Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: sacerdoti

  • Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

    Gernot Paulmichl: “Ho subìto abusi in parrocchia già da piccolo”

    VENOSTA. Gernot Paulmichl oggi ha 60 anni – una moglie e tre figli di 25, 23 e 16 anni – ma si è deciso a parlare degli abusi subiti da bambino solamente un anno fa dopo aver visto il film “(K)einen Ton sagen – Non più silenzio” proiettato in tante sale, compresa quella di Silandro.

    Nel documentario girato dal regista austriaco Georg Lembergh fra l’Alto Adige e il Tirolo del Nord quattro voci femminili vittime di abusi sessuali confessano le pressioni subìte per non parlare. A quel punto anche Gernot ha scelto di uscire allo scoperto: «Sono stato invitato da una conoscente che faceva la co-protagonista e ho deciso, dopo tanti anni, di raccontare quello che mi era successo in Parrocchia». Il primo media a rendere pubblica la sua storia è stato il “Vinschgerwind” con Magdalena Dietl Sapelza ma oggi Gernot l’ha ripetuta anche a noi.

    Quanti anni aveva?

    Tutto è accaduto quando avevo dai 6 agli 8 anni. Venni invitato ad andare in canonica per confessarmi. La confessione si trasformò in un abuso sessuale da parte del parroco con la motivazione che avevo un’anima nera, che ero posseduto da spiriti maligni e dovevo essere purificato. Ci fu anche un esorcismo e venni invitato a non dirlo a nessuno.

    E a casa sapeva di non poter dire niente, sebbene lei fosse la vittima..

    Sì, mi sentivo in colpa, ero impotente e rimasi in silenzio, anche perché sapevo che mio padre non tollerava alcuna contraddizione, tantomeno quando si trattava di preti. Provai a parlarne con una zia ma mi fermò con uno schiaffo. In quel periodo venni invitato a confessarmi circa 50 volte. Non ero l’unico vittima di abusi, il prete poi fu allontanato ma non ebbe conseguenze.

    Il problema fu, poi, che lo incontrò più avanti anche in val Pusteria. Giusto?

    Sì, ero andato a Sesto a lavorare in un albergo per guadagnarmi i primi soldi da studente. Il prete mi cercò con insistenza temendo che potessi parlare degli abusi.Poi fece il servizio militare nei paracadutisti a Pisa.

    E cosa accadde?

    Quel prete arrivò anche a scrivere al cappellano militare. Quest’ultimo entrò nella mia stanza e mi mostrò una lettera del mio ex aguzzino, in cui quest’ultimo scriveva che ero un’anima malvagia, non degna di guidare un gruppo di 12 persone.

    A quel punto lei fu spedito in Libia. Perché?

    Mi chiesero ancora prestazioni sessuali ma rifiutai inorridito. Poi venni spedito in Libia come ritorsione. In Nord Africa dovevamo liberare il deposito di petrolio di Gheddafi vicino a Tripoli, occupato dai ribelli. Due membri del mio gruppo – un giardiniere e un gelataio – persero anche la vita e questo causò altro dolore.

    Poi, una volta a casa, cercò di condurre una vita normale. Come?

    Sì, ho gestito un negozio di souvenir a Solda, mi sono formato come massaggiatore sportivo, mi sono sposato e sono diventato padre di tre figli. In quegli anni ho cercato di evitare la chiesa il più possibile.

    Però alla distanza è venuto fuori tutto e lei ha iniziato ad attraversare una crisi profonda. È esatto?

    Sì, un giorno tutto mi è crollato addosso. Pensavo di non farcela e sono sprofondato in una depressione profonda. Ho iniziato a bere e non riuscivo più gestire la quotidianità.

    Per curarsi è stato nel centro specializzato di Bad Bachgart. È corretto?

    Sì, la prima volta nel 2002 e l’ultima a ottobre-novembre 2025. In totale ci sono stato cinque volte per un totale di quasi un anno di permanenza. Ma all’inizio di questo percorso ho comunque taciuto gli abusi subìti.

    Lei ha cercato di reprimere a lungo i suoi ricordi che sono venuti fuori solo di recente, a Bad Bachgart. Grazie a chi?

    Sì, il mio psicoterapeuta Eduard Senoner è riuscito a incoraggiarmi e a farmi dire ciò che avevo nascosto per decenni. Ora anche mia moglie e i figli sono al corrente della situazione e questo mi fa sentire meglio. Non sto benissimo di salute e ho dovuto smettere di lavorare presto.

    C’è una cosa che l’ha aiutata soprattutto negli ultimi anni?

    Sì, mi sono dedicato alla filosofia. Forse anche per questo ho una piccola richiesta per i sacerdoti altoatesini.

    Quale?

    Vorrei confrontarmi faccia a faccia con loro sull’aldilà, sul posto in cui l’anima vive dopo la morte.

    https://www.altoadige.it/cronaca/gernot-paulmichl-ho-sub%C3%ACto-abusi-in-parrocchia-gi%C3%A0-da-piccolo-1.4289738

  • Chiedere scusa e risarcire finanziariamente!

    Chiedere scusa e risarcire finanziariamente!

    In natura è normale che l’animale che attacca si concentri sull’individuo malato o più debole, perché più facile da catturare. Qualcosa di simile si osserva anche nell’ambito degli abusi sessuali. L’aggressore sceglie con cura la propria vittima: seleziona una persona che proviene da una famiglia problematica, nella quale non ha conosciuto sicurezza affettiva e amore, si sente sola, è sessualmente ed emotivamente insoddisfatta, non riesce a trovare un posto dignitoso nella società, non dispone di sufficienti risorse economiche, prova spesso un senso di inferiorità, non è adeguatamente matura sul piano sociale, non sa difendersi a sufficienza, è obbediente e, nella maggior parte dei casi, è di molti anni più giovane. Un ruolo importante è svolto anche dalla posizione sociale dell’aggressore, che gli conferisce una certa forma di potere. Questo rapporto asimmetrico è tipico tra genitori e figli, tra insegnanti o educatori e alunni, tra medico e paziente, e tra il religioso e le persone a lui affidate.

    Come è stato detto nel programma di Michaela Jílková “Máte slovo” dell’11 aprile 2019, nella Repubblica Ceca vengono registrati circa settecento casi di abuso sessuale all’anno, dei quali circa un decimo è commesso da parenti delle vittime.

    Talvolta l’abuso sessuale è accompagnato da violenza fisica, configurandosi come stupro; ma spesso l’aggressore si presenta come una persona buona, gentile e premurosa, che cerca di soddisfare tutti i bisogni della vittima. Entra con astuzia nella sua vita per creare una dipendenza psicologica. Ciò avviene attraverso il denaro, vari regali, l’attribuzione di incarichi, privilegi e soprattutto dedicando il proprio tempo, con cui dimostra amicizia. Non mancano frequenti messaggi SMS e telefonate.

    Nel caso della professione del religioso, considerato mediatore tra Dio e gli uomini, si aggiunge anche una dimensione soprannaturale. In questo modo il manipolatore diventa particolarmente pericoloso, perché spesso viene accettato dalle persone sulla base della sua autorità e del suo ruolo; inoltre, si ritiene comunemente che egli annunci alti valori etici, diffonda amore, preghi… sia estremamente buono. Per questo i credenti praticanti ripongono in lui una fiducia illimitata. Lo conferma anche una piccola indagine svolta in una via affollata di Milano, dove diverse persone con una cassetta per le offerte chiedevano ai passanti un aiuto finanziario: un giovane e bel uomo d’affari elegantemente vestito con cravatta, una seducente bellezza in minigonna, un pensionato e una pensionata ben vestiti, un soldato, un poliziotto, un senzatetto, un sacerdote e una suora. La suora raccolse la somma maggiore, il che dimostra l’elevato grado di fiducia di cui gode questa professione nella società italiana. Anche se nel contesto ceco un’indagine del genere avrebbe probabilmente dato risultati diversi, soprattutto nel cattolicesimo le persone consacrate godono di uno status del tutto particolare che, come mostrano i fatti, viene talvolta abusato.

    Dopo che l’aggressore, il “pseudomissionario dell’amore”, ha creato forti legami emotivi e la vittima si fida ciecamente di lui, inizia anche l’avvicinamento fisico. All’inizio si tratta di carezze, abbracci, gesti affettuosi, fino a concentrarsi gradualmente sulle parti intime del corpo e, infine, ad arrivare al rapporto sessuale. Mentre negli abusi sessuali accompagnati da violenza l’aggressore è chiaramente percepito come negativo e malvagio e la vittima cerca di fuggire, nel caso del cosiddetto aggressore “affettuoso” si crea un enorme conflitto nevrotico e confusione nella psiche della vittima. Razionalmente essa sa e sente che si tratta di qualcosa di proibito, che non dovrebbe accadere; allo stesso tempo, però, ciò è compiuto da una persona consacrata a Dio, amorevole, generosa e attenta. Spesso la vittima è incapace di muoversi o di difendersi in qualsiasi modo. Il conflitto interiore è tanto più forte quanto più intensa è l’esperienza di piacere e di soddisfazione orgasmica che l’aggressore le provoca. Si verifica così una sorta di scissione interna della psiche della vittima: una parte della sua personalità non lo vuole, mentre all’altra in realtà piace. Quanto più il rapporto è asimmetrico, tanto più la vittima si sente paradossalmente importante ed eletta. In ciò risiede il nucleo del danno psichico e sessuale della vittima, che non è in grado di difendersi e sviluppa una dipendenza che spesso dura molti anni: deve mantenere tutto segreto, altrimenti il piacere e gli altri benefici le saranno “tolti” e verrà punita. Spesso subisce minacce: l’aggressore autoritario usa la tattica del bastone e della carota. E poi: nessuno le crederà se si rivolgerà a qualcuno. L’opinione pubblica cattolica tende per lo più a difendere la persona consacrata. La denuncia penale o il reclamo contro l’autorità ecclesiastica avvengono spesso solo nel momento in cui la vittima scopre di non essere l’unica, che il parroco frequenta regolarmente anche un’altra persona o più persone e non è più così attento come prima. La gelosia e la rabbia verso l’aggressore portano allora al passo decisivo, quando la vittima inizia finalmente a difendersi.

    Nella mia pratica psicoterapeutica ho seguito decine di vittime di abusi sessuali commessi da membri del clero cattolico. Ricordo una giovanissima salesiana che, ancora prima di entrare in questa comunità religiosa, iniziò a essere regolarmente abusata sessualmente, da minorenne, da una suora lesbica; ciò durò per ben sette anni. Solo poco prima di terminare gli studi universitari questa sorella trovò il coraggio di affrontare il conflitto. Tuttavia, anche dopo aver lasciato la comunità religiosa, non si sentì in grado di presentare una denuncia penale contro la sua ex consorella più anziana…

    Spesso il primo tentativo di abuso sessuale avviene sotto l’influsso dell’alcol, quando il parroco versa volentieri alla vittima un bicchiere dopo l’altro, fino a renderla così intorpidita da essere disposta a tutto. Due futuri “confratelli nel servizio sacerdotale” tentarono qualcosa di simile anche con me, quando avevo vent’anni. Fortunatamente non ci riuscirono, perché chi riesce a fuggire vince… Uno di loro, fino a poco tempo fa, operava ancora nella pastorale.

    È bene che di questo problema si parli. Non si tratta affatto di isteria, come qualcuno ha goffamente affermato in un’intervista alla televisione italiana, danneggiando ulteriormente la già fragile reputazione della gerarchia cattolica. La Chiesa non ha mai parlato spontaneamente di questi crimini. Le vittime nella Repubblica Ceca potrebbero essere alcune centinaia. E quante sono quelle che hanno ancora paura di farsi avanti e parlare? A tutte queste persone psicologicamente ferite e mutilate occorre dare speranza e nuova dignità. Tuttavia, non basta parlare: è necessario affrontare concretamente la situazione. Sia i colpevoli sia le autorità ecclesiastiche dovrebbero scusarsi personalmente con ogni vittima e risarcirla adeguatamente anche dal punto di vista finanziario. La Chiesa cattolica romana dispone di più che sufficienti risorse finanziarie, grazie alle restituzioni. Le diocesi dovrebbero inoltre finanziare il trattamento psicoterapeutico sanitario di coloro che sono stati vittime di abusi sessuali. Nella formazione delle nuove persone consacrate e dei sacerdoti, a differenza del passato in cui su questo tema si taceva completamente, dovrebbe essere dedicato spazio e attenzione adeguati a questa problematica. E basta con il trasferire questi manipolatori e aggressori in veste di agnelli da una parrocchia all’altra e da un continente all’altro. Dunque: tolleranza zero.

    Nelle altre Chiese cristiane, dove i ministri di culto possono vivere nel matrimonio, il numero delle vittime di abusi sessuali è significativamente inferiore rispetto alla Chiesa cattolica romana. Il celibato sacerdotale obbligatorio, ovvero l’astinenza sessuale, e la mancanza di un’adeguata integrazione emotiva della persona consacrata, li considero un fattore importante che contribuisce, in alcuni religiosi, alla nascita di questi crimini. Ma questo i “funzionari di Dio” non vogliono comprenderlo…

    Si può perdonare, ma non dimenticare. L’abuso sessuale può deformare gravemente la psiche e condizionare e influenzare la vita delle vittime fino alla morte.

    L’autore è psicologo clinico, psicoterapeuta e sessuologo; insegna presso il Dipartimento di Psicologia della Facoltà di Filosofia dell’Università Carlo di Praga.

    Petr Živný

  • CZ – Il Concordato vaticano minaccia la giustizia per le vittime di abusi nella Chiesa

    CZ – Il Concordato vaticano minaccia la giustizia per le vittime di abusi nella Chiesa

       Egregio Signor Presidente,

       Caro Primo Ministro,

       Cari membri del Governo,

       Illustri membri del Parlamento e Senato,

     

    Ci rivolgiamo a voi, vittime di abusi sessuali nella Chiesa cattolica, in merito al cosiddetto Trattato Vaticano. Questo trattato, stipulato dal governo della Repubblica Ceca, contiene, tra le altre cose, una disposizione secondo cui gli operatori pastorali hanno “un diritto analogo al segreto della confessione”. Un operatore pastorale può essere chiunque i rappresentanti della Chiesa designino come tale.

    Considerata la dolorosa esperienza che abbiamo vissuto e l’esperienza di aver insabbiato e negato i casi di abuso nella Chiesa cattolica, vi esortiamo: smettete di negoziare un simile trattato!

    Lo stesso preambolo della Costituzione della Repubblica Ceca afferma che noi, come cittadini, siamo “determinati a costruire, proteggere e sviluppare la Repubblica Ceca nello spirito dei valori inviolabili della dignità umana e della libertà, come patria di cittadini uguali e liberi”. Purtroppo, nella Chiesa cattolica, la dignità umana e la libertà delle vittime di abusi vengono ancora oggi calpestate.

    Credetemi, alcuni di noi hanno passato anni a trovare il coraggio di parlare delle proprie esperienze traumatiche. Conosciamo molte altre vittime di abusi nella Chiesa che si sono confidate con noi, ma che sono riluttanti a parlare delle loro dolorose esperienze alla polizia o persino in pubblico.

    In tutto il mondo, le statistiche mostrano che circa il 4-7% dei sacerdoti cattolici sono autori di abusi.[1] Nella Repubblica Ceca, la Chiesa mantiene ancora segreti gli archivi dei vescovati e degli ordini, ma è probabile che il numero sia lo stesso. Solo l’ordine domenicano nella Repubblica Ceca, che conta solo circa 40 membri e il cui membro influente è il cardinale Dominik Duka, riferisce di aver trovato 6(!) autori tra i suoi membri.

    Sulla base della nostra esperienza, dichiariamo che la Chiesa cattolica nella Repubblica Ceca non ha ancora affrontato la questione degli abusi sessuali in modo trasparente. Noi stessi, nell’ambiente ecclesiale, abbiamo assistito a banalizzazione, indifferenza e talvolta persino minacce quando abbiamo voluto affrontare la nostra situazione. Vi sono solo una minoranza di brillanti eccezioni tra i rappresentanti responsabili.

    Quando la presidente ungherese Katalin Novák si è dimessa a febbraio di quest’anno perché aveva graziato una persona che aveva insabbiato la violenza contro i bambini, abbiamo invitato i rappresentanti della Chiesa cattolica nella Repubblica Ceca a fare quanto segue sotto forma di petizione aperta:

    1. Che i vescovi che non hanno impedito ai predatori sessuali tra i sacerdoti di operare, pur avendone avuto informazioni, si assumano la responsabilità personale e si dimettano. Ciò vale in particolare per l’arcivescovo di Praga Jan Graubner.

    2. Che la Chiesa nel nostro Paese, senza ulteriori indugi, consenta a un’istituzione indipendente (ad esempio un’organizzazione internazionale che si occupa della protezione dei diritti umani) di accedere agli archivi delle diocesi, delle comunità religiose e monastiche, per una corretta mappatura dei casi.

    Abbiamo informato la Conferenza Episcopale Ceca di queste richieste tramite la sua segreteria e il Nunzio Apostolico nella Repubblica Ceca, il Sig. Jude Thaddeus Okola. Non abbiamo ricevuto alcuna risposta dalla Conferenza Episcopale Ceca. Abbiamo ricevuto alcune gentili parole dal Nunzio, in cui ci ha indirizzato alla Conferenza Episcopale Ceca. Non sappiamo come abbia reagito alla richiesta di trasmettere queste informazioni a Papa Francesco.

    Abbiamo quindi ricevuto poca comprensione nella Chiesa cattolica. Abbiamo ripetutamente invitato i rappresentanti della Chiesa cattolica della Repubblica Ceca, guidati dall’arcivescovo Jan Graubner, ad affrontare la questione degli abusi di petto. Abbiamo chiesto allo stesso arcivescovo Graubner, che era palesemente a conoscenza degli abusi sui chierichetti da parte di un sacerdote, ma che ha risolto la situazione solo trasferendolo da una parrocchia all’altra, dove questo sacerdote ha poi abusato di sempre più minori, di assumersi la responsabilità e dimettersi. Purtroppo, senza alcuna reazione o riflessione da parte sua.

    Egregio Signor Presidente e stimati politici,

    Siete i nostri rappresentanti eletti e siete tenuti a rispettare la Costituzione e le leggi della Repubblica Ceca. Durante la negoziazione dell’accordo, avete ceduto al Vaticano, come nessun altro Paese. Già nel sistema attuale, la Chiesa può efficacemente nascondersi dietro il segreto confessionale.

    Concludendo l’accordo, aiuterete i protettori dei pedofili nella Chiesa cattolica a usare e abusare del segreto confessionale e pastorale come ostacolo pratico alle indagini sugli abusi sessuali su minori nella Chiesa. Si tratta di un’omertà pubblicamente dichiarata tra Stato e Chiesa.

    Ancora oggi, la polizia non si permette di indagare sui vescovati e alza le spalle quando i sacerdoti dicono loro che non possono testimoniare a causa del segreto confessionale. Ora vogliono usare questo segreto per proteggere gli “operatori della Chiesa”, cioè chiunque venga indicato dalla Chiesa. Nascondere gli abusi danneggia non solo le vittime, ma l’intera società.

    L’esperienza della Slovacchia parla chiaro: i leader della Chiesa usano i trattati vaticani come scusa e si rifiutano di collaborare con la polizia.

    Nella Repubblica Ceca, a differenza dei paesi ad ovest di noi, è praticamente impossibile

    per rendere giustizia alle vittime di abusi passati nella Chiesa cattolica,
    per realizzare un’indagine obiettiva e indipendente che riveli la vera portata del problema degli abusi nella Chiesa cattolica. La Chiesa nella Repubblica Ceca si rifiuta persistentemente di mappare l’intera portata del problema e di consentire agli esperti di accedere ai suoi archivi,
    per ottenere un giusto risarcimento per le vittime le cui vite sono state irrimediabilmente danneggiate e le cui opportunità di vita sono state spesso significativamente compromesse proprio a causa degli abusi.

    La Chiesa nella Repubblica Ceca si batte da tempo per la restituzione dei beni ecclesiastici. Sostiene che l’ingiustizia debba essere riparata. I rappresentanti eletti hanno concesso la restituzione alla Chiesa, incluso un risarcimento relativamente generoso per i beni. Perché ora non insistete affinché la Chiesa agisca in modo altrettanto giusto e generoso nei confronti delle vittime?

    Riteniamo giusto e assolutamente necessario che prima di qualsiasi accordo con il Vaticano (che in tal caso non sarà più possibile rivedere unilateralmente da parte dello Stato ceco), vengano rispettati i diritti delle vittime e che le nostre richieste vengano ascoltate.

    Allo stesso tempo, insistiamo sul fatto che qualsiasi estensione del segreto confessionale ad altre persone, designate arbitrariamente dalla Chiesa, trasformerà la Chiesa in un’organizzazione privilegiata in grado di nascondere efficacemente gli abusi. Ciò è in netta contraddizione con i legittimi interessi delle vittime, ma anche con l’articolo 1 della Carta dei diritti e delle libertà fondamentali, secondo cui le persone sono “libere ed eguali in dignità e diritti. I diritti e le libertà fondamentali sono inalienabili, inalienabili, incondizionati e inviolabili”.

    Stipulando questo accordo, non solo calpesti il ​​diritto delle vittime alla giustizia, ma rischi anche che la Repubblica Ceca venga percepita come uno Stato che tollera gli abusi sui minori e ostacola le indagini indipendenti. Ciò potrebbe avere un impatto negativo sulla nostra reputazione internazionale e attrarre altri autori di abusi.

    Grazie per aver preso in considerazione la nostra opinione. Ci auguriamo che, al momento di votare questo trattato, la saggezza, il senso di giustizia e il buon senso prevalgano sul rafforzamento della protezione di coloro che danneggiano le vittime e la società nel suo complesso.

    Se siete interessati, saremo lieti di incontrarvi e condividere le nostre esperienze presso la Camera dei Deputati e il Senato del Parlamento della Repubblica Ceca.

          Distinti saluti

    Tomáš Flégr – Praga, Adam Hnida – Karviná, Jiřina Kočí – Praga, Ladislav Koubek – Praga, Petra Panská – Praga, Jan Rozek – Velké Němčice, Irena Žáková – Tišnov

    Sopravvissuti agli abusi nella Chiesa cattolica

    https://www.procistoucirkev.cz/l/vatikanska-smlouva-ohrozuje-spravedlnost-pro-obeti-zneuzivani-v-cirkvi/

  • Abusi clericali su minori, in Trentino-Alto Adige 81 casi in 25 anni

    Abusi clericali su minori, in Trentino-Alto Adige 81 casi in 25 anni

    Oltre 4600 le vittime. 1250 i sacerdoti predatori. Il dato sugli abusi clericali in Italia, tra il 2000 e il 2025, emerso dall’ultimo rapporto firmato Rete L’Abuso.

    Una piaga per molti esperti sistemica, che colpisce i minori e investe dal profondo la Chiesa cattolica a tutte le latitudini.

    La pensa così anche il pedagogista Ivo Lizzola, intervenuto al quarto convegno del Servizio Tutela Minori dell’Arcidiocesi di Trento.

    Nell’ultimo quarto di secolo, sono 81 i casi di abusi segnalati in Trentino-Alto Adige, di cui 71 nella provincia di Bolzano, 9 in quella di Trento.

    Secondo Rete L’Abuso molti casi non vengono alla luce. Possono trascorrere anni prima che una vittima trovi la forza e il coraggio di mostrare le proprie cicatrici.

    Nel 2025 quattro persone si sono rivolte al Servizio diocesano denunciando abusi subiti e poi repressi, per sessanta lunghissimi anni.

    https://www.trentinotv.it/news/abusi-clericali-su-minori-in-trentinoalto-adige-81-casi-in-25-anni-4984

  • Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

    La vicenda della ragazza scomparsa da Agrigento Samantha Castelli continua ad attirare l’attenzione dell’opinione pubblica, assumendo contorni sempre più complessi e controversi. Tuttavia, secondo quanto trapela dagli ambienti investigativi, il quadro sarebbe meno misterioso di quanto inizialmente ipotizzato, tanto che gli inquirenti tenderebbero a ridimensionare l’intera vicenda, arrivando a parlare apertamente di una possibile bufala.

    Nonostante ciò, risulta confermato che una persona è attualmente sottoposta a indagine, mentre sul piano mediatico e sociale il caso ha assunto toni accesi. A colpire particolarmente è quanto accaduto durante una recente celebrazione religiosa (un funerale!!!), quando un sacerdote, ha aperto la messa con parole forti e inusuali, dichiarando pubblicamente di essere accusato di stupro, violenza e persino di aver fatto sparire la giovane donna. Un intervento che ha inevitabilmente alimentato clamore e interrogativi.

    Parallelamente emerge la figura di un uomo, Giuseppe Li Vecchi, accusato di stalking proprio nei confronti del sacerdote, elemento che aggiunge ulteriore complessità a una vicenda già frammentata e ricca di versioni contrastanti. Proprio quest’ultimo, ha deciso di rendere pubblica una lettera aperta, dal tono sorprendentemente distensivo, quasi a voler abbassare la tensione e offrire una diversa chiave di lettura dei fatti.

    Il testo integrale della lettera, diffuso per questo giornale, sembra puntare più alla chiarificazione che allo scontro, pur senza sciogliere i nodi principali della vicenda.

    Restano infatti aperti numerosi interrogativi: dalla reale scomparsa della ragazza, alla sua esistenza, dalle responsabilità – se ve ne sono – delle persone coinvolte, fino al ruolo delle dichiarazioni pubbliche che, in assenza di riscontri ufficiali definitivi, rischiano di alimentare confusione e polarizzazione.

    Le indagini da parte degli inquirenti sono chiari ed inequivocabili: si tratta di una enorme fake news. Ma Li Vecchi ha voluto comunque scrivere questa lettera.

    Nella foto la presunta Samantha Castelli. Esisterà davvero?

    Eccola la lettera:

    “Sono Giuseppe Li Vecchi, di Siculiana, e desidero fare chiarezza in merito alle accuse che mi sono state rivolte da un sacerdote di Agrigento, che mi ha contestato presunti comportamenti di stalking nei suoi confronti e una presunta diffamazione di altri sacerdoti in relazione alla vicenda della scomparsa e dell’omicidio di una ragazza da me conosciuta come Samantha Castelli.
    Preciso innanzitutto che non ho nulla contro il sacerdote di Agrigento e nemmeno contro altri sacerdoti che sono stati citati come possibili complici in questa vicenda, perché non sono l’autore di altri contenuti sul web. Ho realizzato solo dei video di sfogo e chiarimento riguardo a ciò che ho appreso sul web e dalle informazioni condivise dalla ragazza che si faceva chiamare Samantha Castelli, in un momento emotivamente delicato, ma senza alcuna intenzione persecutoria o diffamatoria. Tutto ciò che avevo da dire è stato già riferito alle autorità competenti ed è agli atti: mi sono infatti sottoposto a interrogatorio di garanzia e ho dichiarato ogni cosa direttamente davanti al giudice, nel quale ripongo piena fiducia.
    Tengo inoltre a chiarire che non posso affermare con certezza che la ragazza si chiamasse effettivamente “Samantha Castelli”, poiché tale nominativo non risulta all’anagrafe del Comune di Agrigento. È possibile che utilizzasse un altro nome. Desidero confermare che la ragazza è reale e l’ho conosciuta personalmente. Alcuni racconti che mi aveva fatto riguardo a un sacerdote sono stati da me divulgati su TikTok in un momento di sfogo, ma ribadisco che quanto accaduto è stato già completamente chiarito in sede giudiziaria
    “.

    Caso Samantha Castelli, tra accuse, indagini e fake news ecco la lettera distensiva di Giuseppe Li vecchi

  • SG: archiviati cinque procedimenti per abusi Chiesa cattolica

    SG: archiviati cinque procedimenti per abusi Chiesa cattolica

    (Keystone-ATS) Lo studio pilota dell’Università di Zurigo è stato presentato nel settembre 2023 e successivamente, secondo quanto comunicato oggi dalla Procura, quattro denunce sono pervenute alle diocesi di Coira e San Gallo. Una quinta denuncia è stata sporta da una persona privata contro un prete straniero. Complessivamente la Procura sangallese si è quindi occupata di cinque sacerdoti accusati – tutti ultra ottantenni – e di dieci persone offese.

    La nota spiega in dettaglio perché le denunce non hanno portato ad alcuna imputazione. Le ragioni sono molto diverse. Una delle difficoltà è stata che la procura ha dovuto basarsi sui documenti della Chiesa, ha spiegato Leo-Philippe Menzel, portavoce della procura di San Gallo, all’agenzia di stampa Keystone-ATS.

    In alcuni casi, al posto dei nomi reali sono stati utilizzati pseudonimi. I fascicoli non sono stati compilati in modo accurato – alcuni documenti manoscritti hanno dovuto essere prima decifrati – e le informazioni erano incomplete. È stato necessario prima individuare le persone interessate.

    In due dei cinque casi la Camera d’accusa non ha accolto la richiesta della Procura: la sua “autorizzazione” è tuttavia necessaria per poter avviare un procedimento contro collaboratori di una parrocchia riconosciuta dal diritto pubblico.

    Prescrizione

    Il primo rifiuto è legato fatto che uno dei sacerdoti accusati non ha commesso i fatti contestati in qualità di collaboratore della Chiesa. La procura ha in seguito valutato il sospetto di atti sessuali con minori e incesto a carico del prete in questione, ma a quel punto è risultato che il reato era già caduto in prescrizione.

    La seconda decisione negativa della Camera di accusa riguardava un sacerdote che “a causa di una malattia aveva irrimediabilmente perso la capacità di stare in giudizio”: non era quindi più possibile procedere penalmente nei suoi confronti. Nel frattempo, l’uomo è deceduto.

    Un’altra delle cinque denunce non è stata portava avanti perché la procura di Augusta in Germania ha assunto il procedimento per violenza sessuale. Nel frattempo, anche quel dossier è stato archiviato.

    Vittime reticenti a ricordare

    Le accuse contro due sacerdoti sono state archiviate in quattro su dieci casi perché cadute in prescrizione, mentre negli altri episodi le circostanze del reato sono state verificate “al fine di consolidare il quadro indiziario”. Si è trattato di indagini “lunghe e complesse”, secondo Menzel. I sacerdoti accusati hanno negato le accuse. Le vittime, che al momento del reato erano ancora bambini, non sono state in grado di fornire informazioni sufficientemente concrete riguardo i fatti.

    Alcune delle persone coinvolte non sono state in grado di ricordare gli eventi rilevanti per l’indagine o di collocarli con precisione nel tempo. Altre non hanno voluto confrontarsi, in alcuni casi nuovamente, con un tema che consideravano ormai chiuso da tempo.

    Senza le relative dichiarazioni delle parti lese, nonostante le indagini approfondite non è stato possibile concretizzare alcuna denuncia “che portasse a un’accusa contro i sacerdoti in questione”, ha sottolineato la procura. Pertanto, i procedimenti sono stati archiviati.

    https://www.swissinfo.ch/ita/sg%3A-archiviati-cinque-procedimenti-per-abusi-chiesa-cattolica/90814976

  • Un documento eccezionale

    Un documento eccezionale

    Qui l’introduzione a questo testo.

    Nel gennaio dello scorso anno la diocesi di Bolzano-Bressanone ha reso pubblici i risultati di un’inchiesta condotta da una commissione indipendente sul modo in cui i vertici dell’istituzione hanno trattato, negli ultimi sessant’anni, i casi di abuso sessuale sui minori compiuti da sacerdoti incardinati nella diocesi1 . L’indagine, la prima del genere nel nostro Paese, ha ricalcato, negli scopi se non nella forma, le molte inchieste analoghe condotte di recente in altri Paesi occidentali (europei e nordamericani), perlopiù su iniziativa delle Conferenze episcopali o di singole diocesi2 . La sua straordinaria unicità non è stata sufficiente per attirare sul report l’attenzione dei media nazionali. I quotidiani vi hanno dedicato un articoletto centrato in linea di massima sull’aspetto meno significativo e più facilmente enucleabile, quello statistico, spedendolo poi precipitosamente in soffitta. Per quanto mi risulta, nessuna lettura approfondita è stata finora nemmeno tentata, né all’interno né all’esterno della Chiesa.

    Il rapporto ha un ampio respiro dal momento che consta di 619 pagine nelle quali vengono esaminati in modo scrupoloso una quantità considerevole di elementi legati al fenomeno degli abusi: la legislazione canonica e quella civile sui reati sessuali; la percezione del problema all’interno della società altoatesina; i documenti vaticani sul tema; i risultati delle inchieste più rilevanti condotte in altri Paesi.

    Il “pezzo forte” del rapporto è rappresentato dall’analisi dei documenti contenuti negli archivi diocesani ai quali i ricercatori hanno avuto, per la prima volta, pieno accesso. Questa eccezionale opportunità ha permesso di ricostruire, nei limiti del materiale a disposizione, i comportamenti di tutti i vescovi e i vicari generali avvicendatisi nel corso degli anni a capo della diocesi (nel report solo i nomi dei sacerdoti convolti e dei luoghi dove sono avvenuti gli abusi sono stati anonimizzati) e soprattutto di isolare ventiquattro casi nei quali il comportamento dei capi della curia è stato totalmente inadeguato.

    Il quadro complessivo di cattive pratiche e comportamenti criminali che emerge dalla lettura del dossier è francamente impressionante. Vi si trova di tutto: dal trasferimento di parrocchia dei preti sospettati di aver compiuto abusi sui minori adoperato come strumento ordinario di gestione dei casi a un impressionante repertorio di reati sessuali (dalla pedopornografia alle violenze sulle bambine, sui bambini, sulle adolescenti e gli adolescenti), alle spaventose manipolazioni della verità, alla mancata collaborazione con le autorità civili, a sofferenze che nelle vittime riemergono anche a distanza di decenni o che portano al suicidio, al soccorso ostinato, anche economico, della diocesi a preti condannati in via definitiva, alla rete di complicità e di collusioni che ha permesso agli autori di reati così odiosi di evitare di patirne le conseguenze.

    Rinviando a un’altra sede l’analisi scientifica compiuta dei risultati del report, vorrei qui ricostruire e commentare uno dei casi più clamorosi tra quelli che ho trovano nelle pagine del rapporto. Si tratta di una vicenda esemplare e significativa, ma non certo unica, che consente di illuminare almeno tre aspetti della questione molto rilevanti e spesso non adeguatamente valorizzati.

    Il caso

    I guai di questo sacerdote iniziarono già al principio della sua carriera clericale, al tempo del suo primo incarico come cooperatore (collaboratore pastorale) presso una parrocchia della diocesi di Bolzano, negli anni Sessanta. Rispondendo alla domanda di rito inserita nella relazione annuale sul comportamento del prete con le giovani e le ragazze, il parroco riferì la presenza di “problemi con le preadolescenti”.

    Di lì a poco il prete venne dislocato in una nuova sede. Nel volgere di poco tempo il sacerdote venne ancora una volta spostato. Nella nuova parrocchia (la terza in pochi anni), il sacerdote si fece daccapo notare per aver messo in atto dei comportamenti scorretti sul piano sessuale, al punto da essere definito «spesso non saggio» nella periodica relazione del parroco al vescovo. Seguirono altri due spostamenti.

    Nella sede del quinto incarico, siamo all’inizio degli anni Settanta, appena qualche anno dopo l’ordinazione sacerdotale del prete, avvennero alcuni eventi incresciosi puntualmente annotati negli archivi della diocesi (e quindi noti a tutti i dirigenti dell’organizzazione). La vicenda ebbe origine da una lettera indirizzata al vescovo Gargitter (che governò la diocesi dal 1964 al 1986) da un gruppo cattolico attivo in quella parrocchia. Gli autori della missiva chiedevano al vescovo un immediato allontanamento del sacerdote dalla parrocchia «per prevenire mali peggiori», così scrissero. Nel seguito della lettera si spiegava quali fossero questi “mali”: il prete era accusato di aver molestato numerose bambine di età compresa tra i sette e i dodici anni. Dalla documentazione presente negli archivi diocesani apprendiamo che, in reazione alla lettera, il vescovo, per il tramite del suo Vicario, contattò il parroco chiedendogli di verificare la fondatezza delle accuse. Costui, dapprima sembrò ridimensionare l’accaduto sostenendo che il prete si era comportato in modo «poco saggio e imprudente», ma escludendo che potesse aver commesso «qualcosa di immorale»; qualche giorno dopo, tuttavia, cambiò versione e, chiedendone con determinazione l’immediato trasferimento, affermò che era da presumersi che egli avesse provocato «una reale ferita morale» e che la sua condotta aveva generato «grande tumulto». A queste parole il parroco allegò quattro dichiarazioni scritte dai genitori di bambine abusate contenenti descrizioni molto dettagliate delle azioni che il prete aveva compiuto. Il fatto aveva riguardato almeno sette bambine in età prepuberale ed era consistito di baci, carezze e palpeggiamento dei genitali.

    Il vescovo accolse il suggerimento del parroco e, dopo poche settimane, collocò il prete in un’altra parrocchia della diocesi. La notizia del trasferimento non venne tuttavia ben accolta da tutti: infatti 151 parrocchiani (molto probabilmente mobilitati dallo stesso abusatore) sottoscrissero un documento nel quale definivano il sacerdote un «valido catechista» la cui reputazione era stata macchiata «senza la minima ragione».

    Anche nella nuova parrocchia (la sesta in pochi anni) le cose non filarono lisce per il prete al punto che, a pochi mesi dal suo insediamento, il parroco ne chiese l’immediato allontanamento. Le motivazioni addotte erano ancora una volta inequivocabili: il parroco si era convinto che, si legge nella sua lettera indirizzata al vescovo, «molto presto succederebbe quanto già accaduto a [il luogo della sua quinta assegnazione come cooperatore]: un turbinio e, subito dopo, una burrasca contro di lui. Le ragioni delle accuse nei suoi confronti e dell’allontanamento si fonderebbero su verità; – egli non è in grado di fare diversamente: impeto, foga e una certa incapacità di autocontrollo! – È piuttosto immaturo per un incarico in autonomia – ha bisogno di una mano forte».

    Anche in questo caso il vescovo assecondò la richiesta e si mise in cerca di una nuova sede nella quale collocare il sacerdote. Una sistemazione venne individuata, ma i dirigenti della diocesi furono indotti a rivedere la scelta e a indicarne una diversa per via di una lettera ricevuta da un fedele della parrocchia che avrebbe dovuto accogliere il prete. Il suo autore riferiva di aver chiesto informazioni su quel prete a persone che abitavano nel precedente luogo di residenza del sacerdote e di aver da loro appreso a) che il sacerdote avrebbe abusato di molte bambine, invitandole spesso nella sua stanza per poi spogliarle, toccarle e giocare con loro «in modo sconcio»; b) che il prete avrebbe dapprima cercato di convincere le sue vittime che non vi fosse nulla di male in quello che lui faceva per poi scrivere loro delle lunghe lettere «per mantenere i contatti». Il sacerdote sarebbe persino arrivato a parlare dei suoi atti violenti di fronte a un’intera classe di bambini, invitando le sue vittime a testimoniare e concludendo che non c’era nulla di male in ciò che era avvenuto tra lui e le piccole; c) che il parroco lo avrebbe spesso rimproverato per i suoi comportamenti, ma che costui se ne sarebbe altamente infischiato; d) che diverse madri avevano denunciato l’accaduto al parroco e che il gruppo parrocchiale femminile aveva discusso apertamente degli abusi, decidendo tuttavia alla fine di non procedere per non danneggiare il prete; d) che il prete aveva più volte rassicurato i genitori delle giovani abusate cercando di convincere anche loro che non vi fosse stato nulla di sbagliato nei suoi gesti e che in ogni caso lui ne avrebbe risposto solo davanti a Dio; e) infine che un giorno il sacerdote era stato visto da diverse persone, a un distributore di benzina, trascinare la figlia di nove anni del gestore dell’impianto dietro la casa per baciarla con violenza.

    Quel trasferimento sfumò, ma il vescovo non desistette dall’idea di impiegare il prete nel lavoro pastorale e lo mandò in un’altra parrocchia, per il suo settimo incarico in dieci anni. Dall’archivio diocesano risulta che, nello stesso periodo, il vescovo abbia invitato il prete a recarsi da uno psichiatra. Manca però qualsiasi evidenza che il consiglio sia mai stato seguito.

    In compenso, poco più tardi, giunse per il prete una clamorosa promozione a parroco. Anche dopo l’avanzamento di ruolo, il Nostro rimase affezionato alle sue vecchie abitudini di abusatore così come benevolo rimase l’atteggiamento dei fedeli nei suoi confronti. Lo si deduce da un illuminante appunto dell’allora Vicario vescovile Michaeler che recita così: «Ho ricevuto dalle responsabili del gruppo femminile [della parrocchia] la seguente comunicazione: il [nome del sacerdote] sta attraversando un momento difficile: ha molte difficoltà a controllarsi sessualmente al cospetto delle ragazze – scolare. Le donne gliene hanno parlato. […]. Dovrebbe essere mandato da un medico. Bisognerebbe aiutarlo affinché non finisca in difficoltà ancora maggiori». Le preoccupazioni del dirigente della diocesi e delle donne della parrocchia appaiono in perfetta sintonia ed erano tutte rivolte alla salute del sacerdote, al suo benessere. Dei danni conseguenti al suo comportamento per i minori oggetto delle sue attenzioni in quelle righe non si trova cenno.

    Nei decenni successivi si accumularono altre segnalazioni e nuovi trasferimenti. Di particolare interesse è una nota del Vicario Generale in merito a un colloquio avuto con il sacerdote, a proposito del quale l’alto prelato scrive: «Gli impartisco verbalmente, in modo inequivocabile e con la massima chiarezza, le seguenti istruzioni: 1) Non deve toccare nessuna bambina e alunna. Se dovesse accadere di nuovo, ci saranno conseguenze immediate. 2) Non deve portare alunne in macchina, né gli è permesso giocare con loro. Se succede ancora, i genitori toglieranno le figlie dalle lezioni di religione. 3) Non prendere solo femmine come chierichetti, ma anche maschi. 4) Non potrà più portare l’organista [di una parrocchia] a [un’altra parrocchia] […]. [Il sacerdote] mi promette tutto questo».

    Poco tempo dopo la scrittura di questa nota il prete, che evidentemente non aveva fatto tesoro dei fraterni consigli del suo vescovo, venne di nuovo trasferito. E di nuovo si sollevarono intorno a lui movimenti di segno opposto: qualche parrocchiano ne denunciò alla diocesi i comportamenti inappropriati con le bambine, molti altri lo difesero a spada tratta; i dirigenti della diocesi si schierarono sempre dalla sua parte, invitando i parrocchiani a tollerarne la presenza e insinuando che chi gli si opponeva avesse dei meschini secondi fini.

    Nel frattempo, con ritmo implacabile, iniziarono a emergere i segni delle violenze pregresse, le ferite del passato. Al vescovo vennero infatti recapitate in quel periodo (siamo alla metà degli anni Novanta) almeno due lettere riguardanti gli abusi commessi dal prete durante vari momenti della sua carriera. Nella prima si leggono queste parole: «Stimato signor Vescovo, sono a conoscenza di tali molestie da 26 anni e da allora mi trascino questo senso di colpa. Con questa mia lettera, rimetto però ora a Lei, Rev. signor Vescovo, la grande responsabilità e questione di coscienza, liberandomi da ogni senso di colpa. Non riesco a immaginarmi che la Curia non sappia nulla di questa offesa, dal momento che questo problema era stato sollevato, con grande enfasi, già 26 anni fa presso l’allora Vicario generale [N.d.A.: Johannes Untergasser]. All’epoca – per quanto ne sappia – la Curia non fece altro che rimuovere il cooperatore in questione dalle sue funzioni di catechista e cooperatore – di punto in bianco. Personalmente, non ho notizie di alcuna terapia. In autunno il cooperatore in questione veniva insediato in una nuova parrocchia».

    L’autrice della seconda lettera incontrò di persona il vescovo Egger, che alla sua denuncia replicò che non poteva farci nulla. Secondo il racconto della donna raccolto dal Centro di Ascolto della diocesi nel 2022, dinanzi alla descrizione delle malefatte del prete l’alto prelato si mise le mani tra i capelli e sbottò con una frase riferita in generale ai preti abusatori: «Cosa dovrei fare con questi uomini?».

    Nel corso delle conversazioni che ebbero con il prete dopo questi fatti, i dirigenti della diocesi (Vescovo e Vicario Generale) si premurano di avvertire amichevolmente il prete che il clima sociale stava cambiando, che certi suoi comportamenti avevano una maggiore probabilità di essere denunciati alla giustizia civile, che la gente era ormai divenuta “molto sensibile” a queste questioni. Il prete rispose a queste affettuose raccomandazioni con la generica promessa di ravvedersi e cambiare condotta.

    L’istituzione nella diocesi, nel 2010, dello Sportello di Ascolto portò in emersione molti altri abusi commessi dal sacerdote. In una email un fedele riferiva che anni prima, in un colloquio con un gruppo di genitori di bambine di età compresa tra i sei e gli otto anni abusate dal prete, il vescovo avrebbe acconsentito a spostare il sacerdote in un’altra parrocchia solo dopo che i genitori avevano minacciato di impedire che la banda del paese accompagnasse, come di consueto, l’annuale processione religiosa. In altre lettere giunte allo Sportello si trova il racconto di dolorose rimozioni, di anni di psicoterapia necessari per far emergere il ricordo delle violenze e di un «gran mal di pancia» per il fatto che a quel prete era stato concesso di abusare ancora e impunemente. Tra gli altri, al Centro di Ascolto diocesano si rivolse anche una donna afflitta da una grave disabilità fisica e impossibilitata a reagire, da bambina, alle violenze messe in atto dal prete ai suoi danni. In risposta a questa marea di accuse il vescovo si dichiarava scioccato dall’apprendere di quegli atti e pronto a indicare alle vittime il nome di una brava psicoterapeuta di sua fiducia.

    È solo quando le accuse precipitate sul capo del sacerdote assunsero la consistenza di una valanga, cioè dopo circa mezzo secolo di violenze, che il vescovo di Bolzano provvide in primo luogo a sospendere il prete dall’ufficio di parroco e da ogni attività pastorale e sacerdotale e poi a coinvolgere finalmente la Congregazione per la Dottrina della Fede, che aprì un fascicolo sul caso. In ragione del fatto che i reati commessi dal sacerdote erano ormai prescritti sul piano penale canonico e della sua ragguardevole età, la diocesi decise di metterlo a riposo e collocarlo in un pensionato. Anche la Congregazione per la Dottrina della Fede chiuse presto la pratica, dichiarandosi d’accordo con la Diocesi sull’opportunità di non procedere per via giudiziaria contro il sacerdote.

    Nel rendere pubbliche le sue decisioni sulla messa a riposo del prete, dopo aver affermato di essere solidale con le vittime, il vescovo Golser non mancò di invocare come giustificazioni per il comportamento dei suoi due predecessori, da un lato, la buona fede circa l’efficacia nel risolvere il problema dei provvedimenti di trasferimento, dall’altro, le scarse «conoscenze psicologiche» possedute un tempo circa i danni provocati dalle violenze sessuali sui minori.

    Il suo vice, il Vicario Generale, si mostrò più restio a dismettere gli abiti dell’insabbiatore. In un’intervista a un’emittente locale in riferimento alle violenze commesse dal sacerdote disse che «non erano chissà quali molestie». Quando poi l’abusatore compì il suo mezzo secolo di sacerdozio gli indirizzò questo messaggio quanto mai cordiale e affettuoso: «Caro confratello – scrisse l’alto prelato – ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario della Tua ordinazione sacerdotale. In questa occasione, desidero porgerti i miei più cordiali auguri e felicitazioni, esprimendo altresì la mia gratitudine per tutto il bene che hai fatto nella cura d’anime in questi lunghi anni di sacerdozio. Hai usato i talenti, che il Signore ti ha donato, per il Regno di Dio. Che il Signore ti accompagni con la sua benedizione».

    Logica e dinamica di un sistema perverso

    Il caso che ho raccontato suggerisce, in prima battuta, tre considerazioni.

    La prima è scontata e riguarda un dato che chi ha seguito altre vicende analoghe poteva facilmente immaginare anche senza leggere il report: la diocesi era perfettamente a conoscenza dei comportamenti delittuosi del sacerdote, ma non li ha mai ritenuti sufficienti per sospenderlo dagli incarichi pastorali, né tantomeno per sanzionarlo in alcun modo. L’impressionante quantità di violenze commesse su bambine in età prepuberale non ha arrestato la carriera di quel prete, culminata con la promozione a parroco. È stato solo con il cambiamento del clima sociale, con la diminuzione della tolleranza verso questo genere di crimini, che la diocesi, dopo decenni di ostinata complicità, si è trovata costretta a rimuovere il sacerdote dal servizio attivo.

    Le motivazioni che il vescovo Golser ha presentato, a conclusione della vicenda, per giustificare il comportamento dell’istituzione nei confronti dell’abusatore non sono credibili. Non lo sono né la presunta convinzione che i trasferimenti fossero sufficienti a risolvere il problema, né l’affermazione circa le scarse conoscenze delle conseguenze psicologiche delle violenze. Sul primo versante, basti dire che il prete è stato trasferito più di dieci volte e che in ogni nuova sede ha compiuto le medesime nefandezze. Possiamo davvero pensare che chi dirigeva la diocesi fosse così stolto da non comprendere che gli spostamenti non facevano diminuire nel sacerdote la propensione a commettere crimini sessuali? Sul secondo versante, si può forse dire che la consapevolezza dei danni psicologici provocati dagli abusi fosse, alcuni anni orsono, inferiore a quella attuale, ma non si può certo sostenere che non si sapesse anche allora che si trattava, da ogni punto di vista, incluso quello canonico, di crimini gravi che lasciavano ferite profonde in coloro che li subivano e nel tessuto ecclesiale.

    La verità è che la Chiesa ha a lungo e deliberatamente ignorato il tema, badando piuttosto a tutelare la propria reputazione e quella dei propri funzionari, confidando in una vasta rete di complicità e connivenze. Come abbiamo visto, lo spettro di un mancato accompagnamento musicale a una processione religiosa è sembrato valere, agli occhi dei vescovi, di più dell’integrità fisica e psichica delle bambine che frequentano le chiese.

    E veniamo così alla seconda considerazione, meno scontata della prima. Essa concerne appunto le collusioni e le correità. A risultare evidenti nel caso che ho descritto sono senza dubbio quelle del laicato cattolico. Molti dei laici impegnati nelle varie parrocchie nelle quali il prete violento ha prestato servizio sono stati testimoni degli abusi commessi, in qualche caso a danno delle loro stesse figliuole. Quei laici e quelle laiche erano perfettamente consapevoli dei danni prodotti dalle violenze del prete e infatti hanno immancabilmente reagito facendo pressioni sui vertici diocesani perché venisse trasferito altrove. Non lo hanno tuttavia mai denunciato alle autorità civili e non paiono essersi preoccupate minimamente dei guai che costui avrebbe potuto combinare nella successiva sede di assegnazione. Al contrario, è soprattutto a lui, all’abusatore e ai suoi malesseri, che hanno rivolto la loro sollecitudine, le loro premure. Una volta venuti a conoscenza delle sue azioni sui minori, hanno cercato, in sintonia con i vertici della diocesi, di convincerlo a curarsi e a ritrovare una qualche forma di equilibrio mentale.

    In almeno un paio di casi, la solidarietà con l’abusatore è divenuta addirittura difesa esplicita ,con la richiesta perentoria di continuare ad averlo in servizio come sacerdote nella propria parrocchia; una postura che mi ha ricordato quella emersa in un piccolo Comune del bergamasco alcuni anni fa, quando il sacerdote condannato in via definitiva per abusi ai danni di una minorenne ottenne la solidarietà rabbiosa di centinaia di parrocchiani sottoscrittori di una lettera nella quale si difendeva a spada tratta la tesi della sua assoluta innocenza (e della malafede della vittima).

    A ogni modo, l’insieme di queste collusioni rendono evidente la radice della malattia che qui, come in un’infinità di altri luoghi, si è manifestata. Possiamo definirla in modo sintetico “clericalismo”3. Esso consiste nel considerare i sacerdoti, per via del sacramento che hanno ricevuto e delle funzioni che svolgono, delle persone “speciali”, delle figure sacre, mediatori esclusivi tra Dio e gli uomini, titolari legittimi di una cospicua quantità di diritti superiori rispetto a quelli posseduti dalle persone comuni e quindi meritevoli di una speciale protezione da parte dell’istituzione e del popolo. È questo elemento culturale e politico condiviso da tanti, preti e laici, a fare da perno all’intero sistema di complicità, connivenze e coperture delle quali i sacerdoti abusatori hanno potuto godere così a lungo. Se non lo si sradica del tutto non si risolverà mai il problema degli abusi nella Chiesa.

    Fare questa affermazione non significa negare le responsabilità individuali (quelle dei singoli parroci, dei vescovi, dei laici coinvolti in casi come questo), ma piuttosto intravedere al fondo delle vicende di abuso un elemento comune, una causa concomitante, un fattore scatenante che rimanda al rapporto tra l’istituzione e il suo popolo, ai rapporti di potere, ai ruoli sacri, alle fonti della legittimità pastorale a guidare il gregge.

    E veniamo alla terza e ultima considerazione.

    Come ho raccontato, l’estensore di una lettera indirizzata al vescovo ha riferito il fatto che, in almeno una circostanza, il prete abusatore avrebbe respinto sdegnato ogni rimprovero ricevuto dal suo parroco e che addirittura avrebbe cercato di convincere prima le sue piccole vittime, poi i loro compagni di classe e infine i loro genitori che non c’era nulla di male nei suoi gesti e che in ogni caso di questi avrebbe risposto solo a Dio nel giorno del giudizio.

    Non siamo a conoscenza del profilo psicologico del sacerdote, ammesso che ne sia mai stato tracciato uno, ma mi sento di dire che l’arroganza e l’impudenza di cui costui ha fatto mostra in questo episodio autorizzano a pensare che egli si fosse davvero convinto di poter scavalcare ogni limite morale, di godere di una sorta di esenzione dalle norme ordinarie di comportamento sociale. Nell’idea di un uomo adulto di istruire una sorta di processo a se stesso in un’aula di catechismo, di ascoltare ivi le piccole testimoni e poi di emettere una sentenza di piena assoluzione a proprio favore comunicata poi ai genitori delle bambine si intuisce l’eco di una patologia psichica, ma si tratta di un male che affonda le sue radici nell’immaginario clericale, nella convinzione di occupare una posizione talmente superiore nella scala sociale e morale da consentire non solo di perpetrare il male e restare impuniti, ma anche di farlo passare come bene, di abusare e poi di attribuire a quel gesto un significato innocente e positivo. In questo modo, il crimine è stato, seguendo una logica francamente aberrante, non solo commesso, ma anche derubricato come tale e quindi legittimato, nobilitato, elevato a sintomo di una condotta esemplare.

    È in definitiva questa, per la società e per la Chiesa, l’implicazione sistemica più catastrofica degli abusi che ho riportato, delle violenze commesse in Alto Adige su bambine di meno di dieci anni: il fatto che il loro autore, fattosi legislatore, divenuto autorità assoluta, li abbia trasformati in atti perfettamente morali e che nessuno, per decenni, abbia neppure tentato di impedirglielo.

    Concludendo, gli ottimisti commenteranno che si tratta di eventi del passato, che oggi una vicenda del genere non sarebbe più possibile. Io non ne sono per nulla sicuro. Molti ambienti cattolici non hanno ancora maturato la consapevolezza che ai preti non si può consentire tutto, che a loro va sbarrata la strada quando usano il loro potere per compiere azioni che la morale comune considera abbiette.

    La recente vicenda del vescovo insabbiatore (come egli stesso si è definito in una conversazione con il prete della sua diocesi condannato per abusi) Rosario Gisana ci ricorda che l’attitudine a tutelare in primo luogo l’onorabilità e il prestigio della casta clericale è ancora, malgrado le dichiarazioni di buoni propositi e le limitate riforme interne, molto diffuso nella Chiesa cattolica italiana4.

    Tra i segnali negativi giunti di recente dalla comunità ecclesiale va annoverata anche la mancata reazione alla pubblicazione del report della diocesi di Bolzano. Ci saremmo infatti aspettati che, sull’onda della diffusione dei dati e delle analisi contenute nel rapporto, come è avvenuto nella vicina Germania, decine di diocesi italiane, ansiose di recuperare la fiducia e il rispetto dei fedeli, si sarebbero precipitate a imitare l’indagine altoatesina, mettendo a diposizione di team di ricerca indipendenti i propri archivi, avviando un grande processo di cambiamento e rigenerazione istituzionale e morale. Ci saremmo anche aspettati che dall’opinione pubblica, dai giornali, dai social, dalle parrocchie si alzasse perentoria una domanda di verità, che si iniziasse a pretendere che la Chiesa ammetta i suoi errori e mostri di voler davvero voltare pagina inaugurando una nuova era.

    Non è successo nulla di tutto questo. Le masse cattoliche e laiche si sono mostrate indifferenti alla novità che è giunta da Bolzano e i giornali non hanno mutato di una virgola la loro linea editoriale sulla Chiesa, continuando a dare ampio spazio a temi quali le vacanze del papa, le iniziative caritative di Sant’Egidio o le ultime valutazioni sulla politica italiana del nonagenario cardinal Ruini. Della questione degli abusi del clero nessuna traccia se non, per un paio di giorni, in occasione dell’apertura di un’indagine su un sacerdote o per una condanna del medesimo in qualche grado di giudizio. Notizie comunque confinate alle pagine di cronaca, pura attualità.

    L’imponente dimensione sistemica, insieme culturale, spirituale e politica, legata agli abusi del clero sui minori rimane in Italia un tema tabù, un gigantesco rimosso che rende illusorio qualsiasi proposito di rinnovamento ecclesiale, condannando nei fatti la Chiesa italiana a occupare, ormai in estrema solitudine sul suolo europeo e con il solo sostegno di un’opinione pubblica nazionale accondiscendente e connivente, una posizione di retroguardia iperconservatrice e orgogliosamente patriarcale. Insidiarla sarà ancora per molto tempo praticamente impossibile.

    Note

    1. https://www.bz-bx.net/it/perizia.html

    2. Mi limito a citare qui qualcuna delle più note: quella francese della commissione Ciase, quella tedesca dello Studio MHG, quella dell’irlandese commissione Murphy, quella ad ampio spettro promossa dal governo australiano attraverso la Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse.

    3. Sul clericalismo si vedano tra gli altri: Doyle, T. P. (2006), Clericalism: Enabler of Clergy Sexual Abuse. Pastoral psychology, 54(3), 189-213; Shaw, R. (2011). To Hunt, to Shoot, to Entertain: Clericalism and the Catholic Laity. Wipf and Stock Publishers; Doyle, T. P. (2016), Clericalism and catholic clergy sexual abuse. In Predatory priests, silenced victims (pp. 147-162). Routledge.

    4. https://tg24.sky.it/cronaca/2024/12/13/prete-condannato-violenza-sessuale-enna-indagato-vescovo

    https://www.adista.it/articolo/75119

  • Le chat shock nella sentenza Rugolo, i giudici: “Contesto predatorio di 2 uomini di chiesa”

    Le chat shock nella sentenza Rugolo, i giudici: “Contesto predatorio di 2 uomini di chiesa”

    La sentenza di condanna a 3 anni di reclusione per violenza sessuale ai danni Giuseppe Rugolo trova uno dei suoi principali fondamenti nell’attendibilità riconosciuta dai giudici della Corte di Appello di Caltanissetta ad Antonio Messina, l’archeologo ennese dalla cui denuncia è partita l’inchiesta della Procura.

    La tesi della difesa di Rugolo

    Un aspetto ben evidenziato nelle motivazioni della sentenza, pubblicata nelle ore scorse ed ormai al centro di tanti dibattiti, specialmente nella comunità ennese, ancora sgomenta per una vicenda dai contorni torbidi e drammatici. La difesa di Rugolo, che, peraltro, ha subito un procedimento canonico con la riduzione allo stato laicale, ha fatto leva sulla denuncia tardiva di Messina “intervenuta a distanza di anni dagli abusi e reputata indice di non genuinità e spontaneità delle accuse”.

    Le motivazioni dei giudici: ecco perchè Messina è attendibile

    Una tesi sconfessata dai giudici della Corte d’Appello, secondo cui la ricostruzione difensiva è confutata “dalle graduala elaborazione del vissuto traumatico e dalle fratture interiori derivanti dal sentimento di affetto che pur legavano Messina a Rugolo, vieppiù accresciuti da una fede cristiana talmente profonda da desiderare di intraprendere la via ecclesiastica”.

    “Il legame da trauma e la manipolazione della vittima”

    Proseguendo nell’analisi, i giudici ritengono che le dichiarazioni della vittima sono genuine e spontanee che “offrono una chiara indicazione  del disastro che l’imputato ha creato nella psiche del giovane educando, il quale aveva riposto piena fiducia nel padre confessore rivelando i suoi disagi adolescenziali”.

    Messina, sempre secondo la Corte di Appello, avrebbe sostanzialmente sviluppato un “legame da trauma che caratterizza questo tipo di relazione disfunzionale”, che è una spia “rivelatrice del livello di manipolazione a cui è stata sottoposta la vittima”.

    Le chat tra 2 sacerdoti: “contesto predatorio”

    Nella sentenza un ruolo importante lo hanno avuto le conversazioni in chat tra lo stesso Rugolo ed un altro sacerdote, non imputato, avvenute il 12 ottobre del 2011. I giudici citano un passaggio chiave, quello in cui  emerge “il contesto predatorio a sfondo omosessuale da parte di due uomini di chiesa ed uno spaccato desolante di generale contaminazione delle relazioni pastorali”.

    “Sto legando con un ragazzo della parrocchia”

    Scendendo nel dettaglio, la Corte di Appello focalizza uno scambio di messaggi tra i due sacerdoti: “Sto legando molto con un ragazzo della parrocchia che secondo me prima o poi entra in seminario… il mio si chiama Antonio Messina”.

    La testimonianza della psicoterapeuta

    Nel giudizio è entrata anche la testimonianza di una psicoterapeuta che ha avuto in cura Messina a partire dal 2018. La professionista ha descritto la vittima “in un profondo stato di depressione e paura per gli abusi subiti”, inoltre ai giudici ha detto che “è stato facile arrivare ad un abuso da una posizione anche di confusione emotiva, dove non ci sono confini tra un educatore ed un educando”.

    Le chat shock nella sentenza Rugolo, i giudici: “Contesto predatorio di 2 uomini di chiesa”

  • Lettera della Garante per l’infanzia Puligheddu all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi: “Più vigilanza anche in ambito ecclesiastico. Basta abusi, tuteliamo i minori”.

    Lettera della Garante per l’infanzia Puligheddu all’arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi: “Più vigilanza anche in ambito ecclesiastico. Basta abusi, tuteliamo i minori”.

    Cagliari, 14 gennaio 2026 – 37 casi di abusi censiti in Sardegna nell’ultimo quinquennio: 11 a Cagliari, 11 a Sassari, 8 a Oristano e 7 a Nuoro. 196 vittime sopravvissute, di cui 171 erano minorenni al momento dell’abuso.

    Sono i dati che riguardano la Sardegna pubblicati dall’”Osservatorio Permanente della Rete L’Abuso” censiti tra il 2020 e il 2025. “La situazione degli abusi sui minori nella nostra isola, anche in ambito ecclesiastico, è allarmante – ha detto la Garante regionale per l’infanzia e l’adolescenza Carla Puligheddu – la Chiesa deve intervenire”.

    In una lettera all’Arcivescovo di Cagliari Giuseppe Baturi, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana ha quindi sollecitato un Suo autorevole intervento anche in Sardegna per arginare un fenomeno la cui vera entità è ancora sommersa.

    “In Sardegna – scrive la garante Puligheddu nella lettera all’ Arcivescovo – la maggior parte dei casi non è denunciato contribuendo a lasciare impuniti gli autori di questi orrendi reati, ancora più gravi in quanto perpetrati da persone che proprio perché indossano l’abito talare dovrebbero essere più affidabili”.

    Carla Puligheddu chiede alla Chiesa sarda un atto di coraggio evangelico e civile: la piena e incondizionata collaborazione con la Magistratura, , rinunciando a gestioni interne che hanno finora prodotto solo oblio e prescrizione: “Il tempo del silenzio è finito, deve cominciare quello della tutela dei minori.

    In Sardegna, il dato più allarmante riguarda l’impunità: su 37 casi, 30 appartengono al sommerso. A fronte di quasi duecento vittime note, si contano appena 5 condanne definitive. Questo significa che la quasi totalità delle vittime non ha ottenuto giustizia né in sede civile né in quella canonica, dove per 35 casi su 37 non si ha notizia di alcun processo mai avviato.

    Secondo i dati pubblicati dall’Osservatorio la situazione anche nel resto d’Italia è drammatica. Si rilevano 1.250 casi tra sacerdoti e indotto laico, che hanno prodotto un numero spaventoso di vittime note, ben 4.625.
    L’incidenza dei soli sacerdoti coinvolti (1.106 su 31.000 attivi) è pari al 3,57%: una percentuale altissima, che emerge spontaneamente anche senza inchieste governative, e che nasconde un sommerso di 839 casi mai denunciati all’autorità giudiziaria, spesso a causa dei tempi dilatati dei tribunali canonici che portano alla prescrizione dei reati.

    Lettera Garante a Monsignor Baturi

  • Pedofilia: Papa Leone XIV, ‘tante volte la Chiesa ha chiuso le porte alle vittime”

    Pedofilia: Papa Leone XIV, ‘tante volte la Chiesa ha chiuso le porte alle vittime”

    “Tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime” di abusi sessuali da parte dei preti “non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori”. Il Papa, al termine del Concistoro straordinario che si è chiuso due giorni fa, nel suo intervento finale ha fatto anche riferimento allo scandalo degli abusi nella Chiesa.

    “Anche se non è stato un tema di dialogo specifico del nostro incontro – ha detto il Papa nell’intervento che il Vaticano ha diffuso solo oggi – voglio menzionare il problema, che ancora oggi è veramente una ferita nella vita della Chiesa in tanti luoghi, che è precisamente la crisi a causa degli abusi sessuali. Non possiamo chiudere gli occhi e neanche i cuori. Vorrei dire, anche incoraggiando voi a condividerlo a vostra volta con i vescovi: tante volte il dolore delle vittime è stato più forte per il fatto che non sono state accolte e ascoltate”.

    “L’abuso stesso causa una ferita profonda che forse dura tutta la vita; ma tante volte lo scandalo nella Chiesa è perché la porta è stata chiusa e le vittime non sono state accolte, accompagnate con la vicinanza di autentici pastori. Una vittima, – ha raccontato Leone – poco tempo fa, mi ha detto che veramente per lei la cosa più dolorosa era precisamente che nessun vescovo voleva ascoltarla. E quindi anche lì: l’ascolto è profondamente importante.

    La formazione di tutti. La formazione nei seminari, dei sacerdoti, dei vescovi, dei laici collaboratori dev’essere radicata nella vita ordinaria e concreta della Chiesa locale, delle parrocchie e di tanti altri luoghi significativi dove si incontrano le persone, in particolare quelle che soffrono”. Il Pontefice, dando appuntamento ai cardinali a giugno a ridosso di S. Pietro e Paolo per il nuovo Concistoro, ha anche rassicurato i cardinali che dovesse avere problemi economici per raggiungere Roma: “Parlate. E penso che anch’io, anche noi, possiamo vivere un po’ di solidarietà gli uni con gli altri, e ci saranno maniere, con persone generose che aiuteranno”