Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Roma

  • Caso Rupnik: ora i fatti, solo le parole non bastano. Comunicato stampa #ItalyChurchToo

    Caso Rupnik: ora i fatti, solo le parole non bastano. Comunicato stampa #ItalyChurchToo

    Il 19 settembre scorso cinque ex religiose che accusano di abusi Ivanka Hosta e Marko Rupnik hanno rivolto una lettera aperta al papa, diffusa dal nostro sito: un grido di indignazione e di disillusione di fronte al recente, unilaterale incontro del papa con l’attuale direttrice del Centro Aletti, Maria Campatelli – ma non con loro, che pure lo chiedono da anni – e al susseguente comunicato del Vicariato di Roma riguardante la visita canonica allo stesso Centro Aletti, conclusasi con una diagnosi di buona salute della comunità e con l’espressione di dubbi riguardanti la procedura che nel 2020 portò alla scomunica, poi misteriosamente ritirata, di Marko Rupnik.

    La lettera al papa delle cinque ex religiose, che si sono esposte firmandosi con nome e cognome, ha fatto il giro del mondo ed è arrivata in Vaticano. La Pontificia Commissione Tutela Minorum, integrata alla sezione disciplinare del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha alzato le antenne. Il papa è stato informato.

    L’8 ottobre, la stessa Commissione ha contattato le vittime proponendo un incontro, non finalizzato a mettere in discussione le decisioni prese su Rupnik (che, lo ricordiamo, non è stato sottoposto a un secondo processo canonico perché i fatti esaminati erano caduti in prescrizione, ed è stato soltanto “dimesso” (espulso) dalla Compagnia di Gesù per disobbedienza ai provvedimenti disciplinari che gli erano stati comminati) quanto a una revisione procedurale del modo in cui le presunte vittime erano state trattate. L’incontro, al quale ha partecipato una di loro, si è svolto il 21 ottobre.

    Il 26 ottobre la diocesi di Capodistria, in Slovenia, ha dato notizia ufficiale dell’incardinazione di Marko Rupnik nel suo clero, insistendo sull’innocenza dell’ex gesuita, in quanto non toccato da alcuna condanna.

    Il 28 ottobre la Sala Stampa vaticana ha comunicato che il papa, ascoltata la Pontificia Commissione Tutela Minorum riguardo a «problemi nella gestione del caso di p. (sic) Marko Rupnik e la mancanza di vicinanza alle vittime (sic), ha chiesto al Dicastero per la Dottrina della Fede di esaminare il caso e ha deciso di derogare alla prescrizione per consentire lo svolgimento di un processo». Una decisione inattesa, che sembrerebbe (il condizionale è d’obbligo) ribaltare di 180 gradi la politica vaticana di protezione dell’ex gesuita cui finora si è assistito.

    Italychurchtoo accoglie favorevolmente la decisione del papa: la deroga alla prescrizione è certamente la conditio sine qua non per chiarire le responsabilità di Rupnik e per disegnare un debito percorso di giustizia per le vittime.

    Ma le parole non bastano.

    Pur condividendo il cambio di postura rispetto alla questione,

    • ci rattrista e ci pare paradossale che il papa, perché incalzato dal succedersi di eventi peraltro controversi, si renda conto solo ora della «mancanza di vicinanza alle vittime»;
    • ci rattrista e ci pare paradossale che «ascoltare con attenzione e compassione coloro che soffrono, soprattutto coloro che si sentono emarginati dalla Chiesa» sia qualcosa che va «imparato dal Sinodo»;

    sottolineiamo con forza come, a questo punto, ci si attenda che:

    • la decisione del papa, che apre uno spiraglio di speranza per le vittime, sia in tempi brevi trasformata nella realtà di un processo canonico: un impegno non mantenuto sarebbe un altro, ennesimo abuso;
    • ciò che riguarda l’istruzione, lo sviluppo e la conclusione del processo sia oggetto di comunicazione alle vittime e al pubblico, nel segno di una effettiva e reale trasparenza che consenta l’accertamento della verità;
    • il processo canonico a Rupnik alla cui istruzione il papa si è impegnato non si trasformi in un processo alle vittime: la loro credibilità di donne adulte dovrà essere rispettata e tutelata; dovranno potersi avvalere di avvocati di loro scelta; essere informate debitamente sulle procedure e coinvolte direttamente; in caso contrario, non faranno che rivivere un ulteriore abuso;
    • il processo canonico a Rupnik venga condotto in tempi rapidi e preluda a ulteriori procedimenti volti a far emergere le responsabilità di chi, nella catena di comando della gerarchia ecclesiastica, pur sapendo ha coperto e insabbiato;
    • nella stessa dimensione di trasparenza, siano rese pubbliche in tempi brevi le conclusioni della visita apostolica alla Comunità Loyola di Ivanka Hosta.

    Solo se questi requisiti minimali saranno rispettati si potrà pensare che la Chiesa istituzionale si trovi davvero sulla soglia di un nuovo e più concreto modo di affrontare gli abusi, rendendo verità e giustizia alle vittime e perseguendo i responsabili, senza più protezioni e coperture.

    Roma, 30/10/23

    Coordinamento Italychurchtoo

    Per aderire scrivere a postmaster@italychurchtoo.org

    Adesioni in aggiornamento:

    Michelangelo Ventura – Noi siamo chiesa

    Giuseppina Perrucci – Noi siamo chiesa e socia di Azione Cattolica

    Maurizio Portaluri – Manifesto4ottobre

    Ludovica Eugenio – Adista

    Emanuela Provera – ex numeraria Opus Dei

    Fabrizia Raguso – psicologa, ex membro Comunità Loyola

    Marzia Benazzi – Laboratorio Reinsurrezione

    Cecilia Sgaravatto – Laboratorio Reinsurrezione

    Clelia degli Esposti – Laboratorio Reinsurrezione

    Doretta Baccarini – Laboratorio Reinsurrezione

    Floriana Coppola – Laboratorio Reinsurrezione

    Margherita Bani – Laboratorio Reinsurrezione

    Paola Cavallari – Laboratorio Reinsurrezione

    Paola Lazzarini – Laboratorio Reinsurrezione

    Stefania Manganelli – Laboratorio Reinsurrezione

    Francesco Zanardi – Rete L’abuso

    Maria Armida Nicolaci – biblista

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 8 del 28 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 8 del 28 ottobre

    • Ludovica Eugenio – Circa 440mila persone, l’1,13% della popolazione maggiorenne spagnola, dichiara di aver subito abusi sessuali in ambito ecclesiastico

    Con circa 440mila persone che dichiara di aver subito abusi sessuali nel contesto della Chiesa, pari all’1,13% della popolazione maggiorenne spagnola, di cui circa la metà vittima di un prete o un religioso cattolico  il rapporto sugli abusi oggi pubblicato, che copre gli ultimi 50 anni, fa della Spagna il paese con la più alta proiezione ufficiale di persone colpite, con un 30% in più rispetto alla Francia, il cui Rapporto Sauvé contava 330.000 vittime nel 2021.

    La metà dei casi, circa 200 mila, riguarderebbe minori. Il rapporto si basa su un sondaggio condotto su 8.000 persone e commissionato dalla commissione d’inchiesta sul fenomeno avviata dal Parlamento e curata dall’istituzione del Difensore civico. Un’indagine durata 15 mesi, nata da una grande inchiesta giornalistica del quotidiano El Pais..

    Ángel Gabilondo, difensore civico, che ha coordinato i lavori di un anno e mezzo della commissione, ha precisato in conferenza stampa che la maggior parte degli abusi si è verificata tra il 1970 e il 1990. Inoltre, la commissione di esperti ha intervistato 487 vittime di abusi sessuali, dei quali circa un terzo ha evidenziato problemi emotivi legati allo stress post-traumatico.

    Per il difensore civico, che il 27 ottobre ha consegnato ufficialmente il rapporto di oltre 700 pagine al parlamento spagnolo, che lo aveva commissionato nel marzo 2022, il testo è una “risposta” alla “sofferenza e alla solitudine” delle persone colpite.

    Nella Chiesa cattolica spagnola “purtroppo da molti anni prevale una certa volontà di negare gli abusi o di nascondere o proteggere gli autori di abusi”, ha denunciato Gabilondo.

    Tra le raccomandazioni del rapporto spicca “la creazione di un fondo statale per risarcire” le vittime. La Chiesa cattolica, che per anni ha rifiutato categoricamente qualsiasi indagine esaustiva, ha rifiutato di partecipare alla commissione, anche se alla fine ha fornito i documenti.

    La Conferenza episcopale, che non ha commentato la notizia, ha convocato per lunedì un’assemblea straordinaria per prendere posizione.


    • Federica Tourn – Rupnik accolto nella diocesi di Capodistria

    Marko Rupnik, il celebre sacerdote e artista accusato di aver abusato di diverse donne ed espulso dalla Compagnia di Gesù lo scorso 14 luglio, è stato incardinato nella diocesi di Capodistria dal vescovo Jurij Bizjak alla fine di agosto. La voce in Slovenia girava da tempo, ma fino a ieri non si aveva alcuna conferma ufficiale. Secondo quanto ha dichiarato il vicario generale Slavko Rebec, «il vescovo di Capodistria ha accettato sulla base del decreto di dimissione di Rupnik dall’ordine dei gesuiti e sulla base della richiesta di ammissione di Rupnik alla diocesi di Capodistria». L’incardinazione del sacerdote è avvenuta «sulla base del fatto che non era stata emessa alcuna sentenza giudiziaria nei confronti di Rupnik – prosegue monsignor Rebec – chiunque risulti accusato di un reato penale ha il diritto di essere presunto innocente fino a quando

    è giudicato colpevole in base alla legge, in un procedimento pubblico in cui gli viene data la possibilità di difendersi. Fino a quando Rupnik non sarà condannato, gode di tutti i diritti e le libertà fondamentali dei sacerdoti diocesani»

    Rupnik aveva semplicemente bisogno di un vescovo che lo accogliesse formalmente per poter continuare a esercitare il ministero come sacerdote diocesano. Infatti non si trova attualmente a Capodistria e né ci lavorerà, ma è «ufficiosamente» a Roma, come ha dichiarato candidamente don Božo Rustja, portavoce della diocesi di Capodistria, ripreso da Družina. È da notare che il vescovo di Capodistria ha dato le dimissioni più di un anno fa per ragioni di età (ha compiuto 75 anni nel febbraio 2022) ed è in attesa che papa Francesco nomini un successore. Secondo quanto si dice nella chiesa slovena, la sedia da vescovo a Capodistria era già pronta per Ivan Bresciani quando è scoppiato lo scandalo Rupnik e tutto è stato congelato. Bresciani, già vicedirettore del Centro Aletti e per sei anni provinciale dei gesuiti in Slovenia, è fra i fedelissimi di Rupnik ed è uscito dalla Compagnia di Gesù poco dopo l’espulsione del confratello. Sempre secondo quanto riferisce Družina, anche altri tre ex gesuiti sloveni del Centro di via Paolina sarebbero stati accolti dal vescovo Maksimilijan Matjaž nella diocesi di Celje, a una settantina di chilometri dalla capitale, ma manca ancora la conferma ufficiale.

    Fonte: Domani


    • Francesco Zanardi – Molestie sessuali sui pazienti psichiatrici, tre anni a don Federico De Bianchi

    Il Tribunale di Treviso ha condannato un sacerdote della Diocesi di Vittorio Veneto, don Federico De Bianchi, imputato di presunte molestie sessuali nei confronti di quattro persone ricoverate, tra il 2009 e 2010, nel reparto di psichiatria dell’ospedale dove prestava servizio come cappellano. Lo riferisce una nota della stessa Diocesi. Il giudice ha assolto don De Bianchi per uno dei quattro casi, e lo ha prosciolto per altri due; per il quarto caso ha riconosciuto la parziale validità dell’accusa, con la conseguente condanna a tre anni dell’imputato.

    L’accusa aveva chiesto una pena di otto anni di reclusione. De Bianchi «continua a confidare nella giustizia – precisa la nota – ed esprime la disponibilità a proseguire l’iter giudiziario ‘con la serenità che viene dalla mia coscienzà, afferma».

    Il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, esprime «dispiacere per l’esito del primo grado di questo lungo processo, durato già quasi sette anni, che vede come imputato don De Bianchi. Fin dall’inizio del procedimento don Federico ha sostenuto la propria innocenza, rinunciando a qualsiasi forma di patteggiamento, sicuro che la sua innocenza sarebbe stata documentata dal dibattimento».

    «In base agli elementi di cui sono a conoscenza rimango convinto che don Federico sia estraneo alle azioni di cui è accusato. Proprio per questo – conclude – incoraggio il ricorso in appello, convinto che sarà dimostrata la sua estraneità a quei fatti che, ancora, gli sono imputati».


    • Alessio Di Florio – Elisa Claps, in occasione della manifestazione per l’anniversario accusato di abusi sessuali l’ex parroco

    Sono passati esattamente trent’anni dalla scomparsa di Elisa Claps. Una prima verità arrivò solo dopo diciassette anni quando il corpo della ragazza fu ritrovato all’interno della Chiesa della Santissima Trinità a Potenza. Ci sono alcuni punti fermi sulla vicenda ma trent’anni dopo tanti sono ancora gli interrogativi, i dubbi, le verità parziali o mancate.

    La Chiesa della Santissima Trinità è stata riaperta al pubblico e tornerà alla sua normale quotidianità religiosa nonostante le proteste della famiglia Claps. In occasione del trentennale della scomparsa di Elisa Claps (e del suo assassinio perché le indagini e i processi hanno accertato che fu uccisa il giorno stesso della scomparsa) si è tenuta una manifestazione di fronte la Chiesa. «Io in quella chiesa – ha dichiarato uno dei presenti, Dino Quarantino – sono stato abusato» aggiungendo, riporta il Quotidiano del Sud, dopo che alcuni presenti gli hanno urlato di fare nomi, di essere «indignato da quella targa apposta all’interno che ricorda don Mimì Sabia», il parroco della Santissima Trinità oggi deceduto.

    Fonte: Quotidiano del Sud


    • Francesco Zanardi – CIVITAVECCHIA: Don Ivan Leto salvato dalla prescrizione

    Si è svolto mercoledì a Civitavecchia il processo nei confronti di don Ivan Leto, all’epoca dei fatti parroco della parrocchia di san Giordano Martire, rinviato a giudizio per diffamazione ai danni del Presidente della Rete L’ABUSO.

    Il sacerdote aveva ospitato nel 2015 un prete, don Francesco Rutigliano, condannato dal santo uffizio per abusi sessuali a danno di minori, omettendo la cosa ai fedeli e lasciandolo a contato con minori. Fedeli che tuttavia si accorsero dei precedenti del sacerdote attraverso il sito della Rete L’ABUSO che ne documentava il caso.

    Ad aggravare il tutto il fatto che la stessa vittima di don Francesco Rutiliano fuggita dalla Locride dopo gli abusi, si fosse rifatta una vita proprio a Civitavecchia, dove il prete che l’abusò, dopo la sospensione di cinque anni fu reintegrato.

    Se pur don Leto dichiarò alla Rete L’ABUSO di non essere a conoscenza dei precedenti del collega, che fu costretto a lasciare la parrocchia, pubblicò falsità diffamanti a suo sostegno contro l’associazione e attraverso il sito della stessa diocesi dove affermava in totale malafede che Francesco Zanardi, presidente della Rete L’ABUSO, per quei fatti fosse stato raggiunto da un avviso di garanzia già notificato e un procedimento da parte del Garante, oltre il fatto che a suo dire, Zanardi non fosse nuovo ad azioni diffamatorie contro il clero. Notizia totalmente falsa.

    Tuttavia i provvidenziali ritardi della giustizia italiana, se pur avesse ravvisato la diffamazione aggravata già su base documentale, hanno permesso che il reato si prescrivesse, sia per quanto riguarda il prete, sia per la Diocesi, di fatto responsabile della diffamazione a mezzo stampa.

    Questa mattina il colpo di scena in aula, dove il difensore della Rete, l’avvocato Mario Caligiuri, non ha potuto che riscontrare purtroppo l’estinzione del reato a causa dell’intervento dei termini prescrittivi.


    • Federico Tulli – Diciassette secoli di pedofilia nella Chiesa cattolica

    È l’anno 305 quando il Concilio di Elvira stabilisce come punizione per gli «stupratores puerorum» il rifiuto della comunione. Poi, per un migliaio di anni poco o nulla viene tramandato. Certamente non perché miracolosamente gli abusi siano cessati.

    Ecco cosa annota lo storiografo Claudio Rendina nel suo libro I peccati del Vaticano (Newton Compton, 2009):

    «Stranamente l’alto e basso Medioevo non ci rivelano casi di pedofilia nei quali siano coinvolti ecclesiastici, ma questo dipende anche dall’ignominioso concetto che i bambini di quel tempo sono ritenuti posseduti dal demonio, tanto da essere torturati e bruciati vivi affinché possano espiare le loro colpe. Questi bambini non sono altro che i capri espiatori su cui sfogare libidini, risentimenti politico-religiosi, superstizioni e paure di un’intera comunità, e quindi eventuali casi di pedofilia rientrano nell’applicazione di certe condanne».

    Tutta la storia della Chiesa è dunque attraversata da episodi di abusi e violenze sui bambini di cui si sono resi protagonisti anche numerosi pontefici.

    Dal 366, con Damaso I, fino al 1550, con Giulio III, se ne contano diciassette. Come Sergio III il quale, salito al trono pontificio nel 904 a quarantacinque anni, ebbe per amante la quindicenne Marozia. E come Sisto IV, papa dal 1471 al 1484, noto alle cronache dell’epoca per la sua relazione con un dodicenne. E poi ancora Giulio II, nel 1511, con il piccolo Gonzaga di dieci anni. E Giulio III con Innocenzo del Monte, anche lui dodicenne, che lo stesso Papa nominerà cardinale a diciott’anni.

    Siamo nel 1550 e una pasquinata di allora recita:

    Ama Del Monte con ugual ardore

    la scimmia e il servitore.

    Egli al vago femmineo garzoncello

    ha mandato il cappello*:

    perché la scimmia, a trattamento uguale,

    non fa pur cardinale?


     

  • Il Papa ordina al Vaticano di riaprire il caso del sacerdote accusato di abusi sugli adulti ma autorizzato a continuare a ministrare

    Il Papa ordina al Vaticano di riaprire il caso del sacerdote accusato di abusi sugli adulti ma autorizzato a continuare a ministrare

    ROMA (AP) – Papa Francesco ha ordinato al Vaticano di riaprire il caso di un noto sacerdote-artista accusato di aver abusato sessualmente, psicologicamente e spiritualmente di donne adulte , e ha rimosso i termini di prescrizione sulle loro accuse, ha detto venerdì il Vaticano.

    L’annuncio ha segnato una svolta importante per la Santa Sede e ha fatto seguito alla protesta tra le vittime e i loro sostenitori per la gestione del caso del Rev. Marko Ivan Rupnik , un ex gesuita i cui mosaici abbelliscono chiese e basiliche in tutto il mondo.

    Lo scandalo è stato un grattacapo per i gesuiti, il Vaticano e lo stesso Francesco a causa del sospetto che Rupnik avesse ricevuto un trattamento di favore dalla Santa Sede, dove un gesuita è papa e altri gesuiti sono a capo dell’ufficio per i crimini sessuali che ha indagato su Rupnik e ha rifiutato di perseguirlo perché le pretese contro di lui erano ritenute troppo vecchie.

    Una dichiarazione del Vaticano afferma che la commissione per la prevenzione degli abusi di Francesco ha segnalato “seri problemi” nel modo in cui il suo caso è stato gestito inizialmente, in particolare nella “mancanza di contatto con le vittime”. Quella terminologia era significativa perché le autorità ecclesiastiche in precedenza si rifiutavano di considerare anche le donne che avanzavano rivendicazioni contro Rupnik come “vittime”.

    https://apnews.com/article/vatican-jesuit-pope-abuse-rupnik-cb8e67c99fd8ecfb8517f6282765d70e

  • BERGAMO – Don Valentino Salvoldi accusato di molti abusi sessuali e psicologici

    BERGAMO – Don Valentino Salvoldi accusato di molti abusi sessuali e psicologici

    Valentino Salvoldi, nel suo sito,  si definisce studioso, insegnante, giornalista, scrittore ed educatore particolarmente rivolto ai giovani a cui raccomanda di “scegliersi un maestro di vita e scoprire la loro bellezza”. Ma per tanti ragazzi che hanno frequentato Salvoldi e i suoi campi religiosi tenuti per anni nella provincia Italiana, don Valentino è il prete che ha abusato di loro, li ha baciati in bocca, li ha violati nelle parti intime, si è strusciato su di loro dopo averli invitati a dormire nel suo letto. Nei loro ricordi, don Valentino è il sacerdote che ha manipolato i loro pensieri e le loro emozioni chiamandoli “miei figli” o “eletti”, “migliori di tutti gli altri” per continuare ad approfittare di loro, indisturbato, per anni.

    Nei suoi racconti, prima di diventare sacerdote, i superiori di Valentino Salvoldi gli sconsigliano di fare il prete, suggerendogli invece di lasciare il seminario, sposarsi e avere figli, poiché “abbiamo paura della tua intelligenza”. Secondo Salvoldi “Santa Madre Chiesa preferisce persone più normali” di lui poiché lui è “bello e intelligente”. Nonostante il consiglio, lui decide di prendere i voti.

    Valentino ha studiato all’università a Roma ed ha ottenuto il dottorato con il suo mentore Bernard Häring, professore di teologia morale alla Pontificia Accademia Alfonsiana (Pontificia Università Lateranense). Racconta di essere stato un giovane professore attivo in Vaticano, ma la sua carriera sembra essere stata inaspettatamente deviata verso sedi più periferiche e meno in vista dove la sua attività si concentra sui giovani nel terzo mondo. Sempre secondo i suoi racconti, Salvoldi viene espulso da sette paesi “impoveriti dall’occidente”, si salva per poco da un plotone di esecuzione in Nigeria e, pochi anni fa, rischia la lapidazione in Bangladesh.

    Quando i campi cominciano, all’inizio degli anni Novanta, don Valentino viene da una lunga permanenza in Africa dove, secondo le notizie da lui condivise, ha insegnato filosofia e teologia morale come professore visitatore. Nei paesi più poveri e nelle comunità più indifese, intellettualmente ed economicamente. Di ritorno nella zona di Bergamo – è nato a Ponte Nossa il 7 febbraio 1945 – Salvoldi comincia l’organizzazione di campi per giovani dove “discutere, stare insieme, celebrare la bellezza e l’amore di Dio”. I campi si tengono in giro per l’Italia, in luoghi come la  Casa di Ritiri Papa Giovanni XXIII a Bani di Ardesio, in provincia di Bergamo, il Circolo ACLI Col Gentile di Mione, in provincia di Udine, anche a Sotto il Monte Giovanni XXIII, in provincia di Bergamo.

    Inizialmente i campi sono frequentati da giovani adulti ma già in questi primi anni don Valentino crea e promuove riti e abitudini “speciali” nella sua nuova comunità. Sono in molti a ricordare gli inusualmente lunghi abbracci del sacerdote, i baci dati sulla bocca ai ragazzi, e solo ai ragazzi maschi, le confessioni amministrate nella sua stanza privata, distesi sul suo letto. Valentino parla di linguaggio “nuovo e rivoluzionario”, di culture lontane in cui l’amore non è mai proibito ma sempre “generoso, prolifico, senza barriere”. Giustifica le nuove regole non scritte dei suoi campi come “avanguardia di Dio” e intanto le sue carezze si fanno più intime, più inappropriate e i baci sulla bocca più lunghi e invadenti. Per spiegare questo graduale ma costante scivolamento nei rapporti con i ragazzi, una delle vittime di quei primi anni suggerisce l’immagine efficace della rana in pentola che viene cucinata a fuoco lento e bolle senza neanche accorgersene. In quei campi le parole assumono nuovi valori così come le azioni modellandosi gradualmente in un codice interno da culto. Intanto “il mendicante d’amore”, come Salvoldi si definisce, preme perché i campi si aprano a ragazzi ancora più giovani. La rivoluzione deve essere anticipata. “Se il mondo è cosí non è colpa tua, sarà colpa tua se lo lasci cosí”, ripete ossessivamente Salvoldi, ma occorre cominciare presto. Nei campi successivi arrivano ragazzi di tredici, quattordici e quindici anni, che lui chiama pubblicamente “i masturbini”. Con i giovani, arriva anche il vino, che con il benestare di Valentino, gira tra i ragazzi abbondantemente. La sua ossessione nel focalizzarsi sui più piccoli, porta alla rottura con molti dei ragazzi dei primi campi.

    Le confessioni private si fanno quotidiane, il sacerdote invita i suoi favoriti a fare “il riposino pomeridiano” con lui, li molesta e confida a molte vittime che Bernard Häring, il suo mentore, gli ha insegnato che “se non c’è penetrazione, non c’è peccato”. Molti dei ragazzi più giovani sono alla prima esperienza fuori di casa, non sanno come reagire, subiscono in silenzio o soccombono alle lusinghe di Salvoldi. Qualcuno reagisce, si ribella. Affronta il sacerdote chiedendo il perché di queste violenze che sembrano così lontane dagli ideali alti delle prediche quotidiane. Valentino reagisce incredulo e piccato da tanta audacia ma il suo tono non è mai dimesso o apologetico. In un caso dice a una vittima “lo faccio perché tu te lo fai fare”. Valentino prima seduce e adula le sue vittime, poi le umilia e le minaccia. I campi si trasformano in una fabbrica di traumi destinati ad esplodere lungo il cammino di vita delle vittime. Le bugie e gli abusi allontanano figli da genitori, dividono fratelli e coppie, creano rancore tra le vittime e le loro famiglie che di don Valentino si sono fidate non sospettando che si trattasse di un predatore. Le molestie all’inizio occasionali, diventano continue, ripetute, invadenti, spregiudicate. I baci in bocca ora il sacerdote li da pubblicamente, consapevole di aver creato una dinamica da setta. Pubblicamente ripete “un harem non mi basterebbe”. Molti dei “favoriti” parlano tra loro, socializzano la violenza per poterla digerire. Il sacerdote crea un sistema in cui i suoi comportamenti vengono normalizzati, chi non lo sostiene, viene allontanato. E Valentino ha crisi di gelosia quando qualcuno dei “favoriti” conosce una ragazza e se ne innamora, allontanandosi da lui.

    Per molti dei ragazzi presenti ai campi, Valentino è molto autorevole, è un uomo di Dio, ha studiato all’università, scrive libri, ha viaggiato, ha parlato con i potenti. Ai campi sono presenti familiari del sacerdote. Il più in vista è il fratello minore di Valentino, presidente della Fondazione Shalom, fondata e diretta da Valentino, che mira a coinvolgere “giovani italiani che si recano in Africa ad animare campi scuola, aiutando gli studenti locali ad essere autosufficienti, ad avere fiducia in sé, a costruire un futuro di pace.” Fratello e nipoti partecipano alle attività dei campi, ai rituali, organizzano le attività che ora si allargano a viaggi in paesi in via di sviluppo, suggerendo l’idea di un ambiente familiare, sicuro, in cui le aggressioni stridono ancora più violentemente.

    Per molte vittime gli abusi di don Valentino vanno avanti per anni. Secondo alcuni racconti, col tempo e la prolungata impunità, il sacerdote si fa più aggressivo, meno attento a nascondersi al gruppo. Aggredisce i ragazzi nelle case dei genitori quando si trova in visita da loro, le sue omelie si fanno esplicite nel parlare di “amore, eros, e bellezza che salverà il mondo”. Ma l’unica bellezza a cui Salvoldi si riferisce sembra essere quella dei giovani che partecipano ai suoi campi. Alle vittime di cui abusa per anni ripete, “mi amavi di più quando eri giovane”. Alcune vittime ora ricordano di essere state aggredite al loro primo incontro con il sacerdote. Per tanti l’orrore diventa motivo di abbandono della fede, altri covano traumi che li portano a vite deragliate, disagio, voglia di farla finita. Qualcuno trova il coraggio di parlare: una decina di anni fa viene bloccato un post scritto da una delle vittime di Valentino e indirizzato al blog tuttora tenuto dal sacerdote. Non è chiaro come, ma improvvisamente i campi cessano e  Salvoldi viene ancora una volta indirizzato lontano dai riflettori, in luoghi meno visibili, dove l’abuso è elemento quotidiano della vita e fa poca notizia. Poi, in un epilogo dimesso e mediocre per una narcisismo e un ego così pronunciati, arriva l’ultima stazione, il paesino di Ponte Nossa dove, in famiglia e in solitudine davanti a una tastiera, Salvoldi continua a produrre omelie domenicali divulgate sul suo sito personale.

    Le vittime di quegli anni ora hanno cominciato a parlare, si confidano, si organizzano, condividono la loro storia a genitori, fratelli, partner e figli. Gli abusi consumati nei campi vengono recentemente confidati ad alcuni educatori, politici e professionisti, tutti vicini a Valentino, molti dei quali sono a stretto contatto con bambini e giovani. Alcuni negano solidarietà alle vittime, scelgono di non parlare, di non farsi coinvolgere, e non offrire supporto a chi chiede loro aiuto. Altri invece, coraggiosi, responsabili e compassionevoli, danno una mano affinché la verità soppressa venga liberata. Le vittime raccontano la loro versione di un’esperienza per molti brutale e traumatica nell’atto, questo sì rivoluzionario, di ristabilire ciò che è successo e restaurare la narrativa dei fatti, dal punto di vista delle vittime, finora schiacciate e silenziose, adesso decise a riscattare sofferenza e dolore.

    Se sei una vittima degli abusi di don Valentino Salvoldi e vuoi far sentire la tua voce, validare ciò che hai vissuto o denunciare contattaci a segnala@retelabuso.org

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  • Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    Archivi bruciati e preti trasferiti. Gli abusi della chiesa in Svizzera

    «Dovevamo lasciare l’aula per frequentare alcune lezioni di religione e andare nel seminterrato in una stanza chiamata “Sala dei Laboratori”. Venivano tirate grandi tende nere. Era qundi buio pesto quando accendeva il macchinario che proiettava le immagini su un grande schermo. Ricordo le vite degli apostoli, di Cristo e della Vergine Maria, in paesaggi magnifici. Era magico. Sento ancora il rumore che faceva ogni volta che inviava una nuova immagine. Potevo vedere ogni suo gesto, ma non diceva molto. Per tutto il tempo mi accarezzava. Come la maggior parte degli scolari, portavo i pantaloni corti».

    I fatti risalgono agli anni Sessanta del secolo scorso a Bramois, un villaggio vicino a Sion, nel Vallese, Svizzera francese. A parlare è Gérard Falcioni, ormai adulto, che per anni ha denunciato, inutilmente, quello che gli era successo da bambino. «I vescovi minimizzavano – ricorda – mi dicevano che ero l’unico ad aver subito abusi in Svizzera». Il parroco è Simon Fournier, un uomo conosciuto e rispettato in tutto il circondario, mentre la famiglia Falcioni subisce una sottile discriminazione a causa delle origini italiane. Il prete lo sa e non a caso sceglie Gérard e la sorella minore come vittime: «puntava i più vulnerabili: i poveri, gli orfani, gli immigrati o quelli che erano già oggetto di qualche chiacchiera di paese – ricorda Falcioni – così, nel caso avessero raccontato quello che faceva, avrebbe potuto facilmente screditarli». È il solito modus operandi del predatore pedofilo: avvicinare chi è indifeso e poi esercitare sulla vittima (e spesso sulla sua famiglia) il suo potere, sicuro che nessuno oserà mettere in discussione la sacralità della figura sacerdotale. Don Fournier, però, sarà denunciato da un gruppo di genitori (tra cui quelli di Gérard) e infine condannato nel 1973 a diciotto mesi da un tribunale civile, che lo riterrà colpevole di «attentato al pudore dei bambini e oltraggio pubblico». La chiesa, imperterrita, continuerà a fare finta di nulla. Il prete, a cui era stato vietato di occuparsi dei bambini, sarà poi spostato in un’altra parrocchia e tutto verrà insabbiato. «Nessuno parlava del processo, la stampa taceva e tutti hanno continuato a pensare che mentissimo – ricorda Falcioni – mio padre, che aveva una piccola azienda, non ha più trovato lavoro in paese».

    Dopo la pubblicazione nel 2002 del suo primo libro, L’etabli de la vie. J’ai été abusé à l’âge de cinq ans (Il banco di prova della vita. Sono stato abusato all’età di cinque anni, edizioni Mon Village 2002) in cui racconta la violenza subita da Fournier, Falcioni comincia a ricevere «una pioggia di testimonianze di altre vittime». Storie terribili, di ragazzini stuprati senza pietà e poi abbandonati al proprio destino, famiglie che non si danno pace per quello che è successo ai figli mentre vedono i responsabili fare carriera, sostenuti dal rispetto della comunità. Vite che spesso, nell’impossibilità di superare il trauma e di avere giustizia, hanno un esito tragico. «Erano almeno sessanta le vittime nel Vallese che si sono rivolte a me – racconta Falcioni a Domani – io ho riportato tutto al vescovo di Sion (Norbert Brunner, ndr) ma lui non solo ci riduceva al silenzio, ma ci disprezzava. Una vittima che parlava, lui la disprezzava». Molti, nell’impotenza e nell’abbandono, muoiono tragicamente. «In effetti, è spaventoso il numero di testimonianze che ho ricevuto in cui ci sono dei morti – scrive Falcioni in una lettera a un amico – Un terzo dei bambini abusati all’epoca è morto. Un altro terzo è scomparso, insieme alle famiglie».

    Vent’anni dopo, finalmente, qualcosa è cambiato. La Conferenza dei vescovi svizzeri, la Conferenza centrale cattolica romana e le Comunità religiose cattoliche della Svizzera hanno incaricato una commissione indipendente dell’Università di Zurigo di indagare sulla realtà degli abusi in tutte le sei diocesi della Confederazione. I ricercatori – un team guidato da due donne,  Monika Dommann e Marietta Meier – hanno potuto consultare liberamente gli archivi ecclesiastici, compresi quelli “segreti”, a cui ha accesso soltanto il vescovo, in cui vengono conservati gli atti dei processi penali ecclesiastici e quindi anche tutto ciò che riguarda l’abuso sessuale su minori di meno di sedici anni, considerato «reato in materia di costumi». Molti di questi archivi, in realtà, risultano lacunosi e frammentari per diversi motivi, non ultimo la distruzione di parte dei documenti secretati. Ai ricercatori non è stato invece permesso di visionare i documenti depositati alla Nunziatura apostolica e al Dicastero per la dottrina della fede, segno quanto mai evidente della non disponibilità del Vaticano a una politica di reale trasparenza sulla questione degli abusi, al di là di tutte le dichiarazioni di “tolleranza zero” fatte da papa Francesco.

    Lo studio-pilota, sulla cui base verrà condotta un’analisi più approfondita nei prossimi due anni, è stato presentato il 12 settembre scorso e ha identificato 1002 casi di violenza dal 1950 ad oggi, 520 abusatori e 921 vittime, in maggioranza maschi (56 per cento) e in gran parte minorenni (74 per cento). Un numero certamente parziale ma già indicativo della pervasività del fenomeno a tutti i livelli, non soltanto nelle parrocchie ma in ogni contesto ecclesiale. Gli abusi riscontrati si concentrano infatti soprattutto nell’ambito della pastorale (in particolare durante i colloqui in confessionale o l’accompagnamento spirituale), ma anche in quello liturgico (soprattutto fra i chierichetti) e pedagogico (scuole religiose, campi estivi e in generale attività per l’infanzia e la gioventù). «Nel periodo considerato, abbiamo potuto appurare che in molti casi i vescovi hanno contibuito a insabbiare o a minimizzare gli abusi, evitando talvolta anche i necessari processi ecclesiastici e le misure prese erano spesso il trasferimento dei responsabili in altre diocesi o all’estero», sintetizza Vanessa Bignasca, ricercatrice del team di Zurigo.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, si è detto sconvolto dal report di Zurigo e ha comunicato di voler creare un tribunale ecclesiale penale e disciplinare per la chiesa in Svizzera. Il nuovo tribunale ecclesiastico non prevarrà su quello dello Stato ma si occuperà delle sanzioni da adottare contro i membri del clero in caso di violazione di una legge ecclesiastica. Monsignor Gmür ha assicurato che incontrerà a breve le autorità vaticane, non solo per discutere della proposta ma anche per chiedere che gli archivi dei Dicasteri vengano messi a disposizione del team di Zurigo nel proseguimento dell’indagine.

    Intanto, sette parrocchie della diocesi di Lucerna hanno smesso di pagare le tasse ecclesiastiche e hanno deciso di versare su un conto bloccato la quota dell’1% che normalmente andava al vescovado di Basilea, per protesta sulla gestione degli abusi che, sostengono, «sono noti da decenni». «Basta chiarimenti fra colleghi, vogliamo chiarezza», si legge in un comunicato dei consigli ecclesiastici dell’area pastorale della regione di Willisau, a una trentina di chilometri da Lucerna. Esigono indagini indipendenti e un servizio di accoglienza delle vittime esterno alla chiesa, la fine della pratica di distruzione dei documenti riservati e l’apertura degli archivi del nunzio Martin Krebs. Non solo: d’accordo con il vescovo Gmür, chiedono «un impegno inequivocabile, chiaro e duraturo per avviare un cambiamento culturale e ristrutturare radicalmente il sistema». Il che significa, specificano, abolire il celibato obbligatorio dei sacerdoti e includere le donne «in tutti gli uffici e gli ordini» della chiesa.

    Una cosa è certa: nulla sarebbe successo senza l’insistenza e il coraggio dei sopravvissuti. Nel 2010 Gérard Falcioni, insieme a Jacques Nuoffer e a Marie-Jo Aeby, ha fondato Sapec, Gruppo di sostegno alle persone abusate da personalità religiose, associazione che si batte affinché la chiesa riconosca le proprie responsabilità e si preoccupi di rendere giustizia alle vittime dei preti pedofili. Sapec in questi anni ha dato una spinta importante al processo di svelamento della realtà degli abusi in Svizzera: prima con la costituzione della Cecar nel 2016, una commissione di ascolto di vittime di abuso clericale costituita da vescovi e sopravvissuti con il sostegno di alcuni parlamentari, e poi con la collaborazione all’inchiesta dell’università di Zurigo insieme all’omologa IG-MikU, attiva nella Svizzera tedesca.

    «La Cecar è davvero un risultato unico al mondo, perché è una commissione neutrale, creata con il consenso dei preti e delle vittime. Da un lato, le autorità ecclesiastiche che hanno firmato l’accordo sono coinvolte nel suo funzionamento, dall’altro le vittime beneficiano del fondo di risarcimento», spiega Jacques Nuoffer, psicologo e presidente Sapec, anche lui sopravvissuto all’abuso di un abate quando era ragazzo. Sempre nel 2016, la Conferenza dei vescovi e l’Unione dei superiori maggiori religiosi della Svizzera hanno infatti istituito una commissione di indennizzo per chi ha subito violenza in un contesto ecclesiale: la somma è alquanto simbolica – fino a ventimila franchi – ma perlomeno è un segno che la chiesa comincia ad assumersi le proprie responsabilità. Secondo Nuoffer, una cinquantina di persone ha già usufruito del risarcimento. Anche se, sottolinea Gérard Falcioni, «c’è una disparità di trattamento fra chi parla e chi no: sappiamo che la diocesi di Friburgo ha versato fino a centomila franchi alle vittime che hanno promesso di tacere, mentre quelle che denunciano ne ricevono solo ventimila. La verità costa cara». Fra i promotori della Cecar c’è il vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo Charles Morerod, lo stesso che nella sua diocesi ha istituito un gruppo di riflessione sull’eventuale rimozione dei mosaici di Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su diverse donne, come abbiamo scritto su Domani (https://www.editorialedomani.it/idee/cultura/marko-rupnik-gesuita-gesuiti-chiesa-cattolica-papa-ginevra-losanna-friburgo-cw2e7kv8).

    Il nome di Morerod compare anche fra i sei vescovi denunciati dall’ex vicario generale di Losanna Nicolas Betticher, oggi parroco a Berna, al nunzio apostolico in Svizzera Martin Krebs. Secondo quanto scrive a maggio 2023 don Betticher nella sua lettera all’ambasciatore del papa, il vescovo Morerod sarebbe venuto a conoscenza di un caso di abuso nel 2011 e non avrebbe fatto nulla; anzi, avrebbe provveduto a promuovere il sacerdote colpevole, salvo poi sospenderlo nel 2020 quando la faccenda era ormai diventata di dominio pubblico. Per molti, la lettera di accusa di Betticher, resa nota dal giornale svizzero SonntagsBlick lo scorso 10 settembre, non è che una vendetta personale per non essere stato eletto vescovo al posto di Morerod. «Io e altre tre o quattro vittime abbiamo denunciato il fatto che Betticher ci ha maltrattato», sottolinea Nuoffer, e anche Falcioni conferma che gli appelli delle vittime a Betticher quando era vicario restavano lettera morta.

    Una questione non chiara, che ha portato il Dicastero dei vescovi ad affidare al vescovo di Coira Joseph Bonnemain un’indagine previa canonica sulle presunte coperture di abusi, che dovrebbe concludersi entro la fine dell’anno. Le direttive della Conferenza dei vescovi svizzeri infatti sono precise e – a differenza di quanto succede in Italia – impongono ai responsabili della Chiesa di denunciare al pubblico ministero i sospetti di reati sessuali contro i minori. Inoltre, una legge ecclesiastica del 2019 «obbliga a segnalare immediatamente qualunque sospetto di occultamento al vescovo competente, il quale ha a sua volta l’obbligo di informarne subito l’autorità vaticana competente. Inoltre, questa legge stabilisce che impedire o influenzare le indagini o i procedimenti giudiziari sia ecclesiastici che statali è un crimine che deve essere denunciato e – a seconda del risultato del procedimento penale ecclesiastico – anche sanzionato». Su questo punto è netto il vescovo Alain de Raemy, amministratore apostolico della diocesi di Lugano: «il nostro dovere, come vescovi, è innanzitutto di accogliere e ascoltare le vittime che vogliono parlarci e di prevenire altri abusi. Appena veniamo a conoscenza di un reato dobbiamo sempre denunciare alla giustizia civile, anche se la vittima non è d’accordo, per prevenire altri possibili abusi. Noi possiamo poi prendere le misure interne alla Chiesa, che riguardano le conseguenze per la vita del sacerdote in quanto sacerdote, ma non siamo titolati per fare un’indagine penale, che spetta alla magistratura. La legge civile vale per tutti, non ci sostituiamo mai allo Stato».

    Monsignor de Raemy giudica con favore lo studio-pilota di Zurigo: «questo report l’abbiamo voluto, commissionato e finanziato proprio per mettere le persone vittime al centro e per capire dove abbiamo sbagliato e cosa possiamo fare per correggerci, perché ogni abuso, di qualsiasi tipo, è in totale contraddizione con il Vangelo». La situazione della diocesi di cui monsignor De Raemy è amministratore è la più controversa: infatti è proprio a Lugano che i ricercatori zurighesi hanno avuto le difficoltà maggiori nel ricostruire i casi di abuso, a causa della distruzione di interi archivi segreti, contenenti i “casi riservati”. Nel 1995, secondo quanto riporta una lettera dell’allora vicario generale al nunzio apostolico, il vescovo Eugenio Corecco ha dato l’ordine a un sacerdote di bruciare il contenuto dei suoi cassetti: il sacerdote in questione, contattato dal gruppo di ricerca, ha però negato di aver distrutto la corrispondenza sui casi di abuso sessuale. «Una dichiarazione – spiega Vanessa Bignasca – che rende impossibile capire che cosa ci fosse davvero in quei cassetti». Quattro anni dopo, un altro prete, già cancelliere diocesano, ha eliminato in dieci mesi ben cento anni di carte riservate: «un impegno che ho svolto con il criterio evangelico della ‘misericordia’ – scrive in una nota alla diocesi – togliendo tutti quei documenti che gettassero anche un’ombra sugli interessati». Il diritto canonico, infatti, consente che gli atti riguardanti «le cause criminali in materia di costumi», come gli abusi sessuali sui minori, possano essere distrutte «se i rei sono morti oppure se tali cause si sono concluse da un decennio con una sentenza di condanna» (art 489.2). Una norma che certo non agevola la trasparenza. «Di questi documenti si dovrebbe comunque conservare un breve sommario con il testo della sentenza definitiva, disposizione che nella diocesi di Lugano non è stata osservata», sottolinea Bignasca.

    Le gravi lacune trovate negli archivi ecclesiastici ticinesi si sommano alla mancanza di un’associazione di sostegno alle vittime di lingua italiana, come invece accade nella Svizzera francese e tedesca, e restituiscono l’immagine di una comunità in cui ancora oggi vige il silenzio sulla pedofilia dei preti. Non stupisce quindi che la Commissione diocesana di esperti sugli abusi sessuali in ambito ecclesiale sia stata contattata in sette anni soltanto da quattro persone, un dato – sottolinea il report –  verosimilmente non dovuto al fatto che in Ticino si sono verificati pochi casi, ma che «evidenza piuttosto una forte riluttanza da parte delle persone offese a denunciare i casi di abuso alla Commissione ticinese».

    La posizione geografia e la storia recente del Ticino (fino al 1884 le parrocchie dipendevano dalle diocesi di Milano e Como) lo rendono per molti versi più vicino alla consuetudine omertosa dell’Italia che ai tentativi di chiarezza portati avanti negli altri cantoni. La frontiera fra i due paesi poi, è blindata per i migranti ma è quanto mai porosa quando si tratta di sacerdoti con un passato poco presentabile, come testimonia la storia di don Italo Casiraghi. Ex parroco di Gordola, vicino a Locarno, viene arrestato dalla polizia nel 2004 con l’accusa di «atti sessuali con fanciulli e molestie sessuali» e condannato l’anno seguente a sei mesi con la condizionale, ma nel 2012 viene ritrovato dal presidente della Rete l’Abuso Francesco Zanardi mentre dice messa a Pietra Ligure, in provincia di Savona. Il trasferimento da una parrocchia all’altra dei preti pedofili, pratica usata abitualmente dai vescovi per far sparire temporaneamente i sacerdoti con denunce (ma anche con condanne penali) non ha evidentemente confini.

    Molto resta ancora da capire per avere un quadro completo della realtà, come sottolineano gli stessi redattori del report. Restano per esempio da indagare l’associazionismo cattolico, i gruppi giovanili, a partire dagli scout, e da approfondire la gestione delle numerose scuole e collegi cattolici. «L’orrore della chiesa è che gli abusatori vengono coperti dai loro superiori. Non c’è mai stato un preside che abbia protetto un insegnante responsabile di reati di questo tipo, mentre nel caso della chiesa cattolica è stata l’istituzione stessa a insabbiare», conclude Falcioni. «I vescovi svizzeri hanno avuto coraggio a chiedere un’indagine indipendente, ma all’interno della chiesa è più che mai necessario un cambiamento radicale».

    https://www.editorialedomani.it/fatti/vaticano-studio-svizzero-abusi-t5rexl7d

  • Abusi su minori, a processo salta il prete testimone di due storie parallele: dal sacerdote di Enna al catechista di Gela

    Abusi su minori, a processo salta il prete testimone di due storie parallele: dal sacerdote di Enna al catechista di Gela

    Più che le presenze, hanno pesato le assenze nell’aula del tribunale di Enna dove si sta celebrando il processo di primo grado con rito abbreviato per violenza sessuale aggravata a danni di minori. Presente, come quasi sempre, l’imputato Giuseppe Rugolo, il prete 40enne che è stato denunciato da un archeologo oggi 28enne ma minorenne all’epoca dei fatti. Assente, invece, il teste chiave dell’udienza chiamato dalla difesa. Anche in questo caso si tratta di un sacerdote: più precisamente, dell’ex rettore del seminario diocesano Vincenzo Cultraro che è anche parroco della chiesa madre di Gela (in provincia di Caltanissetta). La parrocchia dove era attivo il protagonista di una vicenda parallela: il catechista di 33 anni che, a luglio, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di atti sessuali su un minorenne.

    Due storie distinte e separate che si incrociano quando iniziano le indagini proprio sull’animatore parrocchiale di Gela. A denunciarlo è stato un ragazzo che ha raccontato di avere subito violenze ed essere stato indotto a compiere atti sessuali dall’uomo – che è proprietario di un negozio – già da quando aveva 12 anni e per i sei successivi. Episodi che sarebbero avvenuti all’interno delle stanze della parrocchia di cui il catechista avrebbe avuto le chiavi. Una situazione di cui sarebbero stati a conoscenza il parroco Cultraro, il vescovo di Piazza Armerina Rosario Gisana e anche l’imputato Giuseppe Rugolo. Nessun provvedimento sarebbe stato adottato nei confronti del catechista che, negli anni, è sempre rimasto a ricoprire il proprio ruolo nella comunità parrocchiale. Stando a quanto riferito dagli avvocati di Rugolo, che lo avevano chiamato sul banco dei testimoni, Vincenzo Cultraro al momento sarebbe «irrintracciabile». In sua assenza, è stata l’avvocata che assiste la vittima a esporre in aula il verbale di indagini difensive in cui il suo assistito ha denunciato il catechista e a cui aveva consegnato la propria storia. Una vicenda che è stata poi segnalata alla squadra mobile di Caltanissetta che ha avviato le indagini arrivate al rinvio a giudizio del catechista.

    Sarà dedicata alla requisitoria della pm Stefania Leonte e alla discussione degli avvocati delle parti civili la prossima udienza del processo che è già stata fissata per l’inizio di novembre. Per metà dicembre, invece, la parola passerà ai legali difensori dell’imputato e dei responsabili civili (ovvero, la diocesi di Piazza Armerina e la parrocchia di San Giovanni Battista di Enna). Si dovrà attendere gennaio dell’anno nuovo per arrivare alla sentenza di un processo iniziato con l’arresto di Rugolo, nell’aprile del 2021, a Ferrara (in Emilia Romagna) dove era stato trasferito. Nel corso delle udienze, sono venuti fuori diverse chat erotiche del prete e racconti di atteggiamenti intimi del sacerdote con altri giovanissimi che frequentavano il gruppo parrocchiale. Eppure, in una conversazione telefonica intercettata dopo il trasferimento di Rugolo a Ferrara, è proprio il vescovo Gisana ad affermare: «Caro Giuseppe, per te ci sono tutti i presupposti per diventare Santo». All’inizio della vicenda, i genitori della vittima avevano denunciato di avere ricevuto dalla diocesi un’offerta di 25mila euro della Caritas in cambio di una clausola di riservatezza e di silenzio. Il vescovo, invece, ha sempre sostenuto l’esatto contrario: proprio dai genitori del giovane sarebbe arrivata quella richiesta di denaro.

    Abusi su minori, a processo salta il prete testimone di due storie parallele: dal sacerdote di Enna al catechista di Gela

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 6 del 14 ottobre

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 6 del 14 ottobre

    • Federica Tourn – Crescono i casi di pedofilia in Bolivia

    La Compagnia di Gesù in Bolivia ha negato la presunta responsabilità istituzionale nei casi di pedofilia commessi da alcuni sacerdoti e per i quali martedì alcune vittime hanno sporto denuncia contro il superiore dell’ordine del paese.

    “I crimini che alcuni gesuiti potrebbero aver commesso sono interamente di loro responsabilità e la Compagnia di Gesù in Bolivia sarà la prima a prevedere le sanzioni che meritano (…) e non vede alcun senso nella causa presentata”, si legge nell’ordinanza.

    Gli ex alunni del collegio Juan XXIII, della città di Cochabamba, hanno presentato una denuncia contro il superiore provinciale dei gesuiti, Bernardo Mercado, ritenendo che la congregazione cattolica avesse una responsabilità “istituzionale” nel caso dei nove gesuiti accusati di pedofilia.

    Ci sono anche otto ex provinciali che, secondo i denuncianti, erano a conoscenza degli abusi commessi dai gesuiti e che devono rispondere come “complici”.

    La denuncia si basa sul fatto che i membri dell’organizzazione religiosa hanno commesso “violazioni sistematiche” nei confronti di una popolazione specifica e sono considerati “contro l’umanità”, quindi non si prescrivono.

    A questo proposito, la Compagnia di Gesù ha sottolineato che i delitti denunciati “sono di carattere personale” e che tali responsabilità individuali “devono essere punite, determinate e sanzionate dalla giustizia”.

    I casi di pedofilia nella Compagnia di Gesù sono venuti alla luce lo scorso maggio quando il media spagnolo El País ha pubblicato in un’inchiesta il contenuto del diario del gesuita spagnolo Alfonso Pedrajas, in cui racconta i presunti abusi da lui commessi contro minori in Bolivia.

    In quel testo, il religioso, morto nel 2009, fa riferimento ai presunti abusi da lui perpetrati su decine di bambini quando era responsabile della scuola Juan XXIII di Cochabamba, dal 1971.

    Nel 2019, è emerso il caso del sacerdote Luis Roma, ora deceduto, attraverso la denuncia di un ex membro della Compagnia di Gesù, che ha chiesto l’anonimato, e che ha basato le accuse su trenta fotografie esplicite in cui affermava di riconoscere l’aggressore di numerosi minori tra i 6 ed i 12 anni.

    In seguito a questi avvenimenti, la Procura boliviana ha avviato un’indagine in diversi dipartimenti del Paese per denunce di pedofilia che coinvolgono soprattutto preti cattolici.

    Lo scorso maggio, il governo del presidente Luis Arce ha presentato un disegno di legge affinché i reati sessuali contro i minori non siano prescritti, progetto respinto dal Parlamento pochi giorni fa tra le proteste di diversi settori che difendono l’infanzia e l’adolescenza.

    Fonte: EFE/La Vanguardia


    • Francesco Zanardi – Comunicato stampa dell’Ufficio di Presidenza in riferimento alle affermazioni diffuse dal blog “Silere non possum” il 3 ottobre scorso

    Il 3 ottobre scorso, sulla pagina Facebook del blog “Silere non possum”, un post recitava testualmente quanto segue, in riferimento al report sulle omissioni al motu proprio della CEI elaborato da Rete L’Abuso, :

    “La Conferenza Episcopale Italiana non ha recepito dossier da parte di associazionuncole idiote perché non hanno alcun fondamento scientifico e probatorio.

    Questo per chiarezza.”

    Non avendo alcun interesse a entrare nel merito dell’affermazione, Rete l’Abuso, associazione italiana che dal 2010 opera in rappresentanza e a sostegno delle vittime della pedofilia clericale, non può esimersi in questa sede da un commento politico sulla triste espressione utilizzata da “Silere non possum” che offende nella dignità una fascia debole, di entità non irrilevante nel nostro Paese e a oggi discriminata, in attesa di una giustizia che ovunque viene ottenuta, tranne che nella nostra penisola, dove il problema, che pure ha radici antiche e costituisce una grave realtà, pare invisibile, persino inesistente.

    L’associazione intende rimarcare come le espressioni utilizzate dal blog (peraltro non nuovo all’uso di offendere pubblicamente anche giornalisti professionisti, per controbattere a posizioni differenti) esprimano, secondo lo schema più classico della rivittimizzazione in ambito clericale, l’intento di far tacere, screditandolo, chi è già vittima di un abuso.

    L’Ufficio di Presidenza della Rete L’ABUSO


    • Ludovica Eugenio – “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”

    Un sussidio dedicato all’abuso spirituale è stato presentato il 26 settembre scorso dalla Conferenza episcopale tedesca. Il documento, intitolato “Abuso dell’autorità spirituale – Come affrontare l’abuso spirituale”, elaborato sotto la guida del vescovo di Dresda, del gruppo di lavoro su abusi e violenza, è stato discusso all’assemblea della scorsa  primavera e ha l’intento di mettere a punto gestione e prevenzione del fenomeno. «siamo solo all’inizio dello studio», spiega nella prefazione il vescovo, che appartiene al Movimento dei Focolari, a sua volta non esente da problemi di abusi. Rispetto al versante degli abusi, qui non si risponde a una pressione esterna: «Purtroppo c’era e c’è ancora troppo poco interesse pubblico» per questo versante, spiega il vescovo. Con il sussidio di 47 pagine, ora i vescovi tedeschi intendono fare un ulteriore salto di qualità, definendo il fenomeno dell’abuso spirituale in modo più preciso nelle sue diverse dimensioni e nel suo essere spesso il primo anello di una catena che sfocia nella violenza sessuale, con conseguenze che possono essere psicologiche e fisiche. Le persone colpite, afferma il dossier, devono poter rivolgersi a consulenti indipendenti presso punti di contatto ad hoc per ottenere aiuto, e gli autori dei reati essere ritenuti responsabili.

    Uno dei motivi infatti per il quale l’abuso spirituale è stato finora poco affrontato è che non è stato ancora definito come un crimine né dal diritto canonico né dal diritto penale. Ed è dunque difficile che si avviino procedimenti giudiziari se non si accompagna all’abuso sessuale. Non esiste inoltre alcun obbligo di denuncia ai sensi del diritto canonico; «Le vittime di abusi spirituali continuano ad avere difficoltà a far sentire la loro voce».

    La novità, secondo la teologa Barbara Haslbeck, intervistata da katholisch.de,  «è che finalmente ci sono norme chiare da parte della Conferenza episcopale. Il problema degli abusi spirituali è diventato una “massima priorità”. Ma l’argomento non è nuovo. Le persone denunciano da tempo come sono state manipolate, svalutate e rese dipendenti nelle relazioni pastorali e nelle comunità religiose».

    Uno degli aspetti positivi del sussidio, afferma la teologa, è che si basa sulle esperienze delle persone colpite, che indicando i “segnali” degli abusi spirituali, hanno consentito di redigere una lista di domande che aiutano a identificare e classificare il problema. Ma il fatto che l’abuso spirituale non sia descritto né nel diritto canonico né nel diritto statale è problematico: «Laddove i vertici di una comunità o diocesi non classificano un evento come abusivo, non esistono strumenti per imporre sanzioni. I requisiti per la prevenzione e l’intervento sugli abusi spirituali menzionati nel sussidio sono molto pragmatici, ma diventa presto chiaro alle persone colpite e al loro sistema di supporto quanto poco possono ottenere perché non esistono norme giuridiche e i relativi diritti».


    • Alessio Di Florio – Commissione Orlandi-Gregori, un altro rinvio

    Rinviato tutto alla settimana prossima, agonia infinita. Le prime parole affidate ai social da Pietro Orlandi riassumono quanto sta accadendo intorno all’istituzione della commissione d’inchiesta sulla “scomparsa” della sorella Emanuela e di Mirella Gregori. La discussione in aula al Senato era prevista per martedì 10. Rinviata ad altra data, da fissare, per l’informativa del ministro degli esteri Tajani e il voto sulle mozioni parlamentari sulla guerra tra Israele e Hamas.

    I disegni di legge istitutivi delle Commissioni parlamentari di inchiesta sull’emergenza SARS-CoV-2 e sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori, già previsti all’ordine del giorno della seduta odierna, sono rinviati ad altra data. Restano confermati gli altri argomenti previsti in calendario. È la comunicazione del rinvio pubblicata su facebook da Pietro Orlandi. Rinviate queste due discussioni, non c’era tempo. Che c’era invece per “gli altri argomenti”.

    La discussione poteva durare anche solo un’ora, ha sottolineato Pietro Orlandi. Un’ora che “non si trova”. E si dovrà nuovamente riunire la conferenza dei capigruppo per stabilire una nuova calendarizzazione. A quando? Quando finirà questa sconcertante agonia, questo rinvio continuo? Per una commissione che fino alla primavera aveva a favore un’ampia maggioranza trasversale. Aveva, ora? Dopo le parole di Diddi, dopo l’intervento di Mattarella nei mesi scorsi, qualcuno ha cambiato posizione? Almeno lo dica esplicitamente, abbia il coraggio delle proprie posizioni, senza nascondersi dietro continui rinvii…


    • Federico Tulli – Non è un Paese per bambini

    «Chi vede un bambino non vede nulla»; «Felice chi ha dei figli, ma non infelice chi non ne ha»; «Piccolo è il bambino, piccolo è il lutto»; «Non si deve dire un segreto a una donna, a un pazzo o a un bambino». Si tratta di una breve antologia di detti popolari coniati nell’attuale Europa tra il XV e il XVI secolo e raccolti dallo storico Jean Delumeau in uno dei suoi saggi più famosi, Il peccato e la paura (Il Mulino, 2006). «Quando ebbe inizio l’età moderna europea – spiega Delumeau – l’atteggiamento d’incomprensione nei riguardi dell’infanzia si rivela ancora largamente diffuso e riveste due aspetti tra loro complementari: la scarsa sensibilità per la freschezza e l’innocenza del fanciullino, la scarsa emozione per la sua fragilità; e la tendenza a vedere il fanciullo in età scolare (come diremmo noi oggi) come un insieme di difetti, un essere cattivo e maligno che occorreva necessariamente disciplinare affinché non diventasse adulto malvagio».

    Questa antologia di proverbi, «per quanto contenuta, ci fa capire che il bambino non era riconosciuto come tale. Si tratta di una creatura che acquisterà valore solo quando sarà stata disciplinata, diventando uomo», osserva lo storico francese. La sua chiave di lettura del rapporto del mondo adulto con quello dell’infanzia nella cultura occidentale e cristiana al termine del Medioevo, può essere utile per osservare anche alcuni fatti di estrema attualità. L’annullamento dell’identità umana del bambino non è infatti una dinamica che appartiene solo al passato, né tanto meno – purtroppo – è stata definitivamente consegnata alla Storia della nostra civiltà. L’idea violentissima che scaturisce dalla “fusione fredda” tra il logos – il bambino non è un essere umano finché non entra nell’età della ragione (paideia) – e il pensiero religioso cattolico – il bambino è malvagio per natura (peccato originale) -, ne porta con sé un’altra altrettanto criminale: se non è essere umano, lo si può violentare e /o uccidere tranquillamente.

    Va ricercata qui, in estrema sintesi, la radice “culturale” della pedofilia e della protezione riservata ai preti pedofili dai loro superiori. Non solo. Contro questo crimine orrendo tante parole vengono spese e tanti impegni sono propagandati anche nel mondo laico, ma poi, nei fatti, raramente si traducono in qualcosa di concreto. È questo il caso dell’Italia che come è tristemente noto, diversamente da tutti i più grandi Paesi a tradizione cattolica, non ha mai realizzato una indagine sulla pedofilia nella Chiesa. Ma non ha mai nemmeno risposto, per quanto riguarda il governo, alla diffida di Rete L’Abuso, in cui si contesta di non aver mai adottato le misure necessarie per contrastare le violenze su minori di matrice ecclesiastica sul territorio italiano. Violando così la Convenzione Onu per i diritti dell’infanzia e la Convenzione di Lanzarote.


    • Pierelisa Rizzo – Escort ricatta frate

    “Riguardo la vicenda che ha coinvolto un religioso dell’Ordine dei Frati Minori, lo stesso Ordine, per mio tramite precisa che il confratello appare rivestire la qualifica di persona offesa e, comunque, verranno svolti tutti i necessari accertamenti e verifiche “. Così l’avvocato Luca Gentili prova a spiegare fatti che però sembrerebbero raccontare altro, suscitando almeno qualche dubbio . Siamo a Perugia , protagonisti di questa storia, un trentenne albanese, un escort che vive di incontri a luci rosse, e un religioso di Assisi . Il frate avrebbe incontrato l’escort e usufruito delle sue prestazioni sessuali prima che il giovane albanese mettesse tutto in chiaro. ”O mi dai altro denaro o diffondo questo video e lo vedranno tutti” avrebbe minacciato l’escort. Così il frate, ob torto collo, è andato dai carabinieri di Assisi a denunciare il tentativo di estorsione che stava subendo. Una scelta non facile per il religioso, l’escort è stato arrestato . Naturalmente sulla vicenda viene mantenuto il massimo riserbo da parte di inquirenti ed investigatori . Ma, secondo indiscrezioni, il rapporto sessuale tra il frate e l’escort si sarebbe consumato tra fine agosto e i primi di settembre di quest’anno. I due si contattano sul web e dopo il loro incontro il giovane escort albanese chiede centinaia di euro al frate, sostenendo di avere filmato il loro appuntamento con un telefono nascosto. Un tentativo di ricatto bello e buono, proprio per evitare che quelle immagini vengano diffuse. Così la denuncia del frate che, su indicazioni dei carabinieri, organizza un secondo incontro, sempre a Perugia. Ed è a questo punto che l’escort viene arrestato in flagranza . L’interrogatorio di garanzia si è svolto, nei giorni scorsi, al carcere di Capanne. L’arresto è stato convalidato ma il trentenne albanese è stato rimesso in libertà con obbligo di firma.

    Fonti Seguo News Caltanissetta

    Pierelisa Rizzo


    Lo speciale di questa settimana

  • Caso Próvolo: la richiesta di una delle parti e la pretesa alla Chiesa

    Caso Próvolo: la richiesta di una delle parti e la pretesa alla Chiesa

    I querelanti nei casi di abusi sessuali commessi contro minori presso l’ Istituto Próvolo di Mendoza , hanno chiesto, insieme ad altri avvocati, attivisti e sopravvissuti, e davanti al Tribunale dell’Aia, che questi crimini siano considerati “crimini contro l’umanità”. Sergio Salinas, attore delle vittime sorde dell’istituto religioso Antonio Próvolo, ha chiesto “che gli abusi a Próvolo, così come altri casi di abuso ecclesiastico avvenuti e denunciati in tutto il mondo, siano considerati crimini contro l’umanità”.

    Salinas, membro del gruppo Xumec, è stato nominato rappresentante latinoamericano della ONG ECA Global, da dove ha parlato davanti alle autorità della Corte penale internazionale sul caso di abusi ecclesiastici per il quale erano già stati condannati due sacerdoti di Mendoza .

    In questo contesto hanno chiesto che venga considerato un crimine contro l’umanità e hanno chiesto ancora una volta la collaborazione della Chiesa. “Avvocati, attivisti e sopravvissuti chiedono che gli abusi non siano trattati come qualcosa di individuale ma come qualcosa di sistematico. La sistematicità e la generalità costituiscono un crimine contro l’umanità”, ha affermato.

    “Il mondo è interessato a vedere questa fine. Non possono continuare ad esserci abusi contro i bambini e per questo ci lamentiamo a Roma, a Ginevra e presso il tribunale dell’Aia e, come rappresentante dell’America Latina, recuperiamo casi di vittime provenienti da luoghi diversi, sollevando generalità e sistematicità, ” Lui ha spiegato.

    “Solo a Mendoza , e in parte, c’era giustizia. A Próvolo de La Plata non c’è niente, in Cile niente, in Colombia niente e recentemente in Canada un migliaio di bambini morti sono apparsi sepolti abusati nell’impunità della Chiesa, più altri mille in Svizzera”, ha evidenziato Salinas.

    “Siamo presenti davanti alla Corte penale internazionale, con sede all’Aia, che ha giurisdizione per quattro tipi di crimini: crimini contro l’umanità, crimini di guerra, crimini di aggressione e genocidi”, ha spiegato.

    Intanto, il 18, i membri del Tribunale Penale Collegiato 2 di Mendoza, dove si sta svolgendo il terzo processo per abusi sessuali commessi contro minorenni non udenti presso l’Istituto Próvolo in questa provincia, condanneranno gli otto accusati di abusi sessuali e omissione di denunce di abusi, tra i quali figurano due suore.

    Da parte sua, la Corte Suprema di Giustizia della Nazione ha respinto il ricorso e ha lasciato ferma la condanna inflitta al giardiniere Armando Ramón Gómez Bravo per “abuso sessuale aggravato e corruzione di minori”, nel Provolo de Luján de Cuyo, a Mendoza.

    Nel novembre 2019, Gómez è stato condannato a 18 anni di carcere, l’ex direttore dell’istituto e sacerdote, Nicolás Corradi (83), a 42 anni, e il sacerdote Horacio Hugo Corbacho (59), a cui è stata comminata la pena più lunga tribunale, nella fattispecie: 45 anni di reclusione, per 13 atti.

    https://www.mdzol.com/policiales/2023/10/10/caso-provolo-el-pedido-de-una-de-las-partes-el-reclamo-la-iglesia-375163.html

  • Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Un capo scout e un sacerdote apparsi su ‘Interviú’: cinque accuse di pedofilia che il vescovo di Malaga non vuole chiarire

    Nelle ultime due settimane, il vescovado di Malaga ha dovuto affrontare l’arresto di due preti, uno per abusi sessuali e un altro condannato per molestie per aver infranto un ordine restrittivo, e in entrambi i casi le loro azioni sono state messe in discussione. Nello specifico, nel primo caso, conosceva i fatti ma non ha indagato e si è limitato a trasferire l’imputato. Nella seconda ha affermato di non essere a conoscenza dell’esistenza di un’ordinanza restrittiva . Ma c’è di più. La diocesi di Jesús Catalá conosce da tempo – da 15 a 3 mesi – le accuse contro cinque sacerdoti sotto la sua giurisdizione, denunciate da EL PAÍS nei suoi rapporti sulla pedofilia nel clero.

    Il regolamento del Papa prevede che venga aperta un’indagine, denunciata al Vaticano e chiusa entro tre mesi. Tuttavia il vescovato si rifiuta di dare spiegazioni e di riferire sulle proprie indagini. Prevale il segreto e l’occultamento dell’accaduto ai fedeli. Non è un’eccezione, è una pratica abituale in quasi tutti gli ordini e le diocesi della Chiesa spagnola: non rivelano quello che sanno, spesso non indagano e non risarciscono. Il vescovado si limita a rispondere che “ha attuato in tutti i casi il protocollo che ha la Chiesa cattolica”.

    La gestione del vescovado in questi casi era all’epoca molto dubbia. In tutti questi casi, secondo le testimonianze, la diocesi era a conoscenza dei fatti ma si è limitata a trasferire il sacerdote accusato, oppure non ha fatto nulla. Le vittime non sono mai state prese in considerazione. Tre dei quattro precedenti vescovi della città sono sospettati di insabbiamento: Emilio Benavent, che guidò l’episcopato tra il 1967 e il 1968; Ramón Buxarrais, che ha ricoperto l’incarico fino al 1991 ed è ancora in vita, potrebbe dare delle risposte; e Antonio Dorado, andato in pensione nel 2008.

    Di seguito vengono raccontati uno per uno questi cinque casi, tutti prescritti. Málaga, con 18 casi – oltre a cinque della diocesi, altri 13 sono di ordini religiosi – è, insieme a Siviglia, la provincia andalusa con il maggior numero di casi registrati da EL PAÍS nel suo database, che attualmente registra 1.025 imputati e 2.196 vittime . In Andalusia i casi finora sono 86, consultabili nell’elenco a fine articolo.

    Caso 1: un parroco che è ancora nella sua posizione più di un anno dopo

    Il caso più rilevante, perché è ancora sacerdote in una parrocchia del centro di Malaga e ricopre incarichi nella diocesi, è quello di FCJ – viene citato con le iniziali perché c’è una sola testimonianza e di una persona che non vuole essere identificato. È accusato di abusi tra il 1996 e il 2000 a San Pedro Alcántara, dove era parroco della chiesa omonima con un profilo che si ripete in molti casi: ha fondato un’associazione missionaria giovanile. Organizzò attività estive in uno chalet vicino. Questo giornale ha comunicato al vescovato la testimonianza del fratello di una vittima nel giugno 2022 (in quel momento la vittima non si sentiva in grado di rendere la sua testimonianza), più di un anno fa. Ma in questo momento nei confronti dell’imputato non sono state prese nemmeno misure cautelari, come quella di allontanarlo dai contatti con i minorenni. EL PAÍS ha localizzato il sacerdote la settimana scorsa nella sua parrocchia, dove è tuttora attivo. Negare i fatti. Assicura inoltre che questa è la prima notizia che ha delle accuse e che il vescovado non lo ha informato né ha raccolto da lui dichiarazioni, come è richiesto quando si apre un’indagine. La diocesi, dal canto suo, lo smentisce. Afferma di essere già stato interrogato e che si stanno seguendo i protocolli della Chiesa.

    “È assolutamente inaccettabile”, lamenta con indignazione la vittima, che ha già trovato la forza di parlare direttamente a questo giornale. C’è un altro dettaglio: egli sostiene che quando si verificarono gli abusi lo dissero ai suoi genitori, che a loro volta informarono il vescovado, allora guidato da Antonio Dorado. “Hanno offerto loro dei soldi, ma li hanno rifiutati e hanno promesso loro che li avrebbero trasferiti”. Poco dopo, nel 2001, il sacerdote fu inviato a Roma. Secondo la versione data dal sacerdote si trattava di proseguire gli studi. Ritornò nel 2003 e fu assegnato alle parrocchie di Malaga. “Inoltre ha iniziato a scalare posizioni nella Chiesa”, lamenta il fratello della vittima. Fino ad oggi.

    Caso 2: il prete apparso su ‘Interviú’

    BM era uno studente di 11 o 12 anni della scuola Europa di Malaga, a metà degli anni ’80, quando arrivò un nuovo insegnante di religione, che insegnava anche nella parrocchia accanto, nell’urbanizzazione di Puertosol. Non ricorda il nome, ma ricorda cosa ha fatto: “Dal primo momento ha iniziato a toccare. Lui, come tutte le ragazze della mia classe, mi ha toccato e ferito. Quando ero in classe chiamavo le ragazze ai loro posti, ti facevo sedere sulle mie ginocchia e cominciavo a toccarti ovunque. “Era disgustoso.” Ma un giorno a scuola scoppiò uno scandalo: “Questo mostro è apparso sulla rivista Interviú ., per aver abusato di bambini in una località di Malaga. Da un giorno all’altro è scomparso e la direzione è venuta a dirci che ci era proibito parlare di questo argomento, potevano punirti o espellerti. Ma a noi bambini nessuno ha chiesto nulla, se ci avesse fatto qualcosa”.

    Un altro ex studente di quella classe. L’EPS lo conferma: “Questo prete si sedeva sulle ragazze, andava a cercare quelle più formate, che avevano già il seno, io non attiravo la sua attenzione e avevo anche molto carattere. Un giorno mi ha rimproverato per qualcosa, mi ha afferrato per i capelli e ha iniziato a picchiarmi. Sono corsa fuori e sono andata nell’ufficio del direttore, trasformata in un muffin. Sono tornato a casa, l’ho raccontato e il giorno dopo mio padre è andato a protestare, ma non c’era più. Lo avevano rilasciato. E quattro giorni dopo, che coincidenza, è apparso su Interviú . “

    BM ha denunciato il caso anche alla commissione del Difensore civico che indaga sugli abusi nella Chiesa e si è recata in vescovado a luglio per rilasciare una dichiarazione. Ma dice che non è stata un’esperienza piacevole. Non volevano dargli nessuna informazione. Inoltre non gli hanno parlato della possibilità di un risarcimento e non ha più avuto loro notizie. “Mi hanno trattato con ostilità. Ho chiesto cosa è successo a quest’uomo, perché era lì, dove è stato mandato, quali conseguenze ha avuto. Ma come se fossero sordi. “Non mi hanno detto niente.”

    EL PAÍS ha poi ritrovato quello che potrebbe essere quel numero di Interviú , del maggio 1986, con questo titolo in copertina: “Mijas. “Le foto del prete pedofilo”. Il sacerdote si chiamava Rafael Medina Marín, allora 52enne, che fu arrestato nel febbraio di quell’anno per aver abusato di due fratelli di 8 e 11 anni in questa località di Málaga, Mijas, dove era parroco almeno dal 1975. Aveva stato anche a Cartajima, Parauta e Alcaucín. A volte andava anche con la sua Renault a Malaga, dove aveva un appartamento. Secondo la stampa dell’epoca, citando fonti ufficiali, egli avrebbe confessato i fatti. Ha trascorso un mese in prigione ed è stato rilasciato su cauzione.

    Sia BM che il suo compagno credono di identificarlo nelle foto come il prete della loro scuola, ma il passare degli anni rende i loro ricordi offuscati. È lui quel professore di religione o era un altro prete apparso anche lui sulla rivista in quegli anni? Inoltre se si trattasse di due persone diverse si tratterebbe di due casi di pedofilia, non di uno. Il vescovato si rifiuta di chiarirlo. È lo stesso atteggiamento di quarant’anni fa, quando scoppiò il caso: il vicario generale, Manuel Díez de los Ríos, dichiarò a Interviú di non sapere nulla della questione: “Lui è il nostro prete, ma noi non abbiamo niente a che fare con la questione.” Anche l’attuale preside della scuola, che allora frequentava il liceo al Centro e ricopre l’incarico dal 1997, non vuole dare spiegazioni, assicura solo di non ricordare né di sapere nulla di questi avvenimenti.

    Per quanto riguarda Rafael Medina, il vescovato indica che egli lasciò il sacerdozio l’anno successivo, nel 1987, e il caso giudiziario fu archiviato. “Apparentemente c’è stato un perdono preventivo da parte delle vittime”, spiega la diocesi. Medina, in un libro sugli abusi nel clero pubblicato nel 1994, assicurava invece che si trattava di “una montatura”. Ma racconta un dettaglio interessante: “All’inizio, quando mi hanno arrestato, il vescovato ha reagito in modo strano, ma poi mons. Ramón Buxarrais mi ha offerto se volevo andare in America”.

    C’è un’altra testimonianza molto significativa dell’allora sindaco di Mijas, Antonio Maldonado, del PSOE, che ricorda bene il caso: “Quando lo arrestarono, mi chiamarono dalla canonica del vescovado per convincere la famiglia a ritirare la denuncia, e loro accettò di trasferirlo in un’altra città. Io ho risposto con ironia che se un giorno mi avessero processato avrebbero potuto farmi sindaco di un’altra città e mi hanno impiccato”.

    Caso 3: Fagiano Ligero, per decenni il grande capo scout di Ronda

    Questo giornale ha raccolto quattro testimonianze contro José Moya Fernández, diacono di Ronda che almeno dagli anni Ottanta guidava il gruppo scout del comune, con sede nei locali della chiesa di Santa Cecilia, imparentato con i Salesiani e il cui soprannome all’interno dell’organizzazione era Pheasán Ligero . Era il capo del gruppo scout di Ronda , Fernando I, e presidente dell’Associazione Scout Andalusa (ASA), creata nel 1983 e oggi defunta, che riuniva una ventina di gruppi della regione. Era un’autorità nel mondo scoutAndaluso da decenni, e la sua base era a Ronda e nella sua fattoria La Llana, a Jimena de Libar, una cittadina vicina, dove viveva e organizzava campi, anche nei fine settimana. È lì che dormiva spesso con minorenni e, secondo le testimonianze raccolte, sono avvenuti abusi, toccamenti e Fellazioni. I gruppi con cui ha avuto rapporti sono emersi nelle parrocchie dei comuni andalusi delle province di Málaga, Cadice, Huelva e Siviglia: Lepe, Cartaya, Algeciras, Algodonales, Zahara de la Sierra, Taraguilla, San Roque, Lebrija, Puente Mayorga, Almonte , Palma del Condado, Atajate, Palos de la Frontera, Torrox.

    Tutte le testimonianze indicano che i loro abusi erano vox populi. Le prime notizie raccolte su di loro risalgono alla metà degli anni Ottanta. Nel 1986, un capo di un clan scout di Cadice, che all’epoca aveva 19 anni, racconta di aver scoperto cosa stava succedendo quando almeno cinque bambini, tra i 12 e i 16 anni, si rifiutarono di tornare nel campo di Pheasán Ligero e denunciato abuso. Hanno poi contattato i colleghi di Ronda, i quali hanno confermato che anche loro erano a conoscenza di almeno tre casi e stavano preparando un rapporto da consegnare a un’autorità e agire. Questo ex scout assicura che il vescovado di Malaga è stato informato. In quegli anni c’era anche Ramón Buxarrais.

    Poi c’è stato un incontro molto teso tra Moya e i capi reparto: “Là era come un dio, aveva molto potere ed era molto ben collegato con la Chiesa, con il consiglio comunale. Abbiamo parlato con gli avvocati, ma le famiglie non hanno voluto essere coinvolte nei processi, soprattutto a Ronda, dove aveva molto appoggio. Volevano che lo facessimo a Cadice. Alla fine non è stato fatto nulla. In quell’incontro ci ha minacciato e ha detto che lo stavamo diffamando. Alcuni lo difesero, ma diversi gruppi abbandonarono l’organizzazione. Col tempo, molti altri iniziarono a rendersi conto di ciò che stava accadendo e si separarono da lui. Ci hanno detto: avevi ragione”. Ci fu una scissione e chi se ne andò creò un’altra organizzazione scout .

    Light Pheasant continuò al suo posto. Tre anni dopo, nel 1989, secondo Tomás, nome fittizio di un ex scout che non vuole rivelare la sua identità, abusò di lui. “Era tra il 1989 e il 1992, quando avevo tra gli 11 e i 14 anni. Succedeva sempre nella sua fattoria a La Llana, dove rimanevamo a dormire molte volte”. I suoi genitori lo hanno inserito negli scout “proprio per togliermi dalla strada, per proteggermi, ma come facevano a sapere che avrei trovato questo lì?” Circa 15 anni fa scrisse un racconto sulla sua esperienza, accusando per nome il capo scout , e lo pubblicò su un forum internet. Ha circolato in tutti questi anni e può ancora essere letto. Afferma inoltre di averlo inviato in forma anonima a varie istituzioni, anche se nessuna della Chiesa.

    Un’altra testimonianza è successiva, di Francisco OG, che è stato nei Ronda Scouts dal 1996 al 2001, dall’età di 13 anni: “Penso che fosse un assoluto predatore di bambini. Ci ha sempre provato con me, ma ero un bambino volitivo. Ricordo che una volta mi punì per qualcosa al campo. La punizione era dormire con lui. Una quarta testimonianza degli stessi anni, rimasta nel gruppo fino al 2003, ripete la stessa cosa. “Non mi è mai venuto in mente di toccarmi i capelli. Sapeva molto bene chi e come attaccare. Persone con bisogni affettivi, emotivi, con problemi”.

    Moya, in quanto diacono, era autorizzato a celebrare la Parola, senza dare la comunione. “Era tutto molto settario, molto misogino, perché odiava le ragazze e l’ultraortodossia cattolica”, ricorda questo quarto testimone. “Di notte si vestiva con una specie di tunica, celebrava la parola, faceva l’omelia, non faceva la consacrazione, faceva la comunione consacrata e la distribuiva. “Era un uomo forte della Chiesa di Ronda, conosciuto nei vescovadi”. Ogni anno organizzava viaggi a Roma, racconta il testimone, nei quali dormiva anche con minorenni e attraverso i suoi contatti otteneva un’udienza dal Papa.

    Caso 4: il sacerdote che celebrò la prima messa in basco nel 1959

    Nel 1970, apparve al León un sacerdote molto particolare Disse di essere gesuita, anche se la Compagnia assicura che lasciò l’ordine nel 1953: ”Le ragioni non sono indicate. Ha chiesto le sue dimissioni volontarie e le ha accettate”. Veniva da Bilbao, dove aveva celebrato la prima messa in basco nel 1959, nella chiesa di Arrazola, a Bizkaia. Gestiva anche un residence per minorenni vicino a Bilbao, secondo un riferimento del quotidiano ABC., che parla delle offerte di aiuto ricevute al consolato spagnolo in Marocco dopo il terremoto di Agadir del 1960: “Oggi un sacerdote di rito orientale, padre Ballester Viú, direttore della residenza Santa María de Derio, ha indirizzato una commossa lettera in cui esprime il suo desiderio per accogliere nel suo istituto alcuni bambini rimasti senza casa a causa della catastrofe”. Ballester, 35 anni, ha trascorso del tempo a Gerusalemme e ha vissuto in uno chalet a Derio dove “per anni ha portato due o tre ragazzi arabi a imparare lo spagnolo, studiare o imparare un mestiere”. A quel tempo, secondo il giornale, alloggiavano due giordani, un russo e sei figli di lavoratori di Biscaglia. Il sacerdote fu sempre assegnato alla diocesi di Bilbao, ma per ragioni sconosciute intorno al 1970 si trasferì a Malaga.

    I bambini sono stati attratti dalle messe di rito orientale. “Per noi era qualcosa di molto nuovo, erano cerimonie più colorate, i chierichetti vestiti con vesti colorate e il prete portava un cappello come gli ortodossi, molto incenso”, ricorda Antonio Agudo, uno studente della scuola che, secondo a quello che dice, ha subito molestie. . Lo ha segnalato al difensore civico. Il sacerdote costituì allora un gruppo chiamato Congregazione Mariana de la Inmaculada y San Francisco de Borja, che aveva la sua sede nel quartiere El Palo, in un luogo della chiesa di Angustias. Lì confluivano gli studenti della scuola e del quartiere. Nell’ambiente di questa associazione ci sono almeno altre quattro vittime dei loro abusi, raccontano Agudo e Francisco Barba Cañete, che la frequentavano in quegli anni.

    Ballester, secondo queste testimonianze, approfittava dei viaggi per commettere i suoi abusi. È il caso di Antonio Agudo, in gita scolastica a Madrid. “Con me è nata una grande amicizia, mi ha portato a casa in macchina, al cinema e durante il viaggio di fine anno mi ha proposto di condividere la stanza. Non volevo, ma non sapevo come dire di no. Quando siamo andati a letto, ha suggerito di unire i letti in modo che potessimo parlare tranquillamente. Ha iniziato a fare battute e a toccarmi. Alla fine ci siamo addormentati e all’alba mi sono svegliato perché ho notato che mi accarezzava le natiche. È stato orribile, mi sono sentito malissimo. La notte successiva ho chiuso a chiave la porta e non l’ho lasciato entrare.” Il sacerdote, al ritorno, nel tentativo di avvicinarsi a lui, gli ha sottoposto le domande finali dell’esame.

    Il modus operandi era lo stesso dei casi denunciati da Francisco Barba, di cui venne a conoscenza tramite altri quattro colleghi. Approfittò dei suoi viaggi per celebrare la messa con il rito melchita in diverse parti della Spagna, portando ogni volta un chierichetto diverso. “Uno mi ha detto che la prima cosa che ha fatto in albergo è stata unire i letti e proporre una rissa in mutande. “Poi ho iniziato a giocare.” Alla fine uno dei ragazzi lo ha raccontato a casa, raccontano Agudo e Barba, e i loro genitori sono andati a parlare con il vescovo, sempre Ramón Buxarrais. “Lo trasferirono intorno al 1975, ma a pochi chilometri di distanza, in una parrocchia del quartiere Cruz del Humilladero, dove fondò un’altra congregazione”.

    Un altro membro del gruppo, JCMM, che subì anche lui uno dei loro attacchi, afferma di averlo detto personalmente allo stesso vescovo, Ramón Buxarrais, due anni dopo, intorno al 1977. Era responsabile di una comunità cristiana di base e tenne un incontro con lui. “Abbiamo parlato un po’ di tutto e lui mi ha chiesto della congregazione di Ballester, e io gli ho detto che lì c’era un problema. Mi ha chiesto quale e gli ho detto che il problema era che a questo prete piacevano i bambini. “Mi ha guardato stupito e ha detto che lo avrebbe scoperto.” Ma ha continuato a Malaga. Poco si sa della sorte di questo sacerdote nei tre decenni successivi. Morì a Madrid nel 2006, all’età di 82 anni, ed era ancora sacerdote della diocesi di Bilbao.

    Caso 5: il leader carismatico di un movimento giovanile negli anni Sessanta

    Un altro sacerdote accusato di abusi è il DEWP, una personalità carismatica divenuta famosa come fondatrice di un gruppo cattolico. Fu ordinato sacerdote a Malaga nel 1956 e la sua prima destinazione fu la parrocchia di Santa María de la Amargura, in un quartiere umile della città. «Avevo circa 10 anni quando arrivò questo prete che stava creando una specie di congregazione con bambini e giovani – ricorda JC – Il giovedì pomeriggio ci mostrava dei film. Ha portato a casa anche i bambini. Quell’anno abusò di me in diverse occasioni. La prima volta mi fece spogliare perché voleva sapere se ero un uomo normale o gay. Non capivo cosa stesse succedendo. L’ultimo è stato in sagrestia, dove ha tentato di violentarmi. Non l’ho mai detto a nessuno, anche se ho visto con i miei occhi come ha toccato un altro bambino. Anni dopo l’ho raccontato a un collega di allora e lui mi ha detto che anche lui soffriva la mia stessa cosa”. JC racconta che anni dopo chiese un appuntamento all’allora vescovo di Malaga, Ángel Herrera Oria. “Ma il vicario generale non ha permesso che si svolgesse questo incontro, mi ha detto che mi avrebbero chiamato e non ho più avuto notizie. Il vescovo poi morì”.

    Alla fine, racconta, ha parlato con il prete. “Come unica conseguenza, hanno trasferito questo molestatore in una parrocchia vicina, dove ha continuato la sua opera”, conclude. A quel tempo, nel 1968, il vescovo era Emilio Benavent Escuín, compagno di classe dell’imputato, secondo la vittima. Il sacerdote continuò con il suo gruppo giovanile, che negli anni si espanse in tutta la città e in tutta l’Andalusia. È ancora attivo e si venera il suo fondatore. Il DEWP è morto nel 2005, all’età di 76 anni.

    https://elpais.com/sociedad/2023-10-09/un-jefe-scout-y-un-cura-que-salio-en-interviu-cinco-acusaciones-de-pederastia-que-el-obispo-de-malaga-no-quiere-aclarar.html?ssm=TW_CC

  • Abusi nella chiesa, il rapporto sulle molestie in Svizzera fa luce sui problemi del clero

    Abusi nella chiesa, il rapporto sulle molestie in Svizzera fa luce sui problemi del clero

    di Marco Marzano – All’elenco delle conferenze episcopali che hanno deciso, a differenza di quelle italiana e polacca, di far sul serio sul terreno della lotta agli abusi sessuali del clero va ora aggiunta quella svizzera. Da pochi giorni è stato infatti pubblicato il primo Report della commissione indipendente incaricata di far luce sul tema nel territorio della Confederazione Elvetica.

    Si tratta di uno “studio-pilota” realizzato in un solo anno di lavoro e anticipatore di un più ampio e approfondito lavoro di ricerca da realizzarsi nel prossimo futuro. Malgrado questo limite, il documento presenta almeno due notevoli motivi di interesse.

    Il primo di questi è metodologico e riguarda il carattere squisitamente scientifico dell’impresa. L’episcopato svizzero ha infatti deciso di affidare il delicato incarico di lavorare sul tema a un gruppo di soli accademici, in particolare di storici dell’Università di Zurigo esperti in ricerca d’archivio e storia orale.

    A costoro, la chiesa svizzera ha consentito il pieno accesso a quegli armadi parrocchiali e diocesani (e a quelli di molti ordini religiosi) nei quali sono contenuti i dossier che riguardano i sacerdoti macchiatisi di questi crimini nel corso degli ultimi settant’anni (un netto diniego a rendere disponibili ai ricercatori i propri registri è invece provenuto dagli organismi vaticani, dalla nunziatura apostolica e da tutti dicasteri romani).

    Gli scienziati sociali coinvolti nell’impresa hanno cioè potuto in piena libertà scandagliare, in tutte le diocesi del paese, decine di archivi, esaminare una documentazione di migliaia di pagine e di seguito condurre decine di colloqui e interviste con le vittime, ma anche con esperti e rappresentanti ecclesiastici.

    È ovvio che, per questa via, per ragioni che è facile immaginare (archivi distrutti o incompleti, dati cancellati, denunce di crimini non riportate o mai presentate, resoconti edulcorati rispetto alla testimonianza delle vittime) si è potuto far luce solo su una parte del fenomeno.

    Si tratta tuttavia di quella porzione di esso che era ben nota alle autorità ecclesiastiche e che, per le motivazioni più varie e spesso con la complicità di singoli, famiglie e autorità civili, è stata tenuta nascosta per decenni.

    Un oscuramento, e il report molto opportunamente lo riconosce, che non si è limitato al clero diocesano, ma che ha incluso gli ordini religiosi e anche i cosiddetti “movimenti ecclesiali”, ovvero quei gruppi, tanto spesso generati dall’azione di un capo carismatico (Kiko Arguello, Chiara Lubich, ecc.), che negli ultimi sessant’anni hanno animato la vita della chiesa. In tali aggregazioni è talvolta prevalsa una logica settaria e fanatica, inevitabilmente accompagnata da manifestazioni di subordinazione incondizionata, da raggiri e da abusi (anche sessuali).
    I casi di abuso individuati e documentati dalla commissione sono stati un migliaio. Le vittime sono risultate in maggioranza maschi (56 per cento) e in larga misura minorenni (il 74 per

    cento). Quest’ultimo dato rimanda a un secondo motivo di interesse ricavato dai dati del report svizzero. Gli estensori del rapporto hanno infatti deciso di estendere la rilevazione anche agli adulti (il 14 per cento dei casi; del restante 12 per cento non si è riusciti a stabilire l’età).

    Per giustificare questa scelta, gli autori del report hanno dovuto far propria quella teoria che stabilisce che se uno dei due partner di una relazione sessuale gode di una posizione di autorità rispetto all’altro (e se quindi quest’ultimo si trova in una condizione di “dipendenza spirituale,emozionale, finanziaria o strutturale”), ogni consenso è in linea di principio assolutamente escluso.

    «In tali situazioni, – si legge nel rapporto – l’autore del delitto si adopera al fine di “sottomettere” preventivamente le proprie “vittime”, cosicché le persone offese si sentono “prescelte”, e il contatto fisico viene motivato dal contesto sacro».

    In altre parole, l’assenso che il partner più debole (ma adulto e nel pieno delle sue facoltà) ha espresso al momento della consumazione del rapporto è da considerarsi, per questa teoria, sempre frutto di una manipolazione, di una sottile estorsione ad opera del potente.

    Gli studiosi svizzeri sono consapevoli del carattere controverso di questa posizione e, in due passaggi dell’articolo, menzionano due rischi che non vanno sottovalutati: il primo è che sfumi del tutto la distinzione tra abuso e relazione sessuale consenziente, dal momento che quest’ultima può essere sempre, a distanza di tempo e stante le condizioni di cui sopra, essere classificata come abuso.

    Il secondo rischio è che le vittime vengano “intrappolate” a vita in un ruolo che assegna loro solo la parte di oggetti passivi e manipolati. Di qui, «Poiché diverse persone hanno esplicitamente dichiarato di non volersi identificare unicamente come vittime», è discesa la decisione, si legge nel report, di rinunciare all’uso del sostantivo vittima e utilizzare «diverse formulazioni quali “persone abusate”, “persone offese” e “persone vittime di abuso”».

    Personalmente sono disposto a riconoscere per intero la bontà della scelta di includere gli adulti tra le persone offese, a patto che però si riconosca che buona parte della responsabilità ricade su quegli elementi culturali così diffusi nel cattolicesimo che mettono al centro la funzione di guida spirituale dei sacerdoti, l’obbedienza incondizionata, la gerarchia e la disciplina.

    Bisogna insomma accettare (e lo fanno esplicitamente anche gli estensori del rapporto nelle pagine conclusive del documento) il fatto che l’idea che la salvezza (o la perfezione) si raggiunga attraverso il totale affidamento ad un pastore (maschio e celibe) al quale vengono attribuite virtù e qualità sovrumane è la premessa per la stragrande maggioranza degli abusi, degli sconfinamenti, delle manipolazioni e delle violenze clericali. Se non si modifica questo elemento, la storia degli abusi clericali non avrà mai un termine. Ce ne è giunta una conferma anche dalla Svizzera.
    https://www.editorialedomani.it/politica/mondo/abusi-nella-chiesa-il-rapporto-sulle-molestie-in-svizzera-fa-luce-sui-problemi-del-clero-sd6hsqmv