Inchiesta verso il trasferimento alla Procura di Savona quella che indaga su presunti abusi commessi da don Andrea Melis, prete e direttore di una scuola religiosa genovese, nei confronti di un chierichetto e di altri minori. I primi episodi sarebbero infatti avvenuti a Finale Ligure dove Melis è parroco di una chiesa e dove sarebbero avvenuti i primi contatti e dunque i primi reati.
Ieri il parroco si è avvalso della facoltà di non rispondere davanti al giudice Milena Catalano che conduce sin qui le indagini e successivamente è stato trasferito agli arresti domiciliari in una comunità religiosa di Chiavari, lontano da scuole e impianti sportivi frequentati da ragazzini come era invece avvenuto per la prima sede degli arresti.
Le denunce e l’apertura della prima parte delle indagini è avvenuta a Genova poichè la prima vittima che ha denunciato si era trasferita nel corso del tempo dal savonese al capoluogo ligure e qui il parroco l’avrebbe ricontattato e sottoposto a nuovi abusi.
IL “caso” sta suscitando grande clamore in Liguria e non solo perchè don Andrea Melis, dell’ordine degli Scolopi era piuttosto noto in Liguria per i suoi incarichi di preside della scuola religiosa Assarotti, ed era coordinatore regionale di Fidae, la Federazione degli istituti cattolici primari e secondari.
La Curia genovese lo ha immediatamente sospeso all’evidenziarsi delle prime indagini e, oltre alle violenze su un chierichetto, il parroco è sospettato di altre violenze su almeno altri due suoi ex studenti e si teme possa aver intrattenuto relazioni inopportune, se non vere e proprie violenze, su altri ragazzini, irretiti con regali costosi, denaro e sigarette elettroniche.
Le forze dell’ordine che indagano sul caso invitano le famiglie ad uscire allo scoperto anche perché il parroco potrebbe essere sieropositivo ed aver trasmesso il virus dell’HIV durante rapporti non protetti.
AGI – Padre Andrea Melis, arrestato nei giorni scorsi per violenza sessuale su minore, “è portatore di Hiv” e questo aumenta la sua pericolosità: “ha intrattenuto rapporti senza precauzioni”, esponendo la sua vittima al rischio di contagio. Lo scrive la giudice per le indagini preliminari, Milena Catalano, che ha disposto gli arresti domiciliari per il sacerdote, ex direttore della scuola e fondazione Padre Assarotti ed ex direttore della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie).
Il sacerdote avrebbe contratto il virus anni fa in Africa: è stato lui stesso a dichiararlo agli investigatori, aggiungendo che era in cura e questo avrebbe ridotto il rischio di contagio. Il minore coinvolto nella vicenda (con cui il prete ha intrattenuto una relazione tra Finale Ligure e Genova, da quando la vittima aveva 12-13 anni, fino al compimento di 16 anni, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti) non è stato infettato, ma qualora venissero alla luce casi di persone che hanno contratto l’Hiv dopo essere state con padre Melis, la Procura potrebbe contestare al religioso anche le lesioni dolose gravissime.
Il prete al momento è accusato di violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata. Intanto, la Curia genovese precisa che “il religioso non dipende dalla Curia di Genova, ma dall’Ordine degli Scolopi, di cui è membro. La Diocesi si è interessata a questo fatto drammatico per quanto è di sua competenza e ha segnalato i fatti di cui è venuta a conoscenza al Dicastero per la Dottrina della Fede, come prevede la norma canonica”, si legge in una nota.
“Ora la scelta di dove inviare il Religioso e di come accompagnarlo è competenza del suo Ordine”, spiega la Curia, riferendosi alle polemiche nate per la domiciliazione del prete, ritenuta troppo vicina alle scuole. “Nuovamente la Diocesi esprime il suo dolore per i fatti segnalati che hanno toccato, direttamente, alcuni minori, le loro famiglie e, indirettamente – conclude la nota – tutta la comunità educativa dell’Istituto Assarotti, presente e operante a Genova”. Il sacerdote, secondo gli atti di indagine, scattata dopo la denuncia della madre della vittima, compiva atti sessuali con il minore, in cambio di regali e denaro. Molto del materiale, come abiti firmati e altro, è stato sequestrato nell’abitazione di padre Melis.
Il posto scelto dalla Curia genovese per i domiciliari di padre Andrea Melis, il sacerdote arrestato per violenza sessuale su minore, non è quello più adatto. Troppo vicino alle scuole elementari e a una scuola di danza. Troppo vicino a bambini e ragazzini e dunque possibili vittime. Per questo i carabinieri hanno scritto una nota al giudice per le indagini preliminari Milena Catalano per dirle che il prete «non può stare nella comunità comunità religiosa dei Padri Scolopi a Chiavari». A questo punto la Curia potrebbe scegliere un luogo diverso.
Padre Melis, appartenente all’ordine dei Padri Scolopi, direttore della scuola elementare della Fondazione Assarotti e presidente della Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie, è stato arrestato venerdì. Accusato di abusi su un chierichetto di 12 anni. Violenze che sarebbero andate avanti per anni, fino al mese scorso. In cambio il prete dava soldi, videogiochi, vestiti griffati, sigarette elettroniche. Ma il parroco avrebbe tentato approcci anche con altri sette ragazzini, alcuni anche suoi ex alunni della Assarotti. Attirati nel suo appartamento sempre con regali.
I carabinieri sono convinti che i casi possano essere molti di più e per questo lanciano un appello: chi ha subito approcci o violenze si faccia avanti e denunci tutto. Intanto gli investigatori hanno scoperto che le sigarette elettroniche che padre Melis regalava potrebbero essere di provenienza illecita visto che avrebbero un contenuto di nicotina di gran lunga superiore al limite consentito.
Nella sua ordinanza la giudice ha usato parole durissime per descrivere il comportamento predatorio di quello che doveva essere una guida spirituale e che invece si è dimostrato un predatore sessuale della peggiore specie. Ha agito sotto «la spinta di impulsi perversi», carpendo la fiducia dei «ragazzini attirandoli a casa sua, vicino le chiese» e facendoli «accedere a tutto ciò che un adulto proibisce». La sua pericolosità, secondo la giudice, «non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice». Mercoledì è fissato l’interrogatorio per padre Melis, ma non è detto che dirà una parola.
Genova. Parole forti: “Faceva quel che faceva… a me non piaceva ma non gliel’ho mai detto perché mi dava dei soldi”, così ha raccontato ai militari dell’Arma la giovane vittima delle ripetute violenze sessuali commesse nei suoi confronti da padre Andrea Melis, appartenente all’Ordine dei Padri Scolopi, direttore della scuola elementare e della Fondazione Assarotti di Genova eparroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure, arrestato nelle ultime ore e adesso ai domiciliari.
Il ragazzino, quando questa brutta storia è cominciata, non aveva ancora compiuto 13 anni. Aveva conosciuto Padre Melis in chiesa, dove andava con la famiglia: i rapporti con il prete arrestato sono andati avanti fino a giugno di quest’anno quando sono stati interrotti dalle indagini che hanno portato alla prima perquisizione a carico del sacerdote.
La giovanissima vittima ha detto di non aver subito mai costrizioni e di aver lasciato fare il 60enne perché in cambio riceveva soldi e regali: “almeno 5mila euro” scrive la gip Milena Catalano, oltre e vestiti, console Nintendo e altri gadget costosi. Gli caricava soldi su una carta prepagata che gli aveva intestato.
Sono stati proprio i genitori del giovanissimo a far scattare l’indagine. Fin dall’inizio – siamo nel 2021 – avevano notato la predilezione di Padre Andrea Melis per il loro figlio più piccolo a cui avevano detto di non accettare nulla e di non vederlo da solo.
Ma i rapporti tra i due erano andati avanti di nascosto e si sono intensificati quando il ragazzino si è trasferito a Genova senza la famiglia per frequentare le superiori. A dimostrarlo ci sono le numerosissime chat che – se non bastasse la testimonianza del minore – hanno confermato la relazione tra i due. Il prete lo chiama “tesoro”, “amore”, gli manda foto dei gadget erotici che acquista e immagini dal contenuto esplicito. Sarà solo l’intervento dei carabinieri, con la prima perquisizione a carico del prete avvenuta un mese fa, a interrompere il rapporto tra i due.
Ma l’arrestato Padre Andrea Melis, secondo l’accusa, ha cercato di adescare anche altri ragazzini che avevano cominciato a frequentarlo per “sapevo da un mio compagno di scuola che regalava delle sigarette elettroniche” ha detto uno di loro. Melis avrebbe offerto ai ragazzini bevande, alcolici a volte anche soldi e avrebbe tentato carezze e approcci. Uno di loro però aveva capito in fretta come stavano le cose e dopo una telefonata di Melis che lo invitava ad andarlo a trovare gli aveva mandato un vocale dicendogli “Sei un pedofilo, coglione, ti vengono a prendere a casa…”. E lo aveva bloccato sul telefono.
Un 15enne ha raccontato che padre Melis li invitava nella sua abitazione (all’interno della struttura dell’istituto Assarotti). A lui aveva regalato una tuta di marca e gli aveva dato dei baci sulla guancia. Dopo quegli approcci e i regali Melis si raccomandava con loro di “non dire niente a casa”. Anche in questo caso a un certo punto è stata la famiglia a capire che qualcosa non andava.
E il giovane comunque aveva deciso che era meglio non andare a casa del prete da solo. Lui si era rammaricato e gli aveva scritto alcuni messaggi: “Mi spiace tantissimo non poterti vedere, anche perché credevo che fosse un’amicizia sincera e non solo interessata a tech e puff”. E ancora, al 15enne che gli aveva a quel punto detto che sarebbe tornato a trovarlo ma con un suo amico, aveva risposto: “Non insisto, ma mi piacerebbe stare con te, chiacchierata, coccole, fammi sapere che mi organizzo”.
Non appena venuta a conoscenza delle gravi accuse, la Curia ha sospeso padre Melis. Ma per la giudice Michela Catalano, nonostante “il provvedimento di sospensione della Curia, tempestivamente adottato” abbia “certamente affievolito” le esigenze cautelari, queste restano attuali e concretepoiché la sospensione da tutte le cariche “non inibisce a Melis di circolare liberamente é di inseguire pertanto il suo istinto pedofilo”.
“La pericolosità di Melis emerge proprio dalle modalità con cui ha agito – scrive la giudice nell’ordinanza che dispone per il prete i domiciliari in una comunità religiosa del levante – approfittando della sua qualità di sacerdote, tale da ingenerare fiducia nei minori e indurli a mentire ai genitori; ha attirato i minori nei suoi appartamenti, tutti adiacenti a luoghi di culto e quindi ritenuti sicuri dai ragazzini; li ha letteralmente ricoperti di regali, facendoli accedere a tutto ciò che un adulto proibisce ai minori e cioè fumo e alcool, cominciando pian piano a sondare una loro eventuale disponibilità sessuale attraverso abbracci, bacetti sulle guance o sul collo”.
E la sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.
Melis, arrestato per violenza sessuale su minorenne, è indagato dal sostituto procuratore Federico Panichi, anche per prostituzione minorile e tentata violenza sessuale aggravata.
Regali che arrivavano dopo gli abusi sessuali. Con questa accusa un prete è stato arrestato dai carabinieri di Genova. Dalle indagini, coordinate dal pm Federico Panichi, sarebbe emerso che la vittima era un ragazzino che faceva il chierichetto.
Il sacerdote, come anticipato dal Secolo XIX, avrebbe anche tentato di baciare due giovani, dopo avere regalato loro una sigaretta elettronica.
Agli arresti domiciliari in una comunità del levante genovese è finito padre Andrea Melis, sessant’anni, originario di Cagliari ma da anni trapiantato in Liguria. La Curia lo ha sospeso dopo che nei giorni scorsi era stato perquisito l’alloggio dove viveva.
Appartenente all’Ordine dei Padri Scolopi, era direttore della Scuola elementare e della Fondazione Assarotti nel capoluogo ligure, in salita San Bartolomeo degli Armeni; ed era presidente di Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie) oltre che parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure in provincia di Savona.
Le accuse sono di violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata. La misura cautelare è scattata solo per il primo reato, gli abusi reiterati ai danni di un dodicenne. Sulle altre due accuse a carico del religioso, il gip ha in sostanza rimandato la valutazione a ulteriori sviluppi investigativi. Melis è difeso dagli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino. Nella sua abitazione gli investigatori hanno sequestrato farmaci per la stimolazione sessuale ma anche capi di abbigliamento griffati e una fornitura di sigarette elettroniche.
L’Arcidiocesi di Genova: ‘Vicinanza alle vittime di padre Melis’
Monsignor Silvio Grilli, coordinatore Ufficio Comunicazioni Sociali dell’Arcidiocesi di Genova, interviene sul caso del prete arrestato con l’accusa di abusi su minori. “In merito a quanto riportato su mass media circa l’arresto di Padre Andrea Melis, dei Padri Scolopi, accusato di abusi su minori, si esprime il dolore per i fatti denunciati e la vicinanza a chi ne è stato vittima e ai loro familiari”.
“Quando a suo tempo si è avuto notizia dei fatti poi denunciati, l’Arcidiocesi di Genova, la Diocesi di Savona e l’Ordine Religioso hanno prontamente avviato la procedura canonica prevista in questi casi, informando il competente Dicastero Vaticano. Nei confronti del religioso sono stati presi da tempo i provvedimenti previsti dalla legge canonica e si è collaborato con le forze dell’ordine”.
Il presunto “orco” indossava la tonaca. E le accuse sono pesanti come macigni. Ricariche sulla Postapay, abiti griffati, videogiochi. Regali che arrivavano dopo gli abusi sessuali. Con questa accusa un prete è stato arrestato dai carabinieri di Genova. Dalle indagini, coordinate dal pm Federico Panichi, sarebbe emerso che la vittima era un ragazzino che faceva il chierichetto. Il sacerdote avrebbe anche tentato di baciare due giovani, dopo avere regalato loro una sigaretta elettronica. La notizia trova oggi ampio spazio sui quotidiani liguri.
Agli arresti domiciliari in una comunità del levante genovese è finito padre Andrea Melis, sessant’anni, originario di Cagliari ma da anni trapiantato in Liguria. Il sacerdote è un nome noto a Genova. La Curia lo ha sospeso dopo che nei giorni scorsi era stato perquisito l’alloggio dove viveva. Appartenente all’Ordine dei Padri Scolopi, era direttore della Scuola elementare e della Fondazione Assarotti nel capoluogo ligure, in salita San Bartolomeo degli Armeni; ed era presidente di Fidae Liguria (Federazione di scuole cattoliche primarie e secondarie) oltre che parroco della chiesa di Sant’Antonio da Padova a Finale Ligure in provincia di Savona.
Le accuse sono pesantissime: violenza sessuale su minorenne, prostituzione minorile e tentata violenza aggravata. La misura cautelare è scattata solo per il primo reato, gli abusi reiterati ai danni di un ragazzino di meno di 14 anni. Sulle altre due accuse a carico del religioso, il gip ha, in sostanza, rimandato la valutazione a eventuali ulteriori sviluppi investigativi. Padre Andrea Melis è difeso dagli avvocati Raffaele Caruso e Graziella Delfino. Nella sua abitazione gli investigatori hanno sequestrato farmaci per la stimolazione sessuale, ma anche capi di abbigliamento griffati e una fornitura di sigarette elettroniche.
Gli episodi di cui è accusato Melis non sono avvenuti nella scuola, né in ambienti educativi gestiti dai Padri Scolopi, bensì durante l’attività pastorale svolta personalmente dal sacerdote.
I rapporti giornalistici rivelano solo la punta dell’iceberg degli abusi: mezzo migliaio di vittime in Spagna, mentre l’ufficio che si occupa di queste questioni è “sopraffatto” dal numero di denunce.
I religiosi spagnoli sono impegnati a risarcire le vittime di abusi nella Chiesa, mentre la Conferenza Episcopale, il massimo organo di controllo per i vescovi del nostro Paese, chiude la strada a qualsiasi possibilità di aiuto finanziario ai sopravvissuti Indagine interna che rivela, a livello diocesano o globale, il numero di persone vittime di abusi da parte di chierici o religiosi, come è stato fatto, ad esempio, dalla Compagnia di Gesù. Una decisione che contrasta con la politica di trasparenza delle chiese nell’ambiente europeo (Germania, Irlanda, Francia, Polonia …), e che impedisce alla società di conoscere la reale portata del dramma della pedofilia clericale. Finora, e grazie in gran parte alle indagini giornalistiche, conosciamo solo la punta dell’iceberg:
Per il momento, prendendo le distanze dalle tesi dei vescovi, la Conferenza dei religiosi spagnola sostiene che “se si rende necessario dare un risarcimento perché lo sviluppo della causa lo richiede, si faccia. Dobbiamo aiutare le vittime, non solo per il fatto di dare loro dei soldi “. Lo assume il segretario generale del Confer, Jesús Miguel Zamora, il quale conferma che le congregazioni stanno già alzando detto risarcimento, che sarà dato caso per caso e sempre seguendo i desideri delle vittime.
“Da CONFER abbiamo sempre detto che la verità risplende e quello che dobbiamo fare è occuparci delle vittime. Non ha senso nascondere nulla, purtroppo dobbiamo prendere coscienza che ci sono state situazioni che non sono state fraterne a tutti e dobbiamo chiedere un grande perdono per ciò che è stato fatto di sbagliato, e mettere i mezzi in modo che la verità sia conosciuta, per svolgere questo studio in ogni congregazione “, dice in dichiarazioni a Ep Zamora, in riferimento al recente pubblicazione, a cura della Compañía de Jesús, da un rapporto che include tutti i casi raccolti tra i gesuiti spagnoli dal 1927, e che ha confermato l’esistenza di 81 casi di abuso su minori da parte di 65 religiosi.
L’indagine dei gesuiti è doppiamente rilevante, perché è la più grande congregazione religiosa del mondo (e in Spagna), e perché non si nasconde in sotterfugi ammettendo la necessità di accompagnare, anche finanziariamente, i sopravvissuti. “Vogliamo imparare a chiedere scusa alle vittime e alla società, per gli abusi, per la cultura del silenzio, per non affrontare i fatti in modo diretto ed equo. Vogliamo tenere a mente le persone che subiscono questo danno e cercare di non raddoppiare il loro dolore “, ha sottolineato il provinciale dei gesuiti, Antonio Spagna.
Un “sistema di riparazione”
“In nessun caso comprendiamo che il risarcimento cancellerà la sofferenza, ma vogliamo fornire una risposta laddove possibile”, afferma José María Rodríguez Olaizola, responsabile della comunicazione della società. La Compagnia di Gesù ha deciso di trattare le riparazioni caso per caso e il suo obiettivo è “compensazione morale e assistenza nella guarigione e nel trattamento nei casi in cui è necessario”.
“Stiamo lavorando a come stabilire un sistema di riparazione, che speriamo di avere presto pronto, per offrire un risarcimento finanziario. Ci sono persone i cui casi hanno prescritto e non possono rivolgersi alla giustizia civile, e in quel caso studieremo caso per caso come per farlo, con una gamma di opzioni che si adattano al risarcimento della giustizia civile “, aggiunge. In sette casi, i gesuiti hanno già fornito “aiuti finanziari” alle vittime, che variano tra il risarcimento dei danni e il costo delle terapie psicologiche o cliniche derivate dal dolore causato.
Quello dei gesuiti è l’ultimo, ma non l’unico caso. Ed è che, a differenza di quanto accade nella Conferenza Episcopale, dove non esiste ancora una commissione specifica anti-abuso, che opera regolarmente, e non c’è un’indagine approfondita, né a livello diocesano né a livello globale degli anni ’70 Diocesi spagnole, molte congregazioni hanno optato per la trasparenza dei dati e l’apertura al risarcimento. Ancora una volta, la vita religiosa continua a dare l’esempio ai vescovi su come affrontare gli scandali.
“Siamo sopraffatti”
Diverse indagini, come quella condotta da El País(e che comprende molti dei casi raccolti, negli anni, da altri media e giornalisti, i maggiori ‘scopritori’ della pedofilia clericale in Spagna), portano a più della metà migliaia di casi noti di abusi nella Chiesa spagnola.
Le cifre, giornalistiche e per lo più ufficiose, sono “un piccolissimo campione di quanto è realmente accaduto in Spagna negli ultimi ottant’anni”, dall’inizio della dittatura, un funzionario vaticano che lavora nell’Ufficio che la Congregazione per la Dottrina di la Fede deve affrontare questi processi, e cioè “assolutamente sopraffatta” dall’arrivo di casi e dalla mancanza di personale ad esso dedicato. A due anni dal “Vertice anti-Pederastia” convocato da Papa Francesco, i cambiamenti, in pratica, sembrano più cosmetici che reali. Sebbene sia vero che tutte le diocesi spagnole (come dichiarato sul suo sito web dalla CEE)Hanno già uffici di cura e protocolli per segnalare che, in pochissimi casi, sono utili, confermano dalla Stolen Childhood Association.
Insieme ai gesuiti, l’altro grande movimento che ha svolto un’indagine approfondita sono stati i Legionari di Cristo, che hanno ammesso centinaia di abusi in tutto il mondo – molti dei quali a spese del loro fondatore, il predatore Marcial Maciel – e hanno risarcito diversi sopravvissuti . In Spagna i Salesiani riconoscono 28 casi, 15 per gli scolopi, 9 per i clarettiani o due per i marianisti. I maristi, che hanno in corso un’indagine, sono stati i primi a risarcire le vittime di abusi alla scuola Sants di Barcellona. Marianisti, Salesiani, Scolopi, Clarettiani o Corazonisti hanno incluso nei loro protocolli il risarcimento delle vittime. L’Opus Dei, da parte sua, continua con la sua strategia del silenzio, anche quando ci sono abusi confermati dalla Corte Suprema, comeil caso della scuola Gaztelueta .
Gli abusi sui minori nella Chiesa cattolica in Spagna continuano a venire lentamente alla luce e, dopo il passo dei gesuiti due settimane fa, riconoscono 81 vittime di 65 religiosi dal 1927 e la loro intenzione di risarcirle, altre congregazioni stanno già seguendo lo stesso percorso. EL PAÍS ha consultato 10 dei più grandi e sette rivelano di aver anche svolto indagini sul passato o sono in corso, e accettano anche di risarcire le vittime. Sono semplici revisioni di file, non studi rigorosi, che non hanno reso pubblico e sono lontani dal riflettere la realtà degli abusi in Spagna se confrontati con quelli di riferimento in altri paesi. D’altra parte, di queste dieci entità, i Fratelli Maristi, La Salle e gli Agostiniani continuano a rifiutarsi di rivedere il loro passato. Il resto ammette al momento 61 casi di pedofili religiosi, 42 dei quali fino ad ora sconosciuti. Se queste cifre si aggiungono a quelle dei gesuiti – 65 casi, 54 dei quali nuovi secondo le stime di questo giornale -, gli ordini ammettono 126 casi, 96 di loro sconosciuti fino ad ora. Questi numeri sparano alle statistiche totali e aumentano le vittime di abusi nella Chiesa in Spagna a più di 500, secondo la contabilità tenuta da EL PAÍS con informazioni su condanne, media e proprie indagini, in assenza di dati ecclesiastici e ufficiali .
Fino a questo mese erano noti 125 casi dal 1986, ma in un colpo solo dobbiamo aggiungerne altri 96. In totale, 221 con almeno mezzo migliaio di vittime dal 1927. Cioè, in poche settimane si sono conosciuti quasi gli stessi casi di 35 anni. E nell’ottobre 2018, quando questo giornale ha iniziato a indagare sugli abusi e ha aperto un’e-mail di denuncia , sono stati contati solo 34 casi. Successivamente, questo giornale ha ricevuto più di 200 messaggi e ha pubblicato una trentina di casi. Il numero è salito alle stelle con numerose segnalazioni di vittime nei media.
Scolopi, clarettiani, corazonisti e legionari di Cristo hanno già svolto indagini interne. Sono marianisti e salesiani, che danno dati provvisori, 28 in quest’ultimo caso, i più alti dopo i gesuiti. L’Opus Dei completa il suo studio interno. Queste indagini sono solo un primo e minimo passo verso la verità. Le ordinanze affermano che in passato non è mai stato denunciato, nella maggior parte dei casi solo l’accusato è stato trasferito, espulso o lasciato dalla congregazione, con la quale poteva continuare a commettere abusi in altri luoghi e l’istituzione l’ha ignorato. È solo un primo approccio a quanto accaduto. Un’altra iniziativa è stata quella di aprire le e-mail per ricevere reclami, un modo attraverso il quale sono emersi alcuni di questi crimini. In altri casi l’istituzione religiosa si limita a informarsi sulla stampa. Ernesto Gasco, che ha rivelato di essere stato vittima di abusi in un’intervista due mesi fa.
Gli scolopi della provincia centrale dell’ordine in Spagna hanno potuto tracciare solo le tracce di uno dei suoi membri, accusato nel 1972, che ha lasciato l’ordine ed è finito negli Stati Uniti. Dicono di aver assunto un detective per scoprirlo. Gli abusi che sono riusciti a determinare sono avvenuti a Madrid, Salamanca, Toro e nella diocesi di Cadice-Ceuta. Affermano che gli altri non hanno potuto saperne di più o dove sono avvenuti.
Le indagini sugli ordini non erano note e ora vengono alla luce solo le domande di questo giornale. I suoi risultati sono molto limitati e non sono stati realizzati da estranei, tranne che nella provincia catalana dei clarettiani. Non offrono dettagli – nomi, luogo e data degli eventi – che se divulgati potrebbero portare a più vittime. Grattano solo la superficie, ma sono ancora un’avanzata nella Chiesa spagnola, che fino al 2018 taceva. E, soprattutto, rende ancora più evidente la posizione della Conferenza episcopale spagnola (CEE), caso praticamente unico nei grandi paesi cattolici: si rifiuta di indagare sul passato e di considerare un risarcimento per queste vittime .
Si sono incontrati due anni del vertice in Vaticano sugli abusi sui minori tenutosi nel febbraio 2019 e la Chiesa spagnola ha appena preso provvedimenti. Gli uffici di assistenza alle vittime sono stati aperti solo in ogni diocesi, per ordine del Papa. Nell’ottobre 2018 ha creato una commissione contro la pedofilia per aggiornare i protocolli anacronistici in vigore dal 2010, ma più di due anni dopo non si sa nulla del suo lavoro. I vecchi continuano ad apparire sul suo sito web . La Cee ha scelto di non rispondere alle domande di questo giornale e fa riferimento a note e conferenze stampa del 2020. A novembre il portavoce dei vescovi, Luis Argüello, ha solo dichiarato che le denunce ricevute erano “zero o pochissime”.
GRAF7172. ROMA, 19/09/2020.- El secretario general de la Conferencia Episcopal Española, el obispo auxiliar de Valladolid, Luis Argüello (i), el presidente de la CEE, cardenal arzobispo de Barcelona, Juan José Omella (c), y el vicepresidente, cardenal arzobispo de Madrid, Carlos Osoro (d), que han sido recibidos en audiencia por el papa Francisco, han pedido este sábado que los responsables políticos españoles muestren mayor unidad en la gestión de la pandemia del coronavirus para responder a los problemas que enfrenta la gente, como la pérdida de empleos. EFE/Laura Serrano-Conde
Quanto alle indagini, la parola d’ordine è che ogni vescovo faccia ciò che vuole, a differenza delle conferenze episcopali di Stati Uniti, Germania, Paesi Bassi o Francia, che hanno condotto ampie indagini nei loro paesi. In Germania, i vescovi hanno commissionato un audit esterno . Ci sono voluti quattro anni e nel 2018 è stato reso pubblico: dal 1946 3.677 minori hanno subito abusi per mano di 1.670 religiosi. La stessa Santa Sede ha pubblicato due mesi fa il devastante rapporto McCarrick , che sottolineava come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI avessero ignorato le accuse di abusi.
La risposta delle 70 diocesi spagnole è stata lenta e poco trasparente. Tranne alcuni casi, a Cartagena, Madrid, Barcellona e Bilbao, i vescovati sono riluttanti a rendere pubblico il numero di casi che arrivano nei loro uffici. La stragrande maggioranza si rifiuta di indagare sui propri registri e di risarcire le vittime. La verità è che in tutti i paesi la realtà degli abusi del passato è venuta alla luce solo con autentiche commissioni per la verità – dei governi, della Chiesa o di entrambe – che hanno dato sufficiente seria fiducia alle vittime per fare il passo di raccontare il loro caso. In caso contrario, rimangono nascosti.
“L’equilibrio è molto scarso”, dice Juan Ignacio Cortés, autore di uno dei pochi libri sull’argomento pubblicati in Spagna, Lupi con pelle di pastore (San Pablo). “Un protocollo molto famigerato è ancora in vigore, hanno aperto uffici nelle diocesi, ma è stato fatto molto poco. In Spagna nessuno fa nulla, non è nell’interesse né della Chiesa né dello Stato, che in passato doveva vigilare perché molte istituzioni, dagli internati agli orfanotrofi, facevano parte del sistema di welfare statale. Anche adesso, nei pochi casi che arrivano in tribunale, le vittime non smettono di picchiarle, come nel caso Gaztelueta , dove la Corte suprema ha ridotto la penada 11 anni di carcere a due. C’è una totale mancanza di sensibilità da parte di tutti. Tutti dicono: che oltraggioso. Ma poi guardano dall’altra parte ”.
Stolen Childhood, la prima associazione nazionale delle vittime, ritiene che, nonostante gli ordini espliciti del Papa, alcune Conferenze episcopali “abbiano fatto pochissimi progressi e altre, come la Cee, niente”. Dubita dell’efficacia degli uffici diocesani e li definisce “una strategia di marketing ” per lavare via il passato della Chiesa. Al momento, avvertono, nessuno ha contattato le vittime giunte in associazione negli ultimi due anni, quasi un centinaio. “Dicono di aiutare le vittime, ma non hanno ancora rilasciato alcun rapporto. Non ci hanno nemmeno contattato ”, sottolinea Juan Cuatrecasas, presidente dell’associazione e padre della vittima del caso Gaztelueta . “Ripetiamo ancora che ci apriamo a collaborare con la Chiesa come intermediari”, dice.
Gemma Varona, criminologa dell’Università dei Paesi Baschi e che ha svolto uno studio pionieristico nel 2015 sui casi registrati in Spagna, elogia la decisione degli ordini di indagine, ma a fronte dell’unico rapporto noto, quello dei gesuiti, lei è molto critica. Egli ritiene che la sintesi che hanno rilasciato “sia incompleta e metodologicamente molto dubbia”. “Non spiegano come l’hanno fatto né rendono pubblico lo studio completo”, dice. Soprattutto, come hanno sottolineato le vittime, ritiene “ridicolo” il numero di casi che sta registrando. “Non è credibile, è di più, è incredibile che abbiano il coraggio di dirlo, qualche anno fa, come inizio, potrebbe essere accettato, ma siamo indietro da tempo”, dice.
L’indagine dei gesuiti indica che l’1% dei suoi membri dal 1927 ha commesso abusi. Gli studi più rigorosi che sono stati presentati, ad esempio negli Stati Uniti, Germania, Francia o Irlanda, concordano sul fatto che la cifra media è compresa tra il 4% e il 5% del clero. Dall’altra, rapporti come quello della Pennsylvania nel 2018 (300 sacerdoti accusati, 1.000 vittime) o quello più recente in Francia (1.500 sacerdoti, 3.000 vittime)mostrano che un molestatore abusa spesso di più di un minore. Varona ritiene che “le denunce devono essere per le vittime, che sono quelle che ne hanno bisogno, e quindi devono essere trasparenti e ben fatte. “Devi rispondere a queste domande: perché le vittime non denunciano? Perché non ti permetti? Ecco perché è dovuto un numero così basso ”. Questa specialista ha lavorato negli ultimi anni ad un altro studio sulle vittime, che presenterà quest’anno, e su tutti coloro che ha intervistato “la vittimizzazione secondaria è molto chiara”: si riferisce alla nuova sofferenza che denuncia e non viene ascoltata e anche mezzi maltrattati per la chiesa.
“Mi hanno rubato altri nove anni”
Il caso di Javier Paz, vittima di abusi a Salamanca, e uno dei primi a comparire in televisione nel 2014 , raccontando il suo caso, è significativo: “Mi hanno derubato di altri nove anni, da quando ho denunciato nel 2011, perché ho si sono fidati di loro, denunciando in sede vescovile, ma il processo canonico che hanno fatto è stato un teatro per farmi ingannare e in silenzio, finché non mi hanno accusato di volere solo soldi, mi hanno umiliato e ho deciso di apparire in tv. Ti schiacciano ancora e la ferita non si chiude ”. Aggiunge, in ogni caso, per sottolineare che un’altra parte della Chiesa fa bene il suo lavoro, che nell’attuale vescovo di Barbastro-Monzón (Huesca), Ángel Pérez Pueyo, ha trovato tutto il sostegno. La sua ultima battuta d’arresto: ha chiesto al Vaticano la documentazione del suo processo canonico e loro l’hanno negato.
Diversi ordini hanno pagato un risarcimento o sono disposti a farlo se il caso si presenta ma, a parte il risarcimento finanziario, Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna e specializzato in vittimologia, valuta i processi di giustizia riparativa: ” tra le parti coinvolte, e hanno un senso perché molti sono reati prescritti, non possono rivolgersi alla giustizia penale, ed è quasi più soddisfacente per le vittime ”. Gli Scolopi catalani, che hanno ricevuto consigli dalla Fondazione Vicki Bernadet, hanno fatto ricorso in alcuni casi alla mediazione del difensore civico, il Síndic de Greuges. “Era una vittima che abbiamo individuato e non voleva sapere niente di noi, e grazie alla mediazione abbiamo parlato con lui. È stato molto positivo, molti fantasmi sono caduti. Suppongo che pensasse di trovare la scuola degli anni Cinquanta e quando ci ha trattati ha cambiato la sua percezione. A Natale mi ha chiamato per congratularsi con me per le vacanze ”, dice il provinciale di quest’ordine in Catalogna, Eduardo Pini. “Se il Parlamento fa una commissione d’inchiesta, contino su di noi, la Chiesa deve affrontarlo e indagare”.
“Per le vittime è molto importante che ci sia un’istituzione laica e indipendente, perché non si fidano di loro”, spiega una portavoce. del Síndic. “Nelle adunanze c’è stato un importante ascolto attivo, che qualcuno le ascolti è già un passo, e poi si sono svolti compiti di mediazione con le congregazioni”. I Salesiani, ad esempio, non provvedono al risarcimento e si sono concentrati su un progetto di giustizia riparativa in cui, attraverso un team di lavoro esterno all’ordine, offrono terapie a lungo termine, della durata di circa 20 mesi. Hanno già avviato nove di questi processi dove, sottolineano, cercano “oltre a migliorare la salute delle vittime, di farsi riconoscere per i danni subiti.
Ma l’indignazione delle vittime non è solo con la Chiesa: “È un peccato che il Governo non faccia nulla. È un argomento molto delicato e nessuno vuole affrontarlo. Tutto ciò di cui hai bisogno è un gruppo di esperti, una dotazione e aprire un’e-mail, indagare. Non costa niente e noi cambieremmo la situazione ”, lamenta Manuel Barbero, presidente di Mans Petits e padre di una vittima. È l’associazione che ha aperto una causa contro i maristi a Barcellona e ha ottenuto un risarcimento di 400.000 euro per 21 famiglie. “Manca il coinvolgimento delle istituzioni, che avrebbero dovuto assumere il ruolo guida, come in altri Paesi. Nel 2010 in Belgio è intervenuto il Parlamento ed è stato creato uno speciale organismo di riparazione in collaborazione con la Chiesa ”, ricorda Josep Tamarit, professore di diritto penale all’Università aperta della Catalogna ed esperto di vittime.Era uno dei membri della commissione formata dal Síndic de Greuges, il difensore civico catalano, per indagare sul fenomeno in Catalogna. Il difensore civico catalano è una delle poche istituzioni che è intervenuta sul problema: nel 2019 ha creato questa squadra per ascoltare le vittime e ha presentato un rapporto lo scorso anno al Parlamento . Ha chiesto una commissione d’inchiesta sui casi prescritti. Anche il governo della Navarra è stato sensibile alle vittime nella comunità provinciale: sono state invitate al parlamento regionale, organizzato un congresso sul problema e finanziato terapie psicologiche. Nel resto della Spagna silenzio.
Se sei a conoscenza di un caso di abuso sessuale che non ha visto la luce, scrivici con il tuo reclamo a abusos@elpais.es
La Conferenza episcopale spagnola (CEE) e i vescovi non sono gli unici a non muoversi nella lotta contro gli abusi sui minori nella Chiesa, né lo fa lo Stato. Il ministero della Giustizia, quando era in carica Dolores Delgado (nella foto), ha fatto una prima mossa nel febbraio 2019, come reazione all’allarme sociale in un momento in cui stavano venendo alla luce decine di casi. Ha chiesto alla Cee di informarlo dei casi di cui era a conoscenza, gesto che lo ha fatto stare male nella gerarchia ecclesiastica. Tanto che non gli hanno nemmeno risposto. La cosa successiva che la giustizia ha fatto è stata richiedere un rapporto dall’ufficio del procuratore generale dello Stato sul problema. Quel rapporto è arrivato nel giugno 2019 ed è stato anche controverso, perché indicava l ‘”opacità” della Chiesa. Tuttavia, non aveva dati, perché le statistiche della Procura raccolgono i reati non lo status o la professione dell’imputato. In ogni caso, il rapporto sollecitava le autorità ad agire perché “le prospettive sono scarse” e “in questo tipo di comportamenti erano necessari meccanismi di persecuzione e riparazione”. Inoltre, ha indicato l’impegno della Procura a “collaborare e farsi coinvolgere nelle iniziative che si potrebbero sviluppare nel nostro Paese per ottenere una conoscenza storica” del problema. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco. Cosa è stato fatto da allora? Molto poco.
Il sistema statistico rimane lo stesso e non fornisce alcuna informazione. Un portavoce dell’Ufficio del Procuratore ammette che “questa difficoltà nella raccolta dei dati persiste”, a causa delle applicazioni informatiche stabilite, e che non dipende dall’Ufficio del Procuratore. L’unità specializzata per minori ha mantenuto contatti con la Conferenza Episcopale e altre istituzioni religiose, per rafforzare l’individuazione precoce del crimine e la protezione della vittima. Hanno anche aperto un file per raccogliere tutte le azioni in quest’area, ma riconoscono che con la pandemia tutto si è fermato. “Questo problema è di grande preoccupazione per la Procura e lo prendiamo molto sul serio, ma all’interno del nostro campo di azione e degli strumenti di cui disponiamo, il nostro ambito di azione è l’indagine procedurale”. Il problema è che la stragrande maggioranza dei casi in passato ha prescritto. In Cile,
I portavoce della giustizia riconoscono inoltre che in seguito non è stato fatto nulla. In parte perché il cambio di governo nel gennaio 2020 ha portato al trasferimento della giurisdizione degli Affari religiosi alla Prima Vice Presidenza, di Carmen Calvo, e lì non hanno affrontato la questione. L’unico anticipo è stato la bozza della legge per la tutela dei minori, che proroga il termine di prescrizione. È una delle principali pretese delle vittime, ma d’altro canto criticano che il testo non faccia alcun riferimento specifico al problema specifico dell’abuso sui minori nella Chiesa. La legge, in ogni caso, è ancora in attesa di elaborazione parlamentare.
Genova – Le indagini, della Procura e della Chiesa, per quanto delicate e in pieno svolgimento, non devono fare di tutta l’erba un fascio. E, soprattutto, non delegittimare un istituto «amato» da chi lo frequenta o l’ha frequentato, dai genitori dei suoi studenti, dagli altri religiosi.
Si vivono giorni di fibrillazione, a Cornigliano e non solo. Dove il Calasanzio, scuola superiore dei frati Scolopi, è finito al centro delle cronache per le vicissitudini che hanno travolto il suo ex rettore, padre Gianluca Depretto. Accusato da un ex seminarista di aver molestato sessualmente lui e altri ragazzini quasi vent’anni fa, e dall’economo di aver fatto spese folli con il bancomat dei religiosi. Il primo aspetto è al vaglio della Congregazione per la dottrina della fede, l’ex Sant’Uffizio, in Vaticano, dopo che da Genova è stata trasmessa la lunga memoria d’una “vittima”. Sulle spese sospette lavora invece la Procura, che ha iscritto Depretto sul registro degli indagati per appropriazione indebita.
Colpevole o innocente? Se per il momento è stato sospeso dal ruolo di rettore e trasferito, i moltissimi genovesi che lo conoscono attendono i verdetti per giudicare definitivamemte, ribadendo tuttavia d’averne un ricordo «eccezionale». E chi al Calasanzio continua a lavorare, come i genitori dei ragazzini che proseguono gli studi, chiede che la scuola venga dipinta per ciò che è: «Il personale laico, docente e non docente – scrivono per esempio i lavoratori in una nota diffusa ieri pomeriggio -, nell’attesa degli sviluppi delle indagini, ribadisce la propria serietà e la propria professionalità, con le quali ha da sempre svolto e continuerà a svolgere il compito didattico ed educativo affidatogli. Il Padre provinciale Ugo Barani resta l’unico soggetto deputato a fornire eventuali chiarimenti».
Genova – E’ una vicenda molto delicata quella che vedrebbe coinvoltopadre GianlucaDepretto, 39 anni, ex rettore dell’istituto Calasanziodi Cornigliano accusato di aver fatto sesso con alcuni ragazzini. Secondo indiscrezioni, le indagini della curia nei suoi confronti sarebbero partite da una vicenda di gestione delle casse del Calasanzio: il buco nel bilancio dell’istituto dopo l’esposto presentato nei mesi scorsi da padre Ugo Barani, 72 anni, considerato la massima autorità provinciale degli Scolopi. Sospetti ammanchi motivati da fini personali, con tanto di acquisti folli, spese eccessive come conti in alberghi di lusso e altro ancora.
La Procura indaga anche per appropriazione indebita dopo la sparizione di diversi quadri della scuola Rubens.
Ma successivamente sono emerse strane storie di abusi sessuali su minori. Oltre alla gravità dei presunti fatti in questione, c’è un aspetto che ancora più rabbrividire: una prima denuncia al tribunale ecclesiastico risalirebbe addirittura agli anni ’90: secondo la segnalazione presentata nella denuncia, l’allora giovanissimo sacerdone “accompagnava personalmente i ragazzi in bagno“.
Un primo verbale che però sarebbe stato tenuto chiuso nei cassetti per tutti questi anni. A Padre Depretto in passato sono stati affidati numerosi minorenni.
Per il momento su queste vicende non risultano accuse formali, intanto da qualche tempo è stato sospeso dall’incarico della gestione del Calasanzio.
Se i sospetti venissero confermati, si tratterebbe del secondo caso in pochi mesi relativo ad abusi sessuali su minori. Il primo, davvero gravissimo, è riguarda don Riccardo Seppia, altro uomo di chiesa del ponente genovese finito in uno scandalo di pedofilia e droga.