Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 18 del 6 gennaio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 18 del 6 gennaio

    • Alessio Di Florio – Verità e giustizia per Emanuela Orlandi, sit in a Roma il 13 gennaio

    Il 13 gennaio è il giorno del compleanno di Emanuela Orlandi, data in cui il fratello Pietro e tutta la famiglia ogni anno tornano ad esprimere la battaglia lunga ormai più di quarant’anni per chiedere verità e giustizia sul suo rapimento. Anche quest’anno ci sarà una nuova manifestazione a Roma. Appuntamento il 13 gennaio in piazza Cavour alle ore 15.30. “Verità e giustizia per Emanuela Orlandi” si legge nel manifesto di convocazione in cui è riportata la frase di Dostoevskij «Chiunque voglia sinceramente la verità è sempre spaventosamente forte».

    Nei giorni scorsi Pietro Orlandi ha rilanciato un’inchiesta di Andrea Purgatori in cui è stata riportata l’inchiesta di Mino Pecorelli sulla “Gran Loggia vaticana”. Purgatori intervistò Rosita Pecorelli, sorella del giornalista ucciso. «Mino mandò a Papa Luciani l’elenco dei prelati infedeli … Quella notte il Papa morì» ha dichiarato Rosita Pecorelli nell’intervista. «Questa interessantissima inchiesta di Andrea Purgatori ( che consiglio di vedere)spiega molto bene il mondo sporco di quegli anni tra Stato, Chiesa e criminalità, il coraggio di Andrea di raccontare le cose senza peli sulla lingua – ha scritto sui social Pietro Orlandi – un mondo che ancora oggi occulta la verità sul rapimento di Emanuela».

    Nell’inchiesta sulla “Gran Loggia vaticana” Pecorelli rivelava che 121 tra alti prelati e cardinali erano membri di una loggia massonica. «Tra loro ce ne erano quattro che riportano ad Emanuela Orlandi: l’allora segretario di Stato Agostino Casaroli, il cardinale Ugo Poletti che fornì la dispensa per la sepoltura del capo della fazione testaccina della Banda Magliana Enrico De Pedis nella Basilica di Sant’Apollinare, sede della scuola di musica di Emanuela – sottolinea Alessandra De Vita su Il Fatto Quotidiano online – nell’elenco consegnato a Papa Luciani, poche ore prima della sua morte, c’erano anche Pietro Vergari, ex rettore della stessa Basilica di Sant’Apollinare e indagato nella seconda inchiesta sul caso Orlandi (poi archiviata) per concorso in sequestro e Paul Marcinkus, ex capo dello Ior, la banca Vaticana».


    • Federica Tourn – I risarcimenti alle vittime di abuso: un problema aperto

    La Chiesa francese sta cominciando a fare letteralmente i conti di quanto costano i preti pedofili. I numeri aggiornati a ottobre 2023 indicano che hanno interpellato la la Commission Reconnaissaince e Réparation, il programma di ascolto e indennizzo delle vittime di abuso clericale una commissione istituita dai vescovi francesi in seguito alla pubblicazione del rapporto Ciase, 801 persone, di cui 313 hanno ricevuto un risarcimento, per una cifra totale che supera gli undici milioni; 1186 persone si sono invece rivolte all’Inirr dell’Inirr, l’Instance nationale de reconaissance et de réparation, , l’omologa commissione istituita per i religiosi (dati del marzo 2023), di cui 190 sono state risarcite con una cifra media di 37mila euro (il massimo è 60 mila euro):  le due commissioni hanno finora sborsato più di diciotto milioni di euro per soli 503 casi. I soldi  arrivano da un fondo di solidarietà, il fondo Selam, istituito dalla conferenza dei vescovi nel luglio 2021. Alla sua costituzione, questo fondo aveva all’attivo venti milioni, cinque dei quali erano destinati a risarcire le vittime di abuso, ma è stato subito evidente che sarebbero bastati appena per un acconto.  Un’inchiesta di France 2, però, ha fatto i conti in tasca alla chiesa nazionale e ha verificato che la cifra messa a disposizione dei sopravvissuti non è che l’1% del suo patrimonio, stimato intorno agli otto miliardi: la sola diocesi di Lione ha 84,3 milioni di beni immobili e quella di Parigi arriva a 238,8 milioni di euro, con ben 737 immobili.

    Oltreoceano, il problema è ben chiaro da anni. Un’ondata di cause legali ha travolto la Chiesa cattolica negli Stati Uniti dopo che, nel 2019, è stata permessa una finestra di deroga di tre anni alla prescrizione per gli abusi sui minori. Per far fronte alle richieste di risarcimento, molte diocesi hanno fatto ricorso al Capitolo 11, una norma del diritto fallimentare che permette di stipulare una sorta di concordato preventivo, in cui viene garantita la liquidazione dei debiti con un risarcimento forfettario; l’azienda o l’istituzione rimangono però in funzione, «con i loro meccanismi di guadagno e i loro segreti legali nascosti», come precisa David Clohessy, ex direttore di Snap, la più grande rete di sostegno ai sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti degli Stati Uniti. Questo non significa che la Chiesa non abbia i mezzi per pagare: «nessuna diocesi è senza soldi – precisa Clohessy – i funzionari della Chiesa affermano di essere in rosso, ma in realtà ciò che temono davvero è il contenzioso con le vittime, e in particolare il dover affrontare domande difficili, sotto giuramento, su quanto sapevano e quanto poco hanno fatto per fermare i crimini sessuali commessi dai preti sui minori».

    Fonte: Domani


    • Francesco Zanardi – Più di 40 anni a combattere fantasmi, ricordi, traumi e dolore

    Più di 40 anni a combattere fantasmi, ricordi, traumi e dolore. A quell’età eravamo vittime e non solo di pedofili compulsivi e stupratori seriali, eravamo anche vittime dell’abuso del loro potere e della coscienza.

    Nove mesi dopo lo scandalo degli abusi clericali scoppiato in Bolivia, Flores e un gruppo di persone colpite hanno fondato la Comunità Boliviana dei Sopravvissuti, la prima associazione nazionale delle vittime della pedofilia nel paese latinoamericano. Il suo obiettivo è che ci sia un rifugio per queste persone, in modo che possano venire con fiducia per raccontare la loro storia e sentirsi accolti. “Cerchiamo giustizia, la nostra lotta è per la sicurezza dei nostri ragazzi e ragazze”, dice Flores, che è stato nominato presidente dell’associazione.

    Al momento sono 25 i membri attivi che compongono l’organizzazione, ma già si contano che più di mezzo migliaio di persone hanno subito abusi in Bolivia negli ultimi decenni, circa 200 all’interno della Compagnia di Gesù. Lo scandalo degli abusi in Bolivia è scoppiato a maggio, dopo la pubblicazione di un’inchiesta di EL PAÍS sul diario segreto del sacerdote spagnolo Alfonso Pedrajas in cui questi confessava di aver abusato di 85 minori tra gli anni ’60 e l’inizio degli anni 2000. Il gesuita, che morto nel 2009, ha detto di averlo detto più volte ai suoi superiori e che loro gli hanno insabbiato la cosa.

    “Non sapevamo essere tanti, di essere troppi. Dopo che è stato rivelato il diario del prete pedofilo, ci siamo ritrovati e abbiamo scoperto l’inferno a cui eravamo collettivamente condannati”, dice Flores. Il rapporto ha provocato un terremoto mediatico venendo alla luce numerosi casi fino ad ora inediti.

    La Procura boliviana ha avviato un’importante indagine, ancora aperta, e la Conferenza episcopale boliviana ha creato una commissione per raccogliere denunce.

    El Pais


    • Pierelisa Rizzo – Abusi nella chiesa evangelica

    Sono attesi per il prossimo 25 gennaio i risultati i uno studio, in Germania secondo i quali anche nella Chiesa evangelica riformata in Svizzera ci sono stati molti abusi. A dirlo è la presidente dell’istituzione, Rita Famos, secondo cui vi è la necessità di agire e di riesaminare i casi di violenza sessuale.

    La Chiesa evangelica riformata si è voltata dall’altra parte per troppo tempo”, ha detto la Famos nel corso di una trasmissione su una radio svizzerotedesca.

    “Anche noi abbiamo i nostri casi e certamente sono parecchi”, ha ammesso la presidente, pur dicendosi dell’opinione che la portata sia inferiore a quella emersa nella Chiesa cattolica. La Chiesa Evangelica sta cercando un modo di fare i conti con il proprio passato e garantire di essere un “luogo sicuro” per le persone che cercano sostegno e consulenza, ha continuato Famos. Per far ciò, ad esempio, sono stati istituiti centri di segnalazione per i casi di abuso mentre si fa sempre più strada la possibilità di realizzare uno studio nazionale separato sulla situazione in Svizzera.

    Fonte https://www.laregione.ch


    • Federico Tulli – Dieci anni dopo

    «La Commissione è fortemente preoccupata perché la Santa Sede non ha riconosciuto la portata dei crimini commessi, né ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale e per proteggere i bambini, e perché ha adottato politiche e normative che hanno favorito la prosecuzione degli abusi e l’impunità dei responsabili». È uno dei passaggi più significativi del rapporto redatto dalla Commissione Onu sui diritti dell’infanzia deputata al controllo del rispetto della relativa  Convenzione da Parte del Vaticano. Ratificata nel 1990 dalla Santa Sede, la Convenzione prevede come clausola ineludibile l’obbligo di proteggere la crescita dei bambini da qualsiasi situazione a rischio. Secondo la Commissione Onu l’essenza della Convenzione è stata ripetutamente e palesemente violata dal Vaticano, elencando i motivi in un rapporto che fu reso noto il 5 febbraio 2014 al termine di una capillare inchiesta avviata a luglio del 2013.

    Sono dunque passati dieci anni da quel durissimo atto di accusa. L’indagine si basò su migliaia di denunce raccolte nel corso di anni da Survivors Voice Europe, Snap, Rete l’Abuso e altre onlus che si occupano della tutela dei diritti delle vittime di preti pedofili. Le organizzazioni hanno chiesto di conoscere i motivi per cui la Santa sede per decenni ha ignorato le denunce contro pedofili ben noti. Tra questi spicca il fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel Degollado, ‘protetto’ di Giovanni Paolo II che proprio nel 2014 è stato santificato quasi a tempo di record da papa Francesco e dal papa emerito Benedetto XVI.  Perché per decenni furono ignorate le denunce nei suoi confronti? Perché migliaia di sacerdoti pedofili sono stati trasferiti da un luogo all’altro invece di essere consegnati alle forze dell’ordine?  E come mai a fronte della ‘tolleranza zero’ annunciata sia da Benedetto XVI sia da Francesco I, ci sono stati «tentativi di nascondere e occultare nuovi casi?» è stato chiesto ai nunzi vaticani, monsignori Tomasi e Scicluna. «Come mai non vige l’obbligo di denuncia dei crimini all’autorità giudiziaria del paese? Agire contro i responsabili fa parte della giustizia». Una delle risposte fu che  «la regola è sempre stata quella di rispettare le leggi nazionali vigenti nei paesi dove la Chiesa opera». In Italia come sappiamo questo obbligo non c’è e i vescovi italiani non hanno sentito nemmeno la necessità morale di darselo. Tomasi e Scicluna hanno quindi riferito che la Santa Sede ha accolto favorevolmente tutti i suggerimenti che potessero aiutare a proteggere i bambini. Peccato che solo un mese prima la Santa sede aveva rifiutato di fornire alla Commissione Onu diverse informazioni fondamentali, tra cui l’esito dei procedimenti penali vaticani contro preti pedofili di competenza esclusiva della Congregazione per la dottrina della fede.  Sono passati dieci anni e di queste informazioni non c’è ancora nessuna traccia. Si sa però che centinaia sono stati i pedofili ridotti allo stato laicale. Questo significa che sono in circolazione senza che nessuno conosca la loro identità. Nessuno, tranne la Chiesa.

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 17 del 30 dicembre. Augurando a tutti buone feste

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 17 del 30 dicembre. Augurando a tutti buone feste

    • Federica Tourn – Il prete che si definiva “mendicante d’amore” per attirare i ragazzini

    La Rete L’Abuso, l’associazione sopravvissuti agli abusi del clero, a ottobre ha presentato un esposto in Procura a Bergamo nei confronti di don Valentino Salvoldi, 78 anni, per le sue «presunte condotte criminali ai danni di circa una decina di persone».

    Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni ’90 comincia ad organizzare campi per giovani adulti. Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel  letto “per un riposino” o per la confessione.

    «Valentino nei campi aveva creato una realtà alternativa, in cui le regole del mondo esterno non valevano: ti invitava a esplorare il tuo corpo, ti incoraggiava a esprimerti, a ribellarti alle convenzioni e nel farlo ti riempiva di elogi, ti convinceva che eri nel giusto», racconta Stefano Schiavon, che ha frequentato i suoi campi a partire dal 1998, quando aveva diciassette anni. Don Salvoldi ha modi informali, sa come conquistarsi la fiducia dei ragazzi quando evoca culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre «generoso, prolifico, senza barriere». «Aveva 35 anni più di me e quando mi baciava era sgradevole, ma lo accettavo come parte dell’esperienza speciale che lui proponeva» dice Andrea Travani, un’altra vittima, all’epoca minorenne. Soprattutto, quel prete che pare così colto ripete ai suoi preferiti che loro hanno menti superiori e sono destinati a realizzare grandi cose: alla molestia sessuale, si somma quindi la manipolazione psicologica. «Il rapporto fisico era la conseguenza dell’appartenere alla sua “élite”: mentre mi toccava, continuava a dirmi che ero unico e avevo qualità straordinarie, mi faceva il lavaggio del cervello», spiega Travani.

    Prete fidei donum, Salvoldi è anche un autore e conferenziere affermato. All’inizio del Duemila ha fondato la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazione morale e la crescita culturale dei giovani». Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.

    La Rete l’Abuso ha segnalato il caso alla diocesi di Bergamo, dove il prete risulta ancora incardinato, e al presidente della Cei Matteo Zuppi.

    Fonte: Domani


    • Francesco Zanardi – Sentenza e condanna definitiva per Don Vincenzo Esposito

    La sentenza è diventata definitiva e Don Vincenzo Esposito è stato condannato a cinque anni per induzione alla prostituzione minorile. Lo hanno condotto in carcere dopo che la Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso della difesa. I legali stanno valutando se rivolgersi alla Corte europea dei diritti dell’uomo perché al sacerdote non sarebbe stato garantito un equo processo.

    Originario de provincia di Palermo, e parroco a San Feliciano Magione in Umbria, Esposito fu intercettato dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese mentre effettuava delle videochiamate hard con quattro ragazzini di 16 e 17 anni. In cambio dava loro dei soldi, tramite ricariche telefoniche o Postpay. Piccole cifre comprese fra 10 e 30 euro, utilizzati per andare a mangiare la pizza con gli amici o recarsi dal barbiere.

    Esposito, il cui fine pena è previsto nel 2026, dovrà risarcire i familiari dei ragazzini, parte civile con l’assistenza degli avvocati Francesco Paolo Sanfilippo, Giuseppe Canzone e Caterina Intile.

    Una parentesi nel contesto di “una stimata missione pastorale” che non configurava il reato di prostituzione minorile. Così si era difeso il sacerdote sostenendo di non avere chiesto ai minorenni di effettuare le videochiamate. Sarebbe stata una iniziativa dei ragazzini. Esposito si limitava a guardare gli adolescenti in atteggiamenti intimi, prima di servire messa o celebrare un funerale.

    Fonte Live Sicilia


    • Alessio Di Florio – La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali

    Sono passati ventuno anni da quando negli Stati Uniti scoppiò il “caso Spotlight”, lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici, che spinse la conferenza episcopale del Paese a redigere la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella Chiesa, che consentiva di rimuovere i membri del clero colpevoli e alle diocesi venne chiesto di collaborare con le autorità civili in casi di violenza contro i minori in nome della trasparenza.

    In cinque lustri tanto è cambiato e anche il Vaticano ha introdotto politiche per proteggere le vittime, collaborare con le autorità giudiziarie in diversi paesi e riflettere sulle cause profonde dello scandalo, vale a dire l’abuso di potere e di coscienza, e la tendenza della Chiesa a difendere l’istituzione a tutti i costi.

    Il nuovo approccio vaticano è comunque molto limitato: nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutto il mondo la segretezza spesso prevale sulla ricerca della verità, la Chiesa cattolica italiana sembra essere insuperabile nel mantenere un rigido voto di silenzio. Negli ultimi anni si è distinta per la tendenza a lasciare le cose come stanno, sperando che i problemi prima o poi svaniscano. Ma alla fine questo non è stato possibile con lo scandalo degli abusi, soprattutto quando divenne chiaro che avrebbe continuato ad allargarsi e a travolgere la Chiesa in molti paesi. In Francia, Germania, Australia, Austria, Belgio e altri Stati sono state avviate commissioni indipendenti o ci sono stati comunque sconvolgimenti all’interno delle Chiese. In Italia sono stati pubblicati due report sugli abusi da parte della Conferenza Episcopale ma chi sperava in una svolta verso la verità e la giustizia è rimasto deluso: si tiene conto solo dei casi di abusi denunciati ai centri di ascolto ad hoc nel biennio 2020-2021, escludendo quelli pervenuti alla magistratura o a terzi. partiti. Durante questo periodo di tempo ridicolmente breve, nel pieno della pandemia di COVID-19 , sono stati segnalati 89 casi di abuso da 30 centri. Ed è stata completamente esclusa ogni possibilità di creare commissioni indipendenti: “Non creeremo una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa, che si qualificano come oggettive solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, come è stato fatto altrove e causato danni”, ha affermato mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi, presentando il rapporto del novembre 2022 sugli abusi.

    Fonte: worldcrunch.com/


    • Ludovica Eugenio – Le religiose della Comunità Loyola, co-fondata da Marko Ivan Rupnik e da Ivanka Hosta, torneranno allo stato laicale

    Tutte le religiose della Comunità Loyola, co-fondata dall’ex gesuita e noto mosaicista sloveno accusato di abusi sessuali Marko Ivan Rupnik e da Ivanka Hosta e recentemente sciolta dal Vaticano, torneranno allo stato laicale. Una conclusione per nulla scontata anche dopo il recente scioglimento della Comunità da parte del Vaticano, come se si affermasse che un carisma autentico non c’è mai stato, che ai voti pronunciati non viene (più) riconosciuta una validità. A rivelare i dettagli del provvedimento, che non è stato pubblicato, è colui che della Comunità Loyola è stato il commissario per due anni, il vescovo ausiliare di Roma mons. Daniele Libanori, in una intervista rilasciata all’agenzia Aci Prensa il 22/12 e ripresa dalla Catholic News Agency. Libanori ha anche rivelato che sarà istituito un fondo per assistere le donne che appartenevano alla comunità al momento del suo scioglimento. La Comunità Loyola, creata in Slovenia negli anni ’80 da Ivanka Hosta e Rupnik, accusati di aver commesso per decenni gravi abusi sessuali, spirituali e psicologici sulle consorelle, è stata sciolta dal Dicastero per gli Istituti di Vita consacrata e le società di Vita apostolica lo scorso ottobre, dopo la lunga indagine condotta da mons. Libanori, il quale ha affermato che coloro che ne facevano parte «sono allo stesso tempo dispensate dai voti religiosi e ritornano allo stato laicale», trovandosi quindi «nelle stesse condizioni di tutti i laici». Nessun risarcimento è invece previsto, dal momento che, ha spiegato Libanori, «bisogna distinguere tra lo scioglimento dell’istituto e gli abusi attribuiti a Marko Rupnik».

    E fino a oggi non c’è l’ombra di processi, sentenze o condanne a carico di Rupnik, nonostante papa Francesco abbia deciso di derogare alla prescrizione per i presunti abusi sessuali denunciati, rendendo così possibile un processo. Tuttavia,«il patrimonio intestato alla Comunità di Loyola – ha affermato Libanori – servirà a creare un fondo per l’assistenza di tutte le suore che erano incardinate nella comunità al momento della soppressione».

    Ivanka Hosta, che ha servito dal 1994 come superiora generale della Comunità di Loyola, è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e le è stato proibito di contattare le attuali o ex suore per tre anni. Quanto a Rupnik, espulso lo scorso giugno dalla Compagnia di Gesù, ma solo per disobbedienza ai provvedimenti restrittivi imposti dall’Ordine, oggi è attivo come prete, essendo stato incardinato nella diocesi di Capodistria, nella sua Slovenia.


    • Federico Tulli – Perché tanto odio?

    Silenzio e preghiera. È la pena comminata dalla Chiesa cattolica agli ecclesiastici che violano le sue leggi interne. È il modo in cui di norma la Chiesa «reagisce» pubblicamente alle notizie sui crimini compiuti da ecclesiastici in diverse parti del mondo. Sono le parole usate da papa Francesco per

    commentare l’accusa – che gli è stata rivolta dall’ex nunzio vaticano negli Usa, monsignor Carlo Maria Viganò – di aver insabbiato le denunce per abusi su minori e adulti contro l’ex cardinale e arcivescovo emerito di Washington Theodore McCarrick. «Perché la verità è mite, la verità è silenziosa, la verità non è rumorosa» e quindi «il giudizio fatelo voi», disse Bergoglio il 3 settembre 2018 durante la sua omelia a Santa Marta.

    Come si combina l’esortazione al silenzio e alla preghiera con i suoi frequenti proclami di «tolleranza zero»? Bisogna considerare innanzitutto che è prassi consolidata in Vaticano intervenire pubblicamente laddove non è più possibile celare e risolvere le situazioni di crisi nelle «segrete stanze». Inoltre, le fragilità di un ecclesiastico, le sue cadute, ancorché sfocino nel comportamento

    criminale, per la Chiesa sono pur sempre peccati, e dai peccati Dio salva, e verso i peccatori vanno usati misericordia e perdono, perché «chi tra voi è senza peccato scagli la prima pietra».

    Questa doppia morale affonda le sue radici nella confusione che la Chiesa fa tra reato e peccato. L’abuso, per fare un esempio, cioè «l’atto sessuale di un chierico con un minore», è ritenuto un’offesa a Dio, in violazione del sesto comandamento, prima che una violenza efferata contro

    una persona. Di conseguenza i responsabili, secondo la visione degli appartenenti al clero, devono risponderne all’Altissimo, nella persona del suo rappresentante in Terra, e non alle leggi della società civile di cui fanno parte.

    Oltretevere la chiamano giustizia. Una giustizia, diciamo noi, che piega le esigenze della carità alle convenienze della monarchia papale. E che si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.

    E come tale viene trattato: il punto non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete «con» la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo

    che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» del pontefice tanto esaltato anche dai progressisti in Italia. È pertanto lecito chiedersi, perché tanto odio nei confronti dei bambini?

  • «Così ci baciava e ci toccava», le accuse contro don Salvoldi

    «Così ci baciava e ci toccava», le accuse contro don Salvoldi

    La Rete L’Abuso, l’associazione sopravvissuti agli abusi del clero, a ottobre ha presentato un esposto in Procura a Bergamo nei confronti di don Valentino Salvoldi, 78 anni, per le sue «presunte condotte criminali ai danni di circa una decina di persone». Due vittime del prete, all’epoca minorenni, hanno deciso di esporsi e raccontare la loro storia a Domani.

    Si definisce «un mendicante d’amore», don Valentino Salvoldi, sacerdote della diocesi di Bergamo. È un predicatore appassionato, che dedica la sua vita a liberare il messaggio evangelico dai lacci in cui una chiesa, a suo dire troppo rigida, lo ha imbrigliato: parla di gioia del corpo, invita a sostituire il segno di pace al termine della messa con lunghi abbracci. Dopo essere stato missionario in Africa, torna in Italia e all’inizio degli anni ’90 comincia ad organizzare campi per giovani adulti in cui si cala nel ruolo del prete progressista, aperto al confronto e critico della società capitalista. Ben presto, però, decide di rivolgersi agli adolescenti perché, sostiene, è quella l’età in cui si forma la persona e dopo «è tardi per cambiare». Li invita a cercare la verità, a viaggiare e a scegliersi un maestro di vita che li guidi. Proprio questo è il rapporto che lui instaura con i suoi “prediletti”, a cui rivolge attenzioni speciali, baciandoli sulla bocca e portandoseli nel  letto “per un riposino” o per la confessione. Sono ragazzini, alcuni hanno appena tredici anni, e l’esperienza di un campo-scuola con un sacerdote che osa dire cose trasgressive li affascina. Lui li ricompensa con complimenti e incoraggiamenti e se si ritraggono quando li tocca nelle parti intime, subito li rassicura: «quel che facciamo qui è buono».

    «Valentino nei campi aveva creato una realtà alternativa, in cui le regole del mondo esterno non valevano: ti invitava a esplorare il tuo corpo, ti incoraggiava a esprimerti, a ribellarti alle convenzioni e nel farlo ti riempiva di elogi, ti convinceva che eri nel giusto», racconta Stefano Schiavon, che ha frequentato i suoi campi a partire dal 1998, quando aveva diciassette anni. Don Salvoldi ha modi informali, sa come conquistarsi la fiducia dei ragazzi quando evoca culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre «generoso, prolifico, senza barriere». «Aveva 35 anni più di me e quando mi baciava era sgradevole, ma lo accettavo come parte dell’esperienza speciale che lui proponeva» dice Andrea Travani, un’altra vittima, all’epoca minorenne. Soprattutto, quel prete che pare così colto ripete ai suoi preferiti che loro hanno menti superiori e sono destinati a realizzare grandi cose: alla molestia sessuale, si somma quindi la manipolazione psicologica, ancora più pervasiva. «Il rapporto fisico era la conseguenza dell’appartenere alla sua “élite”: mentre mi toccava, continuava a dirmi che ero unico e avevo qualità straordinarie, mi faceva il lavaggio del cervello», spiega Travani.

    Così, mentre Salvoldi ripete ai suoi “eletti” che loro sono «l’avanguardia di Dio», le sue carezze e i suoi baci si fanno sempre più invadenti e sfacciati: «arrivava a baciare i ragazzi davanti a tutti. Una volta sono stato chiamato nella sua stanza per il “riposino” e l’ho trovato a letto sorridente e tranquillo con un ragazzino», ricorda Schiavon. La violenza e la manipolazione vengono così normalizzate. Col tempo i partecipanti ai campi sono sempre più piccoli: il prete li chiama  “i masturbini”. La dinamica è quella di una setta, in cui Salvoldi è il leader indiscusso che detta i codici interni: chi dissente, è umiliato pubblicamente o allontanato.

    «Dovevi essere in tutto e per tutto con lui: ti spingeva a lasciare la ragazza, ti portava a rompere con gli amici», ricorda Travani. Nel 2000 il ragazzo fa un viaggio in Canada con il prete di tre settimane e cade totalmente sotto il suo dominio. «Mi diceva che se l’avessi rifiutato mi sarei allontanato da un giusto cammino di fede: mi pareva di non avere un’alternativa». Al ritorno, Andrea è talmente dilaniato da pensare al suicidio. «I conti non tornavano: da un lato i miei amici mi mettevano in guardia da questo rapporto, dall’altro lui mi diceva che era normale che rimanessi da solo perché ero troppo intelligente per essere capito. Ero così confuso e infelice che volevo uccidermi».

    Scrittore e conferenziere affermato, don Salvoldi è un prete difficile da mettere a fuoco. Sul suo sito, i dati biografici sono generici: scrive che ha studiato per venticinque anni e per altrettanti ha insegnato filosofia e teologia morale, soprattutto come visiting professor nei paesi del terzo mondo. «Ora sono al servizio della Santa Sede per la formazione del clero delle giovani Chiese», aggiunge, senza specificare in cosa consista questo “servizio”. È un “fidei donum”, cioè un sacerdote mandato a esercitare il ministero in terra di missione, ma è soprattutto un autore molto prolifico: pubblica con diverse case editrici (Paoline, Elledici, Gabrielli editori, Città Nuova e altre) saggi divulgativi di morale, raccolte di preghiere, biografie, alcuni tradotti anche all’estero. Lo stile è enfatico, zeppo di frasi ad effetto, e il tema ricorrente è l’amore in tutte le sue espressioni. Dal sito della Gabrielli editori apprendiamo che è stato docente di filosofia e teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma e che «per il suo impegno è stato espulso da sette stati africani, due volte è stato davanti al plotone di esecuzione in Nigeria ed è sfuggito alla lapidazione in Bangladesh». In realtà, la sua docenza all’Alfonsiana si limita a un solo semestre, nel 1988-1989, «come invitato, con un corso su “Il sacro nelle culture africane”», come attesta padre Maurizio Faggioni, docente di bioetica nello stesso istituto.

    È così attento a costruire la sua immagine di studioso e missionario devoto da investire qualche centinaio di dollari per l’inserimento del suo nome nell’annuario “Distinguished leadership” («per i suoi eminenti contributi come scrittore e come promotore di giustizia e di pace») pubblicato a pagamento dall’American Biographical Institute di Raleigh, North Carolina, ente più volte segnalato per truffa. Un dettaglio che conferma l’egocentrismo del sacerdote, che durante una lezione in Etiopia nel 2002 non temeva di definire sé stesso troppo «bello e intelligente» per piacere alla chiesa; una chiesa che «ha paura di lui» e preferisce invece ordinare persone «più normali».

    Non pago dell’attività dei campi scuola, Salvoldi all’inizio del Duemila decide di pensare più in grande e fonda la onlus Shalom, «un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale, avente come finalità la formazioe morale e la crescita culturale dei giovani». Il suo motto è «i giovani salvano i giovani» e promette «la gioia di sentir rullare i tamburi, mentre i piedi si muovono lieti  nella danza al sogno di “cieli nuovi e terra nuova”», come si legge in un volantino di presentazione. Presidente è il fratello, Giancarlo Salvoldi, politico, eletto alla Camera dei Deputati per i Verdi dal 1987 al 1992. Dopo qualche anno la onlus viene messa in liquidazione e in rete non si trovano tracce di progetti effettivamente realizzati.

    Se per alcuni l’esperienza dei campi è stata liberatoria e stimolante, per gli “eletti” è diventata presto un incubo. «Una decina di anni fa una vittima ha scritto sul sito web di Valentino che ricordava quando lo baciava sulla bocca, lo portava sul suo letto e si strusciava su di lui con la scusa di parlargli di Dio – testimonia Schiavon – Questa persona diceva esplicitamente che quel fatto gli aveva rovinato la vita, ma il messaggio è stato cancellato». Schiavon, che soltanto di recente ha cominciato a rielaborare il trauma, ha contattato più di cinquanta partecipanti ai campi degli anni Novanta e Duemila e raccolto molte testimonianze di molestie. «Pensavo di essere l’unico e invece ho scoperto che molti ne parlavano già allora – afferma – Gli abusi fisici e psicologici che ho sentito ripetere da molte persone sono sconvolgenti».

    Domani ha cercato di raggiungere Valentino Salvoldi ma non ha avuto risposta. La Rete l’Abuso ha segnalato il caso alla diocesi di Bergamo, dove il prete risulta ancora incardinato, e al presidente della Cei Matteo Zuppi. «In maniera informale cercherò di capire se ci sono procedimenti a suo carico», ha risposto Zuppi al presidente della Rete Francesco Zanardi, sottolineando che la segnalazione è «l’equivalente di una lettera anonima, che come è ovvio può rappresentare un segnale di problemi ma anche, purtroppo, volontà di crearli o peggio di diffamazione. La giustizia richiede fatti e persone».

    Ora le vittime hanno cominciato a parlare.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/cosi-ci-baciava-e-toccava-le-parti-intime-laccusa-shock-contro-don-salvoldi-ukoayadz


    Se credi di essere una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi o sei a conoscenza di fatti rilevanti utilizza la form qui sotto per contattarci

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  • La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali

    La Chiesa cattolica italiana continua a non affrontare il proprio scandalo degli abusi sessuali

    ROMA — Era il 2002 quando negli Stati Uniti scoppiò lo scandalo degli abusi sessuali su minori da parte di preti cattolici, che spinse la conferenza episcopale del Paese a redigere la prima Carta per la protezione dei bambini e dei giovani nella Chiesa.

    La Carta consentiva di rimuovere i membri del clero colpevoli e alle diocesi – il gruppo di chiese supervisionate da un vescovo – veniva chiesto di collaborare con le autorità civili in casi di violenza contro i minori in nome della trasparenza.

    Ma 20 anni dopo, lo scandalo, che da allora si è diffuso in molti altri paesi, è lungi dall’essere finito.

    Nel frattempo le cose sono cambiate anche in Vaticano . Abbandonando la sua politica di lunga data di negazione e di insabbiamento sistematico, il Vaticano ha introdotto politiche per proteggere le vittime, collaborare con le autorità giudiziarie in diversi paesi e riflettere sulle cause profonde dello scandalo, vale a dire l’abuso di potere e di coscienza, e la tendenza della Chiesa a difendere l’istituzione a tutti i costi.

    Tuttavia, il nuovo approccio del Vaticano va solo fino a un certo punto, perché ogni legge e regolamento emanato da Roma deve essere calato nella realtà di migliaia di diocesi sparse in tutto il mondo, dove la segretezza spesso prevale sulla ricerca della verità.

    In questo senso la Chiesa cattolica italiana sembra essere insuperabile nel mantenere un rigido voto di silenzio. Questa realtà è ovviamente più degna di nota perché il Vaticano si trova in Italia e gran parte del suo personale e della sua leadership sono italiani.

    Negli ultimi anni la Chiesa si è distinta per la tendenza a lasciare le cose come stanno, sperando che i problemi prima o poi svaniscano. Ma alla fine questo non è stato possibile con lo scandalo degli abusi – soprattutto quando divenne chiaro che avrebbe continuato ad allargarsi e a travolgere la Chiesa in molti paesi.

    Il silenzio dei vescovi

    Fuori dall’Italia, in generale, abbiamo assistito a due tipi di reazioni: in primo luogo, in molti casi le stesse autorità ecclesiastiche nazionali hanno deciso di chiedere a terzi di avviare indagini conoscitive. Oppure, in secondo luogo, la gravità dei fatti ha spesso provocato sconvolgimenti all’interno della Chiesa e richieste di grandi cambiamenti.

    Questo è stato il caso di Francia e Germania, e in una certa misura di Australia , Austria , Belgio e altrove.

    Anche la Conferenza episcopale italiana (CEI) ha dovuto, con riluttanza, farsi carico del problema, pubblicando finalmente a novembre il suo primo rapporto sugli abusi sessuali sui minori da parte dei preti.

    Ma chi sperava in una svolta verso la verità e la giustizia è rimasto deluso: il rapporto tiene conto solo dei casi di abusi denunciati ai centri di ascolto ad hoc nel biennio 2020-2021, escludendo quelli pervenuti alla magistratura o a terzi. partiti. Durante questo periodo di tempo ridicolmente breve, nel pieno della pandemia di COVID-19 , sono stati segnalati 89 casi di abuso da 30 centri.

    Un sistema malato

    La stessa conferenza episcopale, forse rendendosi conto dei limiti del rapporto, ha annunciato una seconda indagine sui casi di abusi sessuali denunciati alla Congregazione per la Dottrina della Fede negli ultimi vent’anni.

    Il problema degli abusi nella Chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di alcune “mele marce”.

    I vescovi dicono di aspettarsi circa 600 casi simili, ma recenti indagini in tutto il mondo suggeriscono che i numeri reali sono molto più alti.

    “L’elevato numero di casi emersi e l’ampiezza del fenomeno mostrano chiaramente che il problema degli abusi nella Chiesa non può essere ricondotto semplicemente alla presenza di poche ‘mele marce’, ma è piuttosto il segno di un sistema malato che deve essere sanato”, ha scritto la funzionaria vaticana Isabelle Cassarà in un rapporto del 2020.

    Ha descritto il problema come più “strutturale” di qualsiasi trasgressione individuale. “C’è una dinamica specifica degli abusi ”, ha scritto Cassarà. Si tratta di “un sistema con regole precise, in cui l’abuso sessuale è favorito e coperto da una lunga successione di altri abusi di potere e di coscienza”.

    Il problema, insomma, non è solo statistico. Piuttosto, la reticenza della Chiesa nasconde un problema più ampio.

    La Chiesa indaga su se stessa

    I funzionari della Chiesa italiana hanno anche detto che non coinvolgeranno investigatori esterni per indagare sullo scandalo degli abusi .

    “Non creeremo una commissione nazionale composta da persone che non sanno nulla della vita della Chiesa, che si qualificano come oggettive solo perché non sono vescovi, né preti, né credenti, come è stato fatto altrove e causato danni”, ha affermato mons. Lorenzo Ghizzoni, presidente del Servizio nazionale per la protezione dei minori e delle persone vulnerabili del Consiglio dei vescovi, presentando il rapporto del novembre 2022 sugli abusi.

    Ghizzoni ha aggiunto: “Esamineremo dati reali e cercheremo di trovare modi per prevenire. Ciò che ci interessa non è mettere alla berlina i preti, ma prevenire gli abusi, e questo richiederà un’azione decisiva. Noi come vescovi ci siamo impegnati a collaborare con le forze dell’ordine”.

    In sostanza, la posizione dei vescovi italiani è che gli unici autorizzati o dotati delle competenze necessarie per svolgere indagini sulla Chiesa sono gli stessi chierici. In questa prospettiva la prevenzione, di per sé giusta e necessaria, serve soprattutto come alibi per non fare luce sul passato.

    Incolpare bevande e stress

    Ma c’è un altro passaggio degno di nota, quando Ghizzoni spiega il senso della seconda inchiesta in corso sui preti abusivi in ​​Vaticano: «Chi commette dai 10 ai 50 casi nella sua vita è un abusatore seriale ed è un personaggio molto pericoloso, ma chi ha commesso un solo abuso nella sua vita, un giorno in cui ha bevuto, era sotto stress o si è lasciato provocare, possiamo considerarlo uno psicopatico seriale? Anche per questi dovremo pensare a soluzioni”.

    Chissà cosa pensa la vittima del prete che quel giorno aveva bevuto. Le dichiarazioni del Responsabile della tutela dei minori sembrano una sintesi trasparente, anche se evidentemente inconsapevole, delle motivazioni della Chiesa italiana a difendersi prima di cercare giustizia e verità.

    In definitiva, la questione degli abusi sessuali è diventata una delle questioni chiave su cui verrà misurata la capacità della Chiesa di avere importanza nel mondo di oggi.

    Sessualità, relazioni affettive, celibato obbligatorio, ruolo dei laici e delle donne, clericalismo e segreto istituzionale come metodo di governo: sono solo alcuni dei temi emersi dal dibattito sugli abusi sessuali – e che la Chiesa dovrà inevitabilmente affrontare viso.

    Atti impuri

    Secondo Christine Pedotti, femminista cattolica e direttrice della rivista francese Temoignage Chrétien, le cause dello scandalo vanno ricercate proprio nel rapporto della Chiesa con la sessualità e la democrazia.

    Il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato.

    “Non esiste un legame diretto tra l’astinenza sessuale richiesta ai chierici cattolici e gli abusi, ma esiste un legame indiretto molto potente”, afferma.

    «In primo luogo, quando qualsiasi forma di attività sessuale, inclusa la semplice masturbazione, è considerata sbagliata, disordinata e peccaminosa, non esiste più una gerarchia di trasgressione: il pensiero ‘impuro’, la masturbazione, lo stupro, vengono tutti confusi sotto il termine generico di peccato, al punto che la differenza tra peccato e crimine diventa sfumata”, dice Pedotti. “Questa confusione è espressa nelle stesse parole dei responsabili, che non smettono mai di parlare di peccato, penitenza e perdono, quando dovrebbero parlare di crimine, colpa, vittima, indagine, giudizio e verdetto”.

    Il problema, dice Pedotti, è che la Chiesa giudica la sessualità in relazione al sesto comandamento – non commettere adulterio – piuttosto che in termini di consenso.

    «In un rapporto non consensuale è una persona che viene violata, non un comandamento. Ecco perché le vittime vengono regolarmente ignorate”, afferma.

    La democrazia e i principi dello Stato di diritto e della separazione dei poteri dovrebbero anche tutelare dagli abusi, afferma Pedotti.

    “L’indipendenza della magistratura è garantita; sono tutelati i diritti della difesa e dell’imputato. Salvo casi particolari, i procedimenti e, soprattutto, le sentenze sono pubblici”, afferma Pedotti.

    https://worldcrunch.com/culture-society/italy-church-sex-abuse

  • Una vittima di abusi sessuali nella chiesa è stata risarcita, ma non è merito della Cei

    Una vittima di abusi sessuali nella chiesa è stata risarcita, ma non è merito della Cei

    Editoriale DOMANI – Si chiama Piero Brogi ed è l’unico italiano vittima di abusi ad essere stato apertamente risarcito dalla chiesa. Non in seguito alla sentenza di un tribunale, né con un accordo privato, ma esplicitamente come indennizzo per essere stato abusato da un sacerdote quando aveva nove anni.

    Brogi, pur avendo subito violenza in Italia da un prete di Roma, don Angelo Pio Loco Boscariol, non è stato risarcito dalla chiesa italiana ma da quella francese, che lo ha fatto rientrare – in via del tutto eccezionale – nel programma di ascolto e indennizzo delle vittime di abuso clericale dell’Inirr, l’Instance nationale de reconaissance et de réparation, una commissione istituita dai vescovi francesi in seguito alla pubblicazione del rapporto Ciase nell’ottrobre 2021. Secondo quanto riportato dalla Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa che ha agito su mandato dei vescovi francesi, sono 216mila i minori vittima di violenza da parte di preti o religiosi cattolici in Francia fra il 1950 e il 2020 (il numero sale a 330mila se si considerano anche i laici che lavorano nelle istituzioni della chiesa cattolica), mentre i sacerdoti pedofili sono circa tremila.

    La vicenda di Brogi, che oggi vive a Lione e ha la doppia nazionalità, non è certo lineare. Nel 2015 scrive alla parrocchia dei santi Aquila e Priscilla di Roma, raccontando quello che gli è successo fra quelle mura quando era chierichetto, ma il parroco don Santino Quaranta non gli risponde. «Allora mi sono rivolto agli scout, all’associazione parrocchiana dei genitori e anche al cardinale Angelo De Donatis, vicario di Roma, ma mi hanno ignorato», dice Brogi. Dal silenzio alla beffa: a Natale 2016 nel presepe della parrocchia compare una statuetta del prete pedofilo. «È stato come ricevere uno schiaffo in faccia», commenta Brogi a Domani. Per sollecitare una reazione della chiesa, decide di intentare una causa civile per avere un risarcimento: a quel punto il parroco reagisce dicendo che il sacerdote accusato è ormai morto e che la parrocchia è «totalmente estranea, in punto di fatto e in punto di diritto, alle vicende ascritte», terminando la lettera con una «paterna benedizione». Esasperato, Brogi prova a fare richiesta alla commissione francese ma il suo caso non viene ritenuto di competenza dell’Inirr perché l’abuso è avvenuto in Italia. Lui non si arrende e scrive al presidente Macron, minacciando di rivolgersi alla Corte europea dei diritti umani e perfino di incatenarsi all’arcidiocesi di Lione. L’arcivescovo Olivier de Germay si prende a cuore la sua storia e dopo poco tempo Brogi è infine convocato e risarcito dall’Inrr. «Hanno ritenuto che ci fosse una colpevolezza del prete – commenta Brogi – Non basta certo a ripagarmi della sofferenza patita in tutti questi anni, ma almeno qualcuno mi ha ascoltato».

    Se Parigi si è mossa, infatti, Roma è rimasta ancora una volta immobile. In fatto di risarcimenti alle vittime, la chiesa italiana per ora se l’è cavata perlopiù con accordi sottobanco di 25mila euro con la clausola di riservatezza (come abbiamo raccontato su Domani). La Cei, che non ha promosso un’inchiesta indipendente sugli abusi nella chiesa ma sta conducendo un’indagine interna limitata al lavoro dei Servizi diocesani per la tutela dei minori, ha espressamente evitato di parlare di risarcimenti alle vittime. Lo stesso presidente dei vescovi, il cardinale Matteo Zuppi, al momento del suo insediamento, nel maggio 2022, sul punto era stato vago e aveva soltanto detto che «nei centri diocesani si fa accompagnamento psicologico gratuito a chi lo richiede». Una linea, se così si può dire, confermata il 17 novembre 2022 in occasione della presentazione del primo report nazionale sugli abusi da monsignor Giuseppe Baturi: «come Conferenza episcopale non abbiamo articolato forme più precise di aiuto», aveva infatti dichiarato il segretario generale della Cei.

    D’altronde lo stesso Zuppi non ha mai nascosto le sue riserve sul lavoro svolto dalla Ciase, ritenuto poco affidabile perché basato non su dati certi ma su proiezioni statistiche. Diffidenza condivisa da papa Francesco, che due anni fa ha rinviato a data da destinarsi il previsto incontro con il presidente della Ciase, Jean-Marc Sauvé, e il 28 novembre scorso non ha voluto ricevere in udienza suor Véronique Margron, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia, e Antoine Garapon, che accompagnavano un gruppo di vittime della congregazione Frères Saint-Gabriel. Garapon è il presidente della Crr, la Commission Reconnaissaince e Réparation, l’omologa per i religiosi di quello che l’Inirr è per i sacerdoti diocesani, e Margron, in quanto presidente dei religiosi di Francia, è colei che ha dato mandato alla Crr di occuparsi della “riparazione” degli abusi e del conseguente risarcimento. Il mancato incontro sembra confermare la freddezza che Francesco ha sempre riservato alla “via francese” che, con la sua trasparenza e radicalità di approccio ha evidenziato la dimensione sistemica delle violenze sessuali sui bambini nella Chiesa cattolica. Certo è che i vescovi italiani sembrano molto attenti a non addentrarsi nella spinosa questione dei soldi, perché fin troppo consapevoli di quello che accade in altri paesi quando le vittime cominciano a chiedere un risarcimento economico per quello che hanno subito.

    Appena oltralpe, la Chiesa francese sta cominciando a fare letteralmente i conti di quanto costano i preti pedofili. I numeri aggiornati a ottobre 2023 indicano che hanno interpellato la Crr 801 persone, di cui 313 hanno ricevuto un risarcimento, per una cifra totale che supera gli undici milioni; 1186 persone si sono invece rivolte all’Inirr (dati del marzo 2023), di cui 190 sono state risarcite con una cifra media di 37mila euro (il massimo è 60 mila euro):  le due commissioni hanno finora sborsato più di diciotto milioni di euro per soli 503 casi. I soldi  arrivano da un fondo di solidarietà, il fondo Selam, istituito dalla conferenza dei vescovi nel luglio 2021. Alla sua costituzione, questo fondo aveva all’attivo venti milioni, cinque dei quali erano destinati a risarcire le vittime di abuso, ma è stato subito evidente che sarebbero bastati appena per un acconto. «Non abbiamo certo denaro nascosto in cantina!», aveva detto il presidente della conferenza episcopale francese Éric de Moulins-Beaufort, lasciando intendere che per i risarcimenti ci si doveva affidare alle donazioni (dei vescovi certo, ma anche dei fedeli). Un’inchiesta di France 2, però, ha fatto i conti in tasca alla chiesa nazionale e ha verificato che la cifra messa a disposizione dei sopravvissuti non è che l’1% del suo patrimonio, stimato intorno agli otto miliardi: la sola diocesi di Lione ha 84,3 milioni di beni immobili e quella di Parigi arriva a 238,8 milioni di euro, con ben 737 immobili.

    Oltreoceano, il problema è ben chiaro da anni. Un’ondata di cause legali ha travolto la Chiesa cattolica negli Stati Uniti dopo che, nel 2019, è stata permessa una finestra di deroga di tre anni alla prescrizione per gli abusi sui minori. Per far fronte alle richieste di risarcimento, molte diocesi hanno fatto ricorso al Capitolo 11, una norma del diritto fallimentare che permette di stipulare una sorta di concordato preventivo, in cui viene garantita la liquidazione dei debiti con un risarcimento forfettario; l’azienda o l’istituzione rimangono però in funzione, «con i loro meccanismi di guadagno e i loro segreti legali nascosti», come precisa David Clohessy, ex direttore di Snap, la più grande rete di sostegno ai sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti degli Stati Uniti. Questo non significa che la Chiesa non abbia i mezzi per pagare: «nessuna diocesi è senza soldi – precisa Clohessy – i funzionari della Chiesa affermano di essere in rosso, ma in realtà ciò che temono davvero è il contenzioso con le vittime, e in particolare il dover affrontare domande difficili, sotto giuramento, su quanto sapevano e quanto poco hanno fatto per fermare i crimini sessuali commessi dai preti sui minori».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/una-vittima-di-abusi-sessuali-nella-chiesa-e-stata-risarcita-ma-non-e-merito-della-cei-l4m1mddf

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 16 del 23 dicembre

    • Alessio Di Florio – Risarcire le vittime si può, finalmente giustizia per una vittima dopo 50 anni, anche in Italia serve commissione d’inchiesta indipendente su abusi nella Chiesa

    Risarcimenti alle vittime di abusi nella Chiesa cattolica. È uno dei temi fondamentali che più, soprattutto in Italia, le gerarchie cercano di frenare, ostacolare, rimuovere. Sarebbe un atto di giustizia ma di fronte le denunce di abusi, al di là di proclami e poco altro, di giustizia dentro la Chiesa se ne vede ben poca. È tornato di stretta attualità in questi giorni, dopo 50 anni una vittima ha ricevuto giustizia ricevendo il sacrosanto (termine quanto mai adatto) risarcimento.

    «Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni – la testimonianza di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa, ad AlaNews – Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno».

    «Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica – ha dichiarato Brogi toccando un altro tema scomodo per le gerarchie cattoliche e su cui realtà indipendenti come Rete L’Abuso da tanti anni e il coordinamento ItalyChurchToo si battono –  I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente».

    Alanews – ANSA


    • Francesco Zanardi – LA CHIESA CATTOLICA BELGA AVREBBE VENDUTO CIRCA 30 MILA BAMBINI ALL’INSAPUTA DELLE LORO MADRI

    La Chiesa cattolica avrebbe venduto circa 30mila bambini all’insaputa delle loro madri. È quanto rivelato dalla testata belga Het Laatste Nieuws, che parla eventi svoltisi in un arco temporale che va dalla fine della Seconda guerra mondiale fino agli anni Ottanta.

    Durante il parto, alcune donne sono state sottoposte ad anestesia generale, mentre altre hanno dovuto indossare una maschera: tutti modi per impedire alle madri di vedere il proprio figlio, che veniva immediatamente separato dopo la nascita. Alcune donne sarebbero state addirittura sterilizzate. Altre sono state costrette a firmare un documento in cui rinunciavano al figlio o gli veniva detto che era nato morto. I bambini venivano poi venduti per ingenti somme – tra i 10.000 e i 30.000 franchi belgi (all’incirca tra i 250 e i 750 euro), a volte molto di più – a famiglie adottive.

    Nel 2015 la Conferenza episcopale si è scusata con le vittime di adozioni forzate in istituti cattolici presso il Parlamento fiammingo. In risposta alle recenti testimonianze, i vescovi hanno espresso la loro compassione per il dolore e il trauma delle vittime, nota il Brussels Times. La Chiesa chiede un’indagine indipendente sulle condizioni descritte dalle donne coinvolte.

    ANSA


    • Ludovica Eugenio – CITTA’ DEL VATICANO-ADISTA.

    Sembra stringersi il cerchio intorno all’ex gesuita Marko Ivan Rupnik, accusato di abusi sessuali da numerose donne, ma al momento non ancora sottoposto a processo dal Vaticano, nonostante papa Francesco, il 28 ottobre scorso, abbia deciso di derogare alla prescrizione per consentirne lo svolgimento. Il 15 dicembre scorso il Dicastero vaticano per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società  di Vita Apostolica, presieduto dal card. João Braz De Aviz, ha annunciato formalmente in un comunicato la decisione di sciogliere la Comunità Loyola, co-fondata da Marko Rupnik insieme a Ivanka Hosta, dopo un commissariamento durato un anno e mezzo e una nuova visita apostolica annunciata appena qualche settimana fa, affidata a p. Amedeo Cencini  e a suor Marisa Adami. La motivazione: «Gravi problemi relativi all’esercizio dell’autorità e al modo di convivere». La notizia era stata diffusa già il 14 dicembre dal giornale digitale portoghese 7Margens.

    «la storia della comunità e la sua esperienza è emblematica  – ha affermato Fabrizia Raguso, ex religiosa della Comunità, docente all’Università Cattolica di Braga, in Portogallo, in un webinar del laboratorio Re-In-surrezione sulla Comunità Loyola – perché ancora dopo l’influenza di Rupnik ha continuato a vivere in un clima di abuso spirituale e psicologico costante da parte della superiora generale e fondatrice Ivanka Hosta e di tutte quelle religiose che più profondamente ne hanno assorbito e fatto propri i contenuti, i metodi e le finalità di quello che si considerava il carisma stesso della comunità. Questo è quanto sottolineato e verificato attualmente anche dal processo di commissariamento realizzato tra il 2020 e il 2022».

    «a causa del rifiuto da parte di Ivanka Hosta di recepire le indicazioni di riforma delle costituzioni e conseguentemente della struttura e del clima relazionale all’interno della comunità, il commissariamento è stato affidato al vescovo ausiliare della diocesi di Roma, mons. Libanori, che in quanto elemento esterno doveva permettere di dialogare con la comunità e dentro la comunità. Ne è seguito un decreto disciplinare del 21 giugno scorso, con l’emissione di un “rimprovero formale” a suor Ivanka Hosta, per il suo comportamento all’interno della Comunità di Loyola “nell’esercitare uno stile di governo lesivo della dignità e dei diritti di ciascuno delle suore che ne fanno parte”.

    Ora, il decreto finale di scioglimento, tardivo, secondo Raguso, che dovrà essere attuato entro un anno; che sarà delle vittime adesso? E che sarà delle religiose che hanno abbandonato la comunità in passato per quegli stessi abusi?

    «Questi ultimi tre anni sono stati molto estenuanti, sia per le sorelle che si sono confrontate con la realtà della Comunità, sia per quelle che l’avevano lasciata diversi anni fa, senza alcun sostegno, né psicologico, né spirituale, né materiale», ha commentato con 7Margens Fabrizia Raguso, benché la decisione sia «un atto di verità, necessario anche per evitare che gli abusi continuino, coinvolgendo altre giovani donne sempre più fragili e impreparate». Ora si spera che arrivi anche la giustizia: «Nessuno potrà restituirci le nostre vite distrutte, ma speriamo che tutte le suore, anche quelle che hanno lasciato la comunità da tempo, possano essere equamente risarcite», ha aggiunto. E che «questo esito non ostacoli il corso del processo contro Marko Rupnik».

    ADISTA


    • Federica Tourn – Sviezzera, aumentano le denunce

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC.

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto prima di tutto essere ascoltate e soprattutto credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato.

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    Fonte cath.ch

  • Preti pedofili, Piero: “Prima vittima italiana ad avere giustizia dalla Chiesa dopo 50 anni”

    Preti pedofili, Piero: “Prima vittima italiana ad avere giustizia dalla Chiesa dopo 50 anni”

    (Roma). “Sono la prima vittima italiana di crimini pedofili prescritti dalla legge, perché avvenivano quando avevo 9 anni e adesso ne ho 60, che è stata riconosciuta ufficialmente e simbolicamente rimborsata dalla chiesa cattolica, però non dalla CEI per fatti che avvenivano in Italia e il cui colpevole è un prete italiano ma dalla conferenza episcopale francese perché sono cittadino franco-italiano e vivo in Francia da 30 anni.

    Solo per questa circostanza ho potuto gioire di questa forma di giustizia che tutti gli altri italiani purtroppo non hanno.

    Vorrei anche in Italia, come si fa in tutti i paesi civili, una commissione d’inchiesta indipendente che faccia luce su quanto accaduto negli ultimi decenni nella chiesa cattolica.

    I colpevoli meritano la galera e non di essere spostati in altre diocesi come fanno abitualmente”.

    Queste le parole di Piero Brogi, vittima di abusi da bambino in una parrocchia di Roma e oggi risarcito, per la prima volta nella storia, dalla Chiesa. (Fabrizio Rostelli/alanews)

    https://www.alanews.it/cronaca/preti-pedofili-piero-prima-vittima-italiana-ad-avere-giustizia-dalla-chiesa-dopo-50-anni/

     

  • La Chiesa cattolica e la discriminazione di genere

    La Chiesa cattolica e la discriminazione di genere

    Paola Lazzarini 16/12/2023, 10:41 – Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2023

    Gli obiettivi di sviluppo posti dall’Agenda 2030 per quanto riguarda la lotta alla discriminazione di genere e l’empowerment di donne e ragazze rappresentano qualcosa in più di semplici auspici, sono impegni precisi che tutti gli Stati del mondo – indipendentemente dal proprio livello di sviluppo – devono integrare, finanziare e rendicontare. Lo Stato del Vaticano non fa parte delle Nazioni Unite, rappresenta l’anomalia di essere “invitato permanente” senza diritto di voto, ma con la facoltà di partecipare ai dibattiti, presentare documenti e contribuire alle discussioni. Di fatto la sua voce è molto influente in questioni etiche, morali e sociali, in questo senso l’atteggiamento della Chiesa Cattolica sull’Agenda acquista un significato che va ben oltre ciò che avviene all’interno delle mura vaticane.

    Ma in che modo un’istituzione che strutturalmente discrimina le donne impedendo loro l’accesso all’ordinazione può concorrere al raggiungimento della parità di genere? Potrebbe essere utile considerare alcuni tra i singoli traguardi previsti dall’obiettivo 5 e come questi trovano posto – o non lo trovano – nell’azione della Chiesa e quali contraddizioni aprano.

    Il punto 5.2 traccia l’urgenza di eliminare ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo. Per quanto riguarda la lotta al dramma della tratta è importante ricordare come nella Chiesa cattolica agiscano forze importanti, citiamo la rete Talitha Kum, creata nel 2009 per coordinare le tante azioni e organizzazioni di suore che operano nel mondo, grazie al pluridecennale impegno delle religiose contro la schiavitù e la tratta delle persone. Il fatto che le suore siano in prima linea contro lo sfruttamento sessuale delle donne non stupisce, ma è un fatto che andrebbe accostato a un altro, di segno opposto, ovvero lo sfruttamento sessuale delle suore da parte dei preti (come Adista più di qualsiasi altro giornale ha raccontato). Quindi se da un lato le suore aiutano le donne a uscire dallo sfruttamento, dall’altra non si riesce ancora a superare una condizione di sfruttamento economico e sessuale da parte del clero maschile su di loro. La ragione di questo paradosso è la condizione di subalternità nella quale le religiose sono relegate a fronte di una casta sacerdotale maschile sacralizzata.

    Per quanto riguarda l’eliminazione di ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato e il fenomeno delle spose bambine (5.3), occorre dare conto dell’impegno della fondazione pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre” in favore delle bambine e ragazze vittime di sequestri e matrimoni forzati, in particolare in Pakistan. La dottrina cattolica sul matrimonio, che mette al centro la libera scelta degli sposi, è un appiglio importante contro questo genere di pratiche e, inoltre, le mutilazioni genitali femminili che questo punto ricorda riguardano altre tradizioni religiose, rendendo di fatto più semplice per la Chiesa cattolica assumere una posizione chiaramente contraria.

    Venendo a questioni che toccano la nostra esperienza quotidiana: la Chiesa cattolica è certamente incline a valorizzare la cura e il lavoro domestico non retribuito (5.4), a favorire la protezione sociale delle donne, ma quando si tratta di «promozione di responsabilità condivise all’interno delle famiglie»? L’attenzione è certamente posta più sulla differenza tra i ruoli dei due coniugi che sul loro pari dovere nella cura dei figli. C’è una sostanziale ambiguità nel messaggio cattolico riguardo all’impegno delle madri; anche recentemente papa Francesco ha detto: «Bisognerebbe comprendere di più la lotta quotidiana delle madri per essere efficienti al lavoro e attente e affettuose in famiglia; bisognerebbe capire meglio a che cosa esse aspirano per esprimere i frutti migliori e autentici della loro emancipazione». In questi messaggi apparentemente (e forse nelle intenzioni) solidali con le donne si manca sempre di chiamare in causa gli uomini, di richiamarli a una vera corresponsabilità, per cui alla fine prevale l’immagine infantile e rassicurante della mamma stanchissima, ma felice, in un quadro nel quale il padre è in un altrove imprecisato.

    Il punto 5.6 riguarda l’accesso universale alla salute sessuale e riproduttiva e ai diritti in ambito riproduttivo, come già concordato dalla Conferenza di Pechino. Questo è il punto sul quale le strade tra Chiesa cattolica e ONU si divaricano più apertamente, perché la Chiesa ha sempre rifiutato l’approccio al tema scelto dall’ONU. Nel 2019, in occasione del Summit internazionale di Nairobi la Santa Sede comunicò che non avrebbe partecipato e che: «È deplorevole la decisione degli organizzatori di incentrare la Conferenza su alcuni temi controversi e divisivi che non godono di consenso internazionale e non riflettono accuratamente la più ampia agenda per la popolazione e lo sviluppo delineata dalla Conferenza internazionale. Questa e il suo vasto Programma di azione… non dovrebbero essere ridotti ai cosiddetti “diritti e salute sessuali e riproduttivi” e a una “esauriente educazione alla sessualità”. C’è al contrario l’urgente necessità di concentrarsi su aspetti critici del Programma di azione, come le donne e i bambini che vivono in stato di povertà estrema, le migrazioni, le strategie per lo sviluppo, l’alfabetizzazione e l’educazione…». Queste parole riflettono una precisa strategia di negazione dell’evidenza che povertà e diritti sessuali e riproduttivi sono inseparabili nella vita delle donne. Il 99% di tutti i decessi materni in gravidanza e parto si verificano tra le donne più povere del mondo, e ci sono prove chiare che il modo più efficace per ridurre l’aborto è dare loro accesso a una contraccezione efficace. Non ci sono segnali che la Chiesa cambi strategia e inizi a riconoscere il diritto delle donne alla salute sessuale e riproduttiva, ma se lo facesse le ricadute sarebbero immense. Basti pensare che oggi, nel continente africano, la Chiesa cattolica gestisce «circa 1.200 ospedali, 5.400 dispensari…, 1.700 consultori matrimoniali, 2.900 centri di educazione sanitaria…»: se questi iniziassero ad occuparsi di educazione sessuale e contraccezione, la vita e la salute di milioni di donne potrebbe cambiare.

    Tra tutti i traguardi di sviluppo previsti dall’Agenda, i più controversi per la Chiesa sono quelli che riguardano direttamente la piena ed effettiva partecipazione femminile e pari opportunità di leadership a ogni livello decisionale in ambito politico, economico e della vita pubblica. Per fortuna sono lontani i tempi in cui il papa (Giovanni Paolo II) incontrando la presidente dell’Irlanda Mary McAleese, la ignorò andando a stringere la mano di suo marito prima della sua dicendo: «Non preferirebbe essere lei il presidente dell’Irlanda invece di sua moglie?». Eppure ancora oggi non ci sono segni di una sensibilità cattolica alla crescita di una leadership femminile in politica, economia e vita pubblica, ma – soprattutto – non c’è cenno di una reale crescita della leadership femminile all’interno della Chiesa stessa. È vero, papa Francesco ha portato alcuni cambiamenti: dal 2022 per la prima volta nella storia il Governatorato della Città del Vaticano ha una donna come Segretario Generale, due donne sono state nominate all’interno del Congregazione per i Vescovi, senza dimenticare suor Nathalie Becquart, vice segretaria del Sinodo dei vescovi. Si tratta di passi significativi, ma non può sfuggire la natura simbolica e arbitraria di queste nomine: le donne non hanno alcun diritto a partecipare ai processi decisionali ecclesiali (non essendo preti, vescovi o cardinali), possono farlo solo a condizione che questo venga loro graziosamente concesso. Se la Chiesa critica i governi e le nazioni per i fallimenti in materia di diritti umani, non ha però consapevolezza o comunque sceglie di ignorare la propria negligenza quando si tratta di parità e giustizia. Anche le nomine eccellenti operate da papa Francesco negli ultimi anni non hanno modificato in maniera sostanziale la mappa dei poteri e soprattutto non hanno prodotto un sistema di pesi e contrappesi per quanto concerne il governo della Chiesa. Come ebbe a dire la stessa McAleese in una conferenza a Roma nel 2018: «La mancata inclusione delle donne come pari ha privato la Chiesa di un discernimento fresco e innovativo; l’ha consegnata a un pensiero riciclato tra un’élite clericale maschile ermeticamente chiusa, lusingata e raramente sfidata da coloro che sono stati scelti per i lavori in processi segreti e chiusi. Ha tenuto fuori Cristo e dentro il bigottismo. Ha lasciato la Chiesa a sbattere goffamente su un’ala sola, quando Dio gliene aveva date due».

    In sintesi possiamo dire che la Chiesa cattolica continua a mantenere un rapporto ambiguo e opaco con la modernità e le sue acquisizioni: da un lato è agente attivo nella lotta alla violenza, alla tratta, alle pratiche dei matrimoni forzati, ma dall’altro rifiuta di guardare le violenze e prevaricazioni al proprio interno. Invita il mondo a valorizzare le donne, ma contemporaneamente le tiene ai margini della propria organizzazione; attribuisce valore sacro alla maternità, ma non ha a cuore la salute riproduttiva delle donne e la loro possibilità di scegliere che sono requisiti imprescindibili per una maternità consapevole, gioiosa o almeno sostenibile. In questa discrasia tra ciò che si chiede al mondo e ciò che si è disposti a fare al proprio interno sta uno degli elementi di debolezza della Chiesa in questo tempo: il Re è nudo e sono le donne a doverlo dire ad alta voce.

    Paola Lazzarini è sociologa e giornalista, impegnata sui temi delle diseguaglianze tra donne e uomini nella Chiesa cattolica. Già presidente dell’associazione “Donne per la Chiesa” e consulente di “Voices of Faith”.

    *Foto presa da Unsplash, immagine orginale e licenza 

    https://www.adista.it/articolo/71102

  • Abusi, la Santa Sede scioglie una comunità di suore fondata da Rupnik

    Abusi, la Santa Sede scioglie una comunità di suore fondata da Rupnik

    L’ennesima visita apostolica che si conclude con un decreto di scioglimento. Il dicastero per gli istituti di vita consacrata ha emesso un decreto di scioglimento per la Comunità di Loyola che dovrà essere attuato entro un anno. Lo ha comunicato la diocesi di Lubiana, territorio canonico dove la comunità era eretta. Era stato proprio l’arcivescovo locale, monsignor Stanislav Zore ad ordinare una visita nel 2019. Nel comunicato si parla di “gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria” dietro la decisione della Santa Sede. Il riferimento è presumibilmente all’influenza esercitata sulle consorelle dalla fondatrice Ivanka Hosta. Ma questa storia si intreccia ad uno dei più recenti e clamorosi scandali che hanno coinvolto la Chiesa: il caso di padre Marko Ivan Rupnik, teologo e artista sloveno conosciuto in tutto il mondo. Accusato di abusi da più donne, l’uomo era stato scomunicato nel 2020 dalla congregazione per la dottrina della fede per aver assolto in confessione una complice nel peccato contro il sesto comandamento. Subito dopo, però, quella scomunica era stata revocata: ancora oggi, un anno dopo l’emersione dello scandalo, non si sa da chi.

    L’indagine per abusi

    La Comunità di Loyola, infatti, è stata fondata nella metà degli anni ’80 proprio da Rupnik e da suor Ivanka Hosta. Ed è proprio dalle ex suore di questa comunità che sono partite le prime denunce nei confronti dell’artista sloveno, all’epoca cappelano. Secondo le testimonianze di alcune sopravvissute, le prime denunce di abusi psicologici e sessuali commessi dal religioso vennero fatte internamente alla madre superiora già nel 1993. Rupnik ruppe con suor Hosta, fu allontanato dall’arcivescovo dell’epoca Alojzij Suàtar e si trasferì a Roma per fondare il Centro Aletti. La seconda indagine dell’ex congregazione per la dottrina della fede sulle presunte violenze dell’artista nacque proprio nell’ambito della visita in corso nella Comunità di Loyola a seguito delle segnalazioni fatte da alcune consacrate. Ad inizio 2022 la Compagnia di Gesù concluse la sua indagine interna raccomandando al dicastero per la dottrina della fede di istruire un processo penale a carico di Rupnik dopo aver constatato “l’effettiva consistenza delle accuse”. Ma l’ex congregazione per la dottrina della fede non istruì il processo perché subentrarono i termini di prescrizione e, pur potendolo fare, non vi rinunciò.

    Lo scandalo

    Rupnik, che nel 2020 venne invitato a tenere gli esercizi spirituali di Quaresima alla Curia Romana, è stato nel frattempo destinatario di nuove accuse, molto pesanti da parte di presunte vittime che contemplavano anche racconti di abusi sessuali a sfondo sacrilego. Lo scorso giugno la Compagnia di Gesù ha dimesso Rupnik ritenendo il “grado di credibilità di quanto denunciato o testimoniato come molto alto”. Nonostante ciò, la sua parabola nella Chiesa non è finita perché pur essendo un ex gesuita, non è stato ridotto allo stato laicale. Così, ad ottobre, l’artista è riuscito a trovare una diocesi che lo incardinasse a Capodistria, in Slovenia. Tutto questo un mese dopo essere stato difeso pubblicamente in una nota del Vicariato di Roma a conclusione di una visita nel Centro Aletti e che si concludeva a proposito della condotta di Rupnik sostenendo di aver “segnalato procedure gravemente anomale il cui esame ha generato fondati dubbi anche sulla stessa richiesta di scomunica”. Un anomalo ed inedito giudizio del Vicariato di Roma sull’operato del dicastero più importante della Curia.

    L’accoglienza di Rupnik a Capodistria ha suscitato moltissime polemiche ed amareggiato le presunte vittime che da tempo denunciano di non essere prese sul serio dalle autorità ecclesiastiche competenti in Vaticano e nelle diocesi interessate. Ci ha dovuto pensare la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori che su iniziativa del presidente cardinale Sean Patrick O’Malley ha segnalato al Papa l’esistenza di “gravi problemi nella gestione del caso di P. Marko Rupnik e la mancanza di vicinanza alle vittime”. Dopo questa mossa e dopo le critiche delle ex suore sopravvissute, dal Papa è arrivata la richiesta al dicastero per la dottrina della fede di esaminare il caso e la deroga alla prescrizione per consentire lo svolgimento di un processo sulle denunce relative agli anni della Comunità di Loyola.

    https://www.ilgiornale.it/news/vaticano/abusi-santa-sede-scioglie-comunit-suore-fondata-rupnik-2256645.html

  • Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Svizzera romanda: sono 91 le vittime di abusi in ambito ecclesiale annunciatesi dopo il 12 settembre

    Dal 12 settembre, data della pubblicazione del rapporto di Zurigo sugli abusi commessi nella Chiesa in Svizzera, come comunica in queste ore cath.ch, sono 91 le vittime di abusi sessuali annunciatesi nella Svizzera romanda presso il SAPEC, associazione di aiuto alle persone abusate in ambito ecclesiale, o presso la Commissione di Ascolto, Conciliazione e Arbitraggio (CECAR) e anche presso differenti commissioni diocesane. Di queste, 40 sono donne e 51 gli uomini. Si tratta di casi verificatisi tempo fa e caduti in prescrizione.

    «Dal 13 settembre in poi il telefono ha squillato ogni dieci minuti», racconta Marie-Jo Aeby, vice presidente del gruppo SAPEC. A sua volta Brigitte Ansermet, segretaria e amministratrice del CECAR, sottolinea che dal 13 settembre le domande sono fortemente aumentate. I comitati preposti all’ascolto e all’accoglienza delle vittime si sono così dovuti suddividere, per essere più operativi.

    Ma al di là delle cifre, si gioca un elemento altrettanto importante, che è quello del coraggio di uomini e donne di osare a parlare davanti a delle istanze ufficiali dopo decenni di silenzio. «Le vittime di abusi sessuali non parlano mai dall’oggi al domani», spiega Aeby. Spesso la chiamata che fanno o l’email che mandano è frutto di un lungo cammino. Magari sono stati consigliati da qualcuno che è loro vicino, precisa la vice presidente del SAPEC, «e non potete nemmeno immaginare l’energia che ci voglia per un passo simile!».

    «Delle volte può convincere una persona a parlare anche un caso citato nei media». Subito dopo i casi emersi all’abbazia di S. Maurice, si sono ad esempio annunciate tre persone al SAPEC, ma solo una era legata direttamente all’abbazia, indica Aeby. Ugualmente dopo la pubblicazione, in Francia, del rapporto sugli abusi nella Chiesa francese, due persone si sono annunciate presso la Commissione per gli abusi sessuali in contesto ecclesiale (CASCE) della diocesi di Losanna, Ginevra e Friborgo, come indica la collaboratrice Rita Menoud.

    Segnalazioni via email

    Ogni caso è però unico e ognuno si annuncia a suo modo. Il CASCE ad esempio riceve la maggior parte delle segnalazioni per email, più raramente per posta o per telefono. «Può trattarsi di una email contenente alcuni dettagli, senza che però il nome dell’autore dei fatti sia menzionato. È un modo per le persone per raccontare ciò che hanno vissuto», sottolinea Rita Menoud, che aggiunge che alcune delle vittime indicano anche di non voler essere ricontattate. «In ogni caso diamo conferma di ricezione e rispondiamo indicando le strutture alle quali indirizzarsi se la vittima desidera essere presa in carico da un’istanza indipendente, il SAPEC, il CECAR o i centri LAVI (Legge d’aiuto alle vittime di infrazione)».

    Rita Menoud aggiunge che «spesso le vittime non hanno conoscenza delle organizzazioni preposte alla raccolta delle loro testimonianze, né dei risarcimenti che possono ottenere, né dei passi che potrebbero compiere». Aeby a sua volta accoglie soprattutto le vittime e le orienta. «Se vogliono testimoniare e raccontare cosa è successo loro in vista di un riconoscimento ufficiale dei fatti presso la Chiesa o di un risarcimento, le indirizzo verso il CECAR o i centri LAVI, allo scopo che non debbano continuamente ripetere le loro storie. Ripetere di continuo ciò che hanno subito è molto doloroso».

    Essere ascoltati e capiti

    «Le persone che si annunciano non vogliono a priori un incontro. Vogliono piuttosto che prima di tutto siano ascoltate e soprattutto che siano credute», aggiunge Aeby. Lo conferma anche Rita Menoud: «Annunciandosi, hanno paura di esser mal ricevute e che non le si creda». E cita il caso di una donna di 70 anni, che aveva denunciato il caso di un prete abusatore durante un campo di vacanza, abusi subiti all’età di otto anni, ma che non erano stati creduti dai genitori e che per questo lei non aveva mai più raccontato. «Tanto la figura di un prete era allora sacra…», commenta Brigitte Ansermet della CECAR.

    I contatti sono dunque fragili, certe vittime parlano per la prima volta, «ma bisogna anche avere il coraggio di porre loro delle domande precise per ottenere quei dettagli che possono rilevarsi importanti per il futuro e per stabilire lo stato emozionale della vittima. Così come è importante dimostrare loro del rispetto», precisa Rita Menoud, che ha anche lavorato presso la polizia giudiziaria di Friborgo. «Può anche accadere che anche anni dopo le vittime siano ancora in contatto con il loro aggressore, alcune dimostrandogli anche ossequio».

    La necessità di comprendere

    La maggior parte delle vittime sente il bisogno di testimoniare cosa è loro successo. «Hanno anche un forte bisogno di comprendere come questo possa essere accaduto», spiega Brigitte Ansermet. Chiedono anche, quasi sempre, l’accesso al dossier del prete abusatore per vedere se ci siano state altre vittime. «Essere ascoltate ufficilamente le consola», aggiunge Rita Menoud, «e si sentono meno sole quando scoprono che le vittime dello stesso abusatore sono più di una; capiscono che la loro testimonianza può avere un peso. Da qui la necessità di essere comprese».

    Non sono però i risarcimenti monetari lo scopo di chi si annuncia presso le diverse istanze. «Nell’80 per centro dei casi, le persone vogliono anzitutto essere capite e conosciute come vittime. La domanda di risarcimento può avvenire in un secondo momento», riferisce Rita Menoud. Si tratta di soldi spesi, molto spesso, in cure psicologiche e psichiatriche. «Ma delle vittime chiedono anche che i soldi siano versati ad opere caritative», conclude Brigitte Ansermet. Vi si aggiunge l’incontro con il vescovo della diocesi in cui era incardinato l’abusatore e l’accesso al suo dossier. Proprio nell’incontro con il vescovo, aggiunge la segretaria del CECAR, le vittime molto spesso vogliono essere acocmpagnate.

    La trasmissione dei dati a Zurigo

    Il SAPEC trasmette sistematicamente i casi all’équipe di ricerca dell’Università di Zurigo. Il CASCE mette invece a disposizione i casi degli storici che volessero approfondirli consultando i loro archivi per proseguire nella ricerca. Quanto ad eventuali casi di calunnia, Aeby cita un solo caso in 14 anni di attività: «La persona non voleva essere identificata, ha donato un indirizzo di posta elettronica di fantasia ed era molto virulenta nell’accusa, molto di più dei casi di cui sentiamo raccontare di solito». Presso il CECAR questo accade ancora più di rado: «Entriamo in materia solo su dei casi prescritti. Le persone devono inoltre identificarsi e le riceviamo personalmente per sapere se vogliono ricevere un risarcimento», sottolinea Ansermet. «Ascoltarle è a volte difficile, ma sapere che ciò contribuisce ad aiutarle, mi aiuta a tenere la giusta prospettiva».

    cath.ch/adattamento red

    https://www.catt.ch/newsi/svizzera-romanda-sono-91-le-vittime-di-abusi-in-ambito-ecclesiale-annunciatesi-dopo-il-12-settembre/