Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • MINORI. PEDOFILIA, ALLARME RETE L’ABUSO: IN ITALIA 1426 VITTIME DI SACERDOTI

    MINORI. PEDOFILIA, ALLARME RETE L’ABUSO: IN ITALIA 1426 VITTIME DI SACERDOTI

    (DIRE) Roma, 12 set. – “I dati (1570 vittime censite da L’Abuso e 956 dichiarate dalla Chiesa) sono inseriti e conteggiati separatamente- spiega la Rete- in quanto molto fumosi, parziali e non circostanziati, né per quanto riguarda le diocesi di provenienza del dato, né per quanto riguarda le regioni italiane, il numero di vittime prodotte, il sesso e l’età, i provvedimenti presi, l’attuale incarico e collocazione. Tuttavia- spiega- sono dati ufficiali dichiarati e se pur estremamente vaghi e imprecisi non possono essere omessi. Parliamo tra le altre cose di dati che non compaiono nel censimento dettagliato per regioni fatto dalla Rete L’Abuso, quindi vanno sommati ai 1570”.

    “Il censimento della Rete L’Abuso- spiega l’Associazione- è basato solo su casi documentali pubblici, ovvero non abbiamo inserito alcun dato di casi non denunciati e questi sono un totale di 360, che hanno prodotto 1570 sopravvissuti.

    Quelli che invece si evincono dalle dichiarazioni della stessa chiesa sono nettamente superiori, 913 casi di abusatori, quasi il triplo di quelli censiti dalla Rete L’Abuso e, se pur incompleti, tuttavia dichiarano almeno altri 956 sopravvissuti, da sommare i nostri 1570″.

    L’analisi della Rete L’Abuso, però, non si è fermata qui e ha prodotto anche delle proiezioni. “Facendo una proiezione su base proporzionale del dato Cei mancante riguardo al potenziale di sopravvissuti prodotti (dato X della Cei dove X è uguale ai sopravvissuti censiti dalla Rete L’Abuso moltiplicato per i 913 autori dichiarati da Cei, diviso 360 autori censiti dalla Rete) si ottengono altri 3990 sopravvissuti da sommare ai 1570 della Rete L’Abuso”.

    Sommando il dato reale censito dall’Osservatorio e il dato di proiezione della Chiesa si arriva a un totale di 5559
    vittime. Un numero enorme.

    Alla luce di questi dati, nel corso della conferenza, la Rete L’Abuso ha sottolineato l’importanza dell’obbligo di denuncia per tutti i cittadini “che nel caso del clero anziché rimandare la scelta di denunciare al vescovo- spiega l’Associazione- obbligherebbe le singole persone che abbiano un fondato sospetto a denunciarlo”. Per L’Abuso, poi “un altro vuoto grave è quello del certificato anti pedofilia, che lascia scoperto tutto il volontariato, al quale appartiene anche il clero, ma non solo”, spiega l’Associazione.

    Grazie ai dati prodotti nell’ambito del clero, Rete L’Abuso ha elaborato anche una proporzione percentuale di quello che potrebbe essere il potenziale di molestatori nell’intera fascia del volontariato “che conta molte più persone dei 35.000 sacerdoti censiti nel report, ed è soggetta agli stessi identici vuoti legislativi del clero”, spiegano.

    “Come abbiamo calcolato sulla base di 35.000 sacerdoti che 1.200 circa risulterebbero molestatori sessuali, per lo più di minori, sulla stessa base percentuale ottenuta (3,64%), calcoliamo la stessa percentuale al dato Istat che parla di un totale di 4,661 milioni di volontari nel 2021. Se poi moltiplichiamo l’improbabile dato (come premesso in assoluto difetto) per il prodotto minimo di cinque presunte vittime per ogni molestatore, otteniamo una triste ipotesi dell’enorme entità del fenomeno, incontrollato in Italia: 848.300”.
    (Mab / Dire)

  • MINORI. PEDOFILIA, ALLARME RETE L’ABUSO: IN ITALIA 1426 VITTIME DI SACERDOTI

    MINORI. PEDOFILIA, ALLARME RETE L’ABUSO: IN ITALIA 1426 VITTIME DI SACERDOTI

    (DIRE) Roma, 12 set. – Sono 1570 le vittime di pedofilia in Italia secondo i dati raccolti dalla Rete L’Abuso, nel specifico 192 donne e 1378 uomini. L’Associazione italiana sopravvissuti agli abusi del clero ha realizzato un dettagliato censimento per regioni fotografando gli ultimi 15 anni. L’analisi evidenzia 1426 minori abusati da sacerdoti, 90 minori abusati da laici (41 da scout e 49 da catechisti); 51 adulti vulnerabili abusati e tre suore.

    Negli abusanti la Rete conteggia 330 sacerdoti, 29 laici e una suora. Il dettaglio delle regioni riporta: 13 vittime di
    pedofilia in Abruzzo; 19 in Basilicata; 44 in Calabria; 56 in Campania; 73 in Emilia; 100 nel Lazio; 65 in Liguria; 370 in Lombardia; 18 nelle Marche; 25 in Molise; 135 in Piemonte; 66 in Puglia; 30 in Sardegna; 89 in Sicilia; 126 in Toscana; 232 nel Triveneto; 100 in Umbria; e 9 in Vaticano.

    Di queste 1570 persone, secondo quanto riportato dal report, 551 non hanno ricevuto giustizia dal Tribunale dello Stato e 1404 dal Tribunale ecclesiastico.

    Per Rete L’Abuso, però, si tratta di numeri in difetto, “tuttavia non poco preoccupante, sia per le vittime prodotte, sia per l’impossibilità di prevenire cioè, di impedire che si replichi producendone altre”. A queste 1570 vittime andrebbero sommate le 956 vittime (non documentate) dichiarate dalla Chiesa,vittime prodotte da 913 autori “mai denunciati all’Autorità Giudiziaria”, ha sottolineato Francesco Zanardi, presidente Rete L’Abuso, nell’ambito della conferenza di presentazione del report che si è svolta questa mattina. (SEGUE) (Mab / Dire)

  • La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda sopprime la denuncia degli abusi

    La Chiesa cattolica della Nuova Zelanda sopprime la denuncia degli abusi

    I sopravvissuti agli abusi da parte di preti cattolici affermano che il rifiuto della Chiesa di rilasciare il rapporto di valutazione indipendente del GCPS nel suo processo di denuncia è un altro insabbiamento.

    All’inizio di quest’anno, su richiesta dei sopravvissuti alle violenze sessuali su minori da parte di sacerdoti cattolici in Nuova Zelanda, i chierici anziani della Chiesa cattolica neozelandese, il vescovo Stephen Lowe e il reverendo Thomas Rouse, si sono impegnati a far valutare in modo indipendente il processo di denuncia della Chiesa e il rispetto della politica.

    Alla fine di luglio di quest’anno, il rapporto di valutazione del GCPS intitolato Te Aromatawai mo nga Paerewa Tiaki Tikanga, una valutazione dell’attuazione degli standard culturali di salvaguardia della Chiesa cattolica ad Aotearoa in Nuova Zelanda, è stato consegnato al gruppo ecclesiastico Te Rōpū Tautoko che ha coordinato la risposta della Chiesa cattolica neozelandese alla Commissione reale d’inchiesta sugli abusi nelle cure.

    Una sintesi del rapporto pubblicato sul sito web di Te Rōpū Tautoko il mese scorso ha rivelato gravi carenze nella gestione delle denunce da parte della Chiesa. Le carenze includevano l’incapacità dell’Ufficio per gli standard professionali della Chiesa (NOPS) di aderire ai principi del suo protocollo di reclamo “Un percorso verso la guarigione”.

    Tuttavia, mentre la sintesi affermava che “la valutazione ha identificato alcune prove a sostegno di ciò”, in tale sintesi non è stata fornita alcuna prova.

    La Rete dei sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti (SNAP) è preoccupata per il fatto che il riassunto non indichi nemmeno quante denunce siano state respinte o accolte. “Il fatto che molte denunce di abusi vengano negate senza indagini adeguate è il vero motivo per cui così tanti denuncianti si rivolgono a SNAP per ottenere supporto”, ha affermato il dottor Christopher Longhurst, leader nazionale della sezione neozelandese di SNAP.

    SNAP ha richiesto una copia del rapporto completo con le opportune revisioni che ritengono che i vescovi e i leader delle congregazioni abbiano il dovere etico di divulgare. Tuttavia, Lowe e Rouse si sono rifiutati di rivelarlo. Invece, hanno risposto affermando: “Il riassunto riporta sostanzialmente su tutti gli aspetti della revisione”.

    Ma i sopravvissuti non sono d’accordo. “Un riassunto che è semplicemente una sinossi non rivela i risultati dei dati come le percentuali di reclami negati o accolti, o i metadati, o il tempo di attesa per risolvere i reclami”, ha spiegato il dottor Longhurst. “Né fornisce prove a sostegno o ragioni che hanno dato origine ai risultati”, ha aggiunto Longhurst.

    Invece, i vescovi hanno diffuso il loro comunicato stampa elogiando i loro processi di riforma (non specificati) nella prevenzione degli abusi.

    SNAP ritiene che questo sia l’ennesimo fallimento dei vescovi cattolici neozelandesi e dei leader congregazionali nell’onorare il loro impegno pubblico per l’apertura e la trasparenza nel modo in cui rispondono agli abusi.

    “Sfidiamo i leader della Chiesa cattolica neozelandese a mettere in pratica ciò che predicano, a smettere di nascondere informazioni vitali sugli abusi, a essere completamente aperti e trasparenti sulle loro procedure amministrative di gestione delle denunce e a rilasciare il rapporto completo del GCPS per il controllo pubblico”, ha dichiarato Donald McLeish, fiduciario di SNAP Aotearoa Nuova Zelanda.

  • Emanuela Orlandi, il fratello chiarisce: “Mai incontrato il Papa privatamente, Francesco non ha mai accolto le mie tante richieste”

    Emanuela Orlandi, il fratello chiarisce: “Mai incontrato il Papa privatamente, Francesco non ha mai accolto le mie tante richieste”

    “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”: il messaggio arriva da Caltabellotta, nel cuore della Sicilia dove Pietro Orlandi è stato ospite pochi giorni fa del PaceFest per affrontare il caso della scomparsa di Emanuela Orlandi.

    “Continueremo a batterci per conoscere verità”, ha dichiarato il fratello della cittadina vaticana rapita nel cuore di Roma il 22 giugno del 1983. E lo ha fatto in una villa comunale gremita di gente all’inverosimile, segno che questa oscura vicenda del nostro Paese continua a turbare l’animo degli italiani. Il direttore di Grandangolo, Franco Castaldo, per un’ora e mezza ha conversato con Orlandi, intervenuto nella rassegna dedicata proprio alle verità sospese, ai cold case e ai casi irrisolti.

    “È importante parlarne nelle scuole, sento nei giovani un senso di giustizia che non hanno gli adulti. Noi non ci rassegneremo mai alla scomparsa di mia sorella e continueremo a batterci per conoscere la verità”, ha dichiarato il fratello di Emanuela Orlandi che non ha mai smesso di lottare per la verità in questi 41 anni.

    Al momento, da quasi due anni, è stata aperta sulla sua scomparsa un’inchiesta interna al Vaticano, coordinata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi, la stessa in cui fratello ha ammesso di non avere fiducia. Ma su Emanuela indagano anche la procura di Roma e la commissione bicamerale d’inchiesta nata nel 2023 e presieduta dal parlamentare di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo. E a FQmagazine Pietro Orlandi smentisce la notizia emersa dalle cronache, nelle ultime ore, su un suo recente incontro con Papa Francesco: “Non ho mai incontrato Francesco se non nel 2013, davanti la chiesa di sant’Anna in Vaticano ma mai privatamente. Nonostante le tante richieste fatte, non mi è stata data mai questa possibilità”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/26/emanuela-orlandi-il-fratello-chiarisce-mai-incontrato-il-papa-privatamente-francesco-non-ha-mai-accolto-le-mie-tante-richieste/7669594

  • Al Nord per studiare, la denuncia di Robert: “Così il prete mi drogava e mi stuprava”

    Al Nord per studiare, la denuncia di Robert: “Così il prete mi drogava e mi stuprava”

    Il convento degli orrori se ne stava abbarbicato sulle colline sopra Verona, ora non è rimasto più niente, in un palazzo maestoso ed elegante, che trasudava ricchezza: è qui che un ragazzo appena maggiorenne, in fuga dal Libano martoriato dalla guerra e in Italia per studiare e costruirsi una nuova vita, è stato drogato e violentato dal padre superiore che guidava quella piccola ma potente congregazione. Stordito, abusato, legato a un letto per più di un mese e mezzo prima di riuscire a fuggire: sono passati ormai 30 anni da quei fatti raccapriccianti ed è ora che il triste protagonista di quella vicenda ha deciso di raccontare quanto accaduto in un libro. “Beirut-Verona sola andata”, pubblicato da Rossini Editore, è il volume a firma di Robert El Asmar in cui, seppure con nomi di fantasia e qualche pagina per ovvi motivi necessariamente romanzata, l’autore ripercorre quei terribili giorni, anzi quei “delitti”, come lui stesso li definisce, ma per i quali nessuno è mai stato indagato, punito o condannato.

    Il protagonista del libro è il giovane Marwan: 18 anni, in fuga dal Libano e dalla guerra, dove ha già visto morire (con i propri occhi) il fratellino di pochi mesi di vita e il suo migliore amico. Il testo comincia con un viaggio in treno, direzione Verona, quello che dovrebbe essere il viaggio della speranza: Marwan viene da una famiglia cattolica molto praticante e benestante (e anche per questo assai perseguitata negli anni della guerra) ed è grazie a un cugino prete che potrà essere ospitato da una congrega cattolica a Verona, la città in cui ha intenzione di frequentare l’università dopo aver vinto, in Libano, una borsa di studio messa in palio all’epoca dal ministero degli Esteri italiano. Siamo nella prima metà degli anni ’90.

    “Marwan era la parte più genuina di me, morta e sepolta dopo quell’esperienza – racconta Robert El Asmar: classe 1973, è nato e cresciuto a Beirut, oggi lavora nel settore aeronautico e dal 2011 vive sul lago di Garda -. Era quel pezzo di me che si fidava degli altri, che cercava nuove speranze e sognava una vita migliore. In Libano mi sarei dovuto arruolare, era appena arrivata la cartolina: pensavo che quella borsa di studio fosse la mia salvezza. E invece ricordo quei giorni come una guerra peggiore di quella che avevo vissuto in patria. Un’esperienza che ha stravolto il mio animo e mi ha cambiato per sempre. Ho perso la mia innocenza, ho perso la mia fede che pure mi aveva dato forza in Libano, durante il conflitto”.

    In quel palazzo ecclesiale Marwan incontra il padre superiore, che ha poco più di 40 anni e un animo a prima vista gentile: lo accoglie sotto la sua protezione, insieme passano bei momenti. Lo sostiene e lo aiuta negli studi, lo porta in giro alla scoperta dell’Italia, a Venezia pure un ristorante dove un primo piatto costava 50mila lire, e un secondo almeno 100mila. “Fino a quando, nel suo studio, non ha rivelato di essersi innamorato di me – continua El Asmar -. È da quel momento, da quando l’ho rifiutato, che è cominciato il mio calvario”. Prima un bacio (tentato) sulla bocca, poi una lettera: “Amore mio, mi dispiace averti messo a disagio. Ma quello che provo per te è un sentimento importante. Ricordati che dove c’è amore c’è Dio, e Dio benedice qualsiasi forma d’amore”…

    Leggi l’inchiesta integrale di Alessandro Gatta 

  • Emanuela Orlandi, il fratello Pietro attacca: “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”

    Emanuela Orlandi, il fratello Pietro attacca: “Non ho fiducia nell’inchiesta del Vaticano”

    La speranza di Pietro Orlandi è sempre la stessa da quarant’anni: arrivare presto alla verità sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Anche se, ha detto Pietro al PACEFest di Caltabellotta (Agrigento), “non ho fiducia sull’inchiesta del Vaticano”.

    Orlandi, intervenuto alla rassegna che quest’anno è dedicata proprio alle ‘verità sospese, ai cold case e ai casi irrisolti, ha aggiunto: “È importante parlarne nelle scuole, sento nei giovani un senso di giustizia che non hanno gli adulti. Noi non ci rassegneremo mai alla scomparsa di mia sorella e continueremo a batterci per conoscere la verità”.

    Fin dalla scomparsa della sorella, nel 1983, Pietro non ha mai smesso di lottare per la verità. E attualmente sono due i fronti su cui si sta cercando di fare luce sul caso di Emanuela Orlandi: l’inchiesta interna al Vaticano, coordinata dal promotore di giustizia Alessandro Diddi, e la commissione bicamerale d’inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, istituita quest’anno e presieduta dal parlamentare di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo.

    Proprio nell’ambito della commissione parlamentare negli ultimi mesi sono state molte le testimonianze rese in audizione. L’ultima è stata quella dell’ex procuratore Giancarlo Capaldo, che ha ipotizzato il coinvolgimento di Renatino De Pedis, boss della banda della Magliana, nel rapimento di Emanuela Orlandi. Per Capaldo la scomparsa è legata “a una vicenda personale di Enrico De Pedis. La sua presenza non è perché la banda della Magliana vuole ricattare qualcuno come il Papa e il Vaticano, è un altro genere di attività che viene messa in campo”.

    Secondo l’ex pm ‘Renatino’ “ha avuto il ruolo di organizzare il prelevamento e il sequestro della ragazza e poi la restituzione della ragazza a una persona non identificata” In questo senso, De Pedis  “non sapeva neppure perché Emanuela Orlandi era stata sequestrata, né ha partecipato alla gestione di eventuali trattative successive trattative”.

    https://www.fanpage.it/roma/emanuela-orlandi-il-fratello-pietro-attacca-non-ho-fiducia-nellinchiesta-del-vaticano/

  • Caso Orlandi, gli audio esclusivi: “Emanuela non tornerà più. Sono spietati. La colpa è soprattutto del Vaticano, di papa Wojtila, dello Ior”

    Caso Orlandi, gli audio esclusivi: “Emanuela non tornerà più. Sono spietati. La colpa è soprattutto del Vaticano, di papa Wojtila, dello Ior”

    La scomparsa di Emanuela Orlandi è uno dei misteri più oscuri e complessi del nostro Paese. Mentre ci sono tre inchieste aperte per far luce sul caso della 15enne vaticana scomparsa nel 1983, proponiamo una ricostruzione accurata delle prime fasi della vicenda, con audio dell’epoca per concessione di Pietro Orlandi.

    L’ultimo ultimatum

    Il 4 agosto 1983, arrivò alla sede dell’Ansa di Milano un comunicato con un nuovo ultimatum e un rinnovo della richiesta di liberazione di Ali Ağca. Il messaggio recava la firma di un gruppo fino a quel momento sconosciuto: Il Fronte Liberazione Turco Anticristiano “Turkesh”. Nell’ottobre 1983, i membri del Fronte Turkesh, con altri comunicati, confermarono di custodire nelle loro mani tanto Emanuela quanto Mirella Gregori. Per i successivi mesi si alternarono le telefonate dell’Americano e i comunicati di Turkesh, sebbene non ci fosse prova che i due elementi lavorassero insieme o quale dei due stesse mentendo. In totale, i comunicati di Turkesh furono sette, inviati tra agosto 1983 e novembre 1985. Nonostante le richieste di vario tipo e le presunte prove, né l’Amerikano né il Fronte Turkesh non aprirono mai nessuna reale pista. Infatti non ci sono state prove che dimostrassero l’esistenza in vita di Emanuela né tantomeno che la ragazza fosse effettivamente ostaggio dei Lupi Grigi o di Turkesh.

    Il 27 novembre 1985 arrivò all’agenzia Ansa l’ultimo comunicato, il “Komunicato XXX” del Fronte Turkesh contenente altri trentacinque particolari sulla vita con l’intestazione “Questo è l’ultimo. Purtroppo. Emanuela non tornerà più. Sono spietati. La colpa è soprattutto del Vaticano, di papa Wojtila, dello IOR, del “giudice” di Alì Agca, di Emanuela“. Da allora non si hanno più notizie. L’avvocato Egidio è sempre stato scettico su questo fantomatico fronte e dichiarò all’epoca: “Credo poco all’autenticità di questo messaggio del Turkesh. Come nelle precedenti occasioni, infatti, questo Fronte turco anticristiano non ha fornito alcuna prova valida del fatto che Emanuela sia in vita. Maggiore credito andava dato all’altro gruppo, quello americano che si era rivolto prima alla famiglia Orlandi e poi al giornalista della CBS di Roma. Le ultime novità non hanno modificato la mia analisi”. Egidio quindi era più propenso a credere che fosse coinvolto l’Amerikano e non il Turkesh. Turkesh non fu mai in grado di fornire delle prove concrete sul fatto di avere Emanuela Orlandi nelle proprie mani. Tuttavia, questo commando riuscì a rivelare nei comunicati molti dettagli e particolari sulla vita privata della ragazza (ad esempio cosa aveva fatto negli ultimi giorni, i nomi di alcuni suoi amici oppure il numero di nei sulla sua schiena).

    Questa cosa venne contestata dall’Amerikano in una delle telefonate all’avvocato Egidio, da cui possiamo sentire: “Ma è possibile che qualunque persona manda dei documenti questi vengano pubblicati e accertati dagli inquirenti? Noi avevamo già smentito (Turkesh, ndr) nell’ultimo comunicato, com’è possibile?” L’amerikano arrivò persino a insinuare che ci fosse anche l’avvocato dietro al Turkesh ma Egidio si infuriò sentendo questa accusa. “Stiamo facendo tutto sul territorio italiano per la liberazione, già sono state fatte molte vittime”, si sente dalla telefonata. “Questa è gente malata, è un mitomane. Noi avevamo dei documenti, non dimostrano né la vita né la morte ma un minimo di attendibilità. Non è possibile dare credito a tutte le lettere che si ricevono, non può quadrare nella nostra logica”. Mentre l’avvocato tentò di replicare, l’americano attaccò di colpo il telefono, temendo di essere pedinato dalle forze dell’ordine.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/08/18/caso-orlandi-gli-audio-esclusivi-emanuela-non-tornera-piu-sono-spietati-la-colpa-e-soprattutto-del-vaticano-di-papa-wojtila-dello-ior/7661538/

  • I malumori della Commissione Parlamentare contro Pietro Orlandi e lo spettro delle querele

    I malumori della Commissione Parlamentare contro Pietro Orlandi e lo spettro delle querele

    La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sta iniziando a nutrire malumori contro Pietro Orlandi. Malumori causati non solo dalle accuse che Pietro sta lanciando contro la nomenclatura ecclesiastica, tacciandola di aver commesso chissà quale orribile delitto su sua sorella, ma anche contro la Procura Vaticana, definendo una farsa l’inchiesta ordinata da papa Francesco, senza sapere che la Santa Sede ha consegnato tutta la documentazione in suo possesso alla Procura di Roma già nell’aprile dell’anno scorso. Più di questo non può fare, perché Emanuela scomparve su territorio italiano. Quindi, le indagini spettano alla magistratura italica.

    Ciononostante, gli attacchi contro il Vaticano da parte del fratello di Emanuela procedono senza sosta, rilevandosi però delle polpette avvelenate. L’ultima pista, la pista inglese, è stata dimostrata falsa da Sara Cordella, docente di Grafologia, che ha fatto notare come la firma del cardinale Ugo Poletti, apposta sui documenti che proverebbero la permanenza di Emanuela Orlandi a Londra, è un copia-incolla di una firma ripresa da altri documenti firmati dallo stesso Poletti e che non c’entrano nulla con la Orlandi. Un teorema, quello della pista londinese, peraltro messo in discussione dallo stesso presidente della Commissione, De Priamo, insieme alle presunte chat sui tombaroli pagati dalla Santa Sede per far sparire il corpo di Emanuela Orlandi. Insomma, sembra proprio che questa Commissione non abbia alcuna intenzione di farsi manipolare e condizionare dal fratello della Vatican Girl.

    In questa vicenda che sta assumendo le sembianze di una vera e propria messinscena mediatica, con piste che cambiano un giorno sì e l’altro pure, c’è anche il disagio di alcuni commissari che hanno dato un’occhiata alla pagina Facebook che Pietro Orlandi ha aperto per parlare di sua sorella Emanuela, ormai ridotta a Brand Promozionale, e in cui si nota un profluvio di insulti, di calunnie e di diffamazioni lanciate dai fan di Pietro contro magistrati e giornalisti, colpevoli di non indagare nella direzione voluta dagli stessi discepoli di Pietro Orlandi: la pista vaticana.

    Per citare un esempio, uno di questi accaniti ammiratori, un certo Antonio Ballarati, che si definisce appartenente alla confessione religiosa dei testimoni di Geova, si sta lasciando andare ad accuse contro il Vaticano usando un linguaggio verbale di inaudita violenza. Uno dei suoi commenti recita: “In Vaticano sono tutti criminali, pedofili e assassini. Hanno violentato e ucciso milioni di bambini in tutto il mondo”. Alla replica pacata di un altro utente che ha domandato: “Scusa, ma che prove hai per lanciare accuse così pesanti?”. L’uomo ha replicato in modo insolente: “Da tua nonna”. Commenti, leggibili sul profilo Facebook di Pietro, così violenti che lo stesso Pietro Orlandi, primo nemico del Vaticano, ha dovuto a volte cancellare per ritegno.

    Tali accuse non sono sfuggite ai commissari parlamentari, facendo temere che quella pagina possa essere chiusa da un momento all’altro e che Pietro Orlandi possa essere querelato da non poche personalità, cosa che metterebbe in grave imbarazzo la stessa Commissione. Eventuali denunce contro Pietro Orlandi creerebbe un pericoloso cortocircuito tra Parlamento, Vaticano e magistratura italiana, con tutte le conseguenze del caso sotto il profilo politico. Le accuse più gravi di Pietro Orlandi non riguardano solo quelle lanciate contro i prelati, ma anche contro gli inquirenti, accusati di fare gli interessi del Vaticano, insinuando una loro eventuale corruzione.

    Uno di questi inquirenti è il magistrato Giancarlo Capaldo, tacciato da Pietro Orlandi di aver intavolato una trattativa  segreta con due capi della gendarmeria vaticana per la restituzione del corpo di Emanuela Orlandi. Come hanno fatto notare alcuni commissari parlamentari di professione avvocati, se davvero ci fosse stata una trattativa sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, Capaldo avrebbe dovuto far arrestare i gendarmi per omicidio e occultamento di cadavere. E se non lo avesse fatto, lui stesso sarebbe finito nei guai per complicità in un omicidio.

    Del resto, lo stesso Capaldo, interrogato dalla Commissione, ha negato qualsiasi trattativa con il Vaticano. Ha dichiarato che due capi della gendarmeria si erano recati da lui per chiedere che la tomba di Enrico De Pedis venisse spostata dal cimitero di Sant’Apollinare-cimitero per altro situato su terra sconsacrata-per porre fine a voci che volevano che un criminale, seppur morto incensurato e assolto in tutti i processi che lo hanno riguardato, fosse stato seppellito lì per aver fatto chissà quale favore al cardinale Ugo Poletti. Al che Capaldo avrebbe risposto in modo sarcastico: “E voi in cambio che mi date? Mi fate sapere la verità su Emanuela Orlandi?”. E i due gendarmi, per nulla offesi dalle insinuazioni del magistrato, avrebbero risposto in modo altrettanto sarcastico: “Si, poi vedremo”. Un semplice scambio di battute fatto passare per chissà quale oscura trattativa. Insomma, ci sono abbastanza elementi da aver sollevato il presentimento, da parte della Commissione Parlamentare, che prima o poi qualcuno perda davvero la pazienza e trascini Pietro Orlandi in tribunale, sommergendolo di querele.

  • In messaggi di testo e vocali e foto l’orrore della violenza di padre Melis sui minori. E la Fidae, di cui era presidente, cancella dal sito le sue immagini

    In messaggi di testo e vocali e foto l’orrore della violenza di padre Melis sui minori. E la Fidae, di cui era presidente, cancella dal sito le sue immagini

    Nelle foto della pagina web della Fidae, che Melis presiedeva in Liguria, lo scolopio appariva sorridente accanto al cardinal Bagnasco all’interno dei locali della Curia.

    Sullo sfondo dei due in posa si vedevano poltroncine antiche imbottite e coperte di stoffa rossa, tappeti persiani, lampadari di cristallo, i ritratti dipinti dei precedenti arcivescovi e, ironia della sorte, una foto di papa Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, che è stato il primo pontefice a chiedere esplicitamente scusa alle vittime di abusi da parte di ecclesiastici e a incontrarle più volte, presentando la Chiesa in atteggiamento penitenziale.

    Fino a ieri foto e testi erano visibile sul sito ligure della Federazione delle scuole cattoliche primarie e secondarie, ma oggi, pur permanendo visibile l’indirizzo, il contenuto della pagina non c’è più. È stato cancellato.

    La vicenda degli arresti domiciliari per il padre scolopio ha determinato un forte imbarazzo nella Curia, che, non appena è venuta a sapere che il pm Federico Panichi aveva indagato il sacerdote per violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata, lo ha sollevato da tutti gli incarichi e ha avviato «la procedura canonica prevista in questi casi, informando il competente Dicastero Vaticano», si legge in una nota di ieri dell’Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi.

    Il «provvedimento tempestivamente adottato» si legge nell’ordinanza della gip Michela Catalano, pur avendo «certamente affievolito» le esigenze cautelari, non le ha annullate perché «non inibisce a Melis di circolare liberamente é di inseguire pertanto il suo istinto pedofilo». Sempre sull’ordinanza di legge che la modalità di approccio ai minori del sessantenne «non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice».

    Andrea Melis è padre scolopio, cioè appartiene alla congregazione delle Scuole pie, ordine fondato a Roma nel 1617 da san Giuseppe Calasanzio, con il fine principale di educare e istruire i giovani. Infatti Melis era direttore della scuola elementare e della Fondazione Assarotti oltre che presidente della Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie. E in quei ruoli, come è normale, aveva grande facilità a incontrare bimbi e ragazzini anche fuori dal controllo dei genitori. Secondo le investigazioni dei Carabinieri ne ha approfittato per cercare di rastrellare potenziali giovanissime vittime.

    «La pericolosità di Melis emerge proprio dalle modalità con cui ha agito – si legge nell’ordinanza del gip – approfittando della sua qualità di sacerdote, tale da ingenerare fiducia nei minori e indurli a mentire ai genitori; ha attirato i minori nei suoi appartamenti, tutti adiacenti a luoghi di culto e quindi ritenuti sicuri dai ragazzini; li ha letteralmente ricoperti di regali, facendoli accedere a tutto ciò che un adulto proibisce ai minori e cioè fumo e alcool, cominciando pian piano a sondare una loro eventuale disponibilità sessuale attraverso abbracci, bacetti sulle guance o sul collo».

    Il sessantenne è riuscito nel suo intento almeno in un caso, quello del ragazzino che secondo il pubblico ministero ha ricevuto da lui parecchi soldi su una Postepay che l’indagato aveva consegnato al minore. La prima volta, la vittima aveva 13 anni. «Faceva quel che faceva… a me non piaceva ma non gliel’ho mai detto perché mi dava dei soldi» ha detto il ragazzino ai Carabinieri che lo hanno interrogato, confermando le violenze, proseguite fino allo scorso mese di giugno, quando è scattata la prima perquisizione a casa dello scolopio. Il minore ha detto di non essere stato costretto e di aver accettato le “attenzioni” del sacerdote per i regali che lui gli faceva. Nell’ordinanza del gip Milena Catalano si legge di «almeno 5 mila euro», una console Nintendo e altre cose costose, come gli abiti firmati. Da qui l’accusa di prostituzione minorile per il sacerdote, perché un minore non può essere consenziente.

    Il primo contatto tra Melis e la vittima è avvenuto in parrocchia. I genitori si erano accorti che il sacerdote aveva una predilezione per il figlio, forse anche dei primi regali, quindi gli avevano raccomandato di non trovarsi mai da solo con lui e di non accettare alcunché. Ma le violenze erano già cominciate e non sono state interrotte, badando bene a non insospettire ulteriormente i genitori.

    Quando il minore si è trasferito a Genova, lontano da controllo della famiglia, per frequentare le scuole superiori, il padre scolopio ha avuto campo libero. I dettagli si possono leggere nelle chat tra lui e la vittima, che il sacerdote sessantenne chiama “tesoro” e “amore”. Nella chat scorrono foto con espliciti contenuti sessuali e gadget erotici che nulla lasciano all’immaginazione.

    Andrea Melis, oltre che per violenza sessuale e prostituzione minorile, è accusato anche di tentata violenza sessuale. Questo perché nelle chat gli investigatori hanno trovato le pressioni del sacerdote sui minori per tentare di incontrarli da soli, confermate nel corso degli interrogatori da alcuni di questi.

    Lo scolopio, che abitava nella sede di via San Bartolomeo degli Armeni della onlus Fondazione Padre Assarotti, scuola paritaria per l’infanzia e primaria e istituto per sordomuti Onlus, cercava di attirarli nel suo domicilio per poi offrire loro anche alcolici, sigarette elettroniche, abbigliamento di marca e in qualche caso anche denaro nel tentativo di convincerli ad approcci di carattere sessuale, che cominciavano con baci sulle guance e sul collo.

    Oltre che dai messaggi, l’attività di “dragaggio” di potenziali partner sessuali minori che si concedessero a lui è confermata anche da alcuni ragazzini oggetto delle sue malsane attenzioni. Uno dei minori ha detto ai Carabinieri da sapere da un compagno che Melis regalava sigarette elettroniche, raccomandando di non dire niente ai genitori. Ma uno di questi, un quindicenne, ha raccontato tutto e i genitori hanno subito denunciato. Il ragazzo aveva scritto al prete che non sarebbe andato di nuovo a casa sua da solo e che se fosse tornato a incontrarlo nel suo appartamento all’interno della struttura scolastica religiosa lo avrebbe fatto con un amico. «Non insisto – gli aveva scritto il sacerdote -, ma mi piacerebbe stare con te, chiacchierata, coccole, fammi sapere che mi organizzo». E al diniego di tornare da solo a casa sua, lo aveva accusato di non provare per lui «un’amicizia sincera e non solo interessata a tech e puff», cioè ai giochi tecnologici e alle sigarette elettroniche.

    Tra i tanti ragazzi che il prete aveva cercato di adescare ce n’è stato uno che ha capito immediatamente a capito le intenzioni malsane del sessantenne e alle sue richieste, prima di bloccare il numero telefonico di Melis, ha risposto con un messaggio vocale molto chiaro «Sei un pedofilo, coglione, ti vengono a prendere a casa…». E così è stato.

    In messaggi di testo e vocali e foto l’orrore della violenza di padre Melis sui minori. E la Fidae, di cui era presidente, cancella dal sito le sue immagini

  • Caso Orlandi, indagato per favoreggiamento alla mafia il pm che archiviò l’inchiesta su Emanuela, Giuseppe Pignatone: “Ci penserà lui a far tacere Pietro…”

    Caso Orlandi, indagato per favoreggiamento alla mafia il pm che archiviò l’inchiesta su Emanuela, Giuseppe Pignatone: “Ci penserà lui a far tacere Pietro…”

    Attenzione. L’ex pm di Roma Giuseppe Pignatone, ora presidente del tribunale Vaticano, è presente tra gli indagati del dossier “Mafia e appalti“. Si tratta dell’inchiesta di un presunto insabbiamento aperta a Palermo nel 1992, sulla quale aveva lavorato anche Paolo Borsellino dopo la morte di Giovanni Falcone. Al centro i rapporti tra gli imprenditori mafiosi Nino e Salvatore Buscemi e il gruppo Ferruzzi con a capo Raul Gardini. Pignatone, prima di arrivare alla Santa Sede, è stato procuratore anche a Reggio Calabria, ed è indagato per favoreggiamento alla Mafia.

    Oggi era al palazzo di giustizia di Caltanissetta per essere interrogato: “Ho dichiarato la mia innocenza in ordine al reato di favoreggiamento aggravato ipotizzato. Mi riprometto di contribuire, nei limiti delle mie possibilità, allo sforzo investigativo della procura di Caltanissetta”. L’accusa è quella di essere stato a capo di un sistema che avrebbe aiutato alcuni imprenditori mafiosi a sfuggire alle indagini per ben trent’anni.

    Giuseppe Pignatone è legato anche al caso di Emanuela Orlandi. “Possiamo stare tranquilli, è arrivato il Procuratore nostro, ci penserà lui a far tacere Pietro Orlandi (fratello di Emanuela ndr) che sta facendo un casino, ha già cacciato Capaldo (pm che indagava sul caso di Emanuela) e messo i suoi. Poi ha assicurato ai miei avvocati che archivia tutto”. A pronunciare queste parole la moglie di Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana, in un’intercettazione telefonica con Mons. Vergari, rettore della Basilica di Sant’Apollinare.

    Un’intercettazione a seguito della scoperta della sepoltura di De Pedis, noto criminale romano, proprio in quella Basilica. Assurdo ma vero, considerando che nemmeno le figure ecclesiastiche di maggior rilievo riescono ad ottenere un trattamento simile una volta trapassati. La telefonata generò l’ipotesi di un collegamento con il caso di Emanuela, nonché della possibilità dell’esistenza di un legame tra Stato Vaticano, Stato italiano e Mafia. Giuseppe Pignatone aprì la tomba di De Pedis, archiviò l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e alla fine del suo mandato come Procuratore di Roma fu “promosso” a presidente del tribunale Vaticano…

    https://mowmag.com/attualita/caso-orlandi-indagato-per-favoreggiamento-alla-mafia-il-pm-che-archivio-l-inchiesta-su-emanuela-giuseppe-pignatone-ci-pensera-lui-a-far-tacere-pietro