Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: santa croce

  • Il prete prima di uccidersi «Se solo avessi saputo del male che facevo…»

    Il prete prima di uccidersi «Se solo avessi saputo del male che facevo…»

    Nell’ultima lettera la confessione dell’abuso di 17 anni fa Il passato che ritorna La denuncia scattata quando la nipote della vittima è finita nella parrocchia di don Maks

     di Giusi Fasano

    TRIESTE Sabato 25 ottobre. Un uomo improvvisamente solo con i suoi rimorsi torna a casa senza più voglia di vivere. Pochi chilometri e molta, moltissima fatica. È irriconoscibile, quando apre la porta, quando si siede stanco come avesse scalato una montagna, quando prende carta e penna e comincia a scrivere. «Se solo avessi potuto immaginare tutto il danno che le stavo facendo…».
    Pare di vederlo, don Maks Suard. Chino sulle parole che scrive al suo vescovo e sotto il peso di un ricordo riemerso da un passato lontanissimo. Ci mette tre giorni a fare i conti con il mondo e a implorare Dio di perdonarlo perché sta per fare la cosa più imperdonabile di tutte: uccidersi. Martedì è il giorno della fine. Alle quattro del pomeriggio il vescovo Giampaolo Crepaldi lo chiama per avvisarlo: «Sto arrivando». «Va bene» risponde lui. E si impicca, sapendo bene che sarà monsignor Crepaldi a trovarlo.

    Il passato che ritorna

    Don Suard aveva 48 anni ed era sacerdote della comunità slovena della diocesi di Trieste. Si è tolto la vita dopo aver saputo che una ragazzina conosciuta tanti anni prima, la settimana scorsa lo aveva accusato di pedofilia. Quando è stato convocato in Curia, sabato, tutto poteva immaginare salvo che quegli episodi e quella ragazzina tornassero a galla. «È tutto vero» ha confessato stordito dalla memoria di istanti ormai sepolti dal tempo. E ha raccontato dettagli che coincidono con la versione della sua vittima, all’epoca tredicenne: furono approcci sessuali e avances in più di un’occasione e successe tutto 17 anni fa nella parrocchia di San Dorligo Della Valle, a pochi chilometri da Trieste. C’è un motivo per cui tutta questa storia riemerge soltanto adesso, dopo 17 anni. La ragazzina dell’epoca, oggi trentenne, è la zia di un’adolescente che frequenta la parrocchia di don Suard, cioè quella della frazione triestina di Santa Croce. Per la donna è bastato che la nipotina nominasse il sacerdote per riaccendere i riflettori sugli abusi subiti nel 1997 e, ovviamente, mai dimenticati. La denuncia è stata un modo per proteggere la ragazzina ma è stata anche una richiesta di giustizia per sé. La donna è prima andata in Procura, poi dal vescovo.

    Il sacerdote ha ammesso tutto

    Don Suard non ha nemmeno provato a fingere, a negare, a giustificare. Mentre parlava e ammetteva sembrava quasi rendersi conto per la prima volta di quel che aveva fatto. «Adesso mi prepari una lettera di dimissioni dall’incarico pastorale e poi dovrò inviare tutto alla Santa Sede» gli ha annunciato il vescovo. E il parroco è tornato in canonica con più coraggio per morire che per vivere. Aveva chiesto lui stesso un paio di giorni di tempo per preparare una memoria scritta «in cui chiedere perdono a Dio, alla Chiesa e alla ragazzina per il male commesso», ha spiegato monsignor Crepaldi. In realtà don Suard ha scritto la lettera di dimissioni, il testamento e una lunga lettera al vescovo nella quale ha ripetuto in gran parte ciò che aveva già ammesso. Chi ha letto le sue parole ne riassume il senso: «Io non la vedevo come una bambina, non mi rendevo conto di fare un danno così grave» si è ricordato il sacerdote ripensando a 17 anni fa. Senza mai entrare nei dettagli degli approcci sessuali con la tredicenne, spiega di essersi tormentato anche allora non tanto per la consapevolezza di quel che era successo quanto per il fatto di provare quell’attrazione che il suo abito talare non consentiva: «Ricordo che mi sono confessato e ho chiesto il trasferimento» racconta nella sua lettera-memoria. E dice che le pulsioni che provava, quel 1997, lo hanno indotto tante volte a dubitare della sua missione, a pensare che «se fosse successo anni prima forse non sarei mai diventato prete» (fu ordinato sacerdote nel 1995). Quella che lui chiama «confessione» la fece con un padre spirituale e amico (che nella lettera cita con nome e cognome). Il trasferimento di cui parla fu concesso, ma non subito.

    «Non avrei mai immaginato di causare un danno così grave»

    «Mai avrei potuto immaginare di aver causato un danno così grave a quella ragazza» scrive. E ancora: «Avrei voluto chiederle perdono ma non ce l’ho fatta. Se potessi riparare al danno commesso… ma so che non è possibile». La lettera ha una brutta copia, lasciata accanto agli altri fogli: sono frasi che poi lui ricopia esattamente identiche ma sono scritte con una calligrafia incerta, con parole scarabocchiate, con righe che non finiscono dritte. È come se le parole stesse sbandassero assieme a lui, arrivato a fine corsa. Solo come non era stato mai e con gli occhi fissi su un orizzonte buio, anche se fuori c’era un gran sole e il cielo blu.

    http://www.corriere.it/cronache/14_ottobre_30/prete-prima-uccidersi-se-solo-avessi-saputo-male-che-facevo-e9a5c6dc-5fff-11e4-b0a9-d9a5bfba99fb.shtml

  • Parroco suicida in canonica, trovato dal vescovo: «Aveva ammesso gravi fatti di pedofilia su una 13enne»

    Parroco suicida in canonica, trovato dal vescovo: «Aveva ammesso gravi fatti di pedofilia su una 13enne»

    Don Maks Suard era la guida della comunità di Santa Croce
    sul Carso triestino: a rinvenire il corpo è stato mons. Crepaldi.

     TRIESTE – Tragedia con clamorosi risvolti sul Carso triestino: un parroco molto noto in tutta la provincia e nella vicina Slovenia si è suicidato oggi a Trieste. Il sacerdote, che aveva 48 anni, si è impiccato in canonica di Santa Croce. Sulla vicenda indagini sono in corso da parte della questura di Trieste. La diocesi ha chiarito in serata che il parroco aveva fatto ammissioni su gravi fatti di pedofilia ai danni di una tredicenne. Stava per essere rimosso.

    La vittima è don Maks Suard, della comunità slovena della diocesi di Trieste, che era solo in canonica quando si è impiccato. Monsignor Crepaldi, l’arcivescovo di Trieste, quando lo ha trovato ha immediatamente allertato il 113 e sul posto è giunta una pattuglia delle Volanti. Poco dopo è arrivato sul posto anche personale della Squadra mobile. In parrocchia era prevista una riunione di religiosi, per questo motivo il vescovo si trovava lì.

    «Molto scosso, turbato». Sono le condizioni di mons. Giampaolo Crepaldi, l’arcivescovo di Trieste, dopo il ritrovamento del corpo senza vita del parroco. Il prelato non ha voluto rilasciare dichiarazioni, il suo segretario si è limitato a dire che l’arcivescovo è «molto turbato». Le indagini vengono condotte nel massimo riserbo.

    Don Suard – originario di San Giovanni – era parroco dal 1995 ed era già stato in servizio in molte chiese della zona di San Dorligo. Impegnato con i boy scout insegnava religione in molte scuole del triestino.

    http://www.ilgazzettino.it/NORDEST/TRIESTE/parroco_santa_croce_suicida_trieste/notizie/981022.shtml

  • Accusato di pedofilia, parroco si toglie la vita a Trieste

    Accusato di pedofilia, parroco si toglie la vita a Trieste

    Doveva incontrare il vescovo, ma ha deciso di togliersi la vita. Maks Suard, 48 anni, era parroco della frazione di Santa Croce, sul Carso triestino. Secondo quanto ha appreso il quotidiano locale Il Piccolo, che riporta la notizia, il sacerdote, che apparteneva alla comunità slovena della diocesi di Trieste, si è impiccato in canonica dopo essere stato accusato di un episodio di pedofilia e aver ammesso le sue responsabilità.

    A trovarne il corpo senza vita è stato il vescovo Giampaolo Crepaldi, che aveva con lui un appuntamento nel pomeriggio fissato da qualche giorno per comunicargli ufficialmente il provvedimento di rimozione. Attraverso il suo segretario, l’alto prelato si detto “molto turbato” e “molto scosso”. La Curia triestina ha poi diramato una nota stampa molto esplicita nella quale si spiega nei dettagli come all’origine del gesto autolesionista del sacerdote vi siano fatti gravi successi molti anni fa che coinvolgevano don Maks e una tredicenne e quali siano stati i vari tragici passaggi finali di questa terribile vicenda.

  • Altri cinque ragazzi sono stati molestati da don Sergio

    Altri cinque ragazzi sono stati molestati da don Sergio

    IL CASO. Quando era in servizio a S. Croce
    Il prete ha patteggiato 22 mesi complessivamente per 6 episodi
    15/06/2012

    Non un ragazzo. Sono sei complessivamente le parti offese nel procedimento che ha visto don Sergio patteggiare l’altra mattina in tribunale davanti al giudice Massimo Gerace. Per lui un anno, dieci mesi e 20 giorni di reclusione; l’accusa a suo carico era di violenza sessuale continuata, dall’estate 2006 ai primi giorni di gennaio di quest’anno. Don Sergio Rappo, 59 anni (era assistito dall’avv. Michele Carotta), all’epoca dei fatti era in servizio nella parrocchia di Santa Croce a Schio, da dove è stato subito trasferito dalla Curia vicentina che ha seguito passo passo la delicatissima vicenda ed ha aiutato le vittime, anche economicamente. In base a quanto ricostruito dai carabinieri della stazione di Schio e dai colleghi della sezione della procura, coordinati dal pubblico ministero Antonella Toniolo, i contatti illeciti del sacerdote erano iniziati parecchi anni fa. L’indagine era scattata dopo la denuncia di un ragazzo di 20 anni, che aveva denunciato le pesanti molestie del sacerdote, avvenute nei locali dell’oratorio. Don Rappo, si legge scorrendo il capo di imputazione, «con violenza di natura psicologica, consistita nell’aver costruito un rapporto di fiducia e di intimità graduale con il giovane, tanto da indurlo a fare affidamento su di lui; con minaccia consistita nel timore di perdere l’unica occasione di lavoro dopo un periodo di disoccupazione; con abuso d’autorità, per il ruolo di sacerdote e datore di lavoro», lo costringeva a subire atti sessuali in diverse occasioni. Non solo. Nel corso delle indagini è emerso che nell’estate 2006 don Sergio aveva carpito la fiducia di un ragazzino di 13 anni, che faceva l’animatore in parrocchia: lo aveva invitato da solo in oratorio, gli aveva offerto un’aranciata e 10 euro e lo aveva toccato. Nell’estate 2011 era accaduto ad un ragazzo di 16 anni, che ricevette una mancia in cambio di alcuni lavori e di un’aranciata; il prete gli fece dei massaggi, il ragazzino si allontanò. Infine, ad altri tre giovanissimi aveva chiesto di scambiarsi dei massaggi dietro il pagamento di piccole mance, ma dopo i primi toccamenti i minorenni avevano reagito ed erano scappati. Queste ulteriori cinque vittime si erano rivolte in caserma quando la vicenda era diventata di dominio pubblico. Il sacerdote, pentito, ha preferito patteggiare. La pena è stata sospesa. D.N.

  • Violenza su un giovane Il prete ha patteggiato

    Violenza su un giovane Il prete ha patteggiato

    TRIBUNALE. Ieri si è conclusa la vicenda del sacerdote di Santa Croce
    14/06/2012

    Venticinquemila euro di risarcimento al ragazzo violentato e una pena concordata con il pm Antonella Toniolo di 1 anno 10 giorni di reclusione, che il giudice Massimo Gerace gli ha applicato durante l’udienza preliminare. La pena è sospesa dalla condizionale. Dunque, le anticipazioni dello scorso marzo hanno trovato ieri mattina piena conferma. Il sacerdote Sergio Rappo ha concluso in tribunale a Vicenza la scandalosa vicenda processuale per la quale aveva rischiato anche l’arresto in inverno. Soltanto la collaborazione piena con la giustizia terrena, dopo avere confidato al vescovo Beniamino Pizziol com’erano andati i fatti l’antivigilia dello scorso Natale, e l’anticipazione al magistrato in gennaio di volere chiudere il caso nel più breve tempo possibile pagando i danni provocati al ragazzo di Torrebelvicino, che gli si era rivolto chiedendo un aiuto e aveva ricevuto in cambio ben poco di cristiano, hanno evitato a don Rappo conseguenze molto più pesanti. Nel giro di sei mesi l’accusa pronunciata dal ventenne, «il prete ha abusato di me», quando si rivolse ai carabinieri del capitano Ferrari e del luogotenente Asciolla, ha trovato piena conferma giudiziaria. Tra quindici giorni la sentenza, a meno che la procura generale di Venezia non la impugni, passerà in giudicato e a quel punto il sigillo sarà definitivo. Il coparroco don Sergio Rappo, 59 anni, originario di Fontaniva, pur confessando che quel giovane non raccontava bugie, quando denunciò di avere avuto un rapporto sessuale non consenziente, aveva circoscritto e attenuato la portata delle accuse. Aveva parlato di esagerazioni, ma la pulsione sessuale che l’aveva spinto all’approccio l’aveva ammessa. Quella che non cambiava, nella sua gravità, giudiziaria e religiosa, era la sostanza delle cose. Non a caso il vescovo Pizziol non appena era stato messo a parte delle circostanze in cui era avvenuta l’aggressione a sfondo sessuale, aveva deciso di trasferire immediatamente il sacerdote. Un passaggio sofferto e tormentato per il sacerdote, difeso dall’avv. Michele Carotta, sebbene maggiore angoscia avesse provocato nel ragazzo, assistito dall’avv. Gaetano Crisafi, che gli si era avvicinato in cerca di aiuto, e che l’antivigilia di Natale sarebbe stato violentato a due passi dalla chiesa. «Ho profondamente sbagliato e pagherò le mie colpe davanti a Dio», disse in lacrime in un confronto angosciante con gli inquirenti. Del resto, le circostanziate dichiarazioni della vittima, confermate indirettamente da testimoni, potevano lasciare poco spazio ai dubbi. Don Rappo per dieci anni era stato un bravo e stimato religioso, apprezzato soprattutto per i giovani dai quali era ben voluto. Il raptus sessuale, quando diventò di dominio pubblico, fu uno choc non solo per la comunità cristiana di Santa Croce.

    Ivano Tolettini

  • FIRENZE Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”

    FIRENZE Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”

    FIRENZE Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”

    Firenze, 7 giugno 2012 – PARLANO di piccoli e grandi temi della Chiesa, del Segretario di Stato Tarcisio Bertone, ma anche e soprattutto di papa Joseph Ratzinger nelle decine di telefonate che la polizia ha ascoltato, per circa un mese e mezzo, dopo l’attentato all’arcivescovo Giuseppe Betori e il ferimento di don Paolo Brogi.

    Praticamente tutta la Curia fiorentina è intercettata. Molti prelati lo sospettano, tanto che — annotano gli inquirenti nei brogliacci depositati dal pm, Giuseppina Mione, dopo la chiusura delle indagini nei confronti dell’unico sospettato, Elso Baschini — preferiscono «rimandare» alcuni argomenti a future conversazioni “viso a viso”. Gli inquirenti ascoltano don Brogi, ferito nell’agguato, ma anche l’ausiliario Maniago, coinvolto nel caso don Cantini.

    ANCHE il telefono di monsignor Giuseppe Betori, creato Cardinale dal Papa il 6 gennaio, è sotto controllo. Il 4 dicembre scorso, un mese dopo l’agguato e pochi giorni dopo l’udienza dal pontefice, parlando al telefono con una persona, di nome Carlo, l’arcivescovo si dice «fiducioso», perché «Ratzinger mi ha assicurato che sistemerà tutto». A cosa si riferisce? Forse a questioni interne alla Curia di cui è a capo o alla Chiesa, o forse proprio all’indagine sull’attentato che lo ha coinvolto. Inoltre, riporta “Panorama”, Betori, al pari di altri religiosi, si sarebbe lamentato per questa inchiesta e del fatto che «gli inquirenti non demordono dall’idea di una sua reticenza riguardo alla rappresentazione dei fatti» accaduti la sera del 4 novembre.

    Interpellata ieri sull’argomento, la Curia fiorentina non risponde. Ma all’orizzonte si prospetta adesso un processo show.
    IL PM MIONE ha depositato proprio in questi giorni la richiesta di giudizio immediato. Una “mossa” per saltare l’udienza preliminare e andare direttamente al dibattimento. Il legale di Baschini, Cristiano Iuliano, aveva appena chiesto di riascoltare il testimone principe dell’accusa, il nordafricano Mohamed Toufik, colui cioè che avrebbe raccolto la “confessione” di Baschini riguardo all’agguato. La conversazione tra i due captata in questura sarebbe di una qualità pessima, secondo la difesa di Baschini. Inoltre, Toufik si sarebbe contraddetto quando, in un’intervista, aveva parlato di un mandante e di un compenso di circa 20mila euro per Baschini. Circostanze, queste, che non risultano dall’incidente probatorio con cui la procura ha “congelato” la testimonianza del suo uomo chiave. Insomma, sostiene il legale dell’unico indagato, Toufik è così affidabile?

    Dagli atti depositati in tribunale emerge anche che poco dopo l’attentato, da una cabina vicina al palazzo arcivescovile, sarebbe partita una chiamata diretta al cellulare del rettore della Basilica di Santa Croce, Antonio Di Marcantonio. Ma il religioso, interpellato dal settimanale, dice di non essere mai stato interrogato e di non ricordare quella telefonata che, secondo Panorama «forse avrebbe potuto esser d’aiuto per l’inchiesta».

    MA TRA LE UTENZE sotto controllo c’è anche quella di don Daniele Rialti, il prete accusato di molestie sessuali su minori avvenute nel periodo in cui era viceparroco alla chiesa di Ponzano, nell’empolese. Rialti parla con un giovane immigrato (maggiorenne) e riferisce che per la «seratina» che hanno trascorso ha un «regalino» da consegnarli. Le telefonate di Rialti sono finite però in un altro faldone. Ma questa seconda inchiesta potrebbe volgere all’archiviazione. I rapporti di Rialti ricostruiti dagli inquirenti sarebbero tutti con soggetti adulti, disagiati, ingolositi dalla possibilità di raggranellare qualche «regalino». Peccati, non reati.
    stefano brogioni

    http://www.lanazione.it/cronaca/2012/06/07/725174-papa-betori-attentato-curia.shtml

    METTI UNA CIMICE IN CHIESA E NE SENTIRAI DELLE BELLE – DALLE INTERCETTAZIONI DISPOSTE DOPO L’AGGUATO ALL’ARCIVESCOVO BETORI DI FIRENZE, EMERGE L’INTOLLERANZA DELLA CURIA FIORENTINA PER LE CIMICI: PAROLE IN CODICE, DISCORSI RIMANDATI VISO A VISO (PER NASCONDERE COSA?) E TELEFONATE SOSPETTE CON RAGAZZE ALBANESI E BRASILIANE (APERTO UN FASCICOLO PER “ABUSI SESSUALI”) – IL CARDINALE BETORI AVREBBE CHIESTO AL PAPA DI “SISTEMARE LA COSA” (COME?) – QUELLA MISTERIOSA TELEFONATA AL RETTORE DI SANTA CROCE…

    Ignazio Ingrao per “Panorama”
    Giuseppe BetoriGiuseppe Betori

    Per un mese e mezzo gli investigatori hanno ascoltato le conversazioni dell’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, e dei suoi più stretti collaboratori dopo l’aggressione del 4 novembre 2011 in Curia, per la quale è finito in carcere il pregiudicato Elio Baschini. Dialoghi privati, a volte molto personali, spesso in codice perché gli intercettati sospettavano di essere ascoltati dalla polizia. Ora i brogliacci di queste conversazioni sono stati depositati insieme con l’avviso di chiusura delle indagini.
    PADRE GEORG E RATZINGERPADRE GEORG E RATZINGER

    E si scopre che il cardinale Betori il 2 dicembre va in udienza dal Papa e si lamenta di essere finito sotto la lente degli inquirenti. Benedetto XVI, secondo quanto riferisce lo stesso Betori all’amico Carlo in una telefonata dal 4 dicembre, gli avrebbe dato «rassicurazioni in merito alla vicenda» e avrebbe promesso di «sistemare la cosa». È sempre Betori a lamentarsi con un suo collaboratore il 22 novembre per essere stato convocato dalla polizia «senza avere concordato data e ora». Ed è irritato per il fatto che «gli inquirenti non demordono dall’idea di una sua reticenza riguardo alla rappresentazione dei fatti».

    Nelle intercettazioni è finito anche il segretario di Betori, don Paolo Brogi, ferito dall’attentatore, mentre commenta l’accaduto con un’amica. Ed è finito anche Daniele Rialti, per 17 anni viceparroco della Chiesa di San Giovanni evangelista a Empoli e figura simbolo delle comunità neocatecumenali fiorentine. Don Rialti (sul quale poi la procura ha aperto un fascicolo per presunti abusi sessuali) viene ascoltato dagli inquirenti mentre parla con un giovane albanese e con una brasiliana.
    HENRY MOORE A FIRENZEHENRY MOORE A FIRENZE

    Dall’avviso di chiusura delle indagini emerge anche un particolare inedito: poco dopo l’attentato, da una cabina vicina alla curia è partita una chiamata al cellulare del rettore della Basilica di Santa Croce, Antonio Di Marcantonio. Gli inquirenti annotano la stranezza tempistica della telefonata. Ma il religioso, interpellato da Panorama, dice di non essere mai stato interrogato e di non ricordare quella telefonata. Chiuse le indagini, resta il mistero di una chiamata che forse avrebbe potuto essere d’aiuto per l’inchiesta.

    http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/metti-una-cimice-in-chiesa-e-ne-sentirai-delle-belle-dalle-intercettazioni-disposte-dopo-40048.htm

    Firenze. Agguato a Betori. Curia minaccia azioni legali. Indagati 2 cronisti Panorama
    mercoledì, giugno 13, 2012 Gerardo Adinolfi No comments
    Curia Firenze – Azioni Legali

    Per un articolo critico su indagini per pedofilia. Tensione dopo la pubblicazione di intercettazioni ad arcivescovo aggredito a novembre. L’Associazione Stampa Toscana: Meglio tutelare l’immagine con la trasparenza

    OSSIGENO, FIRENZE, 13 giugno 2012 – C’è tensione a Firenze per gli articoli che parlano degli sviluppi delle indagini sulla misteriosa aggressione all’arcivescovo Giuseppe Betori e per alcune rivelazioni giornalistiche su un’altra indagine su don Daniele Rialti, che sarebbe coinvolto in un caso di pedofilia. Per quest’ultmo caso la Procura di Firenze avrebbe iscritto nel registro degli indagati due cronisti del settimanale Panorama. Per l’aggressione a Betori, dopo la pubblicazione di alcune intercettazioni di sue conversazioni, in cui fra l’altro fa cenno a un incontro con il Papa, la Curia ha minacciato azioni legali e ha diffidato chiunque dal pubblicare ulteriori intercettazioni.

    Era il 4 novembre 2011 quando un uomo minacciò l’arcivescovo in un garage della Curia di Firenze e poi sparò, ferendolo, al suo segretario Don Paolo Brogi. L’unico indagato è Elso Baschini, 73 anni, ex pregiudicato in carcere da dicembre con l’accusa di tentato omicidio.

    A fine maggio la procura di Firenze ha chiuso le indagini sull’agguato mettendo agli atti intercettazioni ambientali e depositando in tribunale i brogliacci delle conversazioni, molte delle quali considerati non rilevanti ai fini dell’indagine, e alcune conversazione trascritte in quasi due mesi di intercettazioni telefoniche allo stesso cardinale Betori, al suo assistente Don Paolo e a monsignor Maniago, uno dei collaboratori più stretti di Betori. Alcuni contenuti sono stati resi noti in esclusiva il 7 giugno dal settimanale Panorama. L’articolo racconta che, durante un’udienza privata a Roma con Papa Benedetto XVI, l’arcivescovo Betori si sarebbe lamentato di essere finito sotto la lente degli inquirenti. Secondo Panorama, il cardinale avrebbe parlato con un amico di quell’udienza con il Pontefice “che gli avrebbe dato rassicurazioni” e avrebbe promesso di “sistemare la cosa”.

    La clamorosa esclusiva del settimanale è stata rilanciata in anteprima dalle agenzie di stampa e successivamente è stata ripresa da vari giornali: Corriere Fiorentino, La Repubblica, La Nazione e altri media toscani cartacei e online.

    Le rivelazioni non sono piaciute alla Curia fiorentina che ha reagito con una pubblica diffida. “In merito alla reiterata pubblicazione di atti giudiziari riguardanti l’attività di indagine svolta dalla Procura della Repubblica di Firenze sull’agguato che ha visto come vittime Don Paolo Brogi e il Cardinale Giuseppe Betori – si legge in un comunicato dell’ufficio stampa della Curia di Firenze – si comunica che l’Arcidiocesi di Firenze ha dato mandato ai propri legali di verificare l’esistenza dei presupposti per iniziative in sede penale o civile nei confronti di tutti coloro che hanno pubblicato, o pubblicheranno atti e/o documenti, in particolare stralci di private conversazioni telefoniche al di furoi dei limiti consentiti dalla Legge che niente hanno a che fare con il fatto criminoso accaduto e gravemente lesivi sia della privacy delle persone coinvolte sia della loro immagine”.

    Questa reazione – scrive Enrico Viviano – responsabile Ufficio stampa e portavoce del Vescovo – “si rende necessaria anche a tutela della figura del Santo Padre e per vedere preservata la libertà di ministero riconosciuta alla Chiesa dalla legge”. Interpellata da Ossigeno la Curia fiorentina ha preferito non rilasciare ulteriori dichiarazioni in merito alla vicenda.

    “Questa è una pura minaccia e un tentativo di censura. Comunque, a parte quella nota, finora io non ho ricevuto nient’altro”, commenta Stefano Brogioni, giornalista de La Nazione, che il 7 giugno ha firmato un articolo dal titolo ‘Anche Betori intercettato: “Il Papa mi ha assicurato, sistemerà tutto lui”’. “Il comunicato è uscito dopo che il mio articolo è stato pubblicato. Io – aggiunge il cronista – continuerò a fare il mio lavoro come prima, per me non è cambiato nulla. Propongo ai miei lettori ciò che trovo, non mi fermo di certo perché alla Curia dispiace che esca qualcosa”.

    Paolo Ciampi, presidente dell’Associazione Stampa Toscana, ha dichiarato: “Sono contrario in generale, in ogni circostanza, a iniziative che in qualche maniera impediscono a chi esercita il giornalismo di lavorare sulla notizia che gli arriva”. Per Ciampi la tutela dell’immagine delle persone di cui si occupa la cronaca giornalistica “è sacrosanta, bisogna riconoscere che c’è modo e modo di usare un verbale di interrogatorio, che a volte può essere decontestualizzato. Però ostacolare il trattamento di una notizia – spiega il presidente dell’AST – è sbagliato ed è anche un po’ controproducente. La trasparenza – conclude – è la difesa migliore dell’immagine soprattutto se il soggetto che sente il bisogno di tutelarla è autorevole e ha radici nella storia e nel vissuto quotidiano di tutti”.

    Secondo la normativa vigente, gli atti e le intercettazioni depositati in tribunale all’atto della chiusura delle indagini sono a conoscenza delle parti e sono pubblicabili, non integralmente, ma per sintesi. I due giornalisti di Panorama che si sono occupati della vicenda, Ignazio Ingrao e Emanuela Fiorentino, erano già alle prese con possibili complicazioni giudiziarie a causa di un altro articolo, pubblicato su Panorama il 7 aprile, con il quale hanno riacceso la luce sull’agguato del 4 novembre a Firenze. Lo hanno fatto portando alla luce un’indagine su don Daniele Rialti, che secondo il settimanale sarebbe al centro di un nuovo caso di pedofilia nella diocesi fiorentina.

    “La procura di Firenze – si legge in un lancio Ansa del 5 aprile – come ha spiegato stamani il procuratore Giuseppe Quattrocchi, ha aperto un fascicolo per rivelazione di atti coperti da segreto d’ufficio nei confronti dei due giornalisti di Panorama e di eventuali altre persone coinvolte nella pubblicazione del servizio che ha portato alla luce l’indagine su don Rialti”.

    www.ossigenoinformazione.it/?p=9077

  • Don Sergio Rappo ha patteggiato. Ma non era innocente?

    Don Sergio Rappo ha patteggiato. Ma non era innocente?

    Premessa. Il patteggiamento dice la Cassazione, non è una ammissione di colpa. Però, è evidente che per evitare certi processi si preferisca farlo, togliendosi il rischio di condanne che portino magari al carcere.
    E così pure don, pardon, il sig. Rappo ha patteggiato (un anno e 10 mesi e al risarcimento di 40 mila euro), per l’accusa di abusi a danno di un ragazzino.

    Anche in questo caso tutti sapevano tutti tacevano, molti difendevano a spada tratta il sacerdote. Oggi peraltro non certo rimosso dal suo incarico, ma semplicemente spostato in un’altra parrocchia (si può sapere dove? Magari ancora a contatto con i ragazzini?).
    E fa male vedere che l’unica preoccupazione del co-parroco della parrocchia di Santa Croce dove ha “operato” siano il fatto che “40mila euro” siano tanti.

    Certo sono tanti, tantissimi, soprattutto se vengono presi dai soldi dei parrocchiani.
    Concludiamo con le parole di una signora, che vive vicino alla Parrocchia:
    «Non ci credo ancora che sia successo a don Sergio per me è stata calcata la mano. Anzi se sapessi dove si trova ora andrei a trovarlo per esprimergli la mia piena solidarietà. Per noi resterà solo un buon ricordo di lui».

    Parole queste che ancora una volta rendono sempre più labile il confine, tra l’ignoranza, la non credulità e la complicità.

  • Molestie in canonica, il parroco chiede il patteggiamento

    Molestie in canonica, il parroco chiede il patteggiamento

    Lunedì, 5 marzo 2012 – 12:34:00

    Alla fine lo ha ammesso. L’ex coparroco di Santa Croce ha confessato di aver abusato di un 20enne di Torrebelvicino, nell’oratorio di Santa Croce a Schio, due giorni prima di Natale. Il segnale c’era stato quando attraverso il proprio avvocato aveva chiesto di patteggiare. E durante l’interrogatorio con il giudice ha ammesso la sua colpa, sebbene ridimensionandola.

    Potrebbe chiudersi in tempi brevi quindi la vicenda giudiziaria che vede protagonista il parroco, accusato di violenza sessuale da un giovane che a gennaio ha presentato denuncia ai carabinieri descrivendo nei dettagli gli approcci di quel prete, accusato poi anche da un altro ragazzo. Una notizia che fece gridare allo scandalo e dividere i parrocchiani, tra quelli sconvolti ed increduli, e quelli possibilisti. Ma ora i dubbi sono stati sciolti. Tanto che il suo legale, Michele Carrotta, ha depositato in procura la richiesta di patteggiamento a 1 anno 10 mesi di reclusione, controfirmata dal pm Antonella Toniolo.

    Come riporta il Corriere del Veneto, il sacerdote ha già provveduto a liquidare del tutto la parte offesa. Per ora non ci sono cifre. Ma per il momento la Curia vicentina mantiene la stessa posizione di due mesi fa. Cioè la rimozione dall’attività sacerdotale diretta del prete (che già da gennaio non presta più servizio nella parrocchia di Santa Croce di Schio e che non starebbe più celebrando la messa in pubblico) e la piena fiducia verso chi ha condotto l’inchiesta. La curia fa sapere anche che il religioso ha cominciato un percorso di cura.

  • Don Rappo patteggia per la violenza

    Don Rappo patteggia per la violenza

    Don Rappo patteggia per la violenza
    L’INCHIESTA. Si chiude la vicenda giudiziaria scoppiata a gennaio quando un giovane di 20 anni di Torrebelvicino aveva denunciato ai carabinieri di essere stato abusato. L’ex coparroco di Santa Croce pattuisce 1 anno 10 mesi di carcere (pena sospesa) e versa un risarcimento di 40 mila euro
    03/03/2012

    Don Sergio Rappo, nato 59 anni fa a Fontaniva (Padova)

    Quell’accusa scandalosa, «il prete ha abusato di me», pronunciata da un ragazzo titubante ed emozionato ai carabinieri all’inizio dell’anno, è veritiera. Don Sergio Rappo, 59 anni, originario di Fontaniva, ammette le proprie responsabilità, sebbene le circoscriva e le attenui, e patteggia. Il coparroco di Santa Croce a due mesi dall’apertura dell’inchiesta, che l’ha visto finire nell’occhio del ciclone per una violenza sessuale in oratorio ai danni di un ragazzo di Torrebelvicino di 20 anni, ha deciso di chiudere la partita processuale. Un passaggio indubbiamente sofferto e tormentato per il sacerdote, anche se maggiore angoscia ha provocato la vicenda nel ragazzo che gli si era avvicinato in cerca di aiuto, spirituale ma anche materiale, e che l’antivigilia di Natale sarebbe stato violentato a due passi dalla chiesa. L’uso del condizionale sulla consumazione della violenza, di fronte alla richiesta di patteggiamento a 1 anno 10 mesi di reclusione depositata in procura dall’avv. Michele Carrotta e controfirmata dal pm Antonella Toniolo per l’applicazione del gip, in apparenza potrebbe suonare contraddittoria. In realtà, da una parte ci sono le circostanziate dichiarazioni della vittima e dall’altra le ammissioni del sacerdote. Il quale, però, quando è stato interrogato ha fornito una versione più soft rispetto a quella del ragazzo, al quale si era avvicinato morbosamente, confessando che l’abuso a sfondo sessuale c’era stato e, dunque, aveva commesso una violazione di legge. Il giovane aveva denunciato ai carabinieri del capitano Ferrari e del luogotenente Asciolla di avere subito una grave umiliazione, fornendo una serie di indizi per provarla. Del resto, don Rappo dopo avere parlato col vescovo Beniamino Pizziol ed essersi fatto interrogare dal magistrato, era uscito subito di scena. Si era congedato dalla parrocchia di Santa Croce per la quale per quasi dieci anni era stato un affidabile e apprezzato punto di riferimento, soprattutto per i giovani dai quali era ben voluto. Il caso, come succede quando la magistratura irrompe in un contesto religioso per accertare fatti che suscitano tensione e polemiche, ha spaccato la comunità, tra innocensitisti e colpevolisi, suscitando forte turbamento tra i fedeli. Se la vicenda si è chiusa in tempi celeri, un ruolo decisivo l’ha interpretato il vescovo Pizziol, che dopo avere compreso che il giovane non era un mitomane e che don Sergio aveva violato non solo la legge dello Stato, ha rimosso il sacerdote e con coraggio ha chiesto che la dolorosa ferita fosse ricucita in tempi celeri. Il comunicato col quale la Diocesi a metà gennaio esprimeva vicinanza, «nella condivisione del dolore e della preoccupazione e nella preghiera, a quanti stanno vivendo questo particolare momento di prova e sofferenza», al di là del linguaggio curiale, diceva tutto. Il sacerdote per patteggiare con una pena che gli consentisse di rimanere al di sotto dei 2 anni di reclusione per violenza sessuale, e dunque ottenere la sospensione condizionale che gli eviti il carcere, si è impegnato a risarcire la vittima, che è assistita dall’avv. Gaetano Crisafi. Il prete ha già versato 20 mila euro prima che il pm Toniolo prestasse il consenso all’applicazione della pena, e altrettanti ne consegnerà al giovane in tempi brevi. Per chiudere, così, definitivamente un’inchiesta drammatica, visti gli alti valori in gioco, le afflizioni e i patimenti che hanno uscitato in tanti. Tenuto conto di come quell’abito talare indossato per decenni con umiltà sia stato macchiato in modo vergognoso.
    Ivano Tolettini

  • Nuove testimonianze sul prete di S.Croce Un minore contro il don: «Mi ha massaggiato»

    Nuove testimonianze sul prete di S.Croce Un minore contro il don: «Mi ha massaggiato»

    IL CASO. Ieri ragazzino di 15 anni accompagnato dai genitori si è presentato dai carabinieri. Intanto, il vescovo Pizziol ribadisce la piena fiducia nella magistratura: «Altrimenti sarebbe la confusione sociale»

    Schio. Una testimonianza che porta acqua al mulino dell’accusa. Mentre i carabinieri mantengono uno stretto riserbo sull’inchiesta che tanto rumore sta suscitando in città, perché vede indagato l’ex coparroco di Santa Croce Sergio Rappo, accusato di violenza sessuale da un ragazzo di 20 anni.  Di certo da ieri mattina, quando agli inquirenti del capitano Ferrari e del luogotenente Asciolla si è presentato un 15enne di Schio accompagnato dai genitori, il quadro delle accuse contro il prete appare più compromesso. L’adolescente ha spiegato che la scorsa estate collaborò col sacerdote, il quale gli avrebbe chiesto uno strano massaggio che l’aveva inquietato. «La cosa non mi era piaciuta e avevo preferito non frequentarlo più», ha detto il minore che allo stato risulta essere un testimone. Anche se non è detto che la sua posizione possa cambiare. In una vicenda in cui tanti valori sono in gioco – dal rispetto per il sacerdote indagato, innocente fino a prova contraria; a quello per la presunta vittima che sta soffrendo per ciò che avrebbe subito, fino al diritto della collettività di essere correttamente informata sul comportamento di un religioso che per anni ha goduto di stima e che dal pulpito indicava la strada proba -, ieri è intervenuto il vescovo di Vicenza Beniamino Pizziol. Conversando con i cronisti, da un lato ha ribadito piena fiducia nell’operato dei magistrati («dobbiamo averla altrimenti sarebbe la confusione sociale»); dall’altro ha spiegato di avere allontanato a scopo cautelativo don Rappo, 59 anni, anche se ha precisato il provvedimento non è un’anticipazione di colpevolezza. «Abbiamo agito per opportunità, spetterà poi alla giustizia accertare che cos’è successo», ha aggiunto.  Il vescovo ha manifestato serenità, perché la Curia ha agito con equilibrio in un difficile frangente, in stretto contatto con la procura, che la scorsa settimana ha interrogato il sacerdote.  Egli ha negato i fatti più gravi, ammettendo situazioni che comunque per un religioso sarebbero discutibili. Per contro, la parte offesa ha parlato apertamente di avere subito un rapporto sessuale completo, al termine di un pressing del religioso che lo aveva “assunto” per lavorare presso la parrocchia di Santa Croce come addetto alle pulizie. Poi l’antivigilia di Natale sarebbe avvenuto l’incontro ravvicinato per il quale don Rappo è indagato. «I fatti di cui devo rispondere sono infondati», ha dichiarato il prete al pm Antonella Toniolo, ma il ventenne di Torrebelvicino che l’accusa insiste: «È tutto vero». Chi dice la verità?