Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Roma

  • Insabbiamento indagine su appalti, indagato Pignatone

    Insabbiamento indagine su appalti, indagato Pignatone

     L’ex procuratore aggiunto di Palermo, poi procuratore a Reggio Calabria e a Roma, Giuseppe Pignatone è indagato a Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sul presunto insabbiamento dell’indagine su mafia e appalti, nel 1992.

    Il magistrato, che presiede il tribunale di Città del Vaticano, è nel palazzo di giustizia nisseno per essere interrogato.

    Con Pignatone sono indagati, per favoreggiamento alla mafia, anche l’ex sostituto procuratore a Palermo, Gioacchino Natoli e il generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti.

    Il 5 luglio scorso anche l’ex pm Gioacchino Natoli era stato convocato nella procura nissena per essere interrogato e si era avvalso della facoltà di non rispondere, riservandosi di chiedere alla Procura un successivo interrogatorio in cui fornire “ogni utile chiarimento”.

    Secondo i magistrati nisseni, avrebbe aiutato a sfuggire alle indagini alcuni imprenditori mafiosi, avrebbe chiesto l’archiviazione di un filone d’indagine dell’inchiesta mafia-appalti e disposto la distruzione di bobine con intercettazioni rilevanti. Anche il generale Screpanti, all’epoca capitano, è stato interrogato e ha risposto alle domande dei pm nisseni.

    L’inchiesta del 1992 riguardava i presunti rapporti fra i mafiosi palermitani Antonino Buscemi e Francesco Bonura e il gruppo guidato da Raul Gardini.

    Un’indagine su mafia e appalti su cui si era concentrata l’attenzione di Paolo Borsellino.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2024/07/31/insabbiamento-indagine-su-appalti-indagato-pignatone_3cbf898f-bd6b-4455-bb9f-75452f5d7582.html

  • “Emanuela Orlandi potrebbe essere sparita dentro Sant’Apollinare”: spunta la nuova ipotesi del procuratore Capaldo

    “Emanuela Orlandi potrebbe essere sparita dentro Sant’Apollinare”: spunta la nuova ipotesi del procuratore Capaldo

    La scomparsa di Emanuela Orlandi non è mai stato solo un semplice caso di sparizione e se solleva l’attenzione e al tempo stesso la rabbia di migliaia di persone in Italia e nel Mondo è perché pone tantissime domande e nessuna risposta. Ogni giorno, da 41 anni, emergono nuovi pezzi di un mosaico impossibile da ricomporre e che non fanno che alimentare questo oscuro mistero che, quel 22 giugno del 1983, inghiottì una 15enne vaticana figlia di un semplice messo Papale, all’uscita dalla scuola di musica Ludovico da Victoria, all’interno della basilica di Sant’Apollinare a Roma.

    Il magistrato Giancarlo Capaldo, titolare della seconda e penultima inchiesta su Emanuela Orlandi, ha appena rivelato nuovi elementi sul caso davanti alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulla vicenda. Secondo il procuratore, “Sul prelevamento di Emanuela Orlandi, un’ipotesi che si potrebbe non escludere è che sia sparita proprio nel complesso di Sant’Apollinare, una ipotesi quasi mai formulata e che invece andava un po’ di più approfondita proprio per la presenza di De Pedis e don Pietro Vergari”, come riportato da Il Messaggero.

    Don Vergari, lo ricordiamo, è l’ex rettore della Basilica di Sant’Apollinare che fu anche indagato per concorso in sequestro di persona; non ha mai nascosto la sua amicizia con De Pedis, “uno dei boss dell’organizzazione mafiosa italiana della banda della Magliana”. E De Pedis fu sepolto proprio nella cripta di Sant’Apollinare, in totale discrezione e quando la notizia venne fuori toccò proprio a Capaldo togliere il Vaticano dall’imbarazzo di quella sepoltura e ordinare l’apertura della tomba e il trasferimento dei resti al cimitero Il Verano. Capaldo ha dichiarato e ribadito innumerevoli volte che si attivò a riguardo a nome della Procura di Roma, perché a chiederglielo furono due uomini della gendarmeria vaticana che in cambio gli promisero dei documenti o la stessa salma di Emanuela.

    “Il prelevamento della Orlandi – ha spiegato ieri Capaldo – poteva essere fatto per strada ma sarebbe stato pericoloso, poteva invece essere fatto in Sant’Apollinare con una scusa qualsiasi. Il momento della scomparsa della Orlandi nessuno ce l’ha dato, anche le dichiarazioni delle ragazze amiche non sono sicure, come sarebbe stata rapita? Violentemente? O se Renatino De Pedis era amico di don Vergari non poteva creare una situazione per cui determinare la sparizione dall’interno?”. Questa ipotesi collima anche con quella di un sequestro organizzato da De Pedis come raccontato oltre dieci anni fa a Capaldo dalla amante di Renatino, Sabrina Minardi e come emerso da alcuni riscontri, come quello del ruolo del presunto autista Sergio Virtù. “Credo che la Minardi – ha aggiunto Capaldo – sia stata trattata male come testimone”.

    Il procuratore ha tirato in ballo, nel corso della sua convocazione che si è articolata in ben due sedute, anche un noto protagonista di questa vicenda, il fotografo romano Marco Fassoni Accetti. Costui, più volte si è auto-accusato di essere il rapitore di Emanuela ma senza sciogliere portare a nessun riscontro concreto. “Io riterrei non impossibile anzi estremamente probabile che Accetti abbia conosciuto Emanuela Orlandi perché gravitava su piazza Navona e piazza delle Cinque Lune che era la zona in cui gravitava lo stesso Accetti e lui fermava tutte le ragazze”, ha detto Capaldo ricordando di averlo incontrato quando “nel marzo 2013 venne da me. Le prime dichiarazioni di Accetti furono che era stato in Francia dove aveva incontrato Emanuela Orlandi in vita e questo incontro sarebbe avvenuto nel febbraio precedente”, come riportato da Il Messaggero.

    “Accetti disse che il motivo per cui si era deciso a raccontare la vicenda è sia perché aveva incontrato Emanuela viva sia perché, con il cambio del Papa – era stato eletto Papa Francesco – poteva pensare a un cambio, a un’apertura della curia romana e voleva inserirsi con le sue verità in questa vicenda”.

    Nel sostenere questa tesi nuova, Capaldo è come se avesse smentito le dichiarazioni agli atti di alcune amiche di Emanuela che quel pomeriggio del 22 giugno la collocano, in strada, all’uscita di scuola. Capaldo ritiene. come riferito sul Corsera, che “molte dichiarazioni delle ragazze non siano particolarmente affidabili e sicure”, perché “Mi sembra difficile ipotizzare un rapimento alla luce del sole in Corso Rinascimento», ha concluso.

    Emanuela quel mercoledì di inizio estate, uscì dall’Istituto Ludovico da Victoria, in compagnia dell’amica Raffaella Monzi. Mentre camminavano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confidò di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici che le propose di distribuire volantini per 375mila lire durante una sfilata di moda. Raffaella le disse che quell’offerta era stranamente eccessiva, e salì sul bus, non la rivide mai più.

    Tutto questo fu dichiarato nei giorni successivi alla scomparsa dalla Monzi, davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto”. Mentre aspettava l’autobus in corso Rinascimento, Emanuela venne raggiunta da un’altra ragazza: bassa, capelli scuri e ricci, fisico rotondetto. Questa “amica” che era assieme a Emanuela fu vista anche da un’altra ragazza della scuola di musica, Maria Grazia Casini, che si trovò a passare da lì come riferì nell’interrogatorio del 29 luglio del 1983.

    Maria Grazia è stata l’ultima persona a vedere Emanuela Orlandi e lo ha ribadito anche in tempi recenti in un’intervista per un programma trasmesso su Sky. All’epoca dichiarò di averla vista anche Laura Casagrande, mentre avanzava su quello stesso marciapiede: disse di aver visto per l’ultima volta Emanuela dietro di sé. Nel corso della sua audizione davanti alla commissione di inchiesta, la Casagrande ha negato alla bicamerale quella circostanza, dicendo di non ricordare più di aver visto Emanuela quel giorno.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/26/emanuela-orlandi-potrebbe-essere-sparita-dentro-santapollinare-spunta-la-nuova-ipotesi-del-procuratore-capaldo/7637152

  • Emanuela Orlandi, il cardinale Zuppi ammette il coinvolgimento della Chiesa: “Bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. La replica di Pietro Orlandi

    Emanuela Orlandi, il cardinale Zuppi ammette il coinvolgimento della Chiesa: “Bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. La replica di Pietro Orlandi

    Un messaggio di speranza sulla scomparsa di Emanuela Orlandi arriva dal Giffoni Film Festival, la manifestazione in corso nel piccolo borgo del salernitano in questi giorni. Il festival del cinema dedicato ai ragazzi ieri ha accolto il Cardinale Matteo Maria Zuppi, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana che ha risposto alle tante domande poste in sala dai giovani giurati su questioni delicate che riguardano la Chiesa tra cui la scomparsa della 15enne vaticana avvenuta nel 1983 a Roma. La platea di ragazza gli ha posto domande sferzanti sul ruolo della Chiesa a cui Zuppi ha riposto. “È interesse della Chiesa collaborare. Mi auguro che la commissione (la bicamerale di inchiesta che indaga sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, ndr) chiarisca tanti dubbi che ancora ci sono su questo caso, comprensibili perché quando non si sa la verità tutto diventa verosimile. E a maggior ragione è importante stabilire la verità“.

    Il vescovo di Bologna ha dunque ammesso il coinvolgimento della Chiesa nella vicenda. “Certe volte ci sono state anche delle illazioni che possono essere comprensibili quando una situazione è poco chiara ed è per questo che bisogna cercare di arrivare quanto prima alla verità”. Le parole di Zuppi hanno sollevato l’attenzione del fratello di Emanuela, Pietro Orlandi che ha replicato a FqMagazine: “Bene che il Cardinale Zuppi abbia detto di avere fiducia nella commissione ma ha dimenticato che c’è un’inchiesta vaticana interna portata avanti dal promotore di giustizia Alessandro Diddi?”

    Il coinvolgimento del Vaticano
    Non è la prima volta che emerge il ruolo della Chiesa nel rapimento della 15enne vaticana. La prima telefonata dei rapitori di Emanuela arrivò difatti in Vaticano e non alla famiglia della ragazza, quella stessa sera del 22 giugno del 1983, neanche due dopo che la Orlandi fu prelevata; sarebbe stata fatta due ore dopo la scomparsa, alle 21 precisamente, mentre Emanuela fu vista per l’ultima volta alle 19. Ad ammetterlo fu proprio un prelato: parliamo di monsignor Carlo Maria Viganò che oggi è stato scomunicato e condannato per scisma da Papa Francesco.

    Il contenuto di questa telefonata fu svelata da Viganò in un’intervista sul sito di Aldo Maria Valli. Viganò lavorava nella segreteria di Stato Vaticana all’epoca della scomparsa di Emanuela. Di questa telefonata fu messa al corrente anche l’avvocato della famiglia Orlandi Laura Sgro’ che nel 2019 dichiarò alla stampa: “Parlai con Viganò un anno e mezzo fa, lo dico solo oggi perché a seguito della sua intervista mi ha autorizzato a dire che c’era stato un incontro tra noi in cui lui mi riferì esattamente quello che oggi (nel 2019, ndr) è stato reso pubblico”.

    Ecco la dichiarazione del monsignore: “Quella sera mi trovavo in ufficio in segreteria di Stato alla terza loggia insieme con monsignor Sandri, mentre il sostituto era assente”, ha raccontato Viganò. “Erano circa le 20, o forse più tardi, quando ricevetti una telefonata da padre Romeo Panciroli, allora direttore della sala stampa vaticana, il quale mi annunciò che era giunta, appunto alla sala stampa, una telefonata anonima che annunciava che Emanuela Orlandi era stata rapita. Padre Panciroli mi disse che mi avrebbe inviato immediatamente via fax un testo con il contenuto della telefonata. In quel testo, si affermava che Emanuela Orlandi era detenuta da loro e che la sua liberazione era collegata a una richiesta, il cui adempimento non necessariamente dipendeva dalla volontà della Santa Sede. Si trattava di un messaggio formulato in termini precisi e ben costruito. Esso è indubbiamente reperibile nell’archivio della segreteria di Stato“.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/24/emanuela-orlandi-il-cardinale-zuppi-ammette-il-coinvolgimento-della-chiesa-bisogna-cercare-di-arrivare-quanto-prima-alla-verita-la-replica-di-pietro-orlandi/7634481

  • Carpineto Romano, ordine di carcerazione per Padre Perez: è accusato di abusi su minori

    Carpineto Romano, ordine di carcerazione per Padre Perez: è accusato di abusi su minori

    Era stato arrestato con la pesante accusa di pedofilia, condannato a 7 anni e ora, padre Carlos Alberto Pérez, il missionario colombiano aggregato alla chiesa del Sacro cuore di Carpineto Romano, comune di 4 mila anime, andrà in carcere.

    Il Tribunale di Velletri lo aveva condannato a 8 anni,  dopo un’istruttoria lunga e complessa, basata su testimonianze e interrogatori protetti a minori. Poi la condanna era stata riformata a 7 in Corte di appello e il 17 luglio scorso è arrivato l’ordine di carcerazione. Per il sacerdote sudamericano, arrivato nel paesino incastonato nei Monti Lepini  assieme ad altri confratelli appartenenti alla congregazione dei padri eudisti, si sono aperte le porte del carcere di Velletri.

    I carabinieri della stazione di Carpineto lo hanno rintracciato nel pomeriggio del 17 luglio in una comunità di recupero di Alatri,  in provincia di Frosinone, dove il prete colombiano, finito nella rete della giustizia per atti sessuali su minori , stava scontando la pena ai domiciliari dopo l’arresto avvenuto il giorno di Venerdì Santo (15 aprile) del 2022.

    La vicenda

    Padre Perez, giunto a Carpineto poco prima del 2020, era già finito in carcere subito dopo l’arresto in esecuzione di un ordine di custodia cautelare emesso dal giudice per le indagini preliminari di Velletri; successivamente, aveva ottenuto un beneficio nella pena ed era stato trasferito nella comunità del frusinate.

    Il prete, i cui atteggiamenti avevano sollevato dubbi e perplessità tra i residenti fin dal suo arrivo in paese, era stato denunciato nel dicembre 2021 dai genitori di due minorenni, avvicinati al di fuori della parrocchia, dove il sacerdote celebrava solo messe e funerali, così era stato chiarito dalla Diocesi Alatri – Anagni, «senza svolgere attività di catechismo», come a voler allontanare i dubbi sulla possibilità che potessero esserci altre vittime.

    Sulla torbida vicenda delle attenzioni sessuali rivolte ai due ragazzini erano intervenuti anche i carabineri del Ris, il Reparto Investigazioni Scientifiche, che avevano svolto accertamenti tecnici sui cellulari. Anche due minori erano stati ascoltati in presenza di psicologi. Gli investigatori avevano trovato, sui telefonini esaminati, messaggi inequivocabili spediti dal religioso straniero, che aveva anche inviato più di una offerta di denaro ai due giovanissimi di età inferiore ai 14 annu, a quanto pare accompagnata da richieste di incontri nel bosco e in paese, durante le quali c’erano allusioni sessuali e  “massaggi” sul corpo.

    Erano stati proprio questi messaggi a insospettire i genitori dei ragazzi, che senza esitare avevano deciso di sporgere denuncia ai carabinieri. Carpineto era stata sconvolta dall’arresto, lo scompiglio e l’allarme tra i parrocchiani era stato inevitabile, nonostante i tentativi di minimizzare, per evitare di infangare gli ambienti di chiesa nel loro complesso. Qualcuno in paese, dopo la diffusione dell’ordine di carcerazione del sacerdote, ha anche commentato «poverino, non si meritava tanto», precisando che padre Carlos era riuscito anche a farsi benvolere, con atteggiamenti miti e disponibili.

    https://www.ilmessaggero.it/roma/metropoli/padre_perez_carpineto_romano_abusi_sessuali_minori_carcere_ultime_notizie-8252638.html

  • “Renatino De Pedis organizzò da solo il sequestro di Emanuela Orlandi”: le rivelazioni del procuratore Capaldo alla commissione di inchiesta

    “Renatino De Pedis organizzò da solo il sequestro di Emanuela Orlandi”: le rivelazioni del procuratore Capaldo alla commissione di inchiesta

    “Con la vicenda Orlandi secondo me c’entra Enrico De Pedis non la banda della Magliana, è una vicenda personale di De Pedis”: sono parole ferme e significative quelle pronunciate ieri dal Procuratore Giancarlo Capaldo ovvero dal magistrato che ha indagato più a lungo di tutti sulla storia oscura di Emanuela Orlandi, la 15enne vaticana rapita il 22 giugno a Roma e mai più ritrovata.

    “Renatino”
    Capaldo è stato convocato e ascoltato ieri dalla commissione di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Fu l’ultimo a occuparsi di Emanuela prima che l’inchiesta venisse archiviata dall’attuale presidente del Tribunale Vaticano Giuseppe Pignatone. Il magistrato ha ribadito, in merito al coinvolgimento dell’allora capo della fazione testaccina del gruppo criminale De Pedis: “Non è che la banda della Magliana volesse ricattare qualcuno come il Papa e il Vaticano, è un altro genere di attività che fu messa in campo. De Pedis ha avuto il ruolo di organizzare il prelevamento e il sequestro della ragazza e poi la restituzione della ragazza a una persona non identificata”. De Pedis, secondo il punto di vista di Capaldo, “Non sapeva neppure perché Emanuela Orlandi era stata sequestrata, né ha partecipato alla gestione di eventuali trattative successive. È da vedere come colui che ha organizzato, sul piano materiale, un servizio di basso livello ma molto utile e particolare per qualcuno”. Il magistrato ha ribadito dunque il ruolo di pura manovalanza di “Renatino”, che fu poi tirato in ballo nel 2008 dalla sua ex amante Sabrina Minardi che rivelò dettagli inquietanti sul sequestro e sul rilascio di Emanuela in cui lei stessa dichiarò di essere stata coinvolta. La Minardi disse all’epoca di aver rilasciato lei stessa Emanuela Orlandi a un uomo, descritto come un alto prelato, alle porte del Vaticano. Capaldo ha sottolineato anche che Sabrina Minardi “non è attendibile in tutto, ma la ritengo attendibile su alcuni dati principali”. Una visione del resto condivisa anche dal fratello di Emanuela, Pietro Orlandi.

    La sepoltura di De Pedis
    La parte giocata da De Pedis nelle indagini di Capaldo non si esaurisce qui ma andò ben oltre i giorni del sequestro. Il magistrato in passato più volte ha raccontato di quando incontrò il capo e il vicecapo della gendarmeria Domenico Giani e Costanzo Alessandrini che gli chiesero la collaborazione della magistratura per aprire la tomba di De Pedis, sepolto nella cripta di Sant’Apollinare, la Chiesa da dove scomparve Emanuela, e dissipare eventuali dubbi dell’opinione pubblica sul Vaticano, togliendo la Santa Sede dall’imbarazzo di aver fatto tumulare un criminale in una Basilica. “Non ho nessuna difficoltà a dire che le persone in questione erano l’allora capo della Gendarmeria Domenico Giani e il suo vice, Costanzo Alessandrini”, ha ribadito ieri. “In quel momento storico siamo agli inizi del 2012”, ha raccontato Capaldo, dopo aver fissato un appuntamento per telefono, Giani “venne, si presentò anche con Alessandrini, fu ricevuto in procura ufficialmente come i responsabili delle polizie di tutto il mondo, era presente anche la dottoressa Maisto che io chiamai appositamente perché era la contitolare” dell’indagine. “A questo punto – ha proseguito Capaldo – il dottor Giani mi fece presente che non veniva di sua sponte ma perché era stato incaricato da padre Georg come segretario di Benedetto XVI e voleva segnalare che che il Vaticano era preoccupato da una serie di valutazioni che si facevano sulla stampa che coinvolgevano il Vaticano come ente poco collaborativo nella ricerca di Emanuela Orlandi e, in particolare, Giani mi chiese come se fosse una richiesta che lui transitava, diciamo così, da padre Georg, di aprire la tomba di De Pedis perché il Vaticano riteneva importante che fosse aperta dalla procura di Roma. Io prospettai al dottor Giani che il motivo per cui sulla stampa c’era questo ampio dibattito se aprire o no, era perché coloro che volevano aprirla, volevano controllare se con la bara di De Pedis fosse sepolta anche la salma della Orlandi, io segnalai che la ritenevo una ipotesi assolutamente inverosimile posto che la Orlandi era sparita nel giugno dell’ 83 e De Pedis viene ucciso nel febbraio del ’90“.

    Il fascicolo su Emanuela
    “Mi sembrava difficile – ha continuato -. Comunque sostanzialmente il Vaticano non voleva la responsabilità di adottare un provvedimento di traslazione della tomba, io segnalai che come aveva dato l’autorizzazione alla sepoltura poteva dare l’autorizzazione alla traslazione e riferii a Giani che non era per me una priorità nelle indagini aprire la tomba di De Pedis e lo invitai a valutare che come magistratura italiana non avevamo mai avuto un reale aiuto nelle rogatorie inoltrate alla magistratura vaticana. Allora gli dico, lei mi chiede una collaborazione e io le chiedo una collaborazione, anche perché da varie fonti a noi risultava che il Vaticano fosse in possesso di un fascicolo su Emanuela Orlandi. Io dissi che non avevo difficoltà a una collaborazione nelle forme previste dalla legge sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, la priorità per la procura di Roma, naturalmente, era comprendere la fine che poteva aver fatto la ragazza, se era viva, se era morta e se era morta dove poteva essere sepolta, e poiché ritenevo e ritengo ancora che c’è un mondo ristretto e selezionato in Vaticano, chiedevo a Giani che nel procedere comunemente nella ricerca della verità e anche eventualmente nella traslazione della salma, ci fosse una collaborazione a riguardo. Giani mi rispose che ne avrebbe parlato con mons. Georg, mi disse che avrebbe dovuto chiedere una autorizzazione per svolgere attività insieme e per il recupero del corpo e della salma se la ragazza fosse morta”. “Alcuni giorni dopo – ha quindi riferito – mi fece sapere che era d’accordo nel procedere così. Dopodiché invece non ho avuto più notizie. Questo colloquio più o meno datava al febbraio del 2012. Poi è stato superato dalla nomina del nuovo procuratore Pignatone”. Questa promessa fu purtroppo disattesa e la sorte di Emanuela è ancora ignota. Ma anche in pensione Capaldo non ha dimenticato Emanuela. Come se il magistrato avesse sempre avvertito un debito verso la 15enne scomparsa per non aver potuto fare luce sulla sua storia, poiché rimosso dall’inchiesta il 3 aprile 2012, e sostituito da Giuseppe Pignatone, il quale smentì le dichiarazioni di Capaldo, gli tolse la gestione delle indagini sul caso Orlandi e ordinò l’apertura ed il trasferimento della tomba di De Pedis. Adesso, lo ricordiamo, Pignatone è presidente del Tribunale Vaticano.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/19/renatino-de-pedis-organizzo-da-solo-il-sequestro-di-emanuela-orlandi-le-rivelazioni-del-procuratore-capaldo-alla-commissione-di-inchiesta/7629029/

  • Carpineto Romano: Entra in carcere Padre Carlos Alberto Pérez condannato anche in 3° grado

    Carpineto Romano: Entra in carcere Padre Carlos Alberto Pérez condannato anche in 3° grado

    Condannato anche in 3° grado dove la cassazione rigetta il ricorso di Carlos Alberto Pérez, il prete pedofilo colombiano introdotto in Italia, a Carpineto romano dove nell’omertà della chiesa, che malgrado avesse ben documentata la situazione dal 2018, lo ha irresponsabilmente rimesso a contatto con i minori.

    Così, il 25 aprile 2022 a Carpineto Romano, una cittadina in provincia di Roma, viene arrestato il sacerdote colombiano di 40 anni Carlos Alberto Pérez Arco, accusato di pedofilia ai danni di altri due bambini, questa volta però in Italia.

    Questa mattina il sacerdote è stato portato in carcere dove dovrà scontare una pena di sette anni.

  • Gino – Carpineto Romano

    Gino – Carpineto Romano

    [jnews_block_4 first_title=”Altri contenuti” header_type=”heading_3″ include_tag=”8464″ pagination_mode=”nextprev”]

     

  • Aurelio – Carpineto Romano

    Aurelio – Carpineto Romano

     

    [jnews_block_4 first_title=”Altri contenuti” header_type=”heading_3″ include_tag=”8464″ pagination_mode=”nextprev”]

  • Caso Orlandi-Gregori, “io interrogato solo 30 anni dopo la scomparsa di Mirella”: le incongruenze del marito di Sonia De Vito in commissione di inchiesta

    Caso Orlandi-Gregori, “io interrogato solo 30 anni dopo la scomparsa di Mirella”: le incongruenze del marito di Sonia De Vito in commissione di inchiesta

    “Era un sabato e io il sabato stavo in cantiere fino alle cinque. Andavo al bar, stavo lì per il totocalcio e poi andavamo via”: Fabio De Rosa sembra ricordare tutto come fosse ieri e invece sono trascorsi 41 anni da quando Mirella Gregori, la 15enne di via Nomentana, è stata inghiottita dal nulla in quel pomeriggio romano del 7 maggio del 1983. È il sito di informazione di Fanpage a riportare le sue dichiarazioni di questa mattina, rese alla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle misteriose scomparse, avvenute a poche settimane di distanza, di Mirella Gregori ed Emanuela Orlandi. Ma occorre spiegare chi sia De Rosa e soprattutto perché è stato chiamato a testimoniare dalla bicamerale d’inchiesta.

    All’epoca della scomparsa di Mirella, Fabio era il fidanzato (ed è l’attuale marito) di Sonia De Vito, l’amica del cuore di Mirella nonché figlia dei proprietari del bar in via Nomentana, a due passi dal portone di casa dei Gregori. Mirella, lo ricordiamo, andò via da casa per “dieci minuti” che poi sono diventati tragicamente interminabili, quel sabato pomeriggio intorno alle tre, dopo che un suo compagno delle medie, tale Alessandro, le citofonò per chiederle di incontrarsi alla statua del bersagliere a Porta Pia. O almeno è ciò che la ragazza disse a sua madre. Prima di scomparire nel nulla, Mirella fece tappa al bar di Sonia e ci rimase per circa 15 minuti in cui si appartò con l’amica, come ha raccontato a FqMagazine tempo fa la sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori. Interrogata dagli inquirenti, Sonia disse le stesse parole che rilasciò a Maria Antonietta: Mirella le aveva detto che sarebbe andata a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Eppure, una volta uscita dal bar, andò a destra verso porta Pia e non a sinistra, come dichiarato dal dipendente del bar Giuseppe Calì alla commissione, pochi giorni fa.

    Una storia in cui di chiaro c’è ben poco ma qual è il ruolo di Fabio in questo scenario? A tirarlo in ballo, furono le dichiarazioni rese agli inquirenti di un’amica di Mirella riportate e trasmesse durante l’ultima puntata de programma Chi l’ha visto. In base a quanto emerso durante il programma, quest’amica dichiarò che “Fabio aveva fatto delle avances a Mirella” ma il ragazzo all’epoca negò e su di lui non c’è stato più nessun sospetto. Oggi dichiara: “Quel 7 maggio quando sono arrivato erano già passate la mamma di Mirella Gregori e la sorella Maria Antonietta a chiedere di Mirella”.

    Eppure queste dichiarazioni non avrebbero trovato riscontro con le quelle rilasciate all’epoca, quando aveva spiegato di essere passato al bar intorno alle 15. Nel corso del suo intervento il presidente della commissione Andrea De Priamo ha fatto notare a De Rosa questa incongruenza: “È quanto ha riferito al giudice istruttore Ilario Martella, nella qualità di testimone durante l’interrogatorio del 16 ottobre 1986”. Ma De Rosa ha replicato dicendo di non aver mai rilasciato alcuna dichiarazione. “Assolutamente no – ha sentenziato –, non credo che Martella mi abbia mai interrogato. Non sono mai stato ascoltato dal giudice. Sono stato chiamato a parlare soltanto trenta anni dopo dai giudici Maisto e Capaldo. Io non sono stato mai interrogato da nessun altro”, ha ribadito prima di rammentare di essere stato all’epoca al comando dei carabinieri di via in Selci. “Non indagarono abbastanza”, ha aggiunto il marito di Sonia De Vito –, potrebbe essere successo qualcosa nel condominio in cui viveva Mirella. Ma non mi sono mai spiegato come sia stato possibile non indagare anche lì“. (fonte: Fanpage). Il giudice Ilario Martella ha già rilasciato le sue dichiarazioni, nei giorni scorsi, alla commissione bicamerale d’inchiesta ma la sua audizione è stata secretata.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/07/16/caso-orlandi-gregori-io-interrogato-solo-30-anni-dopo-la-scomparsa-di-mirella-le-incongruenze-del-marito-di-sonia-de-vito-in-commissione-di-inchiesta/7625610

  • La chiesa cattolica spagnola sostiene il piano per risarcire le vittime di abusi sessuali

    La chiesa cattolica spagnola sostiene il piano per risarcire le vittime di abusi sessuali

    MADRID: Martedì la Chiesa cattolica spagnola ha dichiarato di aver approvato un piano per risarcire le vittime di abusi sessuali su minori da parte del suo clero e ha espresso la speranza che diventi operativo entro pochi mesi.

    Il governo di sinistra spagnolo ha aumentato la pressione sulla Chiesa in merito agli abusi del clero, che solo di recente hanno preso piede in un Paese un tempo profondamente cattolico ma ora sempre più laico.

    Il documento, che delinea “le linee guida per l’azione della Chiesa in relazione agli abusi sessuali commessi su minori”, è stato approvato martedì dalla Conferenza episcopale della CEE, che raggruppa i principali vescovi spagnoli, ha affermato l’organismo in una nota.

    I vescovi hanno inoltre sostenuto la creazione di un comitato per valutare ogni caso e decidere l’entità specifica del risarcimento, che sarà “operativo il prima possibile, idealmente da settembre”, ha affermato in una conferenza stampa l’arcivescovo capo della CEE, Luis Arguello.

    “Questo è un giorno importante”, ha affermato, sottolineando che la Chiesa stava “aprendo la porta a un sistema di riparazioni globali”, e che “la maggior parte dei casi coinvolti risaliva a prima degli anni Novanta”.

    Interrogato sui casi in cui le diocesi non sono state in grado o non hanno voluto risarcire una vittima, Jesus Diaz Sariego, presidente della conferenza spagnola degli ordini religiosi, ha affermato che interverranno le autorità ecclesiastiche.

    “Se si verificasse un caso in cui una congregazione o una diocesi si rifiutasse di risarcire i danni, l’autorità ecclesiastica superiore interverrebbe per coprirli”, ha detto ai giornalisti.

    A marzo la CEE ha dichiarato di aver approvato un proprio piano completo di risarcimento per le vittime, ma non ha fornito dettagli su come o quando sarebbe stato attuato, né ha fornito cifre.

    I gruppi di vittime hanno denunciato l’opacità della Chiesa e la sua incapacità, finora, di offrire qualsiasi tipo di riparazione.

    I dati pubblicati in ottobre nel primo rapporto ufficiale sugli abusi sessuali sui minori all’interno della Chiesa stimano che più di 400.000 persone hanno subito abusi sessuali da parte del clero cattolico romano e di altri laici dal 1940.

    Si proponeva di istituire un fondo di risarcimento, ma la Chiesa ha escluso di prendervi parte se fosse stato destinato solo a risarcire le vittime di abusi pastorali e non quelle che avevano sofferto in qualsiasi altro contesto.

    Mettendo in dubbio la “dubbia affidabilità” delle cifre riportate, la CEE ha fatto riferimento a una verifica da lei commissionata, che ha rilevato che circa 2.056 minori sono stati abusati dal clero.

    Ad aprile il governo ha adottato un piano basato sulle raccomandazioni contenute nel rapporto di ottobre, redatto da esperti indipendenti che collaborano con il difensore civico spagnolo.

    Ciò includeva la creazione di un fondo statale di risarcimento per le vittime, un’idea sostenuta dal primo ministro Pedro Sanchez.–AFP

    https://www.nst.com.my/world/world/2024/07/1074441/spain-catholic-church-backs-plan-compensate-sex-abuse-victims