Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, Lombardi: chi copre deve rispondere alla comunità

    Abusi, Lombardi: chi copre deve rispondere alla comunità

    Il moderatore del vertice vaticano fa il punto dell’incontro alla televisione francese Kto: «Dopo la testimonianza di una vittima c’è stato il silenzio del Venerdì Santo»

    IACOPO SCARAMUZZI
    CITTÀ DEL VATICANO

    È «estremamente grave» coprire gli abusi sessuali sui minori e i vescovi che lo fanno devono rispondere «non solo a Dio ma alla comunità, alla Chiesa»: padre Federico Lombardi ha fatto il bilancio del vertice convocato dal Papa in Vaticano con i presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo (21 – 24 febbraio), di cui è stato moderatore, intervistato dalla televisione cattolica francese Kto, sottolineando che il «risultato più importante» dell’incontro è stata la presa di coscienza del problema da parte di tutti i presuli, che prima mancava, e precisando che ci sono «ancora passi da fare» nella Chiesa cattolica universale nell’accompagnamento delle vittime.

    La «coscienza universale non era ancora» presente in tutta la Chiesa «ed è esattamente il risultato più importante» dell’incontro, ha detto il Gesuita ospite venerdì sera della trasmissione Sans langue de buis. «Nel mondo, nella chiesa universale, abbiamo ancora situazioni differenti: ci sono persone molto consapevoli, che hanno fatto un percorso di ascolto, una conversione, e cercano di trovare risposte positive, ma ci sono altri che non hanno ancora capito bene, o non hanno capito per niente… Ci sono esperienze diverse, ci sono paesi dove non è stato ancora sollevato il problema. Il Papa ha capito che è un problema universale, ed era necessario convocare tutti i vescovi insieme affinché il corpo della Chiesa insieme prendesse coscienza e si mettesse in cammino per affrontare: un problema universale e una risposta universale», ha detto Lombardi.

    Ci sono, nella Chiesa, «resistenze», ma «non resistenze di opposizione, piuttosto di non comprensione: ed essere insieme, scambiarsi idee, ascoltare insieme testimonianze davvero molto forti, ha messo tutto in movimento: in soli tre giorni è stato un vero cammino». Se in passato c’erano vescovi che «dicevano che i preti sono loro figli e si preoccupavano di loro e di nascondere i colpevoli più che dei fedeli abusati», ora c’è «consapevolezza della responsabilità per tutti i figli della Chiesa», un campo nel quale c’è «ancora molto da fare, perché una cosa sono le linee guida e le procedure ma altra cosa, molto importante, è l’accompagnamento spirituale». In questo senso, «la responsabilità e l’accountability è una delle questioni più importanti, al centro dell’incontro» perché «coprire i crimini è una cosa estremamente grave. È la negazione della verità, della guarigione delle vittime ed è molto grave. Ora stiamo responsabilizzando i vescovi, che non solo sono responsabili ma se non agiscono bene devono risponderne: e questa è una delle cose concrete» che seguiranno all’incontro, «la procedure e le norme, per rendere conto non solo a Dio, ma alla comunità e alla Chiesa».

    All’incontro di fine febbraio, padre Lombardi ha notato che, in particolare, le testimonianze delle vittime sono state molto forti ed ha sottolineato in particolare la donna che, a porte chiuse, si è rivolta una sera ai vescovi: «È stata talmente forte che alla fine io, che ero il moderatore, non potevo dire più neanche una parola o fare annunci di lavoro per il giorno dopo: mi è sembrata la liturgia del venerdì santo e tutti, a partire dal Papa, con le lacrime agli occhi, sono passati a ringraziare questa donna, tutti sono partiti in silenzio: è stato uno dei momenti più effettivi dell’incontro. Non mi aspettavo che una testimonianza così breve sarebbe stata così potente per tutta l’assemblea». Ma, in generale, «per le vittime ci sono diversi passi da fare: il primo è ascoltare davvero, cosa che non è stata ancora fatta dovunque».

    Quanto al futuro, ha detto Lombardi: «Oggi ci sono persone che vengono alla luce sessant’anni dopo avere subito abusi: e quando arriveranno le persone che oggi sono in silenzio? Bisogna avere un quadro chiaro della dinamica del problema, e corriamo rischi importanti con lo sviluppo della società perché ci sono anche problemi nuovi con la digitalizzazione, la diffusione della pornografia, adulta e minorile: bisogna continuare ad approfondire e capire cosa succede».

    È necessario, ha detto l’ex Portavoce vaticano, «recuperare la credibilità per la comunità della Chiesa, per la missione di servizio dei giovani e dell’infanzia in solidarietà con l’umanità di oggi: le Nazioni Unite e tutti i paesi sono preoccupati della violenza sui minori, se la Chiesa vuole aiutare in modo efficace e credibile deve essere rinnovata e avere l’esperienza e la capacità di creare luoghi sicure per la gioventù a casa propria». Per questo, «non è solo una questione di organizzazione e procedura, è una questione molto più profonda», ha detto il Gesuita: la lotta agli abusi «è un test fondamentale del rinnovamento della Chiesa».

    In Francia, dove l’intervista è stata registrata e trasmessa, il tema degli abusi nella Chiesa sta avendo ampia eco. Nel paese, dove il nunzio apostolico è accusato di molestie, il prossimo giovedì, 7 marzo, il tribunale correzionale di Lione emetterà una sentenza nel processo che ha visto alla sbarra il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo della città francese, e cinque suoi ex collaboratori, accusati di non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di oltre settanta scout minorenni tra il 1986 e il 1991. Domani, martedì 5 marzo, la televisione franco-tedesca Arte manda in onda un documentario intitolato «Religiose abusate, l’altro scandalo della Chiesa», frutto di due anni di un’inchiesta internazionale sugli abusi sessuali subiti dalle suore di diversi paesi.

  • Vaticano: la stagione dell’ira

    Vaticano: la stagione dell’ira

    «Dies irae, dies illa, dies tribulationis et angustiae, dies calamitatis et miseriae, dies tenebrarum et caliginis, dies nebulae et turbinis, dies tubae et clangoris super civitates munitas et super angulos excelsos.»

    L’insieme della cronaca internazionale sugli abusi sessuali degli uomini di Chiesa (culminata a febbraio nel grande summit vaticano col quale il Papa oltre a condurre un collettivo atto penitenziale ha impostato una serie di rimedi alla catastrofe dimenticata) mostra al mondo le piaghe aperte dell’umanità con qualche sostanziale schifezza in più determinata dall’oblio in cui si sperava di far cadere i misfatti.

    Non aver reagito per tempo fa scontare alla Chiesa un peccato la cui condanna viene emessa con gli “interessi” del tempo e rappresenta un vulnus pericoloso per l’efficacia globale della sua azione.

    Ma non basta. La questione sessuale all’interno della Chiesa dovrà essere affrontata una volta per tutte visto che la pedofilia è soltanto la punta dell’iceberg di un problema secolare e comunque – come ha indicato la storica Lucetta Scaraffia a Euronews – gli abusi sulle religiose sono probabilmente un male ancora più dimenticato della pedofilia.

    E non ci sono quartieri che si salvano. Le remote periferie della Terra vengono assimilate alle porzioni benestanti delle città occidentali, europee.

    Il caso Preynat

    Il cardinale Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, ha contestato l’accusa di non aver denunciato gli abusi sessuali che il sacerdote Bernard Preynat ha compiuto a danno di decine di scout minorenni negli anni Settanta e Ottanta prevalentemente a Ste Foy Les Lyon, una delle periferie borghesi della ricca capitale della regione Auvergne-Rodano-Alpi.

    “Grâce à Dieu” (Gran Premio della giuria all’ultima Berlinale) è il titolo del film di François Ozon che riprende una poco felice esternazione del primate delle Gallie al processo che lo vede alla sbarra: Barbarin avrebbe detto :“Grazie a Dio è intervenuta la prescrizione” in relazione alle accuse ad un prete pedofilo.

    Con la proiezione del film di Ozon (fino all’ultimo si è tentato di ritardarne l’uscita in Francia) si riaprono le ferite anche fra i parrocchiani di Ste Foy Les Lyon i cui primi ricordi di Padre Preynat erano quelli di un “personaggio esuberante e amatissimo”, molto bravo nell’organizzare vacanze all’estero con i suoi scout. Questa come altre squallide vicende dimostrano quanto la catena di vigilanza gerarchica all’interno della Chiesa sia piena di falle e il reato di negligentia in vigilando diventi poi imperdonabile.

    L’associazione delle vittime dei pedofili francesi La Parole Libérée ha censito almeno 70 vittime presunte solo di padre Preynat, casi ormai in maggioranza prescritti.

    Le iniziative concrete che non possono fallire

    Dopo il summit del 21-24 febbraio tra papa Francesco e i capofila dei vescovi di tutto il mondo sulla protezione dei minori dagli abusi sessuali il moderatore dell’incontro, padre Federico Lombardi, ha informato sulle “iniziative concrete” che sono in gestazione come il nuovo Motu Proprio del papa ‘sulla protezione dei minori e delle persone vulnerabili’, per rafforzare la prevenzione e il contrasto contro gli abusi nella curia romana e nello Stato della Città del Vaticano. Ci sarà anche una nuova legge dello “Stato della Città del Vaticano e delle Linee guida per il Vicariato della Città del Vaticano sullo stesso argomento”.

    Si prospetta anche “La pubblicazione da parte della congregazione per la dottrina della fede di un ‘Vademecum’ che aiuterà i vescovi del mondo a comprendere chiaramente i loro doveri e i loro compiti”. Inoltre “nello spirito della comunione della Chiesa universale, il papa ha manifestato l’intenzione di favorire la creazione di ‘task force’ di persone competenti per aiutare le conferenze episcopali e le diocesi che si trovino in difficoltà per affrontare i problemi e realizzare le iniziative per la protezione dei minori”.

    «Giorno d’ira quel giorno, giorno di angoscia e di afflizione, giorno di rovina e di sterminio, giorno di tenebre e di caligine, giorno di nubi e di oscurità, giorno di squilli di tromba e d’allarme sulle fortezze e le torri.»

    https://it.euronews.com/2019/03/03/vaticano-la-stagione-dell-ira

  • VIDEO. “Non può esserci un Dio che permetta questo”: una vittima di un prete pedofilo testimonia di fronte al Vaticano

    VIDEO. “Non può esserci un Dio che permetta questo”: una vittima di un prete pedofilo testimonia di fronte al Vaticano

    Alessandro Battaglia dice di essere stato “abusato” all’età di 15 anni. Questo giovane italiano ha raccontato la sua storia a poche centinaia di metri dalla Santa Sede, mentre un summit ha riunito centinaia di vescovi per discutere della pedofilia nella Chiesa.

    “Quello che voglio raccontare stasera è l’abuso che ho vissuto.” Mentre i vescovi di tutto il mondo si sono riuniti per discutere della pedofilia nella chiesa da giovedì 21 febbraio a Roma per un summit storico, diverse vittime hanno deciso di far sentire la propria voce a poche centinaia di metri dal Vaticano. Tra questi, un giovane italiano di 22 anni, Alessandro Battaglia, ha consegnato una commovente testimonianza che ha colpito l’assemblea.

    >> Cosa ricordare dal Vertice Vaticano dedicato alla pedofilia

    Davanti alle telecamere, e in particolare quella del programma “C Politique” su France 5, ha detto che è stato “abusato” all’età di 15 anni “, dal prete” che considerava “come il migliore del mondo, a cui ho confidato la mia vita, a cui ho raccontato tutto “ .

    Non credo più in Dio perché non può esserci un dio che lo permetta.

    Alessandro Battaglia

    “Sono cresciuto in un ambiente cattolico, ero boy-scout, chierichetto, animatore nei i campi estivi organizzati dalla Chiesa, ha testimoniato Alessandro Battaglia.  E loro mi hanno tolto tutto questo, mi hanno tolto degli anni della mia vita.” “Tutti noi abbiamo fatto almeno un tentativo di suicidio“, ha aggiunto, “perché non si può convivere con queste cose”.

    “Non ho sentito scuse”

    Ha poi parlato del summit che si stava svolgendo in Vaticano: “Dobbiamo fermare tutto questo, e là dietro possono farlo”, ha detto, indicando la Santa Sede. Il papa alla fine ha promesso domenica “una lotta a tutti i livelli” contro l’abuso sessuale dei minori, “crimini abominevoli che devono scomparire dalla faccia della terra”. “Nessun abuso dovrebbe mai essere coperto, come era il caso in passato, e sottovalutato”, ha detto Papa Francesco.

    Non abbastanza per Alessandro Battaglia.  “Non ho sentito le scuse, niente di concreto, niente di giusto. Sono lì per parlare di auto-distruzione dei leader e delle vittime. Ma sono loro che ci hanno distrutto”, ha pianto alla conclusione del summit.

    https://mobile.francetvinfo.fr/societe/religion/pedophilie-de-l-eglise/video-ca-ne-peut-pas-exister-un-dieu-qui-permet-ca-une-victime-d-un-pretre-pedophilie-temoigne-devant-le-vatican_3206767.html#xtref=https://www.google.it/

  • Pedofilia nella Chiesa, una mamma racconta: «Mio figlio abusato dal prete»

    Pedofilia nella Chiesa, una mamma racconta: «Mio figlio abusato dal prete»

    di Franca Giansoldati

    «La denuncia va fatta alla polizia o ai carabinieri. Mai alla giustizia vaticana: quella non funziona, peggiora solo le cose. Lo voglio dire a quelle mamme che, come me, vivono l’incubo di un figlio abusato da un prete». Accanto alla madre c’è il padre, entrambi sulla cinquantina, lui cuoco e lei infermiera. Ci tengono a dire che la vendetta non fa parte del loro vissuto di credenti.

    «Abbiamo perdonato quel prete, ma ora vogliamo giustizia per nostro figlio che da cinque anni non è più lo stesso». Tutta la famiglia in questi giorni si trova a Roma per seguire, dall’esterno, il summit sugli abusi. «La nostra via crucis cominciò alla fine del 2011».

    Che accadde?
    «Uno dei nuovi sacerdoti della nostra parrocchia, don Mauro Galli, ci chiese se quella sera nostro figlio poteva dormire in oratorio. Fece intendere che c’era tutto il gruppo degli adolescenti. Per noi non vi erano pericoli, non ci ha sfiorato alcun dubbio. Abbiamo sempre frequentato la parrocchia. Io ho tenuto anche corsi di catechismo. Nostro figlio in quel periodo faceva parte del coro e del gruppo scout. Il giorno dopo però sono stata chiamata dalla scuola. Mi chiedevano di andare a prenderlo perché stava male».

    Si è preoccupata?
    «Relativamente. Ho pensato che forse non aveva studiato ed era un modo (scorretto) per saltare un’interrogazione. Così sono andata trovando mio figlio in uno stato di choc. Sguardo perso nel vuoto, muto, rigido, le braccia lungo i fianchi, non reagiva. Ho firmato l’uscita, l’ho preso sotto braccio e l’ho portato in macchina. In quel momento mi sono resa conto che era accaduto qualcosa di brutto. Non lo avevo mai visto così. Gli chiedevo se avesse fumato, preso qualcosa. Abbiamo fatto tutto il tragitto in silenzio. Poi una domanda lo ha scosso. Cosa è accaduto stanotte? A quel punto si è girato. Piangeva. Gli occhi suoi non li potrò più dimenticare. Mamma è accaduto quello che si può immaginare. E ho subito immaginato cosa».

    Choccante…
    «A casa si è messo a letto, con le persiane abbassate, io ho chiamato mio marito e mio fratello che si sono precipitati. Da quel momento è stato un incubo per tutti noi».

    Avete fatto la denuncia?
    «Volevamo prima capire. Per prima cosa siamo andati dal nostro parroco, il quale interpella don Galli che però nega tutto, affermando che hanno dormito assieme ma non è mai accaduto nulla. Qualche tempo dopo però viene spostato in un’altra parrocchia, a Legnano, tra l’altro ad occuparsi di 4 oratori. La decisione di spostarlo fu presa dall’attuale arcivescovo di Milano, Delpini che all’epoca era vicario episcopale. Mio figlio stava sempre peggio. Noi eravamo disperati. La psicologa di un istituto religioso che contattammo ci suggerì di aspettare a fare la denuncia alla polizia e di lasciare che del caso se ne occupasse la Chiesa. Così facemmo e siamo stati ingenui. A quel punto andammo a parlare con un prelato della curia di Milano che era responsabile della formazione dei giovani preti. Ci disse che non si poteva rovinare così un sacerdote. Si rende conto? Nostro figlio aveva persino tentato il suicidio, e lui ci parlava in quel modo. Più tardi quel vescovo è stato promosso a Brescia. Eravamo disperati. Abbiamo anche mandato a Papa Francesco una lettera per chiedergli perché, al di là delle belle parole, non vengono ascoltati davvero i patimenti delle vittime».

    Il processo canonico è iniziato nel 2015, mentre nel 2014 si è aperto quello al tribunale a Milano dal quale don Galli è stato poi condannato a 6 anni e quattro mesi…
    «Esatto. Abbiamo perso tanto tempo inutile seguendo la giustizia del Vaticano. Le denunce vanno subito fatte alla polizia o ai carabinieri. Mai ai tribunali della Chiesa perché lì c’è ancora un sistema che tende a demolire le vittime, denigrarle, svergognarle, umiliarle inutilmente per proteggere il potere clericale. Non trovo la misericordia verso chi ha sofferto. E la Chiesa su questo punto si gioca la sua credibilità».

    Papa Francesco vi ha risposto?
    «Mai»
    E la curia di Milano?
    «Ci sono stati versati a titolo di risarcimento 100 mila euro. Praticamente quello che finora abbiamo speso tra avvocati e spese mediche. Abbiamo anche saputo che la Chiesa ha richiesto l’appello con la motivazione che oggi la figura di un sacerdote appare, a priori, un soggetto potenzialmente colpevole in materia di abuso a danno di minori. A questo punto noi non possiamo più permetterci di sostenere le spese processuali e ci siamo costituiti parte civile. In un primo momento avevamo pensato di vendere la nostra casa ma dobbiamo pensare ai ragazzi, a farli studiare, non possiamo permettercelo».

    Cosa pensa di questo summit sugli abusi?
    «Glielo ho detto prima. Credo che sia l’ultima chance per la Chiesa per dimostrare veramente di essere credibile e trasparente. Al momento non è così. Tante belle parole e pochi fatti. Almeno in Italia dove tutto è davvero opaco».

    https://www.ilmessaggero.it/pay/edicola/pedofilia_summit_vaticano_papa_francesco_mamma_figlio_abusato-4318040.html

  • Francois Ozon: pedofilia e omertà nella Chiesa cattolica

    Francois Ozon: pedofilia e omertà nella Chiesa cattolica

    Cristiana Paternò

    BERLINO – La parola che libera. E’ il tema di fondo del nuovo film di Francois Ozon (Doppio amore, Frantz, 8 donne e un mistero) in concorso alla Berlinale (è la sua quinta volta in questo festival). Grace à Dieu, questo il titolo nettamente sarcastico, è un film abbastanza anomalo nella filmografia del regista francese, anche perché ispirato a un fatto di cronaca, l’inchiesta sul prete pedofilo Bernard Preynat – il dibattimento è ancora in corso, la sentenza è attesa entro l’anno – accusato di aver abusato di una settantina di boy scout nell’omertà e nel silenzio delle alte sfere religiose che, pur sapendo da tempo, non hanno mai sospeso il sacerdote che ha continuato a occuparsi di minorenni e a dire messa.

    Il film, che ha una struttura in qualche modo tripartita, si concentra su tre casi in un crescendo di pathos e partecipazione: quello di Alexandre (Melvil Poupaud), un alto borghese ultracattolico che è il primo a denunciare, ma lo fa rivolgendosi soltanto alle autorità ecclesiastiche; Francois (Denis Ménochet), ateo dichiarato che sporge denuncia e alimenta il caso anche sui media; Emmanuel (Swann Arlaud), ragazzo fragile che porta conseguenze indelebili delle molestie subìte. Ognuno di loro ha accanto un tessuto familiare a volte in grado di sostenere la sua difficile battaglia per la verità, altre volte ostile. E questa dialettica privata viene restituita da Grace à Dieu con molta verità e attenzione perché l’intento di denuncia è sempre perfettamente bilanciato con lo scavo del vissuto dei personaggi.

    Ozon, che ha incontrato i membri dell’associazione delle vittime La Parole Libérée per scrivere la sceneggiatura, non ritiene che il film avrà un impatto diretto sul processo. “Tutto ciò che raccontiamo è già apparso sui giornali francesi, non ci sono rivelazioni. Penso che il nostro sistema giudiziario sia abbastanza solido da sostenere l’impatto di una pellicola”, dice in conferenza stampa.

    In attesa della proiezione di lunedì 11 febbraio a Lione, la città dove si sono svolti i fatti, Ozon ammette tuttavia di aver subìto pressioni per fermare l’uscita nelle sale. “Molti di coloro che ci attaccano, non hanno visto il film, quindi lo fanno per partito preso”. E aggiunge: “Le riprese, a parte alcuni esterni, sono avvenute in Belgio e Lussemburgo, proprio per evitare pressioni e censure da parte di una città estremamente cattolica”. Del resto, non sono mancate le difficoltà nel trovare finanziamenti, ad esempio Canal plus si è tirata indietro e il film aveva inizialmente.un “falso titolo” per sviare l’attenzione. Recentemente gli avvocati di Preynat e di Régine Maire, che si era occupata degli abusi per conto della diocesi e che è accusata insieme al cardinal Barbarin di non aver denunciato all’autorità giudiziaria, hanno querelato la produzione chiedendo di non usare i nomi dei loro assistiti e minacciando di bloccare l’uscita.

    Ozon ha raccontato di essere partito dal desiderio di fare un film sui sentimenti e le emozioni di alcuni personaggi maschili dopo aver a lungo raccontato l’animo femminile. “Quando mi sono imbattuto nel sito delle vittime, La Parole Libérée, mi ha toccato molto e ho capito di aver trovato l’argomento giusto”. Spiega di aver cercato il punto di vista umano, piuttosto che quello giudiziario: “La pedofila riguarda tanti ambiti della società, lo sport, le parrocchie ma anche la famiglia, anzi soprattutto la famiglia”.

    A proposito della scelta di passare da un personaggio all’altro, spiega: “E’ andata proprio così. Alexandre ha veramente iniziato da solo a denunciare, poi c’è stato un commissario di polizia che ha dato il via a un’inchiesta e poi si sono aggiunte le varie testimonianze. Una sorta di passaggio del testimone tra i vari protagonisti”.

    Ad agevolare il lavoro preparatorio d’inchiesta è stata proprio la scelta di un film di finzione: “Sia le vittime che i parenti erano stati intervistati decine di volte dalle tv, ma si sono fidati e aperti di più sapendo che si trattava di una storia di finzione e non di un documentario”. E ancora: “Non lo considero un film politico, ma piuttosto civile. Spero che aprirà il dibattito anche nella Chiesa, che romperà il silenzio”.

    Grace à Dieu più volte chiama in causa le posizioni nette di Papa Francesco (decisive le sue dichiarazioni pubbliche nel convincere Alexandre ad aprire il caso dopo oltre trent’anni), ma il punto di vista è sostanzialmente laico e non manca una drammatica battuta sull’esistenza di Dio che sembra destinata a sparire sullo sfondo nonostante i costanti inviti dei prelati alla preghiera e al perdono. Anche se Ozon dice di non voler mettere in discussione la fede ma solo l’istituzione ecclesiastica, è difficile credergli fino in fondo.

    Venduto in tantissimi territori (in Italia l’ha acquisito Academy Two), Grace à Dieu rilancia anche il discorso sui tempi di prescrizione dei reati sessuali (una delle richieste più pressanti del movimento #MeToo): “Per le vittime di abusi è molto difficile parlare, spesso lo fanno solo dopo essersi realizzate nella vita familiare e lavorativa. Vent’anni sono troppo pochi, adesso il limite è salito a 30, grazie a questa inchiesta, ed è un passo avanti”.

    https://news.cinecitta.com/IT/it-it/news/55/77666/francois-ozon-pedofilia-e-omerta-nella-chiesa-cattolica.aspx

  • Abusi su minori: l’Abbazia di Monserrat non ha mai denunciato. Aperta l’indagine

    Abusi su minori: l’Abbazia di Monserrat non ha mai denunciato. Aperta l’indagine

    BARCELLONA-ADISTA. Il difensore civico catalano Rafael Ribó ha annunciato il 30 gennaio scorso l’apertura di un’indagine sulle accuse di abusi sessuali commessi su minori nel Monastero di Montserrat e in altri istituti ecclesiastici. L’Ufficio Reclami catalano (Sindicatura de Greuges) cui fa capo Ribò, ha emesso un comunicato nel quale ha segnalato che la Chiesa cattolica deve assumersi un impegno fermo nella lotta contro l’abuso sessuale infantile» e che «solleciterà le autorità ecclesiastiche a svolgere azioni di prevenzione, individuazione, formazione dei professionisti e denuncia» dei casi di abuso.

    L’Ufficio ha comunicato che chiederà informazioni alla Generalitat della Catalogna, alla Conferenza episcopale Tarraconense e all’Abbazia di Montserrat (Barcellona) riguardo ai casi recentemente venuti alla luce. I responsabili dell’istituzione religiosa hanno annunciato pochi giorni fa la creazione di una commissione per indagare sui casi segnalati, che ad oggi ammontano a cinque.

    Una «pioggia di denunce», scrive El País (30/1), è giunta al difensore civico da quando il 19 gennaio il quotidiano spagnolo ha rivelato che i due ultimi abati del monastero di Monserrat, Sebastià Bardolet e l’attuale, Josep Maria Soler, sapevano dal 1999 dell’esistenza di almeno una denuncia di abusi su un minore commessi agli inizi degli anni ’70 dal monaco Andreu Soler e non hanno preso alcuna misura. Un anno dopo la denuncia, l’accusato – fondatore del gruppo scout del Monastero – fu trasferito in un altro centro dell’Ordine benedettino, El Miracle (Lledia), ma l’Abbazia, secondo quanto ha ammesso la stessa parlando con a El País, non denunciò gli abusi alla polizia, non aprì alcun procedimento canonico, né notificò il fato al Vaticano, sebbene dal 2001 viga l’obbligo di comunicare a Roma le denunce di abusi. Oggi l’Abbazia non farebbe lo stesso errore, ha dichiarato al quotidiano.

    https://www.adista.it/articolo/60671

  • Lione, prete pedofilo: testimoniano le vittime

    Lione, prete pedofilo: testimoniano le vittime

    Per dare la possibilità di ascoltare tutte le testimonianze, verrà prolungato di un giorno, fino a giovedì, il processo a Lione che vede imputati l’arcivescovo Philippe Barbarin e altri cinque membri della sua diocesi, per non aver denunciato gli abusi sessuali su minori compiuti tra gli anni Settanta e Novanta da padre Bernard Preynat, responsabile del gruppo scout.

    Nel luglio 2014 uno di quegli ex bambini, Alexandre Hezez, parla con Barbarin delle violenze subite. Il Cardinale convoca Preynat, che ammette i fatti ma giura che non si sono più ripetuti dopo il 1991. L’Arcivescovo dice di avergli creduto.

    Hezez non molla, si rivolge alla giustizia. Barbarin lo invita a scrivere una lettera di denuncia, che il Cardinale trasmette al Vaticano, chiedendo cosa fare. Roma risponde di allontanare il prete ma di evitare lo scandalo pubblico. Solo a questo punto Barbarin attua la sospensione di Preynat. È il settembre del 2015.
    Le vittime si chiedono perché si sia aspettato così tanto tempo. Notizie sul pedofilo circolavano già dagli anni Novanta nell’ambiente.
    “Chi ha lasciato Preynat agire indisturbato fino al settembre del 2015 ha delle responsabilità. Lo hanno addirittura promosso, quasi incoraggiandolo quando gli hanno chiesto di occuparsi dei bambini nuovi arrivati, offrendogli su un piatto d’argento vittime fresche”, dice Didier Burdet, insieme a suo fratello Christian, finito nella rete del pedofilo.

    “Mi ha preso tutto, mi ha rubato l’infanzia. Quando si subiscono violenze come quella che mi è stata fatta, come oggi ho raccontato, ci si pone continuamente delle domande, che non trovano risposta”, dice Christian.

    Alexandre Hezez, dice di aver provato rabbia quando ha scoperto che non era stato il primo a parlare di Preynat alla Chiesa lionese. Si poteva intervenire prima e salvare dei bambini. Ha lottato per avere questo processo.

    “Le testimonianze rese dalle vittime oggi sono state importanti, il loro impatto significativo, anche se la difesa dirà che è qualcosa di accessorio”, dice Alexandre, che al giudice ha raccontato come Preynat abusò di lui quando aveva otto anni, e per i tre anni sucessivi.

    Barbarin e gli altri rischiano fino a tre anni di prigione, e 45mila euro di multa.

    Delle violenze, di cui è accusato, Preynat dovrà rispondere in un altro processo, che si dovrebbe tenere quest’anno.

  • Francia, cardinale Barbarin alla sbarra: mai coperto abusi pedofili

    Francia, cardinale Barbarin alla sbarra: mai coperto abusi pedofili

    Arcivescovo di Lione in aula per apertura processo a suo carico

    Lione, 7 gen. (askanews) – “Non ho mai cercato di di nascondere, nè tantomeno di coprire, questi fatti orribili”. Il cardinale francese Philippe Barbarin ha preso la parola in aula per la prima udienza del processo al suo carico, nel quale è imputato con altri cinque persone per aver mancato di denunciare delle aggressioni sessuali ai danni di minori. Da quando lo scandalo è scoppiato tre anni fa, l’arcivescovo di Lione ha già negato i fatti che gli vengono addebitati, pur riconoscendo errori di valutazione e chiedendo perdono alle vittime di preti pedofili. Ma nel 2016 a Lourdes, in occasione di un’assemblea di vescovi aveva avuto parole che avevano provocato polemiche dichiarando che “Grazie a Dio, la maggioranza dei fatti” di abuso sessuale era “prescritta”.

    “Non ho sempre usato le parole migliori e più adatte” ha ammesso l’arcivescovo di Lione in una dichiarazione letta alla sbarra, prima di rispondere alle domande dei giudici. Il primate dei Galli compare in aula fino a mercoledì con cinque ex rappresentanti della diocesi di Lione per non aver denunciato gli abusi sessuali compiuti su giovani scout della regione da un sacerdote, Bernard Preynat, tra il 1986 e il 1991.

    Nel 2016 la procura aveva chiesto il proscioglimento, ma le vittime che avevano denunciato Barbarin hanno chiesto un esame diretto degli accusati davanti al tribunale. Monsignor Barbarin aveva avuto notizia degli abusi negli anni Duemila e aveva incontrato padre Preynat nel 2010. Il sacerdote di aveva giurato di non aver mai ricominciato a molestare i ragazzi. “Tutti mi rimproverano di avergli creduto” ha detto Barbarin alla sbarra. “Di fatto, in seguito non sono stati mai riscontrati fatti penalmente rilevanti” ha sottolineato l’alto prelato, a processo anche per “omissione di soccorso”. L’arcivescovo ha consentito a Preynat di restare a contatto con bambini fino al 2015, quando il sacerdote è stato denunciato da un ex scout, che ha denunciato anche il cardinale nel 2016.

    http://www.askanews.it/esteri/2019/01/07/francia-cardinale-barbarin-alla-sbarra-mai-coperto-abusi-pedofili-pn_20190107_00199/

  • Pedofilia, il cardinale Barbarin: “Ho fatto come mi ha detto Roma”

    Pedofilia, il cardinale Barbarin: “Ho fatto come mi ha detto Roma”

    Si è aperto questo lunedì mattina a Lione il processo contro l’arcivescovo della città, il cardinale Philippe Barbarin, accusato di aver coperto, lasciandolo al suo posto per parecchio tempo, padre Bernard Preynat reo confesso di abusi sessuali su oltre 70 minori durante il periodo in cui era responsabile del gruppo scout, tra il 1970 e il 1980.

    Questo processo è importante, speriamo che sia utile anche per altri casi, e che la gente cambi percezione del problema della pedofilia, dentro e fuori dalla chiesa

    PIERRE-EMMANUEL GERMAIN-THILLvittima di pedofilia

    VALERIE GAURIAT, corrispondente di EURONEWS:“La sala alle mie spalle è colma. Il cardinale Barbarin è una delle figure principali della Chiesa cattolica francese ed è stato, tra l’altro citato come uno dei possibili candidati al soglio papale. Per le presunte vittime, più che un processo ai singoli è un processo all’intero sistema. Quello della Chiesa cattolica e della sua tradizione di omertà”.

    Il processo al cardinale di Lione durerà fino mercoledi. Euronews ha chiesto un’opinione a una delle vittime, PIERRE-EMMANUEL GERMAIN-THILL: “Il processo è un modo per far rispondere di fronte alla giustizia le persone incriminate per fatti come questi. E’ molto importante e speriamo che sia utile anche per altri casi, e che la gente cambi percezione del problema della pedofilia, dentro e fuori dalla chiesa”.

    Il vescovo è stato chiamato a comparire in un giudizio diretto per volere di dieci delle vittime che non si sono arrese di fronte all’archiviazione del caso da parte della procura che nel 2016 ha giudicato prescritto il reato di mancata denuncia.

    Nel febbraio del 2016 il cardinale Barbarin aveva fatto pubblicamente mea culpa chiedendo perdono per non aver preso l’iniziativa di indagini approfondite e per non aver sanzionato il sacerdote immediatamente dopo aver ricevuto la prima testimonianza di abusi, atti che lui stesso definisce indegni del ministero ecclesiale.

    “Mi sono fidato delle sue parole”
    Si dichiara innocente il cardinale Barbarin. Ma i dettagli che sono venuti fuori dalla prima giornata sono inquientati. Il cardinale ha saputo delle molestie degli anni 80-90 nel 2010 e a quel punto ha incontrato il prete e si è fidato della sua parola che non c’era stato un seguito. Nel 2014 poi ha inoltrato al Vaticano la testimonianza di una vittima e di fronte alla richiesta di rimozione ha esitato per qualche mese “per non creare uno scandalo, come mi aveva chiesto Roma”, dice Barbarin

    “La questione è questa: il cardinale Barbarin ne sapeva abbastanza per poterlo andare a denunciare in procura – dice il suo avvocato – Ne sapeva abbastanza da poter chiamare il suo autista e farsi portare al palazzo di giustizia, questa è la domanda, non ce ne sono altre”.

    “Finora il dibattito è rimasto sul piano morale – dice François Devaux il confondatore dell’associazione delle vittime La Parole libérée – Finora era rimasto tutto sul piano dei media, dell’opinione pubblica. Ora ci rivolgiamo alla giustizia e vediamo se morale e giustizia stanno dalla stessa parte. Vediamo la giustizia da che parte sta”

    Quest’anno si apre anche il processo a Bernard Preynat, il prete che il cardinale avrebbe coperto.

    https://it.euronews.com/2019/01/07/pedofilia-al-via-a-lione-il-processo-contro-l-arcivescovo-barbarin

  • ARCIVESCOVO LIONE A PROCESSO: COPRÌ ABUSI DI UN PRETE PEDOFILO?/ Mons. Barbarin: “Ho un solo giudice: Dio”

    ARCIVESCOVO LIONE A PROCESSO: COPRÌ ABUSI DI UN PRETE PEDOFILO?/ Mons. Barbarin: “Ho un solo giudice: Dio”

    Arcivescovo Lione a processo: coprì abusi di un prete pedofilo? Monsignor Barbarin sotto accusa: maxi-scandalo in Francia. Lui: “Ho un solo giudice: Dio”.

    Dario D’Angelo

    L’arcivescovo di Lione, Philippe Barbarin, andrà a processo lunedì per uno scandalo legato alla pedofilia: il cardinale è accusato infatti di aver coperto insieme ad altri 5 componenti della sua diocesi gli abusi sessuali su alcuni boy scout compiuti tra gli anni Ottanta e Novanta dal prete locale Bernard Preynat. Un’accusa pesantissima, che non può non mettere in imbarazzo lo stesso Vaticano, soprattutto alla luce del ruolo di primissimo piano occupato da Philippe Barbarin. Lo scandalo è venuto alla luce nel 2015, quando l’ex scout Francois Devaux ha denunciato Preynat per aver abusato di lui 25 anni prima, e Barbarin, superiore del sacerdote, sostenendo di aver saputo dell’abuso ma di averlo coperto. Come riportato da France24, dopo sei mesi di indagini e 10 ore di interrogati con Barbarin, gli investigatori hanno abbandonato il caso nel 2016, concludendo che le accuse contro l’arcivescovo erano o troppo vecchie o impossibili da provare. Un gruppo di vittime, però, è riuscito a riaprire il caso, facendo sì che Barbarin e gli altri, tra cui l’arcivescovo di Auch e il vescovo di Nevers in Francia, finissero a processo.

    ARCIVESCOVO LIONE A PROCESSO: COPRÌ ABUSI DI UN PRETE PEDOFILO?

    La delicatezza del caso che coinvolge l’arcivescovo di Lione è data anche dal sostegno che Papa Francesco gli ha manifestato. Il Santo Padre ha infatti incontrato monsignor Barbarin nell’ottobre del 2017, cioè dopo che il rinvio a giudizio era stato comunicato. Anche il capo della potente Congregazione per la Dottrina della Fede del Vaticano, l’arcivescovo spagnolo Luis Francisco Ladaria Ferrer, è stato accusato di complicità nel presunto insabbiamento a Lione. In corrispondenza con Barbarin, il numero tre del Vaticano aveva consigliato al cardinale di adottare “le necessarie misure disciplinari evitando lo scandalo pubblico”: un’espressione interpretata come un avvertimento per mantenere il silenzio sulla vicenda. Lo scout abusato, Devaux, ha dichiarato: “Speriamo questa volta di avere una sentenza che sarà chiara e ovvia per tutti”. Il suo gruppo di vittime, La Parole Liberee (Freed Speech), è nato con una manciata di persone, ma presto ha ricevuto chiamate e testimonianze da un totale di 85 persone che affermano di essere state vittime di Preynat a Lione. L’arcivescovo di Lione, monsignor Barbarin, dal canto suo, in un viaggio recente a Lourdes ha dichiarato:”Ho un solo giudice che è il Signore”.