LEGNANO – Parrocchia celebra il funerale di un sacerdote condannato per pedofilia e viene denunciata. Motivo: aver violato il decreto regionale emesso in seguito all’allarme Coronavirus che vieta qualunque tipo di assembramento, anche di carattere religioso. Succede a Legnano, dove venerdì 28 febbraio la parrocchia di San Magno ha officiato il rito funebre per dare l’ultimo saluto a don Ruggero Conti, il prete legnanese condannato in via definitiva a 14 anni e due mesi di reclusione per aver abusato di almeno otto minori durante la sua permanenza a Roma e morto la scorsa settimana. Ora l’associazione “Rete L’Abuso”, che supporta le vittime di abusi compiuti da religiosi, ha denunciato alla Procura di Milano la parrocchia legnanese. Ne dà notizia il quotidiano “Il Giorno”.
«Violato decreto antivirus della Regione»
Il funerale di don Ruggero si è svolto nel santuario della Madonna delle Grazie, con grande partecipazione di folla. Il sacerdote era molto conosciuto a Legnano, fin da quando era animatore dell’oratorio di San Magno negli anni Settanta. Secondo quanto riporta il quotidiano in edicola oggi, martedì 3 marzo, l’associazione che raccoglie i “sopravvissuti agli abusi sessuali del clero” si chiede «come sia stato possibile, data la grande pubblicizzazione che ha portato all’affluenza di centinaia di persone fuori dalla chiesa legnanese, che le istituzioni preposte, in primis il commissario prefettizio di Legnano e la stessa prefettura, non fossero al corrente dell’evento e soprattutto perché non siano intervenute repentinamente, nemmeno dopo il suo svolgimento, omettendo tutti i più basilari controlli in tutela della popolazione». L’associazione dunque non contesta il fatto che siano state celebrate le esequie di un sacerdote condannato per pedofilia (condanna peraltro mai scontata), ma che la cerimonia si sia svolta in violazione delle disposizioni emanate da Regione Lombardia per limitare la diffusione del virus COVID-19.
Pubblicato video con i «possibili infettati»
Sul suo sito, l’associazione pubblica anche un video girato all’esterno del santuario, dove sono visibili numerose persone, con il titolo “Ecco i possibili infettati da Coronavirus a Legnano al funerale del prete pedofilo don Ruggero Conti”. Il filmato termina con l’osservazione che «al momento non si ha notizia di alcun provvedimento preso a tutela dei cittadini».
Torna a far discutere l’affollata cerimonia d’addio al sacerdote che abusò di otto minorenni
di CHRISTIAN SORMANI
Legnano (Milano), 3 marzo 2020 – L’associazione “Rete L’Abuso“ ha formalmente denunciato alla procura della Repubblica di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano, rea a loro dire “di aver deliberatamente violato il decreto sicurezza legato all’allarme coronavirus, emesso dalla Regione Lombardia, nel quale si vieta qualunque tipo di assembramento, anche di carattere religioso”.
Il tutto dopo il funerale del sacerdote, condannato per violenze su minori, don Ruggero Conti, alle cui esequie lo scorso 28 febbraio avevano partecipato tante persone. Nella denuncia si chiede anche “come sia stato possibile, data la grande pubblicizzazione che ha portato all’affluenza di centinaia persone fuori dalla chiesa legnanese, che le istituzioni preposte, in primis il commissario prefettizio di Legnano e la stessa prefettura, non fossero al corrente dell’evento e sopratutto perché non siano intervenute repentinamente, nemmeno dopo il suo svolgimento, omettendo tutti i più basilari controlli in tutela della popolazione”.
Davanti alla chiesa nel pomeriggio del 28 febbraio scorso c’era una grande folla. Il religioso originario di Legnano, era stato condannato in via definitiva a 14 anni e due mesi di reclusione per aver abusato di almeno otto minorenni. L’uomo, che non ha mai fatto un solo giorno di carcere, era ospitato in una delle cliniche della curia, quella di Verbania. Francesco Zanardi, presidente dell’associazione che si occupa di combattere la pedofilia nella chiesa, ha presentato la denuncia. Don Ruggero Conti non solo non ha mai fatto un solo giorno di carcere, ma era pure ospitato a spese della diocesi, in una delle cliniche per preti problematici a Verbania. Il sacerdote non ha mai risarcito le vittime della sua violenza.
Città del Vaticano – Esequie funebri choc in una parrocchia di Legnano, in provincia di Milano, dove è stato celebrato un affollato funerale per la morte di un prete pedofilo, don Ruggero Conti, ben conosciuto alle cronache e al tribunale di Roma visto che era stato condannato per gli abusi su otto ragazzini che seguiva all’oratorio. Un caso quello di don Ruggero che nel 2008, a Roma, fece scalpore perchè si trattava di un parroco molto conosciuto e ben introdotto negli ambienti politici ed ecclesiali, tanto da essere stato persino uno dei consulenti dell’allora sindaco Alemanno.
Le esequie del sacerdote condannato a 14 anni e due mesi per avere abusato di almeno 8 minori si sarebbe svolto in chiesa, con una grande folla e in totale sfregio al decreto sicurezza legato all’allarme del coronavirus che in Lombardia ha limitato i funerali solo agli stretti familiari e ha fatto persino chiudere le chiese per le messe feriali.
L’Associazione Rete L’abuso oltre ad avere formalmente denunciato alla Procura della Repubblica di Milano la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano, ha sollevato collateralente il problema di dove finiscono in Italia i preti pedofili e perchè spesso questi non vengono nemmeno ridotti allo stato laicale dalla Chiesa. Don Ruggero Conti non solo non ha mai fatto un solo giorno di carcere, ma era pure ospitato (a spese della diocesi) in una delle cliniche per preti problematici a Verbania .
Malgrado il divieto per il coronavirus, alle sue esequie erano presenti centinaia di persone, come testimoniano le fotografie circolate e pubblicate sul Giorno.
Ruggero Conti, ex direttore della Caritas diocesana di Porto e Sant Rufina, è morto a 67 anni. L’ordine del suo arresto nel 2008 aveva causato una grossa frattura nel quartiere di Selva Candida, vicino a Roma tra chi riteneva le accuse inverosimili e chi, invece, si batteva per fare emergere la verità.
Don Ruggero era stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi nel 2011, poi in appello la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi, perché nel frattempo per il primo dei 7 episodi contestati era intervenuta la prescrizione. Il timore dei legali delle famiglie delle vittime era di far pronunciare la giustizia prima del 2018, altrimenti anche l’ultimo caso contestato sarebbe caduto in prescrizione. La Cassazione ha invece bruciato le tappe, arrivando il 16 marzo 2015 a confermare la sentenza di secondo grado.
Il processo si era svolto in modo regolare, senza nessun dubbio o vizio di forma: per la legge italiana, don Ruggero Conti era colpevole di pedofilia. Scarcerato, era tornato a vivere a Legnano, dove lo avevano accolto la famiglia e gli amici che avevano sempre creduto nella sua innocenza. Le vittime avevano chiesto un risarcimento danni di 10 milioni di euro.
L’Associazione Rete L’ABUSO ha formalmente denunciato alla Procura della Repubblica di Milano, la parrocchia della Madonna delle Grazie di Legnano, rea di aver deliberatamente violato il decreto sicurezza legato all’allarme Coronavirus, emesso dalla Regione Lombardia, nel quale si vieta qualunque tipo di assembramento, anche di carattere religioso.
Il 28 febbraio, presso la parrocchia di Legnano si sono svolte le esequie di don Ruggiero Conti – confessore dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno – condannato a 14 anni e due mesi per aver abusato di almeno otto minorenni. L’uomo, che non ha mai fatto un solo giorno di carcere, era ospitato in una delle cliniche per preti pedofili, quella di Verbania (ROMA).
Malgrado il divieto, si legge su IL GIORNO che, alle esequie erano presenti centinaia di persone, per le quali, data l’aggressività del virus esploso, soprattutto in Lombardia, se ne chiede l’immediata individuazione al fine di verificare eventuali infettati da COVID 2019.
Nella denuncia procedibile d’ufficio, si chiede anche come sia stato possibile – data la grande pubblicizzazione che ha portato all’affluenza di centinaia persone – che le Istituzioni preposte, il Sindaco di Legnano e la stessa Prefettura, non fossero al corrente dell’evento e sopratutto perché non siano intervenute repentinamente, nemmeno dopo il suo svolgimento, omettendo tutti i più basilari controlli in tutela della popolazione. RETE ESPOSTO CONTI pdf
Centinaia di persone alla messa alla Madonna della Grazie. Il sacerdote, 67 anni, era stato condannato in via definitiva per abusi su minori
Legnano (Milano), 28 Febbraio 2020 – Ultimo saluto affollato quello a don Ruggero Conti. Al funerale organizzato nella chiesa della Madonna delle Grazie c’era ad assistere una discreta folla, nonostante il divieto di assembramento visto l’allarme legato al contagio da Coronavirus. Il prete di Legnano, condannato a 14 anni e due mesi per pedofilia, è morto qualche giorno fa in una casa di cura a Verbania dove era da tempo ricoverato per problemi di salute. Per lui rimangono le pesanti accuse dei giudici, ma anche diversi fedeli che hanno perdonato nonostante tutto e a giudicare dalla tanta gente presente ai funerali. “Non è meritevole di attenuanti generiche – scrissero i magistrati – un sacerdote che abusa di bambini che segue per preparare alla Prima Comunione o che dimostra loro che è possibile avere denaro assoggettandosi alle brame sessuali di un adulto. Dire altro, sembra superfluo”.
E ancora: “Per rispetto della verità processuale può solo affermarsi che don Ruggero Conti, evidentemente soggetto ad inclinazioni sessuali non era in grado di tenere a freno tali impulsi, e delinqueva e gravemente. Ma non si muoveva secondo un unico disegno criminoso. Il Conti non faceva il prete per abusare dei ragazzini, ma ne abusava quando non riusciva a frenare le sue anomale pulsioni sessuali”.
Se n’è andato in silenzio, lontano dalla sua Legnano. Ruggero Conti, l’ex coordinatore dell’oratorio di San Magno che nel 2008 era stato arrestato a Roma con l’accusa di pedofilia, è mancato ieri in una casa di cura di Verbania, dove era ricoverato da qualche tempo in seguito alle conseguenze di un’emorragia celebrale.
Aveva 67 anni: malato da tempo, la sua storia ha segnato almeno due generazioni di legnanesi. Nato e cresciuto a Legnano, dove tra gli anni Settanta e Ottanta da laico era stato un punto di riferimento dell’oratorio di via Monte Nevoso, dopo aver preso i voti era diventato missionario ed era partito per l’Uganda. Tornato in Italia, la Chiesa gli aveva assegnato la parrocchia della Natività di Maria Santissima di Selva Candida a Roma, dove era diventato anche consulente per le tematiche della famiglia dell’allora sindaco Gianni Alemanno.
L’arresto era arrivato il 30 luglio 2008, alla vigilia della partenza del campeggio estivo che come sempre don Ruggero avrebbe condiviso con i ragazzi della sua parrocchia. Secondo il pm della Procura di Roma Francesco Scavo esisteva il concreto pericolo di una reiterazione del reato.
Il provvedimento aveva spaccato in due non solo il quartiere di Selva Candida, ma anche Legnano: visto che a denunciare il sacerdote era stato un altro prete, c’era chi sosteneva fosse tutta una macchinazione. Don Ruggero sapeva farsi amare e apprezzare, impossibile anche solo pensare male di lui. Dall’altra parte invece non mancava chi sottolineava che già 25 anni prima a Legnano l’allora educatore dell’oratorio di San Magno aveva avuto qualche atteggiamento ambiguo. Anche di quegli episodi, ampiamente prescritti, si era parlato a Roma in occasione del processo di primo grado, con l’obiettivo di ricreare il “clima” in cui erano poi maturati gli abusi di Roma.
Don Ruggero era stato condannato in primo grado a 15 anni e 4 mesi nel 2011, quando era stato riconosciuto colpevole di abusi nei confronti di 8 minorenni; due anni dopo in appello la pena era stata ridotta a 14 anni e due mesi, perché nel frattempo per il primo dei 7 episodi contestati era intervenuta la prescrizione.
Il timore dei legali che rappresentavano le famiglie delle vittime e le associazioni che si battono contro la pedofilia era che una condanna definitiva non potesse essere pronunciata prima del 2018, quando anche l’ultimo caso contestato sarebbe caduto in prescrizione. Consapevole del rischio, la Cassazione aveva invece bruciato le tappe, arrivando il 16 marzo 2015 a confermare la sentenza di secondo grado.
Il processo era stato regolare, nessun dubbio o vizio di forma: per la legge italiana, don Ruggero Conti era colpevole di pedofilia. Scarcerato, l’ormai ex sacerdote era tornato a vivere nella sua Legnano, dove lo avevano accolto la famiglia e gli amici che avevano sempre creduto nella sua innocenza.
Nel procedimento civile, le vittime romane avevano poi avanzato una richiesta danni per un totale di dieci milioni di euro: distrutto dal processo e minato nel fisico, Conti ha passato i suoi ultimi anni in silenzio. Fino a ieri, quando è arrivata la notizia che ha messo la parola fine alla sua storia.
Geneva 7 February 2019; “The Committee is concerned about the numerous cases of children being sexually abused by religious personnel of the Catholic Church in the territory of the Member State and for the low number of criminal investigations and prosecutions by the Italian judiciary”.
di Francesco Zanardi – These are not our words but those of the United Nations High Commissioner for Human Rights, more precisely those contained in the recommendations of 7 February (point 21 of the report) that the Committee for the Rights of the Child disputes with Italy – in this case – against the Italian Justice, but continuing, in the same document, also against the Italian Government defaulting and conniving, to the detriment of Italian minors “sacrificed to the clergy” for mere diplomatic relationship, with a foreign state, leader in the world for pedophilia: the Vatican.
What I will tell you has been widely documented and confirmed also by two investigative journalists, Emanuela Provera and Federico Tulli, who have even made a book “Giustizia divina” (publisher-Chiarelettere)
It all starts in 2014, when, after four years of activity of the newly formed Associazione Rete LʻABUSO, the documents of the various criminal cases that the association was following throughout Italy starting to arrive.
I began to notice, in various precautionary measures of the various prosecutors of the Republic of our peninsula, that many priests under investigation and under house arrest, many of them ended up in five structures, scattered from north to south of Italy. Although I had noticed this, I didn’t get to anything specific.
But in November 2016, in the middle of the night and seized by euphoria, my colleague from the Verona association for deaf students who were abused in the Catholic Institute Antonio Provolo in Verona, called me. He told me that Don Nicola Corradi (a paedophile priest who fled Verona in 1970) was arrested in Mendoza (Argentina). With him three other people.
The colleague asks me for help, they have thirty years of papers of the alleged victims (a hundred deaf children, now adults, who have never obtained justice), of the 27 priests and lay brothers accused of abuses in the Provolo of Verona, an infinite correspondence between them and the diocese. But in that tide of documents produced, they didn’t know where to start.
The folder was actually huge and incomprehensible to me, I didn’t even know the facts well, nor the characters. I decided then to make the first selection, eliminating all the documentation relating to deceased priests, and other data at that time not detected or incomprehensible, which I later saw again in a clearer context.
It was during that selection that at a certain point I arrived at Don Giuseppe Pernigotti. My eye fell on him because the Provolo Institute is a Congregation of Pontifical Right and the congregations, in general, even when they transfer them, always keep the priests inside them. Don Pernigotti instead no. It was, in my opinion strangely, to Fabrica (VT). I thought that I had to go deeper.
I searched on the internet and “tombola”, at first sight, I discover that Don Pernigotti was the President of the FIAS (Italian Federation of Priest Assistance) and while surfing the site, I understood about the FIAS assistance structures. A blow came to me, they were the same structures that returned to me in the documents of the various Italian prosecutors, the same to which the suspected priests were entrusted to the domiciliation. (Data confirmed by the heads of the structures and contained in the book-inquiry Divine Justice)
I decide that the issue must be deepened, but I don’t know how: a similar investigation is very expensive, and Rete L’Abuso does not have the resources.
I spent a few weeks, crossing the data I acquired. They were all connected, but I didn’t understand, until an LA7 journalist, Luca Bertazzoni, calls me asking if I had any case. I take the ball by introducing Don Pernigotti as one of the accused by Provolo’s students. I told Bertazzoni that I found him at Fabrica, where, in the meantime, I had sent an associate of ours to verify that he was the same Pernigotti of the Provolo. Luca Bertazzoni did the service, here he is:
Link to the video:
It emerges that Don Giuseppe Pernigotti manages or, at least, is at the head of a structure that appears to be assisting priests, but favouring them with a series of professionals and solutions that help them avoid civil justice. In the follow up of my investigation I discover that the FIAS is present throughout Italy, the one managed by Pernigotti was only the headquarters, whose website disappeared immediately after the service of LA7.
Finally, in my mind, many circles had closed and what was previously smoky, now it was very clear, too much. But who was I going to tell him about? I also knew that it was Justice itself that entrusted those under suspicion or the condemned to those facilities.
However, thanks to that service by Bertazzoni, who had pretended to be a pedophile priest and to whom don Giuseppe Pernigotti gave a “pizzino” with the indications, names and phone numbers to which to turn, I made a more detailed check. In the “pizzino” indicated the Agape Community that I already knew, but going deeper I will discover something that worries me. The Community is based in Via Forte Bravetta 338 (in the map on the side is indicated by the purple square) and borders with the Department of Penitentiary Administration, the National Autonomous Police Union and a dislocated seat of the Ministries of Grace and Justice. Of course from there, to advance and argue that there was a “cover-up” network run by the church and tolerated by the Italian state, what I had was not enough.
While deepening all this, I had repeatedly compared myself with one of the two authors of the book, Federico Tulli, a person I have known since 2010, whom I esteem and trust and with whom I often compare myself as he is also very experienced in the subject, already author of two books: “Church and pedophilia” and “Church and pedophilia the Italian case”.
Federico and Emanuela had already begun to investigate since the beginning of 2015, launching a journalistic investigation that will last almost three years, visiting these structures in person, interviewing those who direct them and documenting them. During their investigation, the number of facilities rises to 18, today we have identified 21.
What are these structures and how do they provide the clergy with impunity from prison?
(as you will discover in the book “Giustizia Divina” not only to paedophile priests)
As also confirmed by Provera and Tulli, who were able to enter in those structures, they appear as normal pensioners, with bedrooms, common areas, TVs etc. There is no control of the police, as normally happens to those who are under house arrest. You can receive visits, or at least nothing prevents it.
You can enter and exit with extreme ease. A group of priests in 2016 have confirmed that: worried about the comings and goings of faces known to the judicial chronicles, they pointed out the Villa Sacro Cuore (PG) structure.
But the most sensational case, which once again confirms the criticality as well as the lightness of the “home detentions” enjoyed by the clergy, is the case of Don Ruggero Conti, definitively sentenced to 14 years on the charge of having abused 7 children between 10 and 12 years old. He never did a day in jail (health reasons), he too was entrusted to a facility (which we will later discover used to care for adolescents) from which, without difficulty, in September 2017 he escaped, with so much money at his disposal to afford a taxi from Rome to Milan.
These are just a few cases and they are by no means the reason why Rete L’Abuso is firmly convinced – at this point, as we shall see, until there is evidence to the contrary – that exists between the Italian State and the Church, a tacit agreement that guarantees to the clergy impunity from prison.
We provide some numbers and some other data
From how it emerges on our map, removed the priests still awaiting trial, we count in the last 15 years, in Italy, at least 143 sentences definitively, we ignore which is the real submerged.
The authors of the book “Divine Justice” took the trouble, not only to verify what I claimed about the structures but, having removed the juvenile and female prisons, they asked the other 191 Italian prison facilities, how many priests have in charge.
125 prisons replied; only five priests, one of whom was convicted of pedophilia.
And all the others, what happened to them?
The perception for public opinion is that justice takes its course and condemnations, while instead most often do not make a single day in prison, on the contrary, the anomaly at this point rises on those 4 plus the 5th paedophile, who had a similar difference in treatment compared to other colleagues.
But the “holy” privileges and “divine” immunities that the Italian State provides to the clergy, unfortunately, are not limited to this and the damage to society, on this turn, is even worse.
I speak of the c.d. anti-pedophilia certificate, from which, by courtesy of the legislator, the clergy is exempt. And it is here that the connivance between state and church really scrapes the bottom of the barrel because on the constitutional basis it is already anomalous that a category should be privileged with this exemption: privileging only the priests would have been really too conspicuous and so, our legislator, not has exempted the priests, but precisely the whole category to which they belong, volunteering. Paradoxically, the category has always been more at risk.
Thanks to this luminary choice of the legislator – which legally becomes a civil responsibility – today paedophiles, not just priests, know that the Italian state has reserved volunteering for them, as a fertile hunting ground.
One of our legal advisors, the lawyer Mario Caligiuri of the Court of Rome (holder of the dossier in question) explains, with regard to the canonical rite, that “In this way it is generated by another court, in advance of the celebration of the ordinary rite, an unreasonable imbalance in favour of the alleged abuser »
“Not only is the assistance of the defender of those who has denounced the abuse not admitted in the ecclesiastical justice hall, but above all the psychological support of technicians with proven experience legitimized to work because the victim, a person who has suffered one, is denied. emotional upheaval does not incur the creation of false memories. Until it fails to comply with the provisions for the care and support of victims of the Lanzarote Convention “.
“Thinking about counter-examination, the most disturbing figure emerges from the side of constitutional guarantees.
The defence of a priest, already accused of abuses by the Vatican, has the advantage of acquiring, before the possible Italian trial, the narrative re-enactment that the victim will give of the historical fact, the weak points on which to tread the hand, the peculiarities even character, its emotional reality ».
With this information, you have the chance to make it fall into contradiction. “It is no coincidence that the reciprocal study of the adversary is a given that lawyers treat a lot in the processes – confirms Caligiuri -. We are therefore in the presence of unequal treatment in favour of Catholic priests compared to any other Italian citizen ».
In 2012, Italy ratified this protocol for the protection of children against sexual exploitation and sexual abuse. Countries that are not members of the Council of Europe can also join, but the Vatican has never done so.
However, the canonical trials take place in the dioceses, on Italian soil, and this is, in fact, a violation by the church that, thanks to the complicity of the Italian institutions, which pretend not to see, finds not only the constitutional guarantees of citizens disregarded but also various international treaties and conventions to which Italy has adhered.
But there is more to support our accusations against the state. The complicit silence of the institutions
“An important excerpt from the movie Spotlight, at the end he cites those that in 2000, like today in Italy, were the centers that Rete L’Abuso and the book “Divine Justice”, we denounce today in Italy”. Richard Sipe, who worked in the treatment centers and who in this article we cite for his report, as part of the “Projections” on the phenomenon in Italy is already mentioned.
Among the most industrialized countries, Italy is the only one that has never considered – despite the impressive data emerging from other countries – the need to quantify the extent of the phenomenon.
The Irish colleague Mark Vincent Healy, an expert on statistics, based on the data emerged from the governmental inquiry commissions carried out all over the world has produced a projection of the Italian data, the extent of the abuses in Italy has the potential to be the greatest of any country.
And yet we did not lack the stimuli and requests to the Government to tackle the problem.
– On 27 September 2017, thanks to the Deputy Matteo Mantero, Rete L’Abuso manages to deposit in Italy the first parliamentary question addressed to PRESIDENCY OF THE COUNCIL OF MINISTERS, MINISTRY OF THE INTERIOR, MINISTRY OF JUSTICE, MINISTRY OF FOREIGN AFFAIRS AND COOPERATION INTERNATIONAL. To date, no answer, the question still lies on the website of the Chamber of Deputies.
–On 19 February 2018, through the lawyer Mario Caligiuri, the ABUSE Network sends a warning to the following institutions; PRESIDENCY OF THE REPUBLIC, PRESIDENCY OF THE COUNCIL OF MINISTERS, REGIONAL INFORMATION CENTER OF THE UNITED NATIONS – UN COMMITTEE FOR THE RIGHTS OF THE CHILD, PRESIDENCY OF THE 12TH SOCIAL AFFAIRS COMMISSION.
Also, in this case, there will be no response from the Italian institutions.
–On October 18, 2018, again the Lawyer Mario Caligiuri, on behalf of Rete L’Abuso, denounces the Government to the Judicial Authority, based on the non-response and the consequent serious non-fulfilment by the State against minor citizens, already known from previous communications.
A few days later, this file will also be archived. Although it contained news of a crime, the Public Prosecutor’s Office limited itself, in the reasons, to file for territorial incompetence.
The whole affair was reported by the Associazione Rete L ‘ABUSO, to the United Nations High Commissioner for Human Rights, among the documents of the 80th section held in Geneva on 22 and 23 January.
On 7 February 2019, the Committee for the Rights of the Child of the United Nations gave us reason, disputing to the Italian State the points we report below, which only concern the matter that Rete the ABUSE, by Statute, pursues. (here the full text in Italian)
The video of the UN Committee Member Jorge Cardona who raised the topic during the two days of the session, is also shown on the video. The intervention is very short, the Italian State, even in that place did not give answers but limited itself to exposing, as measures, the same points that were the subject of the dispute.
Video of the interrogation of UN to Italy:
Below, in point 21 of the recommendations of the Committee for the Rights of the Child, as contested by Italy by the United Nations. Here are the points raised in our “Justice Report on the Italy case” speaker for the Network LUSA ABUSO Francesco Zanardi.
Exploitation and sexual abuse
Welcomes the national plan for preventing and combating the abuse and sexual exploitation of children 2015-2017 and the revitalization of the Observatory to combat pedophilia and child pornography, the Committee is concerned about the many cases of children victims of sexual abuse by religious personnel of the Catholic Church in the territory of the Member State and for the low number of criminal investigations and prosecutions by the Italian judiciary. With reference to its previous recommendations (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) and to the general comment n. 13 (2011) on the child’s right to freedom and against all forms of violence against him and taking note of Objective 16.2 for Sustainable Development, the Committee recommends that Italy:
(a) Adopt, with the active involvement of children, a new national plan to prevent and combat the abuse and sexual exploitation of children and ensure their uniform implementation throughout its territory and at all levels of government;
(b) Establish an independent and impartial commission of inquiry to examine all cases of sexual abuse of children by Catholic Church religious personnel;
(c) Guarantee the transparent and effective investigation of all cases of sexual violence allegedly committed by religious personnel of the Catholic Church, the prosecution of the alleged perpetrators, the adequate criminal punishment of those who have been found guilty, and the compensation and rehabilitation of child victims, including those who have become adults;
(d) Establish sensitive channels for children, for children and others, to report on the violence suffered;
(e) Protect children from further abuse, inter alia by ensuring that people convicted of child abuse are prevented and dissuaded from contact with children, particularly at a professional level;
(f) Undertake all efforts towards the Holy See to remove obstacles to the effectiveness of criminal proceedings against the Catholic Church’s religious suspected of violence against minors, particularly in the Lateran Pacts revised in 1985, to combat impunity of such acts;
(g) To make the reporting of any alleged violence against children to the competent authorities of the Member State obligatory for everyone, even for the religious personnel of the Catholic Church;
(h) Amend the legislation implementing the Lanzarote Convention to ensure that it does not exclude volunteering, including the Catholic Church’s religious personnel, from its prevention and protection tools.
With the Motu Proprio, Pope Francis confirms impunity from the penal trial for priests who abuse minors outside the Vatican and embassies.
It would be advisable, as well as a duty to report, for constitutional duty, that the press ask the State to account for this serious situation. But except for the Left magazine, which in recent years has given visibility to the case, everything is silent, despite our complaints.
Francesco Zanardi
President of the ABUSE Network (Association of survivors of sexual abuse of the clergy)
among the founding members of the international ECA Global
and President of the Human Rights Connect ABUSE Network
Ginevra 7 febbraio 2019; “Il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana”.
Queste non sono parole nostre ma dell’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, più precisamente quelle contenute nelle raccomandazioni del 7 febbraio scorso (punto 21 del report) che il Comitato per i diritti del fanciullo contesta all’Italia – in questo caso – nei confronti della Giustizia italiana, ma che proseguono, nello stesso documento, anche nei confronti del Governo italiano inadempiente e connivente, a danno di cittadini minorenni italiani “sacrificati al clero” per mero rapporto diplomatico, con uno stato estero, leader nel mondo per la pedofilia: il Vaticano.
Quanto vi racconterò è stato ampiamente documentato e confermato anche da due giornalisti d’inchiesta, Emanuela Provera e Federico Tulli, che ne hanno fatto persino un libro “Giustizia divina” (editore-Chiarelettere)
Tutto ha inizio nell’anno 2014, quando, dopo quattro anni di attività dell’allora neonata Associazione Rete L’ABUSO, iniziano ad arrivare i documenti dei vari casi penali che l’associazione stava seguendo in tutta Italia.
Iniziai a notare, in diversi provvedimenti cautelari delle varie Procure della Repubblica della nostra penisola, che sacerdoti indagati, e costretti ai domiciliari, all’epoca molti di loro finivano in cinque strutture, sparse da nord a sud dell’Italia. Malgrado avessi notato questa cosa, allora non arrivai a nulla di preciso.
Ma nel novembre del 2016, in piena notte e preso dall’euforia, mi chiama il collega dell’associazione veronese degli ex allievi sordi, abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona. Mi comunica che don Nicola Corradi (un prete pedofilo fuggito da Verona nel 1970) è stato arrestato a Mendoza (Argentina). Con lui altre tre persone.
Il collega mi chiede aiuto, hanno trenta anni di carte delle presunte vittime (un centinaio di bambini sordi, oggi adulti, che non hanno mai ottenuto giustizia), dei 27 tra sacerdoti e fratelli laici accusati di abusi nel Provolo di Verona, un infinito carteggio tra loro e la diocesi… ma in quella marea di documenti prodotti, non sapevano da dove partire.
Il faldone era effettivamente enorme e per me incomprensibile, non conoscevo neppure bene i fatti, né i personaggi. Decisi allora di fare una prima cernita, eliminando tutta la documentazione relativa a sacerdoti deceduti, e altri dati in quel momento non rilevati o incomprensibili, che poi rividi successivamente in un contesto più chiaro.
Fu proprio durante quella selezione che ad un certo punto arrivai a don Giuseppe Pernigotti. Mi cadde l’occhio su di lui perché l’Istituto Provolo è una Congregazione di Diritto Pontificio e le congregazionei, in genere, anche quando li trasferiscono, mantengono sempre i sacerdoti al loro interno. Don Pernigotti invece no. Era, a mio avviso stranamente, a Fabrica (VT). Ritenni di dover approfondire.
Cercai su internet e… tombola, al primo colpo scopro che don Pernigotti è il Presidente della FIAS (Federazione italiana assistenza sacerdoti) e mentre navigo nel sito, capito sulle strutture di assistenza FIAS. Mi venne un colpo, erano le stesse strutture che mi ritornavano nei documenti delle varie Procure italiane, le stesse alle quali venivano affidati ai domiciliari i sacerdoti indagati. (Dato confermato dai responsabili delle strutture e contenuto nel libro-inchiesta Giustizia divina)
Decido che la questione debba essere approfondita, ma non so come: un’indagine simile è molto dispendiosa, la Rete L’ABUSO non ha i mezzi.
Passo qualche settimana, incrociando i dati che acquisivo, erano tutti collegati, ma non capivo, finchè non mi chiama il giornalista de LA7 Luca Bertazzoni chiedendomi se avevo qualche caso. Colgo la palla al balzo introducendo don Pernigotti come uno degli accusati dagli ex allievi del Provolo. Dico a Bertazzoni che lo ho trovato a Fabrica, dove, nel frattempo, avevo mandato un nostro associato per verificare che fosse lo stesso Pernigotti del Provolo. Luca Bertazzoni fa il servizio, eccolo
Emerge che don Giuseppe Pernigotti gestisce o, almeno, è a capo di una struttura che da quanto appare assiste sì i sacerdoti, ma favoreggiandoli con una serie di professionisti e di soluzioni che li aiutano a evitare la giustizia civile. Nel proseguo della mia indagine scoprirò che la FIAS è presente in tutta Italia, quella gestita da Pernigotti era solo la sede centrale, il cui sito web scomparì subito dopo il servizio de LA7.
Finalmente, nella mia mente, molti cerchi si erano chiusi e quello che prima era fumoso, adesso era chiarissimo, fin troppo. Ma a chi lo andavo a dire? Sapevo anche che era la stessa Giustizia ad affidare a quelle strutture gli indagati con restrizioni o i condannati.
Grazie però a quel servizio di Bertazzoni, che si era finto un prete pedofilo e al quale don Giuseppe Pernigotti diede un “pizzino” con le indicazioni, nomi e numeri di telefono ai quali rivolgersi, feci un controllo più approfondito. Nel “pizzino” era indicata la Comunità Agape che già conoscevo, ma approfondendo scoprirò qualcosa che mi inquieta. La Comunità ha sede in via Forte Bravetta 338 (nella mappa a lato è indicata dal quadrato viola) e confina con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, il Sindacato Nazionale Autonomo di Polizia e una sede dislocata dei Ministeri di Grazia e Giustizia. Certo che da li, ad avanzare e sostenere che ci fosse una rete di “insabbiamento” gestita dalla chiesa e tollerata dallo Stato italiano, quello che avevo non bastava.
Mentre approfondivo tutto ciò, mi ero più volte confrontato con uno dei due autori del libro, Federico Tulli, una persona che conosco dal 2010, di cui ho stima e fiducia e con il quale mi confronto spesso in quanto è anche molto esperto nella materia, già autore di due libri: “Chiesa e pedofilia” e “Chiesa e pedofilia il caso italiano”.
Federico ed Emanuela già dall’inizio del 2015 avevano iniziato a indagare avviando un’inchiesta giornalistica che durerà quasi TRE anni, visitando di persona queste strutture, intervistando chi le dirige e documentando. Durante la loro inchiesta, il numero delle strutture sale a 18, oggi ne abbiamo individuate 21. (quadrati viola sulla mappa)
Cosa sono queste strutture e in quale modo forniscono al clero l’impunità dal carcere?
(come scoprirete nel libro “Giustizia divina” non solo ai preti pedofili)
Come confermano anche Provera e Tulli, che in quelle strutture ci sono entrati, appaiono come normali pensionati, con le camere da letto, aree comuni, tv ecc. Non vi è nessun controllo delle forze dell’ordine, come normalmente accade a chi è ai domiciliari. Si possono ricevere visite, o almeno nulla lo impedisce.
Si entra e si esce con estrema facilità, come ci conferma anche un gruppo di sacerdoti che, in questo caso, preoccupati del viavai di volti noti alle cronache giudiziarie, nel 2016 ci segnalò la struttura Villa Sacro Cuore (PG).
Ma il caso più clamoroso, che ancora una volta riconferma la criticità nonché la leggerezza delle “detenzioni domiciliari” di cui gode il clero, è il caso di don Ruggero Conti, condannato in via definitiva a 14 anni con l’accusa di aver abusato di 7 bimbi tra i 10 e i 12 anni. Non ha mai fatto un giorno di carcere (motivi di salute), affidato anche lui ad una struttura (che poi scopriremo adibita alla cura degli adolescenti) dalla quale, senza difficoltà, nel settembre 2017 è evaso, con a sua disposizione tanto denaro da permettersi un taxi da Roma a Milano.
Questi sono solo alcuni casi e non sono affatto il motivo per il quale la Rete L’ABUSO è fermamente convinta – a questo punto, come vedremo, fino a prova contraria – che esista tra lo Stato italiano e la Chiesa, un tacito accordo che garantisce al clero l’impunità dal carcere.
Forniamo qualche numero e qualche altro dato
Da come si evince sulla nostra mappa, tolti i sacerdoti ancora in attesa di giudizio, contiamo negli ultimi 15 anni, in Italia, almeno 143 condanne in via definitiva, ignoriamo quale sia il reale sommerso.
Gli autori del libro “Giustizia divina” si sono presi la briga, non solo di verificare quanto sostenevo riguardo alle strutture ma, tolti i carceri minorili e femminili, hanno chiesto alle altre 191 strutture carcerarie italiane, quanti sacerdoti hanno in carico.
Hanno risposto 125 carceri; solo cinque sacerdoti di cui uno solo condannato per pedofilia.
E tutti gli altri, che fine hanno fatto ?
La percezione per l’opinione pubblica è che la giustizia faccia il suo corso e condanni, mentre invece la maggior parte spesso non fa un solo giorno di carcere, anzi, l’anomalia a questo punto sorge su quei 4 più il 5° pedofilo, che hanno avuto in confronto agli altri colleghi, una simile disparità di trattamento.
Ma i “santi” privilegi e le immunità “divine” che lo Stato italiano fornisce al clero, purtroppo non si limitano a questo e i danni alla società, a questo giro, risultano ancora peggiori.
Parlo del c.d. certificato anti pedofilia, dal quale per gentile concessione del legislatore, il clero è esente. Ed è qui che la connivenza tra Stato e chiesa, raschia davvero il fondo del barile perché sulle basi costituzionali è già anomalo che una categoria venga privilegiata con questa esenzione: privilegiare solo i preti sarebbe stato davvero troppo vistoso e così, il nostro legislatore, non ha esentato i preti, ma appunto l’intera categoria alla quale appartengono, il volontariato. Paradossalmente la categoria da sempre più a rischio.
Grazie a questa luminare scelta del legislatore – che giuridicamente si trasforma in responsabile civile – oggi i pedofili, non solo i preti, sanno che lo Stato italiano ha riservato loro, come fertile terreno di caccia, il volontariato.
Continua…
Uno dei nostri consulenti legali, l’avvocato Mario Caligiuri del Foro di Roma (titolare del fascicolo in oggetto) spiega, riguardo al rito canonico, che «In questo modo viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante»
«Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote».
«Pensando al controesame, il dato più inquietante emerge dal versante delle garanzie costituzionali.
La difesa di un sacerdote, già imputato per abusi dal Vaticano, ha il vantaggio di acquisire, prima dell’eventuale processo italiano, la rievocazione narrativa che la vittima darà del fatto storico, i punti deboli su cui calcare la mano, le peculiarità anche caratteriali, la sua realtà emotiva».
Con queste informazioni si ha la possibilità di farla cadere in contraddizione. «Non a caso lo studio reciproco dell’avversario è un dato che gli avvocati curano molto nei processi – conferma Caligiuri -. Siamo pertanto in presenza di una disparità di trattamento in favore dei preti cattolici rispetto a qualsiasi altro cittadino italiano».
L’Italia ha ratificato nel 2012 questo protocollo per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali. Possono aderire anche i Paesi che non fanno parte del Consiglio d’Europa ma il Vaticano non l’ha mai fatto.
Tuttavia, i processi canonici si svolgono nelle diocesi, in terra italiana, e questa è di fatto una violazione da parte della chiesa che, grazie alla complicità delle istituzioni italiane, che fingono di non vedere, trova disattese non solo le garanzie costituzionali dei cittadini, ma anche diversi trattati e convenzioni internazionali alle quali l’Italia ha aderito.
Ma c’è altro a sostegno delle nostre accuse contro lo Stato. Il silenzio complice delle Istituzioni
“Importante estratto tratto dal film Spotlight, al termine cita quelli che nel 2000, come oggi in Italia, erano i centri che la Rete L’ABUSO e il libro Giustizia divina, denunciamo oggi in Italia”. Si cita già all’ora Richard Sipe, che ha lavorato nei centri di cura e che in questo articolo citiamo per il suo rapporto, parte delle “Proiezioni” sul fenomeno in Italia.
Tra i paesi più industrializzati, l’Italia è l’unica che non ha mai ritenuto – malgrado i dati impressionanti che emergono dagli altri paesi – di dover quantificare l’entità del fenomeno.
Il collega irlandese Mark Vincent Healy, esperto di statistiche, sulla base dei dati emersi dalle commissioni governative di inchiesta effettuate in tutto il mondo ha prodotto una proiezione del dato italiano, la portata degli abusi in Italia ha il potenziale per essere il più grande di qualsiasi paese.
Eppure non sono mancati da parte nostra gli stimoli e i solleciti al Governo ad affrontare il problema.
–Il 27 settembre 2017, grazie al Deputato Matteo Mantero, la Rete L’ABUSO riesce a depositare in Italia la prima interrogazione parlamentare indirizzata a PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI, MINISTERO DELL’INTERNO, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI E DELLA COOPERAZIONE INTERNAZIONALE. Ad oggi, nessuna risposta, l’interrogazione giace ancora sul sito della Camera dei Deputati.
–Il 19 febbraio 2018, tramite l’avvocato Mario Caligiuri, la Rete L’ABUSO invia una diffida alle seguenti istituzioni; PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA , PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI , CENTRO REGIONALE DI INFORMAZIONE DELLE NAZIONI UNITE – COMITATO ONU PER I DIRITTI DEL FANCIULLO, PRESIDENZA DELLA 12ª COMMISSIONE AFFARI SOCIALI.
Anche in questo caso non vi sarà alcuna risposta da parte delle Istituzioni italiane.
–Il 18 ottobre 2018, sempre l’Avvocato Mario Caligiuri, per conto della Rete L’ABUSO, denuncia all’Autorità Giudiziaria il Governo, sulla base della mancata risposta e per le conseguenti gravi inadempienze dello Stato ai danni di cittadini minorenni, già note dalle precedenti comunicazioni.
Pochi giorni dopo, sarà archiviato anche questo fascicolo. Malgrado contenesse notizia di reato, la Procura si limitata, nelle motivazioni, ad archiviare per incompetenza territoriale.
Il 7 febbraio 2019, il Comitato per i diritti del fanciullo della Nazioni Unite, ci ha dato ragione, contestando allo Stato Italiano i punti che riportiamo di seguito, che riguardano unicamente la materia che Rete l’ABUSO, per Statuto, persegue. (qui il testo integrale in italiano)
Riportiamo in video anche l’intervento del Membro del Comitato Onu Jorge Cardona che ha sollevato il tema durante i 2 giorni di seduta. L’intervento è molto breve, lo Stato italiano, anche in quella sede non ha dato risposte, ma si è limitato ad esporre, come provvedimenti, gli stessi punti oggetto della contestazione.
Di seguito, al punto 21 delle raccomandazioni del Comitato per i diritti del fanciullo, quanto contestato all’Italia dalle Nazioni Unite. Qui i punti sollevati nel nostro “Report Giustizia sul caso Italia” relatore per Rete L’ABUSO Francesco Zanardi.
Sfruttamento e abuso sessuale
21. Accoglie favorevolmente il piano nazionale per la prevenzione e la lotta contro gli abusi e lo sfruttamento sessuale dei bambini 2015-2017 e la rivitalizzazione dell’Osservatorio per contrastare la pedofilia e la pornografia infantile, il Comitato è preoccupato per i numerosi casi di bambini vittime di abusi sessuali da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica nel territorio dello Stato Membro e per il basso numero di indagini criminali e azioni penali da parte della magistratura italiana. Con riferimento alle sue precedenti raccomandazioni (CRC / C / ITA / CO / 3-4, par. 75) e al commento generale n. 13 (2011) sul diritto del bambino alla libertà e contro tutte le forme di violenza nei suoi confronti e prendendo atto dell’Obiettivo 16.2 per lo Sviluppo Sostenibile, il Comitato raccomanda all’Italia di:
(a) Adottare, con il coinvolgimento attivo dei bambini, un nuovo piano nazionale per prevenire e combattere l’abuso e lo sfruttamento sessuale dei bambini e assicurarne l’uniforme implementazione su tutto il suo territorio e a tutti i livelli di governo;
(b) Istituire una commissione d’inchiesta indipendente e imparziale per esaminare tutti i casi di abuso sessuale di bambini da parte di personale religioso della Chiesa Cattolica;
(c) Garantire l’indagine trasparente ed efficace di tutti i casi di violenza sessuale presumibilmente commessi da personale religioso della Chiesa Cattolica, il perseguimento dei presunti autori, l’adeguata punizione penale di coloro che sono stati giudicati colpevoli, e il risarcimento e la riabilitazione delle vittime minorenni, comprese coloro che sono diventate adulte;
(d) Stabilire canali sensibili ai bambini, per i bambini e altri, per riferire sulle violenze subite;
(e) Proteggere i bambini da ulteriori abusi, tra l’altro assicurando che alle persone condannate per abuso di minori sia impedito e dissuaso il contatto con i bambini, in particolare a livello professionale;
(f) Intraprendere tutti gli sforzi nei confronti della Santa Sede per rimuovere gli ostacoli all’efficacia dei procedimenti penali contro il personale religioso della Chiesa Cattolica sospettato di violenza su minori, in particolare nei Patti Lateranensi rivisti nel 1985, per combattere l’impunità di tali atti;
(g) Rendere obbligatorio per tutti, anche per il personale religioso della Chiesa Cattolica, la segnalazione di qualsiasi caso di presunta violenza su minori alle autorità competenti dello Stato Membro;
(h) Modificare la legislazione che attua la Convenzione di Lanzarote in modo da garantire che non escluda il volontariato, compreso il personale religioso della Chiesa Cattolica, dai suoi strumenti di prevenzione e protezione.
Con il Motu Proprio, papa Francesco conferma l’impunità dal giudizio penale per i sacerdoti che abuseranno di minori al di fuori dello Stato del Vaticano e delle ambasciate.
Sarebbe opportuno, oltre che dovere di cronaca, per dovere costituzionale, che la stampa chiedesse conto allo Stato di questa grave situazione. Ma tranne il settimanale Left che in questi anni ha dato visibilità al caso, tutto tace, malgrado le nostre denunce.
Francesco Zanardi
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Don Ruggero Conti è stato condannato in via definitiva per violenza sessuale su minori: non ha scontato un giorno di prigione, mentre le sue vittime non hanno avuto conforto o risarcimento. Assordante il silenzio del superiore del prete
Antonio Rossitto
Fascicolo 4866 del 2008. L’asettico numero seriale cela il più fragoroso processo italiano a un prete per abusi su minorenni. Sette vittime, decine di testimoni e migliaia di atti. Da cui, ancora una volta, affiorano le reticenze e le omissioni di una curia. L’imputato si chiama don Ruggero Conti: lombardo di Legnano, amico di politici ed economo della sua diocesi. A quel tempo è il carismatico e influente parroco di una chiesa di Selva Candida, al di là del Grande raccordo anulare che abbraccia la capitale. L’inchiesta della Procura di Roma si trasforma in un eclatante caso giudiziario. Che porta, nel 2015, alla più grave condanna definitiva mai comminata dalla giustizia italiana a un religioso accusato di pedofilia: 14 anni e due mesi di carcere.
Eppure il sacerdote non è mai entrato nelle patrie galere. Anzi, a settembre 2017 è perfino evaso dai domiciliari, concessi in una clinica laziale, tentando una rocambolesca fuga in taxi. Infine, le ultime aggravanti: nessun risarcimento versato alle vittime e nemmeno una parola di conforto per i minori violati. Nonostante tutto sia accaduto alle porte del Vaticano. O, magari, proprio per questo.
Sotto gli orrori, un manto di protezione
Chiesa della Natività di Maria Santissima, periferia di Roma, 30 giugno del 2008: don Conti, 54 anni all’epoca, viene arrestato mentre è in partenza, con alcuni ragazzi, per la Giornata mondiale della gioventù di Sydney. La Procura di Roma, nei mesi seguenti, comincia a sentire testimoni. Scoprendo, sotto gli orrori, un manto di protezione. Emerge già dalla deposizione di Gino Reali, il vescovo di Porto-Santa Rufina, la diocesi romana sotto cui ricade la chiesa di Selva Candida. Il 1° dicembre 2008 il pm Francesco Scavo Lombardo convoca il monsignore.
Il prelato ammette di aver appreso già nel settembre 2006 dei comportamenti equivoci di don Conti. Confermati due mesi dopo dal vice parrocco della Natività di Maria Santissima, Don Claudio Peno Brichetto. Che il vescovo, però, considerò inaffidabili. Anche le parole di altri tre ragazzi, tra i quali il responsabile dell’oratorio e alcuni dei giovani abusati, furono prese con le molle. «È chiaro che non posso nemmeno andar dietro a tutte le voci» si giustifica monsignor Reali con il magistrato, riferendosi a quegli incontri. «Io faccio il vescovo, non è che faccio il giudice istruttore… Non sono riuscito a trovare dei riscontri che potessero portarmi a un provvedimento di trasferimento». E aggiunge: «Noi oggi abbiamo anche l’impegno molto grande di salvare la buona fama della Chiesa. Lei non ha idea di quante accuse vengono fatte. E alcune non hanno alcun “fundamentum in re”, come si diceva una volta».
Già, «la buona fama della Chiesa». Nessuno, quindi, viene avvertito. E don Conti continua ad abusare dei giovani parrocchiani. Persino in seguito al suo arresto, la curia non prende provvedimenti. «Da un punto di vista canonico noi aspettiamo quello che viene fuori dalle indagini della Procura» spiega il vescovo al pm Scavo Lombardo. «Quindi, in questo momento, siamo perfettamente fermi».
Riassumendo: nel 2008 la diocesi, nonostante l’arresto per supposta pedofilia di un suo influente sacerdote, decide di stare a guardare. Fino a quando la giustizia non dimostrerà le violenze: al di là di ogni ragionevole dubbio. Una Chiesa, dunque, che interviene solo dopo la giustizia penale. Ovvero: quando non può farne a meno. Una condotta che negli anni scorsi è diventata metodo. Come dimostrano i casi raccontati da Panorama nelle scorse puntate di questa inchiesta.
Il caso di don José Poveda Sanchez
La deposizione di monsignor Reali trabocca di eccesso di cautela. Nel settembre 2005 alcuni genitori avevano informato monsignore che un altro prete, don José Poveda Sanchez, molestava telefonicamente alcuni ragazzini. In udienza il pm romano chiede al vescovo anche di questo precedente. Gli legge messaggi dall’inequivocabile tenore: «Pezzo di culo, vieni stasera». Oppure: «Ciao, culetto d’oro». Reali, ricevuta la scomoda segnalazione, spiega al magistrato di aver convocato il religioso spagnolo. «Mi promise che sarebbe cambiato… Ma qualche mese più tardi fui avvisato che c’era stato invece un nuovo messaggio. Lo richiamai e lo invitai a lasciare la parrocchia. Lui allora chiese di rientrare in Spagna». Anche questa, una prassi consolidata: i preti sospetti vengono spostati da una sede all’altra, sperando di sopire denunce e scandali.
Monsignor Reali, quindi, invia nel 2005 una lettera a Joaquín María López de Andújar, all’epoca vescovo di Getafe, la diocesi vicino Madrid che accoglierà don Poveda Sanchez. Ma si guarda bene dal segnalare i precedenti del sacerdote. Anzi, spiega il pm in udienza, «scrive una sorta di raccomandazione al suo pari grado a Madrid: “Persona a posto, brava, che si recava in Spagna per accudire la madre malata”». Tre anni dopo emerge che il prete iberico viene indagato per gli abusi sessuali su quattro ragazzini. Il parroco è così costretto ad ammettere i suoi precedenti con la curia di Getafe. I pm romani ricostruiscono però anche l’omissione di un altro monsignore: Carlo Galli, all’epoca prevosto di Legnano. A lui, nel 2005, un uomo aveva raccontato di aver subito violenza sessuale proprio da don Conti. Un’informazione che, però, il monsignore aveva tenuto per sé. Salvo poi riferirla al vescovo Reali, dopo aver appreso dell’arresto del parroco di Selva Candida.
Il processo a don Ruggero Conti
Il processo a don Conti comincia nel giugno 2009. Tra le parti civili c’è la onlus «Caramella buona», che ha contribuito ad avviare l’inchiesta, con il suo presidente, Roberto Mirabile. Così come Mario Staderini, consigliere municipale romano e futuro segretario dei Radicali italiani: rappresenta il Comune di Roma, che ha rinunciato a entrare nel procedimento (lo farà solo in seguito). All’epoca il sindaco della capitale è Gianni Alemanno: e in campagna elettorale, don Conti è stato il suo garante «per la famiglia e le periferie».
Il 1° dicembre 2009 M.Z. è sul banco dei testimoni. Rivela di essere andato da Reali, assieme al responsabile dell’oratorio. E di avergli raccontato degli abusi subiti. Ma il vescovo gli avrebbe replicato: «Non fatevi mettere idee in testa dalla voci che sentite». Il giovane, in Tribunale, aggiunge: «La risposta non c’era piaciuta, il modo in cui l’aveva detto. Quasi per dire: “Non hai le prove, come fai a sostenere una cosa del genere?”. Ma la prova ero io. E quindi mi sono sentito abbandonato». Insomma, sintetizza: «Lui non ci credeva».
Lo stesso 1° dicembre 2009 depone M.F.. Ricorda di aver scritto una lettera, in cui ricostruiva le violenze a cui era stato sottoposto, e di averla portata al monsignore. Che gli suggerì «di fare una denuncia alle autorità». Una strada che, però, il parrocchiano non aveva voluto intraprendere. È lo stesso Reali a spiegarlo ai giudici nell’udienza del 20 maggio 2010. Il monsignore chiarisce anche di non aver voluto avviare un’«indagine previa» interna. E di avere contattato «solo informalmente» la Congregazione per la dottrina della fede, l’organismo vaticano che istruisce i processi canonici contro i preti pedofili.
La condanna al carcere, mai eseguita
I giudici romani sentono pure il primo accusatore di Ruggero Conti, don Peno Brichetto, suo vice nella chiesa di Selva Candida: nel 2007 aveva scritto una lettera alla stessa Congregazione per segnalare i comportamenti del parroco. Viene però convocato in Vaticano solo dopo l’arresto del sacerdote: «Mi hanno detto che loro operano solo se c’è l’invio di una documentazione. Infatti hanno confermato che Reali non ha mandato nulla: né prima né dopo il 2008». Morale: solo nel 2011 il sacerdote sarà sospeso «a divinis» dal sacerdozio. Quasi un buffetto. A maggio dello stesso anno, infatti, l’ex parroco della Natività di Maria Santissima viene condannato a 15 anni e 4 mesi: violenza sessuale aggravata su sette minori tra il 1998 e il 2008. Deve anche pagare 271 mila euro alle parti civili.
In appello, nel maggio 2013, prescritti alcuni reati, la pena scende a 14 anni e due mesi. Due condanne, nessun risarcimento. Così il 28 giugno 2013 gli avvocati Giacomo Tranfo e Guido Lombardi, che assistono uno dei ragazzi, scrivono al cardinale Agostino Vallini, vicario del Papa per la diocesi di Roma, chiedendo un appuntamento. La replica del prelato arriva dieci giorni dopo: «Rispondo alla sua cortese lettera relativa alle difficoltà che incontra il giovane F.B., che dice di essere vittima di abusi da parte di don Ruggero Conti». Consiglia poi di rivolgersi al vescovo Reali, che però non darà mai riscontro ai due legali.
«Dice di…», scrive il cardinale Vallini: evidentemente due gradi di giudizio non sono ritenuti sufficienti alla Chiesa per dubitare di uno dei suoi pastori. Anche la Cassazione, però, nel maggio 2015 conferma la condanna all’ex parroco di Selva Candida: 14 anni e due mesi. Una delle pene più severe mai comminate dalla giustizia italiana alla Chiesa.
Eppure don Conti non è mai entrato in carcere. Precarie condizioni di salute. Che però non gli impediscono di tentare la fuga nel settembre 2017 da una casa di cura. I carabinieri lo ritrovano a Milano, in un’altra struttura sanitaria. Da quel momento, di lui s’è persa ogni traccia. Niente galera, niente risarcimenti, niente scuse. E quella frase, pronunciata in aula da un vescovo, a far da epitaffio: «Dobbiamo salvare la buona fama della Chiesa».
Don Ruggero Conti, già insegnante di educazione sessuale a Legnano, è stato condannato in via definitiva ma non ha mai scontato la pena in carcere
di CRISTIANA MARIANI
Legnano (Milano), 19 dicembre 2018 – Il carcere pare essere destinato a rimanere un tabù per don Ruggero Conti, religioso sospeso “a divinis” dal sacerdozio nel 2011 che è stato condannato in via definitiva a 14 anni per pedofilia e la cui pena è poi diventata di 11 anni e 10 mesi per prescrizione. «Abbiamo appreso che l’ex parroco don Ruggero Conti, condannato in giudicato per violenze su sette ragazzini tra i 13 e i 17 anni, è stato di nuovo scarcerato e si trova ai domiciliari in un istituto religioso, nonostante sia già evaso dai domiciliari a settembre del 2017 (scappando in taxi fino a Milano dalla clinica vicino Roma dove era ricoverato) e nonostante l’esito dell’ultima perizia psichiatrica richiesta nell’autunno del 2017 dal tribunale di Roma che definisce il prete un simulatore e manipolatore in condizioni di salute compatibili con i centri clinici interni dei penitenziari» è l’allarme lanciato da Roberto Mirabile e Nino Marazzita dell’associazione La caramella buona onlus che ha rappresentato in tribunale diverse persone che sarebbero state abusate proprio dal religioso.
«Chiediamo a questo punto una risposta chiara e univoca anche da parte delle istituzioni italiane rispetto alle istanze di giustizia dei ragazzi abusati da don Conti e delle loro famiglie, le quali non hanno mai ottenuto né dal sacerdote né per suo conto dalla Curia o dalla Santa Sede il risarcimento che il prete è stato condannato dai giudici a pagare».
Oltre il danno, l’ennesima beffa quindi per le vittime degli abusi, sanciti tali dal tribunale, commessi dal religioso. Nessun risarcimento – l’uomo risulterebbe nullatenente – e neanche un giorno di carcere per una persona che è stata condannata in via definitiva. Don Ruggero Conti, che era stato parroco a Selva Candida a Roma ma ancora prima insegnante di educazione sessuale a Legnano, era stato arrestato nel 2007 con l’accusa di essere stato il responsabile di abusi su diversi minori. Poi è arrivata la condanna. E poco dopo essa anche un’evasione: il religioso è fuggito in taxi da una clinica di Roma a una di Milano. Nel Legnanese, infatti, l’uomo ha diversi parenti e quindi probabilmente riteneva più comodo «avvicinarsi a casa». Ora i domiciliari in una struttura religiosa. «Chiediamo giustizia e imploriamo l’intervento di Papa Francesco» affermano i vertici della onlus La caramella buona.