Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • SAVONA; minori potenzialmente a rischio in alcune scuole impossibilitate a fare prevenzione

    SAVONA; minori potenzialmente a rischio in alcune scuole impossibilitate a fare prevenzione

    Di Francesco Zanardi

    Pochi giorni fa si è rivolto alla Rete L’ABUSO un gruppo di genitori allarmati per la presenza – nella scuola frequentata dai figli – di un inserviente (bidello) già denunciato nel 2016 perchè sorpreso mentre sbirciava le ragazzine nei bagni di una scuola presso cui lavorava. Una preoccupazione legittima, a fronte della quale, però, non vi è soluzione, tranne quella di togliere i figli da scuola.

    Malgrado l’episodio già denunciato nel 2016 sia stato portato ancora una volta all’attenzione dei dirigenti della scuola, questi non hanno modo di intervenire e, come loro, i Carabinieri che raccolsero la denuncia all’epoca. L’unica rassicurazione data ai genitori dai dirigenti della scuola, è stata “sappiamo e lo teniamo d’occhio”.

    Un pò poco non vi pare?

    Vale la pena di esaminare questo episodio sotto l’aspetto del diritto e confrontarlo con altre situazioni analoghe che, però, non si comprende per quale motivo, reagiscono con dinamiche opposte.

    La Costituzione Italiana dà ai cittadini una serie di garanzie, le c.d. garanzie costituzionali, dalle quali derivano i nostri diritti. Le priorità sono chiarissime: per avere dei diritti occorrono delle garanzie, e appare ovvio che il diritto non può prevaricare le garanzie, altrimenti queste vengono meno.

    Nel caso in questione però vediamo che il diritto dell’inserviente, prevarica abbondantemente le garanzie dei minori, fino ad annullarne totalmente il diritto alla tutela, cioè la prevenzione.

    Nella sostanza, l’inserviente non può essere allontanato dalla scuola – non dico licenziato ma messo a lavorare dove non ci sono minori – perché il lavoro è un suo diritto. Al tempo stesso però, è potenzialmente pericoloso per i minori, ha già una denuncia, ma questo non basta per la legge italiana ad avviare precauzioni preventive, perché il delitto non si è di fatto consumato.

    Vediamo il rovescio della medaglia: il diritto alla tutela per i minori, un diritto che viene palesemente infranto già solo per la mancata prevenzione.  Stando ai fatti, in questo caso una persona con un precedente – non di reato, ma di palese potenzialità a commetterlo – non viene allontanata dalle potenziali vittime.

    IL PARADOSSO.

    Trattiamo ora sullo stesso piano una situazione analoga, la prevenzione degli incidenti stradali.

    Come dovrebbe essere per i potenziali molestatori, nel caso della prevenzione stradale, se guidi con un tasso alcolico superiore allo 0,6 puoi essere un potenziale rischio per la collettività, quindi, per evitare che tu possa fare danni, ti viene tolta la patente.

    Analizziamo e confrontiamo: ti tolgono la patente non perché hai consumato il reato, anzi, magari in tutta la tua vita non hai avuto mai neppure un incidente (situazione quasi analoga a quella dell’inserviente, che a differenza, è già stato denunciato), ma perché il tuo comportamento potrebbe essere rischioso per la collettività.

    Il ragionamento in questo caso non fa una piega e le garanzie costituzionali funzionano a dovere perché negano un diritto, quello di guidare (nel caso del bidello sarebbe limitato solo al lavoro con i minori) per tutelare la collettività, il diritto quindi non prevarica in questo caso le garanzie, ma le rafforza.

    Considerato che i minori, proprio per la minore età, hanno diritto (per gli adulti un dovere) ad una maggiore tutela, perché non vengono trattati e tutelati dallo Stato con lo stesso principio?

    Francesco Zanardi

    Presidente Rete L’ABUSO

  • Perché la storia del prete condannato e assolto per lo stesso reato non si ripeta

    Perché la storia del prete condannato e assolto per lo stesso reato non si ripeta

    Don Massaferro è stato condannato in via definitiva per pedofilia dallo Stato italiano e assolto perché innocente dal tribunale ecclesiastico

    Il prete di Alassio don Luciano Massaferro passerà alla storia per essere stato condannato dallo Stato italiano per pedofilia in via definitiva a sette anni e otto mesi e per essere stato giudicato completamente innocente, per lo stesso reato, dal tribunale ecclesiastico.

    Se prendiamo sul serio questo fatto gravissimo e non lasciamo che rimanga solo un episodio clamoroso tra tanti, don Luciano ha l’occasione di essere ricordato però non solo per essere stato o no un “prete pedofilo”, ma per aver reso evidente l’urgente necessità di negoziare un accordo tra Stato Italiano e Chiesa Cattolica a riguardo del delitto di pedofilia dei preti.

    Ne bis in idem è un principio fondamentale del diritto e significa che non può esserci doppio giudizio per lo stesso reato. Ma per don Luciano le cose non sono andate così. È un criterio fondamentale di giustizia tanto che in paesi come gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, l’Argentina e l’India è considerato un principio costituzionale. Nel diritto italiano questo principio è pienamente accolto ma, come si è reso clamorosamente evidente nella vicenda del prete ligure, non vige nei rapporti tra Stato e Chiesa.

    Per i giudici italiani Massaferro è colpevole. Nel febbraio 2011 il Tribunale di Savona lo condanna a sette anni e otto mesi di carcere e, nel novembre dello stesso anno, la pena viene confermata dalla Corte di Appello di Genova; nel 2012 poi la Cassazione emette il proprio giudizio respingendo il ricorso presentato dal noto avvocato Franco Coppi. Diventa così definitiva la sentenza per cui il sacerdote ha «costretto in più occasioni la minore, approfittando dell’autorità conferitagli dal suo ruolo di parroco della chiesa di San Vincenzo di Alassio, a compiere o subire atti sessuali».

    Fra arresti domiciliari e cella don Luciano sconta sei anni e due mesi di reclusione. A febbraio scorso però il vescovo Borghetti rendo noto che per la Chiesa don Luciano è innocente: c’è stato un processo canonico durato più di quattro anni al termine del quale il tribunale ecclesiastico emana una sentenza per cui il sacerdote deve essere riabilitato in quanto “non consta che abbia commesso i delitti a lui ascritti”. Nel rendere nota la decisione il vescovo cita l’articolo 7 della Costituzione italiana secondo il quale lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. E proprio questo è il problema. Il problema, cioè, non è tanto che Stato e Chiesa siano indipendenti e sovrani ma che non ci sia tra essi un accordo tale da impedire che venga infranto il principio universale del “Ne bis in idem” quello per il quale in nessun luogo al mondo può accadere di essere giudicati due volte per la stessa cosa.

    Se è giusto che Stato e Chiesa godano della più totale autonomia è altresì doveroso che si trovi un accordo perché non accada più di essere giudicati due volte per lo stesso delitto. È ora che, dopo il Concordato firmato da Craxi e Casaroli nel 1984, Chiesa e Stato siedano di nuovo attorno a un tavolo per regolare situazioni come quelle di don Luciano: con quale diritto la Chiesa ha fatto un secondo processo su un delitto per il quale già c’era una sentenza definitiva? Proprio perché le sentenze umane sono fallibili non si può permettere che ce ne siano due per lo stesso delitto. Può avvenire infatti – come accaduto per don Luciano – che una dia esito di colpevolezza e l’altra d’innocenza e così l’unico risultato finale è far capire che la giustizia non esiste e che la legge non ha nessun valore.

    Se partiamo dalla convinzione che Chiesa e Stato abbiano la loro indipendenza si tratta semplicemente di armonizzare i rispettivi ambiti di competenza così come avviene tra diversi stati sovrani. Cesare Battisti, per esempio, è stato condannato in Italia all’ergastolo, è evaso, ora si trova in Brasile ma nessuno lì si sogna di fargli un nuovo processo per i delitti commessi: tema del contendere non è che sia innocente ma se e come operare l’estradizione. Si agisce così perché il Brasile riconosce all’Italia la capacità di condurre in porto un giusto processo e la stessa cosa riconosce l’Italia al Brasile: pare del tutto logico pertanto che un analogo ordine di argomentazioni debba governare i rapporti tra Stato italiano e Chiesa. Perché non si è affrontata la spinosa questione di come trattare la pedofilia dei preti nel Concordato del 1939 (i Patti Lateranensi) e in quella successivo del 1984? Forse perché allora allora la sensibilità per questo terribile delitto era veramente minima: basti pensare che nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato nel 1992 la parola pedofilia non esiste. E anche questa cosa andrebbe davvero cambiata al più presto.

     https://www.agi.it/blog-italia/idee/pedofilia_don_luciano_massaferro_storia-3648070/post/2018-03-20/
  • Il vescovo di Albenga-Imperia: «Don Lu? Non mi sembra un mostro»

    Il vescovo di Albenga-Imperia: «Don Lu? Non mi sembra un mostro»

    Genova – «Non lo conosco bene, ma a prima vista vedendolo, a tu per tu, non mi sembra un mostro». Lo afferma il vescovo di Albenga-Imperia Guglielmo Borghetti, intervistato a La Zanzara su Radio 24, commentando la vicenda di Don Luciano Massaferro , il prete condannato in via definitiva a sette anni e nove mesi per pedofilia per aver abusato di una chierichetta ma scagionato dal tribunale ecclesiastico. «Per la giustizia italiana ha pagato. Punto e a capo».

    Per lei è un pedofilo?: «A questa domanda non rispondo. Prendo atto di tutte e due le sentenze. Non metto in discussione la sentenza italiana ma nemmeno quella della Chiesa. Sono entrambi tribunali seri». «Come faccio a contestare una sentenza della Chiesa?», ribatte mons. Borghetti agli intervistatori che insistevano sulla contraddizione fra le due sentenze.

    «Non posso dire se la chierichetta è stata molestata. Non lo posso dire», aggiunge il prelato . «Ci sarà un reintegro misurato – dice il vescovo – che non sia offensivo. Ma certamente potrà dire Messa. È una persona libera che certamente potrà entrare in contatto con minori. Non sarà mai un’insegnante, perché così dice la sentenza civile».

    Fosse per lei gli affiderebbe dei ragazzini?: «Ma se per la giustizia ecclesiastica non ha commesso il fatto? Vediamo, con calma».

    Gli affiderebbe sua nipote?: «Perché no? Non potrei non farlo, dopo la sentenza della Chiesa».

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2018/03/01/ACkwRohB-albenga_vescovo_imperia.shtml

  • Don Lu, prete a metà: pur riabilitato dalla Chiesa, non potrà né insegnare né sposare

    Don Lu, prete a metà: pur riabilitato dalla Chiesa, non potrà né insegnare né sposare

    Albenga – Potrà dire messa e somministrare i sacramenti, ma non insegnare nelle scuole cattoliche (e neppure in quelle statali) e neppure officiare i matrimoni concordatari, e in riviera c’è già chi parla di don Massaferro come di un sacerdote a metà. Sono gli effetti della combinazione tra la sentenza di condanna pronunciata dai tribunali penali per la vicenda delle molestie sessuali ad una giovanissima chierichetta durante la benedizione delle famiglie, e quella assolutoria della giustizia ecclesiastica, che sostanzialmente reintegra pienamente don Lu nell’esercizio del ministero sacerdotale.

    Un reintegro che però dovrà avvenire nel rispetto dei “paletti” della sentenza penale, compresi quelli riguardanti l’espresso divieto a ricoprire ruoli di insegnamento in scuole di ogni ordine e grado, con particolare riferimento a quelle frequentate da minorenni, e l’interdizione dai pubblici uffici. Vincoli che potrebbero riflettersi su quello che sarà il ruolo futuro di don Lu, che certamente non potrà far valere le sue due lauree e mezza (la terza è imminente) facendo l’insegnante. Per quanto riguarda l’attività vera e propria di sacerdozio non ci sarebbero particolari limitazioni alla nomina alla guida di una parrocchia (anche se non pare questo il destino immediato di Massaferro), ma anche in quel caso c’è qualcosa che don Lu non potrà fare, ossia officiare matrimoni concordatari, quelli cioè che hanno anche una valenza sul piano civile.

    Al momento di raccogliere e formalizzare il fatidico “sì” da parte degli sposi, infatti, il sacerdote riveste il ruolo di ufficiale di stato civile, che gli è precluso dall’interdizione decretata dal tribunale penale. Massaferro potrà celebrare esclusivamente matrimoni di carattere squisitamente religioso, come quelli tra persone già sposate civilmente, o che intendono separare le due cerimonie. Per quelli concordatari la questione è ben più complessa, ma secondo gli esperti di diritto (canonico e penale) don Lu potrebbe trovare una scappatoia, che però rischia di creare qualche imbarazzo alla diocesi e che difficilmente avrebbe (almeno al momento) l’appoggio del vescovo.

    Massaferro potrebbe infatti concelebrare la funzione con un altro presbitero, che al momento fatidico assumerebbe il ruolo di ufficiale di stato civile, oppure potrebbe addirittura officiare da solo la Santa Messa (in realtà per la Chiesa Cattolica i ministri del culto sono gli sposi stessi e non il sacerdote) salvo farsi sostituire da un diacono per quelle formalità che hanno valenza civile. Una sostituzione in stile calcistico che però non sembra in armonia con il nuovo corso della Chiesa ingauna, visto che il vescovo Guglielmo Borghetti non ama che si susciti clamore con gesti che stimolino curiosità e polemiche. Un ostacolo in più sulla strada di un possibile ritorno di Massaferro alla guida di una parrocchia.

    «Ci sono anche sacerdoti che non sono parroci e che pure ricoprono ruoli importanti, come ad esempio monsignor Giorgio Brancaleoni, che è direttore dell’ufficio per i beni culturali, o don Giancarlo Cuneo che è l’economo della diocesi» ha detto Borghetti. E un destino simile potrebbe essere riservato anche Massaferro. Si dice che entro un mesetto dovrebbe arrivare un “giro” di nomine e che per don Lu ci potrebbe essere un posto in Cancelleria, oppure nella struttura dei musei diocesani: un settore che si dice Borghetti voglia rafforzare. A proposito invece di don Giancarlo Cuneo, voci ricorrenti lo vorrebbero parroco ad Alassio, con il posto di economo (quello che è stato prima di don Fiorenzo Gerini, poi dell’attuale vescovo di Sanremo e Ventimiglia Tonino Suetta) che verrebbe affidato ad un laico.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2018/02/27/ACyeYGdB-riabilitato_chiesa_sposare.shtml

  • “Don Lu”, condannato dalla Cassazione e ora riabilitato dalla Chiesa

    “Don Lu”, condannato dalla Cassazione e ora riabilitato dalla Chiesa

    Savona – Condannato dalla Cassazione , ma assolto dalla Chiesa. Secondo il Tribunale regionale ecclesiastico don Luciano Massaferro «deve essere completamente riabilitato in quanto non consta che egli abbia commesso i delitti a lui ascritti» e che pertanto debbano cessare le pene cautelative imposte dal vescovo di Albenga-Imperia. È quanto riporta la sentenza del Tribunale regionale ecclesiastico dopo quattro anni di processo penale canonico .

    Don Luciano Massaferro, detto “Don Lu”, è l’ex parroco di Alassio che era stato condannato a 7 anni e 8 mesi di carcere in Cassazione per le molestie sessuali nei confronti di una chierichetta. A comunicare la decisione del tribunale ecclesiastico, nel corso dell’Assemblea del Clero, è stato monsignor Guglielmo Borghetti.

    Resta immutata la posizione del sacerdote Luciano Massaferro come venne disposto a suo tempo nella sentenza penale della magistratura italiana. È stato invece «assolto» dai giudici ecclesiastici e così il sacerdote Luciano Massaferro può tornare a celebrare pubblicamente la Santa Messa e i Sacramenti della vita cristiana.

    «Don Lu» era stato arrestato il 29 dicembre 2009 e dall’anno scorso era stato affidato in prova alla Casa della Carità di Imperia. Prima ancora era stato detenuto nelle carceri di Sanremo e La Spezia e ai domiciliari nel convento di Diano Castello. «Sono libero dopo aver pregato il Signore per sette anni» aveva confidato il sacerdote agli amici e collaboratori più stretti una volta scontata la sua pena. Nella struttura gestita dalla Diocesi di Albenga e Imperia don Luciano Massaferro lavorava come addetto allo smistamento degli aiuti alimentari per le persone bisognose. Avrebbe dovuto espiare la pena fino all’estate 2017 ma ha usufruito di uno sconto per «buona condotta», 45 giorni ogni 6 mesi scontati. Alla fine è tornato libero nel marzo 2016.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2018/02/22/ACVtj6UB-cassazione_riabilitato_condannato.shtml

  • Rete l’Abuso “sfida” Governo, Onu e Parlamento Europeo: “Gravi omissioni nella lotta alla pedofilia nella Chiesa”

    Rete l’Abuso “sfida” Governo, Onu e Parlamento Europeo: “Gravi omissioni nella lotta alla pedofilia nella Chiesa”

    La Onlus savonese invia una diffida a varie istituzioni: “Con la loro inerzia hanno consentito di perpetrare crimini a danno dei minori”

    Savona. “Condotte omissive del dovere di protezione dei minori dagli abusi nel clero, violazione della Convenzione ONU per i diritti del fanciullo, violazione della Convenzione di Lanzarote oltre alle inosservanze più elementari direttamente riferibili alla Costituzione Italiana”. Queste alcune delle accuse che il presidente della Onlus savonese Rete L’Abuso, Francesco Zanardi, tramite il legale dell’associazione, l’avvocato Mario Caligiuri del foro di Roma, ha raccolto in una diffida inviata ieri al Governo italiano.

    Tra i destinatari in epigrafe diffidati – ed in base alla legge che regola i rapporti tra i cittadini ed istituzioni obbligati a rispondere entro 30 giorni – non c’è solo la Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma anche il Comitato Onu per i diritti del fanciullo, la 12° Commissione Affari Sociali, Il Garante Nazionale per l’Infanzia e l’Adolescenza, la Presidenza del Parlamento Europeo e l’Unicef, Garante Nazionale per Infanzia e Adolescenza. A conoscenza della diffida anche il Presidente della Repubblica Italiana (Garante della Costituzione), l’Istituto Interregionale per la Ricerca sulla criminalità e la giustizia delle Nazioni Unite, il Centro di Ricerca Innocenti.

    “Si tratta – accusa Zanardi – di gravi violazioni di legge nei fatti ben documentati in questi anni dalla Rete L’Abuso, commessi dalla Santa Sede sul suolo italiano che vedrebbero anche sulla base del 2° comma dell’art. 40 c.p. decine di omissioni che hanno realizzato le istituzioni italiane, con la propria inerzia, a consentire la perpetrazione di crimini a danno dei cittadini più deboli, i minori, costringendo anche le vittime divenute adulte a vedersi negati i più basilari diritti costituzionali, aggiungendo a questo anche la violazione dei diritti di quella che conosciamo come Carta dei Diritti Umani”.

    “Tra le accuse formulate nelle 20 pagine di diffida – spiega il presidente della Onlus – ci sono anche le violazioni della Convenzione di Lanzarote, sulla base della quale il governo italiano dovrebbe vietare tassativamente e soprattutto prima dello svolgimento di un processo civile, quelli che conosciamo come processi canonici e che sono alla base della così detta campagna di ‘tolleranza zero’ voluta proprio da papa Francesco”.

    “In questo modo – spiega l’avvocato Caligiuri – viene generato da un altro tribunale, in anticipo alla celebrazione del rito ordinario, un irragionevole squilibrio a favore del presunto abusante. Non solo nell’aula di giustizia ecclesiastica non è ammessa l’assistenza del difensore di chi ha denunciato l’abuso, ma soprattutto viene negato il supporto psicologico di tecnici di comprovata esperienza legittimati a operare affinché la vittima, una persona che ha subito uno sconvolgimento emotivo, non incorra nella creazione di falsi ricordi. Fino a disattendere quanto stabilito per la cura e il sostegno alle vittime dalla Convenzione di Lanzarote”.

    Tra gli altri punti importanti “l’immobilità del governo italiano, che a differenza degli altri, in questi anni di consapevolezza del problema, non solo non ha ancora avviato come negli altri paesi una commissione di inchiesta che quantifichi l’entità del fenomeno, ma addirittura non ha ancora calendarizzato alcun provvedimento in proposito, assistendo passivamente a quella che dati i numeri, potremmo tranquillamente definire una mattanza di cittadini minori”.

    “L’unica iniziativa avviata in Parlamento fino ad ora – chiarisce Zanardi – è quella tanto voluta dall’associazione Rete l’Abuso che, con l’appoggio del deputato Matteo Mantero, lo scorso 27 novembre ha depositato la prima interrogazione parlamentare a risposta scritta specificatamente formulata sul pericolo dei preti pedofili. Nell’interrogazione si contestano inoltre le recenti normative introdotte dal così detto certificato anti pedofilia, che tragicamente esonera tutte le categorie da sempre più a rischio, il mondo del volontariato che vede non solo gli allenatori sportivi o gli scout, ma anche l’intera categoria dei sacerdoti”.

    “Attendiamo una risposta esaustiva entro il termine previsto di 30 giorni, dopo di che, in difetto, non escludiamo di richiedere alla Procura Generale della Repubblica una valutazione circa la sussistenza di eventuali ipotesi di reato desumibili sia dalle condotte realizzate all’interno dell’amministrazione dello Stato, che da ecclesiatici negli ambiti di vita sociale frequentati” conclude Zanardi.

    http://www.ivg.it/2018/02/rete-labuso-sfida-governo-onu-parlamento-europeo-gravi-omissioni-nella-lotta-alla-pedofilia-nella-chiesa/

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    PARMA 17 febbraio; Presentazione del libro ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano” Incontro UAAR

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Diego Esposito interrompe lo sciopero della fame. Sbugiardate le politiche di Bergoglio

    Diego Esposito interrompe lo sciopero della fame. Sbugiardate le politiche di Bergoglio

    Di Francesco Zanardi – “Da tali documenti, perfettamente in linea con l’atteggiamento assolutamente omissivo del LAFRANCONI risulta – è triste dirlo – come la sola preoccupazione dei vertici della curia fosse quella di salvaguardare l’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei minori che erano affidati ai sacerdoti della medesima, e come principalmente (per non dire unicamente) per tale ragione l’allora Vescovo di Savona non avesse esercitato il suo potere-dovere di controllo sui sacerdoti e di protezione dei fedeli;

    -Altrettanto triste è osservare come, a fronte della preoccupazione per la “fragilità” e la “solitudine” del GIRAUDO e il sollievo per il fatto che “nulla è trapelato sui giornali”, nessuna espressione di rammarico risulta dai documenti agli atti a favore degli innocenti fanciulli affidati alle cure dei del sacerdote e rimasti vittime delle sue “attenzioni”

    Queste non son parole nostre ma del GIP Fiorenza Giorgi, era l’8 maggio del 2012 quando per l’ennesima volta un giudice sottolineava che l’unico interesse delle gerarchie cattoliche era quello di tutelare a qualunque costo l’immagine della chiesa, con essa anche il pedofilo. Nessuna espressione di rammarico per gli innocenti fanciulli violentati.

    13 febbraio del 2018, nulla sembra essere cambiato malgrado i proclami di “tolleranza zero”, oggi sbugiardati dal papa in persona.

    Dalla vicenda di Diego Esposito che in’ascoltato per 15 giorni di sciopero della fame ha interrotto la sua protesta civile e non violenta, riemerge dirompente l’evidenza, che al Vaticano non interessa nulla delle vittime, l’unico interesse è ancora quello di tutelare l’immagine della chiesa.

    Diego Esposito con la sua protesta non chiedeva nulla di più che papa Francesco applicasse quella “tolleranza zero” tanto proclamata, che processasse il suo carnefice don Silverio Mura, che punisse severamente come ha promesso coloro che lo hanno coperto per tanti anni e invece Diego Esposito non vale niente per la chiesa, non è neppure degno di una risposta.

    Zanardi

  • PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    PARMA 17 febbraio; Presentazione dei libri “Chiesa e pedofilia” & ” Chiesa e pedofilia, il caso italiano”

    «La pedofilia non è un vizio, la pedofilia non è un atto di lussuria, la pedofilia non è un peccato, tanto meno un delitto contro la morale o un’offesa a dio come stabilito nel VI Comandamento, men che meno un’offesa alla castità come è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica e come se il bambino prepubere avesse la sessualità. La pedofilia è un crimine violentissimo agito lucidamente contro persone inermi». [Federico Tulli]

    “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” scritto dal giornalista di Left Federico Tulli è il primo e unico libro che spiega perché la “tolleranza zero” di papa Bergoglio non può risolvere la questione della pedofilia nella Chiesa.

    Dopo “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro”, un saggio che analizza le radici storiche, culturali e ideologiche degli abusi su minori alla luce dei crimini compiuti dalla Chiesa dal IV secolo fino a Benedetto XVI,  Tulli fa luce in questo volume sull’orrore della pedofilia nel clero italiano. Un’inchiesta che dopo le durissime accuse rivolte dall’Onu al Vaticano, i cui atti nel libro sono per la prima volta integralmente tradotti in italiano, chiama in causa le responsabilità dei papi Bergoglio, Ratzinger e Wojtyla.

    L’Italia è l’unico tra i grandi Paesi di tradizione cattolica in cui Stato e Chiesa non hanno istituito una commissione nazionale con l’incarico di indagare sul fenomeno criminale esploso a livello mondiale e non e più occultabile. Come mai? Perché non ce n’è bisogno, si è sentito rispondere Tulli nel 2012 da mons. Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede: secondo il Vaticano non esiste un caso Italia. È davvero così? Dall’inchiesta dell’autore che per primo fa luce con una documentata ricerca sui crimini di pedofilia clericale commessi dal 1860 fino ai nostri giorni, emerge che le storie di Don Ruggero Conti a Roma, dei sordomuti del Provolo a Verona, don Bertagna, don Cantini a Firenze, solo per citare quelle più note e più recenti, non sono isolate ma la punta dell’iceberg in una Chiesa che con i suoi 35.000 sacerdoti residenti è la più “popolosa” al mondo. E poi ci sono gli insabbiamenti sistematici da parte delle gerarchie. Fino a che punto pesano le ambiguità dei vescovi mai collaborativi con la magistratura”? Basti ricordare il caso di cui è stato vittima Francesco Zanardi a Savona (a cui è dedicato un intero capitolo) e basti dire che in 15 anni su oltre 150 sacerdoti inquisiti nemmeno uno è stato segnalato dai suoi superiori.

    Dietro questa prassi consolidata e sistematica c’è un pensiero che nessun altro giornalista ha mai denunciato e fatto emergere. Un pensiero secondo il quale la pedofilia sarebbe un “vizio”, la pedofilia sarebbe un atto di “lussuria”, la pedofilia sarebbe un “peccato” cioè un delitto contro la morale o “un’offesa alla castità” come dice il Catechismo insegnato ai bambini (canoni 2351-56) e come tante volte abbiamo letto sui giornali, sui libri o nei decreti di Benedetto XVI e Francesco I.

    Rimane inscalfibile la convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di una persona inerme è un’offesa alla religione e non un crudele delitto psico-fisico che lascia per tutta la vita ferite indelebili. E come tale, cioè un delitto contro la morale, viene trattato. Sulla pelle delle vittime, le stesse che si dice di voler “risarcire”. Quando papa Bergoglio parla di “tolleranza zero”, il suo primo obiettivo è evitare che il pedofilo colpisca ancora indossando l’abito talare, cioè che offenda Dio, la castità, oppure un sacramento se l’abuso è avvenuto nel confessionale. L’idea che questo che è un delitto violentissimo contro persone inermi sia invece un “abuso morale” è stata ribadita a settembre 2013 dal teologo e papa emerito Benedetto XVI. La sua concezione moralistica come quella di papa Francesco si lega a quella di supremazia della giustizia divina su quella terrena, che è ben radicata nella mentalità cattolica non solo a livello istituzionale. E ci aiuta a capire perché la Conferenza episcopale non vuole obbligare i vescovi a denunciare i presunti responsabili di abusi alla magistratura italiana. «I preti pedofili vivono su questa terra e devono rispettare le leggi della società in cui vivono, anche se sono convinti che le credenziali vantate rispetto alla sfera del trascendente consentano loro comportamenti caratteristici dei criminali e dei malati mentali», afferma la neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, nella prefazione al volume intitolata “La pedofilia e il sacro”.

    La conclusione che si può trarre è una sola. Finché la pedofilia verrà considerata un peccato, tutte le azioni intraprese per estirparla saranno una conseguenza di questo pensiero del tutto privo di rapporto con la realtà. Cioè inefficaci o assenti. Ecco in proposito un altro passaggio del documento delle Nazioni Unite di cui nessuno prima di Tulli (e dopo di lui) ha mai scritto in Italia: «L’abuso sessuale sui minori, quando è stato affrontato, è stato trattato dal Vaticano come un grave delitto contro la morale attraverso procedimenti segreti che sancivano misure disciplinari che hanno permesso, a una vasta maggioranza di stupratori e a quasi tutti quelli che hanno nascosto gli abusi sessuali sui minori, di sfuggire alla giustizia negli Stati dove gli abusi sono stati commessi. […] A causa di un codice del silenzio imposto su tutti i membri del clero sotto la pena della scomunica, i casi di abuso sessuale difficilmente sono stati denunciati alla autorità giudiziaria nei paesi in cui i crimini sono stati commessi. Al contrario, alla Commissione sono stati riportati casi di suore e di sacerdoti proscritti, degradati e cacciati per non aver rispettato l’obbligo del silenzio, oltre a casi di sacerdoti che hanno ricevuto le congratulazioni per aver rifiutato di denunciare gli stupratori di bambini».

    Questa considerazione è uno dei punti cardine dell’inchiesta conclusa nel febbraio del 2014 dal Comitato Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Il Comitato era stato sollecitato da alcune associazioni internazionali di vittime e sopravvissuti, a verificare se il Vaticano stesse effettivamente rispettando la relativa Convenzione «adottando ogni misura possibile per tutelare i diritti fondamentali dei minori e per proteggere la loro crescita da qualsiasi situazione a rischio». In quella occasione fu stabilito che la Santa Sede avrebbe dovuto presentare entro il primo settembre 2017 una relazione sulle misure concretamente adottate dal 2014 in poi per prevenire ed estirpare la pedofilia dal clero cattolico. Ma ad oggi – sebbene Bergoglio abbia dichiarato sin dai primi giorni di pontificato che la lotta contro la pedofilia è prioritaria – di questo documento alle Nazioni Unite non v’è traccia. Così come non c’è traccia nei giornali italiani della notizia sull’omessa relazione pontificia, e questo è davvero singolare considerando l’attenzione che quotidianamente viene riservata al papa, ai suoi pensieri e alle sue azioni.

    CHIESA E PEDOFILIA, IL CASO ITALIANO

    L’Asino d’oro edizioni, pp. 272, Roma 2014

    Prefazione della neonatologa e psicoterapeuta Maria Gabriella Gatti, “La pedofilia e il sacro”

    L’autore

    Federico Tulli, giornalista professionista, è un redattore del settimanale Left.

    Per L’Asino d’oro edizioni ha pubblicato: “Chiesa e pedofilia. Non lasciate che i pargoli vadano a loro” (2010), “Chiesa e pedofilia, il caso italiano” (2014) e Figli rubati. L’Italia, la Chiesa e i desaparecidos (2015).

    Sabato 17 febbraio, ore 18 presso la libreria Voltapagina di via Oberdan 4/C (Parma)

    Interverranno l’autore Federico Tulli e Francesco Zanardi della Rete L’ABUSO.

    L’evento è organizzato da UAAR

    L’Ufficio di Presidenza

  • Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

    Sotto chiave in Italia i verdetti del tribunale canonico. I volontari: almeno trecento casi.

    di Franca Giansoldati
    Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

    Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

    In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, e mentre la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni per lavorare a linee guida per la prevenzione, non c’è contezza di quanti siano in totale i condannati, nè se vi sia un aumento o una diminuzione, o se si tratta di abusi lontani nel tempo oppure no, né che tipo di sanzioni canoniche hanno emesso i giudici vaticani.

    Niente numeri, niente statistiche. Da qualche anno in qua, però,una associazione nata a Savona -La Rete l’Abuso – ha iniziato con meticolosità certosina a raccogliere e registrare i casi denunciati pubblicamente nei tribunali civili. Al momento ha raccolto quasi 300 episodi in tutta Italia negli ultimi dieci anni. Sul sito c’è una mappa interattiva piena di pallini rossi, gialli e blu, a seconda della gravità. Si punta il cursore, si clicca ed esce il caso giudiziario. Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia i vescovi,non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili né alla polizia, né ai magistrati, come per esempio sono tenuti a fare i presidi delle scuole pubbliche. Hanno,invece,l’obbligo di denunciare gli abusi al tribunale vaticano della Congregazione della Fede. Recentemente in Parlamento è stata depositata una mozione per chiedere la modifica pattizia -tra Italia e Vaticano – e imporre anche ai vescovi l’obbligo di denunciare civilmente gli orchi. L’episcopato ha sempre ribadito che si impegna a collaborare con le autorità civili ma senza essere tenuto alla denuncia.

    Il Mattino del 3-02-2018