Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: Ruggero Conti

  • Note a margine della presentazione di “Giustizia divina” –  l’impunità che lo Stato fornisce al clero (video)

    Note a margine della presentazione di “Giustizia divina” – l’impunità che lo Stato fornisce al clero (video)

    Ho trovato “Giustizia divina” un libro davvero molto interessante e ricco di dati inediti attualissimi e soprattutto con una ottima tecnica di indagine, non la solita, in genere fatta su documentazione acquisita o informazioni giornalistiche di vario genere.

    Gli autori, Emanuela Provera e Federico Tulli partono da un’iniziale raccolta di informazioni documentali, che però non usano o, almeno, le usano per poi approfondire recandosi di persona in quei luoghi, facendo domande dirette e raccogliendone anche le impressioni. Da vittima, ma in questo caso soprattutto da tecnico, Presidente di un’associazione di sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, quanto raccolto dagli autori fa emergere qualcosa di inquietante sul piano dell’applicazione della giustizia.

    La scrupolosa inchiesta, inizia a raccogliere dati interpellando le 191 case circondariali esistenti sul suolo italiano per censire, capire quanti sacerdoti siano effettivamente nelle carceri del nostro paese. Dalle risposte ottenute dai due giornalisti (su 191 case circondariali hanno risposto 125), risultano nelle carceri italiane 5 soli sacerdoti e, di questi, uno solo agli arresti per pedofilia.

    Il dato oltre che stupire fa sorridere. Basta andare sul sito della Rete L’ABUSO per vedere che nell’ultimo decennio, solo in Italia, i sacerdoti condannati in via definitiva, e solamente per reati di pedofilia, sono più di 140, l’ovvia domanda è: che fine hanno fatto ?

    Si scopre che finiscono in strutture parallele che la chiesa definisce “per sacerdoti in difficoltà”, strutture nelle quali troviamo non solo sacerdoti agli arresti domiciliari per reati di vario genere, anche la pedofilia. Questi sacerdoti, malgrado l’effettiva condanna, non vivono un regime carcerario e neppure una vera detenzione domiciliare, vivono tranquillamente a contatto con altri confratelli, con problemi molto spesso differenti, quali dipendenza, depressione, ritiro spirituale ecc.

    Prima dell’inchiesta avevamo individuato 5 di queste strutture, oggi arriviamo a più di 20. Provera e Tulli, nella sostanza, scoprono e documentano (in un contesto carcerario) che la chiesa si è sostanzialmente creata, nell’indifferenza dello Stato italiano che la lascia fare, dei “non carceri” per detenuti di “serie A” che definisco con estrema tranquillità “simbolici”, ai quali, sono gli stessi tribunali italiani che affidano ai domiciliari i membri del clero.

    Luoghi frequentati anche da persone che, per lo Stato, sono liberi cittadini e che non dovrebbero stare a contatto con chi sconta una pena. Luoghi senza alcun controllo: si entra, si esce, c’è la TV, internet, insomma come andare agli arresti “in vacanza”…

    È bene ricordare che, soprattutto per la pedofilia, esiste un alto e concreto pericolo di reiterazione del crimine e che la comunità scientifica paragona il profilo del pedofilo a quello dei serial killer, ci si chiede in questa condizione quale sia la tutela prevista dallo Stato nei confronti dei cittadini.

    Affidi fatti dagli stessi Tribunali, ma nessuno poi controlla, come accaduto nell’ottobre 2017, quando don Ruggero Conti, affidato per motivi di salute ad una struttura – che drammaticamente scopriremo anche essere adibita  al trattamento ESTENSIVO per Adolescenti  – ad un bel momento ha deciso di lasciare il Lazio e farsi un giro a Milano. E così ha fatto, ha telefonato a un taxi e con sufficiente denaro a disposizione per pagarlo, si è messo in viaggio.

    Emerge quindi dall’indagine di Provera e Tulli, l’evidenza  che esista una categoria di cittadini, ai quali lo Stato concede privilegi e lascia fare senza porsi troppe domande, uno Stato che è difficile immaginare che non sappia. Infatti, proprio una di queste case che definirei per detenuti di “serie A”, la comunità AGAPE di Roma, sorge proprio a pochi passi da un’immobile di proprietà del Ministero di Grazia e Giustizia, Amministrazione Carceraria.

    Dopo 10 anni passati ad occuparmi di chiesa, ne ho viste tante che tutto ciò poco mi stupisce da parte del clero. Mi preoccupa invece la posizione dello Stato italiano. Ci ricordiamo la Costituzione Italiana? Qui è evidente non solo che lo Stato palesemente violi i diritti costituzionali dei cittadini – persino quelli dei pedofili – creando tra loro una disparità, cioè permettendo ai soli membri del clero cattolico, di privilegiarsi di un tacito “diritto” non previsto dai Patti Lateranensi, un diritto che di fatto spesso gli garantisce questa sorta di immunità, in palese sfavore delle vittime alle quali lo Stato non fornisce oltre alla giustizia, alcun tipo di aiuto.

    Anche se non ci fa desistere, un boccone amaro per chi come me crede nella legge e nella giustizia, e nella legalità, con civiltà da anni si batte per contrastare questo fenomeno in particolare, dover prendere atto che quella giustizia alla quale ci appelliamo, è la stessa che in parte ostacola la punibilità del clero.

    Zanardi

  • Don Ruggero Conti, le vittime degli abusi scrivono al Papa

    Don Ruggero Conti, le vittime degli abusi scrivono al Papa

    Non finisce di far discutere don Ruggero Conti, il prete pedofilo condannato a 11 anni di carcere, evaso il 26 settembre dell’anno scorso dalla clinica di Genzano dove era ricoverato e ritrovato dai carabinieri tre giorni dopo a Villa Turro, struttura sanitaria dell’ospedale San Raffaele di Milano.

    Il don, prima del ricovero ad agosto 2017 nella clinica Von Siebenthal di Genzano, stava scontando la sua pena agli arresti domiciliari nella Tuscia, nella sua casa di Farnese.

    A più di un anno da quella rocambolesca fuga, l’ex prelato originario di Legnano non ha ancora scontato un giorno di carcere perché le sue condizioni di salute non sono compatibili con il regime carcerario. Attualmente è ricoverato in una clinica. E le vittime degli abusi non hanno ancora visto un euro di risarcimento.

    Per questo, assistite dall’associazione ”La caramella buona onlus” – che di vittime ne ha difese due ed è stata parte civile nel processo – hanno deciso di rivolgersi direttamente a Papa Francesco.

    ”Fra le vittime dei suoi abusi ci sono persone che sono in terapia da vent’anni. Terapia che comporta dei costi, che nessuno ha mai risarcito”, ha dichiarato a Il Giorno Roberto Mirabile, presidente de La Caramella Buona.

    ”La Curia deve farsi carico dei propri ‘dipendenti’ – ha continuato – e quindi deve prendere consapevolezza del fatto che quello della pedofilia fra i religiosi sia un problema da affrontare in modo serio anche in Italia. Non sono anticlericale, anzi. Credo però che i problemi vadano affrontati con determinazione e senza paura”.

    L’associazione ha quindi scritto una lettera al Santo Padre. ”Lo scandalo della pedofilia di alcuni preti in Italia è enorme – ha concluso Mirabile – e non può più essere taciuto”.

    Chi è Don Ruggero?

    Parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima, nella zona di Selva Candida (Roma), Ruggero Conti era stato, nel 2008, anche il garante delle ”Politiche per le periferie e per la famiglia” dell’ex sindaco Gianni Alemanno.

    Poi l’accusa di aver abusato di 7 adolescenti che gli erano stati affidati, sia nell’oratorio della chiesa dove svolgeva la missione sia in alcuni campi estivi, e l’arresto poco prima della partenza per un viaggio in Australia.

    Don Ruggero finì nell’inchiesta del sostituto procuratore Francesco Scavo con l’accusa di violenza sessuale su minori e induzione alla prostituzione. Nel 2008 è stato sottoposto a divieto dell’esercizio pubblico del ministero e, nel 2011, sospeso ”a divinis”.

    In primo grado era stato condannato a 15 anni e 4 mesi, pena ridotta in appello a 14 anni e 2 mesi ma solo per la prescrizione di tre episodi contestati.

    http://www.viterbonews24.it/news/don-ruggero-conti,-le-vittime-degli-abusi-scrivono-a-papa-francesco_89064.htm

  • Legnano, le vittime di don Ruggero Conti scrivono al Papa

    Legnano, le vittime di don Ruggero Conti scrivono al Papa

    Il sacerdote non le ha ancora risarcite dopo la condanna per abusi sessuali su minori

    Don Ruggero Conti, condannato per abusi, non ha ancora risarcito.

    Le vittime di don Ruggero Conti si rivolgono al Pontefice

    Don Ruggero Conti è stato condannato per abusi sessuali su minori. Le vittime attendono ancora oggi un risarcimento. Come riportato nel servizio su Settegiorni Legnano Altomilanese in edicola con intervista al presidente,  l’associazione «La caramella buona onlus» (che di vittime ne ha difese due ed è stata parte civile), si rivolgerà a Papa Francesco dove chiederà al Santo Padre di occuparsi anche di questo caso.
    Don Ruggero, oggi sospeso a divinis, è nato e cresciuto a Legnano dove era stato animatore all’oratorio di S.Magno e insegnante di educazione sessuale alle scuola Bonvesin de La Riva. E’ stato stato condannato nel 2015 in via definitiva per abusi su minori quando era sacerdote nella parrocchia Santa Selva di Roma. Prescritti i casi sulle vittime legnanesi.

    https://settegiorni.it/cronaca/legnano-vittime-don-ruggero-conti-papa/

  • Legnano: prete pedofilo, nessun risarcimento alle vittime

    Legnano: prete pedofilo, nessun risarcimento alle vittime

    Don Ruggero Conti, condannato per abusi sui minori, non ha ancora scontato neppure un giorno di carcere

    di CRISTIANA MARIANI

    Legnano (Milano), 29 agosto 2018 – Condannato in via definitiva a 14 anni– la pena è poi diventata di 11 anni e 10 mesi per prescrizione -, mai un giorno di carcere scontato e nessuna spesa pagata. Nè quelle processuali nè, tantomeno, i risarcimenti alle vittime degli abusi. Quello di don Ruggero Conti è un caso che non cessa di far discutere ormai da oltre dieci anni. L’ormai ex sacerdote – è stato sospeso «a divinis» dal sacerdozio nel 2011 -, parroco a Selva Candida a Roma ma ancora prima insegnante di educazione sessuale a Legnano, era stato arrestato nel 2007 con l’accusa di essere stato il responsabile di abusi su diversi minori. Il religioso nel corso degli anni è passato attraverso tutti i gradi di giudizio, fino alla condanna definitiva a 14 anni e due mesi. La condanna è stata poi ridotta a 11 anni e 10 mesi, ma non è mai stata scontata. «Si è persino concesso il lusso di fuggire in taxi da Roma a Milano per farsi ricoverare in una clinica» tuona Roberto Mirabile, presidente de La caramella buona.

    La onlus ha seguito da vicino le vicende di don Ruggero Conti, occupandosi anche della tutela di due delle sette vittime accertate degli abusi del prelato. Prelato che a oggi non ha neppure risarcito le vittime delle violenze. «Attualmente don Conti è in una clinica, perché sostiene di non poter andare in carcere per motivi di salute – aggiunge Mirabile -. Fra le vittime dei suoi abusi ci sono persone che sono in terapia da vent’anni. Terapia che comporta dei costi, che nessuno ha mai risarcito». L’associazione La caramella buona si rivolge quindi a chi, di fatto, rappresenta l’ente superiore dell’attività «professionale» di don Ruggero Conti. «La Curia deve farsi carico dei propri «dipendenti» – sottolinea Mirabile – e quindi deve prendere consapevolezza del fatto che quello della pedofilia fra i religiosi sia un problema da affrontare in modo serio anche in Italia. Non sono anticlericale, anzi. Credo però che i problemi vadano affrontati con determinazione e senza paura. Per questo ci rivolgeremo direttamente a Papa Francesco». Nei prossimi giorni, infatti, l’associazione scriverà una lettera proprio al Santo Padre. «Lo scandalo della pedofilia di alcuni preti in Italia è enorme – afferma il presidente della onlus – e non può più essere taciuto».

  • Pedofilia, il prete condannato non paga i danni

    Pedofilia, il prete condannato non paga i danni

    Don Ruggero Conti – Ha preso 14 anni, sfugge al carcere per “depressione” e la Curia non risarcisce le vittime

    di Angela Camuso

    Il Papa chiede perdono per i preti pedofili ma chissà se muoverà un dito per i ragazzi violentati dal sacerdote protagonista del più clamoroso caso di abusi sessuali in Italia. L’ex parroco della borgata romana di Selva Candida, don Ruggero Conti, 63 anni, all’epoca dei fatti anche economo della Curia di Santa Rufina è stato condannato nel 2015 in via definitiva a 14 anni e due mesi di carcere per aver violentato 7 minorenni (esclusi altri casi prescritti). I poveretti non hanno ottenuto neppure un euro di risarcimento, né dal sacerdote né dalla Curia.

    E il loro carnefice non è mai stato in galera escluso un periodo durante le indagini preliminari. Il pedofilo in questione infatti, già delegato alle politiche della famiglia dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno, dopo essere stato arrestato una prima volta, nel 2008, si è visto ripetutamente concedere dal tribunale di Sorveglianza di Milano gli arresti domiciliari per motivi di salute.

    “Depressione”, è la diagnosi. Fatti i conti, nonostante lo scandalo sia scoppiato dieci anni fa, il prete ha vissuto dietro le sbarre per meno di due anni. Poi sempre in convento o in clinica.

    Nel settembre scorso il Tribunale si sorveglianza di Roma, quando don Conti era in una casa di cura nei pressi della Capitale, aveva deciso che le sue condizioni fossero compatibili con il carcere e aveva mandato i carabinieri in clinica per arrestarlo. Don Ruggero però nottetempo era evaso, salendo a bordo di un taxi con destinazione Milano. Giunto nel capoluogo lombardo, il prete si era presentato al pronto soccorso del San Raffaele accusando un malore. Così era entrato nella giurisdizione del tribunale di Milano a esprimersi in merito alla sua salute ed è di nuovo ai domiciliari in una clinica lombarda, peraltro vicino ai suoi familiari dal momento che il prete è di Legnano.

    Don Conti, secondo sentenza, è tenuto a risarcire i ragazzini che violentò, all’epoca fra i 13 e i 17 anni, per complessivi 230.000 euro. Le altre parti civili (le famiglie degli abusati e l’associazione antipedofilia “Caramella buona”, che ha assunto la difesa delle vittime) attendono 57.000 euro. Il prete si è dichiarato nullatenente. Muro di gomma dalla Diocesi di Roma, a cui gli avvocati di uno dei ragazzi violentati si erano rivolti in via bonaria con una lettera all’allora vicario di Sua Santità, cardinale Agostino Vallini. L’arcivescovo aveva risposto che l’affare era di competenza della Curia di Santa Rufina di cui era economo lo stesso don Ruggero e a capo della quale è rimasto lo stesso vescovo indagato e poi prosciolto dall’accusa di aver coperto il prete pedofilo: monsignor Gino Reali, che ricevette più volte segnalazione e persino la denuncia scritta a mano da parte di un ragazzo ma non denunciò don Ruggero, anzi lo riconfermò parroco.

    “È una vergogna. Il Papa non potrà affrontare il problema della pedofilia nella Chiesa fin quando non avrà il coraggio o la forza di affrontarlo in Italia – dichiara Roberto Mirabile, presidente e fondatore di Caramella Buona –. Sono convinto che il Papa subisca fortissime pressioni in Vaticano affinché in Italia non si apra il Vaso di Pandora, perché scoppierebbe il pandemonio”.

    (trascrizione da IL FATTO QUOTIDIANO del 28 agosto 2018)

    https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/pedofilia-il-prete-condannato-non-paga-i-danni/

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

    Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

    Il rapporto annuale della campagna “Indifesa” di Terre des Hommes sui reati contro i minori ha rilevato che, nel 2016 in Italia, ogni giorno più di due bambini subiscono una violenza sessuale.Oltre 950 minori ogni anno. Un numero che sale del 6 per cento (rispetto all’anno precedente) raggiungendo i 5000 minori se si considerano anche le vittime di crimini non a sfondo esclusivamente sessuale. Le bambine costituiscono quasi il 60 per cento delle vittime. Percentuale che cresce ancora di più nella fase preadolescenziale. Raddoppia anche il numero degli omicidi volontari: da 13 a 21 minori, di cui il 62 per cento sono bambine e ragazze adolescenti.

    Nella serie di articoli riguardanti il legame fra pedofilia e alcuni esponenti della Santa Sede non si può non prendere in considerazione la voce di chi ha subito, di chi ha sopportato i disturbi degli altri sulla propria pelle. Di chi ha inciso nel proprio avvenire gli errori altrui, di chi ha imparato a guardare le persone in maniera disincantata, quando ancora l’incanto avrebbe dovuto essere vita. Sono i bambini fragili e sopravvissuti che si approcciano alla vita con un dolore troppo forte da sopportare perfino per un adulto, sono le piccole-grandi esistenze che trovano, a modo loro, la strada da percorrere, sono la prospettiva stravolta fuori dall’ordinario. Abuso significa anche sottrazione della libertà personale. Chiunque subisca una violenza fisica o sessuale ne riporta i segni a livello mentale e coscienziale, perché ad essere intaccata non è la mera fisicità, ma la dignità per prima. L’abuso implica una passività forzata, dunque un paradosso che condizionerà il modo di vivere delle vittime, mettendone a repentaglio non solo la formazione della personalità, ma la stessa costruzione dell’identità. Dalle parole di Marco, un ragazzo che racconta gli abusi subiti da bambino, durante il terzo convegno sulla pedofilia: «l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. Condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni».

    Sopravvivere a quel dolore significa abituarsi al sospiro lento del respiro sospeso, all’insofferenza verso gli altri e verso se stessi, alla paura di gettare la maschera e lasciarsi vedere. Il nascondimento diventa la regola, l’estraneazione da se stessi la prassi. Lo smarrimento è totale così come il senso di colpa. La realtà è confusa e altalenante, instabile e sporca. Ambigua. Qual è il potere dei grandi? Cosa possono fare e cosa no?

    Un bambino non sa nominare e definire ciò che subisce: si limita a subirlo, appunto. Per questo l’elaborazione dell’accaduto è molto più complessa e lunga, rispetto ad un abuso avvenuto in età adulta. Non si può dare un nome a ciò che ancora non si conosce, tanto meno capirne razionalmente le implicazioni. Si vivono e basta. Se ne possono avvertire soltanto le sensazioni, ciò che resta dell’atto sul corpo e nella coscienza. L’abuso stravolge i tempi della crescita: li anticipa da una parte e li rallenta dell’altra, perché realizza una totale discrepanza fra il vissuto e il subìto, che solo con il passare degli anni diminuisce, senza mai annullarsi. Vivere è per definizione partecipazione attiva, perché è decisione. Nella violenza invece è qualcun altro a decidere e lo fa senza chiedere il permesso, in maniera subdola e latente. Nella maggior parte dei casi il bambino si fida del pedofilo: spesso lo conosce o non riconosce la malizia delle sue attenzioni. La vergogna e il senso di colpa sono stati d’animo ancora più accentuati nei bimbi rispetto alle donne che subiscono abusi, poiché non possiedono gli strumenti né per comprendere né per raccontare. Aspettano, anche inconsciamente, che qualcuno se ne accorga e parli al posto loro, affronti lo smarrimento insieme a loro. E nell’attesa del sollevamento da quel peso aumenta la rabbia verso chi non ha saputo proteggerli, aggiungendo il dramma alla tragedia.

    Le testimonianze dirette

    Il vantaggio dei preti pedofili è proprio quello di conquistare l’anima della vittima, già molto tempo prima dell’abuso. Curano le anime per mestiere. I genitori e i tutori dei più piccoli non si scandalizzano per la carezza o per il bacio di un ministro di Dio. Sono tranquilli nel mandare i propri figli a catechismo o alle gite parrocchiali.

    Dal libro di Angela Camuso, La preda, le confessioni di una vittima, don Ruggero Conti «era affabile, accogliente, rassicurante e seducente. Certa gente nutriva verso di lui un sentimento di adorazione. Trasmetteva agli altri un entusiasmo trascinatore e i parrocchiani ritenevano che i propri figli si sarebbero divertiti un mondo a giocare all’oratorio e ogni tanto dire una preghiera». E ancora: «era diventato per i ragazzi un punto fermo di riferimento, quasi un genitore, o un fratello al di fuori della famiglia». Nonostante le denunce e i racconti dettagliati degli abusi e delle dinamiche di avvicinamento forniti da Vasco, protagonista del libro, don Ruggero Conti durante l’udienza del 27 aprile 2010 dichiara spontaneamente: «io qui dichiaro la mia innocenza, la totale estraneità rispetto ai reati di cui sono imputato, anche se questi si stringono intorno a me in una morsa dolorosissima. Vorrei quasi essere colpevole per poter chiedere perdono, per accettare così più serenamente la pena e il giudizio degli altri». È stato condannato in I grado a 15 anni e quattro mesi di reclusione per violenza sessuale nei confronti di minori e di minori di quattordici anni e per il reato di prostituzione minorile. Con l’aggravante di aver commesso delitti contro persone a lui affidate per ragioni di educazione culturale e religiosa, di istruzione, di vigilanza e custodia. Alla notizia della condanna, Vasco racconta ad Angela Camuso: «sapere che Ruggero finirà in una cella per un bel po’ mi basta. Soffrirà come deve soffrire: lontano da tutti, deve sentirsi da solo contro tutti. Deve provare l’abbandono, che non è niente di più e niente di meno di quello che provavo io, per causa sua».

    Nel 2015 un ragazzo uruguaiano di 29 anni racconta in un video realizzato dalle telecamere diXIX TV di essere stato abusato da tre preti, fra questi un ligure. Il ragazzo, nato in Brasile, a soli sei mesi viene abbandonato dalla madre e dal padre e affidato a un istituto cattolico in Uruguay fino all’età di otto anni. Già durante questo primo periodo veniva invitato dal prete missionario italiano, don Francesco Zappella, a dormire insieme a lui. Pur non comprendendo da subito ciò che stava vivendo, il ragazzo inizia a raccontare di un prete che gli toccava i genitali gemendo. A quattordici anni arriva in Italia per prendere il diploma da infermiere e «nuovamente vengo accolto dal quel prete italiano a Savona in una parrocchia dove mi garantisce i soldi per studiare, per i vestiti e tutto il resto. Ma in cambio vuole farsi massaggiare, diceva che ne aveva bisogno». In questo secondo periodo il parroco «non voleva che avessi la ragazza, diceva di amarmi come un padre ama il proprio figlio, mi abbracciava, voleva fare sesso, mi toglieva i vestiti e mi toccava. Chissà quanti ragazzi in questi anni hanno subito quello che ho subito io. Era l’inferno».

    Don Francesco Zappella era già noto alle autorità giudiziarie per i suoi trascorsi. Infatti viene ammesso al seminario di Albenga pochi mesi dopo una condanna, del 9 maggio 1991, a 14 mesi di reclusione per atti di libidine violenta su due ragazzini al di sotto dei quattordici anni. A settembre 2015 il parroco a Borghetto Santo Spirito, insieme a due sacerdoti sudamericani, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera, viene segnalato alle autorità dell’Uruguay dall’onlus ligure “Rete L’abuso” per le presunte violenze ai danni del ventinovenne, avvenute nel 2005. Il gip, nonostante i precedenti, richiede l’archiviazione del caso, perché essendo ormai trascorsi 10 anni i reati erano caduti in prescrizione, tanto che Zappella dichiara: «solo calunnie, sono sereno. Lo stesso vescovo ha rifiutato le mie dimissioni».

    Laura M. adesso vive in un piccolo paese del nord Italia e racconta: «avevo 11 anni quando ho sentito per la prima volta su di me il sesso di un uomo. Era il mio parroco, e ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io resistevo, ma ero debole, indifesa, non capivo quanto fossero gravi quelle molestie e non avevo il coraggio di ribellarmi a un adulto del quale mi fidavo ciecamente. Lo scandalo scoppiò quell’estate, un ragazzino più piccolo raccontò a casa quel che gli stava capitando e scoprimmo così che la cosa andava avanti da anni, che alcune famiglie avevano cambiato parrocchia senza però mai pensare a proteggere i figli degli altri. Quel prete lo trasferirono per due anni al Tribunale ecclesiastico, poi gli affidarono un’altra parrocchia, poi ancora un’altra, neppure troppo lontana. Andai dal padre spirituale del collegio, mi disse di non parlare e che potevo continuare a volere bene al mio parroco. Per anni e anni non ho potuto avvicinare un uomo, non sopportavo neppure l’idea. Ho cambiato città, mi sono allontanata, a trent’anni mi sono fidanzata, ma ancora non riesco a pensare a dei figli. E vorrei far qualcosa per non lasciare più che la vita di un bambino sia compromessa per un sistema malato».

    Alexander J. Probst ha deciso di parlare dopo quasi 50 anni di ciò che avveniva nel coro dei“Passeri del Duomo”. Entra a farne parte del 1968 quando era un bambino e subisce quasi un centinaio di violenze fra quelle fisiche e sessuali, tutte raccontate nel suo libro Von der Kirche missbraucht: Meine traumatische Kindheit im Internat der Regensburger Domspatzen und der furchtbare Skandal (Abusato dalla chiesa. La mia infanzia traumatica nel collegio dei Domspatzen di Ratisbona e il terrificante scandalo), uscito a marzo 2017. Racconta che le violenze fisiche erano una prassi, ma gli anni più duri iniziarono con il ginnasio, quando un insegnante costringeva lui e altri bambini a far parte di un gruppo segreto. Durante gli incontri l’uomo beveva birra e alcol, fumava e guardava pornografia. Entrava nei dormitori dei ragazzi durante la notte per infilarsi nei loro letti. “Prima erano carezze, palpate, abbracci, poi violenze”. Questo avveniva quasi ogni sera, finché, verso la fine dell’anno scolastico, ha avuto il coraggio di confidare tutto al padre che lo ha immediatamente tolto dalla scuola.

    Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

  • Don Ruggero Conti, parla il tassista dell’evasione: “Aiutato nella fuga con tablet e soldi”

    Don Ruggero Conti, parla il tassista dell’evasione: “Aiutato nella fuga con tablet e soldi”

    Don Ruggero Conti è stato condannato a 14 anni di reclusione per violenza su minori, era il parroco della chiesa di Selva Candida a Roma dove avrebbe abusato sessualmente di almeno sette minori. Il 26 settembre è fuggito in taxi dalla clinica dei Castelli Romani in cui era ricoverato in regime di arresti domiciliari. Fanpage.it ha raggiunto Riccardo, il tassista che lo ha prelevato e condotto a Roma. L’ex-parroco è stato poi rintracciato qualche ora dopo a Milano, ma il tassita aggiunge un dettaglio inquietante: “è stato aiutato nella fuga da un ragazzotto che gli ha consegnato un tablet e dei soldi”.

  • Pedofilia, rintracciato a Milano l’ex parroco evaso dai domiciliari a Genzano

    Pedofilia, rintracciato a Milano l’ex parroco evaso dai domiciliari a Genzano

    L’ex responsabile della parrocchia di Selva Candida è stato condannato a una pena di 14 anni e due mesi per aver abusato di sette ragazzini

    È stato rintracciato dai carabinieri a Milano, don Ruggero Conti, l’ex parroco di Selva Candida evaso da una clinica alle porte di Roma dove si trovava ai domiciliari. Era stato arrestato dai carabinieri alcuni anni fa con l’accusa di violenze sessuali su minori. Secondo quanto si è appreso, l’uomo martedì si è allontanato in taxi da una casa di cura di Genzano. Sulla vicenda indagano i carabinieri.

    L’ex parroco è stato condannato nel 2013 in appello a una pena di 14 anni e due mesi. A marzo del 2015 la Cassazione aveva confermato la sentenza. L’ex parroco era ai domiciliari nella struttura per ragioni di salute. I fatti addebitati a don Conti, sospeso dal sacerdozio dal 2011, risalgono a quando operava, tra il 1998 e il 2008, nella parrocchia romana.

    Don Ruggero sapeva che tra pochi giorni sarebbe dovuto andare in carcere per scontare 11 anni, dei 14 e 2 mesi a cui era stato condannato. I carabinieri, infatti, erano in procinto di notificargli un provvedimento di revoca dei domiciliari. E così martedì scorso l’ex parroco nel pomeriggio si è infilato in un taxi ed ha fatto perdere le sue tracce. Dopo essere stati allertati dai responsabili della clinica di Genzano, i militari della compagnia di Velletri si sono subito messi al lavoro, analizzando le celle di telefonia mobile a cui si agganciava il cellulare dell’ex parroco, per ricostruire i suoi movimenti. Lo hanno individuato presso una struttura sanitaria di Milano, dove i carabinieri della compagnia di Porta Monforte, su input dai colleghi di Velletri, hanno provveduto a rintracciarlo. Circostanza che era stata confermata dal suo difensore che si era messo in contatto con i carabinieri. All’uomo è stato notificato un ordine di esecuzione di espiazione di pena detentiva dopo la revoca della detenzione domiciliare, emesso lo scorso 26 settembredall’ufficio esecuzioni penali della procura generale della repubblica presso la Corte di Appello di Roma. Ora si trova piantonato presso la struttura sanitaria milanese.

    È una storia infinita quella di Don Ruggero Conti ed è anche uno dei casi di pedofilia più gravi tra quelli che hanno coinvolto uomini della Chiesa italiana.

    Il prete, 64 anni, venne arrestato il 30 giugno del 2008 mentre era in procinto di partire alla volta di Sydney per partecipare, con alcuni ragazzi, alla Giornata mondiale della Gioventù. Era accusato di aver compiuto molestie per dieci anni, tra il 1998 e il maggio 2008, quando era parroco della chiesa della Natività di Maria Santissima a Selva Candida nei confronti di sette bambini affidati alle sue cure in oratorio e nei campi estivi. Nel corso delle indagini emersero, però, altri casi di abusi compiuti in Lombardia e risalenti a 25 anni prima, ma caduti in prescrizione. La Procura non potette procedere ma fece testimoniare le vittime nel primo processo contro di lui: erano altre tre persone, che sarebbero state molestate da don Ruggero quando ancora non aveva preso i voti e lavorava nell’oratorio San Magno a Legnano.

    “Non sono un mostro, sono innocente, lo dico umilmente. Se fossi colpevole confesserei” disse l’ex parroco nell’aula giudiziaria, dove oltre le vittime, si presentarono centinaia di giovani in sua difesa, alcuni con t-shirt bianche con la scritta “Don Ruggero, ti vogliamo bene” e furono molte anche le mamme dei ragazzini schierate col prete: “Per i nostri figli é stato come un padre” dissero. In primo grado il parroco, che nel 2011 fu sospeso dal sacerdozio, fu condannato a 15 anni e 4 mesi, ridotti a 14 anni e 2 mesi in appello e confermati nel 2015 dalla Cassazione. Fino ad agosto Don Ruggero stava scontando i domiciliari a Viterbo, poi aveva fatto richiesta ed ottenuto il trasferimento in clinica a Genzano per motivi di salute. E’ stato proprio il personale della casa di cura a dare l’allarme.

    http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/09/29/news/pedofilia_ex_parroco_evade_dai_domiciliari_a_genzano-176855195/