sottolineare che i servizi, da sempre, sono un corpo interforze formato da poliziotti, carabinieri e finanzieri), racconta le stesse motivazioni, gli stessi esecutori, gli stessi mandanti di un personaggio criminale, vicino a forze dell’ordine e servizi segreti. In modo meno greve, ma esattamente sovrapponibile.

    Ora, le domande che bisogna porsi sono molteplici. Se partiamo dal presupposto che la “verità” di Neroni e della lettera anonima, non è mai stata rilanciata su giornali o tv, o anche solo supposta in questi  quarantadue anni, in quanto si vanno a toccare nomi di Santi e prelati di altissimo spessore. Questa “verità” viene dal sottobosco criminale, ed è stata recepita da persone in divisa o l’esatto contrario? Perché nel 2018, si è sentita la necessità ,da parte presumibilmente di qualcuno interno ai servizi segreti, di far emergere tutto questo? Perché qualche gruppo dei servizi segreti, nel 2018, tratta ancora il caso Orlandi?

    Oggi, che la Commissione parlamentare sta virando evidentemente su una pista amical-parentale, insieme a un gruppo di giornalisti “allineati e coperti”. Oggi, che si calpesta l’etica e la logica per allontanare ogni verità che porti alla Santa Sede, dare risposte a queste domande è necessario. Una Commissione con i paraocchi, che cerca di ridimensionare, di normalizzare un caso che “normale” non è mai stato è una Commissione ammaestrata. Cercare una via che non “disturbi”, audendo persone che possono dare qualche elemento in più nella ricerca della verità, è doveroso. Stupisce, che questa lettera che viene dal futuro, che apre interrogativi inquietanti, non sia stata attenzionata da chi l’ha acquisita. Ma la storia continua…

    (segue terza parte)

    L’ultimo Servizio/ Una lettera dal futuro (ESCLUSIVA)

  • Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    Un prete condannato è tornato al lavoro. I difensori dei diritti dei minori chiedono a Papa Leone di intervenire.

    CITTÀ DEL VATICANO — Era la personificazione della vergogna in Vaticano, l’unico prigioniero nel carcere a tre celle del più piccolo stato sovrano del mondo. Ora, il reverendo Carlo Alberto Capella – condannato per possesso e distribuzione di una “grande quantità” di materiale pedopornografico mentre prestava servizio come diplomatico vaticano a Washington – sta presentando a Papa Leone XIV, il nuovo pontefice americano , una delle prime sfide del suo pontificato.

    Capella, un sacerdote italiano di 58 anni, è stato indagato dalle autorità statunitensi e canadesi per quasi due anni per aver raccolto e condiviso materiale pedopornografico mentre era diplomatico di alto rango presso l’ambasciata della Santa Sede a Washington. Nel 2017, il Dipartimento di Stato americano ha chiesto al Vaticano di revocare la sua immunità diplomatica, richiesta respinta. Capella è stato invece richiamato a Roma, dove ha ammesso di aver rintracciato immagini “ripugnanti” e, in un raro processo penale in Vaticano un anno dopo, è stato dichiarato colpevole e condannato a cinque anni di carcere.

    Nelle ultime settimane, sui blog cattolici sono emerse notizie del suo rilascio previsto per il 2022 e del suo ritorno silenzioso al lavoro presso la Segreteria di Stato della Santa Sede. Il suo ritorno al potente dicastero ha indignato i sostenitori delle vittime di abusi da parte di ecclesiastici cattolici. Insistono sul fatto che, sebbene non sia mai stato accusato di abusi sessuali, un sacerdote condannato per aver consumato materiale pedopornografico non ha posto in un importante ufficio vaticano.

    “Perché non dargli un lavoro come lavapavimenti o bagni in Vaticano?”, ha detto Peter Isely, membro della Survivors Network of Those Abused by Priests, nota come SNAP. “Perché è ancora un membro ufficiale del Dipartimento di Stato? È sbagliato sotto ogni aspetto”.

    Mentre papa Leone si trova ad affrontare richieste di intervento, diventa il quarto pontefice dagli anni Novanta ad affrontare un esame approfondito, e potenzialmente un giudizio, sul modo in cui gestisce i casi ancora emergenti di crimini sessuali commessi da ecclesiastici.

    Papa Giovanni Paolo II affrontò critiche sia contemporanee che postume per la sua gestione dei casi di abuso. La questione perseguitò ancora di più Benedetto XVI, con un coro di lamentele viste come uno dei diversi fattori che contribuirono alla sua storica decisione di ritirarsi. Papa Francesco attuò riforme volte ad affrontare gli scandali, eppure le associazioni di vittime lo rimproveravano sistematicamente per non aver adottato una politica di tolleranza zero, che prevedeva anche la denuncia obbligatoria alle autorità civili.

    Ora, i gruppi di pressione si aspettano che Leo tracci una rotta diversa e addirittura faccia cambiare idea a Francis sul caso Capella.

    L’avvocato di Capella, Roberto Borgogno, ha dichiarato in un’intervista che il suo cliente è stato rilasciato con un anno di anticipo, nella prima parte del 2022, per “buona condotta” e ha ripreso a lavorare presso la segreteria nel gennaio 2023. Papa Francesco, ha affermato Borgogno, ha approvato il ritorno di Capella e ha avuto almeno un colloquio diretto con lui dopo il rilascio in merito al suo pentimento.

    “Si tratta certamente di decisioni prese in modo logico e razionale dal pontefice in quel momento”, ha affermato Borgogno.

    Il coinvolgimento diretto di Francis e i dettagli specifici della sistemazione abitativa e del monitoraggio di Capella non sono stati precedentemente resi noti.

    Capella, il cui lavoro si limita al controllo delle traduzioni e al lavoro d’archivio, ora vive appena fuori dal Vaticano, in un centro per diplomatici in pensione, ha detto il suo avvocato. Il suo computer di lavoro è monitorato da funzionari vaticani, sebbene abbia un cellulare personale non monitorato.

    Borgogno ha osservato che, sebbene Capella non fosse stato ridotto allo stato laicale, le autorità vaticane lo avevano privato del suo elevato titolo di monsignore. Sebbene fosse tornato in Segreteria nel 2023, Capella era considerato “in prova” e solo di recente era comparso nel registro ufficiale del personale della Santa Sede.

    “Si tratta semplicemente di un lavoro d’ufficio”, ha detto Borgogno. “Non svolgerà attività pastorale; non avrà contatti con persone esterne”.

    Tramite Borgogno, Capella ha rifiutato una richiesta di intervista.

    La rinnovata attenzione su Capella giunge mentre l’arcivescovo Guy de Kerimel di Tolosa, in Francia, è oggetto di critiche per aver nominato un sacerdote, condannato per aver violentato un ragazzo di 16 anni nel 1993, alla carica di cancelliere arcidiocesano, citando l’imperativo morale del perdono. Le associazioni di vittime chiedono ora a Leo di intervenire in entrambi i casi.

    “Questo è un test”, ha affermato Anne Barrett Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org , un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica. “Per me, solleva interrogativi più ampi sul continuo rifiuto del Vaticano della tolleranza zero per i molestatori sessuali. Credo che queste due cose insieme abbiano davvero attirato l’attenzione di tutti su Papa Leone. Ci chiediamo tutti se sarà più duro con gli abusatori sessuali di quanto lo sia stato Papa Francesco “.

    La Segreteria di Stato non ha risposto a una richiesta di commento dettagliata. Un alto funzionario vaticano, che ha parlato in condizione di anonimato per discutere di una questione delicata, ha affermato di non sapere se Leo fosse stato informato sui casi o se intendesse intraprendere azioni specifiche.

    Non è raro che un papa annulli la decisione di un predecessore: Francesco, ad esempio, ha limitato l’uso della messa tradizionale in latino dopo che papa Benedetto XVI ne aveva allentato le restrizioni.

    “Il Papa ha chiaramente giurisdizione sulla questione… tutto dipenderà da lui”, ha affermato Giovanni Maria Vian, ex direttore del quotidiano vaticano L’Osservatore Romano e storico del cristianesimo primitivo. “Probabilmente è a conoscenza del caso [Capella]. Non sarebbe insolito se prendesse provvedimenti”.

    Il funzionario ha descritto il lavoro di Capella come un lavoro in cui ha un contatto minimo con il pubblico e può “guadagnarsi da vivere”. Il suo ritorno al lavoro è un’opportunità per Capella di “redimere”, ha detto il funzionario, sostenendo che nessuna punizione per tali sacerdoti sarà mai “sufficiente” per alcuni difensori delle vittime.

    Se tutti coloro che sbagliano “venissero emarginati”, ha affermato il funzionario, “pochi di noi rimarrebbero in piedi”.

    Nel 2021 il Washington Post ha riferito che a Capella era stato permesso di partecipare a un programma di rilascio dal lavoro, durante il quale trascorreva le mattine nel piccolo ufficio del Vaticano che vende certificati di benedizione papale per occasioni personali.

    Ora, il caso di Capella sottolinea ancora una volta come la Santa Sede affronti sistematicamente le malefatte commesse dal clero, dal punto di vista religioso della misericordia e dello spirito di espiazione cattolica. Questa visione si è scontrata con quella dei difensori delle vittime, che vedono il ritorno di Capella al Segretariato, a qualsiasi titolo, così come la nomina di un alto funzionario di uno stupratore condannato in Francia, come prova di un approccio eccessivamente indulgente .

    Le richieste di intervento hanno sollevato interrogativi su come il nuovo papa gestirà forse la questione più spinosa che affligge la fede da lui guidata: i sacerdoti corrotti.

    Sotto la guida di Francesco, il Vaticano ha cercato di affrontare le diffuse accuse di complicità della Chiesa. Nel 2019, ha convocato un vertice senza precedenti sugli abusi sessuali del clero , imponendo in seguito una legge radicale che impone ai funzionari ecclesiastici di segnalare ai propri superiori le accuse di abusi o insabbiamenti ufficiali.

    Ma la legge non richiedeva che le accuse fossero segnalate alle autorità civili, e le associazioni di vittime hanno indicato scandali più recenti in Svizzera e altrove come prova del fatto che la situazione non è cambiata abbastanza. Sostengono che Leo dovrebbe rimuovere Capella dalla segreteria e annullare la recente nomina francese per dimostrare il suo impegno per la tolleranza zero.

    Leo ha un curriculum altalenante nella gestione dei casi di abuso .

    Come vescovo in Perù, ad esempio, è stato elogiato per aver preso posizione contro il Sodalitium Christianae Vitae, un gruppo cattolico segreto e ultraconservatore che si è diffuso da Lima a diversi paesi ed è stato accusato di sistematici abusi sessuali e psicologici. Allo stesso tempo, è stato accusato di scarsa supervisione nella gestione delle denunce di abusi da parte di tre donne nella sua diocesi di Chiclayo.

    Il mese scorso, in una nota in onore di un giornalista peruviano il cui lavoro ha contribuito a denunciare gli abusi sessuali all’interno del gruppo Sodalitium, Leo ha chiesto un cambiamento culturale all’interno della chiesa.

    È necessario instillare «in tutta la Chiesa una cultura della prevenzione che non tolleri alcuna forma di abuso: abuso di potere o di autorità, di coscienza o di spiritualità, abuso sessuale», ha scritto.

    https://www.washingtonpost.com/world/2025/07/31/pope-leo-priest-convicted-vatican/

  • Pedopornografia online: a Torino arrestato un medico di 40 anni

    Pedopornografia online: a Torino arrestato un medico di 40 anni

    Gli esperti del Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia online (Cncpo) del Servizio Polizia postale di Roma, con la collaborazione dei poliziotti del Centro operativo per la sicurezza cibernetica di Torino, hanno arrestato un medico torinese di 40 anni per produzione di contenuti multimediali realizzati mediante sfruttamento di minori e detenzione di ingente quantitativo di materiale pedopornografico scaricato in rete.

    Le contestazioni sono arrivate alla fine di un’indagine durata più di due anni, nel corso della quale gli investigatori hanno scoperto le responsabilità dell’indagato in un arco temporale di ben 12 anni.

    L’arrestato frequentava ed era molto attivo all’interno delle comunità pedofile del dark web, in forza della presunta garanzia di anonimato fornita dal protocollo di navigazione Tor (The onion routing).

    Attraverso un’attività sotto copertura gli specialisti del Cncpo hanno sfruttato ogni traccia informatica utile ad associare agli pseudonimi un’identità certa, ottenendo dall’Autorità giudiziaria, in una prima fase dell’operazione, un decreto di perquisizione locale, personale e informatica a carico del 40enne.

    Tramite l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati, è stato possibile circostanziare le singole attività dell’indagato, in particolare la partecipazione alle comunità illecite nel web sommerso e la produzione di materiale in chat con minorenni con i quali intratteneva rapporti e incontri.

    Nel corso delle investigazioni è emerso che il quarantenne, impegnato nel tempo libero ad attività sportive con minori in età adolescenziale, aveva stretto legami con altre persone interessate all’incessante scambio di materiale pedopornografico, oltre che nel dark web anche in ambienti di chat peer to peer.

    Tra i vari contatti dell’uomo vi era anche un sacerdote della provincia di Brescia, arrestato dagli agenti della Polizia postale nello scorso mese di maggio, con il quale aveva ideato un gruppo a sfondo pedopornografico esclusivamente italiano, aperto al reclutamento di altre persone dedite alla produzione di materiale con nuovi contenuti.

    https://www.poliziadistato.it/articolo/1530688dc69124832030610210

  • “L’ultimo Servizio”.  I servizi segreti nel caso Orlandi non hanno mai smesso di agire (prima parte)

    “L’ultimo Servizio”. I servizi segreti nel caso Orlandi non hanno mai smesso di agire (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – C’è sempre una lettura sbagliata quando si parla di servizi segreti. Più che sbagliata, è meglio dire che non si può catalogare le “barbe finte” per schemi fissi. I servizi segreti (Sismi e Sisde), sono stati per definizione, l’organismo che spesso è andato in controtendenza ad ogni struttura che implichi delle regole. Il caso Orlandi, come quasi tutti i misteri italiani, ha visto la presenza degli stessi. In più momenti, con più finalità. L’ombra di strutture coperte o meno, è sempre stata presente. Probabilmente, da prima del rapimento. Non parlerò di servizi segreti deviati, non mi è mai piaciuto il termine. Non ho mai trovato questa definizione  molto aderente alla realtà. Non esiste il servizio segreto buono o cattivo. Esiste il servizio segreto che risponde a più correnti di potere. Sono quelle che determinano l’azione degli 007. Anche di quelli che vengono definiti deviati.  Questo perché non conosciamo quasi mai i retroscena di ciò che avviene veramente, perché non pesiamo mai abbastanza fatti e parole che hanno costruito la Repubblica in cui viviamo.

    Nella mia vita, ho incrociato questi personaggi che hanno un nome e cognome (vero o costruito). Hanno un volto e hanno storie che non sono quasi mai “presentabili” all’opinione pubblica. Non sono mai totalmente bianchi, o totalmente neri. Loro galleggiano sulla linea di demarcazione tra il bene e il male. Sempre con uno scopo, sempre con un motivo che può rimanere inspiegabile a tutti, ma non a loro e a chi rispondono. Poteri che non seguono una linea di comando definita. Non pensiamo che tutto sia relegato a ciò che si può leggere nell’organigramma ufficiale. Non pensiamo che tutto ciò che fanno sia riscontrabile nei rapporti ufficiali.

    Nella storia, li puoi trovare mentre fiancheggiano mafiosi, ‘ndranghetisti, terroristi o riciclatori. Li puoi percepire nelle centrali appaltanti, li puoi trovare in positivo, o negativo, nei sequestri. Li puoi vedere come registi o attori di fughe, di depistaggi. Sono anonimi e impalpabili, o rumorosi e sempre sopra le righe. Sono lo specchio della società e del “paesaggio” in cui operano. Anche quando non sono più in servizio. E’ il loro mantra: non si smette mai di “servire”. Non sono il male, sono uno strumento indispensabile. Nella misura in cui operano per prevenire pericoli, per risolvere situazioni che possono essere nocive per il nostro Paese. Nella misura di chi li usa. E’ sempre la mano che preme il grilletto che determina la morte di qualcuno, non la pistola inanimata.

     I servizi segreti nel caso Orlandi, non sono una novità. Si potrebbe partire da Giulio Gangi, dall’avvocato Egidio, da Rudolf Teuffenbach a Luigi Gastrini. Si potrebbero dare mille spiegazioni dietro a queste figure, e lo faremo andando indietro nel tempo. Perché è importante analizzare e dividere ruoli e momenti storici.  Come è importante fare chiarezza su quali sono i confini tra chi è in forza ai servizi segreti, rispetto a chi lavora per essi.

    La cattiva informazione creata ad hoc da alcuni giornalisti in malafede (o volutamente ignoranti), molte volte ha cercato di corrodere la credibilità di chi ha cercato di aprire varchi di verità (o di presunta verità), definendosi come ex appartenente ai Servizi segreti. Non trovando riscontro tra gli appartenenti ufficiali, ma volutamente ignorando che potessero lavorare per essi.

    Il caso di Luigi Gastrini è l’esempio più eclatante nel caso Orlandi. Quando, presentandosi come ex agente del Sismi, con il nome in codice “Lupo”,  si rivelò al pubblico con una telefonata all’emittente televisiva Romauno, durante la presentazione del libro di Peronaci-Orlandi:” Mia sorella Emanuela”. Dando delle indicazioni di massima che poi furono sentite in modo completo dai magistrati di Bolzano.

    Quale era la discriminante in riferimento a Gastrini? Il fatto che non rientrasse tra i nominativi ufficiali del Sismi. Una cosa che non dovrebbe stupire chi maneggia questa materia. Gastrini, infatti, fu riconosciuto da un maresciallo dei carabinieri proprio durante la trasmissione. Una stranezza che tanto strana non è.

    Lo dico per esperienza personale, gli “avvicinamenti” dei collaboratori ai servizi venne sempre fatta dai carabinieri – quando si trattò di Sismi (Servizio segreto militare) Più raramente per il Sisde ( Servizio segreto civile). Questo per dare delle indicazioni su quanto sia complesso, ma lineare, definirsi o definire qualcuno “appartenente ai Servizi Segreti”.

    Allo stesso tempo, trovo sia cialtronesco il modo di qualcuno nel trattare l’informazione distorcendola, ridicolizzandola con l’unico scopo di nascondere anche il minimo straccio di verità che poteva esserci nelle parole di Gastrini. Assist perfetto per una magistratura che non è mai stata felice nell’andare a disturbare certe “strutture”. Soprattutto su certi argomenti, soprattutto quando si deve andare a cercare in determinati periodi storici con più ombre che luci.

    C’è poi un secondo aspetto da valutare, che non viene trattato mai abbastanza. Soprattutto nel caso Orlandi, i servizi segreti sono sempre stati trattati come struttura depistante. Molte volte lo sono stati. Molte volte hanno coperto, hanno creato verità alternative. La loro presenza è sempre stata in forma di controllo e copertura in certi anni, in cui l’Italia era al centro dello scacchiere geopolitico europeo e mondiale.

    In altri momenti, probabilmente, alcuni di essi hanno usato questa vicenda per mandare messaggi. Ricattatori verso terze persone o meno, conoscendo forse la verità sul rapimento, sul movente, sui mandanti e sugli esecutori. Nulla di strano. E’ dai tempi dell’Ovra che i “servizi” adempiono a questo ruolo. Ma non in maniera organica, non si può pensare che i servizi segreti siano un monolite. Come si diceva all’inizio, i poteri che governano e gestiscono i flussi di informazione, sono molteplici. Rispondono a logiche diverse. Non si sta disegnando una Spectre “alla James Bond”, abbiamo avuto nella storia italiana più di qualche esempio. E’ la realtà dei fatti. Per cui, quando i servizi segreti si palesano nell’ombra non è mai solo per depistare, non sono mai solo bugie che fanno filtrare. Molte volte sono verità mascherate, che solo chi conosce riesce a leggerle.

    (SEGUE PARTE 2)

    “L’ultimo Servizio”.  I servizi segreti nel caso Orlandi non hanno mai smesso di agire (prima parte)

  • Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Pedro Arrupe, il defunto ex leader mondiale dell’ordine religioso dei Gesuiti e candidato alla santità cattolica , ha ammesso nei documenti prodotti come parte di un processo a New Orleans di essere stato avvisato di come uno degli aspiranti sacerdoti del gruppo fosse stato accusato di aver molestato sessualmente due minorenni e avesse ammesso di aver fatto delle avances sessuali a una terza.

    L’uomo fu infine ordinato sacerdote e non vi è alcuna indicazione negli atti del caso presso il tribunale statale della Louisiana che Arrupe – che coniò lo slogan dei gesuiti ” uomini per gli altri ” – abbia preso provvedimenti per impedirgli di diventare sacerdote. L’uomo fu in seguito accusato di aver molestato altri minori incontrati durante il suo ministero.

    Il coinvolgimento di Arrupe nel caso di Donald Barkley Dickerson – morto nel 2016 e due anni dopo confermato dai gesuiti come uno delle centinaia di loro membri accusati di gravi molestie su minori – iniziò verso la fine degli anni ’70. Ma è stato nuovamente messo in luce da una causa che accusa Dickerson di aver violentato una studentessa diciassettenne in un’università gestita dai gesuiti a New Orleans.

    Il caso presso il tribunale distrettuale civile di New Orleans solleva interrogativi sul fatto che Arrupe, una figura amata il cui nome è presente su numerosi premi prestigiosi e su edifici di istituzioni gesuite in tutto il mondo, abbia fatto tutto il possibile per proteggere coloro che riponevano fiducia nel suo ordine.

    Nel 2019, i funzionari ecclesiastici di Roma hanno avviato il processo di canonizzazione di Arrupe, noto per aver assistito i sopravvissuti al bombardamento atomico statunitense di Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale. La prima fase di questo processo ha portato Arrupe un passo più vicino a diventare santo, come lo hanno definito gli stessi gesuiti .

    Le nuove preoccupazioni riguardo ad Arrupe giungono in un momento in cui la Chiesa cattolica mondiale, nel suo complesso, invia segnali contrastanti sull’urgenza di affrontare lo scandalo degli abusi del clero che la tormenta da decenni. A giugno , Papa Leone XIV ha affermato che la Chiesa “non deve tollerare alcun… abuso”, sessuale o di altro tipo, e all’inizio di luglio il pontefice ha nominato il vescovo francese Thibault Verny a capo della Commissione consultiva vaticana per la protezione dell’infanzia.

    Tuttavia, sempre a giugno, ma in un’altra parte della Francia, l’arcidiocesi di Tolosa ha conferito l’incarico di alto rango di cancelliere a un sacerdote che era stato imprigionato dopo essere stato condannato per lo stupro di un ragazzo di 16 anni nel 1993. E a un ex diplomatico vaticano, condannato per possesso e distribuzione di immagini di abusi su minori, sarebbe stato permesso di continuare a lavorare come uno dei tanti impiegati presso la Segreteria di Stato vaticana.

    Almeno un funzionario gesuita che ha testimoniato sotto giuramento nell’ambito della causa che accusava Dickerson di aver violentato una minorenne nel campus della Loyola University di New Orleans ha affermato di essere rimasto inorridito dal modo in cui l’ordine ha ammesso il presunto pederasta tra i suoi ranghi clericali.

    “Penso che tutta la faccenda sia spaventosa”, ha affermato John Armstrong, un sacerdote che si è descritto come segretario della provincia centrale e meridionale degli Stati Uniti dei gesuiti, che comprende New Orleans, mentre un avvocato del querelante lo interrogava all’inizio di giugno.

    Nel frattempo, una dichiarazione degli avvocati che rappresentano la querelante, che racconta di essere sopravvissuta allo stupro di Dickerson in un dormitorio della Loyola, ha dichiarato che Arrupe “non dovrebbe… essere canonizzato”. Il suo nome “dovrebbe essere rimosso da ogni edificio, onorificenza o qualsiasi altra cosa che attualmente onori”, si legge nella dichiarazione degli avvocati Richard Trahant, John Denenea e Soren Gisleson, tutti avvocati di numerose persone che hanno denunciato abusi sessuali da parte di membri del clero assegnati a istituzioni cattoliche a New Orleans, la seconda diocesi più antica della Chiesa negli Stati Uniti.

    Un portavoce della provincia gesuita centrale e meridionale ha rifiutato di commentare, citando una politica che vieta la discussione di contenziosi pendenti. Né la Loyola né la diocesi di Shreveport, nella Louisiana nord-occidentale , dove Dickerson era stata assegnata durante il presunto stupro nel campus, hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

    “Un rischio scarso per l’ordinazione”

    Arrupe fu superiore generale dei gesuiti per 18 anni a partire dal 1965. Il 20 dicembre 1977 gli fu inviata una lettera in cui esprimeva le sue preoccupazioni riguardo a parte del passato violento di Dickerson, circa quattro anni dopo che gli era stato attribuito il merito di aver concepito il mantra duraturo dell’ordine “uomini per gli altri” – che riassumeva lo zelo dei gesuiti per il servizio alla comunità – durante un discorso ai membri nella sua nativa Spagna.

    La lettera di Thomas Stahel, confratello gesuita di Arrupe e all’epoca alto funzionario – o provinciale – della regione, che comprendeva New Orleans, racconta come Dickerson fosse appena partito per un ritiro spirituale durante il quale “fece delle avances sessuali a un ragazzo di 14 anni”. Il ragazzo, studente della scuola preparatoria del Brebeuf College, gestito dai gesuiti, a Indianapolis, lo raccontò ai suoi genitori, che a loro volta segnalarono Dickerson a Stahel.

    La lettera di Stahel chiariva di credere al ragazzo perché era almeno il terzo bambino su cui Dickerson era stato accusato di aver inflitto abusi. A quel punto, Dickerson aveva accumulato una storia di “rapporti omosessuali palesi con due ragazzi del liceo, che aveva masturbato”, si leggeva nella lettera di Stahel.

    Quando il loro cliente intentò una causa contro i gesuiti decenni dopo, Trahant, Gisleson e Denenea ottennero documenti dagli archivi regionali dell’ordine tramite accertamenti legali, che dimostravano che Dickerson aveva ammesso abusi avvenuti mentre studiava per diventare sacerdote ed era stato assegnato alla scuola superiore dell’ordine a New Orleans.

    I gesuiti lo sottoposero a cure psichiatriche da febbraio a giugno del 1975 senza denunciarlo alle autorità civili per essere indagato come molestatore di minori. Questa era la consuetudine della Chiesa cattolica all’epoca, sebbene abbia riconosciuto che tale pratica era errata e abbia cercato di riformare i propri protocolli in casi simili, anche esortando i propri leader a essere trasparenti e a denunciare i trasgressori alle forze dell’ordine.

    Dickerson completò il trattamento e ottenne la raccomandazione di un gesuita di nome Louis Lambert per essere ordinato sacerdote. Come disse Stahel, Lambert giustificò Dickerson, accusandolo di comportarsi in modo offensivo solo quando “si innervosiva”.

    Tuttavia, dopo aver appreso di un terzo episodio di abusi attribuito a Dickerson al momento in cui scrisse la sua lettera, Stahel implorò Arrupe di rinviare almeno l’ordinazione, che era prevista per due giorni dopo Natale di quell’anno.

    “Dickerson mi sembra un rischio basso per l’ordinazione”, disse ad Arrupe Stahel, noto anche per essere stato a lungo direttore della rivista America dei Gesuiti. “Non credo che possiamo, in coscienza, presentare Dickerson… come pronto per l’ordinazione”.

    Successivamente i gesuiti rinviarono l’ordinazione di Dickerson – “fino a ulteriori accertamenti sulla sua idoneità”, con l’approvazione di Arrupe, secondo la lettera di Stahel del dicembre 1977 – e lo sottoposero nuovamente a cure psichiatriche nel 1978. Nel settembre 1978, Arrupe scrisse a Lambert, dicendo di aver ricevuto la perizia psichiatrica su Dickerson.

    “Aspetterò ulteriori informazioni sul caso da parte di padre Stahel”, scrisse Arrupe.

    Arrupe non compare in nessun altro documento finora esaminato dal Guardian e dalla WWL Louisiana.

    Nel giugno 1979 e nel gennaio 1980, Stahel scrisse un paio di promemoria che descrivevano le conversazioni con Dickerson, che era stato un frate dell’ordine del Sacro Cuore prima di entrare nei gesuiti, secondo il sito web Bishop-Accountability.org . Nella prima conversazione, Dickerson affermò che “l’incidente del dicembre 1977” era stato “relativamente insignificante” e che il medico che lo aveva curato era d’accordo, scrisse Stahel.

    Nella seconda conversazione, Dickerson affermò nuovamente di ritenere che lo stesso incidente fosse “relativamente insignificante”, scrisse Stahel. Ma, continuò Stahel, Dickerson capì che “tali incidenti hanno conseguenze di vasta portata, possono causare scandalo e, in breve, devono essere considerati gravi”.

    Secondo le informazioni pubblicate dai gesuiti, Dickerson fu ordinato sacerdote nel 1980.

    Solo nel 1983 Arrupe si dimise dall’incarico di superiore generale della Compagnia di Gesù, come è formalmente conosciuto l’ordine. Aveva subito un ictus debilitante nel 1981.

    Dopo l’ordinazione, Dickerson venne assegnato alla scuola superiore preparatoria all’università dell’ordine a Dallas.

    Secondo il Dallas Morning News , i funzionari gesuiti non informarono i dirigenti del campus della loro conoscenza del fatto che Dickerson fosse un molestatore di minori. Il giornale attribuì tale circostanza a una deposizione resa da Philip Postell, un funzionario responsabile delle scuole della regione, nel contesto di un contenzioso per abusi del clero avviato molti anni dopo.

    Nel luglio 1981, Stahel ricevette una lettera da Postell che lo informava che Dickerson era stato espulso dalla scuola preparatoria del college gesuita di Dallas. I genitori di un bambino avevano denunciato un’accusa contro Dickerson alla scuola, il cui preside aveva scoperto i vari episodi di abuso precedenti, come riportato dal Dallas Morning News.

    L’accusa dei genitori era solo una delle numerose denunce di abusi su minori mosse contro Dickerson durante la sua permanenza a scuola. Postell, che è stato presidente della scuola preparatoria del college gesuita di Dallas dal 1992 al 2011, ha infine ammesso sotto giuramento che avrebbe dovuto denunciare Dickerson alle forze dell’ordine a quel punto, secondo il Morning News. Ma i leader gesuiti hanno semplicemente trasferito Dickerson circa 320 chilometri a est, nella Cattedrale di San Giovanni Berchmans a Shreveport, in Louisiana.

    Durante il suo incarico alla St. John, Dickerson visitava spesso la Loyola di New Orleans, dove aveva frequentato gli studi universitari e post-universitari, come avrebbe poi affermato in tribunale l’attore rappresentato da Trahant, Gisleson e Denenea. L’attore ha raccontato di essere stato ammesso anticipatamente alla Loyola nell’agosto del 1984 all’età di 17 anni e di aver incontrato Dickerson poco dopo l’inizio del suo primo anno.

    Dickerson iniziò presto a invitare il querelante a cena ogni settimana, insieme ad altri preti. La situazione presumibilmente degenerò in palpeggiamenti e stupri orali, anche dietro una sacrestia. Il querelante avrebbe poi dichiarato nella sua causa di essere stato infine violentato da Dickerson in una stanza del dormitorio.

    I gesuiti si liberarono finalmente di Dickerson dopo che la chiesa di Shreveport a cui era assegnato ricevette una lettera nel 1986 da una famiglia che lo denunciava per aver “toccato e palpato” il figlio in modo inappropriato, come riportato dal Dallas Morning News. Era ormai almeno la settima accusa documentata contro Dickerson, senza contare lo studente minorenne della Loyola New Orleans, che si fece avanti dopo molti anni.

    Un funzionario gesuita che si occupava della settima denuncia nota contro Dickerson redasse un promemoria per i colleghi in cui insisteva sul fatto che il sacerdote accusato meritava “di ricevere il beneficio del dubbio”.

    “Dovremmo procedere con molta cautela su un caso del genere”, ha scritto il funzionario, Edmundo Rodriguez, nel promemoria. “Per quanto riguarda la possibilità di una messa in scena, per quanto remota”, ha aggiunto il promemoria, la discussione su Dickerson dovrebbe essere limitata solo a “questo caso particolare”. Nulla dovrebbe essere discusso pubblicamente, data “la delicatezza del materiale”, ha aggiunto Rodriguez.

    Rodriguez suggerì inoltre ai gesuiti di fornire a Dickerson 10.000 dollari per le spese di sostentamento nel corso dell’anno successivo, soprattutto finché la questione era in sospeso.

    Dickerson, da parte sua, si dimise meno di una settimana dopo, affermando che lo faceva per “la sua pace e il bene della Compagnia di Gesù”.

    “Sono grato alla società per ciò che ha fatto per cercare di aiutarmi”, incluso l’invio a “terapia psicologica intensiva” presso la Foundation House di Jemez Spring, nel New Mexico, ha scritto Dickerson nelle sue dimissioni. “Ora è chiaro che queste misure non sono state sufficienti a impedirmi di cadere in problemi che diventano di pubblico dominio e rischiano di danneggiare seriamente la Compagnia di Gesù e la Chiesa.

    “Apprezzo la vostra disponibilità a sospendere il giudizio sulla questione della colpevolezza morale e a riconoscere i miei sinceri sforzi per superare le mie tendenze.”

    ‘Spaventoso’

    I gesuiti hanno rivelato nel dicembre 2018 che Dickerson era accusato in modo credibile di molestie sessuali su minori. Quell’anno, lo hanno incluso in una lista pubblicata di oltre 40 sacerdoti e altri membri dell’ordine che erano stati oggetto di accuse di molestie su minori ritenute credibili mentre lavoravano in quella che oggi è considerata la provincia centrale e meridionale dell’ordine negli Stati Uniti.

    I funzionari gesuiti pubblicarono quell’elenco pochi mesi dopo che un rapporto della giuria popolare della Pennsylvania aveva stabilito che gli abusi da parte del clero cattolico in quello stato erano più diffusi di quanto si pensasse inizialmente, creando pressioni su gruppi come i gesuiti affinché fossero trasparenti riguardo ai molestatori al loro servizio.

    Dickerson – che, secondo i registri pubblici, aveva trascorso un periodo in Nebraska dopo la sua carriera gesuita – è morto all’età di 80 anni nell’agosto 2016, circa 25 anni dopo la morte di Arrupe.

    Nel giugno 2024, l’ex studente della Loyola di New Orleans, presumibilmente abusato da Dickerson, fece causa all’università, ai gesuiti e alla diocesi cattolica di Shreveport per danni. Lo fece quasi subito dopo che la Corte Suprema della Louisiana aveva confermato temporaneamente una legge che consentiva ai cittadini dello Stato di intentare causa per ottenere un risarcimento per abusi sessuali, indipendentemente da quanto tempo prima fossero avvenuti.

    La causa era irrisolta fino a giovedì, con gli imputati che cercavano in generale di contestare la validità della legge che consentiva all’attore di presentare un’istanza di risarcimento danni contro di loro. Hanno anche sostenuto che le accuse contro Dickerson esulavano dall’ambito e dall’attività del suo ministero.

    Ciononostante, almeno un gesuita ha chiarito di non essere orgoglioso di come l’ordine ha gestito Dickerson. Quel funzionario è John Armstrong, segretario aggiunto della provincia centrale e meridionale dei gesuiti, che ha rivelato che Dickerson era un predatore di bambini.

    Armstrong raccontò di aver partecipato a una riunione su Dickerson nel 1976, dopo che l’ordine si era reso conto che rappresentava un problema. Raccontò di aver poi dovuto lavorare nelle vicinanze di Dickerson a New Orleans a metà degli anni ’80 e di aver detestato quell’esperienza, anche se, per quanto ricordava, avevano interagito solo una volta.

    Sotto giuramento, Armstrong ha confermato che i gesuiti non avrebbero avuto bisogno di permettere a Dickerson di essere presente in nessuna delle loro istituzioni, come la Loyola, dove Dickerson avrebbe abusato del querelante, se lo avessero estromesso o consegnato alle forze dell’ordine.

    Riferendosi al modo in cui i gesuiti trattarono Dickerson nel corso della sua carriera, Armstrong disse di ritenere che fosse “spaventoso che la cosa fosse gestita in quel modo”.

    “È stato spaventoso che sia successo”, ha detto Armstrong. “Mi dispiace molto per le persone che sono state vittime di [Dickerson], e non riesco a capire come, dopo quel primo incidente… gli sia stato permesso di andare oltre”.

    https://www.theguardian.com/us-news/2025/jul/24/pedro-arrupe-jesuit-leader-donald-dickerson-child-abuser

  • “Trovate delle ossa umane”. Emanuela Orlandi, la scoperta all’improvviso: cosa succede

    “Trovate delle ossa umane”. Emanuela Orlandi, la scoperta all’improvviso: cosa succede

    Caso Orlandi, ossa trovate al San Camillo – Un ritrovamento che riaccende le luci su uno dei più grandi misteri italiani: ossa umane sono state trovate durante lavori al Padiglione Monaldi dell’ospedale San Camillo di Roma. Questo edificio abbandonato, a pochi passi dal luogo che secondo Sabrina Minardi fu la prigione di Emanuela Orlandi, la ragazza vaticana scomparsa nel 1983, torna protagonista. La scoperta riporta indietro l’orologio e scuote la città, riempiendo di domande chi da oltre 40 anni cerca risposte.

    Un padiglione pieno di segreti

    Fino agli anni Ottanta, il Padiglione Monaldi ospitava il reparto di patologia clinica neuromuscolare. Nel 1999, alcuni operai hanno eseguito lavori di ristrutturazione parziale. Le autorità hanno poi abbandonato l’edificio, che è diventato rifugio per senzatetto e persone emarginate. Alcune ricostruzioni indicano che la struttura funzionava ancora all’epoca della sparizione di Emanuela Orlandi. Questa possibilità alimenta ipotesi inquietanti. Qualcuno potrebbe aver nascosto il corpo della ragazza proprio lì, forse nel vano ascensore o in qualche intercapedine difficile da individuare.

    Il ritrovamento delle ossa, in questo contesto, è un colpo di scena che scuote una vicenda mai risolta e, soprattutto, mai dimenticata.

    La notizia che scuote la famiglia Orlandi

    Nel giro di poche ore, la scoperta ha sconvolto gli inquirenti e la famiglia Orlandi. I carabinieri hanno consegnato i resti agli anatomopatologi forensi, che stanno determinando il sesso e l’età dei reperti e li stanno confrontando con il DNA di Emanuela, già in possesso della Procura.

    «Stiamo aspettando gli esami del DNA. L’ipotesi è suggestiva, soprattutto considerando la testimonianza della Minardi, che la squadra mobile ha confermato in parte attraverso le sue indagini», ha dichiarato Laura Sgrò, legale della famiglia Orlandi, al quotidiano Il Giornale.

    Ma cosa potrebbe accadere ora? E quali sono le prossime mosse degli investigatori?

    Al centro di questa nuova svolta si trova ancora Sabrina Minardi. L’ex compagna del boss della Banda della Magliana, Enrico De Pedis, noto come “Renatino”. Nel 2008, Minardi raccontò agli investigatori una versione scioccante. Secondo lei, De Pedis ordinò il rapimento di Emanuela Orlandi, la tenne in una cantina in via Pignatelli, vicino al San Camillo, e poi la fece sparire. La ragazza, secondo Minardi, cambiò più volte il luogo della prigionia. Durante uno di questi trasferimenti, Monsignor Paul Marcinkus, potente capo dello Ior, la accompagnò a bordo di una Mini rossa.

    Il cuore della testimonianza riguarda la cantina, che Minardi descrisse come una vera cella di detenzione: con catene fissate ai muri, servizi arrangiati e dettagli che, secondo il suo racconto, indicano una lunga prigionia.

    Il racconto della Minardi alimenta il mistero e aggiunge nuovi dettagli agghiaccianti a una storia già intricata.

    Torvaianica e le incongruenze che non convincono

    Le rivelazioni di Minardi si fanno ancora più drammatiche: avrebbe dichiarato che Emanuela fu uccisa “per ordini superiori” e gettata in una betoniera a Torvaianica, insieme a Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito di mafia. Ma qui qualcosa non torna. Il piccolo Giuseppe fu rapito nel 1993 e ucciso nel 1996, ben dieci anni dopo la scomparsa di Emanuela. Una discrepanza temporale che mette in dubbio l’intero racconto, facendo ipotizzare agli inquirenti una confusione tra episodi diversi. Eppure, alcuni elementi della testimonianza di Minardi sono stati confermati: la cantina esiste davvero, la vicinanza al San Camillo è reale, e ci sono tracce di una lunga segregazione.

    Il confine tra realtà e leggenda si fa sottile, ma la voglia di verità resta fortissima.

    Una verità che il Paese aspetta

    La scoperta delle ossa nel padiglione Monaldi apre una nuova prospettiva su una vicenda che da decenni scuote l’opinione pubblica e non trova ancora pace. Se quei resti appartenessero davvero a Emanuela Orlandi, il mistero arriverebbe alla sua conclusione più tragica, ma l’indagine solleverebbe altri interrogativi: chi li ha nascosti lì? Per quale motivo ha scelto proprio un ospedale? E quanti complici hanno alimentato questa lunga catena di silenzi e omertà?

    La famiglia Orlandi attende sviluppi. Pietro, il fratello di Emanuela, prosegue la sua battaglia per ottenere verità e giustizia, coltivando la speranza che qualcosa, finalmente, cambi. La pista del San Camillo riconquista un ruolo centrale e offre una nuova possibilità per chiarire un caso che ha colpito la coscienza collettiva e, ancora oggi, coinvolge milioni di italiani.

    “Trovate delle ossa umane”. Emanuela Orlandi, la scoperta all’improvviso: cosa succede