Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Ho dormito assieme a lui ma non l’ho toccato”

    Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Ho dormito assieme a lui ma non l’ho toccato”

    Nuova udienza del processo a don Mauro Galli, ex prete di Rozzano (Milano) accusato di violenza sessuale su un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva 15 anni. Il sacerdote è stato ascoltato in aula: “Non l’ho toccato, non ho compiuto nessun atto sessuale”, ha detto il prete, ammettendo però di aver dormito nello stesso letto col ragazzino: “Mi sono accorto di aver commesso un errore, una leggerezza”.

    di Simone Giancristofaro

    “Non l’ho toccato, non ho compiuto nessun atto sessuale”. Così don Mauro Galli, a processo a Milano per violenza sessuale nei confronti di un ragazzo all’epoca dei fatti minorenne, ha risposto al pubblico ministero Lucia Minutella in merito a quanto accaduto nella notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011. Davanti alla quinta sezione penale del tribunale di Milano, il racconto di don Mauro Galli è iniziato con il suo arrivo a Rozzano e l’incontro con Fausto, la presunta vittima, con cui parla delle difficoltà nello studio del ragazzo: “Viveva un periodo di difficoltà a scuola, non riusciva a concentrarsi e spesso fingeva malori per saltare le verifiche”, ha spiegato don Galli in aula. Il rapporto con la presunta vittima diventa subito stretto e porta Fausto a nominare don Galli suo padre spirituale, fino alla notte tra il 19 e 20 dicembre 2011 quando il prete ospita il minore nella sua abitazione, d’accordo con i genitori del ragazzo, per proseguire un percorso di preghiera. Durante la notte, trascorsa nello stesso letto, nella ricostruzione di don Galli il ragazzo avrebbe urlato nel sonno e si sarebbe agitato. Davanti al rischio che sbattesse la testa sul comodino, il prete lo avrebbe riportato in una posizione di sicurezza. Alla domanda del pm, che gli ha chiesto se non gli era parso strano dormire nello stesso letto del minore, don Galli ha risposto: “Il pensiero non mi attraversò”.

    Per il prete la notte passata nello stesso letto col ragazzino è stata una leggerezza
    In un incontro successivo all’episodio, un altro parroco di Rozzano chiese spiegazioni a don Galli che, come ha raccontato in aula, rispose: “Mi sono accorto di aver commesso un errore, una leggerezza”, legata al fatto di aver dormito insieme al ragazzo, non commettendo però nessuna violenza. Di violenza, secondo quanto riportato da Don Galli si parlerà solo negli anni successivi, diversamente da quanto invece hanno riferito altre persone informate dei fatti, come l’ex capo scout della presunta vittima. Secondo don Galli, il ragazzo lo avrebbe accusato “perché avrebbe fatto sue opinioni sentite da altri su quello che era accaduto”. L’imputato ha ricordato anche di aver incontrato monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Scola, all’inizio di gennaio 2012. Delpini decise di spostare don Galli in un’altra parrocchia, Legnano, perché, ha riportato don Galli in aula, dormendo con il ragazzo “avevo perso autorevolezza”. Lo stesso Delpini si era recato a Rozzano nei giorni successivi al presunto abuso, incontrando l’altro parroco di Rozzano che era stato avvisato dalla famiglia del ragazzo.

    Del presunto abuso e della successiva indagine nei suoi confronti, don Galli verrà a conoscenza da Delpini, nel settembre del 2014. Lo stesso Delpini, come raccontato in precedenza, verrà ascoltato dalla polizia nel mese di ottobre, parlando però esplicitamente di un presunto abuso che gli era stato riportato, telefonicamente, dal parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, mentre nelle ricostruzioni prodotte dalla Curia di Milano il presunto abuso viene relegato all’inizio delle indagini nei confronti di don Galli. L’udienza si è chiusa con il riferimento al risarcimento versato alla presunta vittima, soldi che, sostiene don Galli, “provengono dal conto dei miei genitori, dei miei nonni, della mia famiglia”. Stando alla documentazione bancaria depositata dall’avvocato Zanchetti, difensore di don Mauro Galli, i soldi dell’accordo tra le parti arriverebbero dalla famiglia di don Galli e non dalla Curia di Milano.

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  • Pedofilia. Don Mauro Galli, accusato di abusi sessuali su minore si difende: “Solo dormito con lui”

    Pedofilia. Don Mauro Galli, accusato di abusi sessuali su minore si difende: “Solo dormito con lui”

    Don Mauro Galli, l’ex parroco di Rozzano accusato di violenza sessuale su un minore, è stato interrogato oggi in tribunale a Milano. Il prete si è difeso raccontando di aver solo dormito con il ragazzo che all’epoca dei fatti, era il dicembre del 2011,  aveva quindici anni e di non aver commesso nessun atto sessuale.

  • “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

    “Perdono don Mauro, ma non il vescovo” – L’intervista

    La madre del ragazzo che avrebbe subito molestie da parte del sacerdote punta il dito contro Delpini: “Parlare con lui è stata una delusione, mi ha fatto sentire una seccatrice. Provo pietà per quel prete, non per chi mette la gerarchia davanti alla verità”

    di Giorgio Gandola

    Tre metri di dolore. È difficile anche solo percorrerli con lo sguardo in un’aula del tribunale di Milano, fra avvocati, cancellieri, i due carabinieri d’ordinanza e qualche curioso. Tre meri di silenzio, la distanza siderale che separa don Mauro Galli, il sacerdote accusato di abusi sessuali nei confronti di un ragazzo di 15 anni, e la mamma della vittima. Sono seduti sulla stessa fila di panche, fra il pubblico, durante il processo che sta creando più di un imbarazzo all’arcivescovo Mario Delpini e al Vaticano.

    L’imputato è qui per la prima volta, ufficialmente “per farlo ambientare” prima dell’interrogatorio della prossima settimana (22 maggio, ore 14). Luisa invece è qui dal primo giorno, non ha mancato un’udienza. Se ne sta in un angolo, non perde una parola delle deposizioni, dei riti processuali, degli interventi del pm e di quelli dei legali a difesa. Quando le sfugge qualcosa se lo fa spiegare dall’avvocato Fulvio Gaballo, che la rappresenta, e dal fratello che la sostiene in questi sette anni di via crucis. Manca un testimone, la mattinata finisce nel nulla. Torna il silenzio su questa storia di abusi sottaciuti, di un prete spostato in tutta fretta (“e con un comportamento maldestro”, parola del cardinal Angelo Scola) da Rozzano a Legnano dal futuro arcivescovo di Milano, di depistaggi e denari, di pulsioni autodistruttive, di ombre. Torna il silenzio, ma oggi una mamma ha deciso di parlare.

    “Potevamo chiuderci nel nostro dolore o lasciare la Chiesa. Preferiamo lottare per cambiare le cose”

    Signora, cosa la induce a essere così tenace, così determinata?

    “Avevamo tre strade possibili. O chiuderci in noi stessi e tenere il nostro dramma solo nel nucleo famigliare, oppure uscire dalla Chiesa e rinnegare tutto ciò in cui la nostra famiglia cattolica ha sempre creduto. O infine approfondire quello che è successo, confrontarci con chi sta vivendo la nostra stessa esperienza, scegliendo di rimanere nella Chiesa e continuando a credere nella giustizia umana e divina. Stiamo percorrendo quest’ultima strada, forse la più faticosa. Ma sono convinta che sia la più pura”.

    Partecipare a ogni udienza, sentir parlare di particolari scabrosi non le riapre una ferita?

    “Rivivere tutto ogni volta è molto dura, ma per mio figlio lo è ancora di più. Quando arrivano i giorni del processo sta male, non riesce ad andare a lavorare (oggi ha 22 anni e fa il grafico, ndr). È ancora fragile, si è diplomato con due anni di ritardo. Gli devo rispetto. Lei mi vede minuta, ma ho le spalle larghe, lavoro da 30 anni nell’ambito psichiatrico, sono caposala in un istituto, sto costantemente a contatto con i malati. Piango anch’io, ho bisogno di telefonate di conforto, ho una cerchia di amici che sono meravigliosi salvagenti. Ma sono allenata. Solo chi ha vissuto una simile esperienza può capire cosa provo”.

    Stamane ha visto don Mauro. Non vi siete detti nulla?

    “No. Da quando se ne andò da Rozzano sette anni fa dopo quella notte l’ho rivisto dimagrito, tirato. È un dramma anche per la sua famiglia, prego per la mamma di don Mauro. Sa cosa le dico? Io don Mauro l’ho perdonato, e so che con questa frase mi attirerò le ire di molti. Ma non ho perdonato la Chiesa che continua a permettere che questo accada, non ho perdonato Mario Delpini perché non comprendo il suo comportamento”.

    Cosa l’ha maggiormente delusa?

    “La mancanza di umanità dell’arcidiocesi. Quando è accaduto il fattaccio noi avevamo la più totale fiducia negli organismi ecclesiastici e ci siamo affidati a loro; non avevamo bisogno di denunciare ad altri. Abbiamo chiesto un incontro con il cardinal Scola e lo abbiamo ottenuto tre anni dopo. Mi ha deluso il gelido distacco della gerarchia in tonaca, la sua lontananza da un percorso di fede e di comprensione. Le lettere ricevute si concludevano sempre con un “prego per voi” che non era pietas cristiana, ma solo una formula di saluto”.

    Come sono stati i colloqui con monsignor Delpini?

    “L’ho incontrato una sola volta e mi ha trasmesso un senso di delusione. Era il 2012 e mi diceva “Adesso ho capito come stanno le cose”. Ma io sapevo che il parroco di Rozzano gli aveva spiegato tutto il giorno dopo l’abuso. Ho avuto la sensazione che la seccatura fossimo noi, più che intraprendere un percorso di verità. Da quell’incontro sono uscita più determinata ad andare avanti. Voler anteporre l’immagine dell’istituzione alla verità è il danno supremo per la Chiesa stessa”.

    In questa battaglia vi siete sentiti soli?

    “Chi ci è più vicino ci sostiene, ma sono in molti anche su Facebook a dirci di lasciar perdere, a sottolineare la nostra ingenuità nel metterci contro il potere ecclesiastico. Gli agnostici, gli atei ci dicono: siete sciocchi a chiedere giustizia, andatevene e basta. Ma io voglio rimanere dentro la Chiesa perché credo profondamente nella parola di Dio, vado a messa, mi confesso”.

    Ha trovato conforto anche nei preti che frequentava?

    “Si, la loro solidarietà sembra un paradosso, ma c’è ed è forte. Molti sacerdoti, semplici parroci senza potere, mi esortano ad andare avanti. Uno da Bergamo mi ha scritto: “Ricorda sempre che le lacrime dei giusti e dei poveri non saranno lasciate cadere dal Signore. Quanto alle minacce, non avere paura di renderle pubbliche”. La base della Chiesa è con noi. Ci hanno accusato di avere registrato gli incontri con i prelati. Sa chi ci ha consigliato di farlo? Un sacerdote”.

    Lei ha chiesto di incontrare il Papa, che ha nominato Delpini arcivescovo pur essendo a conoscenza (i suoi uffici lo erano) della cattiva gestione della vicenda. Cosa direbbe a Francesco?

    “Gli direi che facciamo tutto questo perché non succeda ad altri ciò che è successo a noi. Poi gli chiederei com’è finita l’inchiesta ecclesiastica su don Mauro; se non c’è alcuna conseguenza, significa ammettere che un prete può portare a letto un ragazzino. È tollerabile? E lo è rispetto alla tolleranza zero chiesta da sua santità? Papa Francesco dice che ogni venerdì parla con le vittime di abusi, ma chissà chi invita, perché di nostra conoscenza non c’è nessuno. Eppure facciamo rete, ci conosciamo, ci sosteniamo”.

    Mi hanno detto che sta scrivendo un libro.

    “S’intitola Chiesa, perché mi fai male?. È tutto documentato. E le carte inviate in Vaticano sono anche più di quelle del processo di Milano. Per finirlo attendo la sentenza di primo grado.

    Perché avete accettato di ritirare la costituzione di parte civile in cambio di 100.000 euro?

    “Perché la parte civile si costituisce per ottenere un risarcimento e se l’avessimo rifiutato saremmo stati accusati di avere un secondo fine, di volerci accanire contro don Mauro e l’arcidiocesi. In questi sette anni, fra perizie, visite, cure e altro ne abbiamo spesi anche di più”.

    La settimana prossima depone don Mauro. Lei sarà ancora qui?

    “Certo. Lo ascolterò con tristezza e con un senso di pietà. Sono convinta che adesso anche lui sia una vittima”.

    (trascrizione da La Verità – 18 maggio 2018)

  • Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Pedofilia e abusi nel clero: mons. Tremolada scarica mons. Delpini mentre don Carlo Mantegazza lo accusa esplicitamente

    Il muro di omertà all’interno della diocesi si è sgretolato, forse più di una “talpa” non ce la fa più a convivere con troppi compromessi tra bugie e verità, valori, fede, vangelo e “omertosa” obbedienza…

    “Siamo stati imprudenti”… “se c’è qualcuno con cui prendersela è Delpini!”.

    Don Carlo Mantegazza parroco di Rozzano all’epoca dei fatti (dicembre 2011), fatti che riguardano l’ipotesi di reato di abuso sessuale aggravato, ai danni di un minore, da parte di don Mauro Galli sacerdote a lui affidato e oggi sotto processo, non usa mezzi termini, accusa chiaramente il suo Vescovo, l’Arcivescovo di Milano Mario Delpini:

    “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini perché è Delpini che primo, ha preso molto superficialmente la vicenda“.

    D’altra parte don Carlo lo sa bene, è lui che ha chiamato per primo mons. Delpini, ha telefonato il giorno seguente il presunto abuso parlando direttamente con il Vescovo, lo ha incontrato immediatamente nei giorni successivi, gli ha spiegato bene cosa era successo la notte tra il 19 e il 20 dicembre 2011 a casa di don Mauro Galli, il neo sacerdote suo collaboratore a cui aveva appena affidato la pastorale giovanile.

    Don Mauro ha portato a letto un ragazzino, a casa sua, a pochi passi dall’abitazione di don Carlo, nella stessa parrocchia di Rozzano, ingannando i genitori facendo loro credere che fosse un’attività di tutto il gruppo di ragazzini che si stava preparando a vivere cristianamente bene il Natale.

    Li aveva ingannati in modo da ottenere il loro consenso per il pernottamento in oratorio senza destare sospetti.

    È don Carlo che racconta personalmente a Delpini la vicenda del presunto abuso sessuale come poi dichiarerà il Vescovo stesso alla polizia quando nel 2014 verrà interrogato.

    “…don Carlo Mantegazza in quella circostanza mi disse al telefono che il minore aveva poi segnalato presunti abusi sessuali compiuti da Don Mauro durante la notte. io sono quindi andato a Rozzano…”

    Don Carlo Mantegazza sapeva ovviamente bene ciò che aveva detto al suo superiore: la questione era seria tanto da dover intervenire subito (Delpini si precipita a Rozzano il 24 dicembre, la vigilia di Natale nonostante i fitti impegni in diocesi per la veglia e la messa di mezzanotte che si sarebbe celebrata poche ore dopo).

    Il Parroco non poteva rimanere altro che sbalordito dalla superficialità con cui Delpini aveva deciso, in pochi giorni, di insabbiare il caso, non riusciva e non poteva rendersi conto, in quel momento, che la fretta di Delpini non era dettata dallo scrupolo di affrontare personalmente la questione seria del presunto abuso da lui segnalato, quanto invece la strategica velocità di mettere a tacere il caso prima che potessero trapelare informazioni scomode da gestire.

    Il parroco era rimasto incredulo e basito (come dirà poi, e in Tribunale riferirà: che il solo fatto di portarsi a letto un minore “…è una cosa un po’ più grave, parecchio più grave” della “leggerezza” rubricata superficialmente da Delpini), non poteva capacitarsi della decisione del suo Vescovo.

    Non era concepibile spostare semplicemente don Mauro in un’altra parrocchia (Legnano), ancora a contatto con i bambini come se nulla fosse, non era accettabile in particolare proprio per don Carlo, perché lui sapeva bene che Delpini era stato adeguatamente informato, lo sapeva con certezza perché lo aveva informato lui personalmente (non potevano esserci scuse o fraintendimenti, don Carlo lo sapeva!).

    Per questo don Carlo non ha dubbi, il responsabile con cui prendersela è sicuramente Delpini, non vi è dubbio.

    Grazie al servizio di Fanpage.it si scopre che don Carlo lo esplicita chiaramente già nel 2015 in presenza anche dei familiari, ben prima che mons. Delpini fosse nominato Arcivescovo di Milano: chissà se aveva informato anche il Vaticano, chissà se nel procedimento canonico a carico di don Mauro, il parroco di Rozzano avrà riferito della grave gestione del suo superiore mons. Delpini.

    Eppure nel 2016, nel processo canonico a carico di don Mauro, vengono ascoltati, oltre al parroco, lo psichiatra del minore (lo ha rivelato spontaneamente la scorsa udienza), i genitori della presunta vittima che, in quella circostanza, già denunciarono il comportamento dei due Vescovi mons. Delpini e mons. Tremolada, o meglio anche in quella sede denunciarono alla “Gerarchia della Chiesa” il comportamento omissivo dei due Vescovi: infatti, in realtà, avevano già presentato formale denuncia anche nel 2015 direttamente in Vaticano alla Congregazione per la Dottrina Della Fede.

    Al procuratore don Desiderio Vajani viene consegnato il materiale comprovante la gestione maldestra dei due Vescovi ma non solo: lettere, documenti, registrazioni audio, una chiavetta USB con tutto quanto a loro disposizione, una documentazione corposa a disposizione, quindi, anche del Vaticano, probabilmente ben più ricca di quella consegnata nel 2014 alla procura della repubblica quando, durante le indagini preliminari, venivano ugualmente interrogati.

    Gli audio inediti riprodotti nel servizio di fanpage, infatti, risalgono al 2015, diversamente da quelli del 2012 acquisiti in aula giudiziale nelle scorse udienze.

    Sarebbe interessante capire “l’anello debole” del sistema, auspicabile che ciascuno avesse il coraggio di contribuire per il proprio ruolo e responsabilità nella ricerca della verità, e sarebbe un forte segnale di cambiamento che lo facessero o potessero fare pubblicamente nella massima trasparenza e coscienza.

    Tuttavia ben venga ugualmente che ci siano sacerdoti che, pur nell’anonimato, in coscienza non riescono più a rimanere indifferenti e compromessi nel terribile silenzio omertoso “imposto” per obbedienza.

    Sacerdoti magari non coraggiosi al punto di uscire allo scoperto, ma comunque combattuti interiormente che si domandano cosa possono/devono fare e cercano di darsi una risposta (certamente non incoraggiata dalle gerarchie ecclesiastiche fatta eccezione, per quanto dichiarato da Papa Francesco, che delinea l’identikit del buon prete, quello che sa denunciare con nomi e cognomi).

    Esattamente come è avvenuto, per esempio, con la segnalazione del caso don Mauro alla trasmissione di Quarto Grado, partita appunto da un sacerdote che conosce don Mauro, forse uno dei pochi veri amici che, probabilmente, ritengono sia più utile, cristiano e giusto affrontare la realtà piuttosto che nasconderla e far finta di nulla, magari grazie ad un semplice trasferimento da una parrocchia all’altra come disposto da mons. Delpini.

    Don Carlo rappresenta “il buon prete” descritto dal Pontefice che sa esporsi raccontando la verità?

    Certo è che in Tribunale, nel corso del procedimento penale, solo poche settimane fa, don Mantegazza non aveva fornito la versione svelata dalle registrazioni, non aveva denunciato con nomi e cognomi affermando che “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini”: in quella occasione, viceversa, si era limitato a dire che aveva avvisato i suoi superiori e che aveva saputo subito della nuova destinazione decisa da Delpini, precisando la relativa identica mansione del don Galli, a beneficio del giudice rispondendo alla precisa domanda: (DOMANDA) “Sempre in ambito parrocchiale?” (RISPOSTA) “Sempre in ambito di Pastorale Giovanile come si dice con i ragazzi…”.

    A dispetto di quanto esortato dal Santo Padre, si è quindi guardato bene dal riferire che: “se c’è qualcuno con cui prendersela sicuramente è Delpini…”

    Lo ha omesso perché non gli è stata fatta una precisa domanda nel merito???

    (GIURAMENTO) “Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”.

    Cosa significa “non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza”???

    Non erano importanti i particolari di ciò che sapeva don Carlo tanto da ritenere Delpini MOLTO SUPERFICIALE?

    L’arcivescovo di Milano è dunque molto superficiale? Chissà se emergeranno nuove illuminanti conferme inconfessabili?

    Fortunatamente però ci sono anche altri sacerdoti meno visibili, ma più autentici, che non ce la fanno più a nascondere, ad insabbiare, a omettere, a non dire o far sapere, a non…

    Speriamo dunque che, grazie a queste persone, questi uomini “veri” ancor prima che preti, si possa riempire il puzzle di tutti i tasselli mancanti (se ancora ne mancano) di questa triste vicenda che probabilmente ci riserverà altre sorprese, altre rivelazioni inedite?!?

    Se don Carlo non ha voluto rivelare al giudice i dettagli da lui riferiti a Delpini che lo hanno indotto a non avere dubbi sulla leggerezza del Vescovo stesso, motivo per cui è con lui che bisogna prendersela… perché non gli è stata posta l’esplicita domanda, allora speriamo che lo faccia almeno per dignità…

    Certo comunque non sarebbe ne il primo, ne l’unico a non dire “tutta” la Verità, a non riferire se non esplicitamente domandato, come se non fosse importante o pertinente.

    Emblematico infatti quanto dichiarato da mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo: “…è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: «MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?»”

    Forse anche a mons. Tremolada che ha gestito insieme a Delpini l’insabbiamento, non è mai stato chiesto: “MA PERCHE’ LO AVETE FATTO?”

    Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che il Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni.

    Chi si credono di essere i genitori della vittima? Non sanno che i Vescovi non si devono giustificare? Come osano chiedere? Come si permettono di voler sapere? Di volere spiegazioni? “PARLERANNO SE MAI QUALCUNO GLI DOMANDERÀ: MA PERCHÉ, PERCHÈ AVETE DECISO DI INSABBIARE IL CASO”???

    Che fortuna per i due vescovi, nessuno di “quelli” evidentemente titolati per chiedere spiegazioni, ha mai posto la fatidica domanda prima che fossero nominati: lui stesso, Tremolada Vescovo di Brescia e Delpini Arcivescovo di Milano….

    Ma ora la domanda nasce spontanea… ma cosa aspettano a chiederglielo? Cosa aspetta la Santa sede a chiedere: “MA PERCHÉ LO AVETE FATTO?”

    Ci permettiamo dunque di suggerire, esortando papa Francesco, di chiederlo a mons. Tremolada: pare che già del 2015 fosse disposto a spiegarlo ma nessuno si preoccupa di chiedere!!! Forse era più opportuno saperlo prima di nominare i due Vescovi per cariche così importanti, fare un passo indietro è sempre fastidioso… possibile che nessun’altro, per esempio la Congregazione per la Dottrina della Fede, o don Carlo Mantegazza stesso, abbia voluto offrire questo servizio al papa e alla Chiesa come lo stesso Pontefice esorta (“nomi e cognomi”, “evidenze”… il Cile insegna, 34 Vescovi dimissionari!)?

    Speriamo che anche Delpini e Tremolada sappiano cogliere positivamente l’umile suggerimento dei loro colleghi d’oltre oceano… a quel punto potrebbero anche non spiegare… sarebbe già abbastanza “evidente”!!!

    Redazione

  • Rozzano, il prete accusato di abusi su un minore spostato in oratorio dai vescovi: “Siamo stati imprudenti”

    Rozzano, il prete accusato di abusi su un minore spostato in oratorio dai vescovi: “Siamo stati imprudenti”

    In attesa della nuova udienza del processo a don Mauro Galli, l’ex prete di Rozzano che, secondo l’accusa, avrebbe abusato di un minore, escono due nuovi audio risalenti al 2015, registrati dai familiari della presunta vittima a colloquio con l’attuale Vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada: “È vero, lo abbiamo destinato a Legnano, in oratorio, e di questo siamo stati imprudenti”, sono le parole rivolte da don Pierantonio Tremolada alla famiglia di Fausto, il ragazzo, all’epoca dei fatti minorenne, che sarebbe stato abusato da don Galli. Tremolada si riferisce alla decisione di spostare il sacerdote, ora accusato di abusi, nuovamente a contatto con dei minori, nella parrocchia di Legnano.

    I presunti abusi

    Il sacerdote, la notte tra il 19 e 20 dicembre 2011, ospita Fausto nella sua abitazione e durante la notte, secondo Fausto, avrebbe provato a sodomizzarlo. Nei giorni successivi all’episodio don Galli viene allontanato da Rozzano. Il sacerdote però, scoprono i genitori di Fausto a gennaio, si trova ancora in zona, questa volta a Legnano, e nuovamente a contatto con i minori. La famiglia di Fausto, incredula dopo aver appreso la notizia, viene ricevuta da Tremolada, all’epoca responsabile della formazione del clero. I genitori del ragazzo scoprono che, soprattutto per scelta di monsignor Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Angelo Scola, don Galli si trova a Legnano.

    Gli audio inediti
    Degli audio dei primi incontri con Tremolada e Delpini (che risalgono al 2012), registrati dalla famiglia di Fausto, Fanpage.it ha dato conto in precedenza. Nell’inedito del 2015 invece, Tremolada fa capire per la prima volta quanto la scelta di destinare don Galli nuovamente a contatto con minori fosse sbagliata. Nell’audio successivo, è presente anche don Carlo Mantegazza, parroco di Rozzano, secondo il quale “se c’è qualcuno con cui prendersela è sicuramente Delpini, perché è Delpini che primo ha preso molto superficialmente all’inizio la vicenda”. L’attuale Arcivescovo di Milano è stato il primo a recarsi a Rozzano, nei giorni precedenti al Natale del 2011, dopo il presunto abuso, sollecitato dai responsabili della parrocchia del paese alle porte di Milano e sarebbe stato anche il primo a decidere di spostare don Galli.

    https://milano.fanpage.it/rozzano-il-prete-accusato-di-abusi-su-un-minore-spostato-in-oratorio-dai-vescovi-siamo-stati-imprudenti/

  • Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Il Vaticano sapeva dei suoi errori quando nominò Delpini vescovo

    Una lettera della Congregazione per la dottrina della fede, datata marzo 2016, dimostra che Roma conosceva la pessima gestione in occasione del caso del sacerdote accusato di molestie. Il pasticcio è stato insabbiato?

    di Giorgio Gandola

    “Codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici”. Protocollo numero 3304/16, lettera su carta intestata della Nunziatura apostolica in Italia, spedita da Roma il 22 marzo 2016 destinazione Rozzano, in provincia di Milano. È la missiva del Vaticano in cui si risponde alle numerose sollecitazioni di due genitori disperati, che vedono il loro figlio in preda a depressione, incubi e volontà autodistruttiva, incapace di metabolizzare la notte più buia della sua vita.

    Era quella in cui, a pochi giorni dal Natale di cinque anni prima, il giovane prete don Mauro Galli lo aveva invitato a casa sua per confessarlo, lo aveva fatto dormire “nel lettone” (pur essendoci nell’appartamento una camera per gli ospiti e un divano letto in soggiorno) e avrebbe tentato di abusare di lui. Il ragazzo aveva 15 anni. La vicenda, oggetto in questi mesi di un processo in tribunale a Milano, ha attirato ancor più l’attenzione per il coinvolgimento dell’arcivescovo milanese Mario Delpini e del vescovo di Brescia, Pierantonio Tremolada, allora rispettivamente vicario di zona e responsabile dei giovani sacerdoti della diocesi. I due alti prelati decisero di non denunciare l’abuso e si limitarono a spostare don Mauro da Rozzano a Legnano, togliendolo dalla pastorale giovanile di due oratori per mandarlo a contatto con gli adolescenti in quattro. Sono nel gennaio 2015, sette mesi dopo la denuncia della famiglia ai carabinieri, partì l’iter dell’indagine previa, conclusa con un processo il cui esito è ignoto.

    La lettera ha un valore particolare perché dimostra che il 7 luglio 2017, quando papa Francesco nominò Delpini arcivescovo di Milano, i suoi uffici erano a conoscenza della gestione censurabile della delicatissima vicenda, che il cardinale Angelo Scola (in uno scritto di scuse alla famiglia della vittima) aveva definito frutto di “scelte maldestre”.

    È il periodo in cui i genitori chiedono giustizia inviando la documentazione al Vaticano senza conoscerne il destino. Un primo contatto avviene via mail il 6 maggio 2015, quando l’ufficio del cardinal Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione, risponde: “Accusiamo ricezione della documentazione relativa alla dolorosa vicenda concernente vostro figlio, che verrà sottoposta in andata odierna al cardinal Müller”. Passa quasi un anno ed ecco che il 22 marzo il nunzio apostolico Adriano Bernardini scrive che le lettere sono arrivate a destinazione e messe agli atti.

    “Le vostre missive sono regolarmente lì giunte (alla Congregazione per la dottrina della fede, ndr), codesta Congregazione vi invita ad avere fiducia nell’operato dei giudici ecclesiastici ed essa rimane la suprema istanza decisionale cui si potrà adire nei termini previsti dalla legge”, spiega Bernardini. “Inoltre, circa le accuse da voi mosse a collaboratori dell’arcivescovo, esse saranno debitamente esaminate a tempo debito al termine dell’istanza in corso e raccolte le necessarie informazioni”. Dopo la precisazione procedurale, ecco le rassicurazioni morali: “La Congregazione ha preso a cuore il vostro caso, come fa con tutti i casi che vengono lì quotidianamente presentati. Il vostro dolore è compreso e condiviso e vi si ringrazia per la vostra sincera apertura e il vostro coraggio, mentre ogni giorno le vittime vengono affidate al Signore nella preghiera perché esser e i loro famigliari possano ritrovare equilibrio e serenità”.

    Il Vaticano sa che a Milano c’è una pesantissima accusa di abuso. Sa che Delpini e Tremolada erano stati informati subito dai parroci di Rozzano. Sa che in un interrogatorio alla polizia, Delpini spiega: “E’ stata mia la decisione di spostare don Mauro Galli dopo che don Carlo Mantegazza al telefono mi aveva detto che il ragazzo aveva segnalato presunti abusi sessuali compiuti da don Mauro durante la notte”. Il Vaticano sa anche altro. Per esempio che monsignor Tremolada dovette dare una motivazione al decano di Legnano, trovatosi ad accogliere un sacerdote a gennaio, mese inusuale per un trasferimento. Così l’attuale vescovo di Brescia spiega ai genitori della vittima in un colloquio privato: “Gli ho raccontato quello che è successo, però questa cosa ce la teniamo per noi. Questa cosa del letto. Gli ho detto: te la tieni per te. Abbiamo una persona che non può essere buttata in pasto…”. Così a Legnano di diffonde la storia assurda di “una famiglia di disgraziati con un figlio problematico scappato di casa” che don Mauro aveva ospitato, tentando di ricucire i rapporti.

    Nonostante tutto questo il Santo Padre ritiene che non ci siano ostacoli alla promozione di Delpini e Tremolada con un dubbio impossibile da sciogliere: Francesco era stato reso edotto di tutto ciò da chi lo circonda? Proprio lui che negli ultimi anni si è speso contro il silenzio e l’omertà nei casi di pedofilia. Proprio lui che ha inaugurato un tribunale per i vescovi che si macchiano dell’abuso d’ufficio. Proprio lui che nel motu proprio “Come una madre amorevole” definisce cause gravi (passibili di rimozione) anche negligenze e omertà. Proprio lui che il 22 giugno 2017 tuona: “Il buon prete sa denunciare con nomi e cognomi”. Due mesi e mezzo dopo monsignor Delpini celebra la sua prima messa da arcivescovo in Sant’Ambrogio.

    (Trascrizione dal quotidian La Verità, 4 maggio 2018)

  • Pedofilia, la Chiesa è troppo egoista per sconfiggerla davvero

    Pedofilia, la Chiesa è troppo egoista per sconfiggerla davvero

    di Marco Marzano

    Quella raccontata da Andrea Cattaneo ed Ersilio Mattioni sull’ultimo numero di Fq Millennium è una storia di ordinaria pedofilia clericale: in una sera di dicembre del 2011, a Rozzano, periferia milanese, il giovane prete don Mauro Galli convinse la famiglia di Davide, un ragazzino quindicenne che frequentava l’oratorio, a lasciarlo dormire nei locali della parrocchia. Il sacerdote persuase i genitori del giovane che a trascorrere quella notte in parrocchia ci sarebbero stati parecchi coetanei di Davide. E invece ad un certo punto i ragazzi andarono via tutti, Davide rimase da solo e don Mauro se lo portò nel letto facendolo accomodare accanto a sé sotto le lenzuola. Il giorno seguente, la mamma e il papà di Davide vennero avvisati dalla scuola che il ragazzo non stava bene, che c’era qualcosa che non andava. Seguirono la scoperta di quello che era avvenuto la sera prima, il tentativo di ottenere giustizia dalla diocesi, un tentativo di suicidio del ragazzo, la denuncia ai carabinieri, il processo a don Mauro.

    La vicenda suggerisce alcune considerazioni:

    1. La burocrazia ecclesiale ha operato avendo a cuore soprattutto il proprio bene. Il bene di non perdere un suo funzionario è quello che spiega il precipitoso trasferimento del prete in una parrocchia pochi chilometri più a Nord. A quel primo spostamento ne seguiranno altri: a Roma, in vari ospedali milanesi e nella nuova sconosciuta residenza di oggi. Mettere al riparo dai guai una propria preziosa pedina in tempi di difficile reclutamento di nuovi effettivi sembra essere stato, almeno all’inizio, un obiettivo prioritario, in nome del quale, lo si legge nell’articolo di Cattaneo e Mattioni, si è potuto anche arrivare a dire alla comunità di fedeli di Legnano dove il giovane sacerdote era stato ricollocato (come responsabile della pastorale giovanile di quattro oratori!) dopo l’episodio increscioso, che il povero prete transfuga da Rozzano stava tentando di sfuggire alla persecuzione messa in atto dalla famiglia di un adolescente difficile scappato di casa che lui aveva generosamente accolto in parrocchia. La famiglia persecutrice sarebbe quella di Davide, il perseguitato don Mauro.

    Una sollecitudine analoga per la sorte del proprio funzionario è quella che ha portato l’attuale vescovo di Milano (allora vicario di Scola) Mario Delpini, in un primo tempo a ringraziare i familiari per non essersi rivolti alla magistratura e poi, quando le cose si sono messe male per il giovane prete, a cercare più volte di incontrarlo e a metterlo infine in contatto con l’avvocato della Curia. Protezione della risorsa umana minacciata e tutela dell’immagine e del decoro dell’istituzione ecclesiale. I principi guida dell’istituzione paiono essere stati questi.

    2. Il vertice del cattolicesimo non sembra particolarmente sensibile al tema della lotta alla pedofilia dei propri uomini. Pochi mesi fa, Mario Delpini è stato nominato vescovo di Milano e nel gennaio di quest’anno, nel corso della sua visita in Cile, papa Francesco ha esplicitamente dichiarato che quelle contro il vescovo Barros, accusato di aver ripetutamente protetto un prete pedofilo, erano tutte calunnie, che contro l’alto prelato non c’era uno straccio di prova.

    Jorge Mario Bergoglio ha poi fatto, nelle settimane successive e in seguito alla fortissima reazione negativa che le sue parole hanno prodotto tra i fedeli e nell’opinione pubblica cilena e mondiale, una vigorosa marcia indietro, sostenendo di essere stato male informato. Intanto quelle parole sono state pronunciate e non potevano certo nascere da un giudizio improvvisato. Io credo che molti dirigenti ecclesiali siano, da un lato, perfettamente consapevoli dell’enorme minaccia che proviene, per la reputazione della loro organizzazione, dall’esplosione di casi come quello di Rozzano, ma che dall’altro non riescano a modificare davvero le loro reazioni e i loro comportamenti. E non vi riescono perché al fondo non vogliono e non possono, a mio parere, accettare l’idea che si diffonda nel pubblico, tra i credenti, l’idea che l’istituzione “sacra” per eccellenza, la mediatrice di salvezza per tutti i peccatori, accolga, educhi e promuova così tanti autori di un crimine orrendo come la pedofilia, perché non vogliono e non possono prendere in considerazione l’idea che il modo in cui formano il clero nei seminari sia una delle cause che produce la patologia successiva.

    In attesa che la Chiesa inizi a riflettere su tutto questo, ai genitori di ragazzini che disgraziatamente finissero nella situazione di Davide mi sento di consigliare di rivolgersi subito alla “Rete l’ABUSO”, l’associazione che ha aiutato i genitori di Rozzano e tante altre vittime di preti pedofili, e soprattutto ai carabinieri. E di esigere dallo Stato e dall’intera comunità civile che venga fatta, e al più presto, giustizia. Nell’interesse loro e di noi tutti.

    L’inchiesta completa di Andrea Cattaneo ed Ersilio Mattioni è sul numero Fq Millennium di aprile, per gli ultimi giorni in edicola e disponibile sullo shop online

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/04/27/pedofilia-la-chiesa-e-troppo-egoista-per-sconfiggerla-davvero/4320658/

  • L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    L’Arcivescovo di Milano mons. Delpini ha coperto un caso di Pedofilia: nuove testimonianze e il cerchio si stringe.

    E’ il caso don Mauro Galli, sacerdote accusato di aver abusato sessualmente di un minore nel 2011, a tirare in ballo, ancora una volta, l’Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini, all’epoca dei fatti Vescovo ausiliare della zona in cui è avvenuto il presunto abuso sessuale.

    Sono infatti ora disponibili le trascrizioni dell’udienza penale che si è svolta pochi giorni fa, il 5 Aprile 2018, nella quinta sezione penale del Tribunale di Milano.

    Questa volta, a confermare le molteplici testimonianze che hanno già coinvolto l’Arcivescovo di Milano, mons. Delpini, è una voce autorevole: l’educatore di professione e capo scout del ragazzo, forse il primo ad aver ricevuto direttamente l’esplicita drammatica confessione dell’abuso.

    Mentre l’Arcivescovo, con una serie di acrobazie, ormai da tempo sta cercando in tutti i modi di “schivare” il caso – non ultimo con il tentativo da parte di alcuni giornali – non può più negare il fatto certo che lui stesso fosse, fin dai primi giorni, a conoscenza del presunto abuso. Tutto questo è emerso chiaramente nel Processo e, peraltro, anche ammesso da Delpini stesso già nel 2014, quando era stato interrogato dalla polizia: il parroco don Carlo Mantegazza nel 2011 “…mi disse al telefono che il ragazzo aveva poi segnalato presunti ABUSI SESSUALI compiuti da don Mauro”. Mons. Delpini tenta dunque, ora, di dare un significato differente al termine “abuso”.

    Il tentativo di manipolare la realtà è quindi passato dalla negazione totale della conoscenza del presunto abuso, (tuttora comunque falsamente rappresentata dal  comunicato ufficiale della diocesi di Milano la quale sostiene che nel 2011/12 “la parola «abuso» si manteneva distante dal racconto della vicenda”), al bieco tentativo di darne un diverso significato:

    “Delpini usa la parola «abuso», ma è evidente che si riferisce al fatto dell’aver invitato a dormire sullo stesso letto il ragazzo e di averlo abbracciato”: come se questo fatto non fosse grave ma un atteggiamento normale. Atteggiamento talmente normale da non richiedere l’avvio dell’indagine canonica prevista per i casi di sospetto abuso, o atteggiamento che ragionevolmente e oggettivamente non poteva destare il minimo sospetto da indagare…

    Ed è proprio qui che a questo punto si pone il problema, perché Delpini aveva solo due cartucce da sparare:

    • O mons. Delpini sostiene che non è stato adeguatamente informato – cosa che ha tentato di fare con il comunicato della diocesi – tentativo ormai fallito perché tutte le prove processuali, le registrazioni e le testimonianze, incluso la sua deposizione giurata, lo smentiscono (deposizione che probabilmente sperava non fosse acquisita agli atti e che quindi potesse rimanere segreta nel fascicolo del PM dato che tramite l’avvocato Zanchetti era riuscito ad evitare l’interrogatorio davanti ai giudici);
    • Oppure mons. Delpini tenta di far credere che la parola “abuso” e “presunto abuso sessuale”, come lui stesso esplicita, si riferisse ad una parola utilizzata impropriamente da tanti, da tutti, da lui stesso nell’accezione “abuso sessuale” soltanto per descrivere il fatto che il don Galli avesse portato il minore nel letto tenendolo abbracciato. Nella sua stessa deposizione (come riscontrato anche da altre testimonianze e dalla deposizione stessa di don Mauro) Delpini dice di aver convocato subito il prete che ammetteva di aver portato a letto il minore “…ha per altro ammesso di aver dormito con il ragazzo quella notte…”.

    Ma anche semplicemente sostenendo questa seconda tesi, di fatto Delpini ammette che sapeva CERTAMENTE che il minore era stato portato a letto dal prete, nella casa dello stesso, nel suo lettone, nonostante avesse a disposizione la camera degli ospiti, c’era stato un contatto fisico e,  nonostante ciò, non avvia alcuna indagine previa propedeutica ad approfondire, ma sposta subito il prete, ancora a contatto con i minori, in un’altra parrocchia.

    “Quando il Vescovo abbia notizia di possibili abusi in materia sessuale nei confronti di minori ad opera di chierici sottoposti alla sua giurisdizione, deve procedere immediatamente a un’accurata ponderazione circa la verosimiglianza di tali notizie (2).”

    (2) Il can. 1717 del codice di diritto canonico dispone infatti che l’indagine previa abbia luogo quando l’Ordinario abbia notizia «almeno probabile» di un delitto.

    “A tal fine, il semplice trasferimento del chierico risulta generalmente inadeguato, ove non comporti anche una sostanziale modifica del tipo di incarico.”

    Papa Francesco precisa inoltre integrando il codice di diritto canonico in forma di “MOTU PROPRIO”:

    “Il Diritto canonico già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr can. 193 §1 CIC; can. 975 §1 CCEO). Con la presente Lettera intendo precisare che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal MP Sacramentorum Sanctitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal mio amato predecessore Benedetto XVI. In tali casi si osserverà la seguente procedura.”

    Un vero e proprio maldestro pasticcio, ulteriormente aggravato dall’estremo tentativo di distogliere l’attenzione dai fatti certi, quelli certificati dal Tribunale, dalle indagini e dalla polizia: solo un paio di settimane fa, il portavoce ufficiale di mons. Delpini, inviava segretamente una mail a tutti i prelati della Diocesi. In quella mail invitava i sacerdoti a muoversi segretamente, per divulgare il contenuto del Comunicato ufficiale della Diocesi di Milano, per contrastare quanto raccontato dai media presenti nelle aule di giustizia. La comunicazione segreta si concludeva con la raccomandazione firmata da don Davide Milani di non far sapere della comunicazione stessa ma solo indirizzare a leggere il comunicato della diocesi.

    Ma tutto questo, alla luce della testimonianza dell’educatore, capo scout del ragazzo, si complica ulteriormente: emerge sempre più drammaticamente lo scenario e le responsabilità inequivocabilmente consapevoli dell’attuale Arcivescovo.

    Indipendentemente da ciò che poteva immaginare mons. Delpini, rispetto alla narrazione che gli veniva offerta dai suoi collaboratori (don Alberto e don Carlo), indipendentemente dalla sua capacità di attribuire il senso corretto alle parole (d’altronde è solo un professore di Greco e Patristica), chi ha parlato con il minore ha riferito subito, in quei giorni, prima dello spostamento di don Mauro, quanto ascoltato dal minore stesso usando esplicitamente il termine “abuso”: tutti quelli che si sono espressi hanno usato il termine “abuso” e “abuso sessuale”.

    Il capo scout dichiara al Giudice che ricorda benissimo che il giorno 6 gennaio 2012, in occasione di un campo con i ragazzi nel quale era presente anche il minore, vedendo quest’ultimo visibilmente triste e silenzioso, aveva notato che stava male quindi gli ha chiesto se voleva parlare.

    “…l’ho guardato e gli ho detto: tu non stai bene, c’è qualcosa che non va?”

    Il ragazzino gli dichiara immediatamente e lo ripete esplicitamente che è stato abusato da don Mauro quindi inizia a piangere.

    “…il ragazzo guardandomi mi dice: Sono stato abusato, è successa una cosa brutta sono stato abusato e si mette a piangere subito.”

    Forse Delpini vuole farci credere che anche il ragazzo ha sbagliato ad esprimersi, non conosce il significato del termine abuso, lo ha usato impropriamente??? Forse voleva dire “…è successa una cosa brutta: ho dormito!!!”

    TUTTI SBAGLIANO AD ESPRIMERSI E A CAPIRE, SOLO DELPINI NON HA ALCUN DUBBIO!

    “…La fortuna vuole che Don Alberto sta salendo per dire messa al nostro campo e quindi parlo anche con lui di questo.”

    Il capo scout attendeva quella stessa sera l’arrivo di don Alberto Rivolta al campo dei ragazzi per celebrare la messa: una volta arrivato gli racconta subito quanto confessato dal minore ponendosi anche per primo (e forse unico) il problema della denuncia alle autorità civili ritenendo che la confessione ricevuta direttamente dal minore fosse relativa ad un fatto grave, da denunciare.

    Il capo scout invece riceve indicazioni diverse da don Alberto e rassicurazioni circa la gestione della situazione.

    Don Alberto riferisce in quella circostanza, all’educatore, che il caso è già presidiato, ne sono già a conoscenza lui stesso, i genitori, il parroco e il Vicario episcopale mons. Delpini, riferisce che lui stesso ha incontrato la neuropsichiatra del minore la quale gli ha riferito personalmente che il ragazzino non era, in quel momento, in grado di sostenere psicologicamente la denuncia.

    “…Mi è stato detto sia dei genitori che anche da Don Alberto che la psicologa riportava in questo momento troppo fragile per il minore per poter affrontare una denuncia e di aspettare un attimo che ci si stava muovendo, che erano già stati informati tutti i livelli della chiesa quindi il parroco, il vicario…”

    Don Alberto disse al capo scout che don Mauro sarebbe stato spostato a breve, ma nessuno poteva immaginare che sarebbe stato ancora con i minori.

    “…Don Mauro doveva essere spostato il prima possibile dalla parrocchia di Rozzano. Questo è quanto c’era detti…”

    L’educatore in seguito si accorge, rimanendo basito, che il Galli era ancora con i minori, ancora una volta ne parla con don Alberto.

    “…poi ho visto tramite Facebook che Don Mauro era in un oratorio e ho chiamato Don Alberto per chiedergli “cos’è sta storia? Perché è ancora in un oratorio?”

    E’ poi emerso che la testimonianza rilasciata durante l’interrogatorio era coincidente con quanto in precedenza dichiarato alla polizia quando nel febbraio del 2016 veniva interrogato.

    Quindi certamente almeno il 6 gennaio 2012 arriva la notizia esplicita dell’abuso all’interno del clero, decisamente ben prima della incredibile e inopportuna decisione di Delpini di non avviare alcuna indagine canonica ma di trasferire il Galli ancora con i minori.

    Sappiamo oramai dal Processo che don Alberto si incontra in quei giorni più volte con don Carlo, mons. Delpini e mons. Tremolada, proprio per esplicitare i fatti, e quindi consentire a Delpini di prendere le decisioni.

  • Tieni la bocca chiesa

    Tieni la bocca chiesa

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    Un ragazzo di quindici anni che denuncia abusi sessuali da parte di un sacerdote, tre anni di bugie e di depistaggi, un tentato suicidio, un risarcimento da 150.000 euro. Poi, davanti al tribunale di Milano, comincia un processo a porte aperte, dove decine di cronisti ascoltano e prendono appunti. Emergono, carte alla mano, le responsabilità dei vertici della Chiesa, che hanno mentito e cercato di insabbiare lo scandalo di don Mauro Galli, prete novello in quel di Rozzano, nel Milanese. Ma sulla vicenda cala l’imbarazzante silenzio di tutti i media, salvo piccole eccezioni. Un articolo sulle pagine locali de “Il Giornale”, un servizio su “Fanpage” e un gruppo di giornalisti inviperiti per aver subito la censura. Fine. Eppure i nomi coinvolti sono altisonanti, a cominciare da monsignor Mario Delpini, arcivescovo di Milano e all’epoca del fatti vicario episcopale. È lui a gestire l’emergenza, a decidere di spostare don Mauro a Legnano, in un altro oratorio a pochi chilometri di distanza, di nuovo a contatto coi ragazzini. È lui a mentire alla famiglia della vittima, premurandosi però di ringraziarla per non essersi rivolta all’autorità giudiziaria. Ed è sempre lui a contattare il prete accusato di pedofilia, procurandogli un avvocato e raccomandandogli di stare «attentissimo», di non parlare al telefono.

    Una figura poliedrica e controversa, quella di monsignor Delpini. Che nel luglio 2017, quando lo scandalo è noto persino in Vaticano, viene nominato da Papa Francesco arcivescovo di Milano, con un chiosa che sembra non lasciare dubbi circa il suo profilo: «È l’uomo giusto al posto giusto». Delpini, in effetti, sa come muoversi, tesse rapporti e proietta all’esterno una precisa immagine di sé, quella del sacerdote in mezzo alla gente. Da capo della Chiesa ambrosiana, si fa fotografare mentre esce dalla Curia in sella alla sua bici, tra i flash dei fotografi e la gloria terrena, il giorno dopo, su tutti i giornali. Quando i politici parlano, lui ascolta. E se risponde, come al leader della Lega, Matteo Salvini, che in campagna elettorale giura sulla Bibbia, lo fa con prudenza: «Nei comizi si parli di politica». Segue un democristianissimo consiglio ai neo diciottenni, che lascia aperta ogni possibilità: «Fate del vostro voto il segnale di un’epoca nuova». Per Delpini, gli applausi a scena aperta sono tanti e sono noti. I fischi dietro le quinte, invece, vengono soffocati. Anche se le critiche piovono da tutte le parti, dai superiori e dai sottoposti. Don Giorgio De Capitani, un prete scomodo, lo definisce «la mummia imbalsamata» e si chiede se la diocesi più grande del mondo «riuscirà mai a uscire a testa alta da questa insostenibile situazione». Il cardinale Angelo Scola lo definisce «maldestro» nella gestione dell’ennesimo caso di pedofilia. Mentre don Carlo Mantegazza e don Alberto Rivolta, parroci a Rozzano, dove si sarebbe consumato l’abuso, parlano così al telefono: «Aspettiamo cosa, che ci arrestino tutti per pedofilia? (…) Lui (Delpini, ndr) la fa sempre facile (…) Sì, è un minimalista del cazzo».

    Tutto ha inizio il 19 dicembre 2011. Davide – nome di fantasia – viene invitato a passare la notte in parrocchia da don Mauro, suo padre spirituale, che da sei mesi è incaricato di gestire la Pastorale giovanile. Gli impegni in vista del Natale sono molti e il sacerdote chiede ai genitori del ragazzo di lasciarlo dormire in oratorio. La famiglia accetta, pensando che la proposta sia estesa a tutti gli adolescenti. Ma così non è. Dopo cena i ragazzi se ne vanno e Davide scopre di essere l’unico ad aver ricevuto l’invito per la notte. La casa è grande. C’è una stanza degli ospiti, un soggiorno con divano letto e una camera matrimoniale. Eppure don Mauro e il quindicenne dormono nello stesso letto.

    Il giorno dopo la madre di Davide riceve una chiamata dalla scuola, suo figlio sta male. Quando la donna arriva, lo trova in stato di choc: non parla e ha lo sguardo perso nel vuoto. Una volta in macchina, la mamma riesce a ottenere una reazione: «È successo qualcosa stanotte?», chiede. «Quello che puoi immaginare», risponde Davide. I genitori allarmati chiamano i parroci, don Alberto e don Carlo. Quest’ultimo incontra don Mauro, che ammette di aver passato la notte con il giovane nello stesso letto e di averlo abbracciato per evitare che cadesse. Nega di aver avuto rapporti sessuali con lui. I sacerdoti allertano i loro superiori. È la vigilia di Natale e Delpini, all’epoca vicario di zona, si precipita a Rozzano. Alla Polizia, che lo interroga tre anni dopo, racconterà: «Don Carlo mi disse al telefono che Davide aveva segnalato presunti abusi sessuali commessi da don Mauro». A Delpini, dunque, viene riferita ogni cosa. Ma lui decide – e rivendicherà poi la scelta – di spostare don Mauro a Legnano, dove lo nomina, il primo marzo 2012, vicario nella parrocchia di San Pietro e responsabile della Pastorale giovanile nelle parrocchie di Santa Teresa, dei Santi Magi e del Santissimo Redentore. Sembra più una promozione che una punizione, se si considera che gli oratori da gestire non sono più due, bensì quattro.

    Mentre la Curia si adopera per archiviare lo scandalo, i genitori di Davide vengono a sapere cinque mesi dopo, quasi per caso, che don Mauro è ancora a contatto con gli adolescenti. Così chiedono un incontro ai vertici della Diocesi. Parlano prima con monsignor Pierantonio Tremolada (responsabile della formazione permanente del clero) e poi con Delpini, divenuto nel frattempo vicario generale.

    La famiglia registra gli incontri di nascosto e gli audio finiscono nelle carte del processo. Dai colloqui emerge un particolare inedito sullo spostamento di don Mauro. Ai parrocchiani di Legnano viene raccontato che questo giovane prete ha bisogno di cambiare aria: a Rozzano ha accolto in oratorio Davide, un ragazzo difficile scappato di casa. Da allora i genitori dell’adolescente lo perseguitano, accusandolo di assecondare il comportamento del figlio. Una colossale bugia per tenere nascosti i presunti abusi. Le voci però circolano e arrivano all’orecchio di un parroco, don Piero Re. Il sacerdote indaga e svela le menzogne raccontate dalla Curia ai parrocchiani legnanesi. Tremolada lo rimbrotta: «Doveva tenere il segreto, non avrebbe potuto dirlo». I genitori di Davide non sono soddisfatti, chiedono spiegazioni più convincenti e il 24 settembre 2012 vengono convocati da Delpini. Il registratore è sempre acceso. L’allora vicario generale li mette in guardia: «Basta una notizia di un abuso per farlo diventare un titolo sul giornale. Questa è una cosa che ci ferisce molto, perché noi preti non ci sentiamo tutti pedofili». Poi ringrazia la famiglia per «aver scelto questa strada invece che l’altra», cioè il dialogo al posto della denuncia. Poco dopo quest’incontro don Mauro lascia Legnano e viene trasferito al Seminario Pontificio Lombardo di Roma.

    Rassicurata la famiglia, per Delpini il caso è chiuso. Ma le condizioni di Davide peggiorano e il 10 luglio 2014 il giovane tenta il suicidio. Sul posto, oltre ai medici, arrivano anche i Carabinieri. Agli uomini dell’Arma il ragazzo confida: «Sono stato abusato da un prete». Parte, finalmente, la denuncia. Mentre Davide è ricoverato, trova la forza di confidarsi anche con mamma e papà. Chiede di non essere interrotto né guardato, tira il lenzuolo sopra la testa e racconta: «Di notte, mentre lui credeva che io dormissi, mi ha lentamente tolto i pantaloni del pigiama e le mutande”. Poi il quindicenne descrive ogni dettaglio, anche il più scabroso. E conclude: “È andato avanti per almeno due ore».

    Iniziano le indagini della Procura e le intercettazioni telefoniche. Agli amici don Mauro confida l’interessamento dell’attuale Arcivescovo di Milano per levarlo dagli impicci: «Ho ricevuto una mail da Delpini, che diceva: “Sei da queste parti? Telefonami, scrivimi, che ho bisogno di vederti”. Allora io, anche se ero all’estero, l’ho chiamato subito. Mi ha detto: “No, dai, fissiamo un appuntamento. Così ci vediamo giovedì, che ho bisogno di dirti delle cose”. La prima domanda che gli ho fatto è stata: “Mi devo preoccupare? Ho combinato ancora qualcosa?”. E lui: “No no, il problema non è quello che hai combinato tu, ma quello che hanno combinato gli altri (la telefonata arriva un mese dopo la denuncia, ndr). Non è il caso che ne parliamo per telefono. Dobbiamo stare molto attenti”. Ha chiuso così». Don Mauro tradisce un certo nervosismo: «Sono cazzi amari». Ma Delpini non lo abbandona. Anzi, gli fissa un appuntamento con l’avvocato della Curia, Mario Zanchetti, che già difende diversi sacerdoti accusati di molestie sessuali, tuttora suo legale di fiducia.

    A dispetto delle bugie, la fede non vacilla. La famiglia di Davide, cattolica fervente, non smette di credere che, dentro la Chiesa, qualcuno possa fare giustizia. Decine di lettere vengono spedite alla Curia di Milano e al Vaticano. Giungono le risposte, alcune nette e rassicuranti, ma alle parole non seguiranno i fatti. Il 16 novembre 2015 il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano prima di Delpini, informa che don Mauro sarà sottoposto a processo ecclesiastico, del cui esito non si avranno mai notizie. Scola non spiega invece perché, dal 2011 al giorno della denuncia, nessun provvedimento venga assunto nei confronti del prete sospettato di pedofilia, sospeso soltanto dopo lo scoppio dello scandalo. L’allora arcivescovo, tuttavia, non lesina critiche a Delpini: «Non è stato valutato con adeguato rigore il fatto già di per sé assai grave che don Mauro abbia passato la notte con un minore condividendo lo stesso letto. Improvvida è stata la scelta di trasferire don Mauro in un contesto pastorale che gli consentisse ancora una volta il contatto coi minori».

    Ma anche in Vaticano sanno tutto. La prova è in una lettera del 22 marzo 2016, firmata dal nunzio apostolico del Papa, Adriano Bernardini, che risponde alla famiglia di Davide: «Le vostre missive sono regolarmente giunte alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Inoltre, circa le accuse mosse ai collaboratori dell’arcivescovo (Delpini e Tremolada, ndr) esse saranno debitamente esaminate». Eppure, nonostante bugie e depistaggi siano acclarati, il 2017 è anno di promozioni: Tremolada viene nominato vescovo di Brescia e Delpini arcivescovo di Milano. Papa Francesco ha sempre mostrato i muscoli, quando c’è di mezzo la pedofilia. Viene da chiedersi perché abbia promosso Delpini, elogiandolo: finge di essere all’oscuro oppure non è stato informato dai suoi più stretti collaboratori?

    Intanto a Milano comincia il processo, con una prima sorpresa: 150.000 euro vengono versati alla famiglia di Davide, che il 12 dicembre ritira la costituzione di parte civile. Di questi soldi, 50.000 euro sono il risarcimento per le spese legali e mediche già sostenute. Le difficoltà sono molte, i conti da pagare salati. Davide e i suoi cari, al loro fianco, hanno “Rete l’Abuso”, l’unica associazione italiana che da anni si batte per tutelare le vittime dei preti pedofili. Da notare che alla somma di 150.000 euro si arriva dopo un’estenuante trattativa, perché all’inizio sul tavolo vengono messi 15.000 euro e non un centesimo di più. Poi una perizia quantifica i danni subiti dal ragazzo in 416.000 euro. Così l’offerta si moltiplica per dieci. Ma chi ha pagato? La Curia nega di aver scucito un quattrino. A risarcire è stato don Mauro in persona, consegnando un assegno circolare, cioè denaro contante, emesso da una filiale UBI Banca di Cislago, in provincia di Varese, dove il prete è nato e cresciuto, nonché ancora residente. Curioso che il sacerdote, identificato come “nullatenente” nell’interrogatorio del 14 dicembre 2016, sia riuscito ad accumulare una tale liquidità nel volgere di un solo anno.

    Tanto più che don Mauro non sembra condurre una vita propriamente monastica. Dai fatti del 2011 a oggi è impossibile ricostruire tutti i suoi spostamenti: Legnano nel 2012 e Roma nel 2013, ma anche Milano, prima come cappellano all’ospedale Niguarda e poi alla clinica San Giuseppe, infine di nuovo Roma, dove ha sede quella che dovrebbe essere la sua attuale dimora: il Seminario Pontificio Lombardo. Condizionale d’obbligo, perché da qualche mese non risulta più lì. Risultano invece le sue vacanze sia in Italia nell’Alto Lazio sia all’estero, al mare in Croazia e in Romania. E, dalle telefonate, spuntano le serate mondane. Una volta al concerto di Max Gazzé a Milano, un’altra al ‘Verve’ di Solaro, nel Varesotto. Oppure in Brianza, al ‘Pork ‘N’ Roll’ di Carnate. Qui però il sacerdote declina l’invito, ma solo per ragioni tecniche: non ha la macchina e gli servono i mezzi pubblici per tornare. Troppo complicato.

    In ore e ore di intercettazioni telefoniche, tra don Mauro e tanti altri sacerdoti, non si sente una parola di conforto, o anche solo di solidarietà, per Davide e il suo dramma. L’impressione è che Santa Romana Chiesa sia impegnata nella solita ‘grande’ missione: salvaguardare se stessa e il suo buon nome agli occhi del mondo. Il resto sono seccature.

    di Ersilio Mattioni e Andrea Cattaneo

    per FQ MILLENNIUM aprile

  • Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Gli ha toccato i genitali e poi ha provato a penetrarlo”

    Prete a processo per abusi su un ragazzino: “Gli ha toccato i genitali e poi ha provato a penetrarlo”

    Nuova udienza del processo che vede imputato don Mauro Galli, sacerdote di Rozzano (Milano) accusato di aver abusato di un ragazzino di 15 anni nel 2011. Uno degli psicoterapeuti che ebbe in cura il ragazzo ha raccontato: “Il sacerdote lo aveva portato nella camera da letto, il ragazzo notò la presenza di un solo letto e capì che avrebbero dormito assieme”. Nelle precedenti udienze erano stati acquisiti anche gli audio degli incontri tra la famiglia della presunta vittima e monsignor Delpini, accusato dalla madre del ragazzo di aver coperto il sacerdote.

     

    Nuova udienza a Milano del processo su don Mauro Galli, il sacerdote di Rozzano che nelle notte tra il 19 e il 20 dicembre del 2011 avrebbe abusato di un minore, all’epoca dei fatti quindicenne. Una sordida vicenda che coinvolge anche l’attuale arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, chiamato in causa dalla famiglia della presunta vittima perché avrebbe coperto il sacerdote accusato degli abusi. Nell’udienza odierna uno degli psicoterapeuti che ebbe in cura il ragazzo ha raccontato, davanti al collegio presieduto dal giudice Moccia, cosa avvenne la notte del presunto abuso, sulla base di quanto il minore gli aveva riferito nel corso di una seduta nel 2016: “Il sacerdote lo aveva portato nella camera da letto e il ragazzo notò la presenza di un solo letto e capì che avrebbero dormito assieme”. A letto, continua il medico, “Don Galli ha iniziato a toccarlo e lui ha usato la strategia di restare immobile, come paralizzato, facendo finta di dormire. Si è poi avvicinato, ha toccato i genitali e poi ha provato a penetrarlo”. Il ragazzo si trovava a casa del sacerdote per una seduta di preghiere in occasione del Natale. La famiglia del ragazzo, a cui don Galli aveva chiesto l’autorizzazione per poterlo ospitare in oratorio, era convinta che anche altri ragazzi avrebbero partecipato all’incontro di preghiera.

    Acquisiti gli audio degli incontri tra i famigliari del ragazzo e monsignor Delpini
    I giudici hanno ascoltato in qualità di teste anche il caposcout del ragazzo, che nel gennaio 2012, poche settimane dopo il presunto abuso, lo aveva visto particolarmente inquieto in occasione di un’uscita. In quella circostanza il  caposcout si era avvicinato al ragazzo, che gli aveva rivelato di essere stato abusato da don Mauro Galli, senza entrare nei particolari. Il caposcout aveva però deciso di non fare ulteriori domande al ragazzo, ma si era confrontato con i responsabili della parrocchia che avevano ammesso di essere a conoscenza dell’episodio.

    Nel corso dell’udienza odierna è stata ascoltata anche la neuropsichiatra che tra la fine del 2011 e l’inizio del 2012 raccolse i primi racconti della presunta vittima: “Mi aveva raccontato che il prete gli aveva messo una mano sul petto”, nel corso della notte. La teste aveva deciso di non denunciare il fatto alle autorità giudiziarie perché secondo lei, sulla base di quanto appreso direttamente, non si configurava un reato, ma ha precisato tuttavia che non aveva voluto forzare il ragazzo nel racconto, anche se sapeva che il minore ne aveva comunque parlato anche ad altri. Nel corso delle precedenti udienze del processo erano state acquisite anche alcune registrazioni audio di incontri tra la famiglia del ragazzo e i monsignori Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano e all’epoca dei fatti vicario di zona del cardinale Angelo Scola, e Pierantonio Tremolada, oggi vescovo di Brescia e all’epoca collaboratore della formazione permanente del clero e responsabile dell’Istituto Sacerdotale Maria Immacolata (Ismi), che si occupa dei presbiteri del primo quinquennio di ordinazione, e quindi anche di don Galli. Gli incontri, avvenuti nell’estate 2012, erano stati sollecitati dalla famiglia dopo aver scoperto che a poche settimane dal presunto abuso don Galli era venuto nuovamente a trovarsi a contatto con dei minori, questa volta a Legnano. Alcuni degli audio relativi a quegli incontri sono stati diffusi da Fanpage.it, che aveva incontrato la madre della presunta vittima.

    https://milano.fanpage.it/prete-a-processo-per-abusi-su-un-ragazzino-gli-ha-toccato-i-genitali-e-poi-ha-provato-a-penetrarlo/