L’ex parroco di Borghetto torna nonostante le dimissioni forzate
IL SACERDOTE GIÀ CONDANNATO PER ABUSI SESSUALI SU MINORENNI
GIOVANNI CIOLINA SAVONA.
Il processo canonico sembra aver mosso i primi passi su incipit direttamente dal Vaticano, ma la storia di don Francesco Zappella, 56 anni, sembra non conoscere fine. Il prete, nonostante fosse stato invitato dal vescovo coadiutore Borghetti a rassegnato le dimissioni dalla parrocchia di Sant’Antonio da Padova per alcuni casi di pedofilia in cui è rimasto coinvolto, la scorsa settimana è tornato a recitare la messa davanti agli ex fedeli. E senza che nessuno sia intervenuto. La cosa sembra aver turbato parecchie persone, soprattutto alla luce delle accuse che nei mesi scorsi avevano travolto don Francesco e addirittura la sue entrata in seminario. Tante accuse di pedofilia. La prima e unica condanna (passata in giudicato) risale al 1991 quando il giudice di Pinerolo, Vincenzo Papillo, lo ha condannato a un anno e due mesi di carcere per atti di libidine e violenza carnale nei confronti di due ragazzini infra quattordicenni per i quali fungeva da educatore in un a parrocchia pinerolese. Ma non sarebbe l’unica accusa. Èdello scorso autunno la richiesta di archiviazione del pm Ferro per prescrizione e mancanza di denuncia nei confronti di don Zappella per un presunto abuso commesso nei confronti di un giovane uruguaiano conosciuto nella missione sudamericana di Trenta & Treis. La posizione della Chiesa. Di fronte alle pesantissime accuse della giustizia,monsignor Guglielmo Borghetti ha avviato accertamenti sulla posizione del prete, fino all’invito a presentare le dimissioni. Il vescovo coadiutore di Albenga è infatti entrato in possesso di tutti gli atti,anche quelli rimasti coperti dal segreto, inerenti la condotta di don Zappella e senza usare metodi forti sarebbe arrivato ad allontanare il prete dalla parrocchia di Borghetto. Nonostante le dimissioni e il pesante fardello don Zappella è rimasto prete, sarebbe prossimo a tornare in Uruguay,ma soprattutto è tornare a dire messa da quel pulpito dove aveva negato ogni accusa definendole «montature mediatiche» e dal quale, il sette febbraio scorso, lo stesso vescovo Borghetti lo aveva ringraziato nel giorno dell’insediamento del sostituto, don Francesco Zuccon. «Tutti voi sapete quanto bene ha fatto don Francesco in questa parrocchia» erano state le parole del vescovo. A neanche un mese da quella “benedizione” don Francesco è tornato a Borghetto.
Al via il processo che vede vittima un sacerdote al centro da anni di fatti delle cronache giudiziarie.
Finisce davanti ad un giudice, per un processo per diffamazione sul web, la video intervista del padre di un bimbo, entrambi al centro di diversi processi – a ruoli invertiti tra imputato e parte offesa del reato in questi anni – contro un sacerdote di Ferrara, 60enne.
La video intervista venne pubblicata sul sito della “Rete nazionale contro l’abuso” e poi fatta girare su YouTube. Da ieri sono sotto processo per diffamazione, davanti al giudice Franco Attinà, il padre del bimbo, uno straniero, e il responsabile del sito (assistiti dagli avvocati Montalto e Grigolato) mentre parte civile si è costituito per il sacerdote l’avvocato Maruzzi.
Il processo ieri mattina, dopo le questioni preliminari è stato aggiornato al 6 dicembre prossimo, dopo l’ampia discussione sulla competenza territoriale del processo. Secondo le difese doveva essere spostato a Savona, dove risiede il responsabile del sito che realizzò l’intervista e dove ha sede l’associazione, ma il giudice ha valutato invece la competenza di Ferrara: argomentazioni sempre più attuali sul dove si debba radicare il reato di diffamazione sul web, poichè è difficile provare il momento e il luogo in cui viene caricato il materiale ritenuto poi diffamatorio. Altro fatto importante del processo riguarda la non ammissione del giudice Attinà della sentenza del processo per molestie sessuali, da cui nacque questa video-intervista, molestie (presunte) a carico del prete sul figlio di uno degli attuali imputati, per cui il sacerdote era stato condannato a Ferrara ma assolto in appello, processo ancora pendente in Cassazione, almeno per i profili civilistici e dunque l’assoluzione non è ancora definitiva.
Per questo motivo – ribadiamo – anche in questo articolo non vengono citati i protagonisti: tanto meno viene fatto il nome del sacerdote, che ricordiamo essere ancora sospeso a divinis dal Vescovo di Ferrara.
Secondo il legale del sacerdote «questo fatto è uno dei tanti tasselli della trama messa in atto dal padre del bimbo per distruggere la reputazione del sacerdote mio assistito, riversando sul web una serie di ignobili falsità, su inesistenti episodi di pedofilia, uno solo dei quali denunciato all’autorità giudiziaria». Il legale si sofferma sulle dichiarazioni fatte nella video-intervista in cui venivano affermati fatti mai segnalati. Per l’unico fatto, invece «il sacerdote è stato assolto con sentenza penale definitiva per insussistenza dei fatti (resta il civile, ndr), vicenda che vede ora il mio assistito, a parti inverse, parte civile per calunnia e di tentata estorsione ove è imputato lo stesso denunciante». E ancora, l’avvcoato Maruzzi: «una persona umana, prima ancora che un sacerdote, che subisce un tale calvario, merita completa e pubblica riabilitazione. E a tale proposito continua la mia personale perplessità sulla davvero poco comprensibile “cautela” da parte della locale Curia sulla vicenda», ha spiegato il legale alludendo alla sospensione a divinis ancora in atto.
Processo canonico a don Lu affidato al cardinale Bagnasco Si va verso l’assoluzione. Il prete è accusato di abusi sessuali su una ragazzinadi12 anni
GIOVANNI CIOLINA SAVONA;
È direttamente nelle mani dell’arcivescovo di Genova, Angelo Bagnasco, il futuro di don Luciano Massaferro. Il cardinale di Genova ha avocato a se stesso il processo canonico avviato nei confronti dell’ex parroco di San Vincenzo ad Alassio, condannato a sette anni e otto mesi per abusi sessuali commessi nei confronti di una parrocchiana di dodici anni. E sarà Bagnasco ad individuare eventuali responsabilità “canoniche” commesse da don Lu nel suo comportamento. Un processo canonico che non avrebbe ancora portato ad un verdetto (in ogni caso segreto) e che potrebbe portare anche allo riduzione dello stato laicale il prete. Le indiscrezioni sembrano comunque portare ad un’assoluzione di don Lu da parte del cardinal Bagnasco, recentemente in visita a monsignor Mario Oliveri in occasione della celebrazione dei 25 anni di apostolato. E dalla base ci sarebbe la considerazione di non considerare del tutto attendibile la giovane vittima. Era la primavera del 2009 quando don Lu ha convinto la ragazzina a seguirlo in un giro di benedizioni delle case prima della Pasqua. E in quelle occasioni avrebbe palpeggiato la piccola e si sarebbe fatto toccare. Una vicenda culminata con l’arresto del prete a dicembre dello stesso anno e che ha scatenato una bagarre sul web tra innocentistie colpevolisti. Nelle scorse settimane il vescovo coadiutore Guglielmo Borghetti aveva affidato la parrocchia alassina ad un altro prete, nonostante don Lu non abbia abbandonato l’idea di tornare un giorno nella parrocchia. Al momento don Massaferro sta scontando il residuo di pena (da domenica sarà libero) svolgendo servizio in affidamento ai servizi sociali alla casa di accoglienza della Caritas di Imperia e per lui è in programma un periodo di vacanza. «Valuterò con calma la situazione – ha detto monsignor Borghetti – dopodiché prenderò una decisione senza clamore, per il bene della nostra comunità. E dopo aver parlato con don Massa ferro»
A dispetto del corpo minuto, Francesco Zanardi è un uomo estremamente testardo e caparbio, una fonte inesauribile di forza e coraggio. Del suo dramma personale è riuscito a fare una serrata battaglia contro il diffuso fenomeno della pedofilia clericale, diventando, di fatto, l’incubo peggiore di Vescovi e Cardinali che ancora si affannano a coprire le malefatte degli orchi in abito talare.
Da vittima di abusi sessuali, diventa, con le sue sole forze, il Presidente di una colossale organizzazione no profit che ad oggi è il più grande osservatorio permanente sui crimini sessuali commessi in Italia dalle confessioni religiose. Rete l’Abuso onlus (visita il sito) attualmente segue i casi di quasi 500 vittime di preti pedofili, tutte legalmente e psicologicamente supportate da un piccolo esercito di volontari.
Per non subire influenze o pressioni di alcun tipo, infatti, l’impavido savonese ha rifiutato qualsiasi contributo pubblico e le tante “caritatevoli” offerte giunte negli anni al suo indirizzo. Con cui forse qualcuno avrebbe voluto comprargli anima e silenzio. Ottenendo l’esatto contrario.
La sua storia non solo calca le cronache nazionali, giunge oltralpe e attira finanche l’attenzione dei media americani. Ma quel macigno che si porta dentro dall’età di 11 anni lo restituisce alla Chiesa con un carico da 90. Il suo caso è il primo in Italia che, nonostante la prescrizione del reato, ottiene l’apertura di un’indagine a carico di don Nello Giraudo, grazie alla quale si trovano altre vittime, la cui testimonianza porta alla pena definitiva del patteggiamento a un anno di carcere. Che però non vedrà mai.
Ma Zanardi, che evidentemente, ancora porta intimamente dentro i danni per la violenza patita, intraprende una campagna informativa a mezzo stampa, sbattendo in prima pagina il mostro Chiesa e alcuni suoi aguzzini.
In particolare, con tutta la documentazione acquisita in 20 anni, ha inchiodato Nello Giraudo, dimostrando, come questo immondo uomo di chiesa ha abusato, indisturbato, di centinaia di ragazzini, nonostante Vescovi, Cardinali e i vertici del Vaticano ne fossero ampiamente a conoscenza. Qui, l’esaustivo servizio girato de Le Iene.
L’assurda vicenda viene riportata anche nel libro scandalo di Gianluigi Nuzzi, “Via Crucis”, in cui alle pagine 83 e 84 è riportata la testimonianza di Zanardi in cui accusa l’allora vescovo Calcagno di avergli suggerito di non denunciare alla magistratura gli abusi, in quanto il prete era una persona molto fragile e avrebbe potuto suicidarsi.
L’imbarazzante posizione dell’attuale cardinale e presidente dell’Apsa (Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica), detto “Il Cardinale Rambo” per via della sua corposa collezione di fucili regolarmente denunciata, fu aggravata dalla testimonianza di don Carlo Rebagliati, parroco che morì poco dopo aver segnalato la situazione del prete pedofilo, trasferito di parrocchia in parrocchia, all’allora vescovo della diocesi di Savona. Qui l’audio in cui poco prima di morire Rebagliati confessa la paura di essere ucciso per aver denunciato “troppo”.
Ma Zanardi, incurante di rischi e pericoli, rincorre la verità spedito come un treno, trascinandosi dietro una folta schiera di persone sempre più affamate di giustizia. Come tutti quelli ingannati e stuprati in nome di Dio, a cui poi la Chiesa calpesta la dignità due volte coprendo le malefatte degli orchi in abito talare. Nonostante intorno a lui continuino a succedere cose strane. Come il suicidio dell’amica e collaboratrice Luisa Bonelli, avvenuto in circostanze misteriose nel settembre 2014. Archiviato come suicidio, anche questo avvenuto dopo alcuni mesi la consegna di uno scottante dossier in Vaticano, qui in una straordinaria intervista dove la donna era stata ascoltata sulla vicenda dallo stesso Zanardi.
Ma il Presidente e la sua associazione non si fermano, anzi, rincarano la dose. Tra le numerose segnalazioni di nuovi casi di abusi e violenze, trovano anche il tempo di piombare dai preti condannati dall’ex Sant’Uffizio e riabilitati alle funzioni religiose presso la chiesa di San Gordiano di Civitavecchia, come nel caso di don Francesco Rutigliano, guadagnandosi le ire del vescovo Luigi Marrucci. Non contenti, due mesi più tardi, sbattono sui giornali l’omertà e le controversie della curia di Napoli legate al caso della vittima Diego Esposito, grazie a un articolo a firma di Ferruccio Sansa pubblicato su Il Fatto Quotidiano e a un’inchiesta de Il Corriere della Sera condotta da Antonio Crispino. Il tutto mentre alcuni collaboratori di Rete l’Abuso, coordinati dal Presidente Zanardi, erano andati personalmente a far visita ai prelati. Due ore e mezza più tardi arriverà la telefonata di Monsignor Becciu, segretario del Papa, a provare a calmare gli animi e a ridurre le dimensioni dello scandalo.
Niente da fare. Zanardi non ci casca e li attacca prima ancora che l’inganno si palesi nuovamente. Nel frattempo diffonde la mappa dei preti pedofili italiani condannati in via definitiva, contatta altre vittime, scova nuovi casi di abusi sessuali e continua a tirare fuori documenti che bruciano e inchiodano le facce pie dei falsi soldatini di Dio. E la credibilità del Vaticano, come mai prima, comincia a scricchiolare.
Ora a confermare le nostre impressioni è una voce autorevole della chiesa, Peter Saunders, Ex Membro Dell’organismo Vaticano Anti-Abusi il quale in una intervista alla BBC ha dichiarato senza mezzi termini che “Papa Francesco Non Ha Fatto Nulla Contro La Pedofilia”.
Ma facciamo una breve panoramica di quella che è la situazione in Italia.
Il caso di Diego Esposito è solo l’ultimo della lunga lista di promesse farlocche fatte da ministri del clero a nome di Papa Francesco, dico farlocche perché la nostra addetta stampa Francesca Lagatta ha telefonato a monsignor Angelo Becciu il quale ha ammesso che per ora, non è stato istruito alcun processo canonico nei confronti di don Silverio Mura, come confermano anche dalla Diocesi di Napoli. Ha anche ammesso che dal Vaticano non è stato avviato nulla di che riguardo alla causa “Abbiamo solo dato lo stimolo per abbreviare i tempi” l’intenzione era quella di far desistere Diego dallo sciopero della fame.
Ma quello di Diego non è l’unico caso, Giada Vitale, un’altra delle vittime seguite dalla Rete L’ABUSO e che nei giorni scorsi ha iniziato il suo processo penale nei confronti di Don Marino Genova, si è vista non solo riabilitare il suo carnefice, inizialmente sospeso a divinis e da pochi giorni nuovamente reintegrato a tutte le funzioni religiose, ma si è anche sentita rispondere che don Marino, non era stato sospeso per via delle presunte molestie oggetto del procedimento penale, ma perché aveva celebrato il funerale di un parente nella parrocchia di Portocannone, dalla quale sarebbe dovuto stare lontano in vista delle inchieste in corso.
Poi ci sono le rassicurazioni, questa volta fatte direttamente da Bergoglio in persona a Luisa Bonello la quale consegnò al Pontefice un corposo dossier sui casi savonesi. I giornali titolarono “Gli occhi del Papa su Savona”. Di quei fascicoli non si è più saputo nulla tranne che uno di quei preti, Pietro Pinetto, che anche secondo il vescovo di Savona Vittorio Lupi, avrebbe dovuto subire un processo canonico, non è stato processato ma bensì trasferito nella parrocchia di San Francesco da Paola (SV) che conta qualche centinaio di bambini.
Anche il caso di don Riccardo Seppia, conclusosi in una bolla di sapone. Malgrado la condanna il prete è ancora prete e dalla Diocesi di Genova fanno sapere che potrebbe rientrare in servizio presto. D’altra parte come don Luciano Massaferro (Diocesi di Albenga), anche lui condannato in terzo grado dalla giustizia civile ma mai ridotto allo stato laicale. Per ora sta scontando la sua pena affidato ai servizi sociali.
Sempre ad Albenga, il caso di don Francesco Zappella, il missionario pedofilo, già condannato nel 1992 e ora al centro di un nuovo scandalo. Anche qui per ora non si ha notizia di sospensione a divinis o di processi canonici avviati, il prete non esercita più ma non per imposizione della chiesa, ma per sua libera scelta.
Ci sono poi i vari casi come quello di don Mauro Inzoli, dell’ex nunzio Jozef Wesolowski dove pubblicamente il Vaticano ha promesso collaborazione con l’autorità giudiziaria, negando successivamente le rogatorie da parte della magistratura.
Anche nel recente caso del ministro delle finanze vaticane Gerorge Pell, accusato in Australia di pedofilia e di aver coperto diversi casi, pare sarà costretto a “subire” la stessa sorte di Wesolowsky & C. , ovvero restare ben protetto in Vaticano.
Va ancora aggiunto che, malgrado le rassicurazioni del Vaticano alle vittime e malgrado le richieste fatte dall’ONU, per le quali il Vaticano dovrà rispondere a breve, ad oggi la Santa Sede non ha risarcito spontaneamente una sola vittima, gli unici risarcimenti sono arrivati dai tribunali civili. Nei confronti delle vittime che si sono rivolte alla Santa Sede non è stato fornito alcun aiuto, quasi nessuna di loro ha ricevuto neppure una risposta alle missive inviate.
Ci sarebbe parecchio altro da dire, preferiamo limitarci a citare i casi più noti e commentare il resto con questa mappa interattiva realizzata dalla Rete L’ABUSO nella quale sono citati tutti i casi avvenuti in Italia nell’ultimo decennio.
Quasi 200 casi, quelli noti ovviamente, di cui 113 condanne in via definitiva e circa 70 casi attualmente aperti o di cui non si è saputo più nulla.
Zanardi: sei milioni per le violenze subite da cinque minorenni
SAVONA. Una richiesta di risarcimento danni in sede civile alla Diocesi di Savona per cinque casi di presunte molestie sessuali su altrettanti savonesi, al tempo dei fatti minorenni, che sarebbero state perpetuate da don Nello Giraudo,l’ex sacerdote che ha patteggiato una pena di un anno di reclusione per violenza sessuale su un minore. È la mossa che ha dichiarato di voler fare, nel corso di una conferenza stampa che si è svolta ieri pomeriggio all’interno della libreria Ubik di Savona, Francesco Zanardi, presidente della rete “L’Abuso”, che da anni si occupa di minori vittime della violenza sessuale in provincia di Savona e in tutta Italia. «A breve presenteremo una formale richiesta di risarcimento danni, in sede civile, alla Diocesi di Savona – ha spiegato Zanardi -. Si tratta di cinque casi singoli, tre savonesi e due del ponente, per i quali chiediamo un risarcimento complessivo di sei milioni di euro».La Diocesi,provata a contattare telefonicamente nel pomeriggio di ieri, ha preferito non commentare l’ennesimo sviluppo di una vicenda che si trascina da anni. Nel corso dell’appuntamento di ieri pomeriggio alla Ubik, Zanardi e Francesca Marzadori della Unione degli Atei e degli Agnostici razionalisti (Uaar) hanno poi parlato, sempre in tema di pedofilia,del film“Lapreda.Silenzio nel nome di Dio”, presentato al Bif&st di Bari, che affronta il tema di casi tutti italiani, alcuni dei quali sconosciuti. Sempre in questi giorni, nelle sale del Nuovo Filmstudio, è in proiezione il film “Spotlight”: un lungometraggio in cui si racconta come, grazie al coraggio di un gruppo di giornalisti dell’americano Boston Globe, nel2000esplodereunoscandalomondialesudiversipreti pedofili negli Stati Uniti.
“La parola misericordia è in voga, ma esprimo il mio intenso disappunto. Confido in una giustizia differente rispetto a quella umana”
Savona. Una lettera indirizzata a monsignor Vittorio Lupi, vescovo della diocesi di Savona-Noli. A scriverla è un fedele che, con toni estremamente pacati, ma altrettanto decisi, critica la scelta di collocare Don Pietro Pinetto come collaboratore nella parrocchia di San Pietro da Paola, in piazza Bologna a Savona.
Di seguito pubblichiamo il testo integrale della lettera: “Buongiorno, non Le faccio perdere tempo e vado al cuore di ciò che intendo comunicarLe tramite lettera aperta inviata anche a principali mezzi di informazione. So che da diverso tempo Lei ha deciso di trasferire nella parrocchia di Piazza Bologna, nel cuore del quartiere più popoloso di Savona , un prete ‘assolto’ dall’infamante accusa di pedofilia, scrivo la parola ‘assolto’ tra virgolette in quanto essa deriva da prescrizione, non perché il fatto non sia accaduto”.
“Lei – prosegue la lettera – sarà sicuramente a conoscenza delle peculiarità del quartiere almeno per averle lette dagli articoli pubblicati di recente e sarà di certo edotto circa il fatto che in quella parrocchia, vengono portati molti bambini. Scrivo solo ora perché ho atteso l’ufficializzazione a mezzo stampa della sentenza ma, si fidi, ho meditato molto prima di farlo come di certo voglio credere avrà fatto anche Lei. Comprendo che siamo nel periodo in cui è tornata in voga la parola misericordia(parola perché i fatti sono molto differenti), capisco che occorre perdonare (ma anche aiutare il peccatore a non ripetere il peccato), comprendo che bisogna porgere l’altra guancia (la propria, non quella degli altri) non giudico il Suo operato in quanto Lei ha una visione differente rispetto alla mia e magari le Sue ragioni sono validissime, ma mi permetto di esprimerLe tutto il mio vivo, forte ed intenso disappunto”.
“Le auguro di essere sempre in pace con la Sua coscienza. Rispettosamente Le porgo i miei saluti confidando in una giustizia differente rispetto a quella umana che si sa essere molto limitata, giustizia superiore di cui Lei dovrebbe essere garante” si conclude la lettera firmata dal fedele.
SAVONA. La bacchettata del gip Fiorenza Giorgi alla Chiesa savonese riguardo alla presunta indifferenza nei confronti delle vittime di fronte a casi scottanti (pedofilia ed omosessualità) non sarebbe passata inosservata. E le reazioni nel mondo cattolico sono state immediate, vibranti, fino a raggiungere i piani alti. L’accurata indagine condotta dal pm Giovanni Battista Ferro e dalla squadra mobile ha infatti permesso di portare alla luce uno spaccato inquietante della vita in Seminario negli anni’70-’80 che si sarebbero poi riverberate anche in seguito con i casi scottanti che hanno portato alla condanna di don Giorgio Barbacini e don (ormai ex) Nello Giraudo sempre per pedofilia. Un fenomeno che negli ultimi decenni avrebbe subìto un rallentamento, ma che per molto, troppo, tempo, sarebbe stato ignorato se non addirittura “coperto” «per salvaguardare l’immagine della Diocesi». E servirebbe un gesto deciso, preciso,della Chiesa per porre fine a quel periodo di veleni. Don Pietro Pinetto ha comunque sempre rigettato al mittente le accuse di aver toccato le parti intime di due minorenni dei quali si doveva occupare, accusando soprattutto S. P. di mentire. Nella sua versione dei fatti, il prete cellese, ora in piazza Bologna, ha contestato anche la ricostruzione dei luoghi fatta dalla vittima e in particolare su una stanzetta a fianco della camerata principale dove si sarebbero consumati alcuni atti di libidine. Ma se i genitori della vittima – in particolare la madre – non sembrano avere dubbi sul comportamento dell’educatore nei confronti del figlio, uno squarcio di sereno e aria pura nel cielo plumbeo dei non so, non ricordo, assolutamente non ricordo nulla del genere, è arrivato dal vicario generale della diocesi, Antonio Ferri e dall’ex prete Eugenio Illarcio. Don Ferri, infatti nel corso dell’audizione davanti agli agenti di polizia ha in un primo momento sostenuto di non aver mai avuto notizia di comportamenti sospetti di don Pinetto, per poi aggiungere di aver appreso da un prete (ora deceduto) della richiesta d’aiuto della mamma di S. P. per una serie di problemi che avrebbe avuto il giovane seminarista con don Pinetto. Ma da un confronto con i superiori, sempre secondo il racconto derelato fatto a don Ferri, il prete negò gli addebiti. A conferma della tesi dell’accusa sulla conferma degli avvenuti abusi è arrivata la dichiarazione di Eugenio Illarcio nella quale – era il 2013 – sottolineava che don Pinetto si sarebbe giustificato delle accuse di un secondo seminarista limitandosi a un «gli ho insegnato a lavarsi». Un discorso che sarebbe avvenuto a Celle a commento delle notizie giornalistiche proprio sulla vicenda giudiziaria che aveva travolto don Pietro Pinetto.
SAVONA. «Adesso di don Pinetto non mi importa più nulla. Sono fatti vecchi. Vorrei solo che don Pinetto mi chiedesse scusa, o meglio, anzi guardi, neanche a me ma a mia madre che ha sofferto più di tutti, anche per colpa mia». S. P., ex seminarista e presunta vittima di abusi durante la sua permanenza nel seminario di via Ponzone era deciso nel settembre 2013 ad andare avanti nella denuncia e soprattutto a non voler soldi o risarcimenti varie per le molestie subite, ma un cenno di pentimento quello si. Pochi mesi dopo è arrivata la remissione di querela con un «mi spiace» ed un «mi scuso» che sono serviti a ripianare la vicenda, ma non certo a lenire il dolore della mamma di quel ragazzino ora cinquantaquattrenne. «Noi della cosa parlammo solo con i preti stessi, ma ci sono venuti contro» è uno dei tanti passaggi della testimonianza della mamma di S. P., tornata in Sardegna. «Credo che fosse di pomeriggio, dopo che mio figlio era scappato dal seminario. Fu lui a parlare – ha aggiunto in lacrime la donna a poliziotti e pm – Aveva ancorai segni delle botte che aveva preso dal padre; invece bisognava ascoltarlo, in quel momento lì, non picchiarlo» La donna, ora ottantenne, è un fiume in piena: «Era andato in seminario per studiare. È cresciuto in chiesa e dopo non c’è più rientrato. Ci rivolgemmo a due preti amici che ci dissero di non prendercela che erano cose che potevano accadere, ma io ero cresciuta in un altro modo: per me i preti erano sacri». La mamma di S. P. racconta poi l’incontro con il vescovo «quando ci disse che poi lui indagava. Ci aspettavamo che tirasse fuori il marcio che c’era e invece Pinetto è rimasto dentro e io lo incontravo per strada e anche a volte in corriera da Vado a Savona, e mi dava fastidio a trovarmelo davanti». Un caso che ha segnato per sempre la vita della donna. «Da quel giorno non abbiamo più avuto una giornata buona. Non mi sono mai più ripresa e anche mio figlio mi ha detto“non mi sono più rialzato”»
Il gip Giorgi: «Ignorata la vittima dodicenne, diocesi impegnata a tutelare la propria immagine»
SAVONA. Amarezza, «amarezza per una vicenda che,prima che processuale, umana» di un giovane seminarista che «per anni privo di una qualunque tutela, inascoltato dai genitori, percosso dal padre e ignorato dai vertici della curia, il cui unico interesse sembra fosse quello di salvaguardare l’immagine della Diocesi piuttosto che la salute fisica e psichica dei fanciulli affidati al seminario per assumere a loro volta, l’alto e gravoso incarico di pastori di anime» Un macigno. Un decreto di archiviazione ancora più pesante di un’eventuale condanna quello depositato nei giorni scorsi dal giudice delle indagini preliminari Fiorenza Giorgi nell’ambito di un procedimento a carico di don Pietro Pinetto per calunnia nei confronti della sua vittima e di chiunque avesse riportato quei fatti (due giornalisti e Francesco Zanardi). Una presa di posizione forte del magistrato savonese che fa seguito a quella dell’archiviazione per prescrizione di monsignor Dante Lafranconi dall’accusa di concorso in pedofilia nel caso dell’allora don Nello Giraudo. L’ex vescovo di Savona e Noli, per il gip,sapeva degli abusi perpetrati da don Nello, ma lo avrebbe coperto pentendosi di avergli concesso l’apertura di una casa di accoglienza per i minori a Voze. E se Lafranconi sapeva degli abusi di don Nello, la chiesa savonese sapeva dei comportamenti anomali di don Pietro Pinetto all’interno del Seminario di via Ponzone. Erano gli anni Settanta quando almeno due ragazzini sono stati presi di mira dal prete. E secondo gli inquirenti dalle indagini avviate nei confronti di don Pinetto, difeso dall’avvocato Marco Altamura, sarebbero emersi«elementi di prova univoci, precisi e concordanti» sulle condotte «plurime» di presunte violenze sessuali commesse nel1974 ai danni di S.P. e di altri giovani che frequentavano la struttura e dei quali Pinetto doveva prendersi cura. Da qui anche la mancanza di diffamazione e calunnia nei suoi confronti. Una vicenda venuta alla luce solo recentemente (per questa ragione il caso delle violenze sessuali, o meglio atti di libidine violenti è stato archiviato per prescrizione), nel 2013 in seguito alla denuncia esposto presentata dalla vittima degli abusi che si era decisa a vuotare il sacco(«néper soldi,néper altro») e che era stata denunciata di diffamazione da don Pinetto. Il sostituto procuratore della Repubblica Giovanni Battista Ferro ha così incaricatola squadra mobile di far luce su quegli anni nonostante la certezza della prescrizione e dopo un viaggio in Sardegna, a casa dei genitori di S. P. la vicenda ha subito una frenetica accelerazione. E quei terribili fotogrammi di vita ecclesiale sono stati impressi in maniera indelebile. E imbarazzante.