Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: San Rafael

  • Abusi su gio­vani: la con­danna vati­cana, ma il prete è morto

    “Il Tribunale Penale Speciale istituiti dalla competente autorità della Chiesa” hanno raggiunto la “certezza morale” riguardo alle colpe di padre Carlo Miguel Buela. Ma padre Buela nel frattempo è morto, anche perché ci sono voluti sedici anni prima di arrivare alle condanne.

    “E nel frattempo il sacerdote, nonostante le accuse era stato ospitato in una chiesa di Genova negli anni in cui cardinale era Angelo Bagnasco”, come racconta Francesco Zanardi, portavoce di Rete l’Abuso che da anni si batte per denunciare violenze subite da minori. (altro…)

  • Il vescovo di San Rafael si dimette. Ora, giudizio e punizione

    Il vescovo di San Rafael si dimette. Ora, giudizio e punizione

    Sono state annunciate oggi le dimissioni di Mons. Carlos María Dominguez, OAR, vescovo di San Rafael. E anche la nota con cui annuncia la decisione ai suoi follower.

        Per rispetto dell’incommensurabile dolore delle vittime, non diremo altro che quanto segue:

    Noi laici abbiamo un ruolo da svolgere nella Chiesa. Non siamo e non saremo clericali, come ci ha insegnato Papa Francesco. Per questo motivo, CHIEDIAMO UN PROCESSO E UNA PUNIZIONE ESEMPLARI per de Dominguez. Il fatto non può essere considerato una semplice dimissione dovuta a un mal di stomaco, e nel giro di un paio di mesi verrà assegnato come parroco in qualche paese della provincia di Buenos Aires, con la protezione dei suoi confratelli nell’episcopato e del Fratello Maggiore. E ancora meno probabile è ciò che è accaduto al suo collega Gustavo Zanchetta, che si è trovato una comoda baracca all’interno delle mura vaticane.

    Frate Carlos María Dominguez deve essere processato da un tribunale canonico e condannato. Se padre Alejandro Gwerder è stato espulso dallo stato clericale qualche giorno fa per il semplice fatto di non aver obbedito alla linea pastorale di Francesco, Domínguez dovrebbe ricevere almeno una punizione simile.

    Non resteremo in silenzio. Basta sopportare questa mandria di degenerati che si impongono a noi come vescovi.

    https://caminante-wanderer.blogspot.com/2025/02/renuncio-el-obispo-de-san-rafael-ahora.html?m=1#comment-form

  • Desaparecidos, da Nordio no a estradizione di don Reverberi in Argentina

    Desaparecidos, da Nordio no a estradizione di don Reverberi in Argentina

    Don Franco Reverberi, il sacerdote della diocesi di Parma accusato di diversi crimini compiuti in Argentina durante la dittatura civico-militare del 1976-83, non sarà consegnato alle autorità argentine per essere processato.

    A riferirlo è l’onlus 24marzo.it, spiegando che il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha respinto per motivi di salute il 10 gennaio l’estradizione in Argentina del sacerdote che era stata concessa dalla Cassazione.

    La conclusione, che giustifica il rigetto della richiesta di estradizione, è che va considerato “complessivamente l’impatto medico-legale della procedura sulle già precarie condizioni di salute di Reverberi, anche in ragione dell’età estremamente avanzata di costui e della conseguente probabile prospettiva di non fare più ritorno in territorio italiano, impatto da cui deriverebbe un rilevante stress psicologico tale da integrare un ulteriore fattore di rischio con riferimento alle verificate patologie cardiologiche da cui lo stesso è affetto”.

    Nel provvedimento il capo del dicastero di via Arenula evidenzia che “la perizia medico-legale disposta dalla Corte di Appello di Bologna ha concluso nel senso che ‘le attuali condizioni di salute di Reverberi sono compatibili con il trasferimento in Argentina’, limitando l’accertamento alle condizioni di salute compatibili con la possibilità di effettuare un viaggio aereo intercontinentale, omettendo tuttavia di valutare l’esistenza di gravi rischi che potrebbero scaturire dalla procedura di estradizione globalmente intesa”.

    La richiesta di estradizione era stata promossa dallo Stato argentino. Reverberi era cappellano ausiliare dell’ottava Squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, accusato di atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come La Departamental.

    Il parroco è accusato di aver assistito a numerose torture alle quali erano sottoposti i prigionieri del regime di Videla prima di essere uccisi e fatti scomparire, nonché all’omicidio nel 1976 del 20enne peronista Josè Guillermo Beron, tuttora disperso. Il religioso uscì dall’Argentina nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità.

    La revoca è stata notificata al difensore del religioso, l’avvocato parmigiano Franco Magnani.

    Don Reverberi attualmente risiede in una canonica a Sorbolo, paese nel parmense dove è nato nel 1937, e aveva come misura cautelare il divieto di allontanamento dal comune con obbligo di firma dai carabinieri.

    Il 19 gennaio è stata fissata un’udienza per l’esecuzione del provvedimento del ministro. Alla luce del provvedimento di Nordio, l’Argentina ha una sola strada da poter percorrere: un eventuale ricorso al Tar di Roma.

    “La Corte di Cassazione nell’ottobre scorso, recependo le argomentazioni dell’avvocato Arturo Salerni, legale dell’ambasciata argentina in Italia, aveva confermato la decisione della Corte di appello di Bologna respingendo il ricorso contro l’estradizione presentato dalla difesa del sacerdote – spiega l’onlus -. Il ministro Nordio aveva 45 giorni di tempo per confermare o meno la decisione. Ebbene, l’ha respinta. Don Reverberi ha 87 anni e come diversi altri individui accusati di essere stati parte attiva nei crimini compiuti durante la dittature del Cono Sur, come per esempio Carlos Malatto, Daniel Cherutti, Jorge Troccoli, grazie al doppio passaporto si è trasferito in Italia molti anni fa e per lungo tempo ha vissuto indisturbato”.

    Intercettato a Sorbolo a fine novembre, il sacerdote si era difeso: “Con quei crimini non c’entro”.

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2024/01/12/news/desaparecidos_associazione_24_marzo_da_nordio_no_a_estradizione_di_don_reeverberi_in_argentina-421867151/?ref=tgpr

  • Andrà a a processo Don Reverberi il sacerdote di Sorbolo accusato di crimini contro l’umanità

    Andrà a a processo Don Reverberi il sacerdote di Sorbolo accusato di crimini contro l’umanità

    L’Italia ha concesso l’estradizione in Argentina dell’ex cappellano militare italo-argentino don Franco Reverberi, accusato di crimini contro l’umanità commessi durante la dittatura del generale Jorge Jose Videla, in vigore dal 1976 al 1983. La richiesta di estradizione – rende noto il governo argentino in un comunicato – è stata promossa dall’Argentina su istanza della segreteria dei diritti umani della nazione. Reverberi era cappellano ausiliare dell’VIII squadra di esplorazione alpina di San Rafael, a Mendoza, ed è indagato per atti commessi nel Centro di detenzione clandestina noto come «La Departamental». Il religioso, molto malato ma ritenuto in grado di sopportare l’eventuale trasferta in Sudamerica, ha oggi 86 anni e vive a Sorbolo, dove è anche nato nella frazione di Enzano.

    Opera nella nuova parrocchia di San Benedetto. Don Reverberi nel 1948 seguì la famiglia emigrata in Argentina e si stabilì con i genitori a San Rafael, regione di Mendoza a circa mille chilometri da Buenos Aires. Qui arrivò la vocazione, l’ordinazione sacerdotale e l’assegnazione alla parrocchia di Salto de Las Rosas, comunità frequentata da molti immigrati italiani. Tornò in Italia nel 2011, quando a Mendoza si stava svolgendo il primo processo per crimini contro l’umanità e le testimonianze dei sopravvissuti e dei familiari hanno cominciato a indicare le sue responsabilità. Nel 2013 venne presentata la prima richiesta di estradizione, ma i tribunali italiani la respinsero perché l’accusa conteneva solo accuse di tortura, reato non imprescrittibile in Italia a meno che non venga associato a condotte punibili con l’ergastolo. Sulla base di nuove testimonianze raccolte a Mendoza, è stato quindi possibile ampliare l’accusa per includere la partecipazione di Reverberi, anche in abiti militari, a sequestri e torture di almeno dieci persone, e all’omicidio del militante peronista José Berón, tuttora disperso. Alcune vittime hanno testimoniato poi che il sacerdote avrebbe invitato a confessare le proprie colpe per ottenere un «sollievo spirituale». La decisione della Corte d’appello di Bologna non è comunque definitiva e l’imputato ha ancora la possibilità di ricorrere davanti alla Corte costituzionale, come ha sottolineato anche l’ambasciatore dell’Argentina in Italia, Roberto Carlés.

    Nel mirino delle autorità giudiziarie argentine ci sarebbe il suo ruolo di cappellano militare nella «Casa departamental» a San Rafael nei primi anni ‘80.

    «Sicuramente faremo ricorso entro i 30 giorni previsti. Già da tempo la Curia vescovile di Parma nel difendere don Franco ha pubblicato due documenti molto chiari – ha commentato il parroco di Sorbolo Mezzani don Aldino Arcari –: uno della Curia di San Rafael, l’altro del ministero della Difesa argentino che attestano “stranamente” che don Reverberi è stato nominato cappellano militare nel settembre 1980, mentre i quattro accusatori argentini parlano del 1976. A chi giova tutto questo accanimento? Senza dubbio a screditare la chiesa, i preti e anche il papa. Sì proprio lui, papa Francesco. Come per dire: vedete, lui che parla tanto di misericordia e di perdono, “copre” addirittura un prete argentino “accusato” di tortura!».

    https://www.gazzettadiparma.it/italia-mondo/2023/07/12/news/andra-a-a-processo-don-reverberi-il-sacerdote-di-sorbolo-accusato-di-crimini-contro-l-umanita-723766/

  • Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    Sorbolo, il caso don Reverberi: “La comunità è stanca. Non giudichiamo fatti che non conosciamo”

    “Per come lo abbiamo conosciuto in questi anni, non possiamo credere che don Franco sia responsabile dei fatti di cui è accusato”: è questo il senso della risposta che da più voci raccolgo nel cortile davanti alla canonica dove vive don Franco Reverberi, a Sorbolo.

    In un bar del centro, qualcuno ricorda il clamore che aveva suscitato, nel 2012, la notizia che il parroco, arrivato da circa un anno in paese, fosse ricercato dall’Interpol per fatti risalenti agli anni della “guerra sporca” di Videla.

    Oggi la vicenda torna a fare parlare dopo che a ottobre è stata emessa una seconda richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote italo-argentino, come riportato nell’inchiesta I fuggitivi pubblicata nei giorni scorsi su La Repubblica.

    Originario di Enzano, classe 1937, a undici anni Reverberi emigra con la famiglia in Sudamerica. Nel ‘67 l’ordinanza sacerdotale lo porta a svolgere la funzione di parroco, per oltre quarant’anni, a Salto de Las Rosas.

    Dopo la fine della dittatura e dopo l’annullamento delle leggi che impedivano di accertare le responsabilità del terrorismo di Stato, quattro sopravvissuti alle sevizie subite nella Casa Departamental, uno dei tanti buchi neri che inghiottirono migliaia di oppositori politici, chiamano in causa don Reverberi nelle loro testimonianze.

    Come emerge dall’inchiesta giornalistica che fa parte del progetto On the run from the past, durante il processo i testimoni riferirono che, mentre venivano torturati, ad assistere vi era il cappellano militare, riconosciuto in Reverberi.

    Vestito a volte con abiti militari, altre volte con l’abito talare, la Bibbia in mano, il sacerdote, ricordano i testimoni, parlava raramente e solo per indurre i prigionieri a collaborare.

    Ma quando, nel giugno del 2011, il procuratore generale di San Rafael, sulla base delle testimonianze raccolte, chiede che Reverberi venga indagato, il sacerdote non è più reperibile avendo lasciato il Paese un mese prima per stabilirsi a Sorbolo. Ai giudici, che dovevano ascoltare il parroco, fu presentato un certificato che attestava problemi cardiaci.

    Nel 2012, a un anno dal suo trasferimento in Italia, una sua foto viene diramata dall’Interpol che emette un mandato di rintraccio nei suoi confronti mentre la richiesta di estradizione avanzata dall’Argentina, in assenza del reato di tortura nel codice penale italiano, viene rigettata prima dalla Corte d’Appello di Bologna, poi dalla Cassazione, nel 2014.

    Il 2 ottobre scorso, come riportato sulle pagine di Repubblica, è stata però presentata una nuova richiesta di estradizione nei confronti del sacerdote.

    Don Reverberi, come mi dicono in paese, esce raramente e conduce una vita molto ritirata limitandosi a dire messa una volta alla settimana. Nello spiazzo alle spalle della chiesa, delimitato a ferro di cavallo entro gli edifici della canonica, c’è un via vai di bambini accompagnati a catechismo dalle mamme.

    Lauretta Ponzi, referente Caritas della parrocchia, all’uscita della canonica non si sottrae alle domande. In che modo ha reagito la comunità parrocchiale di fronte alle accuse rivolte nei confronti di don Franco?

    “Guardi, abbiamo già parlato tutti troppo di questo argomento, da diversi anni: più se ne parla e più la gente di Sorbolo scuote le spalle e dice di non volerne più sapere nulla. Noi vediamo l’operato che don Franco sta facendo qui ormai da dieci anni: non abbiamo nessun motivo per poter giudicare. Non conosciamo i fatti, se non quelli che abbiamo letto da voi. Per quello che noi vediamo, non abbiamo elementi per dubitare di lui”.

    Avete mai provato, in un confronto con la comunità, a chiedere risposte in merito alle accuse che gli vengono rivolte?

    “Don Reverberi ha chiarito tutto: anche in Italia è stato assolto perché non si trovava nel luogo in cui dicono che si trovasse al momento dei fatti”, mi risponde. Le dico che non è così: non è stato assolto perché non è stato processato, essendo venuto in Italia a un mese dall’inizio del processo. “Comunque ho visto l’inserto che avete fatto” e scuote il capo.

    Un peso lo hanno anche le parole dei testimoni: don Reverberi non sente il dovere di dare risposte ai giudici, a chi chiede di ricostruire un pezzo buio di storia, anche per chiarire la sua posizione?

    “Potrebbe anche essere, io non lo so, ma prima di tutto credo che debba rispondere davanti a Dio: è un sacerdote, c’è un superiore, c’è un vescovo, dovranno verificare loro. La comunità, mi creda, è stanca. Non possiamo dare giudizi su fatti che non conosciamo, che vengono da lontano e che ci sono stati riportati. Sono fatti rispetto ai quali lui si è difeso a spada tratta di fronte alla comunità parrocchiale”.

    Don Reverberi si è allontanato dall’Argentina per venire a Sorbolo poco prima del processo che lo vedeva imputato…”Probabilmente sì…questo ci può anche stare: ci possono essere stati sacerdoti che hanno lasciato la vita e altri, magari più deboli, che hanno chiuso gli occhi. Questo più che un problema della Chiesa credo sia un problema della persona. Possiamo mettere in dubbio un sacerdote che sta dando alla comunità, per quello che può dato che è molto malato, il suo impegno celebrando la messa e confessando i fedeli? Nel frattempo si sta curando, ha detto che è venuto in Italia per curarsi: ci sta anche che possa essere venuto in Italia in un momento difficile, ma era anche già malato. A che titolo possiamo giudicare?”.

    Cercare risposte, per poi poter giudicare, anche a nome delle vittime del regime di quegli anni. “Sì, sì, la storia la conosciamo…ma quando l’altro giorno ho visto il vostro servizio con don Reverberi in mezzo a quei due…mi è dato un colpo al cuore: non ce lo vedo, lì in mezzo, non posso crederci. La mia risposta da fedele, da cristiana, è questa: se lui è veramente colpevole, parli. Se no, ci dovremo affidare alla giustizia divina. Se intervista qualche altro parrocchiano, qualcuno potrebbe dirle che ha dei dubbi ma la comunità vera, che vive attorno alla parrocchia, non si pone il problema: non è che non vogliamo riconoscere quello che veramente è stato ma non vogliamo pensare che il nostro prete – che non è il parroco, perché è qui solo in appoggio – possa essere coinvolto in una cosa del genere”.

    Da una porta, si affaccia sullo spiazzo don Aldino Arcari, dal 2013 parroco della diocesi. Pochi giorni fa, alla giornalista di Repubblica che gli poneva una domanda sul caso Reverberi, ha parlato di accanimento da parte della stampa, informandola di avere avvertito il vescovo del fatto che in paese fossero tornati giornalisti a chiedere di don Franco.

    Di fronte alla mia domanda di un’intervista, accetta di rispondere. Parlare con don Reverberi, invece, non è possibile: è molto anziano e malato, mi dice.

    Don Arcari, a testimoniare ci sono quattro ex prigionieri politici che hanno indicato in Reverberi il parroco che nel 1976 avrebbe assistito alle torture mentre più testimoni riferiscono della sua presenza tra il ‘76 e il ‘78 nel centro di detenzione clandestino di San Rafael. Quale è la vostra posizione rispetto a questa vicenda?

    “Noi abbiamo un foglio della diocesi di San Rafael che dice che lui non era lì, nel ‘76, e lui stesso ha ribadito che non c’era, in quel periodo, essendo diventato cappellano militare solo nell’80. C’è tanto di documento della diocesi! Le accuse che gli vengono rivolte mi sembrano un po’ forzate, conoscendolo! Qui stiamo dando la caccia alle streghe…”.

    Ma i centri di detenzione erano extra-legali e clandestini: è improbabile che si registrassero gli ingressi di chi vi operava…

    “Può anche essere – ribatte don Arcari – io però mi fido di quello che dice. Se poi fosse falsa testimonianza, dovrà risponderne davanti a Dio. Siamo nel campo delle ipotesi. Lui ha già detto che non c’era. Ma io dico: se anche ci fosse stato, che accusa è? Beh, va bene: aveva la Bibbia in mano, dicono, certo: è un prete, non poteva andare là con un mitra….che conforto poteva dare ai condannati? Cosa poteva fare? Come quando durante il fascismo chiedevano a qualcuno di baciare il crocifisso….Che cosa poteva fare, poveretto… Non siamo mica tutti leoni: pensiamo a Don Abbondio”.

    All’esterno fa freddo, pur essendo un pomeriggio di sole. Don Arcari mi invita a entrare assieme a Lauretta Ponzi. Mi ripetono che la comunità non può credere che sia lui il prete riconosciuto dai testimoni, non per come lo conoscono.

    “Ci pensi – così Arcari, rivolgendosi a me -, come mai papa Francesco non è mai andato in Argentina, che è la sua terra? Chiediamoci questo. E’ un problema politico: non lo possono vedere, quel papa lì, in Argentina e lui non ci andrà mai, glielo dico io: sono delle beghe politiche. Non possono vedere papa Francesco e allora dicono: ti torturiamo questo prete argentino che è in Italia. Ci sono delle storie, sotto, che noi non sappiamo…Io, se fossi papa, la prima cosa che farei sarebbe andare nel mio paese natale…”.

    Vi siete confrontati col vescovo recentemente sulla vicenda di cui ora si torna a parlare vista la nuova richiesta di estradizione?

    “Io e il vescovo siamo molto legati. Quando viene qualcuno a chiedere di don Franco, glielo dico: lui mi ha detto di avere allertato Parolin in modo che avverta il papa di questa storia. Sembra che Sorbolo copra il torturatore ma noi non copriamo nessuno: lo abbiamo qui ospite e ce lo teniamo, anziano e malato, poveretto. Celebra messa solo una volta a settimana e confessa i fedeli: più di questo non fa. Che gli è venuto un infarto è vero: l’ho accompagnato io in ospedale. Per lui questa attenzione è una tortura. Altro, non saprei cosa dirle”.

    Arturo Salerni, avvocato che nel caso Reverberi è stato parte civile in Cassazione per la Repubblica Argentina, uno dei principali avvocati difensori delle vittime del maxi-processo Condor nel quale sono stati condannati all’ergastolo 24 responsabili dei crimini commessi durante le dittature sudamericane, raggiunto nel suo studio romano così commenta il caso Reverberi: “La richiesta di estradizione fu respinta dalla Corte d’Appello di Bologna, ritenendo che i reati fossero prescritti. Verso di lui era mossa l’accusa di tortura. Io allora feci per la Repubblica Argentina il ricorso in Cassazione che sostanzialmente ribadì le conclusioni alle quali era arrivata la Corte di appello di Bologna.

    Dal punto di vista dei processi, in Italia non ci sono attualmente altri elementi. Quello che evidenziamo è che don Reverberi si è sottratto alla giustizia argentina oltre al fatto che ci sono diversi e convergenti elementi di accusa: ci sono precisi riconoscimenti, che sono stati raccolti, tutti convergenti nell’indicare in lui ‘il prete’, il sacerdote che assisteva alle torture in maniera benevola non nei confronti dei torturati ma dei torturatori, con atteggiamento di complicità e spingendo i prigionieri a confessare. Da più parti – conclude il legale – in alcuni casi anche da parte della Chiesa, viene la richiesta che Reverberi si sottoponga alla giustizia terrena, prima di arrivare alla giustizia divina”.

    Lucia De Ioanna

    https://parma.repubblica.it/cronaca/2021/01/20/news/sorbolo_il_caso_don_reverberi_la_comunita_e_stanca_non_giudichiamo_fatti_che_non_conosciamo_-283389240/?fbclid=IwAR0rqWtQc52SapVME10yvb_xAaSCZVLGSjY_OHqyC5lMBK4WKzH-bS47vWQ

     

  • La “condanna” di Papa Francesco a padre Carlos Buela in seguito alle sue azioni nell’Istituto

    La “condanna” di Papa Francesco a padre Carlos Buela in seguito alle sue azioni nell’Istituto

    Padre Carlos Buela è rifugiato in una istituzione religiosa in Italia, secondo quanto ha dato a conoscere giorni fa il quotidiano Diario San Rafael, in base ad una pubblicazione del quotidiano europeo La Repubblica.

    Ora, a seguito di questa nuova polemica che coinvolge il fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato, è apparsa una nuova richiesta di condanna ecclesiastica verso Buela dell’ottobre dell’anno scorso da parte di rappresentanti della Santa Sede in Vaticano alla quale risponde proprio Papa Francesco, con data di aprile del 2016.

    La richiesta, emessa dalla Curia Romana, indica che “in riferimento a Padre Carlos Buela, fondatore dell’IVE, il Papa Benedetto XVI aveva disposto che non gli fosse permessa nessuna ingerenza nel governo né nello svolgimento nell’Istituto”.

    La sentenza ha stabilito: “Si proibisce in modo assoluto al Padre Carlos Buela avere relazione con i membri dell’IVE, ad eccezione di quelli della comunità dove abiterà con il permesso di questo Dicastero (organismo della Curia Romana), e con le religiose Servitrici del Signore e della Vergine di Matará”.

    “Non potrà fare dichiarazioni ai mezzi di informazione né apparire in pubblico”, dice la “condanna” e alla fine stabilisce che “non potrà partecipare in nessuna iniziativa o incontro dell’IVE, né personalmente né attraverso altri mezzi di comunicazione”.

    Queste tre decisioni sono state “approvate nello specifico” dal Papa Francesco, secondo il documento al quale ha avuto accesso il quotidiano dei sanraffaellini.

    Oltre alla decisione del Dicastero, approvata da Francesco, Buela non ha rispettato quanto stabilito nella sua “condanna”, poiché riceveva ogni quindici giorni il supervisore del Verbo Incarnato, Gustavo Nieto, il quale è anche stato sanzionato ecclesiasticamente. Nieto riceveva ordini da parte di Buela su quali azioni intraprendere all’interno dell’Istituto di Las Paredes, San Rafael.

    Dall’altra parte, e in una grave attitudine di disobbedienza, Buela ha ricevuto nel suo rifugio dei minori con i quali si è fatto fotografare, quando anche questo era stato proibito da parte delle massime autorità della Chiesa Cattolica, soprattutto nella cornice delle denunce per abusi commessi da Buela durante la sua permanenza al fronte dell’IVE.

    Accuse in Italia

    Il quotidiano La Repubblica, nel titolo del suo articolo, indica che “l’abusatore di seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova”. Nello sviluppo della nota, il mattutino indica che “non ci sarebbe niente di strano se Don Carlos nel 2010 non fosse stato considerato colpevole di abusi sessuali su giovani seminaristi dalla Santa Sede, che gli aveva ritirato l’incarico e lo aveva trasferito all’estero”.

    La Repubblica ricorda che Buela sta a 11 mila chilometri dall’Argentina “in un rifugio blindato in Genova, dove risiede in un appartamento del complesso della chiesa San Teodoro”.

    L’articolo continua e riporta una dichiarazione di Francesco Zanardi, componente del gruppo Rete L’ABUSO, incaricata di denunciare casi di abusi sessuali nella Chiesa.

    “Troviamo quanto meno imbarazzante la situazione. La diocesi del presidente dei vescovi, il cardinale Angelo Bagnasco, accoglie un sacerdote riconosciuto colpevole dal Vaticano”, continua sottolineando “ci domandiamo cosa succederebbe se un giorno la Giustizia argentina decidesse di aprire un’indagine: Buela tornerebbe immediatamente nel suo paese?”.

    http://www.diariosanrafael.com.ar/actualidad/78193-la-condena-del-papa-francisco-al-padre-carlos-buela-tras-sus-acciones-en-el-instituto

  • Abusò dei seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova

    Abusò dei seminaristi, don Carlos si nasconde in una chiesa di Genova

    di GIULIA DESTEFANIS e MARCO PREVE

    In una delle sue ultime, numerose, video prediche caricate sul suo sito internet, padre Carlos Buela parla di educazione sessuale. Non ci sarebbe nulla di strano se don Carlos nel 2010 non fosse stato ritenuto “colpevole” di abusi sessuali nei confronti di giovani seminaristi (non si parla di pedofilia) dalla Santa Sede che lo aveva rimosso dai suoi incarichi e trasferito oltre oceano, e se in questo momento non si trovasse a 11 mila chilometri di distanza, ospite di un rifugio blindato a Genova, in via Venezia, in un appartamento del complesso della chiesa di San Teodoro.

    Il caso viene sollevato da Francesco Zanardi della “Rete L’abuso” che da anni si batte per denunciare le coperture di cui hanno goduto molti sacerdoti accusati o condannati per pedofilia e altri reati di natura sessuale.

    “Troviamo perlomeno imbarazzante – dice Zanardi -che sia proprio la diocesi del presidente dei vescovi, il cardinale Angelo Bagnasco, ad ospitare un sacerdote riconosciuto colpevole dallo stesso Vaticano. Ed inoltre ci chiediamo cosa accadrebbe se un domani la magistratura argentina decidesse di aprire un’inchiesta. Don Buela tornerebbe subito nel suo paese?”.

    Carlos Buela è stato fino a pochi anni fa uno dei preti più importanti dell’America Latina. Giovane sacerdote, seguace di Sant’Ignazio di Loyola, nel 1984 fonda l’Istituto (detto anche Famiglia) del Verbo Incarnato. La sua prima sede è a San Rafael nella provincia di Mendoza, ma nei decenni successivi Il Verbo Incarnato aprirà 26 filiali nei cinque continenti. Nella seconda metà degli anni 2000 scoppia lo scandalo.

    Una ventina di seminaristi, alcuni dei quali nel frattempo sono tornati allo stato laicale, hanno denunciato abusi sessuali commessi nei loro confronti da don Carlos. Sulla stampa argentina sono anche usciti articoli in cui una presunta vittima raccontava di aver subito le attenzioni del sacerdote quando era minore ma su questo episodio non ci sono conferme e neppure, che si sappia, indagini penali.

    Ma esiste un importane atto ufficiale del 2010 che inchioda alle sue responsabilità nei confronti dei seminaristi don Buela. Si tratta del decreto firmato dal cardinale Gianfranco Gardin, segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica. Le tre pagine riportano le accuse dei seminaristi e la difesa di don Buela (che ipotizza un complotto con l’Istituto da parte dei vescovi argentini). La Congregazione ritiene “le denunce verosimili di comportamenti moralmente inappropriati di padre Buela con giovani dell’Istituto…dichiarazioni ritenute veritiere da Organismi della Santa Sede”. Quindi “accertata la loro gravità aumentata dalla qualifica di Fondatore, Superiore Generale e Direttore Spirituale” il Dicastero dispone “la rimozione di padre Buela dall’ufficio di Superiore” e gli ordina di risiedere fino a nuovo ordine nell’abbazia francese “La pierre qui vire” in Borgogna.

    Non si sa perché, alla fine del 2016, don Carlos venga trasferito a Genova nell’appartamento dove si trova la sede locale dell’Istituto del Verbo Incarnato. Un religioso sudamericano apre la porta e spiega che don Carlos “non può parlare con la stampa, rivolgetevi ai nostri superiori”. Sembra quindi che padre Buela possa di nuovo avere rapporti con il suo ordine.

    Di sicuro non fa mancare le prediche video via web o attraverso la pagina Facebook. Ma al momento non sembrerebbe intenzionato a rientrare in Argentina.

    http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/04/07/news/abuso_dei_seminaristi_don_carlos_si_nasconde_in_una_chiesa_di_genova-162358264/

  • Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

    Condannato dal Vaticano e “rifugiato” a Genova nella diocesi del cardinale Angelo Bagnasco

    Mentre continuano i colpi di scena nel caso internazionale del prete italiano don Nicola Corradi, accusato di abusi dagli ex allievi dell’istituto Provolo di Verona, poi “rifugiato” in Argentina nell’omonimo istituto e dalla fine di novembre scorso agli arresti insieme ad altre quattro persone con l’accusa di aver abusato di una sessantina di alunni sordi, a Genova, nella diocesi diretta proprio dal presidente della Conferenza Episcopale Italiana, il cardinale Angelo Bagnasco, si scopre che c’è un altro “rifugiato” argentino.

    Stiamo parlando di padre Carlos Buela, che, nel marzo del 1984, fondò la congregazione dell’I.V.E., Istituto del Verbo Incarnato, anch’egli accusato di abusi sessuali, in Argentina, da una ventina di seminaristi, ma, a differenza di don Nicola Corradi, “indagato” dal Vaticano, che lo ha sanzionato.

    Padre Buela fu denunciato la prima volta nel 2005 da un seminarista, oggi 31enne, il quale lo accusava di “molestie subite dall’età di 12 anni“, per le quali in quell’occasione la chiesa decise di non prendere alcun provvedimento. Nel 2009, però, a carico di Buela arrivarono altre denunce di violenza sessuale, circa una ventina e sempre da parte di seminaristi appartenenti all’Istituto del Verbo Incarnato della città di San Rafael (Mendoza, Argentina), che, dopo un’indagine, nel 2010 lo avrebbero costretto a rinunciare al suo incarico.

    La sanzione inflitta a padre Buela per quella che verrà definita “cattiva condotta sessuale e manipolazione delle coscienze” sarà molto timida e generosa, se la caverà con la rimozione dall’Ufficio di Superiore Generale dell’IVE e sarà trasferito inizialmente nell’Abazia “La Pierre Qui Vere”, in Francia, dove sotto il controllo dell’Abate dovrà risiedere fino al nuovo ordine.

    Successivamente, nel 2012, padre Buela sarà trasferito in un monastero spagnolo, quello di “San Isidro de Dueñas de Palencia”, per poi “sbarcare” nel 2015 a Genova presso l’Istituto Religioso Maschile dell’IVE in località Dinegro.

    Tutto ciò accade proprio mentre in Argentina esplode il caso del veronese don Nicola Corradi e proprio quando le vittime che in precedenza avevano denunciato padre Buela all’Autorità Ecclesiastica che nel frattempo lo ha trasferito a Genova, decidono questa volta di denunciarlo tramite l’avvocato Carlos Lombardi – che assiste la Rete L’ABUSO in Argentina – anche alla giustizia civile; lui, però, non c’è più.

    Come mai? Grazie ai trasferimenti troppo facili, resi possibili da accordi tra la Santa Sede e i vari paesi che troppo spesso hanno fini tutt’altro che religiosi, come testimonia un altro caso attuale e sempre argentino, quello di Kusaka KomiKo, una suora colpita da un mandato di cattura internazionale emesso pochi giorni fa, anche lei coinvolta nello scandalo dell’Istituto Provolo di Mendoza e anche lei, come Buela, don Corradi, padre Reverberi e tanti altri, trasferita in un altro paese e sottratta di fatto alla giustizia, per la rabbia delle vittime costrette ad assistere impotenti.

    Anche quello di padre Carlos Buela è un caso esploso quando Bergoglio – oggi Papa Francesco – era arcivescovo di Buenos Aires. Allora, il papa era Benedetto XVI. Un caso che ancora una volta dimostra come la linea della chiesa non sia affatto cambiata e continui a lasciare le sue vittime senza giustizia.

  • Vescovo Argentino Confessa che Papa Francesco protegge degli Abusatori di Minori in Vaticano

    Vescovo Argentino Confessa che Papa Francesco protegge degli Abusatori di Minori in Vaticano

    Secondo le autorità religiose, le prime accuse provate sono state “la manipolazione della coscienza psicologica, disonestà economiche e abuso sessuale”.

    A seguito dell’arresto dei due sacerdoti e tre impiegati per “abuso sessuale e corruzione di minori” in un istituto per bambini sordi in Mendoza, tornano a galla denunce per abusi nella congregazione religiosa del Verbo Encarnado (Il Verbo Incarnato – ndt), in San Rafael, dove il suo fondatore ed accusato Carlos Miguel Buela ha dovuto rinunciare all’incarico di Superiore Generale ed è stato recluso in Italia, dopo una lunga indagine realizzata dal Vaticano.

    Un sacerdote, che ha ora 31 anni, ha denuciato alla stampa mendocina (di Mendoza – ndt), in forma anonima, che quando ne aveva 12 ed era interno in una delle case dell’Istituto del Verbo Encarnado in San Rafael, a sud di Mendoza, è stato abusato sessualmente da un prete.

    “È successo a me, ma so che è successo ad altri bambini”, ha indicato il denunciante, il quale si è presentato come “vittima di abuso dell’Istituto Minore nel Verbo Encarnado”.

    Dal Vescovato del sud mendocino hanno ammesso a Télam che “questa denuncia è esistita e si è fatta l’indagine con molta profondità esaminando caso per caso fino a che alla fine, e con l’intervento del Papa Francesco, è stato deciso recludere in Italia il fondatore e superiore generale del IVE, Carlos Buela, il quale non può comunicare con l’Istituto e tutti i suoi membri e non può accedere al ministero sacerdotale”.

    Secondo quanto hanno confermato le autorità religiose, le prime accuse provate contro Buela sono state “la manipolazione di coscienza psicologica, disonestà economiche e, a misura di che si è approfondita l’indagine ed i seminaristi si sono animati a parlare, ha cominciato ad apparire l’abuso sessuale, delitti nei quali la giustizia ordinaria non è mai intervenuta perché lì non è mai stata fatta denuncia”.

    Sul caso dei bambini dell’Istituto per sordi l’Arcivescovato di Mendoza dovrà dare spiegazioni alla Legislatura locale per i casi di abuso sessuale.

    Dal Vescovato di San Rafael hanno chiarito il caso dell’IVE “non è simile a quello dell’Istituto per bambini sordi dove ci sono persone specifiche che hanno commesso crimini efferati contro minori, dato che in San Rafael il tema specifico è stato contro il suo fondatore”.

    Il denunciante, che nelle ultime ore è passato sui media in forma anonima, ha detto che gli abusi sono cominciati quando aveva dodici anni “e non l’ho raccontato a nessuno per timore di chi mi ha aggredito”.

    “Nel 1997 mi sono accaduti quattro abusi sessuali in poco tempo, in uno stesso mese, nel 2005 l’ho raccontato ad un superiore e l’anno passato, mi sono reso conto di che non era stato fatto niente ed ho ripetuto la denuncia con il vescovo di San Rafael, Eduardo Taussig, il quale ha preso la denuncia, ma il sacerdote non è mai stato condannato ma solo escluso e trasferito in un altro luogo”.

    Traduzione a cura di Roberta Pietra

  • Seminaristi denunciano un altro prete di Mendoza per abuso sessuale

    Seminaristi denunciano un altro prete di Mendoza per abuso sessuale

    • Si tratta del prete Carlos Buela, fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato.
    • Circa 20 giovani ed attuali sacerdoti hanno fatto l’accusa formale.
    • Buela aveva dovuto rinunciare al suo incarico nel 2010 per denunce di abuso.

    Seminaristi dell’ Istituto del Verbo Incarnato (IVE) della città di San Rafael hanno riattivato le denunce pubbliche per abuso sessuale contro il fondatore di questa congregazione, il sacerdote Carlos Buela, quando è in corso l’indagine per i casi perpetrati contro bambini sordi in un altro istituto di Mendoza.

    Giovani che si sono formati nel seminario della congregazione ed attuali sacerdoti hanno dichiarato di essere stati vittime di Buela, il quale ha dovuto rinunciare in maggio del 2010 a seguito di una serie di denunce per abusi sessuali che sono arrivati al Vaticano.

    “È come sentire che è il tuo proprio papà quello che ti sta violentando”, ha detto un giovane che è stato vittima del fondatore dell’IVE, ed ha assicurato che nel 2005 i superiori della congregazione lo hanno ascoltato ma “mai” hanno portato il caso al Vaticano.

    I casi di abuso nell’IVE sono tornati a salire alla luce a radice di che un sacerdote si è posto di fronte ai reclami di circa venti vittime del fondatore della congregazione religiosa.

    “È stata una canagliata che non gli abbiano preso la denuncia formale, dovrebbero avere comunicato a Roma il caso di pedofilia dove c’è un protocollo molto severo da seguire, ma nel Verbo Incarnato è stato nascosto tutto questo”, ha avvisato oggi il religioso in dichiarazioni al portale di Mendoza MDZ Online.

    “Le vittime del padre Buela sono maggiori di 18 anni, quindi uno si domanda “Perché non gli danno uno pugno?”. Ma non è tanto facile, lui esercita una specie di manipolazione spirituale molto forte in questi gruppi chiusi”, ha sostenuto.

    Il religioso ha precisato, tuttavia, che Buela aveva sotto la sua tutela adolescenti di 12 anni che si sono avvicinati al seminario con l’intenzione di formarsi come sacerdoti una volta che hanno terminato gli studi secondari. Buela ha fondato l’ IVE in marzo del 1984 e da più di un anno è stato recluso dal papa Francisco in un monastero di San Isidro de Dueñas de Palencia, Spagna, dopo che si confermeranno le denunce contro di lui “per certi abusi in materia sessuale, di autorità e di coscenza”.

    La Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica del Vaticano ha riconosciuto opportunamente “la veradicità delle denunce” contro Buela ed ha stabilito la sua “imputabilità, confermata in modo specifico da parte di due sommi pontefici (Benedetto XVI e Francesco)”.

    L’Istituto del Verbo Incarnato conta nell’attualità con 424 religiosi con voti perpetui (388 di loro sono sacerdoti) e 210 con voti temporali, oltre a 60 novizi ed 84 seminaristi minori. La congregazione ha  143 case religiose distribuite in 88 diocesi di 39 paesi, e l’Argentina è presente nelle diocesi di San Rafael (Mendoza), Añatuya (Santiago del Estero) e La Plata (Buenos Aires).

    http://www.lavoz.com.ar/sucesos/seminaristas-denuncian-otro-cura-de-mendoza-por-abuso-sexual