Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sacerdoti pedofili

  • Pedofilia nella Chiesa, parte una raccolta fondi per pagare spese legali al cardinale Pell

    Pedofilia nella Chiesa, parte una raccolta fondi per pagare spese legali al cardinale Pell

    Il cardinale australiano George Pell, l’ex “ministro delle finanze” del Vaticano, è stato rinviato a giudizio con l’accusa di abusi sessuali a minori. Per sostenere le costose spese legali del penalista che lo difende, l’arcidiocesi di Sydney sta pubblicando diversi annunci in cui chiede donazioni ai fedeli. “Mi chiedo se la Chiesa cattolica, attraverso questo fondo, non stia pagando in modo discreto gli avvocati del cardinale”, ha commentato la legale di due degli accusatori.

    Il cardinale australiano George Pell, da tempo coinvolto in uno scandalo di abusi sessuali a minori, si è sempre dichiarato innocente. Ma il giudice di Melbourne, Belinda Wallington, al termine dell’istruttoria durata quattro settimane, ha deciso che ci sono abbastanza prove per un rinvio a giudizio dell’ex “ministro delle finanze” delle Santa Sede. Saranno dunque due giurie distinte a stabilire se l’alto prelato è colpevole dei gravi fatti di cui è imputato.

    Pell, di 76 anni, è il più alto esponente ecclesiastico mai coinvolto in uno scandalo di pedofilia. Al centro delle indagini, molestie sessuali e abusi che sarebbero avvenuti tra la fine degli anni ’70 e ’80 a Ballarat, la sua città natale, e tra la fine degli anni ’90 e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne, di cui Pell era arcivescovo. Oltre ai capi d’imputazione che gli vengono direttamente contestati, dovrà difendersi anche all’accusa di aver coperto altri sacerdoti pedofili e insabbiato uno stupro. Il porporato, nominato nel 2014 da Papa Francesco a capo della Segreteria per l’economia del Vaticano, era anche una delle figure chiave scelta dal pontefice per la riforma della Curia Romana. Ma dopo le accuse formulate contro di lui, la Santa Sede ha concesso al cardinale un periodo di congedo per consentirgli di ritornare in Australia e difendersi in un aula giudiziaria.

    Se molte delle incriminazioni contro il prelato sono cadute, ne rimangono altre 10 di cui dovrà rispondere in due processi separati. Il primo riguarderà le accuse di avere molestato dei ragazzini nella piscina di Ballarat, quando era solo un semplice sacerdote. Il secondo, invece, riguarderà fatti che sarebbero avvenuti nella cattedrale di Melbourne alla fine degli anni ’90, quando Pell a capo della diocesi. In questo caso l’imputazione è di aver molestato due coristi in sagrestia dopo la messa.

    A difendere il cardinale è il prestigioso penalista Robert Richter che costerebbe, secondo le indiscrezioni dei media australiani, decine di migliaia di dollari al giorno. Per sostenere le spese legali, quindi, l’arcidiocesi di Sidney ha deciso di pubblicare diversi annunci in cui chiede donazioni ai sostenitori del prelato. Nell’ultimo numero del settimanale, Catholic Weekly, assieme alle coordinate bancarie del fondo, la curia ha scritto un articolo in cui ricorda che “è stato creato un fondo indipendente in cui le persone che desiderano possono contribuire. L’arcidiocesi di Sydney non ha istituito il fondo né è coinvolta nella sua gestione”. Una portavoce del prelato, Katrina Lee, ha affermato che la curia di Sydney, pur fornendo i dettagli del fondo a chi ne faccia richiesta, non vi contribuisce, né il Vaticano ha fornito alcun contributo. “Da quando il Cardinale Pell è tornato in Australia, molte persone hanno chiesto di poterlo aiutare per le spese legali – ha detto Lee – e a questo scopo è stato istituito da un avvocato indipendente un fondo fiduciario”.

    Chi è il responsabile del denaro raccolto per aiutare il cardinale a pagare l’onorario del suo costoso team di avvocati? Il nome dell’intestatario del conto corrente che appare in tutti gli annunci risulta essere Ferdinand Zito and Associates, uno studio legale con un piccolo ufficio nella periferia di Melbourne. Una portavoce dell’avvocato ha confermato la titolarità e la gestione del fondo ma, a causa del rapporto di riservatezza con il cardinale, non ha voluto fornire alcun altro elemento.

    “Mi chiedo se la Chiesa cattolica, attraverso questo fondo, non stia pagando in modo più discreto le spese legali di Pell”, ha dichiarato Ingrid Irwin, un avvocato di Ballarat e rappresentante legale di due degli accusatori del cardinale. Ma c’è anche chi difende la raccolta di denaro tra i fedeli. Come Des Cahill, professore emerito dell’Università di Melbourne, e compagno di seminario del cardinale. “Ha sempre detto di essere innocente e continua ad essere amato da molti cattolici per le sue battaglie e per ciò che rappresenta”. Cahill crede che le donazioni saranno sufficienti a coprire l’onorario degli avvocati difensori, che alla fine del procedimento giudiziario potrebbero ammontare a diversi milioni di dollari.

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  • Il cardinale George Pell e le accuse di pedofilia: cosa sappiamo finora

    Il cardinale George Pell e le accuse di pedofilia: cosa sappiamo finora

    Dopo l’accusa di abusi sessuali e omesso controllo sui preti della sua diocesi è stato rinviato a giudizio dal Tribunale di Melbourne

    C’è aria di grande imbarazzo in Vaticano per le sorti giudiziariedel cardinale George Pell, super ministro dell’economia in carica, pur essendo stato autorizzato da circa un anno dal papa con un congedo “ad personam” ad andare in Australia per difendersi dalle accuse di omesso controllo da arcivescovo sui preti pedofili della sua ex diocesi.

    Accuse che il porporato ha sempre respinto con forza, sia dal Vaticano in videoconferenza con i giudici australiani, che nel Tribunale di Melbourne dove ha preso parte alle sedute preliminari concluse il primo maggio con un clamoroso rinvio a giudizio di Pellcon un impianto accusatorio ancora più pesante, essendo stato chiamato in causa da alcuni testimoni per presunti abusi sessuali.

    Il cardinale, che sperava in un non luogo a procedere, ora dovrà sottoporsi a giudizio per dimostrare tutta la sua innocenza, già ribadita a poche ore dal pronunciamento del tribunale australiano in una nota pubblicata sul sito della diocesi di Sidney che ricorda come il potente ministro delle Finanze vaticane “ha sempre collaborato con la Polizia di Victoria e ha costantemente ribadito la sua innocenza” in merito alle accuse di omesso controllo sulla pedofilia.

    Nello stesso sito si sottolinea inoltre che Pell “è tornato volontariamente in Australia per difendersi da queste accuse” e che “si difenderà dalle rimanenti accuse (abusi sessuali – ndr) dopo che ne sono decadute la metà – si riferisce nella nota – nel corso dell’istruttoria” preliminare.

    “Un caso doloroso che va risolto”

    Pell, dunque, sarà costretto a restare in Australia ancora per diversi mesi. La data di inizio del processo non è stata ancora fissata. Ma in Vaticano la tensione sale perchè – filtra dai Sacri Palazzi – non è più sostenibile una situazione “tanto complicata e dolorosa” che, però, sta compromettendo le sorti di uno dei dicasteri più importanti per le attività della Santa Sede, la Segreteria per l’Economia di cui il cardinale Pell formalmente continua ad essere il Prefetto. Ma tra i più stretti collaboratori del Papa si spera che il porporato, “proprio alla luce del rinvio a giudizio”, faccia un passo indietro dimettendosi, anche in virtù del motu proprio varato dallo stesso papa Francesco che ha stabilito che qualsiasi esponente della Chiesa (preti, religiosi, vescovi e cardinali) deve spontaneamente dimettersi dagli incarichi se chiamato in Giudizio in un tribunale.

    Come è, appunto, il caso di Pell, sul quale, però, le autorità pontificie non sembrano avere le idee molto chiare, come si evince dalla nota emessa dal direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke che, subito dopo il rinvio a giudizio deciso dai giudici australiani, ha reso noto che “la Santa Sede prende atto della decisione emanata dall’autorità giudiziaria in Australia riguardante Sua Eminenza il Cardinale George Pell.

    L’anno scorso il Santo Padre gli aveva concesso un periodo di congedo per potersi difendere dalle accuse che gli erano state contestate. Tale disposizione rimane tuttora valida”. Il cardinale, quindi, resta ancora in carica. Ma per quanto tempo ancora, si chiedono Oltretevere?

    In Vaticano il tempo sta per scadere

    Interrogativi a parte, va detto che dopo quattro settimane di udienze, secondo il magistrato di Melbourne, Belinda Wallington, Pell dovrà difendersi in giudizio sia per omesso controllo sui preti pedofili che per presunti abusi sessuali stando alle testimonianza raccolte dal tribunale, dove il porporato si è formalmente dichiarato “non colpevole” e di non aver commesso violenze sessuali ai danni di minori avvenuti tra la fine degli anni Settanta e Ottanta a Ballarat, suo paese di nascita, e tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne, dove era arcivescovo.

    I dettagli delle diverse accuse non sono stati resti noti, ma oltre a quelle che lo vedono direttamente coinvolto vi sarebbero episodi di copertura di altri sacerdoti pedofili e perfino uno stupro. Molti dei capi d’accusa sono stati comunque respinti. Ma sembra che nel rinvio a giudizio, il cardinale dovrà rispondere almeno di un caso di abuso sessuale su minore e di una serie di omessi controlli sui preti violentatori della sua ex diocesi dopo l’esame incrociato di decine di testimonianze raccolte nella seduta preliminare. Ora la parola passa al Tribunale, ma in Vaticano il tempo per Pell sembra che sia sul punto di scadere.

    https://www.panorama.it/news/cronaca/il-cardinale-george-pell-e-le-accuse-di-pedofilia-cosa-sappiamo-finora/

  • «Abusi sessuali su diverse vittime». Pedofilia, a processo il cardinale Pell

    «Abusi sessuali su diverse vittime». Pedofilia, a processo il cardinale Pell

    di Franca Giansoldati
    Il cardinale George Pell, ex super ministro dell’economia del Vaticano, è stato rinviato a giudizio per abusi sessuali dopo 4 settimane di udienze. Si tratta di una sentenza che getta una luce negativa su come il Vaticano ha condotto in questi anni la battaglia della pedofilia. La Santa Sede ha commenteato laconicamente il risultato del Tribunale sutraliano: «prendiamo atto della decisione emanata dall’autorità giudiziaria in Australia.
    Il Santo Padre aveva concesso a Pell un periodo di congedo per potersi difendere dalle accuse che gli erano state contestate. Tale disposizione rimane tuttora valida». Fintanto che non sarà emesso un verdetto definitivo, al termine di tutti i gradi di giudizio, il Papa non prenderà nessuna decisione in merito. Il magistrato di Melbourne, Belinda Wallington ha stabilito che ci sono prove sufficienti perche’ il porporato, 76 anni, uno degli uomini piu’ importanti della Curia di Roma, venga processato.

    Pell, che si e’ formalmente dichiarato «non colpevole» e’ accusato di abusi sessuali ai danni di minori avvenuti tra la fine degli anni Settanta e Ottanta, nella cittadina di Ballarat, suo paese di nascita, e tra la fine degli anni Novanta e gli inizi del 2000 nella diocesi di Melbourne, dove era arcivescovo. I dettagli delle diverse accuse non sono noti, le udienze alle vittime sono state secretate e non rese pubbliche ai giornalisti, ma oltre a quelle che lo vedono direttamente coinvolto vi sarebbero anche episodi di copertura di altri sacerdoti pedofili e perfino uno stupro. Il cardinale Pell sara’ processato per alcuni casi di abuso ma la maggior parte delle accuse, soprattutto quelle piu’ gravi, sono state respinte. Pell e’ arrivato in tribunale ad ascoltare la decisione sul rinvio a giudizio scortato dalla polizia ed e’ andato via dopo il verdetto tra le urla di alcuni manifestanti. Il Papa aveva accettato la sua richiesta di congedo per potersi difendere. Le indagini che hanno portato Pell alla sbarra sono iniziate nel 2012, dopo 10 anni di pressione da parte delle presunte vittime.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/cardinale_pell_processo_pedofilia_1_maggio_2018-3703800.html
  • Papa Francesco accetta rinuncia mons. Curry coinvolto in scandalo pedofili

    Papa Francesco accetta rinuncia mons. Curry coinvolto in scandalo pedofili

    Il Papa ha accettato la rinuncia all’ufficio di Ausiliare dell’arcidiocesi di Los Angeles presentata da monsignor Thomas J. Curry. Curry è coinvolto in uno scandalo pedofilia che ha interessato il clero statunitense. A renderlo noto un Bollettino della Sala Stampa della Santa Sede.

    Monsignor Curry, 75 anni, nel gennaio 2013 aveva rassegnato le sue dimissioni – anche se aveva continuato nel suo incarico – da vescovo ausiliare della regione pastorale di Santa Barbara.

    Negli scorsi anni, durante la sua ordinazione come vescovo ausiliare, quando era vicario per il clero e braccio destro dell’arcivescovo di Los Angeles, il cardinale Roger Mahony, avrebbe coperto abusi e avrebbe interferito con le indagini di polizia riguardo ad alcuni episodi di pedofilia. Lo stesso Mahony coprì i sacerdoti pedofili della sua diocesi.

    https://www.giornaledipuglia.com/2018/04/papa-francesco-accetta-rinuncia.html

  • Preti pedofili, i silenzi di Italia e Vaticano. La Santa Sede da tre anni non risponde all’Onu

    Preti pedofili, i silenzi di Italia e Vaticano. La Santa Sede da tre anni non risponde all’Onu

    L’ultimo caso è scoppiato a Isernia, nel piccolo Molise: la Procura ha aperto un’inchiesta per violenza sessuale su un minore per un caso di pedofilia che coinvolgerebbe un parroco della diocesi. “Il caso è delicato – ha detto il procuratore Paolo Albano, confermando l’inchiesta – e c’è il segreto istruttorio”. Un segreto, si vede, anche da parte della stessa diocesi che avrebbe a lungo coperto il sacerdote. Ma quello di Isernia non è un caso isolato. D’altronde anche la commissione vaticana istituita dallo stesso Papa Francesco si è dimostrata essere un buco nell’acqua. Marie Collins, la donna irlandese che si è dimessa dalla stessa commissione per le troppe omissioni all’interno della Santa Sede, due giorni fa ha espresso una durissima critica: “La Commissione è solo sulla carta, un nome vuoto”.

    Una tesi confermata anche da Francesco Zanardi, presidente della Rete L’Abuso che raccoglie tutte le vittime di pedofilia, come lo è stato anche lui, da parte di sacerdoti: “La commissione – spiega a La Notizia – ha come obiettivo quello di monitorare gli episodi di pedofilia. Nulla di più. Ma neanche questo risultato è stato raggiunto”. L’unico dato che abbiamo è quello raccolto dalla stessa Rete L’Abuso, secondo cui sono 360 i sacerdoti condannati per pedofilia dal 2000 ad oggi e un altro centinaio i prelati indagati o imputati.

    Il punto, però, è che le violenze sono di gran lunga sottostimate. Tutto dipenderebbe da quanto stabilito dai Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica (vescovi e cardinali in primis) dall’obbligo di denuncia. Un particolare non da poco, oggi garanzia di impunità per tanti sacerdoti, come testimoniano più e più fatti di cronaca. Questo il motivo per cui l’Onu, già dal 2014, ha chiesto a Italia e Vaticano di rivedere i Patti. Ma c’è di più: a prescindere dall’eventuale revisione, infatti, la Santa Sede avrebbe dovuto comunque fornire risposte ai rilievi Onu entro il primo settembre 2017. Rilievi nei quali si sottolinea anche che il Vaticano “non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso”. E dopo quasi tre anni, nessuna risposta è arrivata, come conferma ancora Zanardi.

    Nel frattempo, per la prima volta nella storia della Repubblica, è stata presentata, dal 5 stelle Matteo Mantero, un’interrogazione che affronta l’annosa questione dei sacerdoti pedofili, chiedendo un intervento fattivo al Governo italiano. Già, perché lo Stato avrebbe potuto e potrebbe fare molto di più. Basti questo: a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. E, ancora, osserva Zanardi, “c’è il certificato anti-pedofilia, ma alcune categorie sono esentate dal presentarlo”. Tra queste, proprio i sacerdoti.

    Twitter: @CarmineGazzanni

    Preti pedofili, i silenzi di Italia e Vaticano. La Santa Sede da tre anni non risponde all’Onu

  • Preti pedofili: lo Stato italiano non può perseguire i reati (e la Chiesa non vuole muoversi)

    Preti pedofili: lo Stato italiano non può perseguire i reati (e la Chiesa non vuole muoversi)

    Dal 2000 ad oggi sono stati 136 i preti pedofili condannati o reo confessi. Dopo le accuse dell’Onu e diversi tentativi, arriva in Parlamento la prima interrogazione che affronta in maniera sistematica l’annosa questione dei sacerdoti pedofili.

    Centotrentasei. Tanti sono i sacerdoti condannati o reo confessi per violenze e molestie a danno dei minori. E parliamo soltanto dei casi dal 2000 ad oggi, cui si aggiungono un altro centinaio di prelati indagati o imputati per le stesse ragioni. Sono numeri, questi, forniti da Rete l’Abuso, l’associazione che raduna i sopravvissuti agli abusi dei sacerdoti. «E il dato è evidentemente parziale», ci dice il presidente Francesco Zanardi, anche lui vittima, quando era ragazzo, di violenza sessuale. Un buco nero entro cui sono finiti in tanti. E il caso raccontato in questi giorni da Le Iene di abusi addirittura all’interno delle mura vaticane, non è che l’ultimo esempio di una lunga serie, resa possibile anche dai pesanti silenzi dello Stato italiano. Un silenzio, però, rotto ora da un atto che lo stesso Zanardi definisce «epocale». È stata, infatti, presentata la prima interrogazione parlamentare che affronta in maniera sistematica l’annosa questione dei sacerdoti pedofili, chiedendo un intervento fattivo al governo italiano.

    Già, perché lo Stato avrebbe potuto e potrebbe fare molto di più. Basti questo: a differenza della gran parte degli altri Paesi dell’Unione europea, non c’è in Italia una commissione parlamentare ad hoc. Certo, ci sarebbe l’Osservatorio «per il contrasto della pedofilia e della pornografia minorile», che fa capo direttamente al dipartimento per le Pari opportunità; peccato che non intervenga quando di mezzo c’è l’abito talare. E, ancora, c’è il certificato anti-pedofilia introdotto in Italia già nel 2014, ma alcune categorie sono esentate dal presentarlo. Tra queste, proprio i sacerdoti.

    Ed è per questo che l’atto parlamentare, depositato da Matteo Mantero (M5s), rappresenta un importante passo in avanti. Anche perché, nel corso di questa legislatura, tentativi in tal senso erano stati già fatti. Tutti naufragati. “Nel 2013 – racconta a Linkiesta Zanardi – abbiamo lavorato a un’interrogazione con Alberto Airola (anche lui M5s, ndr). Ma dopo diverse rassicurazioni, l’atto non è più stato depositato”. L’associazione, però, non si è persa d’animo. E ci ha riprovato, nel 2015, con la senatrice Pd Donatella Albano: «Con lei siamo riusciti a depositarla, ma dopo poco tempo ci ha ricontattato dicendo che il suo gruppo in Senato gliel’aveva fatta ritirare». La ragione? «Non ce l’hanno spiegata».

    È stata, infatti, presentata la prima interrogazione parlamentare che affronta in maniera sistematica l’annosa questione dei sacerdoti pedofili, chiedendo un intervento fattivo al governo italiano
    Vedremo ora se, prima della fine della legislatura, i diretti interessati (l’atto è indirizzato al presidente del Consiglio e ai ministri di Giustizia, Esteri e Interno) forniranno risposte. Risposte che, peraltro, si attendono da anni. Come ricorda la stessa interrogazione, infatti, nel 2014 gli abusi sui minori dei sacerdoti cattolici sono finiti anche sotto la lente del Comitato Onu contro la tortura, che ha chiesto espressamente che il Vaticano avviasse una piena collaborazione con le autorità civili che perseguono gli abusi nei vari Paesi. I passi dei rilievi Onu lasciano senza parole: «Il Comitato – si legge nel dossier delle Nazioni Unite – è gravemente preoccupato per il fatto che la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti, dunque, derivanti dal fatto, continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari». E ciò a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Questo il motivo per cui l’Onu, già dal 2014, ha sollecitato anche la revisione dei Patti Lateranensi, specificatamente nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica (vescovi e cardinali in primis) dall’obbligo di denuncia. Un particolare non da poco, oggi garanzia di impunità per tanti sacerdoti, come testimoniano più e più fatti di cronaca. Eppure ad oggi la Santa Sede fa spallucce: nonostante Bergoglio abbia istituito una commissione interna per monitorare il fenomeno, poco è stato fatto. Non è un caso che gli unici due membri laici dell’organo se ne siano andati lamentando la poca operatività della commissione stessa. Come se non bastasse, il Vaticano avrebbe dovuto fornire risposte ai rilievi Onu proprio entro il primo settembre 2017. Ma, dopo quasi tre anni, nessuna risposta è arrivata.

    «Ora tocca al governo muovere passi determinanti», dicono dai Cinque stelle. Anche perché, continua Zanardi, «ora lo Stato non può più dire di non sapere: c’è un documento. Ed è per questo che da gennaio chiederemo in tutti i processi la responsabilità civile non solo del Vaticano come già facciamo oggi, ma anche dello Stato». Sarà senz’altro più difficile d’ora in poi restare – è il caso di dirlo – in religioso silenzio.

    http://www.linkiesta.it/it/article/2017/12/21/preti-pedofili-lo-stato-italiano-non-puo-perseguire-i-reati-e-la-chies/36461/

  • La grossa grana di Papa Francesco: la tentazione di tenersi i pedofili

    La grossa grana di Papa Francesco: la tentazione di tenersi i pedofili

    La tolleranza zero promessa da Jorge Mario Bergoglio contro i preti pedofili rischia di infrangersi sul primo vero ostacolo: il caso di monsignor Carlo Alberto Capella, accusato di pedopornografia in Canada. Il sacerdote avrebbe posseduto e distribuito immagini pornografiche di bambini e adolescenti, scaricate con il computer durante un soggiorno fatto nel paese governato da Justin Trudeau tra il 24 e il 27 dicembre scorsi.

    Le prove nei suoi confronti sono gravi, al punto che le autorità canadesi hanno redatto per lui un ordine di arresto, come avrebbero fatto con chiunque si fosse trovato nelle stesse condizioni. Ma Capella non è una pecorella come le altre e nemmeno un pastore qualunque: all’ epoca dei fatti egli era un membro della nunziatura della Santa Sede accreditato a Washington. Un diplomatico, insomma. E proprio questo ruolo, secondo quanto riferito ieri dall’ Ansa, consentirebbe al Vaticano di invocare l’ immunità nei confronti del prelato. Una scelta che l’ agenzia di stampa ritiene scontata e che sarebbe clamorosa, perché difficilmente conciliabile con la linea dura varata dal papa. Oltretevere smentiscono: «Non c’ è alcuna richiesta di estradizione arrivata dal Canada», ha assicurato in serata il direttore della sala stampa, Greg Burke. Resta da capire, però, cosa deciderà di fare Bergoglio se la pratica giungerà sul suo tavolo.
    Di sicuro, come hanno scritto i giornali canadesi a fine settembre, senza ricevere smentita, la richiesta di arresto è stata emessa.

    Il monsignore era stato richiamato da Washington a Roma poche settimane fa, appena si era capito che stava finendo nei guai. Il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, nei giorni scorsi ha ammesso che quella di Capella è una vicenda «dolorosissima» e ha promesso serietà e «massimo riserbo» da parte della giustizia della Santa sede, che ha aperto una propria inchiesta sul sacerdote e molto probabilmente si assumerà il compito di processarlo. Lui intanto è confinato nel Collegio dei penitenzieri in Vaticano.
    Lontano dai riflettori e dallo scandalo che susciterebbe un processo pubblico in Canada.

    Sotto esame non c’ è solo il sacerdote incriminato. I giornali, soprattutto quelli progressisti, dipingono Francesco come il papa che ha avuto il coraggio di imprimere alla Chiesa una svolta non solo nella dottrina sociale, ma anche nel trattamento riservato ai sacerdoti pedofili. La vulgata dice che con l’ arrivo di Bergoglio sono saltate le connivenze e le omertà che in Vaticano proteggevano gli autori di reati sessuali. Francesco, del resto, è il papa che nel marzo del 2014 volle istituire una commissione per fare luce sullo scandalo della pedofilia, chiamando a parteciparvi anche alcune vittime degli abusi. Ha avuto parole durissime per le colpe di quei sacerdoti, definite «una mostruosità assoluta, un orrendo peccato, radicalmente contrario a tutto ciò che Cristo ci insegna», e ha annunciato, nemmeno un mese fa, un giro di vite alle regole: niente più grazia per i preti colpevoli di reati su minori, niente ricorsi in appello se gli abusi saranno stati provati nel primo grado di giudizio, fine della pratica di spostare un prete pedofilo da una diocesi all’ altra.

    Stendere su Capella la protezione dell’ immunità diplomatica e sottrarlo alla giustizia canadese per affidarlo a quella, inevitabilmente più bonaria, dei magistrati vaticani, consegnerebbe all’ opinione pubblica un Bergoglio tutt’ altro che intransigente, un capo di Stato intenzionato a proteggere i «suoi» uomini anche quando commettono quei peccati che lui si è impegnato a estirpare.
    Una perdita di credibilità che Francesco, il papa che ha fatto dell’ immagine di rivoluzionario la propria forza, non può permettersi.

    di Fausto Carioti

  • Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

    Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

    di ELENA BASSO

    Al Dig Festival di Riccione è stato presentato in anteprima assoluta Dietro l’altare di Jesus Garces Lambert, il documentario in cui lo storico britannico John Dickie indaga sulla pedofilia all’interno della Chiesa. Left ha colto l’occasione per intervistarlo.

    «Con questo documentario – racconta Dickie – ho cercato di capire se le parole di papa Francesco contro la pedofilia nella Chiesa corrispondano a una reale volontà di cambiare, a una reale volontà di rispondere al dramma pedofilia». E quali conclusioni ha tratto? «Sono pessimista – dice lo storico -. Il papa ha istituito una Commissione pontificia affinché si occupi dei casi di abuso, che però per ora non ha fatto nulla. È un organo di consulenza che non ha alcun potere effettivo: si è riunito pochissime volte ed è così inefficace che gli unici due rappresentanti delle vittime di sacerdoti pedofili si sono dimessi. Questa – prosegue – è ovviamente una drammatica dimostrazione di disinteresse e della assenza di reale voglia di cambiamento». Secondo Dickie non è l’unica. «Il numero di protettori di pedofili che il papa stesso ha promosso. Ci sono tanti nomi non solo quelli che abbiamo menzionato nel nostro documentario. I nomi sono molti, cito il caso più eclatante: il cardinale George Pell che essenzialmente è il numero tre all’interno della Santa sede, responsabile delle finanze del Vaticano e che non soltanto è stato colpevole di aver protetto pedofili quando era vescovo in Australia, ma addirittura è accusato lui stesso di aver commesso atti di pedofilia, rifiutandosi di tornare in Australia per rispondere di queste accuse».

    Con la sua inchiesta ripresa nel film di Jesus Garces Lambert, John Dickie non si ferma solo allo Stato vaticano e alle responsabilità dei gerarchi della Santa Sede. Indaga infatti su molti dei più recenti scandali in diverse parti del mondo: dagli Stati Uniti alla Francia, dall’Italia all’Argentina.

    Negli Stati Uniti, Dickie intervista Mark Rozzi, candidato democratico della Pennsylvania, che da bambino è stato violentato da un sacerdote della parrocchia che frequentava. Mark Rozzi porta avanti da anni una strenua lotta contro la pedofilia nella Chiesa cattolica, ma sin dall’inizio si è reso conto di quanto questa battaglia sia difficile, persino negli Stati Uniti, il Paese in cui nel 2002 grazie ai giornalisti del team Spotlight del Boston globe emerse il primo grande scandalo di questo millennio.

    Dickie indaga poi sul caso dell’istituto Provolo, seguendo la storia dei crimini che partendo dall’Italia arrivano fino in Argentina. Come Left ha raccontato sin dal 2010, il caso Provolo è stato uno dei più abominevoli casi di pedofilia della storia: all’interno dell’istituto per sordomuti A. Provolo di Verona sono stati stuprati decine di bambini. Dickie racconta la storia inquietante di don Corradi, che dopo essere stato accusato di aver abusato di bambini sordomuti all’interno del Provolo di Verona, è stato spedito in Argentina a dirigere la filiale di Mendoza. E qui è stato arrestato a novembre 2016 con l’accusa di pedofilia. A differenza di quanto successo in Italia, in Argentina il caso di don Corradi e del Provolo ha ottenuto grande visibilità sui media. Da parte della Santa Sede e dei suoi media, invece, silenzio totale e nessuna considerazione.

    A quattro anni dall’insediamento di papa Francesco la sua riforma contro la pedofilia è in stallo totale, ricorda Dickie: «Due preti pedofili su tre sono ancora nel clero e nessuno dei vescovi che ha coperto gli abusi è stato punito». Alcuni come nel caso di Pell, sono stati chiamati dallo stesso pontefice ai vertici della Santa Sede. John Dickie inoltre ci ricorda i terribili dati raccolti dal rapporto della Santa Sede per la Commissione Onu in cui vengono riportati gli sconcertanti numeri dei casi di pedofilia dal 2004 al 2013: 3.420 preti sono stati denunciati per abuso di minori, 848 sono stati laicizzati e 2572 hanno ricevuto condanne inferiori. «Stando a questi numeri, un prete su quattro nel mondo è stato coinvolto in casi di pedofilia” afferma Dickie e conclude: “Papa Francesco dice di avere tolleranza zero verso i preti pedofili, ma a me questa sembra tolleranza al 75 per cento».

    Pedofilia, lo storico John Dickie: papa Francesco è tollerante al 75 per cento

  • I complici di papa Francesco

    I complici di papa Francesco

    Cosa sta facendo davvero il Vaticano per sradicare dal suo interno la violenza sui bambini? I risultati di un sondaggio online di Rete l’Abuso mettono sotto accusa l’inerzia di Bergoglio, delle istituzioni italiane e della Conferenza episcopale.

    di Federico Tulli

    Appena eletto, papa Francesco ha messo in cima alla agenda pontificia la lotta contro la pedofilia. Dedicando a questo tema almeno un annuncio a settimana, non mancando mai di farsi fotografare con atteggiamenti affettuosi – a volte ricambiati, a volte no – in mezzo a dei bambini, emanando una serie di decreti volti ad accentrare in Vaticano tutte le indagini e le decisioni sui casi più scabrosi e ad avvicinare le norme della Santa Sede alle indicazioni della Convezione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza siglata nel 1991 e ratificata nel 2014.

    Segnali forti, amplificati dalla parola d’ordine spesso pronunciata dal pontefice argentino e diligentemente rilanciata dai media italiani: «Tolleranza zero». Un passaggio epocale, sulla carta, è avvenuto il 5 settembre 2016, con l’emanazione del motu proprio Come una madre amorevole che prevede, oltre all’inasprimento delle misure anti-abusi, la rimozione dei vescovi responsabili di condotta negligente del proprio ufficio nei casi di violenza su minori o adulti vulnerabili. Vale a dire, di insabbiamento delle denunce relative a preti pedofili. Poco più di un anno prima, il 5 giugno 2015 al fine di rendere possibile l’individuazione e la punizione di vescovi negligenti, secondo quanto si legge sul sito della Santa Sede, al papa era stata sottoposta, da una commissione consultiva appositamente insediata, la proposta di creare un Tribunale apostolico all’interno della Congregazione per la dottrina della fede (Cdf) alla quale già spetta il compito di giudicare i sacerdoti accusati di pedofilia.

    Si trattava solo di un suggerimento ma la stampa italiana annunciò il tribunale dei vescovi come cosa fatta descrivendolo come l’ennesimo segnale di svolta rispetto al passato compiuto da Bergoglio. In realtà la stessa pena, ossia la rimozione del porporato insabbiatore, colmava un vuoto procedurale poiché era già disciplinata sin dal 1962 dalla legislazione canonica vigente per cause gravi (Crimen sollicitationis) e rinnovata nel 2001 da un provvedimento di Giovanni Paolo II (De delictis gravioribus). Ma senza essere mai applicata. E cosa ancor più interessante, il tribunale seppur annunciato e osannato non è mai entrato in funzione né mai accadrà perché il papa non lo ha mai creato.

    A dare la smentita – con quasi due anni di ritardo rispetto ai titoli a nove colonne dei media nostrani – è stato il 5 marzo 2017 niente meno che il prefetto della Cdf, card. Gerard Müller, il quale intervistato dal Corriere della sera ha precisato che il tribunale per i vescovi «era solo un progetto».

    Avete appena appreso come si costruiscono fake news in salsa vaticana: una commissione consultiva della Santa Sede annunciata e istituita dal papa (capo della Santa sede) suggerisce al papa la soluzione di un problema; la stampa italiana trasforma il consiglio in cosa fatta e iper sponsorizza la svolta e il coraggio del pontefice; due anni dopo un “ministro” della Santa Sede racconta alla stampa italiana che si trattava solo di un consiglio. E la cosa finisce lì. Nel frattempo però fuori dalle Mura leonine si è sedimentata l’idea che in Vaticano ci sia finalmente un tribunale inflessibile per i vescovi complici dei preti violentatori, alimentando il mito di Bergoglio il rivoluzionario.

    Questo è solo uno dei tanti esempi di come la Chiesa di papa Francesco stia affrontando la questione delle violenze sui minori al proprio interno. La strategia è collaudata e vincente: cambiare tutto per non cambiare niente. Alle parole del papa, alle sue intenzioni, ai suoi desiderata raramente, per non dire mai, seguono dei fatti concreti. E su questo i media sono disposti a chiudere un occhio, molto spesso tutti e due (come abbiamo avuto modo di dimostrare su Left n. 20/2017).

    Ma non tutto è oro quel che luccica… dal punto di vista del Vaticano.

    Per cercare di capire in che modo l’opinione pubblica percepisca l’operato del papa e quali siano i danni effettivi provocati dalla disinformazione sulle cose di Chiesa, Rete L’Abuso, un’associazione senza scopo di lucro che si occupa della tutela legale di circa 600 vittime italiane di sacerdoti pedofili, ha lanciato il 3 maggio scorso un sondaggio sul proprio sito i cui risultati – che non hanno carattere di scientificità ma aiutano comunque a farsi un’idea – sono riportati nella tabella alla fine di questo articolo. Le oltre 4mila risposte raccolte in un mese e pubblicate il 4 giugno ci dicono che, nonostante tutto, gli italiani sono molto critici nei confronti di papa Francesco.

    L’84,9% degli intervenuti pensa che le misure adottate per contrastare gli abusi siano insufficienti. E solo il 15,1 riconosce dei meriti al pontefice.

    Sono state inoltre accolte favorevolmente le proposte che Rete L’abuso mette sul tavolo per indurre più che il Vaticano lo Stato italiano – legati a filo doppio dai Patti lateranensi e dal Concordato – ad affrontare seriamente e concretamente la tragedia della pedofilia nella Chiesa.

    Ecco allora lo sdegno per la decisione presa ufficialmente nel 2014 dalla Conferenza episcopale italiana (Cei) di non denunciare i preti pedofili «per tutelare la privacy delle vittime», quantificato dall’84,96% di risposte critiche (contro il 15,04). Una scelta quella della Cei che in concreto si traduce in nella mancata collaborazione con le autorità laiche, e non è un caso che mai nella storia dell’Italia repubblicana un vescovo abbia segnalato un presunto prete pedofilo alla magistratura.

    Di contro, come si evince dal quarto quesito, «dal 1985 un articolo di modifica del Concordato impone ai magistrati italiani di informare il vescovo riguardo i “procedimenti penali promossi a carico di ecclesiastici”». L’82,2% pensa che il comma vada eliminato (il 17,8% pensa di no).

    La terza domanda rilancia un tema la cui paternità è da attribuire al radicale Maurizio Turco (oggi rappresentante legale della Lista Pannella e del Partito Radicale) e che Left ha sempre sostenuto. Vale a dire la necessità di istituire una Commissione parlamentare d’inchiesta per fare piena luce sul fenomeno criminale della pedofilia nel clero italiano. Chi ha risposto al sondaggio è sostanzialmente d’accordo (85,75% vs 14,25%), del resto la mappatura del fenomeno, come già è accaduto in numerosi Paesi del mondo, avrebbe decisive ricadute anche sulla prevenzione.

    Infine la quinta domanda parte dalla notizia del governo svizzero che ha sospeso per sei mesi la prescrizione dando la possibilità a numerose vittime di denunciare le violenze subite. «Pensi che sarebbe utile anche in Italia?» chiede Rete L’Abuso considerando che «molto spesso chi subisce una violenza da bambino trova la forza di denunciare dopo decenni, quando ormai il reato è prescritto». L’87,95% ha risposto di sì e solo l’12,05% si è detto contrario. La scelta di inserire il delicatissimo tema della prescrizione nei quesiti non è casuale. Come ha detto in una recente intervista a Repubblica il procuratore nazionale antimafia, Franco Roberti, «è opportuno ricordare che la prescrizione si fonda sulla presunzione che, passato un certo tempo, lo Stato non abbia più interesse a punire il reato». «Senza entrare nel merito della ratio su cui poggia l’istituto della prescrizione, nel caso della pedofilia la sensazione di quasi tutte le vittime è che lo Stato italiano non abbia mai avuto l’interesse a punire il reato» dice a Left Francesco Zanardi, presidente di Rete L’Abuso. «Sarebbe quindi ora che chi di dovere tuteli i propri cittadini, invece di rendersi complice di chi in Vaticano continua a credere che lo stupro di un bambino sia un peccato morale e non un delitto atroce contro persone inermi, condannando (raramente) il peccatore a qualche Ave Maria per aver offeso Dio».

    LEFT del 10-06-2017

  • MA PERCHÈ LA CHIESA NON AGISCE DECISA?

    MA PERCHÈ LA CHIESA NON AGISCE DECISA?

    Rete L’ABUSO è una Onlus di vittime, io compreso, abusate da sacerdoti. Ci occupiamo di accogliere e assistere, soprattutto dal punto di vista legale, coloro che si rivolgono all’associazione a seguito di abusi. Inoltre raccogliamo segnalazioni anche da fonti di varia natura, che poi archiviamo e cataloghiamo. Proprio come la vicenda di Carlos Buela, la cui presenza nell’Arcidiocesi di Genova è stata da noi documentata grazie agli avvisi delle vittime che ci seguono da tutto il mondo.

    Persone che si sono fatte forza e, in concomitanza con lo scandalo che in Argentina vedeva protagonista don Nicola Corradi, ci hanno scritto, mandato documenti e indicazioni che ci hanno permesso di localizzare Buela. Da quando abbiamo deciso di seguire da vicino queste sconvolgenti vicende, abbiamo capito che in Italia se ne verificano molte: negli ultimi 15 anni, sono stati più di 250 i preti coinvolti (135 condannati in via definitiva e i rimanenti in attesa di giudizio o svaniti nel nulla).

    Secondo quanto dichiarato nel 2014 da Papa Francesco in un’intervista, la categoria dei sacerdoti pedofili rappresenta una percentuale pari al 2% (dato che la nostra Onlus ritiene in difetto), quando solo in Australia, dal 1950, il 7% dei preti cattolici è accusato di aver commesso abusi su minori. Gli uomini di Chiesa, in ogni caso, compiono una percentuale di abusi superiore in confronto a quella che interessa insegnanti, allenatori, scout e altre figure spesso al centro di scandali.

    Ma le coperture che la comunità religiosa fornisce, consente ai carnefici di reiterare molte più volte rispetto a un laico: ricordiamo casi come quello di Laurence Marphy, accusato di aver abusato di più di 200 bambini. Oppure la vicenda dell’italiano don Roberto Mastro, che in un paesino di soli 1000 abitanti avrebbe abusato di 17 minori; a occhio e croce della maggioranza (per non dire tutti) dei bambini che possono vivere in un paesino di mille anime. Anche di lui si sono perse le tracce.

    Al momento, i fatti continuano a vedere una Chiesa che rifiuta il dialogo con vittime e associazioni che le tutelano, che vede membri della commissione interna – istituita da Bergoglio – andarsene sbattendo la porta causa inadempienze e insabbiamenti. Gli abbandoni di Peter Saunders e Marie Collins ne sono la prova.

    Vediamo anche che malgrado la pesante condanna dell’Onu e le sue successive raccomandazioni, il Vaticano continua a essere inadempiente.

    Come si potrebbe ridurre il problema?

    Con poche piccole direttive. Il Papa dovrebbe ordinare ai vescovi di denunciare i crimini all’autorità giudiziaria anziché far gestire loro i casi. Anche perché va ricordato che un tribunale canonico, oltre a non risarcire la vittima, applica la scomunica come pena massima, con il risultato che il prete pedofilo si trasforma in un pedofilo che di mestiere non fa più il prete.

    Infine auspichiamo (non solo nel caso dei preti e della pedofilia) un’adeguata educazione sessuale. Questa metterebbe il minore in condizione di percepire e riconoscere situazioni di potenziale pericolo e chiedere aiuto.