Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La svolta del Vaticano: coprire i preti pedofili con la prescrizione (seconda puntata)

    La Chiesa di Leone XIV, in perfetta continuità con quella di Francesco, dice una sacco di belle parole sulla pedofilia e poi fa il contrario. Nella vicenda di don Valentino Salvoldi, che abbiamo raccontato in un primo articolo, la prescrizione dichiarata dalla giustizia italiana è stata seguita a ruota da quella ecclesiastica. Papa Francesco aveva più volte ribadito che gli abusi sui minori per la Chiesa non si estinguono e quindi si deroga sempre alla prescrizione in questi casi. Ma Salvoldi l’ha fatta franca. Vale la pena di guardare più da vicino la sua significativa vicenda, determinata dalla prescrizione e dall’omertosa copertura delle autorità ecclesiastiche, e anche il personaggio chiave dell’inchiesta, l’avvocata milanese Arianna Dutto.

    Come abbiamo visto, dopo l’esposto presentato dalla Rete l’Abuso sia alla magistratura che alla diocesi di Bergamo, la curia è costretta dopo qualche tentennamento ad avviare una “indagine previa” sul sacerdote bergamasco. Ne viene incaricata l’avvocata Dutto ma già dal primo momento si capisce che qualcosa non torna: la delegata all’indagine, infatti, contatta le vittime da un indirizzo mail che fa capo al Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo. Quando Stefano Schiavon, una delle vittime del prete bergamasco, glielo fa notare e chiede se le persone interessate a fornire testimonianza sul caso devono contattarla a quell’indirizzo mail, l’avvocata lo dirotta candidamente sul proprio indirizzo privato:

    «Trattandosi di una procedura giuridica, in osservanza ai principi di terzietà e imparzialità, è preferibile utilizzare il contatto scritto (l’indirizzo di posta elettronica a Lei indicato, dal quale sto scrivendo)».

    Dutto fornisce alle vittime di Salvoldi una mail personale da utilizzare per la sua indagine sugli abusi denunciati e questo per lei risolve tutto, non sembra ravvisare alcun problema nel mantenere il duplice ruolo di membro del Servizio Tutela minori della diocesi e di persona incaricata di valutare la responsabilità di un prete denunciato proprio per abusi su minori, come se bastasse cambiare indirizzo per garantire «terzietà e imparzialità». Senza contare che in molti scambi di mail che l’avvocata ha con le vittime, il Servizio Tutela minori della diocesi rimane comunque in copia.

    Avvocata del foro di Milano ed esperta in delitti contro la persona (oggi è impegnata anche nella difesa di alcuni carabinieri coinvolti nella morte del diciannovenne egiziano Ramy Elgaml, rimasto ucciso il 24 novembre 2025 dopo un inseguimento), l’avvocata non solo fa parte di diverse commissioni di tutela dei minori, ma è sicuramente una legale di fiducia della chiesa. Rappresenta infatti la Cei nel processo in corso sul presunto uso a fini privati di oltre due milioni di euro dell’otto per mille e di fondi vaticani destinati alla diocesi di Ozieri, in provincia di Sassari; processo che vede imputato Antonino Becciu, fratello del cardinale Angelo Becciu, il vescovo di Ozieri Corrado Melis e altre sette persone, accusate a vario titolo di peculato, riciclaggio, false dichiarazioni al pubblico ministero e favoreggiamento.

    Dutto ha un evidente conflitto di interessi, e non è l’unica nella Chiesa che con la destra si occupa dei minori abusati e con la sinistra degli abusatori. C’è almeno un illustre precedente, un altro principe del foro di Milano, Roberto Zanchetti: avvocato dell’arcidiocesi di Milano, faceva parte della commissione diocesana per la tutela dei minori negli stessi anni in cui era il difensore di don Mauro Galli, il prete di Rozzano che aveva portato un quindicenne nel suo letto, condannato a tre anni (con patteggiamento) dalla giustizia italiana e assolto da quella ecclesiastica, che aveva giudicato «non colpevole» l’imputato.

    Questo essere al contempo giudice e parte in causa, cioè giudice di sé stessa, questo sentirsi al di sopra delle regole, è peraltro tipico della Chiesa italiana: la Cei, per espressa dichiarazione del suo presidente, il cardinale Matteo Zuppi, non ha infatti voluto una commissione indipendente sugli abusi clericali, come è successo invece in molti altri paesi, ma ha scelto la comoda strada dell’indagine interna, che fino ad oggi ha prodotto “report” e “rilevazioni” con numeri scarni e totalmente inattendibili, risultato di questionari a cui molte diocesi non hanno nemmeno risposto (per chi vuole approfondire c’è l’ottimo lavoro di Adista, qui e qui).

    Queste rilevazioni si basano proprio sull’attività dei Servizi regionali, dei Servizi diocesani e interdiocesani e dei Centri di ascolto per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili di cui fa parte l’avvocata Dutto. Istituiti nel 2019 dalle Linee guida Cei e dalla Conferenza italiana dei Superiori maggiori (l’organismo che sovrintende agli ordini religiosi) su impulso del motu proprio Vox Estis Lux Mundi di papa Francesco, hanno funzionato a singhiozzo e, ancora una volta, senza la dovuta trasparenza. 32 su 130 sportelli diocesani d’ascolto per le vittime sono stati esaminati in uno studio condotto dalla Rete l’Abuso, durato due anni, che ha evidenziato come in sostanza servano a fornire informazioni alla diocesi sui preti abusanti. Lo ha detto apertamente l’avvocato Mario Caligiuri, legale della Rete l’Abuso, in una conferenza stampa del 24 febbraio 2026:

    «Quando giunge una notizia di reato i centri di ascolto previsti dalle linee guida Cei non conducono formalmente a una indagine ma ne costituiscono più che altro un punto di accesso informale; ascoltano, talvolta verbalizzano e trasmettono tutto al vescovo».

    Secondo quello che ha rilevato lo studio della Rete l’Abuso (qui nel dettaglio), quando una vittima si rivolge a un Centro di ascolto della diocesi si trova davanti a tre strutture che non comunicano tra di loro:

    «La prima è uno sportello che raccoglie i dati delle vittime e li passa al vescovo, il quale deciderà se procedere all’indagine previa e ad inviare il tutto al Dicastero per la Dottrina della Fede. Sportello che come detto raccoglie dalla vittima i dati e li passa alla seconda struttura, ma al tempo stesso non ha accesso ai fascicoli completi. È quindi a conoscenza del singolo dato fornito dalla singola vittima ma ignora se il fascicolo principale contenga altre vittime di quel sacerdote.

    Da qui, come prima degli sportelli, resta facoltà del vescovo se avviare una indagine previa e inviare il tutto alla terza struttura – il Dicastero per la Dottrina della Fede – oppure no. Nessuno ovviamente, né la vittima né lo sportello che l’ha accolta, avrà accesso a quei fascicoli o potrà verificare l’effettivo iter che hanno avuto. Ci si dovrà fidare di quanto il vescovo afferma».

    Ed è quello che è successo anche a Stefano Schiavon che, dopo aver inviato la sua testimonianza il 18 novembre 2024 (entro i sei giorni concessi), non ha più avuto notizie dell’andamento dell’indagine previa fino all’11 febbraio 2025, quando l’avvocata Dutto, sempre tramite la mail del Servizio Tutela minori della diocesi di Bergamo, gli notifica la conclusione del suo lavoro con l’usuale fraterna empatia:

    Gentilissimo,

    in relazione all’indagine previa canonica avviata dalla diocesi di Bergamo nei confronti del Rev. Sac. Valentino Salvoldi, Le comunico che, terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato ritualmente consegnato al Dicastero per la Dottrina della Fede per le determinazioni di competenza.

    Alla legittima richiesta di Schiavon di poter conoscere le conclusioni della «fase di spettanza diocesana» e di avere informazioni sul successivo iter al Dicastero per la Dottrina della Fede, l’avvocata Dutto risponde a stretto giro di posta che non può dargli nulla e fargli sapere ancora meno:

    Il fascicolo è riservato e al momento la diocesi non è autorizzata a fornire alcuna informazione né alle persone che si sono dichiarate offese e hanno offerto il loro contributo, né all’indagato.

    Gli atti sono stati consegnati al Dicastero per la Dottrina della Fede perché tale Dicastero ai sensi della legge canonica è competente in materia e, a questo punto, il Vescovo dovrà attendere dallo Stesso comunicazioni o istruzioni in proposito.

    Ricevuti gli atti dell’indagine previa e studiati attentamente gli stessi, al Dicastero per la Dottrina della Fede si aprono varie possibilità di azione: archiviare il caso; chiedere un approfondimento dell’indagine previa; imporre misure disciplinari non penali, ordinariamente mediante un precetto penale; imporre rimedi penali o penitenze, oppure ammonizioni o riprensioni; aprire un processo penale; individuare altre vie di sollecitudine pastorale. A quel punto, la decisione sarà comunicata al Vescovo, con le adeguate istruzioni per portarla ad effetto.

    Per quanto riguarda la tempistica, non è previsto un termine perentorio; in generale, è possibile ipotizzare una decisione entro sei mesi ma – come comprenderà – ogni caso ha le proprie peculiarità e, pertanto, il Dicastero potrebbe esaminare gli atti e decidere in un periodo più breve o più esteso rispetto a quanto sopra indicato.

    Non esistono disposizioni specifiche che regolano la comunicazione dell’esito dell’indagine alle persone che, come Lei, si sono dichiarate offese e hanno fornito il loro contribuito nella fase dell’indagine previa.

    Secondo il diritto canonico, infatti, la persona offesa non ha diritto ad alcuna informazione sull’esito del caso. A parole si incoraggiano gli abusati a rivolgersi ai Servizi di tutela dei minori presso le diocesi, nei fatti a chi denuncia un prete pedofilo non è riconosciuto nemmeno il diritto ad essere informato sull’esito dell’inchiesta.

    Dunque il fascicolo di Salvoldi è approdato in Vaticano e qui, di fatto, se ne perdono le tracce. Le vittime sono invitate ad attendere un tempo indefinito e senza nemmeno la garanzia di avere prima o poi una risposta.

    Passano i mesi e non succede nulla. Schiavon però è una persona tenace: ha contattato i suoi amici dei campi estivi, ha parlato con la stampa, ha denunciato e fatto aprire il caso dopo più di vent’anni; non è il tipo che si arrende senza una risposta. Così otto mesi dopo, il 7 ottobre 2025, ricontatta Arianna Dutto per chiedere notizie del procedimento. Tre giorni dopo arriva la lapidaria risposta dell’avvocata:

    Egregio Professor Schiavon,

    in riscontro alla Sua del 7 ottobre u.s., Le comunico che il Dicastero per la Dottrina della Fede ha ritenuto prescritti i fatti oggetto di segnalazione e di non derogare all’intercorsa prescrizione.

    Schiavon prende atto: vuol sapere se le altre vittime sono state informate e, ancora una volta, chiede di poter vedere i documenti dell’intera vicenda. Ancora una volta gli viene detto di no, ma con una beffa finale: se proprio lo desidera, Schiavon potrà rivolgersi direttamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, di cui però l’avvocata Dutto non possiede nemmeno un indirizzo di posta elettronica:

    Egregio Professor Schiavon,

    terminata la fase di spettanza diocesana, il fascicolo è stato trasmesso al Dicastero per la Dottrina della Fede, di talché non sono in possesso degli atti, peraltro non divulgabili ai sensi della normativa canonica (nemmeno al chierico nei cui confronti è stata espletata l’indagine previa).

    Ragioni di riservatezza non mi consentono di rispondere alla domanda da Lei avanzata riguardo ad altre persone.

    Le indico il recapito del Dicastero per la Dottrina della Fede, al quale, se vorrà, potrà rivolgersi (non dispongo di un indirizzo di posta elettronica).

    Dicastero per la Dottrina della Fede, Palazzo del Sant’Uffizio, 00120 Città del Vaticano

    Cordiali saluti

    Arianna Dutto – già delegata alle indagini

    Schiavon, comprensibilmente, stenta a rassegnarsi e chiede ulteriori chiarimenti a Dutto: quindi Salvoldi, dopo tutto quello che è stato accertato anche in sede penale, continuerà ad essere un sacerdote, a dire messa attorniato da chierichetti e a confessare adolescenti?

    L’avvocata, ormai decisamente esasperata da tanta insistenza, chiude il discorso:

    Egregio Professor Schiavon,

    così come in ogni altro ordinamento, anche in quello canonico l’archiviazione di un procedimento per intervenuta prescrizione comporta l’impossibilità di applicazione di una pena, ivi compresa – nel sistema canonico – la dimissione dallo stato clericale.

    Al presbitero in parola – anche in ragione dei limiti di età raggiunti – non è conferito alcun ufficio o incarico ecclesiale, ivi compresi, pertanto, quelli che prevedono un contatto con minori.

    Da ultimo, Le rappresento che il mio incarico nel procedimento de quo è ormai ampiamente e completamente terminato, pertanto approfitto di questa ultima occasione per un augurarLe ogni bene.

    Il caso è prescritto e non si può pretendere più nulla dalla chiesa, tantomeno la dimissione dallo stato clericale del sacerdote che però, assicura la diocesi, è ormai vecchio e senza incarichi ufficiali. Schiavon e tutte le altre vittime adolescenti ingannate ed abusate da un prete, al posto della giustizia promessa dovranno quindi farsi bastare questo fragile assioma: il loro abusatore è andato in pensione e non potrà più fare (troppi) danni. Parola di vescovo.

    Come ha detto Leone XIV l’8 gennaio 2026 chiudendo il concistoro straordinario, «tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori». La Chiesa che si finge scandalizzata per ciò che fa la Chiesa. (Continua)

    https://federicatourn.substack.com/p/la-svolta-del-vaticano-coprire-i-249

  • Le scuse tardive di Delpini anche su Marelli. Ma forse la diocesi Ambrosiana vuole fare un calendario?

    Le scuse tardive di Delpini anche su Marelli. Ma forse la diocesi Ambrosiana vuole fare un calendario?

    Da IL FATTO QUOTIDIANO un pò smemore, il mea culpa dell’arcivescovo di Milano Mario Delpini sul caso Marelli, uno dei tanti mea culpa che vogliamo ripercorrere compresi i tanti mai fatti.

    Partiamo dal caso di don Mauro Galli, dove Delpini pur avendo sollecita denuncia da parte dei familiari della vittima, malgrado la garanzia data agli stessi di averlo sospeso da Rozzano riapparve poco tempo dopo, prima a Legnano e poi come cappellano dell’ospedale San Giuseppe.

    Ci fu poi il caso di don Alberto Lucchina, accusato di abusi ai danni di una minore e anche qui garantì che il don Alberto era stato sospeso e sanzionato, fino a che la Rete L’ABUSO lo ritrovò in una parrocchia sempre nel milanese, quella di Santa Maria alla Fontana dove con il fratello don Maurizio Lucchina, denunciato anch’esso per violenza sessuale ai danni di una donna disabile, gestiva la parrocchia.

    Poco dopo, durante un campeggio con minori l’arresto di don Emanuele Tempesta, oggi condannato in 1° grado.

    Poi il caso di Leonardo Gualdoni, il seminarista che ha patteggiato una condanna a due anni.

    Fino ad arrivare al caso di don Samuele Marelli, caso sul quale oggi l’arcivescovo fa mezzo e sfacciato mea culpa.

    Siamo ad un totale, al momento di ben sei casi e un solo misero e tardivo mea culpa.

    Parrebbe un po’ poco tuttavia ne mancano soltanto sei prima di arrivare a dodici e speriamo in quel caso che la diocesi Ambrosiana ne faccia un bel calendario e doni i suoi proventi alle sue vittime.

    Buona Pasqua

  • Da Rete l’Abuso una iniziativa per superare la solitudine delle famiglie “abusate”

    Da Rete l’Abuso una iniziativa per superare la solitudine delle famiglie “abusate”

    42150 SAVONA-ADISTA. Sono dei “sopravvissuti”, come i loro figli abusati. Sono i genitori delle vittime di violenza sessuale perpetrata da preti, «genitori che da un giorno all’altro sono stati catapultati in una situazione alla quale nessun genitore è preparato. Lo stupro del proprio figlio». Genitori che hanno dovuto improvvisare un sostegno senza saper come fare, e da soli, visto che spesso sono stati abbandonati da tutti in questa lotta. Soprattutto dalla Chiesa, che spesso li ha considerati nemici da cui difendersi. Sono anch’essi vittime degli stigmi e dell’indifferenza, devastati nelle loro vite, segnate da un trauma gravissimo i cui effetti si ripercuotono anche all’esterno, come le onde provocate da un sasso gettato nell’acqua.

    È per loro che è nato, all’interno della Rete l’Abuso, fondata e animata da Francesco Zanardi, il Coordinamento Famiglie sopravvissuti, un contesto di «confronto e di condivisione» che, si legge sul sito, «non solo è estremamente terapeutico, ma è spesso utile a chi, come noi, suo malgrado, viene a trovarsi ad affrontare queste situazioni». L’iniziativa, presentata il 7 febbraio, nasce nel nome e nel ricordo di Chiara, Cristina e Alessandro Giacoletto: la prima, abusata da un familiare da bambina, si è tolta la vita nel 2022, a 28 anni; gli ultimi due, i suoi genitori, si sono uccisi insieme, lo scorso dicembre, schiacciati dal dolore. Nel loro ricordo, «l’ispirazione a voler reagire attivamente come famiglie, vittime indirette di quanto accaduto ai figli».

    Nel corso della presentazione, alcuni genitori sono intervenuti. Claudia, due figli abusati da un prete, ha raccontato che la famiglia è stata abbandonata dall’intera parrocchia, che le ha voltato le spalle. «È stato un inferno», ha detto. Giovanna e Roberto invece non hanno più la loro figlia. «La solitudine uccide», ha detto in una intervista a il Giorno (8/2) la coordinatrice del gruppo Cristina Balestrini, madre di un ragazzo che a 15 anni fu abusato da don Mauro Galli, allora parroco a Rozzano, e che ha tentato più volte il suicidio. Il suo fu un lungo caso giudiziario conclusosi a 12 anni dalle violenze subite, con una pena definitiva di 3 anni ai domiciliari per il prete. «Essere genitori non è facile, ed essere genitori di un sopravvissuto è ancora più difficile», ha detto. «Si prova un dolore profondo che gli altri non capiscono, ma bisogna andare avanti perché tuo figlio è la cosa più importante. La famiglia, quando emergono questi casi, svolge un ruolo importantissimo e fondamentale, ma purtroppo spesso viene lasciata sola. Non vogliamo che altre famiglie vivano la stessa esperienza di isolamento e solitudine che abbiamo vissuto noi». Anche la sua famiglia è stata stigmatizzata dalla parrocchia dove tutto si è svolto: «Noi abbiamo sempre frequentato la parrocchia, era la nostra seconda casa, e siamo stati allontanati, trattati da persone sgradite. Ci siamo sentiti vittime due volte. Purtroppo è un copione che si ripete sempre. Le autorità ecclesiastiche cercano di coprire, minimizzare, insabbiare i casi». Il programma del coordinamento è di organizzare incontri periodici su Zoom, «perché le famiglie sono sparse in tutta Italia, con momenti di confronto, condivisione di idee ed esperienze. Si possono chiedere consigli, ricevere supporto e trovare sempre ascolto. Ci farebbe piacere chiedere un incontro al presidente della Cei, il cardinale Zuppi. Molti di noi sono cattolici, ma hanno perso la fede proprio a causa del comportamento della Chiesa».

    Del Coordinamento fa parte anche Anna Ipata, neuropsichiatra infantile alla Columbia University di New York. Subì un abuso all’età di 12 anni nella sua parrocchia pisana di Santo Stefano, e lo rivelò ai genitori solo quarant’anni dopo, quando si cominciò a parlare di pedofilia. «Quando sei bambina non riesci a dare un significato sessuale a certe attenzioni. Certamente un senso di violazione e di ribrezzo ti rimane addosso. Negli anni, ripensandoci, ho capito», ha detto in un’intervista al Corriere (7/2).

    Per il momento, sono già una trentina i genitori in tutta Italia che hanno aderito al Coordinamento; una decina in Sicilia. Non poteva mancare Michele Messina, il padre di Antonio, che denunciò gli abusi subiti da don Giuseppe Rugolo, ora condannato in primo grado a 4 anni e sei mesi per violenza sessuale. «Abbiamo perso l’infanzia e l’adolescenza di nostro figlio per sempre, racconta Messina a Repubblica (8/2). «Nessuno dovrebbe mai subire quello che ha dovuto subire lui. Lo appoggerò fino alla fine dei miei giorni. Non è una ferita che si può rimarginare». Due genitori di Randazzo, nel Catanese, non si perdonano il fatto di non avere denunciato subito: il prete era di casa in famiglia. «Non siamo stati subito pronti a aiutarlo, quando abbiamo cominciato a parlare siamo stati presi in giro: “Forse vostro figlio si è innamorato di lui”, diceva qualcuno. Pensavamo di risolvere tutto nell’ambito della Chiesa, ma ci chiudevano le porte in faccia». Ora quell’isolamento può essere meno duro.

    Per aderire al Coordinamento Famiglie Sopravvissuti: coordinamento@retelabuso.org.

    https://www.adista.it/articolo/73354

  • “La solitudine uccide. Qui tutti saranno a casa”

    “La solitudine uccide. Qui tutti saranno a casa”

    “Sono la mamma di un sopravvissuto, e qui ognuno deve potersi sentire a casa”. Cristina Balestrini, coordinatrice del neonato gruppo che accoglie i familiari delle vittime di abusi, sta portando avanti una battaglia del 2011. In quel periodo suo figlio, all’epoca 15enne, subì abusi sessuali da parte di don Mauro Galli, l’allora parroco di Rozzano. Un lungo caso giudiziario, con processi che si sono trascinati fino alle sentenza definitiva arrivata quando erano ormai trascorsi 12 anni dalle violenze: nell’appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in “detenzione domiciliare” per Galli, che ha ricoperto anche l’incarico di vicario parrocchiale a Legnano.

    Cristina, come nasce l’idea di creare un coordinamento fra genitori delle vittime? “Essere genitori non è facile, e essere genitori di un sopravvissuto è ancora più difficile. Si prova un dolore profondo che gli altri non capiscono, ma bisogna andare avanti perché tuo figlio è la cosa più importante. La famiglia, quando emergono questi casi, svolge un ruolo importantissimo e fondamentale, ma purtroppo spesso viene lasciata sola. Non vogliamo che altre famiglie vivano la stessa esperienza di isolamento e solitudine che abbiamo vissuto noi. L’abuso si ripercuote su tutte le persone che stanno attorno alla vittima, e il dolore dei familiari è incompreso. Solo chi c’è passato può capirlo”.

    Come avete affrontato il dramma vissuto da vostro figlio? “Mia figlio, prima di entrare in contatto con la rete, ha tentato il suicidio per quattro volte. Un giorno lo abbiamo portato a Berlino, a un incontro fra altre persone provenienti da tutto il mondo, accomunate dallo stesso dramma. Su un muro erano scritti i nomi di chi non ce l’aveva fatta e si era tolto la vita. Mio figlio ha desiderato che su quel muro non ci fossero scritti altri nomi e da lì è iniziato il suo percorso, da vittima a sopravvissuto”.

    Quali sono state le reazioni alla vostra denuncia? “Noi abbiamo sempre frequentato la parrocchia, era la nostra seconda casa, e siamo stati allontanati, trattati da persone sgradite. Ci siamo sentiti vittime due volte. Purtroppo è un copione che si ripete sempre. Le autorità ecclesiastiche cercano di coprire, minimizzare, insabbiare i casi”.

    Come verrà strutturato il gruppo e quali saranno le prossime iniziative? “Programmiamo incontri periodici su Zoom, perché le famiglie sono sparse in tutta Italia, con momenti di confronto, condivisione di idee ed esperienze. Si possono chiedere consigli, ricevere supporto e trovare sempre ascolto. Abbiamo voglia di farci sentire e di non nasconderci, e per questo ci farebbe piacere chiedere un incontro al presidente della Cei, il cardinale Zuppi. Molti di noi sono cattolici, ma hanno perso la fede proprio a causa del comportamento della Chiesa”.

    https://www.ilgiorno.it/milano/cronaca/la-solitudine-uccide-qui-tutti-eb359fb1
  • Alessandro Battaglia – Rozzano

    Alessandro Battaglia – Rozzano

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  • Rete L’ABUSO NEWS – edizione 4 del 30 settembre

    Rete L’ABUSO NEWS – edizione 4 del 30 settembre

    • Franceso Zanardi – Report delle vittime sulle omissioni al Motu proprio della Conferenza  Episcopale Italiana

    “Ci prenderemo le botte che dobbiamo prenderci e anche le nostre responsabilità”

    Matteo Zuppi

    … Le botte poi invece le hanno date e a prendersele sono state ancora una volta le loro vittime.

    Abbiamo cercato di fare chiarezza sui progressi della chiesa in tema di abuso sessuale su minori e persone vulnerabili aiutati da un dato a campione notevole, 332 casi italiani, quelli documentati direttamente attraverso i sopravvissuti che si sono rivolti all’Associazione durante i suoi 13 anni di attività unica in Italia.

    Le interrogazioni che ci siamo posti nell’indagine;

    • Quale livello di giustizia per le vittime è stato ottenuto?
    • Quale livello di sicurezza, prevenzione si è raggiunto?
    • Quale livello di controllo sulle gerarchie e coloro che insabbiano?
    • Quali differenze tra l’Italia e gli altri paesi?
    • Affidabilità della “linea italiana” della Cei ?

    Ebbene non i risultati, ma nello scrutinio delle schede, questi i dati che emergono sistematici, quindi scontati.

    Il report sarà reso pubblico nei prossimi giorni a Roma, durante il sinodo e la annessa manifestazione di 3 giorni (dal 27 al 30) organizzata da Eca Global di cui Rte l’Abuso è fondatrice e che raggruppa le associazioni dei sopravvissuti in tutto il mondo.

    A questo proposito la Redazione del TG NEWS annuncia fuori dalla sola edizione del sabato, contributi speciali sugli eventi che avranno luogo a Roma.


    • Alessio Di Florio – Un prete-preside videopedofilo su cui è calato il totale silenzio

    La settimana scorsa abbiamo raccontato una vicenda partita dalla Sicilia e giunta in Vaticano di un prete che ha molestato ed umiliato per anni un ragazzo. «Mi convinse a fare delle video chat erotiche con un prete di Chieti» ha dichiarato la vittima a Repubblica ormai quasi un anno fa. Il prete «da un lato lo umilia dicendogli che è “un incostante cronico, un irrisolto, un inconcludente”, dall’altro gli propone di incontrare un sacerdote di Chieti, suo amico e preside di una scuola privata, che lo potrebbe aiutare a prendere il diploma. Non gratis, ovviamente: “il prezzo da pagare da parte mia sarebbe stata la mia disponibilità a ogni prestazione”» si legge nell’inchiesta di Federica Tourn sul quotidiano Domani.

    Sono passati oltre nove mesi dalla pubblicazione dell’inchiesta di Federica Tourn e ancora di più dalla pubblicazione di Repubblica. Sin dal novembre 2022 su WordNews.it abbiamo cercato di spezzare il totale silenzio che in provincia di Chieti è calato sulla vicenda. Nonostante se ne sono occupati organi di stampa nazionale nessun turbamento e nulla di nulla. Così come nessun intervento da parte della Diocesi e del vescovo Bruno Forte, grande protagonista del Sinodo per le Famiglie, dopo che nei primi mesi di quest’anno a Chieti è scattata un’inchiesta per prostituzione e pornografia minorile e atti sessuali con un minorenne, chat sulle principali piattaforme social e di messaggistica istantanea in cui si sono diffusi foto e si coordinavano gli accusati nulla di nulla

    Il vescovo che ha trovato il tempo di polemizzare con un sindaco per le «strade», che in occasione dell’Abruzzo Pride ha inviato un comunicato contro (rimasto per giorni e giorni in alto e in grande evidenza sul sito della Diocesi) mentre nulla sulle violenze omofobe e neofasciste contro alcuni partecipanti, che ripetutamente ha preso posizione contro incontri pubblici (appoggiando di fatto posizioni di Forza Nuova, senza nulla dire quando Roberto Fiore – la cui storia è ampiamente pubblicata sul web – è venuto in città), che ama la famiglia e i più piccoli, nulla di nulla ha mai avuto da dire su questi fatti, sulla denuncia di un «preside» e sull’inchiesta dell’inizio di quest’anno. Sono passati ormai oltre dieci mesi e nessuno è stato turbato. E come su WordNews.it abbiamo sottolineato più volte resta un pesante interrogativo su tutti: se nulla si sa, se nulla si vuol dire, se nessuna posizione si prende il personaggio accusato dalla vittima di Siracusa continua a frequentare scuole e quindi anche minorenni? Una circostanza che turberebbe chiunque ma non, a quanto pare, nella provincia teatina chi dovrebbe …

    Fonte: Repubblica, Domani, WordNews.it


    • Ludovica Eugenio – Francia: il cardinale Ricard condannato dal Vaticano per abuso sessuale

    Il card. Jean-Pierre Ricard, 78 anni, arcivescovo emerito di Bordeaux, figura di spicco della Chiesa francese, è stato interdetto dal Dicastero per la Dottrina della Fede dall’esercizio pubblico del suo ministero presbiterale, tranne che nella diocesi dove risiede, quella di Digne, nell’Alta Provenza, secondo quanto riporta il quotidiano francese La Croix (27/9). L’accusa era di violenza sessuale aggravata su una donna minore all’epoca dei fatti, ed era stato archiviato per prescrizione dalla procura di Marsiglia il 25 febbraio scorso. La giustizia ecclesiastica nel frattempo è andata avanti, con un processo canonico; il dossier, nelle mani dell’arcivescovo di Marsiglia card. Jean-Marc Aveline, è stato così trasmesso a Roma, al Dicastero per la Dottrina della Fede.

    L’interdizione a dire messa in pubblico e ad amministrare i sacramenti è valida però solo fuori dai confini della diocesi in cui Ricard risiede, Digne, nell’alta Provenza, grazie a un accordo con il vescovo locale, mons. Emmanuel Gobilliard, che tuttavia appare piuttosto critico: «Non sono d’accordo – si legge su La Croix – che il cardinale Ricard celebri per il momento nella diocesi di Digne, gliel’ho detto, spero che la sanzione venga applicata anche qui». Quanto a Ricard, ha detto di non voler “generare né alimentare alcuna controversia” .

    Presidente della Conferenza episcopale di Francia dal 2001 al 2007, Ricard si era autoaccusato lo scorso novembre, durante l’assemblea d’autunno dei vescovi, in una lettera ai suoi confratelli: «Mi sono comportato in modo riprovevole, 35 anni fa, quando ero parroco, con una ragazza di 14 anni. Il mio comportamento ha necessariamente causato conseguenze gravi e durature in questa persona», aveva detto. Emerse poi che il caso era già noto da diversi mesi al presidente dei vescovi mons. Eric de Moulins-Beaufort, allertato da suor Veronique Margron, presidente dei religiosi francesi, alla quale la vittima si era rivolta, indignata per il ruolo di delegato pontificio attribuito a Ricard nella gestione degli abusi di una nuova comunità carismatica.

    Fonte : La Croix


    • Federica Tourn – Un tribunale ecclesiastico penale per la Chiesa cattolica in Svizzera 

    La Conferenza episcopale svizzera vuole istituire un tribunale ecclesiastico penale e disciplinare per la Chiesa cattolica in Svizzera. Questa decisione fa seguito all’ampiezza dei casi di abusi sessuali rivelati da uno studio recente condotto dall’Università di Zurigo.

    In un comunicato diffuso sabato scorso, i vescovi si dicono “sconvolti” dai risultati della ricerca, che ha messo in luce l’esistenza di un gran numero di casi di abusi nella Chiesa cattolica negli ultimi 70 anni. Auspicano quindi l’istituzione di un tribunale nazionale: i vescovi stanno lavorando per organizzare un incontro con i responsabili vaticani nelle prossime settimane.

    Le leggi svizzere continuerebbero ad avere la precedenza e le autorità penali sarebbero obbligatoriamente coinvolte in tutti i casi di abusi o altri reati commessi in ambito religioso. Il tribunale ecclesiastico si occuperebbe anche delle sanzioni necessarie in caso di violazione della legge ecclesiastica.

    Il presidente della Conferenza episcopale svizzera, il vescovo di Basilea Felix Gmür, ha riconosciuto che sono stati commessi degli errori nell’indagine sugli abusi sessuali nella Chiesa cattolica. “La prospettiva delle vittime non è stata presa sufficientemente in considerazione. Sono molto dispiaciuto per questo”, ha detto monsignor Gmür.

    Il vescovo di Basilea ammette che all’inizio del suo mandato episcopale dava maggiore importanza alla gestione giuridicamente corretta dei casi di abuso, ma che con il tempo ha cambiato prospettiva.

    Il vescovo Gmür si è detto favorevole a un sostegno esterno per le indagini della Chiesa sui casi di abusi sessuali, come richiesto dalla Conferenza centrale cattolica romana della Svizzera. Il vescovo di Coira, Joseph Bonnemain, che è responsabile di un’indagine sull’insabbiamento di casi di abusi all’interno della Chiesa, “ha detto che sarebbe felice di ricevere tale sostegno. E penso che sia un’ottima cosa”.

    Per il vescovo di Basilea, il potere all’interno della Chiesa deve essere distribuito meglio. “Lavorerò a Roma per garantire che la Chiesa sia decentrata. È necessaria una nuova morale sessuale e la possibilità di prendere accordi a livello regionale”, ha sottolineato.

    Fonte: RSI e RTSInfo


    • Federico Tulli – Le radici del silenzio, dell’omertà, della complicità, dell’impunità

    «Quando emergono nuovi casi di pedofilia, ascoltando attentamente le dichiarazioni della Chiesa cattolica ci si rende conto che le frasi del portavoce di turno allontanano velocemente l’attenzione dal passato, portandola sul presente e sul futuro. In questo modo il Vaticano vuole farci credere che gli abusi non si ripeteranno nel futuro. In realtà non vuole assolutamente ripulire o risolvere i danni procurati nel passato. I casi di violenza sui bambini nella Chiesa non sono incidentali, ma sono strutturali in tutto il mondo, in tutte le scuole cattoliche, negli oratori, negli istituti: l’abuso non è un difetto nel sistema, l’abuso era ed è “il” sistema della Chiesa cattolica».

    A parlare è Ton Leerschool. Vittima a 13 anni di un sacerdote pedofilo, Leerschool è nato e vive in Olanda ed è membro di una fondazione non-profit che si occupa delle vittime di abusi sessuali. Nel 2011 fondò, insieme con Sue Cox, Survivors voice Europe, un’associazione internazionale per la tutela dei diritti di persone violentate in età prepubere da preti. In quello stesso anno la “Commissione Deetman” si avvalse anche della “consulenza” di Leerschool per indagare sui crimini compiuti nella Chiesa olandese tra il secondo Novecento e i primi anni Duemila. Grazie al suo contributo gli investigatori sono riusciti a ricostruire le responsabilità di circa 850 sacerdoti, stimando un numero di vittime compreso tra 10mila e 20mila.

    «Non aspettiamoci che la Chiesa ripulisca spontaneamente il danno fatto, non lo farà mai» ci ha detto ancora Leerschool. «Solo incalzando il Vaticano con crescenti e continue pressioni da tutti i fronti, politico, opinione pubblica, cattolici praticanti e così via, potremo vedere un giorno i responsabili in ginocchio». Proprio tutto ciò che manca oggi in Italia.

    Federico Tulli


    • Pierelisa Rizzo – Don Mauro Galli condannato in via definitiva a tre anni

    Il 26 settembre scorso si è conclusa una vicenda durata 12 anni. Al Tribunale di Milano, Seconda Sezione Penale della Corte d’Appello, si è svolta l’ultima udienza dell’Appello Bis con la sentenza di condanna definitiva a tre anni di reclusione per don Mauro Galli. La condanna verrà scontata ai domiciliari.

    Erano presenti i familiari della vittima che si sono dichiarati sufficientemente soddisfatti dell’esito finale del processo: “era la migliore conclusione possibile per evitare il rischio della prescrizione che, di fatto, avrebbe vanificato tutto l’iter processuale.”

    Tecnicamente si tratta di un «concordato in Appello», una sorta di patteggiamento proposto dalla difesa e accettato dalla Procura Generale. La riduzione della pena a tre anni era l’unica possibilità per evitare il carcere e quindi l’unica richiesta da parte della difesa per chiudere definitivamente questo processo. Don Mauro Galli, ex coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio di Rozzano, era accusato di violenza sessuale su un ragazzo di a15 anni. In appello era stato condannato a 6 anni.

    Rimane ora aperta e da ridefinire la parte ecclesiastica: un prete che ha commesso un reato, per il quale è stato condannato, viene posto ai domiciliari ma non vi è traccia di un percorso di cura affinché comprenda la portata di ciò che ha fatto. L’ammissione di colpa, sancita dal patteggiamento e dal risarcimento in via extra-giudiziale, non ha finora dato seguito a nessuna richiesta di perdono alla vittima, alla sua famiglia e alla stessa Parrocchia in cui operava all’epoca dei fatti.

    Ora i fedeli si chiedono se chi non ha avviato nessuna Indagine Previa, appena venuto a conoscenza dei fatti, e ha invece deciso di spostare subito il prete mettendolo ancora a contatto con i minori, può continuare a fare il Vescovo.

    Queste domande dovranno trovare una risposta esaustiva.
    Intanto oggi, con questa sentenza, è terminato un lungo e doloroso processo.

    Fonte Rete L’Abuso

  • Tre anni a don Galli, prete abusatore

    Tre anni a don Galli, prete abusatore

    di Giorgio Gandola – Dodici anni per restituire un orizzonte di pace e una famiglia distrutta. Tanto è durata la vicenda di abusi che si è conclusa ieri in corte d’Appello bis a Milano (al quarto procedimento), con alla sbarra don Mauro Galli, ex parroco di Rozzano già condannato in passato a cinque anni e sei mesi. Il risultato processuale è il patteggiamento dell’imputato a tre anni, deadline che gli consente di non andare in carcere ma di scontare la pena con “detenzione domiciliare” in un istituto ecclesiastico lombardo.

    Il reato è stato riqualificato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con “abuso della situazione di cura e affidamento”. Infatti il sacerdote aveva in consegna l’allora quindicenne parrocchiano e gli propose di “dormire nel lettone” con lui. La difesa, sostenuta dal legale dell’Arcidiocesi professor Mario Zanchetti, ha puntato sul risarcimento del danno (la vittima e la famiglia non si sono costituiti parte civile) e sul “tardivo disvelamento della presunta violenza”, avvenuto due anni dopo perché la famiglia – molto cattolica – ha chiesto invano, a più riprese, alla curia di prendere posizione e di assumersi responsabilità prima di denunciare in proprio i fatti ai carabinieri.

    La realtà delle carte processuali sottolineano che la prima denuncia degli abusi alla diocesi di Milano era avvenuta due giorni dopo la vicenda (quindi subito); che la vittima non ha mai cambiato versione; che la famiglia ha chiesto il sostegno della Chiesa. In questo senso esistono ampi carteggi con il cardinale Angelo Scola e con il Vaticano.

    Nella storia ha una parte non secondaria anche l’attuale arcivescovo Mario Delpini, che al tempo era vicario episcopale e invece di aprire un’indagine previa – arrivata solo quattro anni dopo i fatti – si limitò a spostare nell’immediato il sacerdote in un’altra parrocchia (a Legnano), sempre a contatto con adolescenti. Lui sapeva, era stato informato da don Carlo Mantegazza al quale la vittima aveva segnalato subito i presunti abusi; a questo proposito esiste un verbale di polizia firmato da monsignor Delpini e acquisito nel dibattimento. Un atteggiamento che secondo i canoni di papa Francesco, messi nero su bianco nel motu proprio “Vos estis lux mundi”, oggi sarebbe da considerarsi omissivo, quindi da condannare.

    Su questo punto la famiglia della vittima non intende arrendersi. Nel libro che ripercorre gli angosciosi anni, scritto dalla madre del ragazzo e dal titolo eloquente Chiesa, perché mi fai male?, c’è un passaggio che non ammette dubbi: “La famiglia, che continua a professarsi cattolica e praticante, vuole che il Pontefice mantenga le promesse rimuovendo l’arcivescovo e sottoponendolo a processo ecclesiastico”. La richiesta prende spunto dalla lettera apostolica del Santo Padre pubblicata nel 2019, comprensiva di 19 articoli, fra i quali spicca quello relativo all’omissione da parte di vescovi e cardinali, “per i quali su questi casi non c’è immunità”.

    Se il processo in nome del popolo italiano si conclude definitivamente qui, il patteggiamento (tecnicamente un concordato) lascia inalterati forti dubbi sull’esito del processo canonico, che due anni fa aveva mandato assolto don Galli con formula dimissoria (non constat) per “mancanza di certezza morale sulla colpevolezza”, praticamente per insufficienza di prove. Tre anni; ora le responsabilità morali sono acclarate. Poiché non c’è prescrizione, in caso di riapertura del fascicolo il sacerdote rischierebbe la riduzione allo stato laicale.

    (Trascrizione da La Verità del 27 settembre 2023)

  • Abusi, condannato dal tribunale di Milano ma assolto dalla Chiesa. Il brutto caso Galli ora interroga il Papa

    Abusi, condannato dal tribunale di Milano ma assolto dalla Chiesa. Il brutto caso Galli ora interroga il Papa

    di Franca Giansoldati

    E’ stato condannato in via definitiva dalla giustizia italiana per avere abusato di un ragazzino in una parrocchia nell’hinterland milanese ma il sacerdote in questione era stato misteriosamente assolto dalla giustizia ecclesiastica di un tribunale regionale. Per Papa Francesco il caso di don Mauro Galli rischia di diventare emblematico della scarsa trasparenza che esiste nella Chiesa italiana in materia di abusi poiché sembra mettere in evidenza come la giustizia della Chiesa sembra non funzionare poi tanto bene. Almeno in Italia.

    Oggi a Milano si è chiuso in via definitiva a distanza di quasi 12 anni dai fatti contestati il processo all’ex parroco di Rozzano che era stato accusato di violenza sessuale per un episodio avvenuto nel dicembre del 2011, su un ragazzo che all’epoca aveva solo 15 anni. Oggi in un appello ‘bis’ i giudici hanno accolto la proposta di concordato, tecnicamente il patteggiamento di secondo grado in accordo tra accusa e difesa, con una pena definitiva di 3 anni da scontare in «detenzione domiciliare». Il patteggiamento è stato riconosciuto dalla seconda sezione penale della Corte d’Appello milanese con l’attenuante del risarcimento del danno (il giovane e i familiari non erano parti civili) e con le attenuanti generiche. E soprattutto con la riqualificazione del reato da violenza sessuale ad atti sessuali con minorenne, con «abuso della situazione di cura e affidamento», e con il riconoscimento anche dell’attenuante della «minore gravità» dei fatti. Una pena così concordata non porta in carcere il sacerdote anche se è stata sostituita, stando alla sentenza, con quella della detenzione domiciliare.

    In primo grado don Galli era stato condannato a 6 anni e 4 mesi di reclusione, poi in appello la pena era stata ridotta a 5 anni e 6 mesi e, infine, la Cassazione aveva annullato, con rinvio ad un altro processo di secondo grado, la condanna.

    Per la Chiesa il caso è particolarmente imbarazzante. Il parroco Galli, infatti, fu denunciato prima alla Chiesa (la diocesi di Milano inizialmente si limitò a spostarlo da una parrocchia ad un’altra) e poi nel 2015 ai carabinieri. La quinta sezione penale del Tribunale di Milano lo condannò in primo grado a 6 anni e 4 mesi di carcere, ma la giustizia ecclesiastica (che nel frattempo si era avviata) aveva di fatto assolto il sacerdote condannato. La famiglia della vittima ha sempre lottato contro i silenzi della Chiesa e nemmeno era riuscita ad ottenere gli atti del processo canonico anche se Papa Francesco con un decreto alcuni hanno fa ha tolto il segreto pontificio sui casi relativi agli abusi sessuali.

    Volendo conoscere i motivi per i quali don Mauro Galli era stato ritenuto dal tribunale ecclesiastico parzialmente non colpevole dei fatti, la vittima aveva fatto richiesta alla diocesi lombarda che, per tutta risposta, aveva spiegato alla vittima di non potere consegnare nessun documento in quanto la legge approvata da poco da Papa Francesco (relativa alla abolizione del segreto pontificio) non ha il carattere della retroattività. Ad oggi è impossibile conoscere i motivi che portarono i giudici del Tribunale Ecclesiastico Regionale Lombardo a formulare una sentenza del genere.

    «Stante dunque la vigenza del segreto pontificio il tribunale non ha potuto dare informazioni (…) né rispondere ad eventuali richieste» si leggeva nella lettera ricevuta dal ragazzo. Don Mauro Galli aveva avuto una sentenza dimissoria, ossia non assolutoria piena. Gli atti del processo canonico sono ancora in Vaticano, alla Congregazione della Fede, per una ulteriore verifica di cui nessuno ha più saputo nulla. Il porto delle nebbie.

    Il caso Galli per la Chiesa tira in ballo anche il ruolo avuto da monsignor Delpini, oggi arcivescovo di Milano ma all’epoca dei fatti, dirigente della diocesi. Don Galli fu denunciato alla curia nel 2012 ma, per tutta risposta, l’anno successivo il prete, don Mauro Galli, fu spostato in una altra parrocchia lombarda e sempre a contatto con dei minori.

    La mamma del ragazzo, con il coraggio di una leonessa, ha scritto reiteratamente al Papa, ai presidenti della Cei che nel frattempo si sono succeduti, ma senza mai avere avuto con loro né un conforto, né una udienza.

    La diocesi di Milano, sul suo sito, riferisce che «dal punto di vista dell’ordinamento ecclesiale, mentre si attende l’esito del processo canonico in corso» ora sotto la responsabilità della Santa Sede, al Dicastero della Fede, «don Mauro Galli resta sospeso dall’esercizio pubblico del ministero, condizione in cui si trova fin dall’avvio del procedimento».

    La diocesi di Milano si dice “colpita e addolorata per una vicenda che ha provocato grande sofferenza per la vittima, per i suoi familiari e per tutte le altre parti coinvolte. Nel riconoscersi bisognosa di conversione e mai al riparo da scandali e fragilità, la Chiesa ambrosiana – come tutta la Chiesa universale – è inoltre consapevole che la prevenzione e il contrasto di ogni forma di abuso (sessuale, ma anche di potere e di coscienza) non possono ammettere ritardi e incertezze. Per questo la Diocesi negli ultimi anni ha intensificato l’impegno per la formazione, la prevenzione e il contrasto degli abusi, in particolare nei confronti dei minori, in linea con le indicazioni della Santa Sede e della Conferenza episcopale italiana».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/abusi_caso_don_galli_papa_francesco_delfini_condanna_tribunale_chiesa_segreto_pontificio-7655483.html

  • Così il prete accusato di pedofilia vuole evitare il carcere

    Così il prete accusato di pedofilia vuole evitare il carcere

    Don Mauro Galli, il prete accusato di pedofilia contro un ragazzo di 15 anni, punta a evitare il carcere. Potrebbe infatti patteggiare il sacerdote della diocesi di Milano a processo per un abuso sessuale avvenuto a Rozzano nel 2011, nei confronti di un ragazzo allora 15enne.

    La difesa dell’imputato, rappresentato dall’avvocato Mario Zanchetti, e la pg Celestina Gravina, hanno infatti depositato martedì all’udienza di appello bis (collegio Correra, Galoppi, Rinaldi) una proposta di concordato, su cui la corte deciderà il prossimo 26 settembre.

    L’accordo tra le parti, a quanto si apprende, dovrebbe prevedere una pena inferiore ai quattro anni, che consentirebbe così a don Galli di accedere a misure alternative al carcere, come l’affidamento in prova ai servizi sociali. In aula erano presenti sia la famiglia del ragazzo, che il sacerdote, condannato in primo grado a 6 anni e 4 mesi e in secondo grado a 5 anni e 6 mesi. Una condanna annullata con rinvio dalla Cassazione lo scorso gennaio.

  • Abusi del sacerdote, la Cassazione annulla la condanna: svelati in ritardo, dubbi sulla vittima delle violenze

    Abusi del sacerdote, la Cassazione annulla la condanna: svelati in ritardo, dubbi sulla vittima delle violenze

    La Cassazione riapre, con le motivazioni dell’annullamento della condanna in primo e secondo grado a 5 anni e mezzo, il caso di don Mauro Galli, l’ex coadiutore della parrocchia di Sant’Ambrogio a Rozzano imputato di violenza sessuale per avances che avrebbe fatto il 19 dicembre 2011 a un 15enne del quale era padre spirituale, educatore ed insegnante: alla base del ribaltone, per la Suprema Corte, è «il tardivo disvelamento» della violenza raccontata dal ragazzo solo dopo tre anni, il che «induce a perplessità non adeguatamente spiegate dai giudici di merito» e «impone pertanto una complessiva rilettura del percorso argomentativo» da affidare a un nuovo processo d’Appello.

    La dinamica dei fatti si compone di due fasi, una pacifica perché ammessa anche dal prete e l’altra invece controversa: la tesi d’accusa è infatti che il giovane, di cui i genitori avevano concordato con il sacerdote un pernottamento nell’abitazione del prete in attesa delle preghiere del giorno seguente, fosse stato costretto a subire le avances del sacerdote con il quale condivideva il letto, nel corso di una notte seguita a una coinvolgente confessione «che lo aveva messo in mano» dell’imputato.

    La prima parte, cioè l’avere ospitato il ragazzo nel proprio letto, era stata subito ammessa da don Galli, che per la palese inopportunità di questo comportamento era stato trasferito dal vicario generale della diocesi Carlo Redaelli da Rozzano a Legnano in affidamento a due sacerdoti e a uno psicologo, e poi nel luglio 2012 dal vicario generale Mario Delpini (attuale arcivescovo di Milano) lontano dal contatto con i minori, prima all’ospedale Niguarda come cappellano e poi a Roma in un istituto religioso di studi. Soltanto nel 2014 il ragazzo aveva fornito una nuova versione nella quale per la prima volta aggiungeva di aver dovuto resistere a pesanti approcci sessuali del sacerdote: denuncia dopo la quale la giustizia ecclesiastica nel maggio 2015 aveva sospeso don Galli da sacerdote.

    Le sentenze di condanna in Tribunale e in Appello spiegano il silenzio triennale del ragazzo con «il suo stato di affermata totale soggezione nei confronti dell’imputato». Ma per la Cassazione «non è adeguata giustificazione logica del silenzio la (residua) soggezione nei confronti di chi già tre anni prima, subito, aveva visto «nel breve volgere di qualche ora la distruzione della sua immagine pubblica e della sua stessa autorità ecclesiale, irrimediabilmente azzerate tanto nei rapporti con i superiori ecclesiastici (dai quali, ben presto informati e giustamente adirati, era stato emarginato), quanto nel giudizio della famiglia della persona offesa (altrettanto doverosamente infuriata)».

    E questo aspetto, che per la Cassazione non quadra, impone anche un riesame della personalità del giovane, «pacificamente connotata» da aspetti narcisistici «per conquistare in qualche modo il centro della scena»: del resto «inesistenti attacchi asmatici, inventati choc anafilattici, e simulate possessioni demoniache, già prima dei fatti avevano palesato turbamenti tali da indurre i genitori ad affidarsi alla psicoterapeuta». Quadro che anzi, «piuttosto stabile prima e dopo i fatti», vide «un peggioramento progressivo e acuitosi nel periodo finale del triennio», semmai «legato all’incrinarsi dei rapporti con la fidanzata nonché agli insuccessi scolastici». Sino a «una condizione di sgradito isolamento personale» con «vari ricoveri ospedalieri nel 2013-2014 infine culminati (solo nel luglio 2014 e all’esito di un tentativo di suicidio) nel chiaro e teatrale disvelamento del preteso abuso sessuale risalente al 2011».
    https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/23_gennaio_23/abusi-del-sacerdote-la-cassazione-annulla-la-condanna-svelati-in-ritardo-dubbi-sulla-vittima-delle-violenze-81bcf4df-11f0-4869-8d25-b21c5062exlk.shtml