-Francesco Zanardi – A Savona, la prima panchina in Italia contro gli abusi su minori e persone vulnerabili
Indubbiamente un grande pregio per la Città di Savona che ha visto nascere 13 anni fa nel piccolo capoluogo ligure quella che oggi è la più grande ed attiva organizzazione italiana a livello internazionale in tutela delle vittime di violenza sessuale da parte delle Confessioni religiose.
Associazione che nei decenni ha contribuito a dare vita ad altre importanti realtà, promotrici dell’iniziativa come ECA Global Justice Project.
Il Coordinamento Italy Church Too fondato nel 2022, promotore dell’iniziativa che raccoglie varie realtà sul territorio italiano.
Un tema importante quello veicolato dalla Panchina viola, come quello della violenza sulle donne, contro il bullismo e via dicendo. Temi che purtroppo la stessa cronaca documenta siano nei fatti poco sentiti, tanto da produrre ancora oggi troppe vittime anziché tanta prevenzione.
Spesso dimentichiamo che gli occhi e gli orecchi della Giustizia sono anche quelli della coscienza civile dei cittadini.
Un dato purtroppo indiscutibile e significativo, come il fatto che quella di Savona sia la prima iniziativa in Italia sul tema.
Questo probabilmente perché i bambini non si lamentano fino a quando non diventano adulti e comprendono, quanto le persone vulnerabili e, quindi forse nessuno aveva mai pensato a dare voce anche quei bambini e quelle persone vulnerabili.
Siamo quindi lieti di annunciare l’inaugurazione della prima panchina italiana sabato 24 alle ore 16 in piazza Giulio II dove insieme al Presidente della Rete Francesco Zanardi, il Consigliere Comunale Aureliano Pastorelli e le varie Istituzioni che risponderanno all’invito, daremo vita al primo impianto di questa bella iniziativa che parte dalla Liguria e che vede già le adesioni dei Comuni di Spotorno e Quiliano.
-Federica Tourn – Una vittima di Rupnik parla in conferenza stampa degli abusi subiti da don Marko Rupnik
«Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.
Le parole di Gloria Branciani sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.
«Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Gloria Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».
«Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».
Fonte: Domani
-Pierelisa Rizzo – Prete denunciato per violenza sessuale e spaccio
Il prete di Desenzano in provincia di Brescia accusato di spaccio e violenza sessuale ha venduto la casa in cui avrebbe organizzato diversi festini a luci rosse.
A segnalare il sacerdote è stato un trentunenne che vive a Desenzano ha raccontato di essere stato minacciato e di aver ricevuto il pagamento di alcune prestazioni sessuali. La situazione è poi degenerata la scorsa estate quando a inizio agosto una donna trans si si è spogliata e ha minacciato di suicidarsi dopo essersi lanciata da una finestra è scappata per le strade di Desenzano stando al racconto di alcune persone che erano presenti in casa
L’uomo di 65 anni avrebbe provato una specie di esorcismo avrebbe anche detto Esci da questo corpo A casa del sacerdote è stata trovata cocaina i residenti hanno deciso di allontanare il sessantacinquenne perché infastiditi dalle continue feste e serate.
Durante la perquisizione degli del commissariato di Desenzano è stata trovata cocaina per questo motivo nei suoi confronti è scattata anche una denuncia per detenzione ai fini di spaccio mentre per questa accusa ha parlato di debolezze per quella di violenza sessuale minaccia nega qualsiasi coinvolgimento.
Nel frattempo in questi mesi la diocesi di Verona ha nominato il suo sostituto come Cappellano della fondazione San Angela Merici Onlus.
Fonte Fanpage
– Federico Tulli – Nessun prete è “padre” di nessuno
La pedofilia è l’annullamento della realtà umana del bambino. Avendo parlato negli anni con centinaia di vittime e raccolto le loro testimonianze mi sento di dire che questa definizione della pedofilia elaborata dallo psichiatra e psicoterapeuta Massimo Fagioli sia quella più precisa in assoluto.
L’effetto immediato della violenza sullo sviluppo psico fisico della vittima è devastante. È come se fosse un omicidio psichico che aggredisce e distrugge la vitalità e impedisce di realizzare la propria identità sessuale. Cioè una dimensione interiore specifica dell’essere umano.
È bene evidenziare che la vittima non è mai scelta a caso dal pedofilo. È un bambino solo, isolato, “ignorato” dai genitori oppure senza genitori. Prima della violenza fisica c’è quella psichica che consiste nel sostituirsi alle figure adulte di riferimento della vittima, nel carpire la sua fiducia.
Il pedofilo è una persona che pianifica lucidamente la violenza, agendo in un contesto che gli consenta di farla franca e dopo aver scelto con cura il suo bersaglio. Ecco cosa mi ha raccontato una volta l’avvocato Luciano Santoianni del Foro di Napoli, legale con lunga esperienza in questo campo: «Il pedofilo circuisce la vittima giocando sull’ambiguità e inducendolo alla confusione.
Quando c’è un rapporto di fiducia o affettivo, l’abuso è compiuto in maniera subdola, rasentando la linea di demarcazione che ci può essere con un rapporto amicale. La sua è una condotta violenta ma è raramente esercitata con violenza». Un altro aspetto che emerge dalle testimonianze e che ricorre in molti casi di pedofilia è commentato dallo psichiatra Andrea Masini: «C’è una grande ambiguità che però è tutta all’interno del pensiero religioso e che consiste nel farsi chiamare “padre” da parte degli “educatori”.
Per un bambino che non ha più figure femminili di riferimento, questo appare come un tentativo di ricostruire almeno il rapporto col genitore, che però non è reale perché nessun prete è padre di nessuno. È questa ambiguità “calcolata” che apre la strada alla violenza pedofila». Masini tocca poi un altro tasto delicato. I numeri sulla diffusione della pedofilia nel clero suggeriscono infatti l’ipotesi che molti pedofili si scelgano apposta determinate professioni.
«Non c’è dubbio che l’organizzazione della Chiesa risponda a certi requisiti. Il pedofilo, da calcolatore qual è, sa che il suo comportamento sarà coperto dal silenzio delle gerarchie ecclesiastiche. Perché all’esterno deve rimanere integra la figura del sacerdote misogino, che non ha rapporti sessuali e non ne deve avere. Un altro caso, ma di tutt’altro tipo, poteva essere rappresentato dall’esercito. Dove finiva un certo tipo di paranoici, perché “sapevano” che l’istituzione avrebbe coperto la loro patologia».
«Mi sono trovata nel silenzio per troppi anni e oggi chiedo verità, trasparenza e giustizia per le religiose che hanno subito violenza», ha detto Gloria Branciani, durante la conferenza stampa convocata il 21 febbraio a Roma da Anne Barrett Doyle, condirettrice di BishopAccountability.org, per denunciare le coperture del caso di don Marko Rupnik, l’ex gesuita e artista accusato di abusi da almeno una ventina di religiose.
Le parole di Gloria Branciani, che per prima nel dicembre 2022 aveva denunciato a Domani le violenze sessuali, psicologiche e di coscienza subite da Rupnik negli anni ’90, quando era una suora della Comunità Loyola, sono risuonate particolarmente gravi a cinque anni dal summit in Vaticano, voluto da papa Francesco proprio per dire basta agli abusi clericali e agli insabbiamenti da parte dei vescovi. Quell’incontro solenne sulla protezione dei minori, che si era tenuto dal 21 al 24 febbraio 2019 ed era stato definito uno storico spartiacque sulla difesa dei bambini e delle persone vulnerabili nella Chiesa, secondo BishopAccountability.org, l’associazione americana che dal 2003 si batte contro gli abusi nella Chiesa cattolica, si è dimostrato nei fatti un clamoroso fallimento.
«Abbiamo deciso di parlare per opporci al muro di gomma che le autorità ecclesiastiche hanno alzato in tutti questi anni», ha spiegato Mirjam Kovač, che negli anni ’90 era la segretaria della superiora della Comunità Loyola Ivanka Hosta (qui l’intervista a Domani e che due anni fa ha scritto una lettera aperta alle autorità ecclesiastiche per sostenere la richiesta di giustizia di Glora Branciani. «Non posso accettare che dagli ambienti vicino a Rupnik veniamo definite donnicciole infatuate di lui: il nostro non è desiderio di rivalsa ma necessità di un riconoscimento pubblico per il male che abbiamo sofferto», ha aggiunto Branciani, rievocando gli abusi subiti. «Rupnik è entrato nella mia psiche, ha fatto pressione sulla mia personalità e sulle mie emozioni nel tentativo di cambiare nel profondo la mia identità, incluso il mio progetto vocazionale. Ogni mio dubbio veniva considerato come una parte fragile che doveva essere integrata, una deviazione dal carisma. Se non accondiscendevo alle sue richieste sessuali, diceva che era a causa di un mio impoverimento spirituale; mi manipolava continuamente per farmi diventare obbediente, mansueta, infantile: a sua disposizione».
«Il caso di Rupnik ricorda quello dell’ex cardinale Theodore McCarrick – ha affermato Barrett Doyle – le autorità ecclesiastiche erano a conoscenza dei suoi crimini almeno dagli anni ’90 ma non sono intervenute, anzi, lo hanno protetto ignorando la sofferenza delle vittime». La copresidente di BishopAccountability.org, intervistata da Domani, ha parlato di gestione irresponsabile da parte della Chiesa: «Non stiamo parlando di un atteggiamento complessivamente brillante con qualche incoerenza qua e là, ma di un modello continuo di sostegno a molestatori noti e con accuse credibili». «Non è che il papa sia bloccato dai membri della curia nell’applicare le norme sulla protezione delle vittime, o che a volte sia debole di cuore – ha aggiunto Barrett Doyle – Credo che sia contrario alla riforma. Ecco perché i cambiamenti da lui attuati dopo il vertice si sono rivelati del tutto inadeguati e non hanno avuto alcun impatto percepibile».
«Quando papa Francesco parla con rabbia di un problema, non si tratta dello stupro di bambini e adulti vulnerabili da parte di preti. No, si preoccupa del male del pettegolezzo – ha detto ancora Barrett Doyle – penso che consideri le vittime come dannose perché dal suo punto di vista fomentano i pettegolezzi».
Laura Sgrò, che si è occupata di diversi casi noti, primo fra tutti la scomparsa di Emaunela Orlandi, ha ora assunto la difesa delle due ex religiose. Durante la conferenza stampa ha esortato altre vittime a denunciare, non alla Chiesa ma alle autorità dello Stato. Sul processo canonico che si dovrà riaprire a carico di Rupnik per le accuse di abuso risalenti agli anni ’90, che nel 2022 erano state giudicate prescritte dal Dicastero per la Dottrina della Fede, Sgrò ha sottolineato che intende chiedere l’accesso al procedimento. Gloria Branciani e Mirjam Kovač nei mesi scorsi sono già state contattate dal Dicastero ma hanno preferito non presentarsi senza un avvocato. La partita è aperta e non si esclude la richiesta di risarcimento.
«Se la Chiesa ha una speranza di riformarsi, questa viene esclusivamente dalle pressioni esterne», ha sostenuto Anne Barrett Doyle. Lo si vede già in alcuni paesi, dove il clero non può più rifarsi al sigillo della confessione per rifiutarsi di denunciare gli abusi alle forze dell’ordine. «Penso che la Santa Sede alla fine sarà costretta a rinnovare il diritto canonico in modo radicale – ha concluso Barrett Doyle – Fino ad allora, gli scandali continueranno e, peggio ancora, le aggressioni sessuali, distruggendo vite innocenti».
Rupnik è stato espulso dalla Compagnia di Gesù nel luglio scorso per violazione del voto di obbedienza ai suoi superiori e successivamente incardinato nella diocesi di Capodistria, in Slovenia. Il Centro Aletti, di cui è stato il fondatore, continua a funzionare sotto la direzione di Maria Campatelli, che è stata ricevuta in udienza dal papa lo scorso 15 settembre. Nel frattempo, i mosaici a “marchio Rupnik” dell’atelier artistico del Centro non hanno mai smesso di essere prodotti e venduti in tutto il mondo.
Vengono allo scoperto per la prima volta in pubblico due presunte vittime del gesuita Marko Rupnik.
Si tratta di Mirjiam e Gloria, due donne slovene ex componenti della Comunità Ignazio di Loyola.
“Ci siamo conosciute in comunità – ha spiegato in una conferenza stampa Mirjam con al fianco Gloria – eravamo tutte ragazze giovani, piene di ideali ma proprio questi ideali insieme alle nostra formazione all’obbedienza sono stati sfruttati per abusi di vario genere: di coscienza, di potere, spirituali, psichici, fisici e spesso anche sessuali”.
“Ci siamo trovate davanti a un muro di gomma – hanno detto in una conferenza stampa presso la sede della Stampa Estera a Roma -, che il muro si sgretoli”.
Dello sterminato Archivio Vaticano si è parlato nel 2020, quando le immense e segrete stanze furono aperte per fare luce sul pontificato di Pio XII. In carica dal 1939 al 1958, il Pontefice fu contestato soprattutto riguardo ai suoi silenzi sullo sterminio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale.
Sotto la guida di monsignor Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio segreto, furono ordinati sedici milioni di fogli, quindicimila buste e duemilacinquecento fascicoli che riguardavano il Papa. All’epoca i legali della famiglia Orlandi chiesero al Vaticano di fornire, con l’occasione, l’accesso al dossier che riguarda l’indagine sulla scomparsa di Emanuela Orlandi: “Visto che il Papa ha deciso di aprire l’Archivio Vaticano per il Pontificato di Pio XII nel 2020, facciamo un appello al pontefice affinché ci dia accesso al dossier”.
Il libro di monsignor Pagano: nessun documento sul caso Orlandi
Nessuna risposta. E adesso, a distanza di quattro anni, monsignor Pagano, che ha pubblicato un libro-intervista con il giornalista Massimo Franco dal titolo ‘Secretum’, ha detto che all’interno dell’archivio non c’è alcun documento sul caso di Emanuela Orlandi. Secondo Pagano, inoltre, l’Archivio non può contenere i documenti più recenti. Su Emanuela Orlandi, ha detto, “qui non abbiamo una riga”.
Non solo. Secondo il monsignore, c’è ben poco anche in altri archivi del Vaticano: “Quel che seppi alcuni anni or sono dall’allora archivista della Prima Sezione della Segreteria di Stato, monsignor Assunto Scotti, sacerdote da me molto stimato, è che nel loro Archivio ci era solo, come di prassi, una cartella con echi di stampa sul caso che nominavano il Vaticano”. In ogni caso, “se si troveranno documenti su quel caso, saranno certo consegnati agli inquirenti”.
Il presunto dossier sul caso Emanuela Orlandi
Il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro, ha parlato di un dossier che sarebbe stato commissionato da padre Georg Gänswein al capo della gendarmeria vaticana proprio su Emanuela Orlandi. Questo dossier sarebbe stato visto da Paolo Gabriele, l’ex maggiordomo di Benedetto XVI, sul tavolo di padre Georg, spillato in una cartellina trasparente. “A me padre Georg disse che un fascicolo riservato c’era e che avrei dovuto insistere con la segreteria di stato per farmelo dare”, ha dichiarato l’avvocata della famiglia Orlandi, Laura Sgrò.
A Verissimo, padre Georg ha però smentito l’esistenza di un dossier sulla scomparsa di Emanuela Orlandi:
“Una volta ho chiesto di fare un promemoria su quale fosse la situazione in quel momento in merito al caso Emanuela Orlandi. Mi hanno fatto un appunto, ma non c’era niente di nuovo, nuove conoscenze o nuove indagini. Ma dopo Pietro Orlandi ha detto in un’intervista che io avrei un dossier. Ma non è vero, non ho alcun dossier. Se lui pensa a questo appunto, era un promemoria sullo status quo, che poi ho dato a papa Benedetto. Ma io non ho mai avuto o fatto fare un dossier, perché non c’entravo. Io non credo che si troverà qualcosa di nuovo su questo caso”.
Ha provato a giustificare gli abusi con un momento di fragilità. “Ero depresso, chiedo scusa”. Ma non è bastato a convincere il pm che per lui ha chiesto 10 anni di carcere. “La depressione non si cura con la pedofilia”, ha detto avanzando la richiesta, come riportato da la Repubblica. Questo è quanto emerso dall’ultima udienza del processo che vede imputato Mirko Campoli il professore di religione e dirigente dell’Azione Cattolica accusato di violenza sessuale nei confronti di due ragazzini.
Gli abusi sui ragazzini
I fatti risalgono a quando i ragazzini avevano 12 e 16. Il dodicenne veniva spesso affidato dai genitori a Campoli che, grazie ai ruoli che rivestiva nell’Azione Cattolica e a scuola, era ritenuto una persona di cui ci si poteva fidare. Invece, avrebbe compiuto violenze per quattro anni e si sarebbe fermato soltanto con l’arrivo della pandemia e il relativo lockdown. Gli abusi sarebbero avvenuti almeno una volta al mese, a Tivoli, a Guidonia e in altre zone: anche durante una gita a Gardaland, per un totale di circa 50 violenza sessuali.
Nel secondo caso, invece, ad essere abusato sarebbe stato un ragazzo di 16 anni durant eun campo scuola a Loreto, in provincia di Ancona. Ma una volta a processo, in questo caso, Campoli avrebbe negato.
Le indagini e la ricostruzione
Le indagini sono partite dopo alcuni anni dai fatti, quando i due ragazzini hanno rivelato quanto accaduto alle loro fidanzate. Così sono scattate le denunce e partiti gli approfondimenti. Nel processo anche Garante per l’infanzia e l’adolescenza nel Lazio, Monica Sansoni, che si è costituita parte civile.
“Tutto è iniziato a Gardaland”, ha spiegato Campoli. Di occasioni per stare insieme ai ragazzi avrebbe potuto trovarne tante: insegnava religione ed era vicepreside di una scuola di Tivoli, era segretario nazionale e presidente diocesano dell’Azione Cattolica ed era incaricato regionale dell’ufficio scuola e università della Cei.
Dopo gli abusi, però, secondo quanto emerso e quanto riportato dall’avvocato di parte civile nel processo, avrebbe comprato il silenzio dei ragazzini con regali e soldi. “La sofferenza ha causato in uno dei ragazzini anche la ludopatia – ha spiegato il legale – La denuncia tardiva è sintomo dello stato in cui si trovavano i ragazzi”, ha poi concluso.
Il processo
L’ultima udienza del rito abbreviato è previsto il prossimo 7 marzo, insieme alla sentenza. Per lui il pm ha chiesto la condanna a 10 anni di reclusione a cui si aggiunge il pagamento di un milione di euro per i ragazzi, mezzo a testa. “Devono sapere che non sono soli e che noi crediamo a loro. Non è una vendetta, ma giustizia. Un atto di pedofilia, un crimine così grave, non si può giustificare con la depressione, non si può giustificare in alcun modo”, ha spiegato la garante Sansoni.
Ma potrebbe non trattarsi dell’unico processo a carico di Campoli: la Procura di Tivoli ha chiuso una seconda indagine. Secondo quanto emerso avrebbe abusato acnhe di due fratellini di 12 e 10 anni che vivevano in una casa famiglia in zona Boccea, che accoglie i minori vititme di maltrattamento, abuso e abbandono. Li avrebbe avvicinati e violentati mentre dormivano o in dormiveglia.
La rete della pedofilia nel Lazio
Non solo Mirko Campoli. “La chiesa sapeva ma non ha denunciato”, questa l’accusa scagliata da Francesco Zanardi, presidente di ‘Rete L’Abuso’ tramite Fanpage.it. “Sono casi noti e questo non è l’unico, ce ne sono a decine ma non succede nulla finché non scoppia il caso mediatico”, ha spiegato.
Oltre a Campoli, negli scorsi mesi è stato denunciato un altro insegnate, stavolta un professore di religione di un liceo di Latina. Secondo gli elementi raccolti dagli inquirenti i due si conoscevano e si scambiavano materiale pedopornografico. Non è un caso se, a seguito di queste scoperte, gli agenti della polizia pontina stanno cercando di ricostruire la rete, laziale e non solo. Proprio a seguito di queste indagini, qualche settimana fa, avrebbero fatto irruzione in una chiesa, cercando materiale compromettente.
Papa Francesco è stato accusato di opporsi a riforme che affronterebbero seriamente il problema degli abusi sessuali da parte del clero su bambini e adulti vulnerabili, mentre “chiudono un occhio” sui preti che aggrediscono le suore e le costringono ad abortire.
Francesco ha promesso di “non risparmiare sforzi” per assicurare alla giustizia i preti pedofili e i vescovi che hanno nascosto i loro crimini in un vertice senza precedenti nel febbraio 2019, un evento che avrebbe dovuto segnare un punto di svolta nella gestione di uno scandalo che ha coinvolto il mondo intero. Chiesa cattolica da decenni.
Una settimana prima del vertice, Francesco è diventato il primo pontefice ad ammettere pubblicamente che anche i preti avevano abusato sessualmente delle suore , alcuni dei quali hanno condiviso testimonianze durante l’evento, e si è impegnato a fare di più per combattere il problema.
Tre mesi dopo, il Vaticano ha stabilito procedure affinché ogni diocesi possa denunciare accuse di abusi e promuovere la responsabilità per le azioni di vescovi e cardinali. Francesco ha anche abolito la regola del “segreto pontificio” – una sorta di codice di riservatezza – nel tentativo di migliorare la trasparenza nei casi di abusi sessuali.
Cinque anni dopo, gli attivisti per i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero affermano che Francesco non ha mantenuto le sue promesse e che le nuove regole hanno avuto scarso impatto.
Martedì Anne Barrett Doyle, co-fondatrice di BishopAccountability, che tiene traccia di presunti casi di abusi sessuali da parte del clero, ha citato 10 casi dal 2019 che presumibilmente mostrano che il papa ha favorito i vescovi e i chierici accusati rispetto alle loro vittime. I casi includono quello di Marko Rupnik, che è stato scomunicato nel 2020 dopo accuse di violenza sessuale e psicologica contro suore risalenti a tre decenni fa, ma nel 2023 è stato accettato in una diocesi nella sua nativa Slovenia.
“Una cosa sarebbe se venissimo qui per parlare di un buon record generale con qualche incoerenza occasionale, ma non lo siamo, stiamo parlando di un modello continuo in cui il Papa sostiene gli accusati di abusi”, ha detto Doyle ai giornalisti a Roma. . «Non è che questo papa non abbia un cuore riformatore o magari venga bloccato da altri membri della curia. Credo che sia contrario alle riforme: le sue misure sono state progettate per produrre un impatto minimo”.
Nel frattempo, il Vaticano era a conoscenza degli abusi sulle suore da parte dei preti già da decenni prima che Francesco lo riconoscesse pubblicamente, ma “non è venuto fuori nulla dal suo impegno” nel combattere la questione, ha detto Doris Reisinger, un’attivista e sopravvissuta agli abusi sessuali del clero che ha scritto un documento di ricerca sulle ragazze e le donne messe incinte dai preti e sui loro successivi aborti forzati.
“Mentre il papa condanna pubblicamente l’aborto, paragonandolo all’assunzione di un sicario, chiude un occhio sui preti che costringono le suore ad abortire”, ha detto Reisinger.
Reisinger ha affermato che, sebbene alcune suore si fossero fatte avanti riguardo agli abusi dal 2019, la maggior parte di loro erano troppo spaventate per parlare apertamente. C’è scarsa cura per le suore vittime di abusi, molte delle quali sono state cacciate dai loro ordini e rese senza casa, e secondo il diritto canonico “non hanno alcuno status”, ha detto.
“Il papa ha ammesso gli abusi sulle suore ma non ha preso provvedimenti”, ha detto Reisinger. “E non abbiamo mai sentito un papa o un vescovo riconoscere l’aborto forzato per mano dei preti. Trattano sempre l’aborto come una questione femminile, ma non hanno mai parlato dei preti che costringono ad abortire, nonostante sappiano che sta succedendo”.
Nella sua ricerca, Reisinger si era imbattuta in casi in cui il sacerdote aveva pagato per un aborto, inclusa un’occasione in cui veniva utilizzato il denaro della raccolta dell’offertorio.
Federica Tourn – Un’altra ex suora testimonia contro don Marko Rupnik
«Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».
A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.
Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno 2023 dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.
Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.
Fonte: Domani
Francesco Zanardi
– 15 anni di abusi e silenzi sui chierichetti del Papa: il caso trasferito a Como
Quando la Corte d’appello della Città del Vaticano ha emesso, il 23 gennaio scorso, la sentenza per le scandalose vicende del Preseminario San Pio X, per un attimo si è riaperta una faglia dolorosa. Ma come accade spesso, quando viene messa in discussione un’istituzione globale come la Chiesa, si è subito richiusa.
E la storia dimenticata, insabbiata, nascosta, dei “chierichetti del Papa” che vivevano accanto alle residenze di Benedetto XVI e di Francesco. Dietro quelle mura si sono consumati episodi torbidi di sesso, denunciati con coraggio da due ragazzi. Uno era la vittima, oggi trentenne, l’altro il testimone oculare.
Per anni le loro parole sono rimaste inascoltate dalle gerarchie, non solo nell’istituto che accoglieva i “ministranti” della Basilica di San Pietro, ma anche nella catena di comando che portava alla Segreteria di Stato. Almeno sette cardinali e tre vescovi ne erano al corrente, informati da lettere puntuali e non anonime.
Adesso i giudici hanno accertato che un colpevole c’è stato, ma solo per corruzione di minore, infliggendo 2 anni e 6 mesi a Gabriele Martinelli, tuttavia da tempo sacerdote a Como.
Eppure la condanna rischia di dissolversi con il ricorso in Cassazione, così come è evaporata l’accusa più grave di violenza sessuale continuata, consumata nelle camerate del Preseminario, oggi fatto trasferire per decisione di papa Francesco.
L’assoluzione con il dubbio di Martinelli e la prescrizione del favoreggiamento contestato al rettore don Enrico Radice, per non aver dato credito alle confidenze della vittima, hanno consegnato una verità incompiuta, ridotta a una fornicazione tra adolescenti. Una giustizia senza condanna. Chi ha denunciato gli abusi diceva il vero, chi li negava ha mentito.
Qui si è riaperta la faglia dolorosa in quanto dopo l’esito della giustizia ecclesiastica a Como si apre un nuovo procedimento, ma questa volta da parte della giustizia italiana e nel quale la Rete L’ABUSO si è costituita parte civile.
Askanews – Fatto Quotidiano
Alessio Di Florio – «La pedofilia potrebbe essere entrata anche nel destino di Emanuela»
Un alto prelato molto vicino a Wojtyla «Si faceva portare da due o tre massoni che aveva sempre attorno tre o quattro ragazzine sui 12-13 anni, consenzienti … Si faceva dare le mutandine e faceva da solo, poi gli dava qualche soldino e loro contente se ne andavano. Non le toccava, erano ragazzine che andava a prendere in certi ambienti, zingarelle. E questo me lo diceva come un fatto divertente». È quanto una fonte interna vaticana ha rivelato a Pietro Orlandi, lo ha reso noto il fratello di Emanuela Orlandi durante il sit in del mese scorso a Roma.
Il 4 febbraio Pietro Orlandi ha mostrato una lettera durante la trasmissione Verissimo su Canale 5.
«Poco più di un anno fa sono stato contattato da una persona che mi ha detto di essere convinta che Emanuela sia stata portata effettivamente a Londra”, racconta Pietro Orlandi, secondo cui si rafforza dunque la pista di Londra, che vedrebbe Emanuela Orlandi nella capitale del Regno Unito per almeno 14 anni. “Questa persona mi ha raccontato che Emanuela viveva nell’appartamentino a fianco al suo, appartenente ai padri scalabriniani”, spiega Pietro Orlandi, che mostra per la prima volta a Verissimo la lettera che questa persona gli ha fatto recapitare e che porterebbe la firma del cardinale Poletti, anche se non ne è provata l’autenticità.
L’informatore ha spiegato anche a Pietro Orlandi di aver conosciuto Ugo Poletti perché, all’epoca dei fatti, era membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR). “Secondo questa persona ci sarebbe la pedofilia dietro alla scomparsa di Emanuela Orlandi. Un giro molto ampio in cui questo membro dei Nar faceva parte come braccio operativo”, afferma Pietro Orlandi, che si augura di poter essere ascoltato dalla procura per fare luce su questa vicenda: “Spero di essere convocato per poter fare il nome di questa persona”. La lettera – se autentica – sarebbe stata inviata dal cardinale Poletti all’ex segretario di Stato inglese Frank Cooper e riguarderebbe proprio il caso di Emanuela Orlandi, che dal contenuto della lettera sembrerebbe essere incinta».
«Egregio Dott. Cooper, la ringrazio per essersi messo a disposizione in prima persona per la risoluzione immediata del problema totalmente inaspettato ed indesiderato. Come sono sicuro Le sia stato spiegato dai miei collaboratori nel Regno Unito ed ha sicuramente appreso dai giornali internazionali, la Sig.na Emanuela Orlandi è stata protagonista di vicende di primaria importanza nel panorama diplomatico internazionale e tutt’ora è di vitale importanza che la Sig.na Orlandi rimanga viva o in salute. Per quanto con l’Apostolicae Sedis è chiara la visione del Vaticano nello stabilire che anche un feto all’interno del grembo materno possiede un’anima, comprendo la Sua preoccupazione ed, essendone coinvolto in prima persona, condivido anche parte del suo pensiero. Pertanto, accetto il Suo invito a Londra, informandoLa che partirò personalmente per il Regno Unito il giorno 24 Febbraio. Cordiali saluti»
Fonte Wordnews
Pierelisa Rizzo – La direttiva Ue, cancella reato stupro
La Fondazione Una Nessuna Centomila, istituzione che promuove la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne, guarda con grande preoccupazione a quello che sta avvenendo intorno alla Convenzione di Istanbul.
Ancora una volta sul corpo delle donne si sta giocando una partita che favorisce equilibri di potere a discapito di diritti faticosamente conquistati”.
“Da quando il nostro Paese nel 2013 ha ratificato la Convenzione – si legge in una nota -, molte delle misure elencate hanno costituito la base per poter legiferare contro la violenza sulle donne.
Certo siamo lontani, soprattutto nell’ambito della prevenzione, dagli standard legislativi e culturali che la Convenzione richiede ma averli come obiettivi ha prodotto strumenti di condivisione sociale e politica e pressione istituzionale nel realizzarli o nel decidere di negarli”.
“Cresce allora l’indignazione – si legge ancora – nel constatare che dopo gli sforzi di questi dieci anni per cercare e ottenere determinati risultati oggi ci sia il tentativo di tornare indietro nel tempo. Siamo come sempre l’oggetto sacrificale”.
La fondazione ricorda che la direttiva europea, proposta a marzo 2022 quale istituto indispensabile per applicare sanzioni agli Stati membri in presenza di inadempienze, in via di approvazione, elimina l’articolo che definisce, e quindi sanziona, il reato di stupro come rapporto sessuale in assenza del consenso esplicito della donna. Non sono più incluse le molestie sessuali nel mondo del lavoro e per quanto riguarda la violenza online: la vittima dovrebbe provare il danno subito dalla circolazione di proprie immagini private.
“Per noi questo è un clamoroso passo indietro rispetto ad una Convenzione a cui bisogna aspirare nella sua completezza e non certo ridimensionare nei suoi strumenti conclude la nota -.
E quello che colpisce è la mancanza di dibattito politico. Se in Europa in questo momento si discute, in Italia invece non è dato sapere quale sarà la posizione del nostro Paese in merito. Un silenzio assordante, quel silenzio che alle donne si chiede di spezzare e di cui invece le istituzioni si nutrono”.
Fonte Ansa
Federico Tulli – Quando la vittima non è un ragazzino
di Federico Tulli – Chi subisce violenza da parte di membri del clero è nell’80 per cento dei casi di sesso maschile. Ma la storia dice che in ambito ecclesiastico è diffusa anche la violenza al ‘femminile’ e sulle donne. Risale al 2008 la più dura condanna comminata a una suora per pedofilia: 11 anni. Si tratta di Norma Giannini, direttrice dal 1964 di una scuola media cattolica di Milwaukee negli Stati Uniti. Ma non si può dimenticare, in Italia, il caso di Eva Sacconago morta suicida a 26 anni, con la sua aguzzina, colpevole di abusi sin da quando lei ne aveva 15, condannata a 3 anni e sei mesi.
Abbiamo chiesto un commento a Sue Cox cofondatrice di Survivors Voice Europe, associazione internazionale che si occupa di tutela dei diritti delle vittime. «È sempre difficile, se non impossibile, per un sopravvissuto riuscire a ottenere giustizia, indipendentemente dal fatto che sia uomo o donna», spiega Sue Cox. «Spesso le vittime sono persone sole e con uno scarso reddito e un’istruzione appena sufficiente, per via del trauma subìto durante l’infanzia. In queste condizioni si trovano sovente sole contro la Chiesa, che invece lotta in ogni singolo caso con tutte le risorse possibili. Spesso ci sono voluti anni prima che le vittime si siano fatte avanti, cosa su cui il Vaticano fa affidamento perché così scatta la prescrizione del reato.
Bisogna capire che i sopravvissuti hanno una ferita talmente profonda da essere facilmente spaventati e manipolati anche in età adulta, e ancor meno trovano la forza per combattere. La Chiesa ha una lunga esperienza da astuta manipolatrice. Ci sono alcuni encomiabili avvocati pronti a combattere per difendere questi clienti, ma il Vaticano mette ogni possibile e immaginabile ostacolo sul loro cammino».
In che modo? «Cercando di screditare le vittime, usando ogni singolo cavillo legale, ogni piccola tattica per ritardare le procedure. In questo modo i processi si trascinano per anni e le vittime sono spesso logorate, al punto di ritrovarsi incapaci di continuare la battaglia giudiziaria. Ci sono diversi casi di suicidio di persone abusate prima di arrivare a ottenere una qualsiasi forma di giustizia. Tradizionalmente la Chiesa ha sempre sottovalutato e spesso sfruttato le donne. C’è sempre stata una specie di scusante rispetto ai crimini sessuali contro le ragazze in base al concetto ridicolo secondo il quale la violenza sembra più ‘naturale’.
L’abuso dei ragazzini ha certamente creato ulteriori difficoltà alle gerarchie ecclesiastiche e ai responsabili diretti. Ma dovrebbe essere considerato per quello che è: un orrendo crimine. Tutti, e sottolineo ‘tutti’, gli abusi sui bambini vanno contro qualsiasi legge umana, mentre le ragazze spesso scoprono che la loro storia appare meno importante. Probabilmente perché è così che sono percepiti da quella cultura che si rifà al pensiero della Chiesa cattolica. L’abuso sessuale è potere, è l’umiliazione, è la sottomissione di un essere umano più debole per la ‘soddisfazione’ personale di avidi criminali che non hanno alcuno scrupolo verso le loro prede. È un crimine contro l’umanità».
ATTENZIONE: questa storia contiene dettagli inquietanti.
Quasi 50 anni dopo il suo primo giorno alla scuola elementare Holy Trinity di North Vancouver, “John Doe” ricorda ancora con orgoglio le scarpe con la fibbia che indossava come parte di un’uniforme che comprendeva un maglione rosso, una camicia bianca e pantaloni blu.
Aveva sei anni. E sarebbe stato un anno di ricordi che Doe aveva cercato di scacciare per tutta la vita: la morte di suo padre, il passaggio improvviso a una scuola cattolica e il suo stupro da parte di un insegnante di educazione fisica e del prete che governava le operazioni della Holy Trinity.
Cinque decenni dopo, il cinquantacinquenne – il cui vero nome è protetto da un divieto di pubblicazione – prese posizione in un’aula della Corte Suprema della British Columbia a New Westminster nel tentativo di ritenere la Chiesa cattolica responsabile delle azioni di Ray Clavin e padre John. Kilty.
“Mi sentivo molto sicuro. Come qualcosa che mancava nella mia vita”, ha detto Doe lunedì descrivendo le sue prime impressioni su Kilty, un uomo che viveva accanto alla scuola.
I bambini andavano a casa di Kilty durante la ricreazione. Lasciò che lo guardassero mentre si radeva. Doe si sedette sulle sue ginocchia.
“Gli ero estremamente affezionato”, ha detto Doe. “Ho amato Padre Kilty.”
“Kilty governava la parrocchia”
Durante le prossime quattro settimane, Doe spera di convincere un giudice che la Chiesa cattolica dovrebbe essere ritenuta direttamente responsabile per tutta la vita delle sofferenze che Doe sostiene di aver subito a causa degli abusi di Clavin e Kilty.
Il processo civile è unico. La Chiesa cattolica – rappresentata nel procedimento come entità giuridica denominata Arcivescovo cattolico romano di Vancouver – ha ammesso che l’abuso è avvenuto e ha accettato la responsabilità indiretta.
Ma la chiesa nega che ci sia stata negligenza.
Come ha spiegato l’avvocato di Doe, Sandy Kovacs, nella sua dichiarazione di apertura, Doe vuole che il giudice Catherine Murray lo consideri un “tutore dell’interesse pubblico” – invitando danni punitivi contro la chiesa per aver consentito abusi attraverso una cultura radicata che dà potere ai pedofili.
“Kilty governava la parrocchia. I parrocchiani e il personale docente erano sottomessi al suo potere e alla sua autorità”, ha detto Kovacs al giudice.
“Sentirai che [John Doe] non è stata l’unica vittima di Kilty.”
“È terrificante in un modo così sconcertante”
Poco più di una dozzina di persone si sono radunate su due panche di legno in un’aula di tribunale al quarto piano per vedere Doe prendere la parola come primo testimone del processo.
Ha detto a Kovacs di aver perso sei chili a causa dello stress la scorsa settimana. Ha detto che la sua temperatura corporea andava su e giù. Si sedette, poi si alzò, lamentandosi della reclusione. Ha detto che aveva un “prurito inscalfibile” sulla gamba; continuava a chinarsi lo stesso per grattarlo.
I suoi ricordi erano frammentari. Doe ha detto che anni di terapia lo hanno portato a questo momento: “Non sono più disgustato da quanto sono disgustato da me stesso”.
Ha descritto gli abusi di Kilty durante un pigiama party nella casa vicino alla scuola. Era una serata scolastica. Kilty invitò il ragazzo nel suo letto. Doe ricordava di aver visto un barattolo di vaselina.
“Non voglio che non gli piaccio”, ha detto. “Ci sto provando, ma il mio corpo lo rifiuta completamente.”
Alla domanda sugli abusi di Clavin, si è ricordato dell’insegnante di ginnastica che gli urlava contro in uno scantinato. Ricordava di essere stato in una stanza senza vestiti. E più tardi fluttuare lontano dal suo corpo per guardare Clavin sdraiarsi sopra di lui.
“È terrificante in un modo così sconcertante”, ha detto. “Fino all’assurdo.”
“Il problema continua”
Secondo una memoria depositata prima del processo, Clavin è stato condannato per due capi d’accusa di violenza sessuale negli anni ’90. Kovacs ha detto che non si sa dove si trovi oggi.
I documenti del tribunale affermano che nel 2020 la chiesa ha anche riconosciuto che Kilty era “accusato in modo credibile di abusi sessuali da parte del clero storico”.
Kilty morì nel 1983. Due decenni dopo, si fece avanti la prima di numerose vittime.
Kovacs ha detto che si aspetta di chiamare come testimone un uomo che ha subito abusi da Kilty nel 1967.
“Parlerà delle sue osservazioni sul comportamento degli insegnanti e delle suore attorno a padre Kilty, e di ciò che descrive come una cultura del ‘non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male’”, ha detto.
Si prevede che il processo ascolterà anche le testimonianze dei vescovi di Saskatoon e Prince George, entrambi i quali secondo Kovacs erano stati chierichetti alla Holy Trinity e avrebbero testimoniato della relazione tra Kilty e Clavin.
Kovacs ha anche detto che intende chiamare testimoni esperti per testimoniare sugli abusi sessuali istituzionali – e in particolare sugli abusi all’interno della Chiesa cattolica.
Ha detto che uno di quei testimoni, Thomas Doyle, è un prete cattolico romano che ha prestato servizio presso l’ambasciata vaticana a Washington negli anni ’80.
“Vi dirà che gli abusi sui bambini da parte di Kilty e Clavin non erano un’anomalia”, ha detto Kovacs al giudice.
“Nonostante le innumerevoli dichiarazioni, spiegazioni, assicurazioni e scuse da parte della Chiesa istituzionale in tutto il mondo, il problema continua – e il benessere delle vittime non sembra essere una delle maggiori preoccupazioni”.
In risposta alla denuncia di Doe, l’arcivescovo cattolico romano di Vancouver ha negato la responsabilità diretta per gli abusi di Kilty e Clavin, affermando che non esisteva una “cultura operativa” che consentisse agli uomini di aggredire sessualmente i bambini nella scuola.
Anche se una tale cultura fosse esistita, la Chiesa afferma di “negare di esserne stata complice o di aver agito in altro modo con negligenza come presunto o di aver agito affatto”.
Federica Tourn – Pubblicato il primo report sugli abusi nella Chiesa evangelica in Germania
La vescova Kirsten Fehrs, presidente del Consiglio della Chiesa evangelica in Germania (Ekd), la più popolosa unione di chiese protestanti tedesche per un totale di oltre 19 milioni di fedeli, ha dovuto fare Mea culpa di fronte agli sconvolgenti primi risultati dell’ampio studio sugli abusi nelle chiese e nelle sue organizzazioni; studio fortemente voluto dalla stessa Ekd che lo ha finanziato tre anni fa con ben 3,6 milioni di euro di investimento, all’indomani dell’emergere di varie testimonianze di abusi raccolte nel tempo.
Lo studio fa parte di un pacchetto completo di misure per la protezione dagli abusi e molestie sessuali, che il Sinodo Ekd ha deciso di adottare a novembre 2018. Da allora, la Chiesa evangelica ha istituito un consiglio consultivo per la protezione contro la violenza. Ci sono commissioni indipendenti nelle chiese regionali che riconoscono l’ingiustizia che si è verificata.
I dati sono effettivamente sconvolgenti: il team di ricerca indipendente ha identificato almeno 2200 vittime accertate, che sommate ai casi in fase di accertamento, potrebbero portare a oltre 9 mila i minori vittima di abusi nella Chiesa evangelica dal 1946 a oggi, con un numero di presunti abusatori che supererebbe le 3 mila unità. Un terzo fra loro sarebbero pastori e vescovi, gli altri operatori che lavoravano per organizzazioni legate alla chiesa, Diaconia in particolare.
Secondo i ricercatori, lo studio mostra solo la “punta dell’iceberg”. Sono stati valutati circa 4.300 dossier disciplinari, 780 dossier personali e circa 1.320 altri documenti. risultati pubblicati mostrano che il 64,7% delle vittime erano uomini e circa il 35,3 donne. Gli imputati, inoltre sono quindi quasi esclusivamente uomini (99,6%). Secondo lo studio circa tre quarti di loro erano sposati al momento del primo reato. La gravità del crimine è molto varia: la maggior parte dei crimini sono le cosiddette azioni pratiche, il che significa che c’è stato un contatto fisico con le vittime, dall’assistenza con contatto fisico pressante non necessaria durante le lezioni di sport alla penetrazione». L’obiettivo è un’analisi complessiva delle strutture protestanti e delle condizioni sistemiche che promuovono la violenza sessuale e rendono difficile affrontarla.
Fonte: Riforma e Agensir
Francesco Zanardi – Fa sedere una ragazza su di sé e la tocca: sacerdote condannato.
Un sacerdote e una ragazza, poco più che maggiorenne e atti di natura sessuale che hanno visto il prete, condannato ieri a una pena di 3 anni di reclusione, oltre all’interdizione per cinque anni dai pubblici uffici.
Secondo quanto accertato dal tribunale di Rovigo, il prete, dopo aver fatto sedere sulle proprie gambe la giovane, le avrebbe infilato le mani dentro i pantaloncini, toccandola nelle parti intime, poi le avrebbe baciato il collo e, dopo averle slacciato il reggiseno, l’avrebbe palpeggiata. Un atto sessuale inaspettato per la ragazza, affetta da una fragilità psicologica, che ha configurato il reato di violenza sessuale, pur nella sua ipotesi lieve e senza il riconoscimento dell’aggravante, che invece l’accusa aveva contestato, ovvero di abuso dei poteri inerenti alla qualità di ministro di un culto.
Un episodio che risale al 3 luglio del 2022. E che, un mese dopo, la giovane ha denunciato ai carabinieri. I fatti si sono svolti a casa del sacerdote dove ha ricoperto l’incarico di collaboratore pastorale.
Da parte sua, il religioso africano ha spiegato di aver ingenuamente toccato la pancia della ragazza, ma di non aver compiuto atti di natura sessuale come quelli descritti dalla giovane.
ilgazzettino
Alessio Di Florio – “Verità e Giustizia per Emanuela”
L’altissima partecipazione alla manifestazione del 13 gennaio scorso “Verità e Giustizia per Emanuela” è stata la prima forte risposta a chi vuole silenziare, far dimenticare, impedire oltre quarant’anni dopo che sul rapimento di Emanuela Orlandi cali una definitiva e totale omertà, sull’ampio sistema di ricatti di cui è stato il tassello di un puzzle, come Pietro Orlandi ha scritto su facebook in risposta ad un commento sotto il post in cui ha pubblicato una delle interviste rilasciate nei giorni precedenti la manifestazione. Omertà che continua a far rima con depistaggi, verità di comodo, confusione strumentalizzando e falsificando fatti, atti e parole. Un gioco sporco, come lo ha definito il curatore di Notte Criminale Alessandro Ambrosini che nel dicembre 2022 pubblicò l’audio “Vatican Shock”, dopo quanto fu scatenato contro Pietro Orlandi nelle ore successive ad una dichiarazione nella trasmissione televisiva DiMartedì.
«Diddi è furbo. Preferisce cercare una verità di comodo provando a scaricare la colpa sulla famiglia» si legge nel titolo dell’intervista a Pietro Orlandi pubblicata da MowMag l’11 gennaio scorso. Intervista in cui il fratello di Emanuela Orlandi ha criticato la mancanza di “limiti di tempo”, e le sue conseguenze, che ha pubblicamente dichiarato Diddi.
Il “promotore di giustizia” (virgolette nostre perché di promozioni di giustizia in un anno non ne abbiamo visto, anzi) vaticano, l’anno scorso ha cercato di opporsi all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta e per almeno due volte ha ferocemente attaccato Pietro Orlandi e la sua famiglia e l’avvocato Laura Sgrò. Affermando che Pietro Orlandi e l’avvocato Sgrò si sarebbe rifiutati di collaborare non fornendo nomi ed elementi utili, cosa nettamente falsa ha ribadito con forza varie volte Pietro Orlandi, e insinuando sulla famiglia stessa.
In quegli stessi giorni, dopo che per mesi era stata scatenata una campagna di attacchi, tentativi di delegittimazione e insulti contro Pietro Orlandi, contro di lui ci sono stati due episodi a dir poco inquietanti. Nel silenzio e senza nessun turbamento da parte di chi ha strumentalizzato e falsificato sue dichiarazioni, di chi si è prestato solo a difendere la cupola vaticana e a portare acqua a depistatori e silenziatori in servizio permanente. Nessun rispetto per la famiglia e la ricerca della verità da parte di tanti cicisbei e totale allineamento ad ogni ambiente vaticano.
Lo scorso anno dopo essere stato convocato dal promotore Diddi , in seguito all’inchiesta su Emanuela , lo stesso Diddi tramite mezzo stampa disse che ci rifiutavamo di fare nomi. Falso. Questa di seguito è la lista di nomi inserita nel memoriale che consegnai a Diddi . Persone che sarebbe importante fossero convocate e ascoltate perché alcuni sono a conoscenza di fatti altri potrebbero confermare fatti . Queste persone non furono mai ascoltate nella prima e seconda inchiesta , anche perché il Vaticano nella prima inchiesta respinse le rogatorie internazionali presentate dai magistrati italiani.
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Cardinale Giovanni Battista Re,come persona informata sui fatti
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Mons. Carlo Maria Viganò, persona informata sui fatti riguardante la telefonata dei presunti rapitori arrivata presso la sala stampa il 22 giugno 83, tra ke 20 e le 21
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Cardinale Leonardo Sandri,persona informata sui fatti riguardante la telefonata dei presunti rapitori arrivata presso la sala stampa il 22 giugno 83, tra ke 20 e le 21
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Sua Eminenza il Cardinale Tarcisio Bertone, persona informata sui fatti riguardanti l’incontro in Procura tra il comandante della gendarmeria Giani , il suo vice Alessandrini e il magistrato Capaldo
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Sua Eminenza il Cardinale Angelo Becciu, persona informata sui fatti riguardanti l’incontro in Procura tra il comandante della gendarmeria Giani , il suo vice Alessandrini e il magistrato Capaldo
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Cardinale Santos Abril Y Castelló, persona informata sui fatti ( nel 2014 presidente della commissione cardinalizia dello ior e arciprete della basilica di Santa Maria Maggiore)
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Monsignor Giovanni Morandini persona informata sui fatti in relazione all’invito ,nell’estate dell’83, tra la presidenza del consiglio e la Santa sede , in riferimento al rapimento di Emanuela, di “ non aprire una falla che difficilmente di potrà’ chiudere”
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Sua Eminenza il Cardinale Stanislaw Dziwisz persona informata sui fatti
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Sua Eminenza il Cardinale Emery Kobongo persona informata sui fatti
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Monsignor Pierluigi Celata collaboratore , all’epoca, del card Casaroli e padre spirituale di Marco Accetti( indagato nell’ultima inchiesta archiviata nel 2015)
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Sua Eminenza il Cardinale Salvatore de Giorgi Sua Eminenza il Cardinale Julian Herranz;
questi due cardinali, insieme al cardinale Josef Tomko, deceduto nel 2022, tre cardinali hanno fatto parte della Commissione, creata da Papa Ratzinger, per indagare sulla fuga di documenti riservati e su altre vicende delicate della Chiesa. I cardinali hanno consegnato al pontefice la loro relazione all’epoca di Vatileaks a Papa Benedetto XVI.
Secondo quanto riferisce la stampa, al momento delle dimissioni. “Il Papa (Benedetto XVI, na) ha deciso che gli atti dell’indagine di cui solo lui è a conoscenza siano a disposizione del futuro pontefice”.
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Mons. Jozef Kowalezyk e Mons. Tadeusz Rakoczy; dalle dichiarazioni del card Dziwitz ,riportate nel suo libro del 2007 , erano persone vicine e intime di Giovanni Paolo II al punto che spesso agli inizi del suo pontificato uscivano con Wojtyla e lo stesso card Dziwitz nottetempo all’insaputa di tutti. Potrebbero essere a conoscenza di fatti legati al rapimento di Emanuela.
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Don Piero Vergari; indagato per concorso nel sequestro di Emanuela Orlandi e molto intimo di Enrico De Pedis e della di lui vedova, Carla Di Giovanni. Fu oggetto di intercettazioni da parte della Procura di Roma che certo non denotano un comportamento limpido del prelato.
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Sua Eccellenza Mons. Georg Gänswein; Segretario personale di Papa Bendetto XVI, a conoscenza degli incontri tra il magistrato Capaldo e i due emissari della Santa , il comandante della gendarmeria Giani e il suo vice Alessandrini.
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Mons. Peter Welles; nel 2012 Assessore per gli Affari Generali alla Segreteria di Stato e molto vicino a Mons. Gänswein. Secondo quanto riferito da Mons. Valentino Miserachs, maestro di canto corale di mia sorella, fu interrogato, per volontà di Papa Benedetto XVI, il 4 maggio del 2012 dal Comandante Giani e alla presenta di Mons. Wells. Attualmente è Nunzio in Thailandia, Cambogia e Laos.
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Mons. Ettore Balestrero; nel 2012 era Sotto – Segretario per i rapporti con gli Stati. Considerato uomo-chiave” del Pontificato di Benedetto XVI. Attualmente è Nunzio in Congo. Da ascoltare come persona informata sui fatti.
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Il Dottor Domenico Giani; ex Comandante della Gendarmeria Vaticana, persona informata sui fatti
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Il Cavaliere Costanzo Alessandini; ex Vice- Comandante della Gendarmeria Vaticana, Persona informata sui fatti
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Dottor Giancarlo Capaldo; magistrato in pensione della Procura di Roma, che potrà riferire sulla presunta “trattativa”
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Dottor Giuseppe Pignatone; già Procuratore della Repubblica di Roma e attuale Presidente del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano, che potrà riferire sulla presunta trattativa
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Mons. Gianfranco Piovano; avrebbe riferito di sapere che Emanuela Orlandi era stata sepolta presso il Cimitero Teutonico.
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Padre Leonardo Sapienza; reggente della Prefettura della Casa Pontificia, che era presente quando Papa Francesco mi disse che Emanuela era in cielo.
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Il Comandante Gianluca Gauzzi Broccoletti attuale Comandante del Corpo della Gendarmeria
Vaticana e negli anni 2015-2016 Vice Commissario del Centro di Sicurezza del Corpo Della Gendarmeria. Sequestro’ ai tempi dell’inchiesta vatiliks i telefoni riservati della Santa Sede “telefoni bianchi” sui quali avvene lo scambio di messaggi whatsapp in riferimento a “materiale” rinvenuto sulla scomparsa di Emanuela
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Francesca Immacolata Choauqui, persona informata sui fatti.
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Mons. Angel Vallejo Balda; persona informata sui fatti
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Ministro Franceschini persona informata sui fatti riguardante autorizzazione lavori nei sotterranei della basilica di Santa Maria maggiore nel 2014
(Pietro Orlandi, post facebook del 13 gennaio alle ore 23.57)
Pierelisa Rizzo – Udienza a porte chiuse per il 23enne che ha denunciato il cappellano militare di Francofonte
Il 23enne che ha denunciato il cappellano militare di Francofonte per violenza sessuale verrà sentito in aula. Un’udienza a porte chiuse e che sarà interamente videoregistrata perché a essere sentito, con la formula dell’incidente probatorio, sarà il 23enne di Francofonte che ha denunciato l’ex cappellano militare 67enne Salvatore Cunsolo per le violenze sessuali subite da quando aveva nove anni e fino al compimento della maggiore età.
Una decisione, sulla richiesta avanzata dal pubblico ministero Stefano Priolo, che è arrivata dal gip Andrea Migneco durante l’udienza preliminare che, dopo il rinvio per un vizio di notifica di due settimane fa, si è tenuta lo scorso 30 gennaio.
Anche in questo caso in aula era presente il prete, adesso in pensione che, per un periodo, avrebbe continuato a celebrare la messa dall’altare maggiore della chiesa madre di Francofonte pur senza alcun incarico. Era stato poi il vescovo di Piana degli Albanesi a sospenderlo dallo stato clericale. «La prima volta che don Salvatore Cunsolo ha abusato di me avevo solo nove anni ed è successo a casa sua», aveva raccontato la giovane vittima. Dopo la morte del padre e il trasferimento della madre fuori dalla Sicilia, il ragazzo è cresciuto con la nonna anziana e malata e, fin da piccolo, si sarebbe legato alla figura di Cunsolo.
L’ex sacerdote che è stato rinviato a giudizio dalla procura di Siracusa proprio dopo la querela alla squadra mobile da parte del 23enne. Ad accompagnarlo a fare la denuncia era stato il vescovo Francesco Lomanto che, contemporaneamente, aveva anche già avviato il processo canonico e informato il Dicastero della dottrina della fede di Roma. La prossima udienza, con l’incidente probatorio della vittima – assistita dall’avvocata Eleanna Parasiliti Molica, la stessa che è al fianco del giovane archeologo che ha denunciato gli abusi subiti da don Giuseppe Rugolo a Enna -, è già stata fissata per martedì 12 marzo.
I casi di abusi sessuali da parte del clero che coinvolgono adulti vulnerabili che hanno “un uso imperfetto della ragione” continueranno a essere di competenza del Dicastero per la Dottrina della Fede, come avviene dal 2010.La categoria degli adulti vulnerabili tuttavia, comprende “fattispecie più ampie”, elencate nel motu proprio “Vos Estis Lux Mundi”, entrato in vigore il 1° giugno 2019, che ha introdotto nell’ordinamento canonico un concetto più ampio di adulto vulnerabile ossia «ogni persona in stato d’infermità, di deficienza fisica o psichica, o di privazione della libertà personale che di fatto, anche occasionalmente, ne limiti la capacità di intendere o di volere o comunque di resistere all’offesa».
I casi relativi a vittime di abusi sessuali che rientrano in questa fattispecie più ampia saranno d’ora in poi affidati ai dicasteri competenti. Lo afferma un “Chiarimento sugli adulti vulnerabili”. pubblicato il 30 gennaio dal Dicastero per la Dottrina della Fede. Un cambio di rotta deciso, che avrebbe un impatto immediato, ad esempio, sui casi delle ex religiose vittime di abusi sessuali dell’ex gesuita don Marko Rupnik.
Papa Francesco aveva voluto che questi casi fossero trattati dal Dicastero per la Dottrina della Fede, per ragioni di coerenza rispetto al processo precedente, già celebrato dallo stesso Dicastero per assoluzione del complice, “per non dividere le strade procedurali e confondere tutto”, aveva detto in una intervista alla giornalista dell’AP Nicole Winfield nel gennaio 2023. Il dicastero per la Dottrina della Fede aveva poi archiviato i casi, perché i fatti erano prescritti.
Lo scorso settembre però Francesco ha stabilito per quei casi una deroga alla prescrizione, rendendo possibile lo svolgimento di un processo canonico. Ora, il Chiarimento del Ddf appena pubblicato potrebbe comportare il trasferimento proprio del dossier Rupnik al Dicastero per la vita consacrata, come da più parti si vocifera.
Federico Tulli – Tutta colpa del diavolo
«Era lei a prendere l’iniziativa»: così don Paolo Glaentzer ha pensato bene di giustificare la presenza nella sua auto di una bambina di undici anni. Lui con i pantaloni abbassati, lei con la magliettina alzata. E ancora: «È stata una mia stupidata, mi ha fatto lo sgambetto il demonio, uno sgambetto un po’ pesante, ho commesso un errore, questo lo ammetto, ci penserà il nostro Signore. Lui è in grado».
Parole fatue e agghiaccianti che non hanno messo al riparo il parroco settantenne, colto in flagrante, dall’arresto con l’accusa di violenza sessuale. «Con» la stessa bambina, stando a quanto il prete ha dichiarato alla stampa locale, era già «capitato altre poche volte». Infine, l’ultima «coltellata»: «È stato uno scambio d’affetto, è stato esagerato, a volte le cose vanno in una certa maniera».
Avete letto bene. Con una bimba di undici anni, per un sacerdote, a volte le cose vanno in questa maniera. Ed effettivamente e tragicamente è vero come dicono anche i dati numerici che arrivano dalle inchieste in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Stati Uniti e così via. Ma non è tanto di questo che vogliamo parlare citando il caso di don Glaentzer che si è consumato a Calenzano, alle porte di Firenze, nel 2018, e si è concluso nel 2021 con la sua condanna definitiva a 2 anni due mesi e 20 giorni.
L’allusione al diavolo che fece il sacerdote pedofilo non è affatto casuale, tanto meno estemporanea. C’è dietro l’idea, falsa, violenta e perversa, abbastanza diffusa tra gli uomini di Chiesa, che sia la vittima a istigare, a indurre in tentazione l’adulto. E c’è l’idea che il diavolo esista. Molti preti lo considerano una forza oscura, altri una persona, per altri ancora è la rappresentazione del «male», comunque è ritenuto anche dai vertici delle gerarchie la causa di tutti i «mali» che stanno attraversando la Chiesa, compresa la pedofilia.
L’esistenza del demonio con le sue colpe è un tema caro anche a papa Francesco. In pochi, nel mondo laico, hanno presente la frequenza pressoché quotidiana con cui lo ha nominato e accusato di qualcosa sin dai primi giorni del pontificato. Ed sorprendente è l’impegno ci mette la «sua» Chiesa in Italia per scovare il diavolo al fine di scacciarlo. Nessun Paese al mondo conta più esorcisti del nostro. Ancora oggi quella che la Chiesa definisce «lotta del bene contro il male», opera anche attraverso l’aspersorio. Il che spiega in parte come mai quella contro la pedofilia sia tutt’ora una battaglia persa e combattuta solo a parole.
«Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».
A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.
Pia racconta a Domani che in quell’occasione Rupnik le impedì di ricevere cure mediche e le proibì di parlare di quello che era successo, e lo stesso fece la superiora Ivanka Hosta. «Rupnik era estremamente arrogante e narcisista. Mi diceva ripetutamente: “Sono il più grande artista e il più grande poeta di questa terra”», ricorda Pia. «Durante il noviziato, abbiamo anche trascorso alcuni mesi a Roma nel 1992 – racconta ancora Pia – Don Rupnik era stato nominato unico direttore spirituale e confessore di tutte le novizie. Io non volevo che fosse il mio confessore ma non avevamo libertà di scelta. Una volta, durante la confessione, chiuse a chiave la stanza del Centro Aletti in cui eravamo e si mise la chiave in tasca. Ero arrabbiata e spaventata e gli dissi che non avevo nulla da dirgli: rimasi in silenzio per così tanto tempo che alla fine mi fece uscire».
A causa della sua resistenza a Rupnik, suor Pia viene ripetutamente sminuita e messa sotto pressione, sia dal gesuita che dalla superiora. Nonostante tutto, prende i voti insieme ad altre sorelle il 1° gennaio 1993; poco tempo dopo, avviene la rottura fra Rupnik e Hosta, ufficialmente per un disaccordo sulla fondazione della Comunità, in realtà perché un’altra religiosa, Gloria Branciani, aveva detto di essere stata ripetutamente abusata da Rupnik (lo abbiamo raccontato qui: . Rimasta sotto la guida di Ivanka Hosta, suor Pia sperimenta ogni sorta di violenze spirituali, compresa un’istigazione al suicidio – «dovevo essere disponibile, obbediente e sottomessa: non potevo più seguire la mia coscienza perché solo lei sapeva quale era la volontà di Dio per me», ricorda Pia – finché, nel marzo 1998, l’allora arcivescovo di Lubiana Franc Rodé accoglie la sua richiesta di uscire dalla comunità.
Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.
Dove è finito nel frattempo don Marko Rupnik? In attesa del processo ecclesiastico, l’ex gesuita sembra avere per il momento rinunciato a comparire in pubblico. Non lo si vede dire messa, nè presenziare a convegni o guidare esercizi spirituali aperti a tutti, anche se continua ad accompagnare gli amici in visita ai suoi mosaici nel Pontificio Seminario Maggiore di Roma e quindi è probabile che graviti sempre intorno al Centro Aletti, nonostante la sua parrocchia sia ora in Slovenia. Il vescovo di Capodistria Jurij Bizjak, infatti l’ha accolto a fine agosto 2023, senza curarsi delle accuse a carico del sacerdote e delle conseguenti restrizioni che gli erano state imposte dalla Compagnia di Gesù. «Il vescovo Bizjak ha emanato il decreto di incardinazione senza consultare nessuno, con l’appoggio del nunzio apostolico in Slovenia Jean-Marie Speich», rivela una fonte interna al clero sloveno. Il nunzio, insiste il sacerdote (che preferisce rimanere anonimo), è un uomo difficile e poco apprezzato dai vescovi (con l’eccezione di Bizjak e di Maksimilijan Matjaž, vescovo di Celje, diocesi suffraganea dell’arcidiosi di Maribor), ed esercita una forte influenza nella chiesa slovena. Una versione dei fatti che pare confermata dall’imbarazzo del presidente della Conferenza episcopale Andrej Saje, che ha preso subito le distanze dalla decisione di monsignor Bizjak con un comunicato ufficiale in cui dichiarava che la conferenza dei vescovi era estranea al processo di incardinazione di Rupnik.
A Zadlog, paese natale di Rupnik, una manciata di case ai piedi delle montagne, nessuno parla volentieri. Don Iztok Mozetič, il parroco del centro più vicino, Črni Vrh, si sottrae imbarazzato alle domande: è preso in mezzo fra il vescovo di Capodistria e la gente del posto, che serra le fila intorno al prodigio locale, il sacerdote che è diventato un artista e un teologo di fama mondiale: «è un grande», commenta un suo ex compagno di scuola incontrato nel bar sulla piazza del paese. Nessuna solidarietà per le religiose che l’hanno denunciato, che vengono liquidate con toni sprezzanti. La sorella di Rupnik, che abita ancora nella casa di famiglia, non rilascia dichiarazioni.
Se è vero che ogni vescovo è sovrano nella propria diocesi, è anche vero che certe decisioni non condivise suonano forzate e non possono che portare scontento. Un altro sacerdote sloveno, che si firma con il nome di Karel Fulgoferski, ha diffuso una lettera aperta in cui denuncia l’ipocrisia che circonda il caso Rupnik. A dispetto della tolleranza zero promessa da papa Francesco, scrive il prete, «nei giorni scorsi i superiori religiosi hanno fatto formazione sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa all’ombra dei dipinti di Rupnik». Una gestione ambigua che continuerebbe anche con la decisione di papa Francesco di riaprire il processo al sacerdote: la notizia dell’incardinazione di Rupnik, spiega Fulgoferski, è arrivata come «un’onda d’urto nell’Ufficio Comunicazioni del Vaticano», e l’improvviso voltafaccia di Francesco su Rupnik sarebbe quindi «solo una manovra per salvare un’immagine pubblica del papa gravemente appannata». Per inciso, ricordiamo che nella Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede lavora come direttrice della Direzione Teologico-Pastorale Nataša Govekar, che fa parte dell’équipe del Centro Aletti ed è fra le fedelissime di Rupnik. Il papa stesso, durante l’udienza ai vaticanisti del 22 gennaio, ha ringraziato i giornalisti presenti per «la delicatezza» con cui trattano il tema degli abusi: «un silenzio quasi “vergognoso”», ha sottolineato Francesco. Parole che suonano come una richiesta a essere indulgenti nel trattare un problema che per la Chiesa sta diventando sempre più scottante.
Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.
In Vaticano, intanto, tutto tace. Non c’è dubbio, però, che a Roma l’ex gesuita conservi ancora potere e appoggi: il 10 gennaio è stato diffuso in rete un video della Cei in cui don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle vocazioni della diocesi di Roma, tiene la sua relazione sullo sfondo del Pontificio Seminario Maggiore, con lunghe panoramiche dei mosaici del suo maestro e mentore Marko Rupnik. È sempre Rosini che, nel pieno delle rivelazioni sugli abusi, aveva pubblicato un libro con in copertina un’opera di Rupnik, a condurre questa settimana gli esercizi ignaziani del Centro Aletti a Santa Severa.