Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Savona: ancora una volta teatro internazionale. Dal 5 al 9 febbraio si gira uno spot sulla pedofilia clericale.

    Savona: ancora una volta teatro internazionale. Dal 5 al 9 febbraio si gira uno spot sulla pedofilia clericale.

    Savona, sede legale delle Rete L’ABUSO – di fatto l’unica associazione italiana fondata e composta da sopravvissuti agli abusi sessuali del clero – sarà ancora una volta “il palco”, questa volta di uno spot TV di 30” che l’associazione produrrà grazie all’aiuto di Simone Padovani, giornalista, fotografo e corrispondente di alcune tra le maggiori testate della stampa estera tra cui il New York Times, BBC.

    Il primo documento che racconta quello che chiameremo “il caso Italiano” fu il docu-film prodotto da Silvia Luzi e Marco Bellino per Pess-TV dal titolo “La preda, silenzio nel nome di Dio”, un documento del 2013 che testimoniò non solo il caso savonese, ma anche quello dei bambini sordi abusati nell’istituto cattolico Antonio Provolo di Verona, un docu-film di 56 minuti, trasmesso in 42 paesi, che partecipò anche al Film Festival di Bari ma non fu mai trasmesso in Italia.

    Dello spot, prodotto dalla Rete L’ABUSO e ideato dalle vittime, lasciamo trapelare qualche indiscrezione, questa volta, saranno 8 bambini a veicolare per le vittime il loro messaggio, nel quale chiederanno conto e garanzie concrete a papa Francesco.

    L’iniziativa è solo l’ultima tappa di una più ampia campagna di consapevolezza nella quale Simone Padovani ha già investito circa sei mesi del suo lavoro, fotografando e intervistando i veri protagonisti di quella che chiamerei una tragedia nazionale, ovvero le vittime che, ad oggi, non hanno ancora ottenuto una risposta seria e concreta dalla chiesa.

    Simone Padovani ha partecipato con l’Associazione agli incontri pubblici, ai processi, ai colloqui con alcune vittime e le famiglie che l’Associazione segue, documentando anche quello che non si vede, il lavoro spesso sommerso degli attivisti della Rete L’ABUSO.

    L’Ufficio di Presidenza

  • RIPUDIO DELLA VIOLENZA ISTITUZIONALE DELLA CHIESA CATTOLICA

    RIPUDIO DELLA VIOLENZA ISTITUZIONALE DELLA CHIESA CATTOLICA

    La Rete dei Sopravvissuti agli abusi sessuali ecclesiastici dell’Argentina e la Rete L’Abuso, Associazione italiana vittime di preti pedofili (Savona, Italia), davanti alle pubblicazioni apparse sulla stampa nazionale e internazionale che danno conto – dalle dichiarazioni del portavoce del Vaticano, Greg Burke – che Papa Francesco ha avuto un incontro “di natura strettamente privata” con vittime cilene di abusi sessuali e che “non c’era nessun altro presente: solo il Papa e le vittime “, dichiarano:

    RIPUDIAMO questo atto e AVVERTIAMO l’opinione pubblica  che lo stesso riflette il sinistro, violento e storico comportamento della Chiesa cattolica in materia di abusi sessuali del clero.

    Abbracciamo ognuna delle vittime dell’abuso sessuale ecclesiastico nel loro dolore personale e nella ricerca umana di risposte.

    CONFERMIAMO il nostro sospetto che il Vaticano abbia una banca dati completa e aggiornata di dati delle sue vittime.

    DENUNCIAMO la selezione premeditata di persone vulnerabili, il comportamento segreto e oscuro del pontefice, il rifiuto di ricevere richieste concrete da parte delle persone colpite e la conseguente manipolazione effettuata massimo gerarca cattolico.

    Tutto questo rivela l’ostinazione nel suo procedere sinistro, in contrasto con la trasparenza che pretende di mettere in mostra.

    SOSTENIAMO che papa Francesco ha violato il diritto di tutte le vittime di essere ugualmente convocate, poiché devono decidere se esercitare o no il diritto di partecipare ad un incontro e non essere selezionate come pecore dal potere religioso.

    In breve, questo incontro segreto rappresenta un nuovo atto di ABUSO di POTERE e VIOLAZIONE dei DIRITTI UMANI MASCHERATO DA TOLLERANZA E PENTIMENTO.

    Comunicato congiunto, nota stampa ufficiale REPUDIO

    Il Presidente della Rete L’ABUSO

    Francesco Zanardi

    PAPA IN CILE; L’avvocato della Rete L’ABUSO Carlos Lombardi deposita formale protesta al Consolato

  • Preti pedofili, presentata a Genova quella che sarà la prima interrogazione parlamentare

    Preti pedofili, presentata a Genova quella che sarà la prima interrogazione parlamentare

    Iniziativa nata dalla collaborazione tra la Rete L’Abuso e il MoVimento 5 Stelle

    Genova. Quali iniziative il Governo italiano abbia intenzione di mettere in atto contro il fenomeno degli abusi sessuali su minori da parte dei preti e valutare l’opportunità di istituire un fondo per i risarcimenti a favore delle vittime di reati sessuali perpetrati da ministri di culto.

    Sono alcuni punti dell’interrogazione parlamentare a risposta scritta depositata nei giorni scorsi dal deputato savonese del M5S, Matteo Mantero. E’ la prima interrogazione parlamentare sulla pedofilia nella chiesa. A sollecitare l’iniziativa è stata l’associazione Rete l’Abuso, nata nel 2010 a Savona, e che si occupa delle vittime di abusi da parte dei preti.

    “Questa è la prima interrogazione parlamentare italiana e per noi è un passo importante. Chiediamo alla politica di fare la sua parte e di prendere i dovuti provvedimenti”, sottolinea il presidente dell’associazione Francesco Zanardi ricordando che nel 2014 il comitato Onu per la tutela del fanciullo aveva avanzato raccomandazioni alla Santa Sede a cui il Vaticano avrebbe dovuto rispondere entro settembre di quest’anno “e non lo ha fatto”.

    “In Italia non esiste un monitoraggio del fenomeno – continua Zanardi – e con questa interrogazione si chiede al Governo di provvedere. Chiediamo una commissione d’inchiesta, un fondo specifico per le vittime, una campagna di consapevolezza e di mettere mano al certificato antipedofilia, nato nel 2014, che lascia fuori troppe categorie”.

    L’associazione segue circa 700 persone che dicono di ave subito abusi da religiosi e ricorda che, secondo i dati in suo possesso, sono 130 i preti condannati in via definitiva e altrettanti quelli in attesa di giudizio o indagati per abusi.

    http://www.genova24.it/2017/11/preti-pedofili-presentata-genova-quella-sara-la-interrogazione-parlamentare-189847/

  • FERRARA; nuova denuncia per don Andrea Margutti  “dichiarazioni mendaci e diffamazione a mezzo stampa”

    FERRARA; nuova denuncia per don Andrea Margutti “dichiarazioni mendaci e diffamazione a mezzo stampa”

    A pochi giorni dalla conclusione del processo che ha visto Francesco Zanardi e Damnjan Mitrovic assolti dalle accuse di diffamazione avanzate nel 2014 da don Andrea Margutti, proprio mentre Zanardi stava preparando la sua difesa per quell’udienza, sono emersi nuovi fatti.

    Tra il materiale raccolto dall’Associazione Rete L’ABUSO dopo i vari eventi, che siano incontri pubblici, processi o altre iniziative, spesso arrivano a vario titolo anche gli articoli di giornale legati all’evento, materiale che spesso non viene guardato ma semplicemente archiviato come rassegna stampa.

    Ed è proprio tra questo materiale, mentre si preparava all’udienza dello scorso 3 novembre, che cercando le parole chiave Andrea Margutti spunta dall’archivio un articolo de “Il resto del Carlino” del 29 marzo del 2017, il giorno successivo all’udienza che vide deporre in aula a Ferrara, proprio il Presidente della Rete L’ABUSO.

    Un articolo sfuggito all’attenzione di Zanardi che il giorno successivo a quell’udienza era in viaggio verso Verona dove aveva una conferenza stampa relativa al caso dell’Itituto Antonio Provolo, per poi rientrare solo il giorno successivo nella sede di Savona.

    Nell’articolo apparso a pagina 3 a firma del giornalista Nicola Bianchi dal titolo “Io parroco reietto della Chiesa. Scaricato per quelle accuse false”, subito nelle prime righe si legge alla domanda “don MARGUTTI come sta” – “Male malissimo. La mia vita, dal giorno in cui quei delinquenti hanno inventato quelle storie contro di me è totalmente cambiata. Distrutto”.

    Dopo la grave affermazione, l’articolo continua riportando una serie di dichiarazioni mendaci da parte del Margutti, il quale piangendosi addosso, si dice ridotto allo stremo economico, imputando l’intera responsabilità a quelli che lui definisce essere “delinquenti”.

    Ma il Margutti mente, e lo fa senza alcun ritegno perché sa bene, almeno quanto lo sappiamo noi della Rete L’ABUSO, che la sua sospensione a divinis non è affatto dovuta a quelle accuse di pedofilia, lo conferma anche la diocesi, ironia della sorte proprio nella stessa pagina dell’articolo in oggetto.

    Quanto apparso su “Il resto del Carlino” era già più che sufficiente per l’accusa di diffamazione aggravata a mezzo stampa, tanto più che i due “delinquenti” risultano incensurati.

    Ma come dice il detto “il diavolo fa le pentole e non i coperchi” così, mentre Zanardi per rispolverare i passaggi di quell’indagine continua a leggere i documenti del caso, nelle trascrizioni delle fonoregistrazioni dell’udienza avvenuta il giorno precedente alla pubblicazione dell’articolo, si accorge di un’altra dichiarazione non corrispondente al vero, questa volta però fatta da Margutti durante l’udienza e di fronte al Giudice.

    A pagina 15 della trascrizione infatti, alla domanda dell’avvocato Debora Grigolato (difensore di Zanardi) “lei è stato sospeso? (…)”, il teste Andrea Margutti risponde: “io posso anche rispondere, io sono stato sospeso a divinis a seguito della condanna di primo grado perché lo prevede il diritto canonico, non è che lo hanno fatto perché io sono pelato, sono brutto, è perché il diritto canonico prevede che in caso di una condanna, in questo caso poi era una condanna per pedofilia, quindi la cosa più brutta…”.

    Infatti, presumibilmente al fine di aggravare la posizione degli imputati, al fine di giustificare la propria sospensione a divinis e probabilmente al fine di legittimare e rafforzare la richiesta di risarcimento danni insita nella propria costituzione di parte civile, don Andrea Margutti effettua delle dichiarazioni nei fatti non corrispondenti al vero.

    Nei giorni scorsi è stata depositata formale querela per i fatti che riteniamo gravi, diffamatori e lesivi non solo dell’onorabilità del presidente Francesco Zanardi, ma della stessa associazione che si ritrova lesa per quelle dichiarazioni, in un articolo che di fronte alle pesanti affermazioni del sacerdote, non ha ritenuto opportuno, almeno per una doverosa replica, di interpellare i diretti interessati.

    L’ufficio di Presidenza

  • Il parroco sfratta cinema e teatro: il paese insorge. E interviene il vescovo

    Il parroco sfratta cinema e teatro: il paese insorge. E interviene il vescovo

    Savona – Il parroco di Sassello «sfratta» l’associazione culturale locale che utilizza il salone accanto alla chiesa per attività teatrali, spettacoli, recite, concerti e proiezioni di film. La lettera di don Mirko Crivellari, 38 anni, ha scatenato la protesta. Per cercare una rapida soluzione, si è mosso pure il vescovo della diocesi di Acqui, Pier Giorgio Micchiardi, il quale ammette che la questione è «delicata» e che cercherà di ricomporre lo strappo, ascoltando entrambe le «campane».

    L’altro giorno c’era stato l’incontro anche fra don Crivellari e il sindaco Daniele Buschiazzo. Il giovane sacerdote, succeduto nel 2012 all’indimenticato don Albino Bazzano, ha scritto che, essendo la parrocchia Santissima Trinità e San Giovanni Battista proprietaria dell’immobile e delle sale vicine, facendo seguito a una precedente lettera datata 25 ottobre 2015, «rimasta senza riscontro», e, si legge testualmente, «di fronte a mutata esigenza pastorale ed ecumenica», invita l’associazione “Teatro Sassello” a voler lasciar l’immobile libero entro il 15 novembre». Seguono timbro e firma su carta intestata.

    I volontari versano da tempo 300 euro all’anno per l’affitto, cifra simbolica, e coprono le spese di riscaldamento, luce, manutenzione, pulizia e acqua. E proprio un anno fa, il gruppo aveva speso circa cinquantamila euro per acquistare un proiettore ad alta definizione e un impianto stereo di ultima generazione per le attività dell’associazione.

    Nessuno ha voglia di parlare, dopo questo strappo. Don Mirko aveva già creato malumori in paese quando, alcuni fa anni, aveva fatto rimuovere un lungo stendardo dalla facciata della chiesa, con l’immagine della beata sassellese Chiara Luce Badano. Aveva addotto motivi di sicurezza: con maltempo e forte vento, lo striscione diventa instabile.

    Nel maggio 2016, un nuovo scontro con l’associazione per aver proiettato al cinema parrocchiale «Il caso Spotlight», film che narra la storia dei giornalisti del «Boston Globe» che nel 2002 sconvolse l’opinione pubblica rivelando la copertura della Chiesa cattolica sugli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti della metropoli americana. In quel caso, don Mirko salì sul palco del cinema-teatro per la prima e ultima volta.

    Furono 20 minuti di sermone a snocciolare statistiche e dati sugli abusi ai minori ricavati da fonti Cei (Conferenza episcopale italiana). Adesso l’ultima «vertenza», quella legata all’uso della sala che, dovesse essere svuotata, negherebbe al paese un punto di aggregazione e svago molto frequentato.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2017/10/25/ASk7h6GK-interviene_parroco_sfratta.shtml

  • Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

    Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

    Il rapporto annuale della campagna “Indifesa” di Terre des Hommes sui reati contro i minori ha rilevato che, nel 2016 in Italia, ogni giorno più di due bambini subiscono una violenza sessuale.Oltre 950 minori ogni anno. Un numero che sale del 6 per cento (rispetto all’anno precedente) raggiungendo i 5000 minori se si considerano anche le vittime di crimini non a sfondo esclusivamente sessuale. Le bambine costituiscono quasi il 60 per cento delle vittime. Percentuale che cresce ancora di più nella fase preadolescenziale. Raddoppia anche il numero degli omicidi volontari: da 13 a 21 minori, di cui il 62 per cento sono bambine e ragazze adolescenti.

    Nella serie di articoli riguardanti il legame fra pedofilia e alcuni esponenti della Santa Sede non si può non prendere in considerazione la voce di chi ha subito, di chi ha sopportato i disturbi degli altri sulla propria pelle. Di chi ha inciso nel proprio avvenire gli errori altrui, di chi ha imparato a guardare le persone in maniera disincantata, quando ancora l’incanto avrebbe dovuto essere vita. Sono i bambini fragili e sopravvissuti che si approcciano alla vita con un dolore troppo forte da sopportare perfino per un adulto, sono le piccole-grandi esistenze che trovano, a modo loro, la strada da percorrere, sono la prospettiva stravolta fuori dall’ordinario. Abuso significa anche sottrazione della libertà personale. Chiunque subisca una violenza fisica o sessuale ne riporta i segni a livello mentale e coscienziale, perché ad essere intaccata non è la mera fisicità, ma la dignità per prima. L’abuso implica una passività forzata, dunque un paradosso che condizionerà il modo di vivere delle vittime, mettendone a repentaglio non solo la formazione della personalità, ma la stessa costruzione dell’identità. Dalle parole di Marco, un ragazzo che racconta gli abusi subiti da bambino, durante il terzo convegno sulla pedofilia: «l’abuso lascia sempre il segno nella vita di un bambino. Condiziona le sue relazioni, la sua personalità, i suoi interessi, i suoi sogni».

    Sopravvivere a quel dolore significa abituarsi al sospiro lento del respiro sospeso, all’insofferenza verso gli altri e verso se stessi, alla paura di gettare la maschera e lasciarsi vedere. Il nascondimento diventa la regola, l’estraneazione da se stessi la prassi. Lo smarrimento è totale così come il senso di colpa. La realtà è confusa e altalenante, instabile e sporca. Ambigua. Qual è il potere dei grandi? Cosa possono fare e cosa no?

    Un bambino non sa nominare e definire ciò che subisce: si limita a subirlo, appunto. Per questo l’elaborazione dell’accaduto è molto più complessa e lunga, rispetto ad un abuso avvenuto in età adulta. Non si può dare un nome a ciò che ancora non si conosce, tanto meno capirne razionalmente le implicazioni. Si vivono e basta. Se ne possono avvertire soltanto le sensazioni, ciò che resta dell’atto sul corpo e nella coscienza. L’abuso stravolge i tempi della crescita: li anticipa da una parte e li rallenta dell’altra, perché realizza una totale discrepanza fra il vissuto e il subìto, che solo con il passare degli anni diminuisce, senza mai annullarsi. Vivere è per definizione partecipazione attiva, perché è decisione. Nella violenza invece è qualcun altro a decidere e lo fa senza chiedere il permesso, in maniera subdola e latente. Nella maggior parte dei casi il bambino si fida del pedofilo: spesso lo conosce o non riconosce la malizia delle sue attenzioni. La vergogna e il senso di colpa sono stati d’animo ancora più accentuati nei bimbi rispetto alle donne che subiscono abusi, poiché non possiedono gli strumenti né per comprendere né per raccontare. Aspettano, anche inconsciamente, che qualcuno se ne accorga e parli al posto loro, affronti lo smarrimento insieme a loro. E nell’attesa del sollevamento da quel peso aumenta la rabbia verso chi non ha saputo proteggerli, aggiungendo il dramma alla tragedia.

    Le testimonianze dirette

    Il vantaggio dei preti pedofili è proprio quello di conquistare l’anima della vittima, già molto tempo prima dell’abuso. Curano le anime per mestiere. I genitori e i tutori dei più piccoli non si scandalizzano per la carezza o per il bacio di un ministro di Dio. Sono tranquilli nel mandare i propri figli a catechismo o alle gite parrocchiali.

    Dal libro di Angela Camuso, La preda, le confessioni di una vittima, don Ruggero Conti «era affabile, accogliente, rassicurante e seducente. Certa gente nutriva verso di lui un sentimento di adorazione. Trasmetteva agli altri un entusiasmo trascinatore e i parrocchiani ritenevano che i propri figli si sarebbero divertiti un mondo a giocare all’oratorio e ogni tanto dire una preghiera». E ancora: «era diventato per i ragazzi un punto fermo di riferimento, quasi un genitore, o un fratello al di fuori della famiglia». Nonostante le denunce e i racconti dettagliati degli abusi e delle dinamiche di avvicinamento forniti da Vasco, protagonista del libro, don Ruggero Conti durante l’udienza del 27 aprile 2010 dichiara spontaneamente: «io qui dichiaro la mia innocenza, la totale estraneità rispetto ai reati di cui sono imputato, anche se questi si stringono intorno a me in una morsa dolorosissima. Vorrei quasi essere colpevole per poter chiedere perdono, per accettare così più serenamente la pena e il giudizio degli altri». È stato condannato in I grado a 15 anni e quattro mesi di reclusione per violenza sessuale nei confronti di minori e di minori di quattordici anni e per il reato di prostituzione minorile. Con l’aggravante di aver commesso delitti contro persone a lui affidate per ragioni di educazione culturale e religiosa, di istruzione, di vigilanza e custodia. Alla notizia della condanna, Vasco racconta ad Angela Camuso: «sapere che Ruggero finirà in una cella per un bel po’ mi basta. Soffrirà come deve soffrire: lontano da tutti, deve sentirsi da solo contro tutti. Deve provare l’abbandono, che non è niente di più e niente di meno di quello che provavo io, per causa sua».

    Nel 2015 un ragazzo uruguaiano di 29 anni racconta in un video realizzato dalle telecamere diXIX TV di essere stato abusato da tre preti, fra questi un ligure. Il ragazzo, nato in Brasile, a soli sei mesi viene abbandonato dalla madre e dal padre e affidato a un istituto cattolico in Uruguay fino all’età di otto anni. Già durante questo primo periodo veniva invitato dal prete missionario italiano, don Francesco Zappella, a dormire insieme a lui. Pur non comprendendo da subito ciò che stava vivendo, il ragazzo inizia a raccontare di un prete che gli toccava i genitali gemendo. A quattordici anni arriva in Italia per prendere il diploma da infermiere e «nuovamente vengo accolto dal quel prete italiano a Savona in una parrocchia dove mi garantisce i soldi per studiare, per i vestiti e tutto il resto. Ma in cambio vuole farsi massaggiare, diceva che ne aveva bisogno». In questo secondo periodo il parroco «non voleva che avessi la ragazza, diceva di amarmi come un padre ama il proprio figlio, mi abbracciava, voleva fare sesso, mi toglieva i vestiti e mi toccava. Chissà quanti ragazzi in questi anni hanno subito quello che ho subito io. Era l’inferno».

    Don Francesco Zappella era già noto alle autorità giudiziarie per i suoi trascorsi. Infatti viene ammesso al seminario di Albenga pochi mesi dopo una condanna, del 9 maggio 1991, a 14 mesi di reclusione per atti di libidine violenta su due ragazzini al di sotto dei quattordici anni. A settembre 2015 il parroco a Borghetto Santo Spirito, insieme a due sacerdoti sudamericani, padre Gabriel Tojos e padre Sebastian Silvera, viene segnalato alle autorità dell’Uruguay dall’onlus ligure “Rete L’abuso” per le presunte violenze ai danni del ventinovenne, avvenute nel 2005. Il gip, nonostante i precedenti, richiede l’archiviazione del caso, perché essendo ormai trascorsi 10 anni i reati erano caduti in prescrizione, tanto che Zappella dichiara: «solo calunnie, sono sereno. Lo stesso vescovo ha rifiutato le mie dimissioni».

    Laura M. adesso vive in un piccolo paese del nord Italia e racconta: «avevo 11 anni quando ho sentito per la prima volta su di me il sesso di un uomo. Era il mio parroco, e ogni scusa era buona per restare solo con me e attirarmi in casa sua, sopra la sacrestia. Io resistevo, ma ero debole, indifesa, non capivo quanto fossero gravi quelle molestie e non avevo il coraggio di ribellarmi a un adulto del quale mi fidavo ciecamente. Lo scandalo scoppiò quell’estate, un ragazzino più piccolo raccontò a casa quel che gli stava capitando e scoprimmo così che la cosa andava avanti da anni, che alcune famiglie avevano cambiato parrocchia senza però mai pensare a proteggere i figli degli altri. Quel prete lo trasferirono per due anni al Tribunale ecclesiastico, poi gli affidarono un’altra parrocchia, poi ancora un’altra, neppure troppo lontana. Andai dal padre spirituale del collegio, mi disse di non parlare e che potevo continuare a volere bene al mio parroco. Per anni e anni non ho potuto avvicinare un uomo, non sopportavo neppure l’idea. Ho cambiato città, mi sono allontanata, a trent’anni mi sono fidanzata, ma ancora non riesco a pensare a dei figli. E vorrei far qualcosa per non lasciare più che la vita di un bambino sia compromessa per un sistema malato».

    Alexander J. Probst ha deciso di parlare dopo quasi 50 anni di ciò che avveniva nel coro dei“Passeri del Duomo”. Entra a farne parte del 1968 quando era un bambino e subisce quasi un centinaio di violenze fra quelle fisiche e sessuali, tutte raccontate nel suo libro Von der Kirche missbraucht: Meine traumatische Kindheit im Internat der Regensburger Domspatzen und der furchtbare Skandal (Abusato dalla chiesa. La mia infanzia traumatica nel collegio dei Domspatzen di Ratisbona e il terrificante scandalo), uscito a marzo 2017. Racconta che le violenze fisiche erano una prassi, ma gli anni più duri iniziarono con il ginnasio, quando un insegnante costringeva lui e altri bambini a far parte di un gruppo segreto. Durante gli incontri l’uomo beveva birra e alcol, fumava e guardava pornografia. Entrava nei dormitori dei ragazzi durante la notte per infilarsi nei loro letti. “Prima erano carezze, palpate, abbracci, poi violenze”. Questo avveniva quasi ogni sera, finché, verso la fine dell’anno scolastico, ha avuto il coraggio di confidare tutto al padre che lo ha immediatamente tolto dalla scuola.

    Le vittime: il silenzio dell’abuso (parte 4)

  • Don Carlo Mantegazza in un’intercettazione; “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?”

    Don Carlo Mantegazza in un’intercettazione; “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?”

    di Francesco Zanardi @zanardifra

    Una delle domande più frequenti che ci si pone è come sia possibile – alla luce di quanto emerso e continua a emergere sulla pedofilia dei preti – che i genitori continuino ad affidare con tranquillità i propri figli alle cure del clero.

    Spesso la risposta che ci si da è che questi siano probabilmente dei folli o degli incoscienti anche se a mio avviso vale la pena approfondire un pochino di più il problema e cercare quali sono le dinamiche che possono portare un sacerdote ad essere così spaventato da fare un’affermazione come quella di don Carlo Mantegazza che ho usato nel titolo.

    Come documentazione prenderemo in esempio quella del caso milanese di don Mauro Galli, ampiamente documentato, e dalla quale nelle settimane scorse abbiamo già estratto e illustrato alcune dinamiche relative al caso.

    Intanto è bene ricordare che qualunque confessione religiosa è per propria natura una via di comunicazione, il compito dei sacerdoti è appunto quello di portare, informare, trasmettere a quante più persone possibili il messaggio della propria confessione.

    All’interno delle Parrocchie e degli oratori vi sono poi gruppi, attività, momenti di incontro: non è solo un luogo dove i bambini vengono “consegnati ai sacerdoti”. Per le famiglie vi sono spesso occasioni di socializzazione, il clima è accogliente. Le relazioni umane che si instaurano sono anche, spesso, una risposta al problema dell’anonimato e dell’isolamento che è molto sentito soprattutto nelle grandi città. Nasce così un rapporto di fiducia e anche di amicizia che è oggettivamente un valore umano notevole.

    Il problema nasce quando, a fronte di un caso drammatico (quando vi è una segnalazione di un prete pedofilo), non si è pronti ad affrontare seriamente la questione.

    Ovviamente quello religioso non è il solo messaggio veicolato attraverso le gerarchie di una confessione, il flusso delle informazioni è davvero notevole, se ci pensiamo bene, spazia da quelle di carattere religioso a quelle comportamentali, etiche, propagandistiche e via dicendo.

    Per fare un rapido esempio basti guardare i vescovi eletti durante il pontificato di Francesco, costruiti sulla falsa riga del messaggio di “umiltà” che è alla base del marketing di questo pontificato.

    Troviamo infatti vescovi “eccezionali” che fanno cose incredibili come quello di Savona, che la stampa ha elogiato per i suoi “superpoteri” come quello di essere stato in grado di andare guidando da solo la macchina fino all’università di Savona… a dir poco straordinario.

    Oppure come il vescovo in questione, quello di Milano, lui altro che la macchina: lui pedala fino alla diocesi ogni mattina, e si fa persino fotografare con la sua bicicletta.

    Banalità mediatiche che spesso finiscono per trasformare questi uomini in fenomeni da baraccone, in quanto non c’è nulla di strano nel fatto che un vescovo guidi l’auto o vada in bicicletta, noi italiani dovremmo essere abituati dalla penna del Guareschi a leggere di preti e di vescovi che, come nei racconti di don Camillo, andavano in bicicletta e viaggiavano persino sul treno.

    Su questa falsa riga il pontificato di Bergoglio ha prodotto decine di vere e proprie bufale passate all’opinione pubblica anche attraverso la stampa nazionale che, spesso, ha venduto come dati di fatto quelli che invece si sono poi rivelati solo pensieri, opinioni o progetti come ad esempio quello dei Tribunali per giudicare i vescovi insabbiatori: dopo due anni di rassicurazioni sulle prime pagine dei giornali, si scopre che “era solo un’idea” e che “non c’è mai stato un progetto”.  Ma questa seconda notizia, a differenza della prima l’hanno riportata pochissimi.

    La Lettera Apostolica “Come una madre amorevole” che prevede la rimozione del Vescovo  che abbia, per negligenza, posto o omesso atti che abbiano provocato un danno grave ad altri, come nel caso di abusi su minori, non ha avuto nessuna applicazione concreta: solo una grande eco mediatica: anche nelle Parrocchie è stata accolta con grandi ovazioni, sull’onda del “finalmente questo Papa fa qualcosa”…

    Insomma, una valanga di notizie, tutte rigorosissimamente positive, senza mai una doverosa critica e date per certe, che hanno di fatto ingannato i cattolici e non solo, dando l’idea di una chiesa che stava contrastando davvero la pedofilia al grido dello slogan “tolleranza zero”.

    Di questo “inganno” spesso ne sono vittime anche i sacerdoti che, come i fedeli, sono rassicurati dalle notizie che ci dà la stampa e in qualche modo vengono messi in condizione di non potersi rendere conto del reale stato delle cose, almeno fino a quando non hanno la disgrazia di dover toccare con mano.

    Esattamente quanto è successo a Milano dove, dopo il fattaccio, oltre ai diretti interessati anche l’intera comunità parrocchiale si è resa conto di quanto sia farlocca la linea di Bergoglio.

    Rassicurati dalle tanto acclamate Linee Guida della Cei, si sono subito resi conto che quelle linee guida non solo non venivano rispettate, ma non obbligano neppure i vescovi a fare alcunché, anzi, in realtà non introducono nulla di più di quanto già diceva il Codice Canonico continuando a lasciare ai vescovi la “facoltà” di decidere il da farsi che, anche in questo caso, come accade da sempre, è stato cercare di nascondere il prete accusato senza denunciarlo all’autorità civile.

    Naturalmente anche il parroco di Rozzano, don Carlo Mantegazza, in buona fede ovviamente, dopo essere stato avvisato dalla vittima di quanto era accaduto, si è fatto forte di quanto dicevano linee guida e stampa, e si è subito attivato riportando i fatti ai suoi superiori.

    Non c’è però voluto molto per accorgersi che qualcosa non quadrava: don Mauro sì, è stato rimosso da Rozzano, ma un mese dopo era già reintegrato in una parrocchia vicina, sempre come coadiutore della pastorale giovanile.

    Inutile anche da parte della vittima e dei suoi familiari ottenere dalla diocesi una spiegazione quindi, la decisione di affidarsi non più alla dubbia giustizia vaticana, ma quella civile che prontamente si attiverà.

    Ed è qui che si fa la prova del nove su “linee guida” e “tolleranza zero” perché adesso non è più il vescovo a poter gestire come gli pare la situazione, adesso le risposte vanno date alla magistratura ed è qui che don Carlo Mantegazza tasterà con mano la reale trasparenza e i provvedimenti della politica di Bergoglio.

    INTERCETTAZIONE UT (utenza): DON Carlo – INT (interlocutore): DON Alessandro

    DON Carlo dice che ieri O’Malley (cardinale americano in visita a Milano il 7 ottobre c.m. ndr) lo ha sconvolto perchè questo è uno che fa il vescovo (apprezzamento nei confronti di O’Malley che è stato messo a capo di una delle diocesi più impestate degli Stati Uniti).

    Dal minuto 08:40 al minuto 09:00 DON 1 dice testualmente:

    “ASPETTIAMO COSA, CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA?

    ASPETTIAMO CHE CI METTANO TUTTI IN GALERA PER PEDOFILIA E POI COMINCIAMO SERIAMENTE A GUARDARE LE COSE, VA BENE, CIOE’, BASTA SAPERLO E CI ADEGUIAMO.. PERO’ GIA’ CHE POSSIAMO FARLO PRIMA, FACCIAMOLO PRIMA, SENNO’ POI TI TROVI A DIRE NON C’è NESSUNO…. [omissis]”

    In una successiva conversazione, sempre lo stesso utente (DON Carlo) parlando però con un altro collega sacerdote don Alberto fa nuovamente emergere la preoccupazione per la situazione e il timore di essere intercettati telefonicamente.
    DON Carlo dice di essere andato anche lui come il suo interlocutore don Alberto “in Fatebenefratelli” che per chi non è di Milano è bene spiegare che non è un qualche istituto di carità, ma la via dove ha sede la Questura di Milano che ha interrogato diverse persone durante le indagini preliminari del caso don Mauro Galli.

    UT (utenza): DON Carlo – INT (interlocutore): DON Alberto

    Si salutano, parlano di un incontro con tale L.

    Al minuto 00:47 DON Carlo riferisce “..POI..VABBE, IERI SONO ANDATO ANCHE IO IN FATEBENEFRATELLI..”

    DON Alberto replica testualmente “AH..OK..”

    DON Carlo continua “POI..” e DON Alberto risponde “PARLIAMO A VOCE..”

    DON Carlo conclude dicendo “ESATTO”.

    Continuano a parlare di problematiche relative alla loro chiesa e il consiglio pastorale.

    DON Carlo, parlando delle problematiche sopra citate, parla di DELPINI dicendo che lui la fà sempre facile

    DON Alberto replica dicendo che DELPINI è un “minimalista del c….”.

    DON Carlo parla ancora di O’Malley elogiandolo, perchè è stato mandato nella diocesi più impestata del mondo, la prima diocesi che negli Stati Uniti è praticamente fallita per la questione dei rimborsi alle vittime dei pedofili.

    La loro principale preoccupazione è dovuta al fatto che il codice canonico non solo gli impone il vincolo della segretezza, ma anche che, dopo aver segnalato ai superiori, non si interessi più alla vicenda.

    Ma nel concreto non è mica così semplice e ci si trova tra l’incudine e il martello in quanto c’è di mezzo la magistratura e il sacerdote si trova nella condizione che se mente o occulta fatti durante l’interrogatorio, il Pm lo può condannare a quattro anni di reclusione, se invece dice troppo può essere punito dalla chiesa per aver violato la segretezza con sanzioni che possono andare dal trasferimento in altra parrocchia alla scomunica, quindi anche senza più un posto di lavoro. Ecco da dove deriva il timore e la tensione che emerge in quelle intercettazioni.

    Ma nella vicenda milanese non emergono solo i provvedimenti farlocchi della Santa Sede che ha adottato la politica del “cambiare tutto per far si che tutto resti com’è”, emergono insistenti anche le incoerenze del buon Bergoglio, che promette ai fedeli grandi provvedimenti e punizioni esemplari ma poi, come è accaduto in questo specifico caso, e proprio alla vigilia della prima udienza del processo di don Galli, nomina arcivescovo di Milano proprio colui che ha tentato di insabbiare il caso e che, stando alle sue parole, avrebbe dovuto punire: monsignor Mario Delpini.

    Certo, una stampa responsabile sarebbe subito andata a chiedere conto a Bergoglio di questa grave incoerenza, quanto meno per non rendersi complici.

    Invece non ci è andato nessuno, nemmeno quei giornalisti tanto amici e cari a Bergoglio.

    La prossima udienza in Tribunale, a Milano, sarà il 10 ottobre 2017.

    Francesco Zanardi

    Portavoce della Rete L’ABUSO

  • Nessuno risarcirà le vittime di pedofilia: la chiesa savonese rigetta la richiesta di indennizzo

    Nessuno risarcirà le vittime di pedofilia: la chiesa savonese rigetta la richiesta di indennizzo

    Savona – Nessun risarcimento alle cinque vittime di abusi sessuali da parte di Nello Giraudo durante la sua permanenza nella chiesa. La trattativa avviata dalla Rete l’Abuso di Francesco Zanardi e l’attuale vescovo don Gero Marino non sarebbe arrivata alla conclusione sperata (e a giugno annunciata dallo stesso sito internet della Rete l’Abuso) e soprattutto in grado di evitare la causa civile.

    Il vescovo Marino, attraverso l’avvocato Simone Mariani, avrebbe rigettato la richiesta di indennizzo, rilanciando però con una proposta: l’istituzione di un numero verde destinato alle vittime di pedofilia da parte dei esponenti della Chiesa. Iniziativa, però, che sarebbe stata gestita dalla stessa diocesi.

    È fallito quindi il tentativo di transazione avviato da Francesco Zanardi (lui stesso vittima di don Giraudo) con il nuovo vescovo savonese e che a detta dello stesso portavoce delle vittime di violenza da parte di preti «sembra potesse portare ad un risultato positivo». Zanardi e don Gero Marino si sono incontrati almeno un paio di volte nei primi mesi dell’anno per parlare appunto del drammatico fenomeno riscontrato nella diocesi savonese e che negli anni passati aveva portato anche le alte sfere del Vaticano ad occuparsi del caso Savona.

    Con tanto di lettera inviata dall’allora vescovo Domenico Calcagno (attualmente presidente dell’Apsa) al pontefice Joseph Ratzinger per segnalare il problema don Giraudo. Facendo forza sul nuovo corso voluto da papa Francesco e da don Gero Marino, la rete l’Abuso sperava in una svolta. Invece il risarcimento tanto sperato si sarebbe concretizzato con l’istituzione di un numero verde a favore delle vittime. «D’accordo – sarebbe stata la risposta dell’ufficio legale della Rete – ma quell’iniziativa la gestiamo noi e tutti i casi che dovessero venire alla luce li trasmetteremo alla procura».

    La diatriba si sarebbe fermata a questo bivio: passi il numero telefonico a sostegno delle vittime, ma chi lo gestirà? La chiesa come proposta dal vescovo, oppure dalla Rete l’Abuso? Insomma quello che a giugno sembrava un caso praticamente in dirittura di soluzione, sembra invece ancora distante. Soprattutto alla luce dell’annuncio dei mesi scorsi di Zanardi con il quale si annunciava la disponibilità della chiesa ad indennizzare le cinque vittime di don Nello. «Il vescovo don Calogero Marino prende atto delle dichiarazioni di Zanardi, ma non commenta e tanto meno rilascia dichiarazioni» era stata l’unica presa di posizione dell’avvocato Simone Mariani sull’argomento.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2017/08/05/ASMLByiI-indennizzo_risarcira_richiesta.shtml

  • Pedofilia a Savona, il prete troppo amico degli scout che fece esplodere lo scandalo

    Pedofilia a Savona, il prete troppo amico degli scout che fece esplodere lo scandalo

    Savona, Giovanni Ciolina – Un anno di carcere patteggiato per violenza sessuale su minore. È la condanna inflitta a Nello Giraudo per aver molestato un ragazzino di quindici anni durante un raduno scout nel ponente. Una vicenda che lo ha portato a chiedere all’ex vescovo Vittorio Lupi di lasciare l’abito talare, ma che soprattutto ha portato alla luce un mondo che fino a quel momento era rimasto sommerso, nascosto.

    Insomma si tratta della vicenda madre di tutte le vicende giudiziarie che hanno portato alla nascita della Rete l’Abuso attraverso il promotore Francesco Zanardi, una delle vittime del prete che per diverso tempo gestì anche una cooperativa per minori a Voze. Un incarico che l’allora vescovo Calcagno mise fine, ma per la vicenda don Giraudo finì nei guai giudiziari anche l’allora vescovo Dante Lafranconi, che ha chiuso la sua carriera nella diocesi di Cremona, e che venne indagato dalla procura di Savona per favoreggiamento nei confronti del prete pedofilo.

    Le motivazioni dell’archiviazione firmate dal gip Fiorenza Giorgi furono pesantissime. Nel decreto di archiviazione per prescrizione il gip sottolinea come «non vi è dubbio che Lafranconi fosse a conoscenza delle gravi condotte addebitate a Giraudo e, nonostante spettasse a lui, quale ordinario della Diocesi alla quale detto sacerdote apparteneva, tutelare le comunità dei fedeli (e in special modo i minori) che venivano a contatto con don Nello, si guardò bene dall’assumere qualsivoglia iniziativa volta ad evitare che questi continuasse nelle sue esecrabili condotte, addirittura consentendogli di gestire una comunità per minori con difficoltà familiari». Insomma, una sorta di pronuncia di condanna morale, per il prelato salvato solamente dalla prescrizione, ma che evidenzia come il fenomeno pedofilia negli ultimi trent’anni abbia segnato profondamente la vita della chiesa savonese.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/savona/2017/08/05/ASe4jyiI-pedofilia_esplodere_scandalo.shtml

  • SAVONA: la diocesi non indennizzerà le vittime. Vaticano non è questa la nostra politica

    SAVONA: la diocesi non indennizzerà le vittime. Vaticano non è questa la nostra politica

    Sembrava ci fosse l’intenzione di chiudere questo capitolo poco edificante, oramai lungo, sgradevole e pieno di dolore, evitando un ulteriore imbarazzante processo civile. Lo stesso vescovo di Savona, Calogero Marino, aveva in più occasioni sottolineato l’importanza di dare alle vittime un’opportunità per poter guardare avanti e dimenticare il passato.

    Nel giugno scorso, dopo una serie di incontri tra il vescovo Marino, i vertici della Rete L’ABUSO e i rispettivi avvocati, la diocesi di Savona si era impegnata a produrre un’offerta per indennizzare cinque delle vittime di don Nello Giraudo.

    Circa un mese dopo quell’ultimo incontro arriva la proposta della diocesi che lascia basite le vittime e i loro avvocati.

    L’offerta della diocesi consisteva nell’istituire un numero verde (gestito dalla chiesa) al quale le vittime potessero telefonare, oltre al sostegno medico: nulla di più di quello che già offre la mutua. Per quanto concerne un indennizzo economico, questo fu da subito escluso a priori in quanto da Roma fanno sapere che questa non è la politica della chiesa.

    Come il vescovo Calogero Marino sa bene, perché ha potuto vedere le relazioni mediche, le vittime sono in molti casi affette da patologie gravi, conseguenti agli abusi, patologie per via delle quali non trovano un lavoro e di conseguenza sono costrette a una vita indecorosa e spesso al limite dell’emarginazione.  È forte la delusione di una proposta indecente che tra l’altro non avrebbe portato alcun beneficio alle vittime: ma la buona volontà delle vittime nel voler raggiungere un accordo costruttivo, ha portato ad una contro proposta sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde per le vittime.

    La Rete L’ABUSO da anni invita le vittime a denunciare gli abusi alle autorità civili in quanto, da come è ampliamente documentato oramai anche dalla stampa, nel 2017, ai tempi di papa Francesco, la chiesa insabbia ancora sistematicamente i casi, non esiste un solo precedente dove un membro del clero abbia denunciato alle autorità civili un collega criminale.

    Lo stesso neo eletto Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede (l’organo vaticano che si occupa proprio dei casi di pedofilia) Francisco Ladaria Ferrer, come riporta L’ESPRESSO, è accusato di aver coperto il caso di don Gianni Trotta.

    Lo stesso Francisco Ladaria Ferrer si occupò in passato anche del caso savonese di don Giraudo (vedi allegati), ma a quanto ci racconta il carteggio sul caso, non intervenne, fu il prete – dopo essere stato indagato e condannato per abusi commessi nel 2005 – a dimettersi spontaneamente.

    Tenendo conto di quello che è nei fatti lo stato attuale delle cose, la contro proposta delle vittime sull’unica opzione disponibile, ovvero il numero verde, è stata quella di accettare, cercando di trasformare una proposta che nulla portava alle vittime, in qualcosa che invece fosse utile a molti.

    Abbiamo quindi proposto che il numero verde fosse gestito dalla Rete L’ABUSO, la quale tra le altre cose avrebbe dato un credito notevole al servizio. All’interno del call center avrebbero lavorato anche le cinque vittime, risolvendo così almeno il problema del lavoro.

    Al tempo stesso la Rete L’ABUSO garantiva alla chiesa che qualunque segnalazione ricevuta, sarebbe stata immediatamente trasmessa all’Autorità Giudiziaria.

    Ma forse le intenzioni del vescovo Calogero Marino che oggi sentito dai giornali non vuole replicare, non erano così caritatevoli come quelle fatte nelle varie dichiarazioni e tutta la trasparenza offerta dall’associazione, forse era un po’ troppo per una chiesa che vuole riparare i suoi errori con una pacca sulla spalla e qualche scusa di circostanza.