Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Parlano dopo 41 anni tre amiche di Emanuela Orlandi. Laura Casagrande: “Chi telefonò a casa mia aveva un accento mediorientale”. Secretata l’audizione di Cristina Franzè

    Parlano dopo 41 anni tre amiche di Emanuela Orlandi. Laura Casagrande: “Chi telefonò a casa mia aveva un accento mediorientale”. Secretata l’audizione di Cristina Franzè

    22 giugno del 1983. Emanuela Orlandi, cittadina vaticana di 15 anni, ha appena finito la lezione di canto corale. È un mercoledì soleggiato di inizio estate. Esce dall’Istituto Ludovico da Victoria, di fianco alla Basilica di Sant’Apollinare in compagnia dell’amica Raffaella Monzi. Mentre camminano verso la fermata del bus, in corso Rinascimento, davanti al Senato, Emanuela le confida di aver ricevuto un’offerta di lavoro per conto di una ditta di cosmetici che le ha proposto di distribuire volantini per 375mila lire durante una sfilata di moda. Avrebbe dovuto dare risposta quella stessa sera a chi le ha offerto quel lavoretto ben pagato. Le chiede un consiglio ma l’amica non sa che dirle, come dichiara nei giorni successivi alla scomparsa davanti alle telecamere di “Chi l’ha visto”. Raffaella le dice che quell’offerta era stranamente eccessiva, ma si limita a questo. Si è fatto tardi, Raffaella sale sul bus, non la rivedrà più.

    Le amiche di Emanuela
    Mentre aspetta l’autobus in corso Rinascimento, Emanuela viene raggiunta da un’altra ragazza: bassa, capelli scuri e ricci, fisico rotondetto. Questa “amica” che è assieme a Emanuela viene vista anche da un’altra ragazza della scuola di musica, Maria Grazia Casini, che si trova a passare da lì come ha riferito nell’interrogatorio del 29 luglio del 1983. Maria Grazia è stata l’ultima persona a vedere Emanuela Orlandi che da quel momento è stata come risucchiata in un vortice di intrighi e misteri di cui, dopo 41 anni, non si intravede ancora la fine. Alcuni inquirenti inizialmente ritennero che questa amica dai capelli scuri e ricci fosse Laura Casagrande, ma lei smentì all’epoca. Laura ha sempre detto che mentre avanzava su quello stesso marciapiede, ha visto per l’ultima volta Emanuela dietro di sé. La Casagrande è una delle tre ragazze dell’epoca, amiche di Emanuela Orlandi, convocate ieri a Palazzo San Macuto dalla commissione parlamentare di inchiesta che indaga sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. Insieme a lei, sono state convocate Alessandra Cannata (un’altra allieva della scuola di musica) e Cristina Franzè, che con Emanuela condivideva il contesto parrocchiale. Ieri, la Casagrande ha negato alla bicamerale di inchiesta quella circostanza dicendo di non ricordare più di aver visto Emanuela quel giorno dietro di sé. “Non ricordo di averla vista, non ricordo nulla della mia deposizione, ho il vuoto totale”, ha detto. “Ricordo il fatto che era arrivata tardi quel giorno a lezione, è l’unica immagine che ho conservato”, ha aggiunto.

    Laura Casagrande
    La Casagrande, oggi 56enne, era allieva della stessa scuola di musica frequentata da Emanuela. Laura ed Emanuela non erano amiche, semplicemente frequentavano lo stesso corso di canto ma non la stessa classe: Laura era iscritta a pianoforte e Emanuela a flauto traverso. Lei è una testimone importante ed ecco chiarito perché: la mattina dell’8 luglio alcuni giornali riportarono le ipotesi della polizia secondo le quali a rapire Emanuela sarebbe stato un gruppo che operava con precise finalità terroristiche. Ebbene, verso le quattro del pomeriggio di quel giorno, uno sconosciuto, o con accento mediorientale, telefonò proprio a casa di Laura Casagrande per dettare a sua madre (che ripose al telefono) un messaggio da consegnare all’Ansa, mentre Laura prendeva nota. I presunti rapitori chiesero la liberazione di Agca. “La cittadina Orlandi – disser – attualmente non si trova in territorio italiano”. In quella telefonata lanciarono anche il famoso ultimatum per il 20 luglio. Intervistata in quei giorni, Laura disse all’epoca a Chi l’ha visto: “Il messaggio diceva che Emanuela era stata presa soltanto perché era cittadina vaticana e poi c’erano ancora 20 giorni di tempo prima che fosse uccisa. Mi ero presa paura mi chiedevo come mai avessero il mio numero”. Ma poi, nell’agosto di quello stesso anno ricordò che: “Sicuramente, nel corso dell’anno scolastico le avrò dato il mio numero di telefono e l’indirizzo, scrivendoglielo, mi ricordo, su un foglietto di carta”. Da piccola avevo la passione dello scambio epistolare e le scrissi il mio numero, visto che stava finendo l’anno”, ha confermato ieri la donna alla commissione. Un elemento davvero importante perché ci conferma che chi telefonò quel giorno era in contatto con Emanuela o quantomeno con i suoi effetti personali. Di quella telefonata la Casagrande oggi ricorda: “Il timbro di quella voce era tra l’arabo e il mediorientale ed era incalzante, non riuscivo a stare dietro alla dettatura”. Dopo, ha riferito ieri, la Casagrande non ha avuto altri contatti rispetto a chi diceva di detenere Emanuela Orlandi. Di lei ricorda, dopo 41 anni: “Era una ragazza normale, semplice, come me. Mi sono sempre chiesta come abbia fatto a fidarsi di andare via con qualcuno. Non ho amnesie rispetto a lei, ma non ci siamo frequentate tanto, non la conoscevo a fondo. Non ho elementi sufficienti. Ma poteva capitare anche a me, anche se non sono mai stata adescata o avvicinata da nessuno”, ha aggiunto in merito alle ricerche, nei giorni successivi alla scomparsa, fatte dalla direttrice della scuola di musica suor Dolores Salsano, deceduta nel 1988, cinque anni dopo.

    Alessandra Cannata
    Alessandra frequentava anche lei il “Da Victoria” e condivideva con Emanuela il corso di solfeggio. “Mi hanno chiamata nel corso degli anni un paio di volte a piazzale Clodio per chiedermi se sapevo qualcosa ma purtroppo il giorno in cui Emanuela scomparve non andai a scuola di musica”, ha dichiarato ieri la donna (fonte: “Corriere Roma”). E ha aggiunto: “Emanuela era una mia amica, conobbi anche la sua famiglia che era estremamente serena e tranquilla, un ambiente positivo. Non mi ha mai parlato di relazioni con ragazzi, era una ragazza solare e spensierata ma molto riservata”.

    Cristina Franzè
    Il motivo della convocazione ci Cristina Franzè è invece legato al fatto che anche lei, come Emanuela, frequentava la Parrocchia di Sant’Anna all’interno delle mura vaticane, dove la Orlandi partecipava alle attività di gruppo. Entrambe andavano alle riunioni dell’azione cattolica. A rigor di logica, l’unica motivazione possibile della sua convocazione in Senato è rappresentata dal fatto che Cristina potrebbe quindi riferire di eventuali molestie o di presunti abusi subiti in Vaticano, come dichiarato in anonimato anche da una cara amica di Emanuela nell’ultima puntata della serie Netflix “Vatican Girl”. La sua audizione è stata secretata.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/21/parlano-dopo-41-anni-tre-amiche-di-emanuela-orlandi-laura-casagrande-chi-telefono-a-casa-mia-aveva-un-accento-mediorientale-secretata-laudizione-di-cristina-franze/7595881/

  • Le chat, l’ex Nar e Londra. Pietro Orlandi: “C’è una nuova pista su Emanuela”

    Le chat, l’ex Nar e Londra. Pietro Orlandi: “C’è una nuova pista su Emanuela”

    “Non smetterò mai di cercare mia sorella”. Da quarantuno anni Pietro, il fratello di Emanuela Orlandi, si batte per la verità. Era il 22 giugno 1983, quando l’allora 15enne cittadina vaticana uscì dalla scuola di musica, in piazza Sant’Apollinare a Roma, per poi svanire nel nulla. L’inizio di un giallo infinito che, nel tempo, ha aperto scenari inquietanti, dalla pista del rapimento a sfondo sessuale a quella del terrorismo internazionale. E poi una sfilza di nomi e presunti testimoni: la banda della Magliana, i “lupi grigi” e i servizi segreti. Sullo sfondo il Vaticano e l’immagine di quella che la stampa ha ribattezzato come “la ragazza con la fascetta”.

    E ora che sul misterioso cold case, da sempre legato alla scomparsa di Mirella Gregori, prova a tirare le fila la Commissione bicamerale d’inchiesta, partita lo scorso autunno, si rafforza l’ipotesi della “pista inglese”. “Sono stato contattato via mail da un uomo che mi ha fatto capire di essere un ex Nar. È a conoscenza di informazioni che avvalorano l’ipotesi che Emanuela sia passata da Londra”, rivela Pietro Orlandi alla redazione de IlGiornale.

    Pietro Orlandi, è soddisfatto di come stanno procedendo i lavori della Commissione di inchiesta?

    “Come ho detto tempo fa, sono molto contento che un organo collegiale della Repubblica italiana si stia occupando della vicenda di Emanuela. Non era mai successo in quarant’anni. La scorsa estate, quando la situazione era in fase di stallo, fu diramato un comunicato da Palazzo Chigi in cui il governo si esprimeva favorevolmente riguardo all’istituzione della Bicamerale d’inchiesta. E per noi, parlo di me e dei miei familiari, quello è stato un segnale importante di cambiamento rispetto al passato. Inoltre i lavori sono cominciati prima di quanto mi aspettassi, un motivo in più per essere fiducioso e ottimista”.

    Oggi ci sarà l’audizione delle amiche di Emanuela. Pensa che potrebbero saltare fuori dettagli interessanti?

    “Sicuramente è un fatto positivo che vengano interpellate le amiche di Emanuela. Però mi piacerebbe che le indagini non ripartissero da zero, ma dalle novità più recenti. Come ho detto anche alla Commissione, quando sono stato convocato in audizione assieme alle mie sorelle, lo scorso maggio, ci sono tre piste che meritano di essere approfondite”.

    Quali sono?

    “Parlo della presunta trattativa tra il magistrato Giancarlo Capaldo e il Vaticano ai tempi dell’apertura della tomba di Enrico De Pedis (detto Renatino) nella basilica di Sant’Apollinare; dei messaggi WhatsApp che si scambiarono Francesca Immacolata Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, quando erano entrambi membri della Cosea e, infine, la pista di Londra. Ho consegnato alla Commissione tutta la documentazione nelle mie disponibilità”.

    “Mi riferisco alle chat intercorse tra Francesca Chaouqui e monsignor Lucio Vallejo Balda, che mi sono state consegnate dalla stessa Chaouqui, e ai documenti relativi alla cosiddetta ‘pista di Londra’”.

    Che c’è scritto nelle chat?

    “In parte sono quelle pubblicate dal quotidiano Domani: ‘A settembre dobbiamo far sparire quella roba della Orlandi e pagare i tombaroli. Di questo devi parlare con il Papa’, uno dei messaggi. Ho consegnato otto pagine alla Commissione, anche se ovviamente non tutte parlano di Emanuela”.

    Riguardo alla “pista inglese” invece, ci spiega di cosa si tratta e come è nata?

    “Tutto nasce da cinque fogli trovati in una cassaforte del Vaticano, di cui mi parlò Chaouqui, dove vengono elencate le spese che le autorità ecclesiastiche avrebbero sostenuto per assistere Emanuela a Londra. Il Vaticano sostiene che quei documenti siano un falso, per tutta una serie di errori di testo. Ciò non toglie che quelle informazioni andrebbero quantomeno verificate”.

    Ma lei ha avuto qualche riscontro in merito all’eventualità che Emanuela sia stata portata in Inghilterra?

    “Tempo fa, sono stato contattato via mail da un uomo che mi ha fatto capire di essere un ex Nar. Per un periodo abbiamo avuto un fitto scambio di messaggi poi, tutto d’un tratto, è sparito”.

    Ritiene che questa persona sia credibile?

    “Posso dirle che era a conoscenza di alcune informazioni che, dal mio punto di vista, avvalorano la pista di Londra”.

    Lo ha mai incontrato di persona?

    “No. Abbiamo comunicato solo tramite email e via chat, su Telegram. Durante l’audizione a Palazzo San Macuto, ho consegnato il suo recapito telefonico, il probabile indirizzo di casa e quello di posta elettronica. Magari la Commissione o la Procura riescono a rintracciarlo. Almeno per capire chi è e se realmente, come sostiene, può confermare che Emanuela si trovasse a Londra per un periodo”.

    Restando in tema di novità, di recente una perizia fonica ha evidenziato che la voce del famoso “Americano”, uno dei telefonisti che contattò la sua famiglia successivamente alla scomparsa di Emanuela, sarebbe compatibile all’83% con quella del fotografo Marco Fassoni Accetti. Lei cosa ne pensa?

    “Durante l’ultima inchiesta, la Procura di Roma aveva ordinato la perizia fonica. L’accertamento è stato poi ripetuto in occasione del documentario Vatican girl da tecnici forensi, regolarmente iscritti all’albo, quali Marco Perino e Paolo Del Checco. In entrambi i casi è stato escluso che la voce di Accetti potesse essere compatibile con quella dell’americano che chiamò le prime volte a casa nostra. Mentre c’è una similitudine con il telefonista che telefonò all’avvocato Egidio nell’agosto del 1983, quando la vicenda di Mirella Gregori fu legata a quella di Emanuela. La persona che di recente avrebbe esaminato la voce di Accetti, mettendola a confronto con quella dell’americano, non è un perito forense. Ragion per cui quelle analisi non hanno valore”.

    Ritornando alla Commissione d’inchiesta, cosa si aspetta?

    “Spero che si riesca ad arrivare alla verità e chiudere il cerchio sul rapimento di Emanuela. Ma se ciò non dovesse accadere, ovviamente non me lo auguro, non mi fermerò. La Commissione per me non è l’ultima spiaggia, ma una preziosa opportunità per provare ad aggiungere un’altra tessera di questo complicatissimo puzzle”.

    In quarantuno anni ha sempre parlato di “rapimento” e mai di scomparsa. Ne è ancora convinto?

    “Non si tratta solo di un mio convincimento, ci sono fatti evidenti che lo provano. Emanuela non si è allontanata volontariamente, ma è stata trattenuta contro la sua volontà. E, non meno importante, c’è stata una rivendicazione. Tanto più che, come ripeto spesso, nessuno svanisce nel nulla. Non è una magia, le persone non spariscono. C’è sempre qualcosa, una storia dietro”.

    Dalla sera della scomparsa fino ad oggi, lei non ha mai smesso di cercare sua sorella. C’è mai stato un momento in cui ha pensato di mollare oppure ha provato una sensazione di stanchezza?

    “Di mollare mai. La stanchezza c’è sempre e qualche volta si fa sentire più delle altre. Ma il desiderio di conoscere la verità e dare giustizia a Emanuela mi danno la forza di andare avanti. Vale per me, quanto per le mie sorelle e mia madre”.

    A proposito di sua madre, Maria Pezzano, come sta e cosa le ha detto riguardo agli ultimi risvolti?

    “Nonostante i suoi 93 anni, mia madre è una donna molto forte. Per fortuna, a parte qualche piccolo acciacco, sta bene. È molto credente e penso che proprio la fede l’abbia aiutata a sopportare questa lunga attesa. Non sapere dove sia la propria figlia, non vederla più da un giorno all’altro, credo sia un dolore atroce per un genitore, il più grande. Eppure lei non ha mai perso la speranza e il sorriso”.

    Pietro, lei incontra spesso i ragazzi nelle scuole e nelle università, dove porta la sua testimonianza. Che riscontro riceve dalle nuove generazioni?

    edificante. Noto sempre che ascoltano con grande interesse e partecipazione. Loro sono il futuro. Il mio auspicio è che possano raccogliere l’eredità della mia testimonianza, perché quella di Emanuela è la storia di noi tutti”.

    https://www.ilgiornale.it/news/cronaca-nera/chat-lex-nar-e-pista-inglese-pietro-orlandi-prove-rapimento-2335643.html

  • Caso Orlandi-Gregori, “Sonia De Vito nasconde un segreto e non ce lo dirà mai”: secretata la sua audizione davanti alla commissione d’inchiesta

    Caso Orlandi-Gregori, “Sonia De Vito nasconde un segreto e non ce lo dirà mai”: secretata la sua audizione davanti alla commissione d’inchiesta

    Erano quattro ragazzine come tante in quell’estate dell’83. Di un’altra epoca, certo, e non solo perché sono trascorsi 41 anni. Le donne convocate questa settimana a Palazzo San Macuto dai membri della commissione parlamentare d’inchiesta che indaga sul mistero delle scomparse di Mirella Gregori e Emanuela Orlandi, sono state adolescenti prima dell’avvento di Internet. Quando non ci si scriveva in chat per poi vedersi ma si pigiava il pulsante del citofono e questo, come vedremo, non era certo garanzia di maggiore sicurezza, al contrario. Ma soprattutto quando si usciva di casa senza il telefono cellulare, privando i familiari di qualsiasi legame dal momento in cui ti chiudevi la porta alle spalle. Non c’erano coordinate satellitari per ritrovarti ese poi non rientravi, restavi inghiottita dal nulla come è successo a Mirella e a Emanuela in quella tragica estate. Ma chi sono queste ragazze, donne oggi adulte, e perché sono state convocate dalla commissione? Che ruolo hanno avuto all’epoca delle sparizioni? Iniziamo da Sonia De Vito, amica e confidente di Mirella Gregori, ascoltata ieri dal gruppo di lavoro presieduto dal parlamentare Andrea De Priamo che domani riceverà invece tre amiche di Emanuela Orlandi.

    7 maggio 1983
    “Mamma, scendo, torno tra poco”. E intanto sono trascorsi 41anni: da quel 7 maggio del 1983, la 15enne Mirella Gregori non ha mai più fatto ritorno nella casa in via Nomentana, a Roma. Ma prima di andare all’appuntamento con il ragazzo che le citofonò quel giorno, un certo Alessandro – come riferì a sua madre – alla statua del bersagliere a Porta Pia, Mirella fece tappa al bar di proprietà della famiglia di Sonia, la sua migliore amica, sempre in via Nomentana ovvero a due passi da casa. Ma non fu un saluto veloce: ci rimase per 15 minuti in cui le due ragazze restarono chiuse in bagno a parlare, come ha dichiarato all’epoca anche il barista che lavorava lì. Cosa le avrà detto? Che motivo c’era di tornare al bar se si erano viste appena dieci minuti prima, quando Mirella era rientrata da scuola?

    Sonia De Vito
    La sorella di Mirella, Maria Antonietta Gregori tempo fa ci aveva dichiarato che Mirella passò al bar di Sonia quel giorno, prima di scomparire per sempre. All’epoca dei fatti, Sonia disse a Maria Antonietta che Mirella quel pomeriggio aveva un appuntamento con un amico sotto la scalinata della statua del Bersagliere, a Porta Pia e che dopo sarebbero andati a suonare la chitarra a Villa Torlonia. Ma Mirella non suonava affatto la chitarra e questo già rappresentò una prima forte incongruenza. Sonia fu persino intercettata durante le prime indagini da due agenti del Sisde (servizi segreti civili) il 26 ottobre del 1983 ai tavolini del suo stesso bar. Parlando di Mirella con un’altra ragazza, disse: “Certo, lui ci conosceva. Contrariamente a noi che non lo conoscevamo. Quindi poteva fare quello che voleva… Come ha preso Mirella poteva prendere anche me…”. A chi si riferiva Sonia, quel giorno? Dal giorno dopo la scomparsa Sonia è sparita e ha interrotto i contatti con la famiglia di Mirella ma era stata per anni una presenza fissa a casa Gregori fino a quel maledetto sabato. Lei e Mirella stavano sempre insieme. Maria Antonietta è sempre stata convinta che Sonia sappia qualcosa in più di ciò che ha detto all’epoca sia a lei che agli inquirenti da cui, negli anni a venire ha persino ricevuto un avviso di garanzia per reticenza.

    18 giugno 2024
    Sonia Maurizia De Vito non sembra aver cambiato atteggiamento negli anni, è rimasta molto schiva. Ieri, quando si è presentata alla commissione parlamentare ha chiesto di secretare la seduta e disattivare lo streaming interno per i giornalisti in sala stampa. Ha impedito ai fotografi di riprenderla e solo un’immagine è stata rubata al circuito televisivo interno che la ritrae in abiti e occhiali neri da vista. La De Vito, che non era mai stata fotografata in 41 anni, ha chiesto di svolgere a porte chiuse la sua audizione che tra quelle in agenda era di certo la più importante. Lo pensa anche lo scrittore di inchiesta Mauro Valentini, profondo conoscitore della vicenda di Mirella a cui ha dedicato il libro “Mirella Gregori, cronaca di una scomparsa”. “Sonia nasconde il segreto – dice a FqMagazine – perché ha raccolto le ultime confidenze di Mirella per me. Per qualche motivo ha deciso di trattenerle per sé. Non è lei il segreto di questo mistero ma lo nasconde e non riesco a immaginare che non ce lo dirà mai”. L’interrogatorio dei 40 commissari è durato due ore e – secondo quanto riportato dal Corriere Roma – sarebbe stato “molto sofferto e complesso. E sarebbero inoltre emerse parecchie contraddizioni”, come già ribadito in passato da Maria Antonietta Gregori. La superteste, “come dichiarato da più di un membro della commissione” (fonte: Il Corriere) sarebbe apparsa come “reticente e contraddittoria”. La sua deposizione sarebbe stata costellata da troppi “Non ricordo”.

    Sono previste per il 20 giugno invece le audizioni delle tre amiche di Emanuela Orlandi: Laura Casagrande e Alessandra Cannata – entrambe allieve della stessa scuola di musica frequentata da Emanuela, la Ludovico da Victoria – e di Cristina Franzè con cui la ragazza condivideva le attività parrocchiali.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/19/caso-orlandi-gregori-sonia-de-vito-nasconde-un-segreto-e-non-ce-lo-dira-mai-secretata-la-sua-audizione-davanti-alla-commissione-dinchiesta/7593043

  • Morto Maurizio Giorgetti, il testimone chiave del caso Orlandi che chiamò in causa la banda della Magliana

    Morto Maurizio Giorgetti, il testimone chiave del caso Orlandi che chiamò in causa la banda della Magliana

    Scompare per sempre un altro tassello della misteriosa vicenda di Emanuela Orlandi. Pochi giorni fa è venuto a mancare uno dei testimoni più importanti sul caso della cittadina vaticana sparita dal centro di Roma il 22 giugno del 1983 e mai più ritrovata. Si tratta di Maurizio Giorgetti che ha legato per primo la sua scomparsa alla banda della Magliana. Il suo primo appello risale al 2010, quando ancora non era stata rinvenuta la tomba di Enrico “Renatino” de Pedis, capo della fazione testaccina del gruppo criminale, nei sotterranei della Basilica di Sant’Apollinare.

    Giorgetti rilasciò delle dichiarazioni al programma televisivo “Chi l’ha visto” in merito alla “ragazza con la fascetta” e fu convocato in seguito dalla Procura. Ai magistrati romani rivelò di aver sentito parlare del rapimento della ragazza da due membri della banda ma le sue dichiarazioni non vennero ritenute attendibili dai magistrati. Mancavano riscontri materiali e testimoniali. L’uomo finì anche imputato per falsa testimonianza ma lui non si arrese e tentò in tutti i modi di portare avanti la sua ipotesi. Giorgetti arrivò anche a evadere i domiciliari per recarsi dai carabinieri a riferire ciò che riteneva di sapere su Emanuela Orlandi. Ha presentato esposti sul caso anche negli ultimi suoi anni di vita. Il titolare della seconda inchiesta sul caso Orlandi, il magistrato Giancarlo Capaldo, lo ha indicato come “completamente inaffidabile”.

    Chi era Giorgetti?
    Maurizio Giorgetti era vicino agli ambienti di estrema destra di Paolo Signorelli e Adriano Tilgher (Movimento Sociale, Ordine Nuovo). Gravitava intorno a quella zona grigia comune a crimine romano ed estremismo politico, in cui convivevano banditi e militanti. Fu lo stesso Capaldo a dichiarare all’epoca delle indagini: “Siamo Convinti che la banda della Magliana sappia che fine abbia fatto Emanuela Orlandi” (da “Repubblica” dell’8 ottobre 2010). Agli inquirenti, Giorgetti disse di aver ascoltato le conversazioni su Emanuela Orlandi al ristorante “Il Porto” di Lungotevere a Ripa e all’”Antica Pesa”, in due distinte occasioni. Fece i nomi degli interlocutori coinvolti: Giuseppe “Sergione” de Tomasi, che dalle indagini emerse come colui che si celava dietro al telefonista “Mario” e Angelo Cassani detto “er Ciletto”. Quest’ultimo, Cassani, fu tirato in ballo anche dall’amante di de Pedis, Sabrina Minardi che lo indicò come uno dei presunti responsabili del rapimento al procuratore Capaldo. Giorgetti riferì di aver sentito che de Pedis aveva in passato detto loro di aver partecipato al rapimento di una ragazza per recuperare del denaro appartenuto a Manlio Vitale, detto “Er ngappa”. Raccontò anche di essere stato, nel 1983, a cena con de Pedis e Franco Giuseppucci, altro membro di spicco della banda, pochi giorni prima del rapimento di Emanuela. Durante quella serata di 41 anni fa, sentì – ha poi dichiarato agli inquirenti durante la seconda inchiesta – i due banditi discutere di un appartamento vicino al Vaticano dove poter segregare la ragazza nei primi giorni della sua prigionia.

    La morte
    Giorgetti è deceduto nella sua casa di Soriano nel Cimino all’età di 70 anni. Con la sua dipartita svanisce la relativa possibilità di fare luce su uno degli innumerevoli misteri che caratterizzano quest’assurda vicenda. “Con la sua morte cala definitivamente il silenzio su qualche verità sul rapimento di Emanuela”, commenta Pietro Nicotera, l’avvocato che lo ha seguito negli ultimi, difficili, tempi. La sua scomparsa chiude un capitolo ma lascia aperte tante, troppe domande.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2024/06/17/morto-maurizio-giorgetti-il-testimone-chiave-del-caso-orlandi-che-chiamo-in-causa-la-banda-della-magliana/7590719

  • Un prete catalano ha abusato per decenni di centinaia di ragazze indigene in Bolivia

    Poco dopo che gli investigatori ecclesiastici boliviani entrarono nella stanza del gesuita spagnolo Luis María Roma Pedrosa, fotografie di decine di ragazze seminude apparvero in ogni angolo: tra le pagine dei libri, nella sua agenda personale, dall’interno delle copertine. dai dischetti, dai cassetti della scrivania, dall’hard disk del tuo computer. Molti di loro erano ritagliati dalla loro silhouette, altri erano composizioni deformate, come collage , in cui venivano combinati volti, gambe e braccia di ragazze diverse. Circondati da tutto ciò, i ricercatori si resero conto di trovarsi nella tana di un mostro. Erano arrivati ​​in quella residenza dei gesuiti a Cochabamba all’inizio di marzo del 2019, su richiesta della direzione dell’ordine in Bolivia, a causa di una recente denuncia di pedofilia contro Luis Roma, detto Lucho. La loro missione era raccogliere prove, intervistare potenziali testimoni e preparare un rapporto con i risultati.

    -È stato orribile. C’erano dozzine di fotografie. Si è cercato di identificare le ragazze copiando i nomi scritti sul retro delle foto e si è verificato se apparissero anche sul giornale, ha spiegato a EL PAÍS una fonte dell’ordinanza.

    —Quale diario?

    —Lucho ha scritto un libro di memorie in cui racconta tutto questo: i nomi delle ragazze e cosa ha fatto con loro.

    Lucho Roma aveva scritto di suo pugno durante il suo soggiorno missionario a Charagua, nel sud-est del Paese, tra il 1994 e il 2005, come aveva fotografato, filmato e abusato di più di un centinaio di ragazze, la maggior parte delle quali indigene Guarani. Almeno 70 di loro sono identificati per nome. Roma ha raccontato l’eccitazione che ciò gli ha causato e le difficoltà che ha avuto nel portare a termine i suoi crimini. Erano 75 pagine, disordinate, molte delle quali senza data e conservate in tre cartelle diverse. Si tratta già del secondo diario conosciuto di un pedofilo gesuita in Bolivia, dopo la pubblicazione un anno fa da parte di EL PAÍS delle memorie del sacerdote Alfonso Pedrajas.

    La scoperta delle memorie di Roma, che finora non ha visto la luce, è stata battezzata dagli ispettori come I Manoscritti Charagua.

    Gli ispettori trascrissero il diario e commissionarono una perizia medico-psichiatrica per studiare gli scritti e analizzare i comportamenti sessuali del gesuita, allora ottantenne e costretto su una sedia a rotelle. Allo stesso tempo, sono stati intervistati su questo argomento una ventina di sacerdoti e laici. C’era solo una parte a cui non potevano accedere: le vittime. Si recarono a Charagua, ma nessuno voleva parlare con loro.

    Le indagini durarono sei mesi e le prove furono così numerose che lo stesso imputato firmò una confessione davanti a un notaio: «Mi sono lasciato trasportare, in alcune situazioni, da atti libidinosi, inappropriati per una persona religiosa, con ragazze dagli otto agli undici anni. Anni.”

    Il tutto è contenuto in un rapporto devastante che conferma il sistematico insabbiamento da parte dell’ordine di questo e di altri casi di pedofilia. Ma poche settimane prima che venissero scritte le conclusioni, Roma morì a Cochabamba a causa di malattie di cui soffriva da anni. Era il 6 agosto 2019 e lui aveva 84 anni. I risultati dell’indagine non sono stati resi pubblici. La Compagnia, l’ordine a cui appartiene Papa Francesco, non ha informato le autorità civili boliviane dei suoi accertamenti né ha tenuto conto della raccomandazione degli ispettori: risarcire le vittime.

    Tutto è rimasto sepolto nell’oblio, fino ad un anno fa. La pubblicazione da parte di EL PAÍS del diario di un altro gesuita spagnolo, Alfonso Pedrajas, in cui ammetteva di aver aggredito sessualmente almeno 85 bambini tra il 1978 e il 2000, ha provocato un terremoto mediatico nel Paese sudamericano. Ciò ha fatto sì che venissero alla luce altri casi, come quello di Lucho Roma.

    Solo dopo quello scandalo l’ordine ha informato le autorità boliviane della denuncia ricevuta contro Lucho Roma e ha consegnato tutti i documenti delle sue indagini. Vale a dire che per quattro anni i gesuiti hanno messo a tacere tutto ciò che sapevano, sia il materiale pedofilo che conservavano nei loro archivi sia i manoscritti. Alla fine, nonostante la pressione dei media e della popolazione, hanno agito. Ma il tribunale ha archiviato il caso poiché le vittime non sono state ritrovate e tutti i fascicoli delle indagini sono rimasti inediti.

    Finora. EL PAÍS ha avuto accesso a tutte le perizie, agli interrogatori, a parte del dossier che Lucho Roma conservava nella sua stanza e ai fascicoli interni dell’ordine che confermano come hanno messo a tacere sia questo caso che altri che questo giornale ha scoperto in Bolivia, tra cui, il caso di Pedrajas e quello del gesuita catalano Luis Tó. Ha inoltre intervistato alcune vittime romane e sei tra specialisti, testimoni, ispettori e psicologi che hanno partecipato alle indagini.

    La luce di questi documenti va oltre l’orrore dei crimini di un pedofilo che ha abusato di decine di ragazze, ma sono la prova, mai vista prima, di come la Chiesa è solita indagare su se stessa e di come poi chiude in un cassetto le informazioni della verità le sue indagini. Un riflesso del costante insabbiamento durato anni.

    Per la prima volta viene pubblicata dettagliatamente un’indagine interna alla Chiesa che, in questo caso, incorpora la testimonianza in prima persona di un pedofilo seriale.

    ILPROVA

    Roma è nato a Barcellona il 12 settembre 1935. Entrò nella Compagnia di Gesù all’età di 18 anni e due anni dopo andò missionario in Sud America per continuare la sua formazione religiosa. Inizia qui un viaggio di 66 anni come insegnante e gesuita. Gli unici dati biografici di questi primi due decenni di religioso sono il suo curriculum vitae : insegnante nella scuola San Calixto di La Paz, nella scuola San Clemente di Potosí, tre anni a Barcellona per studiare teologia (1965-1968) e, indietro, alla Bolivia, direttore della Casa dei bambini Tacata, a Cochabamba – e le descrizioni di alcuni suoi colleghi e superiori.

    Quando Palomera scrive queste righe, Roma era il suo braccio destro a La Paz. Entrambi si conoscevano fin dall’infanzia, a Barcellona, ​​quindi non appena fu promosso quell’anno all’incarico di provinciale – è il grado più alto dei gesuiti in Bolivia e resta in servizio dai quattro ai dieci anni – Palomera andò a Roma come vice-provinciale nella sede della Compagnia nella città di La Paz, dove Roma operava dal 1983 come vicedirettore nazionale dei centri educativi dell’ordine.

    Fu in questa fase che registrò le sue prime aggressioni sessuali. Dai documenti forniti dagli ispettori risulta che nei fine settimana, quando lasciava il lavoro negli uffici della congregazione, si recava nella regione Yungas di La Paz per visitare la comunità indigena di Trinidad e Pampa e che aggrediva sessualmente decine di ragazze.

  • La diocesi di San Diego chiede la bancarotta per far fronte alle denunce di abusi sessuali

    La diocesi di San Diego chiede la bancarotta per far fronte alle denunce di abusi sessuali

    Il cardinale Robert McElroy, vescovo di San Diego, celebra la messa nella chiesa di San Patrizio a Roma il 28 agosto 2022. / Credit: Hannah Brockhaus/CNA

    La diocesi di San Diego ha presentato istanza di fallimento giovedì, l’ultima diocesi statunitense a farlo in risposta alle centinaia di accuse di abusi sessuali mosse nei suoi confronti.

    Il vescovo di San Diego, il cardinale Robert McElroy, ha dichiarato nel febbraio del 2023 che la diocesi stava valutando la possibilità di dichiarare bancarotta a causa dei costi legali “sconcertanti” per rispondere a 400 nuove cause intentate durante i tre anni di estensione della prescrizione per i casi di abusi su minori.

    In una lettera alla diocesi giovedìMcElroy ha dichiarato che i leader della diocesi hanno trascorso gli ultimi 16 mesi a rivedere i casi di abuso e che la diocesi è “giunta alla conclusione che questo è il momento di entrare formalmente in bancarotta e di continuare le trattative come parte del processo di bancarotta”.

    La dichiarazione di fallimento, ha detto il cardinale, è stata motivata dalla “necessità di un giusto risarcimento per le vittime di abusi sessuali” e dalla “necessità di continuare la missione della Chiesa in materia di educazione, servizio pastorale e assistenza ai poveri e agli emarginati”.

    McElroy ha sottolineato che la diocesi ha già pagato un’importante somma derivante da un’istanza di fallimento del 2007 per altri casi di abusi sessuali.

    Il deposito del Chapter 11 da parte della diocesi questa settimana “porterà a una conclusione definitiva della sua responsabilità legale per le passate denunce di abusi sessuali nell’ambito dell’accordo che speriamo di raggiungere in sede di bancarotta”, ha dichiarato il prelato.

    San Diego si unisce a numerose altre diocesi cattoliche che hanno presentato istanza di fallimento per far fronte alle voluminose denunce di abusi sessuali. Di recente, la diocesi di Fresno, sempre in California, ha presentato istanza di fallimento a maggio.

    Numerosi casi di bancarotta diocesana si sono verificati dopo che le autorità civili hanno temporaneamente revocato la prescrizione per i casi di abusi sessuali, consentendo alle presunte vittime di intentare cause contro le autorità ecclesiastiche per abusi che si sarebbero verificati decenni fa.

    Come è accaduto per altre procedure di bancarotta diocesane, McElroy ha notato questa settimana che, per quanto riguarda San Diego, “solo la diocesi presenterà istanza di bancarotta”.

    “Le parrocchie, le scuole parrocchiali e le scuole superiori non lo faranno”, ha detto il vescovo.

    “Ma è chiaro che, nell’ambito di un adeguato risarcimento alle vittime di abusi sessuali su minori, sia le parrocchie che le scuole superiori dovranno contribuire in modo sostanziale all’accordo finale per rendere definitiva la responsabilità che hanno”, ha dichiarato.

    Gli sforzi compiuti negli ultimi decenni per affrontare la crisi degli abusi sessuali nella Chiesa “non possono attenuare l’enorme responsabilità morale che io, come vostro vescovo, e l’intera comunità cattolica continuiamo a sopportare”, ha affermato McElroy nella sua lettera.

    “Che Dio non lasci mai passare questa vergogna dalla nostra vista e che la tenerezza di Dio avvolga i bambini e gli adolescenti innocenti che ne sono stati vittime”, ha detto.

  • Pedofilia, condannato ex dirigente di Azione Cattolica: abusi anche sul letto di papa Wojtyla

    Pedofilia, condannato ex dirigente di Azione Cattolica: abusi anche sul letto di papa Wojtyla

    Abusi sessuali compiuti anche sul letto di papa Giovanni Paolo II. Dalle motivazioni della sentenza di condanna di Mirko Campoli, ex dirigente di Azione Cattolica, appena depositate dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Tivoli, Emanuela Francini, emergono altri inquietanti particolari sulle violenze che avrebbero subito due ragazzini e sui pesantissimi danni psicologici riportati dalle vittime, una diventata ludopatica e l’altra alle prese con ripetute crisi di pianto. Mirko Campoli, 47 anni, ex prof di religione ed ex dirigente nazionale dell’Azione Cattolica, è stato condannato a nove anni di reclusione. Il giudice Francini ha evidenziato le testimonianze rese dalle vittime.

    Uno dei due minori ha riferito agli inquirenti: “Nonostante l’enorme vergogna che provo e la grande difficoltà nel raccontare certi dettagli, ho comunque deciso di rivolgermi all’autorità giudiziaria perché non vorrei mai che altri bambini patiscano quello che ho patito io da bambino”. Ma anche altri due minori, tra cui il fratello dell’autore della denuncia, sarebbero stati abusati da Campoli e un altro procedimento è in corso.

    “Ci sono stati almeno 50 episodi in tutti questi anni – ha poi assicurato il minore – io ero impaurito, facevo finta di dormire perché così per me era come se non fosse successo, mi sentivo impotente”.

    Poi il racconto della seconda vittima, quello di abusi sessuali che avrebbe subito durante un campo estivo dell’Azione Cattolica a Loreto, sul letto dove aveva riposato, durante un suo viaggio alla basilica della Santa Casa, papa Wojtyla: “Ricordo bene quando Mirko, abbassandomi del tutto i pantaloni, mi scattò con il suo smartphone alcune fotografie riprendendo i mei genitali”.

    E di foto di minori, sessualmente esplicite come specificano gli investigatori, nel corso di una perquisizione all’imputato ne sono state trovate diverse. Campoli sarebbe stato solito anche fotografare le vittime durante gli abusi, salvo poi, come dichiarato da una delle vittime, intervenire a eventi dell’Azione Cattolica per parlare del tema degli abusi sui minori in ambito ecclesiastico.

    Per la giudice Francini l’imputato si è reso responsabile di una “aggressione alla sfera sessuale delle due vittime connotata da modalità insidiose e fraudolente, approfittando dei pregressi motivi di conoscenza con le vittime, che in lui riconoscevano una persona di famiglia e che per questo vi riponevano incondizionata fiducia”.

    Le indagini sono partite dalle confidenze raccolte dalle fidanzatine delle vittime, che a distanza di alcuni anni hanno trovato il coraggio di parlare e poi di presentare una denuncia, aiutati in un percorso così difficile dalla Garante per l’infanzia e l’adolescenza nel Lazio, Monica Sansoni, che si è costituita parte civile.

    All’epoca dei fatti i minori avevano 12 e 16 anni. Nel primo caso Campoli, a cui i genitori del minore avevano affidato il figlio, avrebbe compiuto abusi sulla vittima per ben quattro anni, fermandosi soltanto quando, esplosa la pandemia, venne disposto il lockdown. E avrebbe compiuto le violenze a Tivoli, Guidonia e in altri centri italiani, “con una frequenza di almeno una volta al mese”.

    Abusi che sarebbero avvenuti anche durante una gita a Gardaland e che avrebbero fortemente segnato l’allora minorenne. Un totale di circa 50 violenze sessuali. Nel secondo caso invece avrebbe abusato di un 16enne durante un campo scuola a Loreto, in provincia di Ancona. Campoli, che era prof di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Fermi” di Tivoli, segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente diocesano dell’Azione cattolica, direttore dell’ufficio scuola diocesano e incaricato regionale dell’ufficio scuola e università dall’ufficio della Cei, aveva giustificato quegli atti con suoi problemi di depressione, nel 2021 era stato convocato dal vescovo, aveva perso tutti gli incarichi, ma l’inchiesta è partita soltanto due anni dopo a seguito della denuncia di uno dei due minori.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2024/06/10/news/mirko_campoli_condannato_abusi_sessuali_letto_papa_wojtyla-423206329/

  • Un gruppo di cattolici smonta, una dopo l’altra, le spiegazioni dell’arcivescovo di Quito sul caso di padre Yumi, presunto abusatore di minorenne

    Un gruppo di cattolici smonta, una dopo l’altra, le spiegazioni dell’arcivescovo di Quito sul caso di padre Yumi, presunto abusatore di minorenne

    Indignazione, impotenza, scandalo e, soprattutto, tristezza per le bugie pubbliche dell’arcivescovado e paura per la macchina autocratica dell’arcivescovo di Quito, Alfredo Espinoza Mateus , che ha lanciato una vera e propria caccia alle streghe contro i denuncianti del caso di Quito. sacerdote e presunto molestatore, padre Miguel Augusto Yumi, che, a quanto pare, aveva chiesto le dimissioni dallo stato clericale ed era fuggito in Colombia.

    Per questo motivo, dopo la pubblicazione del caso sulla DR (rimbalzata sulle reti e su diversi media del Paese), il presule ha lanciato una campagna di ricerca dei denuncianti, soprattutto tra il suo stesso clero.

    Come di solito accade in questi casi e in ogni curia diocesana, i sacerdoti sono divisi. Da un lato, c’è chi ritiene che sia giunto il momento che qualcuno denunci e porti alla luce il marciume degli abusi del clero, coperti nella diocesi di Quito dal sistema (ancora in vigore) di copertura sistematica up e la ri-vittimizzazione delle vittime .

    Dall’altro ci sono, come spiegano le nostre fonti, «coloro che difendono sopra ogni cosa l’arcivescovo, perché gli devono ‘favori’ (sotto forma di case, automobili, appartamenti, lavoro, viaggi e/o, quando si tratta di chierici: uffici, parrocchie privilegiate, nomine importanti, trattamenti di favore…) e, per non perdere quei privilegi, reagiscono come leoni infuriati contro chi come noi scopre e denuncia il caso.”

    Infatti, lo stesso arcivescovo Espinoza ha scritto nella chat dei sacerdoti dell’arcidiocesi: “La vita non consiste nell’avere buone carte, ma nel giocare bene quelle che si hanno”.

    Ebbene, secondo il dettagliato scritto che un gruppo di fedeli cattolici ha inviato alla redazione di Religión Digital , l’arcivescovo, nonostante il suo grande potere, non sembra avere buone carte né giocare bene le poche carte che ha a disposizione. ha a sua disposizione.

    In un lungo documento di 6 pagine , infatti , i denuncianti replicano alla risposta dell’arcivescovado alla denuncia avanzata da RD riguardo al caso di padre Yumi e smontano, una per una, tutte le loro dichiarazioni.

    Con un’accusa fondamentale scritta sotto forma di domanda: “L’arcivescovo di Quito ha presentato denuncia alla Procura dello Stato, come previsto dal diritto della Chiesa (Motu proprio ‘Vos estis lux mundi’ (2023)?”

    Inoltre non confidano che la Dottrina della Fede risponda al prelato di Quito nel 2022, archiviando il caso e, per questo, gli chiedono di “presentare la risposta della Congregazione della Dottrina della Fede del 7 marzo , 2022.”

    Assicurano invece che, contrariamente a quanto sostiene la nota del cancelliere dell’arcivescovado, “ci sono prove che padre Miguel Yumi ha continuato, per volontà di mons. Espinoza, nell’esercizio del sacerdozio nella parrocchia” San Miguel del Common’ (Oyacoto)” .

    I denuncianti chiedono inoltre all’arcivescovo se abbia “accompagnato e assistito, fornito terapie psicologiche” a padre Yumi, così come alla vittima e alla sua famiglia: “L’arcivescovo conosce la madre della vittima o il minore? Li hai visitati? Ha offerto sostegno, consiglio e accompagnamento terapeutico alla vittima e a sua madre?… Si degna di dimostrarlo documentalmente ?

    Dopo molte altre domande e risposte, la lettera del gruppo di fedeli mette in dubbio che, come afferma il documento dell’arcivescovado sul caso Yumi, l’arcidiocesi “sia impegnata nella difesa delle vittime e nella tolleranza zero per gli abusi e le violenze del clero”. , per questo motivo, chiedono a monsignor Espinoza di dire loro:

    “1. Quali programmi di riparazione ha l’arcidiocesi per le vittime di abusi sessuali, in particolare per i minori di 18 anni? 2. Quante vittime sono state assistite dall’arcidiocesi nell’attuale amministrazione? 3. Dove possono rivolgersi le vittime e le loro famiglie per ricevere aiuto nei diversi ambiti: legale, psicologico, medico, economico, spirituale? 4. Quale programma di riabilitazione ha l’Arcidiocesi di Quito per l’autore del reato, perché ne ha bisogno, per quanto tempo e in quali luoghi? 5. Chi sono i professionisti competenti e accreditati per aiutare le vittime e riabilitare l’autore del reato?”

    Testo integrale della risposta di un gruppo di cattolici all’Arcivescovo di Quito in merito al documento “Dichiarazioni dell’Arcidiocesi di Quito, in risposta al rapporto pubblicato da “Religión Digital” (06.03.2024).

     Seguiremo l’ordine della nota, scritta in 12 cifre e paragrafi conclusivi. La prima cosa che salta all’occhio è che la nota è firmata dal cancelliere della curia e non dall’arcivescovo di Quito e primate dell’Ecuador D. Alfredo José Espinoza Matheus, come dovrebbe essere.

    1. Ci sono omissioni fondamentali. Se padre Yumi, nel 2021, è già denunciato per molestie sessuali, si comprende, davanti al Tribunale dell’arcidiocesi, che l’arcivescovo di Quito abbia presentato denuncia alla Procura dello Stato, come previsto dal diritto ecclesiastico (Motu proprio “Vos estis lux mundi” (2023), art 20), perché se ha inviato il risultato della Precedente Inchiesta con voto di verosimiglianza alla Congregazione per la Dottrina della Fede, ciò è dovuto ad un possibile grave delitto di Padre Yumi, sia nella campo di applicazione del Codice organico penale generale ecuadoriano e del diritto canonico. Nella giurisdizione canonica si configura un delitto contro il sesto comandamento nei confronti di una persona minore di 18 anni (cfr. “Sacramentorum sanctitatis tutela” (2001) artt. 1-6 e art. 10; “Normae de gravioribus delictis” (2010 ), art. 6, 1, 1); mentre, nell’ambito della legislazione ecuadoriana, il Codice Penale Organico Complessivo, all’art. 421, dispone che il reato di azione pubblica sia denunciato a chiunque ne abbia conoscenza (!).

    2 e 3. È importante che mons. Espinoza presenti la risposta della Congregazione per la Dottrina della Fede del 7 marzo 2022, che ha archiviato il caso, ma che ha chiesto che padre Yumi “sia canonicamente rimproverato e “imponga rimedi penali”, perché manca di logica giuridica canonica, poiché esistono due tipi di rimedi penali: lo stesso rimprovero canonico e il rimprovero canonico (Codice di Diritto Canonico (CIC, canone 1339). Esistono prove che padre Miguel Yumi, ha proseguito, per volontà dell’arcivescovo Espinoza nell’esercizio del sacerdozio nella parrocchia “San Miguel del Común” (Oyacoto), allora, quale era l’incarico che aveva?, poiché a quel tempo risiedeva nella parrocchia “Nostra Signora Regina del Mondo” (Carcelén- Quito) – di cui è parroco padre Estiven Vallejo, oggi promosso a parrocchia esclusiva “Nostra Signora di Fátima” di Batán-Quito – e, successivamente, il 29 giugno 2023, padre Yumi è stato nominato parroco della parrocchia “San Juan XXIII” parrocchiale. In questo modo, Mons. Espinoza ha esposto le Comunità di Oyacoto e Paquisha, in particolare, alla sua infanzia, ponendo come pastore una persona inadatta (psichicamente e spiritualmente), quando il Codice di Diritto Canonico richiede probità morale, zelo per le anime e, più virtù adeguato alla cura d’anime (can. 521), il che costituisce una gravissima mancanza dell’arcivescovo, il quale afferma di essere a favore delle vittime, dimostrando, con i suoi atti, il contrario: pone un pastore come presunto pastore pedofilo, il lupo che custodisce le pecore.

    Abbiamo chiesto all’ordinario Espinoza, nel momento in cui è stato imposto il “rimedio penale” a padre Yumi, lo ha accompagnato e assistito, gli ha fornito sostegno psicologico e terapie e, allo stesso tempo, cure psichiatriche?

    La nota firmata dal Cancelliere della Curia, tradisce una grossolana e supina ignoranza, parla di rimedi penali che padre Yumi ha adempiuto per più di un anno, il che è erroneo e, apparentemente, falso. Altra cosa è che si è fatto ricorso come rimedio penale ad un precetto penale (CIC, canone 1319), che impone una sanzione specifica in caso di inosservanza. Chiediamo quindi a monsignor Espinoza di rivelare il corrispondente decreto emesso a padre Yumi, in cui si specificano le date di inizio e fine dell’azione, nonché la sanzione in caso di inosservanza, perché le prove e le testimonianze dimostrano che il il presunto aggressore ha continuato a esercitare il sacerdozio mentre “adempiva” al presunto “rimedio penale”, nella parrocchia marginale di Oyacoto, a nord-est di Quito.

    4. In nessun momento Mons. Espinoza avrebbe potuto “ordinare” alle suore dell’Unità Educativa DS di proseguire con il processo civile e i protocolli davanti al Ministero dell’Istruzione, dopo aver ricevuto la visita delle suore il 6 marzo 2024, poiché il reclamo amministrativo dinanzi il Ministero dell’Istruzione, per presunta violenza sessuale, era già stato denunciato lo stesso giorno, secondo il documento presentato da RD. Lo stesso Codice penale organico organico, all’art. 422, comma 3, impone l’obbligo di denunciare ai dirigenti, agli educatori o agli altri responsabili delle istituzioni educative i reati presunti commessi nei centri educativi; che è ciò che ha fatto il Rettore dell’istituzione; Inoltre, la Legge organica sull’educazione interculturale, art. 132, punisce l’omissione di tale obbligo con il licenziamento. Lo stabilisce anche il Protocollo del Dipartimento orientamento agli studenti (DECE), del Ministero dell’Istruzione. Dobbiamo tenere presente un’accusa penale, cioè che Padre Yumi era un insegnante presso l’Unità Educativa DS e la Legge Organica sull’Educazione Interculturale, art. 132, vieta espressamente tale condotta criminosa da parte degli insegnanti.

    Nella nota si legge che l’arcivescovo ha espresso il suo sostegno alla presunta vittima e alla sua famiglia. L’arcivescovo conosce la madre della vittima o il minore, è andato a trovarli? Avete offerto sostegno, consulenza e accompagnamento terapeutico alla vittima e a sua madre? Avete offerto consulenza legale ai denuncianti? Hai cercato di riparare spiritualmente il danno fatto? L’arcivescovo ha risposto per iscritto alla denuncia che l’autorità dell’Unità Educativa DS ha depositato presso la Curia di Quito. Sarebbe un onore alla verità, se si degnasse di dimostrarlo documentalmente?

    5 e 6. Chi era il testimone, chi era con l’arcivescovo quando ha informato Padre Yumi, dell’inizio del processo… il suo segretario? Perché, consapevole della grave denuncia amministrativa contro padre Yumi, l’arcivescovo non denuncia – per la seconda volta – il presunto reato alla Procura della Repubblica, come previsto dalla legislazione ecclesiastica (Motu Proprio “Vos estis lux mundi” (2023), artt. 20); Invece, il presunto violentatore si reca in un ritiro spirituale a Yaruquí (Quito, DM) con altri chierici (dal 11 al 15 marzo 2024) e, durante la visita dell’Ordinario Espinoza, mercoledì 13 marzo 2024, incontra i sacerdoti in pensione – come testimoniano diversi partecipanti -, allora l’autista dell’arcivescovo chiamò padre Yumi, perché D. Alfredo Espinoza voleva consegnargli il decreto di inizio dell’indagine previa canonica, le cui misure cautelari (CIC, c. 1722), indicano che fin dall’inizio il vescovo ha avuto chiara l’esistenza di un possibile delitto riservato (“Sacramentorum sanctitatis tutela” (2001), artt. 10, 2, consente all’Ordinario inquirente di agire a norma del c. 1722 del CIC, già dall’inizio delle indagini preliminari).

    7. Se padre Yumi, sabato 16 marzo 2024, lascia la parrocchia senza sapere dove si trovi, a che ora e con quale capacità emotivo-intellettuale ha redatto tale documento chiedendo le dimissioni dallo stato clericale e le dimissioni dall’ufficio di parroco? , visto che era già virilizzato sui social network, che mancava, secondo pubblicazioni sullo stesso social network della parrocchia “San Juan XXIII”. Ci sono persone che hanno visto padre Yumi, ma non suo padre, la mattina del 18 marzo 2024, nel Palazzo Arcivescovile di Quito.

    9. Di fronte alla crescente pressione mediatica, l’arcivescovo di Quito ha rilasciato una dichiarazione ufficiale non veritiera. Ebbene, conoscendo la presunta situazione criminale di Padre Yumi, egli afferma di non essere scomparso, ma di aver “preso un’altra opzione di vita”, affermare questo è moralmente ed eticamente riprovevole, è mentire, va contro l’8° comandamento del Decalogo che è Legge Divina, esporsi come complici, davanti all’opinione pubblica, che può portare a responsabilità penale.

    10. In quale data è stata effettuata la previa indagine canonica, chi è stato l’investigatore e chi è stato chiamato a dare la sua versione. Contemporaneamente, è stato tutelato il diritto all’informazione di queste persone che non sono obbligate al silenzio? la sua relazione (Motu proprio “Vos estis lux mundi” (2023), art 4, 3), nonché il diritto alla difesa dell’indagato?, posto che l’assistenza e la consulenza all’imputato sono elementi essenziali e inescusabili di ogni ricerca canonica .

    11. Se d’ufficio la Procura Generale dello Stato ha richiesto informazioni alla Curia di Quito, quali informazioni ha richiesto e cosa le è stato trasmesso?

    12. L’Unità Educativa DS, di Oyacoto, è gestita da una Comunità Religiosa, approvata dall’autorità competente della Chiesa Cattolica e svolge la sua attività nella giurisdizione ecclesiastica dell’arcivescovo di Quito, che ha potere legislativo, esecutivo e giudiziario in suo ufficio in tutta la sua diocesi (CIC, c. 391, 2), deve anche essere sollecito verso tutti i fedeli (CIC, c. 383) ed è «obbligato a dare esempio di santità, con la sua carità, umiltà e semplicità. della vita» (CIC, c. 387).

    La nota conclude che l’arcidiocesi di Quito è impegnata nella difesa delle vittime e nella tolleranza zero verso gli abusi e le violenze clericali. Dobbiamo chiarire che tutte le forme di abuso sono violenza contro la vittima. Devi risponderci:

    1. Quali programmi di riparazione ha l’arcidiocesi per le vittime di abusi sessuali, in particolare per i minori di 18 anni?

    2. Quante vittime sono state assistite dall’arcidiocesi nell’attuale amministrazione?

    3. Dove possono rivolgersi le vittime e le loro famiglie per ricevere aiuto nei diversi ambiti: legale, psicologico, medico, economico, spirituale?

    4. Quale programma di riabilitazione ha l’arcidiocesi di Quito per il chierico carnefice, perché ne ha bisogno? per che ora e in quali luoghi?

    5. Chi sono i professionisti competenti e accreditati per aiutare le vittime e riabilitare l’autore del reato?

    6. Esiste un programma preventivo di salute mentale per il clero e i dipendenti che lavorano con i bambini, chi lo realizza e quali risultati sono stati raggiunti?

    Perché Papa Francesco, con Motu proprio, ha disposto “Vos estis lux mundi” (2023), art. 5, che l’autorità ecclesiastica accoglie, ascolta, accompagna e presta attenzione spirituale; assistenza medica, terapeutica e psicologica a coloro che dichiarano di essere stati colpiti (vittime) e alle loro famiglie.

    Il Salmo 35,2-5 può aiutare mons. Espinoza nella sua riflessione: «Gli empi sentono dentro di sé un oracolo del peccato: “Non ho paura di Dio, nemmeno alla sua presenza”. Perché hanno l’illusione che la loro colpa non verrà scoperta né odiata. Le parole della sua bocca sono cattive e traditrici, rinuncia ad essere sensato e a fare il bene, sdraiato medita sul delitto, si ostina nella via del male, non respinge il male”.

    Affinché non si compia la sentenza romana: “Vulpes pilum mutat, non mores”.

    https://www.religiondigital.org/america/catolicos-explicaciones-arzobispo-Quito-Yumi-Espinoza-abusos_0_2677832201.html

  • Chiesa svizzera: i passi compiuti nella lotta agli abusi e le sfide future a otto mesi dal rapporto di Zurigo

    Chiesa svizzera: i passi compiuti nella lotta agli abusi e le sfide future a otto mesi dal rapporto di Zurigo

    Erano seduti in quattro, lunedì scorso a Zurigo, alla tavola dei relatori per fare il punto della situazione a poco più di otto mesi dalla presentazione del rapporto sugli abusi nella Chiesa svizzera: mons. Joseph Bonnemain, vescovo di Coira e responsabile del dossier abusi in seno alla Conferenza dei vescovi svizzeri (CVS), l’abate Peter von Sury, delegato della Conferenza dell’Unione degli ordini e di altre comunità di vita consacrata («KOVOS»), Roland Loos, presidente della Conferenza centrale cattolica romana in Svizzera (RKZ) e Stefan Loopacher, che da responsabile della prevenzione per la diocesi di Coira è passato proprio in questi giorni al ruolo di direttore del nuovo ufficio nazionale «Abusi nel contesto ecclesiastico». Di fronte a loro giornalisti provenienti un po’ da tutte le testate della Svizzera, sia laiche che religiose.

    L’attesa era grande. La Chiesa cattolica era infatti chiamata a condividere con giornalisti e opinione pubblica quello che è accaduto al suo interno dal12 settembre dello scorso anno e a che punto sono le proposte fatte in quell’occasione, per cercare di arginare il fenomeno degli abusi e tutelare meglio le persone che ne erano state vittime.

    Il primo a prendere la parola è stato mons. Bonnemain che ha detto di dover purtroppo riconoscere che il cambiamento sta procedendo ad un ritmo più lento di quello che si erano augurati e che sarebbe necessario. Il motivo? Principalmente la decisione della Chiesa in Svizzera di procedere unita, vincendo la tentazione che ogni diocesi vada avanti per conto proprio e secondo la propria velocità. Un’unità difficile da portare avanti in una Svizzera caratterizzata da lingue, mentalità e sensibiltà profondamente diverse e abituata a muoversi, anche in campo religioso, secondo una mentalità federalista. I primi passi in questa direzione sarebbero già stati compiuti, ma per la loro messa in opera ci vorrà un po’ più tempo, per cui alcune delle misure annunciate, hanno dovuto essere procrastinate di un anno. Non ricapitolerò qui le singole misure di cui si è parlato. Da qualche giorno sono state pubblicate sul sito catt.ch. Ma mi soffermerò a raccontarvi di un clima che cambia. Di una Svizzera che ha deciso di procedere unita nella lotta agli abusi, proponendo su tutto il territorio nazionale le medesime stutture legali, le stesse modalità per l’assunzione del personale che andrà a ricoprire incarichi pastorali e gli stessi criteri per i giovani che desiderano entrare in seminario. Alcune strutture, invece, verranno centralizzate – il tribunale nazionale ecclesiastico penale e disciplinare per esempio – , per evitare che, come può accadere oggi nei tribunali diocesani ecclesiastici, siedano le une di fronte alle altre, persone che si conoscono, generando conflitti di lealtà che si possono facilmente immaginare.

    Per quanto riguarda la diocesi di Lugano, che all’indomani del 12 settembre si è scoperta l’unica diocesi a non avere un gruppo di auto-aiuto per le vittime che hanno subito abusi all’interno della Chiesa, ma sembra che anche qui le cose stanno per cambiare e che un gruppo di una decina di persone sia al lavoro, insieme alla dottoressa Myriam Caranzano, per dare vita ad uno di questi gruppi indipendenti per sostenere e accompagnare chi si porta dentro una storia di abusi: sessuali e spirituali. Perché come ha detto nel corso dell’incontro di Zurigo Vreni Peterer, presidente di uno di questi gruppi nella Svizzera tedesca e a sua volta vittima di un abuso, occorre sottolineare in ogni occasione anche l’esistenza della violenza spirituale: molto difficile da mettere a fuoco (dalle vittime per prime) ma che procede strettamente intrecciata con l’abuso di natura sessuale. Insomma, la Chiesa si è mossa e dolorosamente si è messa in cammino perché quanto accaduto non abbia a ripetersi mai più.

    https://www.catt.ch/newsi/chiesa-svizzera-i-passi-compiuti-nella-lotta-agli-abusi-e-le-sfide-future-a-otto-mesi-dal-rapporto-di-zurigo/

  • SAVONA; i due Papi pedofili; la Rete L’ABUSO e una panchina viola.

    SAVONA; i due Papi pedofili; la Rete L’ABUSO e una panchina viola.

    La storia di Savona, piccola città ligure del nord Italia, dalla seconda metà del 1400 al centro tuttavia di curiosi casi, alcuni riconducibili ancora oggi alle crociate tra cui la leggenda di don Bertolotti. Una serie di coincidenze, compreso il fatto che nasca proprio a Savona nel 2010 – oltre alla Rete L’ABUSO – il primo focolaio italiano di sopravvissuti che riuscirà a dare a tante vittime in tutta Italia, il coraggio di uscire allo scoperto.

    Una serie di situazioni che negli anni ha portato tanti cattolici a pensare che in qualche modo l’associazione, fosse la mano della volontà divina contro il dramma della pedofilia nella chiesa. Questo per una serie fortuita di fattori indubbiamente rilevanti, che hanno popolato la storia di questa piccola città.

    Ma partiamo dalla fine… la panchina viola contro gli abusi sessuali su minori e persone vulnerabili impiantata a Savona il 24 febbraio 2024 in piazza Giulio II.

    Come dissi allora “ Una panchina colorata di viola non salva i bambini e non cura chi è stato abusato…è la società che deve farlo”.

    Questa è tuttavia in Italia la prima panchina contro l’abuso sessuale su minori e persone vulnerabili. Ne abbiamo cercate invano altre per aggregarci dando per palesemente scontato ci fosse già un’iniziativa.

    Invece nulla! Inverosimile che nessuno ci abbia mai pensato, ma i fatti sono questi, per ciò l’iniziativa ha avuto ancora più valore.

    Il fatto che si sia voluta impiantare proprio nella piazza che porta il nome di Papa Giulio II, non è affatto una casualità invece, ed è da qui che parte la nostra storia e la visione mistica ti tanti cattolici che negli anni la Rete ha soccorso e aiutato.

    “ Tutta la storia della Chiesa è attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici. Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette .”

    Due di questi sono savonesi oltre che parenti. Parliamo di “ Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. “

    “ Scrive di Sisto IV il cronista suo contemporaneo Stefano Infessura: «Costui, come è tramandato dal popolo, ei fatti dimostrarono, fu amante dei ragazzi e sodomita, infatti cosa ha fatto per i ragazzi che lo servivano in camera lo insegna l’esperienza; a loro non solo donò un reddito di molte migliaia di ducati, ma osò addirittura elargire il cardinalato e importanti vescovati. Infatti fu forse per altro motivo, come dicono certi, che abbia prediletto il conte Girolamo, e Pietro, suo fratello e poi cardinale di san Sisto, se non per via della sodomia? E che dire del figlio del barbiere? Costui, fanciullo di nemmeno dodici anni, stava di continuo con lui, e lo dotò di tali e tante ricchezze, buone rendite e, come dicono, di un importante vescovato; costui, si dice, voleva elevarlo al cardinalato, contro ogni giustizia, anche se era bambino, ma Dio vanificò il suo desiderio».”

    Sisto IV era lo zio di Giulio II che diventerà papa nel 1503 e soprannominato “ il papa guerriero ”.

    Di Giulio II, “nel 1511, si documenta la storia con il piccolo Gonzaga di dieci anni”.

    Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:

    Ama Del Monte con uguale ardore

    la scimmia e il servitore.

    Egli al vago femmineo garzoncello

    ha mandato il cappello: [nda l’ha nominato cardinale]

    perché la scimmia, a trattamento uguale,

    non fa pur cardinale?»

    *Testo tratto da “ Chiesa e pedofilia ” di Federico Tulli (L’Asino d’oro ed., 2010, pp. 19-21)

    Certamente ora apparirà più chiaro il motivo e l’importanza simbolica di una panchina contro l’abuso, promossa per la prima volta in Italia dall’unica associazione che si occupa nello specifico di vittime del clero. Per questo si è scelta come primo impianto italiano piazza Giulio II. Quella dedicata allo zio Sisto IV è priva di panchine e perciò esclusa.

    Ma un altro papa toccherà la storia di Savona. In questo caso non si ha di lui notizia su eventuali tendenze pedofile. Tema che tuttavia riprenderemo immediatamente dopo in quanto la chiesa cattolica come vedremo, nel savonese lascia una storia sanguinosa e decine di vittime fino ai giorni nostri.

    Parliamo di Pio VII , prigioniero di Napoleone Bonaparte dal 1809 al 1812 proprio a Savona, per l’esattezza prima in via Pia, dove però la possibilità di scarso controllo da parte dei soldati, ben presto richiese un luogo più adeguato. La sua cella divenne la Diocesi di Savona dove ancora oggi, visitando le lussuose stanze dove era prigioniero , si conservano nelle scale interne della servitù gli spioncini, attraverso i quali era sorvegliato a vista.

    Come si può ammirare ancora oggi invece nel salone dell’ingresso di Villa Cambiaso, l’anomala installazione di una fontana attribuita al Bernini , il quale notoriamente fece quasi unicamente sculture per i papi e il clero. Anomalia che si spiega e direttamente collegata alla prigionia savonese di Pio VII il quale, una volta rinchiuso in diocesi e controllato a vista, trovò la difficoltà di poter fare arrivare in Vaticano i pizzini con i quali trasmettere gli ordini e così, con la complicità della Famiglia genovese Cambiaso, fece costruire dentro la villa una cappella, dove poter celebrare la messa e nel tragitto, trasmettere a chi di fiducia gli ordini da mandare a Roma.

    Il potere ecclesiastico è più volte passato da Savona e in Liguria non solo con Sisto IV, Giulio II e Pio VII, ma da tantissimi odierni potenti del Vaticano come il card. Bagnasco; il card. Calcagno e tanti altri.

    La storia recente ci racconta anche di un presunto tesoro templare nascosto sopra a Savona, dentro delle grotte, nell’entroterra.

    E qui appare la storia di un altro sacerdote savonese, mons. Giuseppe Giovanni Bertolotti . Figlio di contadini che improvvisamente viene in possesso di enormi ricchezze . Se pur la storia in sé è molto vaga sul come ne entrò in possesso e su di chi fossero, parallelamente, in Francia accade la stessa cosa ad un altro prete…

    Ma torniamo alla pedofilia e al caso di Varazze, luglio 1907 che ci racconta Gian Pietro Lucini nel libro “Messe nere sulla riviera” .

    “Mentre sui quotidiani italiani divampa lo scandalo degli abusi sulle piccole ospiti dell’Asilo della Consolata di Milano, di cui furono accusati due sacerdoti, il Collegio dei Salesiani della cittadina ligure è investito dalle clamorose rivelazioni del diario di Alessandro Besson, uno studente quattordicenne che descrive messe nere e riti orgiastici tra monache, preti e giovani convittori.

    In due giorni il caso Besson dalle gazzette locali passa ai quotidiani nazionali e fa scoppiare in tutto il Regno d’Italia manifestazioni di piazza, disordini, violenti scontri che a La Spezia provocano l’incendio di alcune chiese, un morto e un gran numero di arresti .

    E crisi fra il governo Giolitti e la Santa Sede, la Massoneria viene accusata di aver architettato lo scandalo. Il fronte democratico dei blocchi popolari cavalca lo sdegno collettivo per affermare la necessità di una scuola pubblica e laica, mentre quello cattolico si compatta.”

    Di certo un passato non tranquillo quello savonese che al di là dell’unicità mondiale di aver avuto due papi, poco edificante (soprattutto oggi) che questi fossero entrambi pedofili.

    Una “tradizione” che da allora come vedremo, non ha mai abbandonato la provincia ed il suo seminario, che racconta tra gli anni 70 – 90 moltissime vicende, tra fughe di seminaristi abusati e suicidi. Uno si recò fino in Vaticano, voleva parlare al papa che però non lo ricevette. Fu trovato suicida la mattina seguente in un ostello nei pressi del Vaticano.

    Ed arriviamo ai giorni nostri e all’anno 2010. Un anno importante per l’Europa che come accaduto dieci anni prima, in particolare negli USA, scopriva anche qui la pedofilia nel clero e il devastante numero di vittime ad esso connesse.

    A differenza degli altri stati l’Italia si tirò puntualmente indietro da subito, attraverso il Governo e la stessa Presidenza della Repubblica definendo « Inqualificabile campagna diffamatoria contro il Papa e la Chiesa », i diritti reclamati da tutti quei cittadini rimasti vittime.

    Savona però diventerà un’altra volta l’epicentro, ma questa volta simbolo di una battaglia di civiltà, che come nel racconto del 1907 di Besson, in poco tempo darà a decine, poi a centinaia e ancora a migliaia di sopravvissuti, la forza di uscire dalla vergogna, reagire e rivendicare giustizia.

    Nascerà da subito quasi quella che oggi è la Rete L’ABUSO, purtroppo dopo quindici anni ancora l’unica realtà italiana.

    Marco Preve racconterà su Repubblica, in un’inchiesta di Elena Affinito e Giorgio Ragnoli dal titolo “IL DIAVOLO A SAVONA”, la vicenda savonese , ancora una volta condita non solo di abusi sui minori e sutterfugi per coprire i preti pedofili, ma di intrallazzi tra chiesa e potere che ancora oggi, nello scandalo Toti riemergono come scheletri nell’armadio.

    Savona, una città che non ha mai voluto fare i conti con il suo passato, lasciando chi fu vittima tutt’oggi solo. Diverse le proposte fatte negli anni dalla Rete L’ABUSO in materia di prevenzione. Tutte inascoltate e per le quali le varie amministrazioni non hanno mai voluto sentire , neppure in campagna elettorale.

    Ancora oggi grossi problemi con la giunta comunale, per due anni ostile all’iniziativa della panchina viola contro l’abuso di minori e persone vulnerabili, ottenendo poi a colpi di diffide i permessi necessari. Alla sua inaugurazione tranne il consigliere Aureliano Pastorelli, ne Sindaco, ne nessuna Istituzione savonese invitata ha voluto partecipare, neppure con un delegato.

    Savona, città candidata nel 2027 a Capitale della cultura , e certo la cosa fa persino sorridere per l’ingenuità, ma è lecito a tutti partecipare.