Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Clero e pedofilia in Germania. Interviene il cardinale Lehman

    Clero e pedofilia in Germania. Interviene il cardinale Lehman

    di Barbara Marino/ 30/09/2007

    Anche l’assemblea dei vescovi tedeschi in Fulda si è occupata dei casi di pedofilia nella diocesi di Regensburg. Il card. Karl Lehman: tolleranza zero e biasimo indiretto per il vescovo Müller. Nuovi dettagli dalla corte d’appello di Nürnberg …

    Articolo precedente su Korazym.org: Scandalo a Regensburg
    Un sacerdote cattolico di 39 anni, pregiudicato per pedofilia, arrestato. “Era già stato condannato, il vescovo sapeva”. Cosa sapeva il vescovo? E perché non ha informato i cittadini di Riekofen, dei precedenti per reati di pedofilia del parroco?

    Anche l’assemblea plenaria autunnale dei vescovi tedeschi in Fulda si è occupata dei casi di pedofilia nella diocesi di Regensburg, durante la sessione finale del 27 settembre. Il giorno successivo, nel corso della Conferenza stampa conclusiva, il card. Karl Lehman ha criticato indirettamente anche il comportamento del vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller. Alla vigilia della riunione, quest’ultimo si era difeso per aver reintegrato il 39enne sacerdote pregiudicato nella pastorale, come parroco a Riekofen e Schönach, nella regione Oberpfalz. Mons. Müller aveva giustificato la sua condotta davanti ai giornalisti prima dell’inizio della riunione della Conferenza episcopale, dicendo che il parroco già condannato per atti pedofili, era stato considerato curato e guarito, e che si dovrebbe dare ad ognuno una seconda possibilità, nello spirito di Gesù.

    Intanto, sono venuti a galla nuovi dettagli, compromettendo ulteriormente la curia vescovile di Regensburg. Si è appreso che prima di reintegrare nella pastorale come parroco il sacerdote pregiudicato per abuso sessuale di un minorenne, la diocesi aveva chiesto alla corte d’appello di Nürnberg, se l’uomo potesse ancora lavorare nella pastorale parocchiale. Il fatto che alza il grado di responsabilità del vescovo di Regenzburg, è stato riferito dall’edizione domenicale del prestigioso quotidiano di Frankfurt am Main, il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung. La risposta era stata chiara: ruolo pastorale possibile, ma soltanto alla condizione per il sacerdote di non avere più alcun contatto con i bambini e di essere tenuto sotto sorveillanza. Ciononostante, don Peter K. nel settembre 2004 fu nominato dal vescovo Müller parroco di Riekofen e del paese limitrofo Schönach, oltre che insegnante di religione.

    Il vescovo di Fulda mons. Heinz Josef Algermissen, il vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller, il vescovo di Mainz e presidente della Conferenza episcopale tedesca card. Karl Lehmann.

    Dopo il vescovo di Fulda, mons. Heinz Josef Algermissen, che in un’intervista alla Bayerische Rundfunk aveva biasimato pubblicamente l’operato del vescovo di Regensburg, mons. Gerhard Ludwig Müller (in particolare, mons. Algermissen avevo sostenuto che il sacerdote pregiudicato non avrebbe più potuto lavorare con bambini), anche il capo dei vescovi tedeschi e vescovo di Mainz card. Karl Lehmann, per la prima volta, ha affrontato in pubblico il caso. La Chiesa vuole “con tutte le forze portare alla luce abusi”, ha assicurato durante la Conferenza stampa di giovedì. Nel caso di abuso sessuale, ha detto, un sacerdote che “si è reso colpevole, per nessun motivo può ancora essere impiegato nella “pastorale normale”. E in nessun caso può ancora lavorare a contatto con bambini.

    L’Ufficio stampa della Conferenza episcopale tedesca aveva annunciato che la riunione plenaria di Fulda si sarebbe occupata di questioni puramente pastorali. Il tema dell’abuso sessuale non era all’ordine del giorno (non è forse una questione pastorale, oltre che penale?). Una decisione che ha turbato molte famiglie cattoliche tedesche. E anche se il cardinale Lehmann ha spiegato che nessuno dei 71 vescovi ordinari e ausiliari aveva chiesto di mettere il tema in agenda (neanche “dopo diversi solleciti”), la questione è stata discussa per più di due ore. Su richiesta di molti vescovi, l’ultimo giorno mons. Müller ha informato l’assemblea plenaria dei fatti successi nella sua diocesi. Una spiegaziona intensa di due ore mezza – ha detto mons. Lehmann, che ha mostrato come questo settore sia “contestuale, differenziato, vulnerabile e delicato”.

    Il card. Karl Lehmann, vescovo di Mainz e presidente della Conferenza episcopale tedesca, durante la Conferenza stampa a conclusione dell’assemblea plenaria autunnale dei vescovi tedeschi, ha detto che vuole escludere dalla “pastorale normale” i sacerdoti “colpevoli”
    (Foto di Max Colin Heydenreich – AP Photo).

    Il card. Lehmann ha sottolineato, come ogni caso di abuso sessuale nella Chiesa cattolica sia “un caso di troppo” e ha assicurato che è profondamente addolorato per i casi di abusi su bambini. I fatti di Regensburg hanno mostrato, che in ogni caso si deve procedere duramente, ha aggiunto. I vescovi tedeschi deplorano profondamente i danni, ha dichiarato, che sono stati provocati alle vittime e a loro famiglie. Fermo restando che per un sacerdote condannato non ci dovrebbero essere impieghi pastorali, rimane da chiedersi come sistemare persone simili. A una domanda di una giornalista, se la comunità parrocchiale coinvolta di Riekofen non sia stata presa sul serio, perché era stata lasciata all’oscuro del relativo passato del loro parroco, ha risposto il card. Lehmann: “Io, in un caso del genere, parlerei con il consiglio parrocchiale”, perché la conoscenza dei fatti produce un controllo sociale, che è buono. Un’altra stoccata non tanta velata all’indirizzo del vescovo di Regensburg.

    Almeno al vertice della Chiesa cattolica in Germania sembra essersi verificato un cambiamento. A conclusione dell’assemblea vescovile plenaria autunnale il card. Lehmann ha completato le sue considerazioni, per quanto riguarda i sacerdoti che si sono fatti notare dal punto di visto sessuale: “Non raramente consigliamo a queste persone di chiedere la riduzione allo stato laicale”. Per quanto riguarda i sacerdoti colpevoli penalmente, si dovrebbe evitare qualsiasi ragionamento inappropriato e “non parlare così velocemente di misericordia e compassione”. Quindi, la Chiesa vuole fare tutto per “scoprire gli abusi con tutte le forze”. Senza dimenticare però, che prima di tutto il responsabile degli abusi è il singolo colpevole, “anche se sappiamo, che sempre veniamo anche colpiti come Chiesa”. Con ciò, si verifica anche una perdita di fiducia, che può essere bilanciata con un’assoluta trasparenza.

    Johanna Treimer, madre di due bambini violentati da don Peter K. di Viechtach, domenica 23 settembre davanti alla chiesa in Riekofen (Foto di Armin Weigel – DPA).

    Al tempo stesso, il card. Lehmann ha criticato anche il comportamento dei media riguardante questo tema. Nel contesto del caso nella diocesi di Regensburg, si è scritto di soldi pagati per il silenzio dei famigliari delle vittime. “Diffondere tali notizie false costituisce anche un delitto” (“sorvolando” sul fatto che il giornalisti non se le sono inventate, ma hanno riportato quanto dichiarato dai famigliari delle vittime …). Inoltre, ha aggiunto il presidente dei vescovi tedeschi, non è giusto trascurare tutti i temi trattati dalla Conferenza episcopale, concentrandosi solo sugli abusi sessuali perpetrati da sacerdoti. Insomma: parlate di altro, ci sono cose molte più importanti … Infine, il card. Lehmann ha esortato i media ad informare sui fatti con “sensibilità e rispetto” per la dignità degli interessati. Il semplice sospetto di abuso sessuale spesso è difficilmente dimostrabile. “Se si viene accusati di un tale delitto, si è inermi”. Il più delle volte non ci sono testimoni oppure sono pochi. Nella sua diocesi di Mainz, in 15 anni sono stati accusati 11 sacerdoti, ma soltanto 3 rinviati a giudizio e condannati. “Gli altri 8 casi sono stati archiviati dal pubblico ministero”.

    Il card. Lehmann ha dichiarato che per i vescovi la protezione delle vittime ha la precedenza, come chiarito in passato dalla stessa Conferenza episcopale. L’organismo, tuttavia, non è in grado di verificare, se vengono sfruttate tutte le possibilità offerte dalle direttive, dal momento che la responsabilità dei provvedimenti continua ad essere affidata alle singole diocesi. Ma perché non rendere obbligatoria una prassi generale? Il card. Lehmann risponde stizzito: “Quante volte devo ancora dichiarare, che la Conferenza episcopale per questo ha nessuna possibilità legale? La gente dovrebbe rivolgersi al Nunzio apostolico o andare a Roma”.

    Secondo le direttive del 2002, i sacerdoti pedofili non devono essere reintegrati nella pastorale, in contatto con bambini e giovani. L’esatto contrario di quanto avvenuto a Regensburg. “Non nego che che qua e là si sarebbe dovuto agire diversamente”, ha ammesso il cardinale. Con questo chiarimento, il vescovo di Mainz ha indirettamente biasimato il vescovo di Regensburg mons. Gerhard Ludwig Müller.

    Nel frattempo, in Riekofen, il decano Anton Schober ha presentato alla comunità parrocchiale don Gottfried Dachauer, il successore di don Peter K. Originalmente, lo voleva fare il vescovo Müller, che però ha disdetto all’ultimo momento. Nella chiesa gremita, domenica 23 settembre non è stato toccato il caso degli abusi sessuali, mentre si è parlato vagamente di “preoccupazioni e problemi”. E anche del celibato. Perché “se rinunciamo a una propria famiglia, abbiamo più possibilità, di impegnarci nella grande famiglia parrocchiale e di essere incondizionatamente presenti per Dio e per la gente”, ha detto Schober.

  • E NON SI CHIEDONO PERCHÉ

    E NON SI CHIEDONO PERCHÉ

    di Baronio

    Dopo gli scandali remoti e recenti che hanno infangato la Chiesa – e la Chiesa italiana – assistiamo in questi giorni ad un altro fatto che conferma lo stato di totale degrado in cui versa il basso Clero. È di ieri la notizia dell’arresto del Vicerettore del Seminario Maggiore di Brescia, don Marco Baresi, accusato di pedofilia e di detenzione di materiale pedopornografico.

    Sappiamo bene con quanta prudenza agisca un pubblico ministero nel nostro Paese, allorché deve firmare un provvedimento di custodia cautelare nei confronti di un ecclesiastico; e la stampa ci informa che l’indagine sui presunti reati di cui si sarebbe reso colpevole don Baresi era in corso già dalla scorsa estate. 

    A questo punto ci si domanda per quale ragione il Vicerettore non sia stato sospeso dall’incarico, e perché nei suoi confronti il Vescovo non abbia nominato un promotore di giustizia, per svolgere un’inchiesta nell’ambito di un regolare processo penale canonico. La posizione ricoperta dal sacerdote bresciano era talmente delicata – per il contatto quotidiano con adolescenti destinati al Sacerdozio – da richiedere sin dalle prime avvisaglie la massima severità, anche alla luce dei documenti promulgati dalla Santa Sede.

    E invece ai telegiornali della sera assistiamo increduli alle attestazioni di solidarietà del Vescovo per il suo Vicerettore, tanto scontate quanto inopportune. Qui non si parla di presunzione di innocenza, ma di protezione dei giovani, oltre che di salvaguardia del buon nome della Diocesi e del Seminario.

    L’impressione che si ricava è che molti Prelati non abbiano alcun interesse ad istruire un processo canonico, perché temono che il reo possa denunciare i suoi confratelli e far emergere scandali ben peggiori.

    Così, anziché agire nel modo più trasparente ed affrontare seriamente la piaga devastante dell’omosessualità del Clero – con tutte le sue implicazioni e deviazioni – nella sede giudiziale più idonea, si ricorre all’insabbiamento, al silenzio omertoso, danneggiando gravemente l’immagine della Chiesa già ampiamente compromessa. Senza ricordare il danno irreparabile che si arreca alle anime semplici, offese nei loro sentimenti più sacri e scandalizzate dal comportamento di molti sacerdoti indegni.

    Non è carità, ma pavidità, se non connivenza e complicità. Perché la carità è amore illuminato dalla Verità e finalizzato al Bene, mentre qui assistiamo ad un silenzio inerte da parte di Pastori costituiti in autorità per pascere il gregge affidato loro, che avrebbero invece il dovere di ammonire e punire. E se si pensa ai severi moniti del Sommo Pontefici e dei Dicasteri romani, si rimane davvero sconcertati a veder disattesi gli ordini dei Superiori, mantenendo le Diocesi nello sfascio ed assistendo imbelli alla catastrofe.

    Non ci si stupisca se i Seminari sono privi di vocazioni: a giudicare dalla diserzione delle chiese nei giorni di precetto e dal numero di pubblici concubinati superiore ai matrimoni religiosi, l’assenza di vocazioni dimostra di essere lo specchio di uno stato comatoso della Religione in un Paese che un tempo si diceva cattolico. Inutile raggruppare le parrocchie per far numero: continuando così i fedeli saranno sempre meno, e sempre meno i Ministri sacri. Se poi le scarsissime vocazioni al sacerdozio devono essere affidate ad un losco individuo perché abusi di loro, c’è già di che rallegrarsi se i fedeli non danno l’assalto al Seminario.

    D’altra parte, l’immagine della Chiesa che emerge dalla cronaca degli ultimi mesi non invoglia certo i pochi genitori cattolici a favorire l’eventuale vocazione del proprio figlio.

    Molti eccellentissimi, troppo presi da riunioni e consigli permamenti, non si chiedono il perché di questa corsa verso la rovina. Se le chiese sono vuote, è perché da troppi pulpiti si è smesso di insegnarvi la Parola di Dio e di darvi esempio di santità con una condotta di vita esemplare; e se sono vuoti i Seminari, è perché li si è trasformati in tristi studentati senza autorità, accogliendovi internet e la televisione ed allontanandovi lo spirito di penitenza e la Croce, via regale del Sacerdozio cattolico; troppe dissertazioni sulla partorale di questo e di quello, e nessuna preparazione teologica e spirituale. E a chi non sa adorare e rispettare il Signore Dio nel Santissimo Sacramento, quale rispetto si potrà sperare per le anime che gli sono state affidate?

    Sia chiaro: queste osservazioni impietose vogliono solo essere un grido d’allarme perché non ci si limiti a prendere atto dello sfacelo, ma si agisca con determinazione. Non basta diagnosticare la cancrena: occorre amputare senza ripensamenti o falsa pietà la parte putrida, per salvare quel poco di sano che è rimasto. E l’amputazione va fatta subito, perché se l’infezione di propaga ulteriormente sarà troppo tardi. La stessa severità dovrebbe essere applicata a chi corrompe lo spirito, al pari di chi corrompe la carne: si caccino dai Seminari e dagli Atenei, dai periodici religiosi e dai giornali diocesani, tutti quei sediziosi che distorcono la Verità cattolica a vantaggio dei settari, che osano attaccare il Santo Padre e disobbedirgli apertamente, opponendo le proprie teorie eterodosse all’ortodossia di cui egli è custode. Se sono fuori dalla Chiesa di fatto, che lo siano anche giuridicamente, per non sedurre i semplici con i loro sofismi. E si ammoniscano pubblicamente anche i Rettori delle Università e dei Seminari, i direttori delle riviste per il clero, i responsabili dell’informazione cattolica, i manutengoli dei movimenti e i portavoce d’ogni antipapa ancorché porporato, per l’appoggio e la collaborazione che dovessero prestare ai nemici interni.

    Se è triste che sia la magistratura a far pulizia nei Seminari, è raccapricciante che si debba giungere alle fattispecie di reato, senza che basti il peccato per esser giudicati indegni di ricoprire uffici ecclesiastici. Finché si continuerà a tacere, a fingere di non vedere, a promuovere anziché rimuovere, ad assegnare incarichi di prestigio agli inetti e ai ribelli per tacitarli, non si farà altro che contribuire all’affossamento di Santa Madre Chiesa, sia sul fronte morale sia su quello dottrinale.

    http://www.papanews.it/dettaglio_approfondimenti.asp?IdNews=4194#a

  • Preti pedofili. Il Vaticano li cerca tra i gay, …non certo per mandarli in galera…

    Preti pedofili. Il Vaticano li cerca tra i gay, …non certo per mandarli in galera…

    4/11/2007 (8:30) – OFFENSIVA LEGALE DEL VATICANO
    Un Perry Mason per i preti pedofili

    Nella foto d’archivio, parenti di ragazzini molestati da religiosi negli Usa protestano in piazza San Pietro

    All’americano Lena il contenzioso sugli abusi sessuali
    FILIPPO DI GIACOMO
    ROMA
    Sulla porta dell’ufficio che occuperà, nella segreteria di Stato vaticana, c’è già il suo nome. Si chiama Jeffrey Lena l’avvocato americano che la Santa Sede ha assunto per occuparsi del contenzioso che la oppone, in vari stati del mondo, alle vittime di abusi sessuali da parte di preti. Questa, la motivazione ufficiale. Quella ufficiosa, suggerita dai fatti recentemente accaduti anche dentro le mura leonine, appare confermata dalla collocazione dell’ufficio dell’avvocato Lena, situato a metà strada tra la sezione amministrativa e quella legale del Vaticano. Insomma, una sorta di addentellato dell’ufficio del personale e di quello disciplinare, per un problema che sembra decisamente avviarsi ad essere seriamente preso in mano. La Chiesa Cattolica è l’unica confessione cristiana ad avere un sistema di archivi completo e preciso. E dall’analisi delle cartelle dei 150 mila sacerdoti e religiosi che hanno servito la Chiesa negli Usa dagli Anni Sessanta al 1980, risulta che le accuse di pedofilia hanno colpito circa 500 persone, quindi lo 0,3% del clero e dei religiosi. Le accuse che poi sono state anche provate, fanno scendere la statistica allo 0,2%. I dati americani risultano confermati anche dallo studio incrociato condotto negli archivi di altre circoscrizioni ecclesiastiche.

    Tuttavia, gli stessi studi, fanno emergere una situazione più complessa sulla presenza di ministri consacrati di indole omosessuale. Quanti siano, non è dato sapere. Qualche anno fa Donald Cozzens, il rettore del seminario cattolico di Cleveland, in The Changing Face of the Priesthood, riportava tassi che oscillavano dal 23 al 80%. Un altro studioso, Leon J. Podles, suggerisce invece, probabilmente in modo più compiuto, che il tasso tra gli ordinati attualmente in servizio si attesta sotto il 20%, cioè con una percentuale da 7 a 8 volte maggiore rispetto a quello della popolazione generale. Come sostiene Michael Rose nel suo libro Goodbye! Good Men, c’è un’attiva sub-cultura omosessuale dentro la Chiesa Cattolica. Frutto, secondo molti, della confusione conseguente alla rivoluzione sessuale degli Anni 60 associata ai tumulti dottrinali e disciplinari conseguenti al Concilio Vaticano II ed alla maggiore approvazione del comportamento omosessuale nella società. Il tutto, in un mix che ha facilitato agli omosessuali attivi l’ammissione al sacerdozio e, non di rado, ha creato l’ambiente per la loro cooptazione ad incarichi importanti. Con le strutture vaticane ormai non in condizione, per ovvi motivi, di controllare alcuno, il compito dell’avvocato Jeffrey Lena appare importante e, probabilmente, destinato a diventare presto assai ingrato.

    Così appare anche il lavoro che il cardinale Giovan Battista Re, prefetto della Congregazione dei Vescovi, sta svolgendo in questo particolare momento della vita della Chiesa. Voci insistenti lo danno prossimo alla cessazione dell’incarico per un oscuro intreccio con le vicende del suo amico Antonio Fazio e di altri personaggi coinvolti in bancopoli. Un quotidiano lo aveva indicato, qualche mese fa, destinatario del fervorino che un Fiorani, appena uscito dal carcere avrebbe indirizzato a un non meglio precisato porporato: «Voi vedete uno che vi dà i soldi, come io v´ho sempre dato i soldi in contanti, e tutto andava bene. Poi, quando una persona è in disgrazia non fate neanche una chiamata a sua moglie per sapere se sta bene o se sta male». La risposta del porporato sarebbe stata: «La Chiesa è fatta di uomini e gli uomini sbagliano». E Fiorani, di rimando: «Sì, è vero, è fatta di uomini, ma io sto parlando con lei, non sto parlando con un parroco di campagna».

    Perché poi, notizie non pubblicate di recente tornino a circolare ogni volta che la Santa Sede deve provvedere ad una nomina importante, sembra abbastanza facile da spiegare. Ormai è chiaro che l’edizione ecclesiastica del manuale Cencelli non funziona più. E la Congregazione dei Vescovi ha ripreso a fare il proprio mestiere. Monsignor Domenico Segalini, il vero organizzatore della giornata mondiale della gioventù del 2000, conterraneo e amico del cardinale Re, è stato nominato ieri assistente generale dell’Azione Cattolica. Il Papa lo ha preferito a don Gianni Ambrosio, ruiniano, attuale assistente spirituale della Cattolica di Milano. A Palestrina, diocesi finora retta da monsignor Segalini, potrebbe essere destinato uno di quei personaggi che la regola del promoveatur ut amoveatur vorrebbe già allontanati da Roma.

  • Prostituzione e pedofilia, otto anni a don Giacomoni

    Prostituzione e pedofilia, otto anni a don Giacomoni

    FORLI’ – Otto anni di reclusione e una provvisionale di 140mila euro. E’ la condanna inflitta dal gip di Forlì, Rita Chierici, a don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote 82enne titolare dell’associazione ”Arcobaleno” arrestato nell’ottobre del 2006 con l’accusa di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione.

    Assolta la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico. All’estero il rumeno Dan Joan Cilean, braccio destro di don Giacomoni.

    Il 26enne di nazionalità rumena è accusato in concorso. Il rumeno aveva conosciuto alcuni anni fa don Giacomoni nella struttura ”Arcobaleno” dove ci finì per reati contro il patrimonio. Difeso dall’avvocato Vincenzo Gallo, è ritenuto il braccio destro del sacerdote, con il capo d’imputazione di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. La difesa aveva chiesto il proscioglimento da ogni capo d’accusa tramite il rito abbreviato. Ora però è irreperibile all’estero. Si andrà all’udienza preliminare.

    Non è ancora stata decisa la posizione del ”commendator” Giuseppe Farnedi, noto albergatore e ristoratore, difeso dall’avvocato Roberto Roccari, accusato di aver giovato di un rapporto sessuale a pagamento con un minore. La sentenza è attesa per il nove ottobre.

    Per don Giacomoni, che ha cambiato avvocati affidandosi a Menotto Zauli e da Luigi Caravella del foro di Foggia, era stato chiesto il rito abbreviato, in modo tale da avere uno sconto di un terzo della pena. Il pubblico ministero, Fabio Di Vizio, aveva chiesto una condanna a sei anni e otto mesi di reclusione, mentre il gip Chierici lo ha condannato a otto anni. Le provvisionali, per un complessivo di 140mila euro, devono essere pagate subito.

    Era stato chiesto il rito abbreviato anche per la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico, assistita dall’avvocato Marco Martines, colpevole di aver fornito delle informazioni riservate a don Giacomoni. La donna è stata assolta.

  • CESENATICO – Prostituzione e pedofilia, don Giacomoni davanti al gip

    CESENATICO – Prostituzione e pedofilia, don Giacomoni davanti al gip

    CESENATICO – Prostituzione e pedofilia, don Giacomoni davanti al gip

    CESENATICO – Riprende quest’oggi il processo in merito al caso di prostituzione e pedofilia scoperto all’interno dell’associazione ”Arcobaleno” di Villamarina.

    Davanti al gip del tribunale di Forlì, Rita Chierici, compariranno don Giuseppe Giacomoni, il sacerdote 82enne titolare della comunità, e la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico. Rifugiato all’estero il rumeno 26enne Dan Joan Cilean, braccio destro di don Giacomoni.

    Don Giacomoni, che ha cambiato avvocato affidandosi a Menotto Zauli, è accusato di pedofilia e sfruttamento della prostituzione. In precedenza era difeso dal legale Giancarlo Savoia che, nell’udienza del 21 giugno scorso, aveva chiesto per il suo assistito il rito abbreviato.

    Il 26enne Dan Joan Cilean è accusato in concorso. Il rumeno aveva conosciuto alcuni anni fa don Giacomoni nella struttura ”Arcobaleno” dove ci finì per reati contro il patrimonio. Difeso dall’avvocato Vincenzo Gallo, è ritenuto il braccio destro del sacerdote, con il capo d’imputazione di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. La difesa aveva chiesto il proscioglimento da ogni capo d’accusa tramite il rito abbreviato. Ora però è irreperibile all’estero.

    Era stato chiesto il rito abbreviato anche per la 55enne Denise Sansoni, coordinatrice del consultorio familiare di Cesenatico, assistita dall’avvocato Marco Martines, colpevole di non aver fornito delle informazioni riservate a don Giacomoni.

    Potrebbe tornare imputato anche il ”commendator” Giuseppe Farnedi, noto albergatore e ristoratore, difeso dall’avvocato Roberto Roccari, è accusato di aver giovato di un rapporto sessuale a pagamento con un minore potrebbe chiedere il patteggiamento.

  • LA PASSIONE DI DON GELMINI – IL NUMERO DEI SUOI ACCUSATORI È SALITO A 59

    LA PASSIONE DI DON GELMINI – IL NUMERO DEI SUOI ACCUSATORI È SALITO A 59

    LA PASSIONE DI DON GELMINI – IL NUMERO DEI SUOI ACCUSATORI È SALITO A 59: TUTTI MITOMANI, RICATTATORI O IN CERCA DI VENDETTA? IN ALCUNI CASI È POSSIBILE, MA LA PROCURA DI TERNI STA SVOLGENDO ACCURATE INDAGINI SU ALMENO UNA VENTINA DI CASI…

    Ignazio Ingrao per Panorama

    Era il giorno di Natale del 1993. Avevamo festeggiato con le nostre famiglie a Molino Silla. La sera avevamo acceso il falò e don Pierino aveva fatto un bellissimo discorso. All’una e mezzo di notte viene a chiamarmi uno dei responsabili della comunità, Enrico, un giovane di colore che era arrivato da Firenze. Mi dice che don Pierino vuole vedermi e mi sta aspettando nella casetta nel bosco. Resto sorpreso per quella richiesta a un’ora così insolita. Enrico si offre di accompagnarmi. Gli rispondo che non c’è bisogno, posso andare da solo ma ho un po’ di paura. Raggiungo la casetta e trovo don Pierino che mi sta aspettando sorridente, con un grande vassoio di pasticcini sul tavolo.

    Mi offre da bere e mi fa assaggiare i dolci. Sono felice perché in comunità i biscotti sono razionati. Penso: appena Pierino si distrae prendo i dolci e con una scusa scappo via. Ma lui comincia a parlare, mi chiede le impressioni sulla giornata, si informa sul mio stato d’animo, parla dei miei genitori. Poi mi invita a dormire con lui, nella casetta. Non posso rifiutare ma mi infilo nel letto tutto vestito. Sono un pezzo di ghiaccio. Dopo un po’ don Pierino esce dal bagno in boxer e canottiera: è rosso in viso, sembra stravolto, mi guarda fisso negli occhi e si infila nel letto con me.

    Mi abbraccia, mi accarezza, mi tocca, cerca di slacciarmi i pantaloni. Anche la voce sembra trasformata: supplica, chiede, pretende. Resto immobile, gelato, come paralizzato. Pierino mi stringe sempre più forte, mima un amplesso. Non ce la faccio più. Cerco di divincolarmi. Finalmente riesco a liberarmi dal suo abbraccio. Salto giù dal letto e scappo via nel bosco».
    Sono accuse pesanti. È il drammatico racconto di A.R., 35 anni di Roma. Oggi è un affermato professionista ma dietro le spalle ha una storia di droga: ecstasy, cocaina, eroina. Le cose che leggerete sono le stesse che alcuni testimoni hanno già detto ai giudici di Terni che indagano sulle presunte molestie e violenze sessuali fatte dal fondatore della Comunità Incontro. E di queste accuse, i magistrati stanno valutando la veridicità.
    A.R. è stato ospite della Comunità Incontro di don Pierino Gelmini, prima a Capitone, poi a Molino Silla a cavallo tra il 1992 e il 1993. Dopo che lo scandalo è uscito sui giornali, il 9 agosto scorso si è presentato spontaneamente in procura a Terni, accompagnato dalla sua fidanzata, per raccontare le molestie e i tentativi di violenze che dice di aver subito da don Gelmini. Il pm titolare dell’inchiesta, Barbara Mazzullo, lo ha ascoltato per circa tre ore. Nelle settimane successive la procura di Terni ha cercato conferme e riscontri al racconto del giovane: la sua testimonianza è ritenuta fra le più significative e meritevoli di attenzione.

    Il verbale della sua deposizione è ancora secretato ma A.R. ha accettato di incontrare “Panorama” e riferire in esclusiva quanto dice di aver detto al magistrato. Fisico atletico, oltre un metro e novanta di altezza, ex giocatore di pallacanestro in B1, capelli e occhi scuri, lineamenti regolari, A.R. racconta di essere stato notato da don Gelmini fin dal loro primo colloquio: «Mi abbracciò, stringendomi forte, come faceva con tutti i ragazzi appena arrivati in comunità, mi baciò e mi disse che lo avevo colpito perché ero un ragazzo ipersensibile. Don Pierino ha un modo straordinario di guardarti, fisso negli occhi. Ti fa sentire subito la persona più importante del mondo. Dopo tanta sofferenza era come se mi sentissi finalmente a casa, dal mio vero padre».

    Presto però arriva la prima crisi, A.R. vuole lasciare la comunità, non sopporta più obblighi, orari e prescrizioni. Don Gelmini lo chiama a Molino Silla, lo invita a cena e poi si ferma a lungo a parlare con lui. «Quella sera ero pieno di angosce, mi mancava l’aria. Don Pierino però era stato gentile a volermi a tavola con lui e con i suoi collaboratori. Mi sentivo ancora una volta rinato. Dopo cena mi abbraccia, mi stringe e mi bacia sulla bocca. Lo faceva con tutti, anche apertamente. Ma questa volta mi bacia in un modo diverso. Resto turbato. Il giorno dopo mi invita a partire con lui per andare a Rimini e poi ad Assisi. Parto senza farmi troppe domande. Durante il viaggio non succede nulla, dormiamo in stanze separate».

    Qualche settimana dopo A.R. e don Pierino ripartono insieme per la Thailandia, dove la Comunità Incontro ha un centro per il recupero di tossicodipendenti e ragazzi di strada: «Rimasi colpito nel vedere i bambini thailandesi fare la fila ogni pomeriggio davanti alla porta della stanza di don Pierino. Li riceveva da solo, uno a uno. Non so cosa accadesse lì dentro ma mi chiedevo se forse anche con loro avesse avuto le stesse attenzioni che aveva riservato a me» racconta il giovane ex tossicodipendente.

    Nel frattempo A.R. viene trasferito da Capitone a Molino Silla, per stare più vicino al fondatore della Comunità Incontro. «Il tema dell’omosessualità di don Pierino non era mai trattato apertamente nei discorsi con gli altri ragazzi della Comunità. Qualcuno accennava qualcosa, ma poi si cambiava subito discorso. Ricordo che si era la sparsa la voce che un ragazzo era stato espulso dalla comunità perché non aveva accettato le avance di don Pierino. Ma per noi la comunità era l’ultima ancora di salvezza, denunciarlo significava perdere tutto».
    Ora il numero degli accusatori di don Gelmini è salito a 59: da quando si è sparsa la voce, numerosi ex ospiti della comunità si sono rivolti all’autorità giudiziaria. Mitomani, ricattatori, giovani in cerca di vendetta? In alcuni casi è possibile, visto che dalle stanze della procura di Terni trapela il convincimento che, fino a questo momento, non più di una ventina sono le testimonianze meritevoli di approfondimento. Il 17 agosto il capo della squadra mobile di Terni, Luca Sarcoli, ha raccolto la deposizione dell’attore Bruno Zanin, giovane protagonista di uno dei più famosi film di Federico Fellini, Amarcord. Anche Zanin ha accettato di riferire a Panorama cosa ha raccontato alla polizia.

    «Ho conosciuto don Pierino alla fine degli anni Sessanta, prima della nascita della Comunità Incontro. Veniva al Settebello, un locale frequentato da noi “capelloni” e ci diceva che se Cristo fosse tornato sarebbe stato un capellone. Ci colpiva quel prete che viaggiava su auto fuoriserie e parlava in modo così diverso dagli altri sacerdoti. Un giorno ero in compagnia del mio amico Mario De Merolis: non ce la passavamo molto bene e vivevamo di espedienti. A Villa Borghese incontrammo don Gelmini che ci invitò al ristorante.

    Accettammo volentieri. Dopo pranzo ci chiese se volevamo fare una doccia a casa sua. Era una villa vicino a Ostia, con un giardino e una piscina. Entrò in bagno con la scusa di portarci gli asciugamani e facendo il simpatico si propose di lavarci la schiena. Ci fece i complimenti, cominciò a scherzare toccandoci le parti intime e tentando di abbracciarci, baciarci. Noi ci difendevamo, lo respingevamo. Lui smetteva, poi ricominciava. Alla fine è riuscito a togliersi il capriccio. Dopo la doccia siamo fuggiti, rubandogli un crocifisso, pensando che fosse di valore».

    Ma il racconto di Zanin – anche questo da verificare – non finisce qui: «Qualche anno dopo a Spello, nella comunità di Carlo Carretto, incontrai M., un giovane umbro che mi raccontò di essere fuggito dalla comunità Incontro per le molestie subite da don Gelmini. M. non se la sente di presentarsi in procura per deporre contro don Gelmini, ha una situazione familiare delicata e vive in un piccolo centro. Suo figlio di 17 anni non sa nulla del suo passato e vuole dunque proteggerlo.

    Questo è il racconto che M. mi fece quel giorno: “Don Pierino mi invitava nel suo studio, mi offriva cose che venivano proibite in comunità, tipo alcol e sigarette, mi diceva che ero il suo prediletto, la luce dei suoi occhi, il suo cocco, e mi toccava e mi baciava. Io chiudevo gli occhi e pensavo alle sigarette che mi avrebbe dato dopo. Quando ne ho parlato con gli altri ragazzi qualcuno glielo è andato a riferire e lui mi ha punito trasferendomi in un’altra comunità, a Porchiano, da dove sono scappato”».
    Zanin ha fatto anche altri nomi alla polizia di Terni di giovani che sono usciti da Molino Silla e dichiarano di essere stati molestati dal sacerdote. Inoltre, qualche anno fa, un avvocato della Comunità Incontro, Gianni Arca, ha contattato Zanin offrendogli del denaro in cambio del suo silenzio. Arca non può confermare né smentire: alcuni mesi dopo è stato trovato morto in circostanze misteriose, nella sua casa in Sardegna.

    Gli inquirenti hanno messo sotto la lente anche il caso di un altro ex ospite della comunità, Fabrizio Franciosi, trovato morto nella sua auto il 23 novembre 1991 con ferite di arma da taglio. Il fratello gemello raccontò ai carabinieri che Fabrizio gli aveva detto di aver scoperto le violenze contro alcuni ragazzi e di essere stato minacciato e allontanato da Molino Silla. L’indagine è stata archiviata.
    Nel frattempo si è aperto un altro filone di indagini che riguarda i viaggi di Gelmini in Thailandia dove la comunità Incontro ha diverse sedi. Fin qui le indagini della procura e della squadra mobile di Terni. Ma lo scandalo sulle presunte molestie sessuali ha fatto emergere gli attriti all’interno della comunità che hanno causato il 13 marzo scorso, nel pieno dell’inchiesta della procura di Terni, le dimissioni di due tra i più stretti collaboratori di don Pierino: la segretaria personale del sacerdote, Maretta D’Ippolito, e il capo ufficio stampa, Aldo Curiotto. «Era una decisione presa da tempo, non sapevamo nulla delle indagini della magistratura» afferma Curiotto. La decisione dell’ex braccio destro di Gelmini e della segretaria del sacerdote è scaturita dal progressivo deteriorarsi dei rapporti al vertice della comunità. «Ci siamo progressivamente sentiti emarginati dalla comunità» confida la D’Ippolito.
    Dell’altra parte del gruppo ristretto che circonda il sacerdote (82 anni, ammalato di cuore e con problemi di vista) e gestisce tutti i suoi rapporti con l’esterno fa parte Antonio Chieppa, detto «il presidente», autista, bodyguard (armato e con regolare porto d’arma) e factotum di don Pierino, assai temuto dagli ospiti della comunità che non rispettano le regole. Accanto a lui ci sono Giampaolo Nicolasi e Marco Araclea (responsabile dei centri).

    Quindi un sacerdote cingalese, padre Bernard, che don Gelmini avrebbe indicato come suo successore, e il nuovo portavoce, lo psichiatra Alessandro Meluzzi. Chieppa, Nicolasi e Araclea sono i principali collaboratori di don Gelmini: le indagini e le intercettazioni telefoniche li vedono chiamati in causa. Padre Bernard, invece, grazie alla conoscenza delle lingue, aveva il compito di intrattenere i «rapporti internazionali» della comunità, in particolare con Cesare Martellino, ex procuratore di Terni e grande amico di Gelmini, ora all’Aia come responsabile per l’Italia di Eurojust.
    Anche un altro ex collaboratore di don Gelmini, Ugo Menichini, denuncia l’atmosfera pesante che si respirava ai vertici della Comunità Incontro. «Sono un ex sindacalista della Cgil, ho perso un figlio per la droga e sono venuto dalla Sicilia per aiutare don Pierino a fondare comunità di recupero in tutta Italia. Ma alla fine ho abbandonato tutto: non mi piaceva come alcuni responsabili trattavano i ragazzi. Un certo clima di intimidazione e violenza che vedevo intorno a me. Ma soprattutto non accettavo che don Gelmini utilizzasse il lavoro di tanti ex tossicodipendenti senza pagarli adeguatamente o pagandoli al nero».

    Dopo le denunce di Menichini, infatti, sono state aperte diverse cause di lavoro da parte di volontari ed ex collaboratori che sono un’altra spina nel fianco della Comunità Incontro. Ma soprattutto diversi testimoni denunciano l’esistenza di un piano da parte dei più stretti collaboratori per prendere progressivamente il controllo della Comunità al posto di Gelmini. Un piano che lo scandalo scoppiato durante l’estate avrebbe fatto saltare.
    Travolto da queste numerose accuse, il fondatore della Comunità Incontro, complice anche la bufera provocata dalle dichiarazioni sul complotto «ebraico-radical-chic» (che gli è costata la difesa dell’avvocato Franco Coppi), preferisce non parlare con Panorama e, attraverso il suo portavoce, Alessandro Meluzzi, fa sapere di «non voler fare eccezioni: parlerà solo nell’aula di tribunale, se sarà chiamato a farlo.

    Don Pierino è esterrefatto dall’attacco che sta subendo attraverso la stampa. Non ha intenzione di avallare con le sue dichiarazioni, campagne che mirano unicamente a screditarlo e sporgerà querela, con richiesta di danni in sede civile, nei confronti di tutti gli organi di stampa che hanno inteso colpirlo». Dopo il forfait di Coppi, il collegio di difesa del prete antidroga è stato integrato con l’avvocato romano Filippo Dinacci, che affianca Lanfranco Frezza.
    Ma il caso di don Pierino non riguarda solo la giustizia italiana. Il vescovo di Terni, Vincenzo Paglia, sta valutando se esistano gli estremi per l’apertura di un processo canonico a carico di Gelmini. Il sacerdote in passato aveva un ottimo rapporto con il cardinale Vincenzo Fagiolo, scomparso nel 2000 e presidente della commissione disciplinare della Curia romana. Oggi conta sull’amicizia in Vaticano di alcuni prelati influenti: in particolare i cardinali Alfonso Lopez Trujillo, Jorge Maria Mejía e l’ex arcivescovo di Boston, Bernard Francis Law, oltre a monsignor Carlo Liberati, prelato di Pompei. E, almeno per il momento, non sembra affatto intenzionato a porgere l’altra guancia ai suoi accusatori e per il 27 settembre prepara la consueta festa «Pane e mortadella».

    Dagospia 21 Settembre 2007

  • DON GELMINI PER I TIPINI FINI: “SE DIO È CON NOI NESSUNO PUÒ ESSERE CONTRO DI NOI”

    DON GELMINI PER I TIPINI FINI: “SE DIO È CON NOI NESSUNO PUÒ ESSERE CONTRO DI NOI”

    Reportage di Umberto Pizzi da Zagarolo alla festa dei giovani di Alleanza Nazionale

    1 – «QUALCUNO PENSAVA DI FARMI CADERE COME UNA PERA COTTA MA IO NON ABBANDONERÒ MAI»
    Marino Collacciani per “Il Tempo”

    Stringe con orgoglio un Premio. Tanti ne ha ricevuti nel corso di quarant’anni di lotta alla droga, al servizio del prossimo per affermare la «cultura della vita» contro la «cultura dello sballo». Ma quello ricevuto ieri a Roma, per don Pierino Gelmini è un riconoscimento dal sapore diverso, dopo quaranta giorni – uno per ogni anno della sua missione – di gogna mediatica in merito a presunti abusi sessuali. È riapparso solo ieri in un’occasione pubblica, ma il piglio è quello di sempre.

    Sentitelo: «Sicuramente c’è qualcuno che vuole fermarmi, che pensava di farmi cadere come una pera cotta, ma non è così. Io non abbandonerò la Comunità Incontro, costi quel che costi». È stato accolto come un trionfatore il «Don» alla festa nazionale di Azione Giovani, dove gli è stato consegnato il «Premio Atreju 2007». «Sono tranquillo, sereno e determinato – ha ribadito il prete anti-droga per eccellenza -. È Dio che mi fermerà, quando lui vorrà».

    In merito alle nuove rivelazioni a carico di alcuni suoi collaboratori, pubblicate da un noto quotidiano, il sacerdote le ha liquidate come «opinioni o accuse di mitomani che dopo questa gogna mediatica si sentono autorizzati a dire quello che vogliono. Tutti possono dire grandi stupidaggini. Non mi spiego le accuse – ha confessato – e mi affido solo al buon Dio e al mio lavoro». Foto, autografi, applausi, strette di mano: è stata un’accoglienza da star quella che i ragazzi di Azione Giovani, movimento giovanile di An, hanno riservato al religioso lombardo.

    Reduce da un’estate travagliata che lo ha visto accusato da diversi ex ospiti delle sue comunità, il sacerdote è stato accolto da Ignazio La Russa, Maurizio Gasparri, e dalla vice-presidente della Camera Giorgia Meloni, presidente di Azione Giovani. Al suo arrivo è Gasparri a sussurrare a Gelmini «siamo tutti con lei, tenga duro», per poi scortarlo amorevolmente verso il palco, quasi a rendere visibile il sostegno morale e politico incondizionato che Alleanza Nazionale riserva da sempre al battagliero sacerdote antidroga.

    «Voi giovani – ha scandito dal palco, tra gli applausi – non siete contenitori da riempire, ma fuochi da accendere. Sembra che oggi la droga sia necessaria come il pane, bisogna combatterla con coraggio e non impantanarsi nella palude del qualunquismo».

    Poi ampio spazio al suo carisma, tra una stoccata al centrosinistra («bisogna avere idee chiare, non si può allargare lo spettro delle droghe legali e poi fare le retate per la sicurezza») e impennate da oratore consumato, che infiammano la platea («io non mi rassegno, difendete i grandi valori, se Dio è con noi nessuno può essere contro di noi») don Gelmini ha ricevuto l’abbraccio del popolo dei giovani di destra, che gli hanno tributato una standing ovation di cinque minuti abbondanti.

    Dal palco, a esprimere «la rinnovata amicizia e solidarietà» al sacerdote, lo stesso Gasparri, secondo il quale «esiste la verità assoluta, che si decide solo lassù; quella processuale, della quale attendiamo gli esiti; e poi quella percepita, e per quanto ci riguarda quest’ultima ci parla di un uomo che combatte per la vita contro la droga, e merita sostegno oggi più di prima».

    2 – PRESSIONI DAL VATICANO SU DON GELMINI
    Francesco Grignetti per “La Stampa”

    In Vaticano speravano fortemente in un passo indietro di don Gelmini. Ma non è successo. All’esplodere dello scandalo, non soltanto pubblicamente il cardinale Marchisano dalle colonne della «Stampa», ma discretamente molte autorevoli voci della Curia romana avevano invitato don Pierino a lasciare la guida della Comunità Incontro. L’idea era che lui stesso nominasse un successore e così tenere l’associazione al riparo dalla bufera giudiziaria in arrivo. La risposta, però, è stata talmente veemente (don Gelmini disse al momento di rientrare ad Amelia, dopo la pausa estiva: «Erano pronti a prendersi le comunità… Ma pensavano di avere a che fare con un coniglio e invece hanno a che fare con un cane che morde») da far slittare l’operazione a tempi migliori.

    MASSIMA CAUTELA
    Il silenzio del Vaticano sull’intera questione non significa disinteresse. Tutt’altro. Il cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato quattro settimane fa era stato esplicito: «Voglio vederci chiaro». E poi: «Queste cose devono essere valutate con la massima obiettività e con il rispetto di ogni persona, ma anche con l’apprezzamento di istituzioni che hanno fatto tanto bene a persone disagiate». Ed è appunto questa la linea ufficiale. Massima cautela, equidistanza tra accusato e accusatori, e tanta preoccupazione per i pericoli che corrono le opere di bene che don Pierino ha creato in questi quarant’anni. La Santa Sede si rende infatti conto che la Comunità Incontro è una creatura del sacerdote, ma che potrebbe non sopravvivergli. Eppure ci sono tante sedi, in Italia e nel mondo, con persone che vi lavorano, dove ragazzi tossicodipendenti e le loro famiglie sperano di trovare un futuro di normalità.

    Alla ricerca di una «soluzione», è stato scandagliato il rapporto gerarchico che lega don Pierino alla Chiesa. S’è così scoperto che non dipende dal vescovo di Terni, nonostante la casa madre della Comunità sia ad Amelia. Il vulcanico sacerdote non dipende neppure dal vescovo di Grosseto, dove don Pierino prese i voti e dove, negli Anni Cinquanta, ebbe la sua prima parrocchia. Lì, a norma del diritto canonico, fu «incardinato». Sempre lì, in Maremma, da Roma lo spedirono a meditare tra il 1973 e il 1974 dopo la brutta esperienza del carcere.

    SENZA SUPERIORI
    Sennonché nel corso degli Anni Ottanta, quando l’esperienza della Comunità Incontro era in piena esplosione, e don Pierino era divenuto «esarca mitrato» della Chiesa greco-melchita (che usa formule liturgiche di origine bizantina ma riconosce obbedienza al Papa), ebbene il sacerdote fu «escardinato» dalla diocesi di Grosseto. Come racconta il vescovo Franco Agostinelli: «Don Gelmini non dipende più da questa diocesi da molti anni, da quando era vescovo il mio predecessore Adelmo Tacconi». E’ grazie al titolo di «esarca» che don Gelmini può indossare la mitra, l’anello, la croce in petto e il pastorale quando celebra la messa. Come se fosse egli stesso un vescovo, anche se non lo è.

    La conclusione dell’istruttoria operata in Vaticano, insomma, è che di fatto non c’è in Italia un vescovo o un parroco che sovrintenda a don Pierino. Ed è così da molti anni. Tanto più che egli ha sempre tenuto a ribadire l’assetto di associazione laica della Comunità Incontro, una Onlus registrata alla Camera di commercio di Roma. E se l’ottantenne don Pierino, segretario generale di un’associazione, non vuole mollare, c’è poco da fare. Anche per Santa Romana Chiesa.

    Qualche anno fa, in verità, don Gelmini aveva presentato in pubblico i sacerdoti a cui affidava il futuro della Comunità: don Enzo Pichelli e don Ezio Miceli. Ma di quel progetto non s’è più parlato. Adesso invece ha un gran ruolo il nuovo portavoce Alessandro Meluzzi. «Dopo avere parlato con don Pierino – ha detto ieri – non posso non esprimere l’angoscia per dovere assistere letteralmente all’uccisione realizzata con pallottole di parole che però trapassano oltre che l’anima anche la carne. Non si può uccidere preliminarmente con il discredito e l’aggressione, senza ancora un solo fatto consistente dal punto di vista giuridico, un uomo che in 50 anni ha salvato migliaia di vite».Premio «Atreju» a Don Gelmini. Lo consegneranno i Giovani di Alleanza Nazionale durante la loro festa intitolata al personaggio della «Storia infinita» di Ende.

    E’ l’ottava edizione ma r la prima volta dell’assegnazione dei premi «Atreju» consistenti in una fiaccola scolpita nel legno dall’artista Codognotto, che andranno appunto al generale Roberto Speciale, ex comandante generale della Guardia di Finanza, a Don Pierino Gelmini e al vicesindaco di Trieste presidente dell’associazione intitolata a Almerigo Grilz, inviato di guerra ucciso in Mozambico nel 1987. Poco dopo lo scoppio dello scandalo il cardinale Francesco Marchisano, «ministro» del lavoro della Santa Sede aveva dichiarato in un’intervista che don Piero Gelmini avrebbe dovuto affidare la comunità a un fiduciario «sarebbe una scelta di buon senso». Gli rispose don Pierino senza mezzi termini: «Dimissioni? Mai le dia lui. La mia è un’associazione laica, se volevano colpirci hanno mancato il bersaglio».

    Dagospia 17 Settembre 2007

  • Nel dossier degli inquirenti si citano abusi su ragazzi thailandesi e boliviani  «Don Gelmini molestò minori stranieri»

    Nel dossier degli inquirenti si citano abusi su ragazzi thailandesi e boliviani «Don Gelmini molestò minori stranieri»

    Il sacerdote avrebbe avuto rapporti con giovani thailandesi e boliviani. Altri casi nel 2005. La difesa: accuse infondate

    ROMA — Ci sono «molti ragazzi minorenni di origine thailandese e boliviana» che avrebbero subito molestie sessuali da parte di don Gelmini. Gli atti d’indagine della squadra mobile di Terni ricostruiscono la presunta attività illecita del fondatore della comunità «Incontro» di Amelia e individuano le sue potenziali vittime.

    Accertano altri reati che sarebbero stati commessi dal sacerdote. Ma delineano anche il ruolo dei suoi collaboratori che, in alcuni casi, avrebbero tentato di convincere i ragazzi a ritrattare le accuse. Gli accertamenti si concentrano in particolare su Pierluigi La Rocca, accusato di favoreggiamento perché avrebbe indotto uno dei giovani a scrivere una lettera per smentire quanto aveva già dichiarato ai pubblici ministeri, provvedendo a dettargli il testo.

    IL CSM — Ieri il Csm ha nominato Fausto Cardella nuovo procuratore di Terni al posto di Carlo Maria Scipio. Il cambio era previsto da tempo e non è in alcun modo legato a questa inchiesta come qualcuno aveva ipotizzato.

    Gli accertamenti procedono, entro qualche settimana i magistrati dovranno decidere eventuali provvedimenti nei confronti di don Pierino e delle persone che lavorano al suo fianco. Una «rete» di segretari, autisti, volontari che, come dimostrano gli atti, avrebbe cercato di depistare le indagini per dimostrare che le denunce per molestie non avevano alcun fondamento.

    La Rocca appare come uno dei più attivi in quello che gli investigatori definiscono «il tentativo di inquinamento delle prove ». Il primo giugno scorso viene interrogato, nega di aver esercitato «pressioni»: «Nel novembre del 2006 ero ad Avellino a casa di questa persona ed effettivamente ho assistito alla redazione della missiva, ma non sono stato io a chiedergli di scriverla». Poi ammette però che don Ezio Miceli, un sacerdote amico di don Pierino «ha regalato 5.000 euro alla madre del ragazzo perché ne aveva bisogno».Sono una parte dei soldi che, dice l’accusa, sarebbero stati versati alle famiglie delle presunte vittime per convincerle a chiudere la vicenda.

    Lo stesso don Gelmini avrebbe chiesto a un altro ragazzo di inviargli una lettera nella quale gli chiedeva perdono: In cambio gli avrebbe offerto 60.000 euro e un lavoro. «Me ne diede soltanto 2.000», ha chiarito l’uomo dopo aver svelato perché avesse inizialmente ritirato la denuncia. Nei mesi scorsi il sacerdote si è rivolto all’ex procuratore di Terni Cesare Martellino, per avere un aiuto. E il magistrato, che nel 2002 aveva archiviato un’inchiesta sugli stessi fatti e poi era diventato rappresentante per l’Italia di Eurojust, lo avrebbe rassicurato: «Dobbiamo vederci per pianificare una strategia»

    LA MISSIONE — Il prete manda all’Aja uno suo collaboratore, un imprenditore romano, ex preside dell’Istituto tecnico della comunità. È la stesso che si reca a Torino per «avere informazioni su uno dei ragazzi che aveva presentato denuncia». Proprio per questo comportamento don Gelmini è ora accusato di concorso in false informazioni al pubblico ministero. La sua posizione si è aggravata nelle ultime settimane, dopo l’arrivo di nuove denunce in cui si parla di molestie subite da molti ragazzini stranieri e italiani. «Roba già nota e infondata », ha già commentato il suo legale Lanfranco Frezza.

    I magistrati hanno però deciso di rileggere anche i vecchi fascicoli e tra gli altri stanno esaminando il caso di Fabrizio Franciosi, giovane ospite della comunità fino al 1991. Figlio di un consigliere della Repubblica di San Marino il ragazzo fu trovato morto il 23 novembre dello stesso anno. Era nella sua auto e aveva ferite di coltello al collo. Il fratello gemello raccontò ai carabinieri che Fabrizio gli aveva detto di aver scoperto le violenze contro alcuni ragazzi e di essere stato prima minacciato e poi allontanato. 

    All’epoca non si trovarono riscontri, ma ora i familiari del giovane potrebbero essere convocati per sapere se abbiano ricevuto confidenze più precise sulle violenze sessuali. La polizia ha già accertato che gli ultimi episodi di molestie risalirebbero a due anni fa.

    Fiorenza Sarzanini
    14 settembre 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/14/gelimini_minori_stranieri.shtml

  • Io, molestato da don Pierino Gelmini

    Io, molestato da don Pierino Gelmini

    di Caterina Coppola
    Giovedì 13 Settembre 2007

    Abbiamo raccolto la testimonianza di Bruno Zanin, molestato da don Gelmini. “Ci portò a casa sua. Mentre ero in bagno entrò e si rivelò per quello che era. Ero solo un ragazzino”.

    È un uomo maturo, ormai, Bruno Zanin, scrittore, giornalista free lance con un passato da attore, un uomo che ha sofferto molto prima di trovare il modo di vivere con serenità il suo orientamento sessuale. Colpa di una giovenzza vissuta in tempi molto diversi da quelli odierni, forse, ma anche delle esperienze, di abusi e seduzioni devianti subite da ragazzino in un collegio salesiano.

    Ma è Don Pierino Gelmini che è diventato il chiodo fisso di Bruno.
    «Erano i tempi in cui la Beat Generation cominciava a confrontarsi con gli Hippies, i capelloni, come ci chiamavano allora – ci racconta Bruno -. Io ero scappato di casa e mi ritrovavo insieme agli altri ragazzi a Piazza di Spagna a Roma. Don Gelmini ai tempi si faceva chiamare “il monsignore”, e veniva a cercarci nei nostri luoghi di incontro, nei locali che erano diventati le nostre mete preferite. Ci raccontava che la Chiesa e il Vaticano erano molto vicini ai nostri ideali e che se Gesù fosse vissuto in quel tempo, sarebbe certamente stato un capellone. Era molto carismatico ed istrionico, ma la voce che allungasse le mani e che ci avesse provato con qualcuno aveva cominciato a circolare. Insomma, che fosse omosessuale si diceva già con una certa insistenza».

    la voce che allungasse le mani e che ci avesse provato con qualcuno aveva cominciato a circolare
    Gli anni a cui si riferisce Bruno sono gli anni della contestazione, il ’68 e il 69, quelli in cui si cominciava a parlare di ‘rivoluzione sessuale’. «C’era un altro religioso che frequentavamo allora – continua Bruno -, un diacono francese che aveva una soffitta dietro Piazza Navona dove appoggiavamo i nostri zaini e, ogni tanto, dormivamo. Lui era un bravo cristiano. Aveva un orientamento omosessuale anche lui, ma nessuno si è mai lamentato di comportamenti molesti come invece avveniva con Gelmini, del quale tra l’altro, si diceva che fosse molto ricco. Parlava tanto di ideali hippy, di ritorno alle origini e alla natura, ma andava in giro in Jaguar».

    Nonostante siano passati molti anni da questi fatti, i ricordi di Zanin sono ancora molto limpidi.
    «Successe poco tempo dopo che mi trovavo a Villa Borghese con un amico e lui si avvicinò. Non so se si ricordasse di me o se fu un caso. Cominciò a fare il simpatico e ci chiese se avessimo fame – ricorda Bruno -. Ci invitò a mangiare qualcosa in trattoria e poi, dato che era inverno e faceva molto freddo, ci portò a casa sua perché Quando capì che noi non avremmo ceduto, disse che questi erano ‘scherzi da prete’, cioè le cose che fanno i preti perché non possono andare con le donne.
    potessimo farci una doccia. Mentre eravamo in bagno a lavarci, entrò e si rivelò per quello che era. Insisteva, nonostante i nostri rifiuti. Quando capì che noi non avremmo ceduto, disse che questi erano ‘scherzi da prete’, cioè le cose che fanno i preti perché non possono andare con le donne. Ci vergognammo moltissimo del suo atteggiamento. Era un uomo di 40 anni passati e noi dei ragazzini. E poi era un uomo di chiesa! E io, che avevo vissuto delle bruttissime esperienze, non li sopportavo proprio i tipi come lui, per questa loro doppiezza che li portava a predicare una cosa e fare, poi, l’opposto».

    Niente di nuovo, per Bruno, ma ciò nonostante una situazione sempre dolorosa e imbarazzante. L’episodio finì lì. Gelmini, stando alla testimonianza di Zanin, trovò il modo per «chiudere la cosa e togliersi il capriccio» precisa Zanin. I ragazzi però, a modo loro, si vendicarono. «Aveva la casa piena di oggetti di ogni genere: crocefissi e madonne d’oro, d’argento di tutti i tipi – racconta Bruno -, c’erano anche statue , come dire, pagane, nude. Beh, scegliemmo un crocefisso che secondo noi era d’oro e diamanti. Lo vendemmo a Porta Portese per 1.000 lire: era falso».

    Continuano a passare gli anni e Bruno diventa attore (reciterà, tra l’altro, il ruolo di Titta Biondi in ‘Amarcord’ di Fellini). «Un giorno leggo sui giornali che il tal monsignor Gelmini è finito in galera con accuse pesanti e il giornalista non nasconde che ci sia stato anche qualche problema per le sue abitudini sessuali rivolte a minorenni».

    Da quel momento Bruno perde le tracce di Don Gelmini. Sparito. Zanin comincia a fare i conti con sé stesso e con la sua omosessualità. «Non avevo abbandonato la ricerca di una spiritualità. Ero omosessuale? Non lo ero? La cosa non mi era chiara: avevo storie con ragazze, ma mi innamoravo anche di ragazzi e questo non lo accettavo. Le esperienze vissute in collegio mi avevano segnato, la mia sessualità era stata pervertita e violata – racconta Bruno, che su questa vicenda ha scritto un libro, ‘Nessuno dovrà saperlo’ – Non ero gayo, nel senso di gioioso, come si dice oggi. Ero, invece, disperato. Ho provato più volte il suicidio e sono stato in un ospedale psichiatrico. Ho cercato una risposta nella spiritualità ovunque potesse essere: nell’induismo, nello yoga, nella preghiera del cuore . Una volta feci un lungo pellegrinaggio a piedi fino ad una comunità religiosa di Spello, tenuta da un laico, Carlo Carretto ex presidente dell’Azione Cattolica, che si era opposto alle ingerenze della Chiesa in questioni come l’aborto e il divorzio”. Nell’ex convento umbro Bruno fu sistemato in una cella insieme ad un altro ragazzo. “Preparati”, mi dissero, “quel ragazzo ha problemi di droga” – ricorda Zanin -. “È scappato da una comunità di recupero ed è in crisi d’astinenza. Non ti farà dormire”. Quella notte non dormimmo, ma lui mi raccontò le sue esperienze. A cominciare da quella nella comunità da cui era scappato». Il centro in cui si era ritrovato quel giovane, era uno di quelli gestiti da don Gelmini.

    Domani pubblicheremo la seconda parte delle confessioni di Bruno Zanin.

    http://www.gay.it/channel/attualita/23397/Io-molestato-da-don-Pierino-Gelmini.html

  • Gelmini: Si allunga la lista delle testimonianze.

    Gelmini: Si allunga la lista delle testimonianze.

    Si allunga la lista delle testimonianze. In due hanno raccontato che all’epoca delle presunte molestie erano minorenni Don Gelmini, 50 le denunce per abusi Le accuse da ex ospiti della sua comunità. Sospetti su pressioni per ritrattare

    ROMA — È come se avessero preso coraggio all’improvviso, trovando la forza di rivelare segreti fino ad allora apparsi inconfessabili. Sono una cinquantina le persone che durante l’estate hanno presentato formale denuncia contro don Pierino Gelmini.

    Si sono unite al coro di chi lo accusa di averli molestati, insidiati, a volte violentati. La maggior parte si è presentata spontaneamente davanti al pubblico ministero di Terni. Ha ripercorso episodi di tanti anni fa che, hanno detto in molti, «mi hanno cambiato la vita». Due di loro hanno raccontato di aver subito abusi dal fondatore della comunità «Incontro» — che assiste i tossicodipendenti in programmi di recupero — quando erano minorenni. Non c’è ancora una nuova contestazione formale, ma se queste dichiarazioni trovassero conferma, la posizione del prete già indagato per violenza sessuale, potrebbe aggravarsi. Perché si tratterebbe di episodi di pedofilia e dunque un reato diverso da quello finora ipotizzato nei suoi confronti.

    LE INDAGINI — I magistrati procedono con cautela, sanno bene che in casi del genere ci può essere una sorta di suggestione, talvolta anche un desiderio di rivalsa. Ma sanno anche che i collaboratori più stretti di don Gelmini si sono attivati per convincere alcuni giovani a ritrattare. In almeno due casi avrebbero cercato di incontrare chi aveva presentato la denuncia, avrebbero offerto soldi e favori per tentare di mettere tutto a tacere. E questo ha naturalmente contribuito a confermare il quadro accusatorio già delineato dai pubblici ministeri. Al fascicolo gli investigatori della squadra mobile di Terni hanno allegato decine e decine di intercettazioni telefoniche che mostrerebbero questa volontà di alcuni operatori della comunità di favorire don Gelmini. La voce del prete si sente raramente nei colloqui. Ad ascoltare le registrazioni sembra che ad occuparsi della vicenda siano i responsabili della sua segreteria. Sono loro a tenere i contatti con chi accusa, a tentare di far cambiare idea a chi ha fatto riaffiorare i ricordi.

    I magistrati hanno già verificato una trasferta a Torino di uno di loro che sarebbe stata organizzata per incontrare in carcere due giovani detenuti che erano stati tra i primi a presentare denuncia. Ora si va avanti. Il primo accertamento da svolgere per verificare i nuovi verbali riempiti nelle ultime settimane riguarda il periodo di permanenza di ogni giovane all’interno della comunità. Poi bisogna verificare che tipo di legami avessero con il fondatore, se ci siano stati problemi, quali siano stati i rapporti successivi. Sembra che in alcuni casi gli episodi raccontati siano molto circostanziati, che alcuni abbiano anche indicato testimoni in grado di confermare le proprie dichiarazioni. Soltanto al termine dei nuovi controlli, il magistrato deciderà eventuali provvedimenti. A metà agosto era circolata voce che potesse essere richiesta al giudice per le indagini preliminari una misura interdettiva per impedire un eventuale inquinamento delle prove. In realtà erano in corso altri riscontri e proprio in questi giorni si starebbe rivalutando la possibilità di sollecitare un pronunciamento del gip.

    LA DIFESA — Inizialmente erano sei le persone che avevano raccontato le violenze. Uno ha narrato fatti risalenti al 1993, ha detto di essersi anche confidato con don Mazzi quando si è trasferito nella sua comunità. Il sacerdote ha confermato di aver ricevuto quelle confidenze, di aver consigliato al giovane di rivolgersi ad uno psicologo, di aver continuato ad aiutarlo prima di perdere le sue tracce. «Mi accusano — si era difeso don Gelmini — perché li ho allontanati dalla comunità. Alcuni di loro erano stati scoperti a compiere reati e sono stati cacciati. È la loro vendetta. Sono innocente e dunque resto assolutamente tranquillo. Porto la croce e prego per loro». Aveva anche attaccato la lobby ebraica e la massoneria come ispiratrici «di questa campagna diffamatoria contro di me» e ciò aveva spinto il suo avvocato Franco Coppi ad abbandonare la difesa. Ma poi la lista si è allungata, altri tre ragazzi sono usciti allo scoperto dopo aver saputo che era stata avviata un’inchiesta. E con il trascorrere delle settimane le denunce sono diventate decine. Adesso è possibile che don Gelmini decida di farsi nuovamente interrogare per continuare a respingere quelle che ha sempre definito «fantasie».
    Fiorenza Sarzanini
    11 settembre 2007

    http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2007/09_Settembre/11/don_gelmini_abusi_sessuali_sarzanini.shtml