Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sacerdoti

  • Sportelli diocesani, dopo 4 anni l’esito è devastante; vittime traumatizzate, senza cure e preti impuniti

    Sportelli diocesani, dopo 4 anni l’esito è devastante; vittime traumatizzate, senza cure e preti impuniti

    A distanza di quattro anni dalla loro apertura sono devastanti i dati che sta registrando l’Osservatorio della Rete L’ABUSO grazie alle vittime che vi hanno acceduto .

    Quanto le denunce che pervengono all’associazione sono più che raddoppiate rispetto agli anni precedenti.

    Come registra l’annuario dell’Osservatorio della Rete L’ABUSO il 2025 è al momento l’anno peggiore dal 2000. Parliamo di 51 casi contro una media di 20 registrati nei tre anni precedenti, ovvero da quando gli sportelli sono stati attivati. Dato che se pure non sia affatto basso emerge raddoppiato solo nel 2025 ed è dovuto al fatto che coloro che si erano affidati incautamente alla giustizia della chiesa, sono dovuti restare in attesa delle verifiche che le diocesi hanno dovuto fare al fine di accertare i fatti.

    Fatti che per una serie di molteplici scuse non hanno poi portato a nessun tipo di giustizia e quasi tutti vedono i sacerdoti denunciati ancora al loro posto.

    A fronte di tutto ciò è invece devastante quanto hanno subito a livello psicologico le vittime, a causa della riesumazione del trauma che le ha viste costrette, durante gli interrogatori, a raccontare, riesumando quanto avevano subito durante le violenze. Il tutto aggravato questa volta dalla speranza di una giustizia che non è arrivata.

    L’effetto purtroppo, che prima era circoscritto alla sola vittima, oggi invece si è allargato anche alle famiglie. Genitori, coniugi e figli, oggi costretti a fare fronte a un dramma di cui in molti casi non erano al corrente e che prima, grazie al passare degli annisi si era affievolito in chi lo aveva subito.

    A chiedere aiuto all’Associazione persino alcuni operatori degli stessi sportelli che hanno raccolto le evidenze di coloro che in buona fede credevano di aiutare, ed invece si sono resi conto non solo di aver danneggiato ulteriormente, ma anche che questi siano rimasti poi privi del supporto previsto dalla chiesa.

    A fare da cornice a tutto ciò lo Stato che vede l’Italia oggi, l’unico paese dell’unione compiacente a questo problema endemico, lasciato solo in Italia, totalmente nella gestione della CEI.

    Vittime che come ultima spiaggia, dopo la traumatica delusione degli sportelli, si sono rivolte all’unica associazione italiana in tutela dei sopravvissuti, la Rete L’ABUSO che oggi si trova anch’essa in grosse difficolta a causa dell’enorme mole di vittime che gli sportelli hanno di fatto deluso .

    Come l’Osservatorio ha documentato allarmato già nel suo ultimo report lo scorso ottobre, nulla è stato fatto dalla CEI malgrado quanto il motu proprio Vos estis lux mundi ratificato da Papa Francesco prevedesse.

    Motu proprio che negli altri paesi d’Europa ha invece avuto qualche effetto positivo, dovuto però al fatto che la chiesa non è stata lasciata a gestire come in Italia autonomamente i casi. In tutta Europa i governi sono intervenuti e la chiesa si è quindi trovata costretta a fare, grazie alle pressioni imposte dai vari governi, che la hanno costretta, oltre che a risarcire, anche a soccorrere i sopravvissuti.

    In Italia invece la chiesa è tutt’ora totalmente libera di agire o meno ne confronti dei sopravvissuti e dei loro abusatori, creando così una autonomia, dove paradossalmente vediamo gli stessi vescovi che in precedenza avevano insabbiato i casi per proteggere i preti, ad essere coloro che dovrebbero rendere giustizia alle vittime dei preti che in precedenza avevano coperto, creando così un cortocircuito in favore di se stessi e della chiesa, sfavorendo chi invece ha subito le violenze e chiede loro supporto.

  • Getta fango sul Seminario: le accuse di abusi sessuali erano false. Riabilitati due sacerdoti

    Getta fango sul Seminario: le accuse di abusi sessuali erano false. Riabilitati due sacerdoti

    Sei anni di gogna mediatica e fango riversato sulla Diocesi di Treviso cancellati da un dispositivo di venti righe. La sezione civile del Tribunale di Padova, lo scorso 27 aprile, ha messo la parola fine al teorema di Gianbruno Cecchin, il docente di filosofia di 55 anni ed ex assessore di Cittadella che aveva accusato di abusi sessuali i suoi vecchi educatori del Seminario di Treviso. Il giudice ha stabilito che quelle accuse erano completamente false, dichiarando Cecchin «non attendibile» e condannandolo a risarcire con 50.000 euro ciascuno don Livio Buso e don Paolo Carnio, i due sacerdoti che erano rappresentati dall’avvocato Stefano Zoccarato.

    La bomba era esplosa il 15 febbraio 2020. Cecchin, cavalcando l’eco dei summit vaticani sulla pedofilia, aveva inviato una mail al vetriolo a tutte le redazioni giornalistiche e indirizzata per conoscenza anche a Papa Francesco. Nella missiva l’ex seminarista rievocava fatti vecchi di trent’anni, risalenti all’anno accademico 1990-1991, quando, allora diciannovenne, frequentava la Comunità Vocazionale a Treviso. Il racconto era un catalogo degli orrori: abusi nelle camere dei preti, vessazioni, una fuga disperata nella notte e persino presunte minacce di morte («Se parli sei morto») arrivate in stile mafioso per intimargli il silenzio. I due preti, nel frattempo diventati stimati parroci, erano finiti dritti nel tritacarne.

    Sul fronte penale la Procura non aveva potuto muovere un passo: i reati ampiamente erano prescritti. Cecchin denunciò per minaccia ma anche quella querela finì nel nulla e venne archiviata. Ma don Livio e don Paolo non ci stavano a passare per mostri e due anni fa hanno incardinato la causa civile per diffamazione. L’istruttoria ha demolito punto per punto il memoriale del professore: nessun riscontro, nessuna prova, solo un castello di falsità che ha pesato come un macigno sulla reputazione dei due prelati e anche della chiesa della Marca. Oggi la sentenza, passata in giudicato, ristabilisce la realtà dei fatti, con il vicario generale monsignor Mauro Motterlini che parla di «parola definitiva di verità». Per Cecchin, oltre al discredito, resta un conto da 100mila euro di danni, più le spese legali.

    https://www.trevisotoday.it/cronaca/treviso-giambruno-cecchin-false-accuse-abusi-sessuali-sacerdoti-preocesso-sentenza-18-giugno-2026.html

  • L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    L’enorme inchiesta del País sugli abusi sessuali della Chiesa in Spagna

    Durante la sua visita apostolica in Spagna, papa Leone XIV ha incontrato sei vittime di abusi sessuali su minori commessi da rappresentanti della Chiesa cattolica spagnola. Pochi giorni prima, sul volo che lo portava da Roma a Madrid, il corrispondente del quotidiano spagnolo El País Íñigo Domínguez gli aveva consegnato una chiavetta USB contenente sei dossier, realizzati negli anni dal giornale con un eccezionale lavoro d’inchiesta su oltre 3mila casi di abusi in Spagna.

    El País in Spagna ha avuto un ruolo centrale nello svelare, catalogare e raccogliere questo genere di casi. Lo ha fatto con un’inchiesta iniziata nel 2018 e che continua tuttora. Ha permesso di creare un database enorme e dettagliato, e soprattutto di superare la negazione e il silenzio della gerarchia clericale spagnola, durate decenni.

    Mentre in altri paesi commissioni indipendenti e indagini interne alla Chiesa avevano individuato migliaia di casi, fino all’ottobre del 2018 la gerarchia ecclesiastica spagnola ne aveva riconosciuti quattro. Quando il quotidiano avviò l’inchiesta, la Conferenza episcopale sosteneva che la Spagna fosse «un’eccezione fra i paesi cattolici».

    In Spagna c’erano 23mila parrocchie e 18mila sacerdoti, ma non esisteva alcuna statistica ufficiale sui casi di violenza sessuale sui minori da parte del clero o di laici in istituzioni religiose. Domínguez, Núñez e alcuni colleghi iniziarono a raccoglierli con un lavoro d’archivio, facendo riferimento a sentenze giudiziarie digitalizzate a partire dagli anni Ottanta, e nella prima inchiesta ne trovarono 34. Pubblicandola, aggiunsero anche un indirizzo email a cui inviare testimonianze e segnalazioni: iniziarono subito ad arrivarne centinaia, e questo cambiò tutto.

    Nel corso degli anni El País ha svelato circa un migliaio di nuovi casi, raccolti in sei successivi dossier, da più di 1.800 pagine e con 800 diverse testimonianze.

    Núñez dice che «quando arriva una segnalazione, la prima cosa è contattare la persona. La prima telefonata può durare anche due o tre ore, a volte è la prima volta che quella persona racconta la sua storia». Dopo il racconto i giornalisti chiedono se esiste un qualche tipo di documentazione, se ci sono dei familiari che conoscono i fatti, se sono state salvate mail o messaggi che possono essere prove degli abusi o di eventuali coperture da parte della Chiesa.

    Núñez dice che il lavoro di verifica e indagine su un caso può proseguire per mesi: «Alcuni vogliono solo raccontare, ma poi non vogliono che la storia sia pubblicata, altri non compaiono col nome intero, ma solo con le iniziali. In generale non più di un terzo delle storie arriva a essere pubblicato». Dal 2018 un gruppo variabile di 6-10 giornalisti si è occupato dei casi, a volte in modo continuativo, altre più saltuario.

    Negli anni il lavoro si è esteso al Sudamerica, di cui El Paìs si occupa estesamente. Sono state individuate, rivelate e raccontate altre centinaia di casi, fra cui quello di un gesuita spagnolo che abusò di almeno 85 minori in Bolivia, registrando tutto in una specie di diario. Il caso ha avuto grande rilevanza internazionale ed è stato raccontato anche in un libro.

    Lo scorso gennaio la Chiesa spagnola ha firmato un accordo di collaborazione con lo Stato in cui si impegna a risarcire le persone che da minorenni hanno subìto abusi sessuali, ma che non possono più ricevere risarcimenti attraverso una causa in tribunale perché il reato è prescritto o perché la persona che ha commesso gli abusi è morta. L’entità di questi risarcimenti e la resistenza a concederle varia da caso a caso: può accadere che per lo stesso tipo di delitto, in situazioni simili, i risarcimenti varino molto da diocesi a diocesi.

    https://www.ilpost.it/2026/06/12/el-pais-abusi-sessuali-chiesa/

  • Cechia-Abusi: accordo vescovi e vittime

    Cechia-Abusi: accordo vescovi e vittime

    «Oggi, 2 giugno 2026, presso il monastero di Strahov a Praga è stato firmato un memorandum d’intesa tra la Conferenza episcopale ceca e l’associazione Someone Will Believe You (“Qualcuno ti crederà”). Il documento sancisce un impegno congiunto per la tutela delle persone vulnerabili all’interno della Chiesa, il sostegno alle vittime di abusi e lo sviluppo di strategie di prevenzione e di approccio sensibile nei confronti di coloro che hanno subito abusi da parte di chierici o operatori pastorali».

    L’importante passo porta la firma del vicepresidente della Conferenza e neo-arcivescovo di Praga, Stanislav Přbyl, e del responsabile dell’associazione delle vittime Jiri Kylar.

    La ventata di novità introdotta da Přbyl che ha perorato una Chiesa mite, autentica e disponibile al dialogo con tutti, è risultata credibile e condivisibile dai rappresentanti delle vittime.

    L’associazione Someone Will Believe You raduna persone che hanno subito abusi nel contesto ecclesiale e altrove con alcuni esperti, garantendo un ambiente sicuro e possibilità di influire sulla formazione del clero e sui necessari cambiamenti sistemici.

    Sul versante dei vescovi è nata, nel 2025, una commissione per la prevenzione e la protezione degli abusi, presieduta da mons. Přbyl, che, con la collaborazione di vari esperti, intende rafforzare l’approccio pastorale e terapeutico rispetto al problema, elaborare metodologie per la prevenzione e collaborare con le vittime e le autorità pubbliche.

    Gli intenti e il documento

    Il memorandum è distinto in sei brevi capitoli: scopo e natura del documento; forme concrete di collaborazione; autonomia e indipendenza delle parti; diritto alla critica anche pubblica; obiettivi comuni; disposizioni finali.

    In premessa si dice: «Le parti condividono la convinzione che una prevenzione efficace, procedure trasparenti, l’ascolto delle vittime e la disponibilità all’autocritica siano condizioni indispensabili per affrontare responsabilmente la questione».

    Fra gli scopi della collaborazione, si precisa l’ambito della prevenzione, la risposta alle segnalazioni e il sostegno a quanti dichiarano di essere vittime. La collaborazione si può sviluppare attraverso consultazioni e dialoghi specialistici fra le due parti, un comune impegno in ordine agli strumenti formativi e alla condivisione delle esperienze di lavoro, lo sviluppo dei metodi di sostegno alle vittime e la riflessione sui punti critici e i fallimenti del passato.

    La chiara distinzione delle responsabilità dei due contraenti conferma l’autonoma responsabilità delle parti e la loro differenza istituzionale e di autorità, anche in previsione di possibili tensioni e di reciproche insoddisfazioni.

    Quanto al diritto alla critica, si dice: «La stipula del presente memorandum non limita in alcun modo il diritto di ciascuna delle parti di esprimere pubblicamente posizioni critiche nei confronti delle azioni, delle decisioni e delle impostazioni sistemiche dell’altra parte, né di segnalare fallimenti, carenze o rischi del suo operato, anche attraverso i media o altre forme di comunicazione pubblica», anche se si chiede la reciproca buona fede.

    Gli obiettivi comuni sono così definiti: «ridurre sistematicamente il rischio di abusi sessuali attraverso una prevenzione efficace, contribuire a una gestione trasparente, equa e responsabile dei casi di abusi sessuali, rafforzare la tutela dei diritti delle vittime e favorirne il recupero, promuovere una cultura istituzionale improntata alla responsabilità, all’apertura e alla disponibilità al cambiamento». Il documento è a tempo indeterminato.

    Le cose stanno cambiando

    In gennaio, mons. Přbyl e Jiri Kylar avevano inaugurato una mostra sul tema abusi nel monastero francescano di Praga. Kylar aveva detto: «Il percorso verso la collaborazione con la Chiesa è stato lungo e difficile; le vittime di violenza sessuale hanno trovato scarsa sensibilità ed empatia … Vedo che le cose stanno cambiando e che vescovi, sacerdoti e fedeli si stanno impegnando molto di più per approfondire la questione degli abusi. Vogliamo trovare uno spazio sicuro per la condivisione».

    In occasione della firma del documento ha aggiunto che il memorandum non è una conclusione, ma l’inizio: «Siamo felici che, dopo tanti anni in cui alcuni leader religiosi hanno preferito il silenzio, si stia ora aprendo la possibilità di aiutare insieme la Chiesa a diventare un luogo sicuro».

    Il vescovo ha ricordato il percorso comune già fatto con l’associazione nelle indicazioni su come denunciare l’abuso o come avviarne la soluzione giuridica e ha aggiunto: «Comprendo il dolore di tutti coloro che sono stati vittime di abusi. Credo che la collaborazione tra la commissione della Chiesa cattolica ceca per la prevenzione e la protezione degli abusi con l’associazione Someone Will Believe You rafforzerà la possibilità di aiutare in modo efficace e sensibile tutti coloro che hanno subìto un danno o una mancanza di attenzione nell’affrontare questi problemi da parte dei responsabili ecclesiali».

    Nella vicenda vi è anche un risvolto personale. Jiri Kylar aveva comunicato, nel marzo 2019, al vescovo ausiliare di Praga, Zdenek Wasserebauer, responsabile del centro di contatto con le vittime e successivamente membro della commissione creata dai vescovi, il nome del prete che lo aveva molestato. Il collegio incaricato di accertare la fondatezza delle accuse ha immediatamente sospeso dal servizio il sacerdote, peraltro oggetto di molte voci critiche sui media locali, avviando le procedure canoniche del caso.

    https://www.settimananews.it/chiesa/cechia-abusi-accordo-vescovi-vittime/

  • Abusi nella chiesa: l’inchiesta che scuote il Paese prima del viaggio del Papa

    Abusi nella chiesa: l’inchiesta che scuote il Paese prima del viaggio del Papa

    A pochi giorni dall’arrivo di papa Leone XIV in Spagna, un caso scuote la Chiesa cattolica del Paese. Novantaquattro alti prelati sono finiti sotto accusa, sospettati di aver nascosto denunce di abusi sessuali commessi da sacerdoti. Si parla di vere e proprie coperture: alcuni avrebbero protetto i colpevoli, zittendo le vittime. L’inchiesta vuole scavare su decenni di omertà. Un nodo che mette in crisi il legame tra fede e responsabilità morale, in un’istituzione che da sempre pesa nella società spagnola.

    L’inchiesta sugli abusi nella chiesa

    L’inchiesta pubblica su El País si basa su un lavoro minuzioso, che ha esaminato 1.622 casi di abusi sessuali all’interno della Chiesa spagnola. I numeri sono inquietanti: tra i sospettati figurano 7 cardinali, 61 vescovi e 26 superiori di ordini religiosi, tutti accusati di aver coperto le denunce delle vittime. Partita nel 2018, l’indagine ha passato al setaccio testimonianze, sentenze canoniche e atti giudiziari, rivelando un sistema di omertà ben radicato. Da notare che il recente rapporto della Conferenza episcopale spagnola ‘Para dar luz’ ha invece evitato di affrontare il tema delle coperture.

    El País ha chiesto spiegazioni a 211 enti ecclesiastici coinvolti – 70 diocesi e 141 ordini religiosi – ma ha ricevuto risposte complete soltanto da tre, e dopo oltre un mese. La copertura degli abusi non è un fenomeno recente: si trovano casi fin dagli anni Cinquanta e Sessanta. Tra i nomi più controversi spiccano due prelati in procinto di essere beatificati, accusati di aver favorito il trasferimento di sacerdoti pedofili.

    Uno dei casi più drammatici riguarda il sacerdote José Prat, condannato a 17 anni per lo stupro e l’omicidio di un bambino di 9 anni nel 1971. Nonostante la condanna, fu spostato a un altro incarico ecclesiastico senza mai scontare la pena, un episodio che mostra quanto fosse fragile la giustizia interna alla Chiesa in materia di abusi.

    Papa Leone XIV tra consenso e diffidenza: la società spagnola è divisa

    Come riportato da ANSA, a poche ore dall’arrivo del pontefice in Spagna, un sondaggio dell’Istituto 40dB su 2.000 cittadini disegna un quadro sfaccettato. Leone XIV gode di ampio apprezzamento sulle questioni globali come la pace e l’immigrazione: il 69,8% condivide la sua condanna della guerra, il 57,1% approva le sue critiche alle deportazioni di massa. L’enciclica “Magnifica Humanitas” sui rischi dell’intelligenza artificiale raccoglie il favore del 40,4%.

    Le parole del Papa sulle migrazioni, cuore della sua visita, convincono il 45,1% degli intervistati. La sua scelta di rivolgersi direttamente al Congresso spagnolo è sostenuta dal 48%, segno di un’apertura al dialogo. L’approvazione personale raggiunge il 44,5%, con appena un 6,5% di giudizi negativi.

    Ma cresce la richiesta di riforme dentro la Chiesa: l’80% degli spagnoli vuole una modernizzazione della gerarchia per allinearla ai valori della società attuale. Nel frattempo, il 60,9% riconosce il ruolo sociale e caritativo del clero nel Paese.

    Abusi nella Chiesa: i dati evidenziano una ferita ancora aperta

    La richiesta di chiarimenti sugli abusi nella Chiesa rappresentano un esempio di questa tendenza riformista. Secondo quanto emerso dal sondaggio, infatti, la percezione della gestione di questi drammatici eventi da parte delle autorità ecclesiastiche risulta fortemente compromessa agli occhi della stragrande maggioranza della popolazione.

    Il 71,1% degli intervistati si è detto infatti convinto che l’istituzione continui a nascondere i casi di violenza, evidenziando una persistente barriera di diffidenza difficile da abbattere.

    Questo elemento non fa che amplificare il senso di distanza tra la base dei fedeli e i vertici, portando l’attenzione sulla necessità di riforme strutturali non più rimandabili per il futuro del cattolicesimo.

    https://www.alanews.it/2026/06/05/cronaca/abusi-nella-chiesa-linchiesta-che-scuote-il-paese-prima-del-viaggio-del-papa/

  • Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    Il silenzio dei gesuiti sugli abusi di padre De Luca

    È circolata a singhiozzi, emergendo dal silenzio per un giorno o due e poi tornando subito nell’ombra. È la vicenda di padre Sauro De Luca, sacerdote, gesuita e abusatore di giovani donne.  Merita di essere raccontata dall’inizio.

    Nel settembre di due anni fa il gesuita padre Renato Colizzi, direttore del Movimento eucaristico giovanile, importante organizzazione legata alla Compagnia di Gesù con decine di comunità formate da giovani tra gli 8 e i 23 anni attive in tutta Italia, comunicò a la Repubblica e al giornale dei vescovi Avvenire una notizia scioccante, e cioè di essere stato contattato da tre donne che gli avevano riferito degli abusi subiti, negli anni Novanta, ad opera di Padre Sauro De Luca, morto nel 2012. Costui del Meg era stato il leader indiscusso per ben tre decenni, dal 1967 al 1998.

    Padre Colizzi raccontava ad Avvenire nell’ottobre del 2024 di essersi chiesto che cosa fare dinanzi a quelle denunce e infine di aver deciso, dopo una attenta riflessione e d’accordo con i vertici della Compagnia, di compiere una scelta inedita e coraggiosa: invitare tutte le militanti dell’organizzazione che avessero subito degli abusi da De Luca, o anche che solo ne fossero venute a conoscenza, a contattare la dottoressa Villani, una persona specializzata nell’ascolto di storie come queste. A costei Padre Colizzi affidò anche il compito di redigere un dettagliato rapporto sulle violenze di De Luca, precisando che “dovrebbe essere pronto tra un anno e il cui obbiettivo è far emergere, nella sua completezza anche scomoda, la verità dei fatti”.

    Sempre ad Avvenire Padre Colizzi aveva dichiarato che “siamo consapevoli che la Compagnia non ha fatto tutto quello che doveva o poteva fare. Per questo, un capitolo dovrà riguardare il nostro operato”. Il gesuita si riferiva al fatto che, solo qualche anno prima, le voci e le segnalazioni circolate sul sacerdote non erano state prese sul serio all’interno dell’organizzazione. Nel 2010, dinanzi alla denuncia circostanziata di due vittime e al termine di un’indagine previa, la Compagnia decise infatti di “confinare” padre De Luca in una comunità a Gallarate, senza tuttavia dare alcuna notizia pubblica delle denunce ricevute. L’ex leader del Meg morì due anni dopo.

    Pochi mesi fa l’indagine commissionata alla dottoressa Villani si è conclusa. A sorpresa però i gesuiti non hanno dato seguito alle loro promesse e cioè non hanno autorizzato la pubblicazione del report contenente i risultati del lavoro redatto dalla professionista che avevano interpellato (una donna, come le vittime di Padre De Luca), ma hanno preferito subentrare nell’opera affidando il compito al provinciale padre Alessio Ronny (maschio e sacerdote). Ne è risultato un documento di cinque paginette scarse (tanto per dare un’idea il report della commissione indipendente che ha indagato sugli abusi clericali nella Diocesi di Bolzano ne annovera seicentodiciannove!) nel quale non compaiono riferimenti a eventuali responsabilità dei gesuiti e dove gli abusi di padre De Luca sono liquidati in poche righe, con una descrizione che più sommaria e sintetica non si potrebbe. Insomma, più una spiccia memoria difensiva che un omaggio alla verità.

    L’elenco delle autogiustificazioni gesuitiche è assai nutrito all’interno della relazione. A proposito della mancata denuncia pubblica degli abusi di De Luca quando emersero per la prima volta quindici anni fa, si cita la circostanza che “l’imputato non poteva più difendersi” e che le vittime chiedevano l’anonimato. In relazione alla protezione di cui Padre De Luca avrebbe goduto si punta il dito sui “laici e le persone che frequentavano il Meg”, presso le quali alcuni “atteggiamenti inappropriati erano noti” mentre si assolvono i gesuiti superiori e collaboratori di De Luca, che hanno dichiarato di non essersi mai accorti di nulla che non andasse. Solo in un passaggio si riconosce “con immenso dolore che ci sono state gravi carenze nella gestione e nel trattamento delle segnalazioni”, senza tuttavia segnalare il quando, il chi e il come di tali carenze.

    Più in generale si accusa il “periodo storico e la cultura del momento che non hanno consentito di prendere le dovute misure”.

    Non è difficile trovare in ciascuna di queste affermazioni qualcosa che non torna.

    A proposito della mancata denuncia pubblica iniziale ricordiamo che, nel 2010, padre De Luca era ancora vivo e soprattutto non probabilmente così interessato a “difendersi”. Quando Annalisa Corrado, oggi eurodeputata Pd ma da ragazza militante del Meg, si presentò a lui in compagnia del suo terapeuta per chiedergli conto degli abusi che le aveva inflitto padre De Luca ammise le sue responsabilità. È ben possibile immaginare che lo avrebbe fatto anche in pubblico qualora fossero emerse. Seguendo fino in fondo la linea argomentativa presentata nella relazione, di questo argomento non si sarebbe dovuto parlare nemmeno oggi, stante il fatto che De Luca non è più tra noi e non può difendersi. Assecondando questo ragionamento in Francia e nel mondo non si sarebbe dovuto parlare nemmeno dei casi dell’Abbé Pierre e di Jean Vanier (entrambi defunti prima di scoprire che fossero abusatori seriali).

    Non si capisce poi cosa c’entri la protezione dell’anonimato delle vittime. Quel che i gesuiti avrebbero dovuto fare è rivelare le violenze di padre De Luca, non i nomi e i cognomi di chi lo accusava. Gli abusi li aveva commessi lui, non loro.

    Risulta poco convincente anche aver affermato che nessuno si fosse accorto dei comportamenti abusanti di De Luca. Sempre Annalisa Corrado ha riferito infatti che il gesuita era abituato a effondersi in atteggiamenti impropriamente “affettuosi” verso le ragazze anche in pubblico. Possibile che nessun adulto se ne sia mai accorto? Che nessun collaboratore abbia notato qualcosa che non quadrava?

    Quanto, infine, al “periodo storico” e alla “cultura del momento”, a qualcuno può sembrare plausibile sostenere che negli anni Novanta del Novecento non si sapesse cosa fosse un abuso sessuale e quali danni produce nella vita di chi lo subisce? Non è questo un alibi per negare le proprie responsabilità nell’aver sostenuto attivamente all’interno della società italiana una cultura del silenzio che ha protetto i sacerdoti colpevoli di questi crimini?

    Infine, nella relazione, i crimini di padre De Luca sono appena accennati in una decina di righe complessive. Leggendole, si apprendono giusto i dati di sfondo, e cioè che sfruttava “la sua posizione d’autorità e l’influenza spirituale per abusare di giovani donne, alcune minorenni”, che si fidava solo di alcune persone “preferite” escludendo tutte le altre, che reagiva in modo rabbioso e aggressivo quando gli veniva chiesto di smettere di abusare, che per commettere le violenze sfruttava i momenti della confessione e degli accompagnamenti spirituali, che gli abusi sono avvenuti in diversi luoghi del territorio nazionale, ovunque il padre svolgesse la sua attività. E nella relazione questo è tutto. Dieci righe per descrivere una sequela di abusi durata trent’anni. Dieci righe nelle quali manca del tutto non solo un’analisi approfondita delle modalità con le quali avvenivano tali abusi e delle eventuali complicità organizzative, ma dalle quali sono completamente assenti i racconti delle abusate, i loro ricordi, gli stati d’animo, le conseguenze piscologiche ed emotive di quei gesti, cioè tutto quello che immagiamo sia stato raccontato alla dottoressa Villani. Dieci righe che assomigliano al referto scarno di un incidente stradale sulle pagine di un quotidiano locale e nelle quali manca tutto quello che serve per capire la dinamica di una vicenda così grave. Tanto più che, leggendo la relazione abbiamo appreso che padre De Luca ha tenuto una sorta di diario nel quale sono stati annotati personalmente dal gesuita non meno di trenta abusi, anche su donne minorenni.

    In conclusione, si ha la netta sensazione che la “scomoda realtà dei fatti” promessa da padre Colizzi due anni fa ora interessi molto di meno i gesuiti che sembrano piuttosto ansiosi di sbarazzarsi al più presto di questa “rogna”, contando sulla consueta benevola condiscendenza di molta parte della stampa e dell’opinione pubblica italiana. È legittimo chiedersi e chiedere alla Compagnia cosa sia intervenuto in questi due anni a mutare così radicalmente il suo orientamento. Perché la Compagnia non rende pubblica, come avviene a conclusione dei lavori di tutte, ma proprio tutte, le commissioni indipendenti del mondo, la relazione della dottoressa Villani e anche quella parte dei diari di De Luca in cui il gesuita descrive gli abusi che ha commesso?

    Vogliamo solo conoscere la verità e la vogliamo conoscere per intero. Vogliamo che anche i gesuiti prendano sul serio la richiesta che il papa ha rivolto alle comunità cristiane nella sua prima enciclica a “impegnarsi in una comunicazione trasparente e nella ricerca leale dei fatti”.

    Lo si deve innanzitutto alle ragazze di un tempo che hanno patito quelle violenze e hanno oggi diritto di sapere. Ma lo si deve anche all’opinione pubblica e alla comunità scientifica che hanno anch’esse il sacrosanto diritto di conoscere quel che di profondamente sbagliato avveniva all’interno di un’organizzazione così importante della società italiana. Per rileggerne la storia. Per capire. Perché non si ripeta.

    CREDITI FOTO: Simone Savoldi | Unsplash

    https://www.micromega.net/gesuiti-padre-de-luca-abusi

  • Processione in tribunale; tre preti testimoni

    Processione in tribunale; tre preti testimoni

    Non una celebrazione religiosa, ma un’aula di tribunale. Tre sacerdoti sono stati ascoltati davanti al collegio penale nell’ambito del processo che vede imputato un fedele molto attivo nella Chiesa Madre, accusato di presunti abusi sessuali su un giovane, alcuni dei quali sarebbero avvenuti anche quando la presunta vittima era minorenne. Un nuovo caso che si inserisce in una Diocesi già segnata da altre pesanti vicende giudiziarie.
  • I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    I dossier clericali: svelare il potere del privilegio sacro

    Il 4 marzo 2026, mentre il mondo era ancora sotto shock per le rivelazioni finali dei documenti Epstein, negli Stati Uniti venne pubblicato un altro documento sconvolgente: il rapporto di 284 pagine del procuratore generale del Rhode Island.

    Questo rapporto rappresentava una rivelazione, orchestrata dallo Stato, di quello che un tempo era stato un segreto religioso gelosamente custodito.

    Ciò si allineava con il processo di divulgazione del caso Epstein, poiché l’indagine si è protratta per sei anni, a partire dal 2019. Ha portato alla luce 75 anni di documenti diocesani risalenti al 1950, che la Chiesa aveva definito storia antica.

    Le rivelazioni contenute in questo rapporto chiariscono che, mentre i media spesso trattano il caso Epstein come un’esplosione senza precedenti di segreti “dell’élite”, la Chiesa cattolica ha già vissuto situazioni simili.

    Le analogie sono sorprendenti, sia per ciò che è stato nascosto, sia per come le informazioni sono state infine portate alla luce.

    Per molti aspetti, gli “Epstein Files” del periodo 2024-2026 rappresentano la controparte laica degli Archivi Segreti e dei Rapporti Legali che hanno scosso la Chiesa per decenni.

    Il precedente più diretto per il caso Epstein non è costituito solo dai crimini in sé, che sono l’elemento più evidente, ma anche dalla meticolosa documentazione di tali crimini, dal loro occultamento all’opinione pubblica e dall’imponente operazione di insabbiamento.

    Tenuta sistematica dei registri

    I documenti relativi al caso Epstein, resi pubblici tra il 2024 e il 2026, ammontavano a oltre 3 milioni di pagine, inclusi 2.000 video e 180.000 immagini. Tra questi figuravano registri di volo, “taccuini neri”, e-mail e deposizioni che svelavano un meccanismo di potere in cui l’élite non era solo ospite, ma, in alcuni casi, partecipante attivo o facilitatore strategico.

    Questa documentazione è stata occultata alle forze dell’ordine ed è servita come archivio privato di una rete che operava nell’ombra.

    Analogamente, gli archivi clericali includono l’“Archivio Segreto” (archivum secretum) , che ogni diocesi è tenuta a custodire in base al Canone 489 del Codice di Diritto Canonico. Questi archivi contengono “documenti relativi a procedimenti penali in materia di morale” (Canone 489/2) che devono essere “custoditi con la massima cura” (Canone 489). Solo il vescovo locale ne detiene la chiave (Canone 490).

    Protezione dell’élite

    In entrambe le serie di abusi sessuali, è stata utilizzata una forma specifica di silenzio per proteggere un marchio o una gerarchia.

    Nel 2008, Epstein ottenne una protezione legale estremamente controversa, grazie alla quale potenti conoscenze permisero un accordo segreto che garantiva l’immunità totale non solo a lui, ma anche ai suoi potenziali complici. Di conseguenza, questa rete criminale rimase anonima e impunita per oltre un decennio.

    Nella Chiesa cattolica, questa protezione veniva ottenuta attraverso meccanismi diversi, ma funzionalmente identici:

    a] Accordi globali: Quando una diocesi raggiunge un accordo con un gruppo di vittime, gli accordi spesso includono clausole di “esonero da responsabilità”. Queste clausole non proteggono solo lo specifico aggressore; spesso esonerano la diocesi, il vescovo e tutte le parti coinvolte da future rivendicazioni.

    b] Segreto Pontificio: Fino a quando Papa Francesco non ne ha abolito l’applicazione ai casi di abuso il 17 dicembre 2019, il Segreto Pontificio (Secretum Pontificium) era una norma di riservatezza che spesso impediva alle vittime di conoscere l’esito dei loro casi e impediva alle autorità secolari di accedere ai fascicoli.

    Quando le giurie popolari laiche emettevano mandati di comparizione per la produzione di documenti, la Chiesa invocava spesso il segreto pontificio come fondamento giuridico per rifiutarsi di produrli, sostenendo che i documenti facevano parte di un processo “sovrano” e “sacro” al quale i tribunali civili non avevano diritto di accedere.

    La relazione del Procuratore Generale del Rhode Island è stata possibile solo grazie all’abolizione del segreto pontificio da parte di Papa Francesco. Senza di essa, il Procuratore Generale si sarebbe probabilmente scontrato con un muro di “immunità religiosa”.

    Il Segreto Pontificio non era una semplice norma sulla privacy; era un giuramento vincolante. Chiunque lavorasse all’interno della Curia Romana o fosse coinvolto in un processo canonico era vincolato da questo giuramento (Canone 1455).

    I sacerdoti che violavano questo giuramento potevano essere “deposti dall’ufficio” (Canone 1457), il che comportava la perdita di tutti i diritti, poteri e doveri associati al loro ruolo (ad esempio, come giudice, notaio o promotore di giustizia). Questa perdita dell’ufficio era solitamente permanente perché significava la perdita della credibilità morale e legale necessaria per trattare questioni così delicate.

    Se da un lato questo giuramento tutelava la privacy delle vittime, dall’altro proteggeva anche gli aggressori, poiché i sacerdoti e i vescovi coinvolti nell’indagine non potevano denunciare informazioni compromettenti alla polizia senza tradire il loro giuramento a Dio.

    Questo silenzio istituzionale – in cui i vescovi davano priorità all’evitare scandali rispetto alla sicurezza dei bambini e degli adulti vulnerabili, e a volte ordinavano esplicitamente alle persone di tacere o consigliavano alle donne di rimanere in silenzio “per il loro bene” – era simile all’uso di accordi di non divulgazione (NDA) e patti di non perseguibilità da parte delle figure di spicco di Epstein per insabbiare le accuse.

    A differenza del segreto confessionale, che rimane assoluto e inviolabile, il segreto pontificio era una norma amministrativa. Abolendolo per i casi di abuso, la Chiesa ha finalmente chiarito che questi crimini non sono questioni religiose private, ma sono soggetti alla stessa trasparenza di qualsiasi altro reato.

    c] Manipolazione della legge: Un’altra scappatoia sfruttata dalla Chiesa è la debolezza delle leggi in alcuni paesi. Le operazioni di insabbiamento della Chiesa sono state così meticolose che i sopravvissuti agli abusi subiti da bambini erano troppo grandi per sporgere denuncia quando gli abusi sono venuti alla luce.

    In Pennsylvania, ad esempio, bisognava avere meno di 30 anni per intentare cause civili e meno di 50 per sporgere denuncia penale. Ciò lasciava poche possibilità di ottenere giustizia per molte delle vittime, che avevano tra i 60 e i 70 anni quando testimoniarono davanti al Gran Giurì della Pennsylvania. La vittima più anziana aveva 83 anni.

    I fascicoli degli impiegati

    Il rapporto del Rhode Island ha identificato 75 membri del clero (sacerdoti e diaconi) che avrebbero abusato di oltre 300 vittime nell’arco di settant’anni.

    Il rapporto descriveva uno schema ricorrente di trasferimento di sacerdoti accusati tra le parrocchie per evitare scandali. Quasi 40 sacerdoti furono trasferiti almeno cinque volte ciascuno, e alcuni anche più di dieci.

    Il rapporto criticava inoltre la dipendenza della diocesi da “strutture in stile ritiro spirituale” e centri di cura negli anni ’50 e ’60, dove gli abusi venivano trattati come una debolezza mentale o spirituale piuttosto che come un crimine.

    Ha portato alla luce gli accordi segreti stipulati dalla Chiesa, che ricalcavano l’accordo negoziato dagli avvocati di Epstein nel 2008, tenuto nascosto alle vittime in diretta violazione della legge statunitense.

    In entrambi i casi, l’istituzione (la Chiesa o lo Stato) ha trattato la vittima come un potenziale rischio di contenzioso piuttosto che come una persona con diritti. Hanno usato la segretezza come arma per garantire che, una volta che la vittima avesse compreso l’accaduto, lo scudo della legge fosse già saldamente al suo posto per proteggere il predatore.

    Un altro documento fondamentale è il rapporto del Gran Giurì della Pennsylvania (2018), frutto di un’indagine durata due anni, che ha dettagliato decenni di presunte irregolarità e insabbiamenti in sei delle otto diocesi cattoliche dello stato.

    Composto da 1.400 pagine e redatto in un linguaggio tagliente, il rapporto descriveva alcuni dei presunti abusi con dettagli inquietanti. Questo documento ha creato un precedente per la desecretazione dei documenti relativi al caso Epstein. È servito da modello per dimostrare come un governo possa utilizzare il proprio potere di citazione in giudizio per aggirare le leggi istituzionali e rendere pubblici segreti interni.

    Il rapporto della Pennsylvania del 2018 ha identificato 301 sacerdoti pedofili e oltre 1.000 vittime minorenni, sebbene la Gran Giuria abbia osservato che il numero reale fosse probabilmente nell’ordine delle migliaia, ma non potesse essere accertato a causa della diffusione degli abusi e della meticolosità delle operazioni di insabbiamento.

    La scoperta più famosa del rapporto è stata l’“Archivio Segreto”, menzionato anche nel Rapporto del Rhode Island del 2026. Esso dimostrava che i vescovi custodivano in una cassaforte dei fascicoli “genealogici” che documentavano ogni accusa, valutazione psicologica, avvertimento sul rischio di recidiva degli abusatori, organizzazione del loro trasferimento in nuove parrocchie, accordi extragiudiziali, costi per la cura dei sacerdoti abusatori e ogni centesimo pagato in “tangenti per il silenzio”, mentre allo stesso tempo dichiaravano pubblicamente e alla polizia che tali documenti non esistevano.

    Il rapporto descriveva un modello di abusi mai visto prima “di questa portata”. La condanna nei confronti degli artefici del sistema che ha favorito questi abusi era forte: ” Nonostante alcune riforme istituzionali, i singoli leader della Chiesa sono in gran parte sfuggiti alla responsabilità pubblica. I sacerdoti violentavano bambini e bambine, e gli uomini di Dio responsabili non solo non hanno fatto nulla, ma hanno insabbiato tutto. Per decenni, monsignori, vescovi ausiliari, vescovi, arcivescovi e cardinali sono stati perlopiù protetti; molti, compresi alcuni citati in questo rapporto, sono stati promossi. Finché la situazione non cambierà, riteniamo che sia troppo presto per chiudere il capitolo degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica”.

    È emerso chiaramente che lo schema di abusi, negazioni e insabbiamenti rivelato da questi documenti indicava che il sistema non stava fallendo; al contrario, veniva gestito in modo estremamente efficiente.

    Il manuale per l’occultamento

    Il rapporto della Pennsylvania ha smascherato un manuale statale per l’occultamento istituzionale, simile alla sofisticata e ricorrente strategia utilizzata dalle reti d’élite come quella di Epstein per evitare di essere scoperte.

    Gli stupri e la sodomia venivano registrati nei fascicoli come “contatti inappropriati”, “scherzi” o “problemi di comportamento”. I sacerdoti abusatori venivano trasferiti in nuove parrocchie senza preavviso alle nuove comunità, spesso con lettere di raccomandazione favorevoli.

    Le vittime erano costrette a firmare accordi di riservatezza come condizione per ricevere aiuto con la consulenza psicologica o il rimborso delle spese mediche. Si prestava particolare attenzione a proteggere la “fratellanza”.

    Nel caso Epstein, il traffico sessuale veniva spesso indicato nei registri e nelle email come “massaggi” o “reclutamento”. Epstein, in veste di reclutatore, si spostava tra New York, la Florida e Parigi, spesso portando con sé gli stessi “collaboratori” per facilitare le operazioni.

    L’accordo del 2008 e i successivi accordi extragiudiziali si basavano su patti di riservatezza per impedire alle vittime di parlare con l’FBI. La sua clientela d’élite veniva protetta a tutti i costi.

    Un’altra strategia comune sia al caso Epstein che ai fascicoli del clero era quella di prendere di mira individui vulnerabili. I fascicoli del clero mostrano come le famiglie cattoliche devote fossero prese di mira, meno propense a credere alle vittime all’interno della propria famiglia quando un sacerdote venerato veniva accusato. Nel caso Epstein, le vittime erano ragazze minorenni, svantaggiate dal punto di vista socioeconomico e prive di voce di fronte ai loro potenti aggressori.

    Il rapporto del Rhode Island segna la rottura degli ultimi, più isolati sistemi di “diritto privato” in questo stato insulare, il più cattolico degli Stati Uniti (40%). Offre la prima analisi approfondita dei meccanismi finanziari e psicologici dell’insabbiamento e segna il momento in cui ciò che era “sacro” è diventato “profano” agli occhi della legge.

    Ciò indicava che nessuna quantità di prestigio religioso o influenza storica poteva sostenere un sistema giuridico privato quando i bambini erano il prezzo di tale segretezza.

    Patriarcato: la svalutazione dell’”altro”

    La diffusa crisi degli abusi sessuali e la sua insabbiatura istituzionale non possono essere ridotte a un insieme di “mele marce”. Essa è fondamentalmente resa possibile da un sistema patriarcale che conferisce agli uomini il potere senza che questi ne rispondano.

    Mentre i soci di Epstein erano protetti da ricchezza e influenza che generavano un timore ossequioso, gli uomini citati nei “Clerical Files” sono protetti da un “privilegio sacro” che esige riverenza.

    Entrambi i sistemi insegnano agli uomini che l’autorità è un loro diritto di nascita e che i vulnerabili possono essere sfruttati impunemente.

    In questi sistemi discriminatori di genere, le donne sono spesso considerate esseri umani inferiori. Nel suo libro “Trash: Encounters with Ghislaine Maxwell”, Christina Oxenberg riporta la risposta di Maxwell quando le fu chiesto delle ragazze che reclutava per i “massaggi” di Epstein: “Non sono niente; sono spazzatura”.

    Nella Chiesa, la svalutazione delle donne è più subdola. Il divieto di ordinazione femminile, pur essendo presentato come una questione teologica, in realtà rafforza la loro posizione subordinata, suggerendo che siano create a immagine di un “Dio minore”.

    Sostenendo che le donne siano incapaci di rappresentare Cristo alla mensa eucaristica, la Chiesa le svaluta come persone, rendendole permanentemente subordinate ai sacerdoti e strutturalmente vulnerabili agli abusi.

    Sacerdozio cultuale: patriarcato autocratico

    Nella Chiesa, il potere patriarcale, unito al culto del sacerdozio, conferisce ai sacerdoti un “privilegio sacro” unico. In virtù del loro ufficio, i sacerdoti sono spesso considerati come partecipi dell’autorità assoluta di Cristo.

    Questo potere di governo viene spesso presentato come un mandato divino piuttosto che come un servizio delegato dalla comunità. In questa cornice teocratica, il sacerdote si pone al posto di Dio, creando una gerarchia permanente e intoccabile.

    Pertanto, il sacerdote non solo viene separato, ma anche posto al di sopra del popolo di Dio per governare, insegnare e ammonire senza trasparenza. Questa relazione è codificata nel titolo di “Padre”, che viene spesso strumentalizzato come forma di patriarcato autocratico.

    In questa gerarchia patriarcale, vescovi e sacerdoti spesso agiscono come se fossero al di sopra della legge civile. La storia globale degli insabbiamenti, in cui i tribunali laici sono stati costretti a usare mandati di perquisizione per sequestrare documenti compromettenti dagli Archivi Segreti, fornisce una chiara prova di questa presunta sovranità.

    Questa teologia crea anche una fratellanza di élite religiose e si traduce in un circolo vizioso in cui i sacerdoti rispondono solo ad altri sacerdoti, in modo simile al caso Epstein, in cui la classe dei miliardari credeva di dover rispondere solo ai propri pari, mai al sistema giuridico “comune”.

    Nella Chiesa, i sopravvissuti devono presentare le proprie ragioni agli stessi uomini celibi che fanno la legge, la giudicano e la applicano. Questo elemento da “spogliatoio” fa sì che gli alti funzionari si identifichino più con il “fratello” carnefice – la cui vita temono venga rovinata – che con la vittima, il cui trauma permanente e potenzialmente letale viene liquidato come “gestibile”.

    Questa teologia tossica crea anche una rete di silenzio e complicità. I ​​vescovi si proteggono a vicenda e proteggono il sacerdote abusante perché il loro status è legato alla sua posizione. Se vescovi e sacerdoti cadono in disgrazia, il “corpo” perde il suo prestigio divino; pertanto, il sistema sceglie di sacrificare la vittima dell’abuso per salvare l’istituzione.

    Inoltre, alimenta una cultura clericale tossica che sottende un’immunità implicita. Fondata sull’erronea convinzione che i religiosi possiedano diritti intrinseci al potere e ai privilegi in virtù del loro status di ordinati, questa cultura dà origine a un senso di diritto elitario che crea un vuoto di responsabilità e pone il prestigio dell’istituzione al di sopra del benessere dei fedeli. Ciò fornisce uno “scudo sacro” che rispecchia l’”immunità d’élite” laica emersa nel caso Epstein.

    Cambiamento ontologico: lo scudo della “Persona Christi”.

    Un pilastro fondamentale del clericalismo è la dottrina magisteriale secondo cui l’ordinazione produce un “cambiamento ontologico”, conferendo così all’ordinato il potere di agire nella persona di Cristo (persona Christi). Il sacerdote viene “configurato a Cristo”, diventando quindi, in sostanza, Dio. Non solo agisce e parla per conto di Dio, ma come Dio stesso.

    Questo crea una barriera psicologica per i fedeli, rendendo quasi impossibile per loro credere che un prete sia capace di crimini sessuali. È il motivo per cui spesso non si crede ai bambini e alle donne quando denunciano gli abusi.

    Per la vittima, la “persona Christi” crea un devastante effetto di manipolazione psicologica a livello spirituale: denunciare un crimine equivale a tradire Dio. I sacerdoti predatori manipolano comunemente le credenze religiose, i testi sacri o l’autorità spirituale per indurre la vittima a dubitare della propria realtà, della propria sanità mentale e del proprio rapporto con il Divino.

    Alla vittima viene detto che la sua sofferenza è una “prova di Dio” o una “croce da portare”. Inquadrando un crimine come una sfida spirituale, l’aggressore ridefinisce il naturale desiderio di giustizia della vittima come “mancanza di fede” o “orgoglio spirituale”.

    Come evidenziato nel Rapporto del Rhode Island del 2026, i predatori spesso utilizzavano un linguaggio spirituale durante l’abuso stesso, affermando che l’atto fosse “sacro” o “predestinato”. Questo distorce gravemente la bussola morale della vittima, facendole percepire la denuncia del crimine come un atto sacrilego.

    Peggio ancora, l’istituzione spesso ribalta la situazione, trasformando la vittima in “peccatrice” per aver reagito all’abuso. Se una persona sopravvissuta esprime rabbia, le viene detto che è “incapace di perdonare” o “amareggiata”. All’interno di una struttura clericale, il “perdono” viene spesso strumentalizzato per imporre il “silenzio”.

    Sia nel caso Epstein che in quello del clero, il “sistema” partecipa alla manipolazione psicologica per proteggere se stesso. Proprio come gli avvocati di Epstein dipingevano le vittime come “cacciatrici di dote” o “instabili”, i funzionari della Chiesa spesso etichettano i genitori o le vittime che presentano denunce come “piantagrane” o “persone con disturbi emotivi”.

    Mentre il gaslighting tradizionale ti porta a mettere in discussione ciò che hai visto, il gaslighting spirituale ti porta a dubitare di chi sei agli occhi di Dio. Questo può essere devastante e può persino portare alla perdita della fede, sostituendo l’immagine di un Dio amorevole con quella di un predatore.

    Risoluzione dei reclami: iniziative di Papa Francesco

    Il risarcimento per gli abusi sessuali si compone di molti elementi, ma inizia con l’ascolto empatico e non giudicante della vittima, la fiducia nella sua storia e il riconoscimento del reato.

    Nella Chiesa, Papa Francesco ha compiuto alcuni passi positivi, esprimendo “vergogna e dolore” per gli abusi sessuali al suo interno e scusandosi pubblicamente in diverse occasioni in varie parti del mondo.

    Ha ridotto allo stato laicale il cardinale Theodore McCarrick, ex arcivescovo di Washington DC, in seguito ad accuse di abusi sessuali, tra cui uno che coinvolgeva un bambino di 11 anni.

    Nel maggio 2018, tutti i 34 vescovi cileni in carica hanno presentato le proprie dimissioni a Papa Francesco in seguito a un vertice in Vaticano. Il vescovo ha accettato le dimissioni di 9 di loro, ammettendo di aver commesso “gravi errori” nel difendere il vescovo Juan Barros, accusato di essere complice del più noto prete pedofilo del paese, Fernando Karadima. Successivamente, altri due vescovi cileni sono stati ridotti allo stato laicale.

    Nel febbraio 2019, a seguito di un incontro in Vaticano sulla protezione dei minori nella Chiesa, Papa Francesco ha pubblicato la lettera apostolica Vos estis lux mundi, che stabilisce nuove norme procedurali per combattere gli abusi sessuali e garantire la responsabilità delle autorità religiose.

    Prima di allora, non esisteva un percorso chiaro e scritto per le vittime di abusi per denunciare un vescovo. Nel marzo 2023, ha pubblicato una versione aggiornata di questa lettera, rendendo permanenti queste norme. Ora, ogni diocesi deve avere un sistema “pubblico, stabile e facilmente accessibile” per la segnalazione degli abusi.

    Come già accennato, Papa Francesco ha anche decretato che il segreto pontificio non si applica alle accuse, ai processi e alle decisioni relative agli abusi, facilitando così il coordinamento con le forze dell’ordine civili e aprendo canali di comunicazione con le vittime.

    Blocchi stradali

    Nonostante questi sforzi, i sostenitori delle vittime di abusi affermano che ben poco è cambiato.

    I critici delle norme aggiornate hanno contestato l’assenza di un obbligo di notifica alle forze dell’ordine nei casi di abuso. Inoltre, non vi è alcun obbligo di informare il pubblico, compresi i denuncianti e le loro famiglie, del procedimento canonico o del suo esito, il che rende difficile valutare l’efficacia della legge.

    Andrew Small OMI, Segretario emerito della Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, ha ammesso nel 2023 che oltre due terzi delle conferenze episcopali non dispongono delle risorse necessarie per attuare il processo in modo significativo.

    Dopo la morte di Papa Francesco, l’organizzazione Ending Clergy Abuse (ECA) ha rilasciato una dichiarazione in cui affermava che “sotto la sua guida, la Chiesa non è riuscita a ritenere i vescovi responsabili del loro ruolo nel consentire, nascondere e perpetuare gli abusi. Un cambiamento sistemico è rimasto irraggiungibile”.

    Il documento sottolineava che il rifiuto di Francesco di rimuovere o sanzionare coloro che erano complici degli insabbiamenti tradiva l’obbligo morale della Chiesa di proteggere i più vulnerabili.

    Shaun Dougherty, presidente della Survivors’ Network of those Abused by Priests (SNAP), ha dichiarato: “I vescovi di tutto il mondo… sono collettivamente a conoscenza di migliaia di sacerdoti abusatori che prestano ancora servizio in parrocchie e scuole. Una vera politica di tolleranza zero significherebbe rimuovere immediatamente questi colpevoli e ritenere i vescovi responsabili del fatto che li mantengano in servizio”.

    La Chiesa è disposta ad adottare misure così rigorose?

    La fine del privilegio sacro

    Esaminare onestamente i “fascicoli clericali” in tutta la loro depravazione è parte della trasparenza radicale di cui c’è urgente bisogno per ristabilire la fiducia nella Chiesa. Invece di nascondere le nostre cicatrici, è tempo di smascherare con coraggio i sistemi che le hanno generate.

    La teologia tossica e gli statuti del Codice di Diritto Canonico che promuovono e perpetuano il “privilegio sacro”, che conduce a una Chiesa disfunzionale, devono essere riconosciuti, condannati ed eliminati.

    Smantellando le strutture del clericalismo e del privilegio patriarcale, non stiamo solo cercando giustizia storica; stiamo creando una società in cui nessuno, a prescindere da ricchezza, conoscenze o status sociale, è al di fuori della portata della legge.

    Affinché ciò accada, tuttavia, la testimonianza dei sopravvissuti deve essere posta al centro del dibattito e trattata non come una minaccia per l’istituzione, bensì come l’unico fondamento per ricostruire una Chiesa veramente giusta, compassionevole e sicura.

    The Clerical Files: Exposing the power of holy privilege

  • Preti abusanti: Italia e Salvador mostrano che…

    Preti abusanti: Italia e Salvador mostrano che…

    Per Chiesa e magistrati esistono pedofili non punibili

    «I fatti contestati rimangono al di sotto della soglia di punibilità». È la risposta che un quattordicenne, abusato per anni dal suo parroco, ha ricevuto dal Dicastero per la dottrina della fede. Il ragazzo era stato palpeggiato nelle parti intime dal prelato.

    Il 5 maggio (Giornata nazionale contro la pedofilia e la pedopornografia), l’Ansa ha battuto la notizia che la Corte Costituzionale ha sancito che «quando è riconosciuta l’attenuante della “minore gravità”, il condannato per “atti sessuali con minorenne, ove ne sussistano le condizioni, deve vedersi sospesa l’esecuzione della pena, in modo che possa presentare istanza di accesso ai benefici penitenziari e che la magistratura di sorveglianza possa compiere la conseguente valutazione individualizzata, senza che nel frattempo sia limitata la libertà personale con la detenzione in carcere”».

    Due anni fa, sempre la Corte Costituzionale scrisse in una sentenza che esiste una pedofilia di “minore entità”. Nella sentenza numero 91/ depositata il 20 maggio e pubblicata due giorni dopo sulla Gazzetta Ufficiale, i giudici hanno infatti dichiarato che è incostituzionale non prevedere la diminuzione della condanna per reati di pedopornografia considerati di «minore gravità». Alla Corte Costituzionale il ricorso era stato promosso per il caso di un imputato per pedopornografia e adescamento di minori.

    • El Salvador: chiesto indagine penale su abusi

    Il salvadoregno José Napoleón Lemus ha denunciato di essere stato vittima di abusi sessuali quando frequentava l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto salesiano dove stava studiando per il diploma di maturità.

    Lemus ha denunciato di essere stato abusato dal rettore dell’epoca, il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò, e ha dichiarato a El Mundo di aver contattato almeno altre 50 vittime dello stesso prete. Lemus nel 2020 ha ricevuto un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il don Corò, accusato di «crimini più gravi contro il sesto comandamento».

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti, e specifica che il 12 febbraio 2020 sono state prese le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale. Lemus però non è soddisfatto dell’esito dell’indagine ecclesiastica e chiede che sia avviato un procedimento penale nei confronti del sacerdote italiano.

    Il caso di José Napoelón Lemus è presente nel dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo recentemente inviato in Vaticano dal quotidiano spagnolo El Pais.

    • Pagamento record dell’arcidiocesi di New York alle vittime di abusi

    Cifra quasi record, seconda solo a quanto versato dalla diocesi di Los Angeles due anni fa, per l’arcidiocesi di New York: 800 milioni di dollari corrisposti a 1300 vittime di abusi sessuali del clero. Due anni fa Los Angeles pagò 80 milioni in più.

    Il risarcimento arriva al termine dell’accordo transattivo con le vittime per chiudere i casi di abusi sessuali da parte di sacerdoti dell’arcidiocesi americana.

    Jeff Anderson e Mike Finnegan, avvocati di 300 sopravvissuti, hanno definito l’accordo un trionfo. L’arcivescovo Ronald Hicks, in una lettera aperta ai fedeli, si è definito cautamente ottimista su fatto che tutte le vittime accetteranno di sottoscrivere l’accordo. La Chiesa, ha aggiunto, ha inoltre ridotto le spese per il personale e i costi operativi per finanziarlo.

    Senza quest’accordo la diocesi avrebbe rischiato la bancarotta come è già successo in diverse altre diocesi americane, anche nello stesso Stato di New York.

    • Spagna: risarcimenti per abusi esenti dal fisco

    I risarcimenti ricevuti dalle vittime di abusi sessuali del clero non andranno inseriti nella dichiarazione dei redditi e non saranno sottoposti a tassazione. La decisione è stata promulgata dal Consiglio dei Ministri spagnolo con un decreto legge.

    Tale disposizione applica l’accordo sottoscritto dal Governo con la Conferenza Episcopale per il riconoscimento e la riparazione alle vittime di abusi clericali.

    (A cura di Alessio Di Florio. Foto di Claudio Schwarz su Unsplash)

  • Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Una vittima di abusi da parte di un sacerdote salesiano chiede che il sistema giudiziario salvadoregno esamini il suo caso e apra un’indagine penale.

    Sono trascorsi più di vent’anni da quando José Napoleón Lemus lasciò El Salvador per cercare di dimenticare un dolore inflittogli che, all’epoca, nessuno voleva riconoscere. Oggi, con le prove in mano, con un caso di abuso ammesso dalla congregazione salesiana, cerca giustizia nel suo paese. Era il 1985 e stava studiando per il diploma di maturità presso l’Istituto Tecnico Ricaldone di San Salvador, un istituto cattolico sotto l’egida della congregazione salesiana.

    Lemus era un ragazzo con difficoltà di apprendimento, al quale molti anni dopo fu diagnosticata la dislessia. Alla fine del 1985, i suoi problemi scolastici si erano aggravati e lo condizionavano notevolmente. Il sacerdote salesiano italiano Giuseppe Corò era il rettore dell’istituto e insegnava anche due materie, religione ed educazione sessuale, “ironicamente”, racconta questo salvadoregno.

    «Avevo una bella amicizia con padre Corò, e lui interagiva con me privatamente e mi diceva subito che se avessi mai avuto bisogno di aiuto, avrei dovuto rivolgermi a lui; le sue porte erano sempre aperte quando volevo. Ho interpretato questo gesto come un segno di amicizia e ho iniziato a vederlo come un secondo padre», racconta Lemus in una lettera scritta nel 2019, in cui descrive gli abusi.

    Alla fine dell’anno, nel novembre del 1985, padre Corò gli chiese di incontrarlo a scuola dopo le 18:00. Il sacerdote gli diede indicazioni su come entrare e gli assicurò che la sicurezza lo avrebbe lasciato passare.

    Appena entrato, Lemus racconta che il prete lo afferrò e iniziò a toccarlo e baciarlo. “Ero paralizzato”, ha raccontato. In un’intervista al Diario El Mundo, Lemus ha raccontato che il prete cercò di corromperlo: “Sono parole che non dimenticherò mai: ‘Se vieni almeno una volta al mese, non dovrai più preoccuparti di studiare ‘. Era una tangente sessuale, nel senso che mi avrebbe permesso di laurearmi. E non sono mai più tornato a scuola “, ha detto questo salvadoregno residente in Canada.

    José lasciò la scuola e quello stesso giorno raccontò alla madre cos’era successo. “Mia madre non ci credette. Pensava che fosse una scusa per non studiare”, disse. Anni dopo, sotto pressione per interrompere gli studi e nel bel mezzo del reclutamento per il conflitto armato, Lemus lasciò El Salvador, viaggiò negli Stati Uniti e in seguito in Canada, che è la sua casa da decenni.

    “Ho evitato di andare in El Salvador per tutta la vita”, ha dichiarato a Diario El Mundo in una telefonata, ammettendo di avere ancora incubi al momento del ritorno nel Paese e che il bambino a cui è stata rubata l’infanzia piange ancora per il dolore.

    Un decreto e un “rimprovero”

    Ma questa storia non si limita a una lettera. Dopo aver cercato aiuto e aver trovato ogni porta chiusa, nel 2019 la Vice-Provincia di Maria, Sede della Sapienza, a Roma, Italia – una circoscrizione speciale della Congregazione Salesiana mondiale – decise di ascoltarlo. Inviarono dei rappresentanti alla sua residenza in Canada e ebbero con lui una lunga conversazione. Sebbene José riconosca che i Salesiani che lo visitarono cercassero solo di smentire la sua storia, un anno dopo, nel febbraio 2020, ricevette una lettera dal superiore della Vice-Provincia che confermava il suo racconto.

    Si tratta di un decreto firmato dal rettore salesiano, padre Eugenio Riva, che fa riferimento a un’indagine preliminare avviata contro il reverendo Giuseppe Corò, accusato di “crimini più gravi contro il sesto comandamento” (crimini contro il sesto comandamento, che secondo la Bibbia prescrive ai fedeli: “Non commettere atti impuri”).

    Il decreto conclude che il sacerdote Giuseppe Corò ha commesso gli abusi, pur non utilizzando il termine specifico, e che è stata presa in considerazione l’età delle vittime al momento dei fatti . Il documento si conclude affermando che, il 12 febbraio 2020, sono state decretate le opportune sanzioni canoniche nei confronti del sacerdote italiano, in relazione alla sua vita religiosa e al suo ministero sacerdotale.

    Il documento cita il Codice di Diritto Canonico, Canone 1339 §2, che prevede di “rimproverare chiunque causi scandalo o grave turbamento”. 

    «Il sacerdote che è rettore del monastero salesiano (Giuseppe Corò), dove si è ritirato, mi ha mandato una lettera di scuse e mi ha detto che mi avrebbero aiutato. E il rettore, che è anche rettore dei Salesiani in America Centrale, è stato colui che ha approvato l’aiuto psicologico che ricevevo da tre anni qui in Canada», ha raccontato Lemus.

    Impunità

    Sebbene il decreto abbia un peso significativo nel riconoscere gli abusi, José afferma di non aver ancora ottenuto giustizia. Per anni ha cercato di contattare la Polizia Civile Nazionale, avvocati per farsi rappresentare e diverse altre istituzioni, ma è stato ignorato. La polizia richiedeva la sua presenza per sporgere denuncia, mentre gli avvocati pretendevano migliaia di dollari in anticipo, senza offrire alcuna garanzia di successo. Ad oggi, non è stato aperto alcun procedimento penale in relazione a questi abusi.

    “Quello che desidero veramente è che il prete venga messo in prigione, che paghi per le sue azioni, che venga rimosso dalla ‘santificazione’ (sic), dall’essere un santo per chilometri, chilometri, pianeti, perché non lo era, perché non lo è. Le cose buone che ha fatto in El Salvador, le ha distrutte con le tante vite che ha colpito, e se questa voce potesse dare voce a coloro che sono stati feriti, lo farebbe”, ha implorato Lemus.

    Il caso di José Napoelón Lemus è uno dei 24 che il quotidiano spagnolo EL PAÍS ha recentemente presentato al Vaticano, in un sesto dossier che raccoglie oltre 800 denunce di pedofilia commesse da sacerdoti cattolici contro minori in tutto il mondo.

    Il suo caso non è l’unico che coinvolge il Coro Salesiano: EL PAÍS ha pubblicato almeno altre due testimonianze di salvadoregni che sono stati vittime di questo sacerdote, nella stessa istituzione nella capitale, durante il periodo in cui ne era a capo.

    Lemus, tuttavia, afferma di aver contattato, nominativamente, almeno 50 vittime di Corò residenti in El Salvador, che non si sono fatte avanti per paura. José dichiara che il sacerdote gode di un notevole sostegno all’interno della comunità salesiana, essendo stato una delle sue figure di spicco nel paese durante gli anni ’80.

    “Quello che non sapevano era cosa faceva durante la notte. Durante la notte si trasformava e smetteva di essere il padre buono e santo che tutti desideravano. Diventava uno stupratore, cosa che purtroppo è sempre stato. E io ero solo un’altra vittima.”José Napoleón Lemus, vittima di abusi da parte di padre Corò.

    José si lamenta del fatto che ogni volta che cerca di parlare del suo caso, riceve minacce proprio dalla comunità che protegge il suo aggressore. Esorta le vittime a trovare il coraggio di denunciare gli abusi e critica i leader della Chiesa cattolica in El Salvador che continuano a proteggere gli aggressori: “Smettetela di essere codardi”, dice loro.

    “Mi ha crocifisso”

    Le cicatrici lasciate da questi abusi sono durate per tutta la vita di José; non è un aneddoto che può raccontare a chiunque. Dopo averlo confidato alla madre, ha cercato di dimenticare l’accaduto; nel suo racconto accenna persino a un tentativo di suicidio.

    Ma dopo anni passati a negare di essere stata vittima di abusi, è riuscita a parlare grazie all’aiuto della Rete dei Sopravvissuti agli Abusi da parte dei Sacerdoti (SNAP). Ora si sente “un po’ più libera”, anche se non ha ancora ottenuto giustizia.

    Il dolore che José prova ancora, e che ha provato, ha cambiato tutto. Socialmente si è allontanato dagli amici, ha smesso di studiare, ha dovuto vivere in esilio e ricominciare una nuova vita, ma ha anche smesso di credere.

    «Ero una cattolica devota. E mi piace, voglio credere che esista un essere superiore a noi, ma non potete immaginare quanto sia difficile mantenere questa fede. Molto difficile. Perché? Perché quell’essere che ci protegge, quell’essere che fluttua tra le nuvole o dentro di noi o chissà dove, ha deciso di prendersi una pausa il giorno in cui Padre (Giuseppe Corò) mi ha toccato la mano. Voglio dire, dov’è Dio se non a proteggerci? Che dire degli altri 30.000 casi di stupro? Dov’è l’essere che ci protegge? L’essere che ci ama e l’essere che dà la sua vita per noi, l’essere che è morto su quella croce. Quando l’essere che ti parla di lui ti stupra in quel modo. Le parole del sacerdote – quando mi ha portato nella sua stanza – sono state: “Lascia che ti presenti l’amore di Dio”. Sono parole che non potrò mai dimenticare», ha affermato Lemus.

    Il suo racconto è preciso: “Un figlio di puttana in cui credevo molto mi ha fregato, mi ha crocifisso e ho dovuto portare questa croce per tutta la vita.”

    Negli ultimi 13 anni, nove sacerdoti sono stati coinvolti in casi di abusi sessuali o stupri di minori ; solo due sono stati condannati al carcere. Nel frattempo, José Napoleón Lemus attende l’udienza.

    https://diario.elmundo.sv/nacionales/victima-de-abuso-de-sacerdote-salesiano-busca-que-la-justicia-salvadorena-lo-escuche-y-abra-un-proceso-penal