Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Pedofilia, caso prescritto ma la vittima può chiedere il risarcimento dei danni

    Pedofilia, caso prescritto ma la vittima può chiedere il risarcimento dei danni

    La Corte d’appello di Genova riapre la strada al procedimento civile per il risarcire danni a una presunta vittima di pedofilia, pur in assenza della condanna penale, venuta meno a causa della prescrizione.

    Torna attuale il dramma degli abusi sui minori, che travolse, agli inizi degli anni duemila, la diocesi savonese. La Corte d’appello di Genova ha deciso di rivalutare la vicenda di Mirko Gabossi, oggi quarantaduenne, che all’età di undici anni sarebbe stato tra le vittime degli abusi di don Nello Giraudo in occasione di un campo estivo a Feglino, organizzato dal sacerdote stesso.

    Il giudice Luigi Acquarone, del Tribunale di Savona, aveva archiviato il caso valutando di non stabilire, a livello temporale, il momento della maturazione del trauma della presunta vittima attraverso una perizia psichiatrica. Il procedimento era stato, così, archiviato.

    Ora, la decisione della Corte d’appello genovese e la riapertura del caso che, ad oggi, costituisce un unicum in Italia: si tratta del primo procedimento civile per risarcimento danni di un caso di pedofilia, riaperto senza che si sia giunti alla condanna penale, per la sopraggiunta prescrizione.

    Proprio l’aspetto temporale costituisce il fulcro del tema: secondo la linea difensiva del giovane, portata avanti dall’avvocato Francesca Rosso e avvalorata da svariate sentenze della Cassazione, la consapevolezza di avere subito violenze sessuali in giovane età, nella maggior parte dei casi, matura nella vittima solo dopo un percorso complesso e travagliato, che richiede anni.

    Da qui, spesso, il ritardo nelle denunce e, di conseguenza, in molti casi, anche l’arrivo della prescrizione. La Corte di Genova ha deciso di riaprire il caso e il percorso civile, mirato al risarcimento danni, valutando, attraverso una nuova perizia, il momento in cui nel giovane scattò la consapevolezza del danno subito.

    La presunta vittima, Mirko Gabossi, che è stato sostenuto dall’associazione Rete l’Abuso di Francesco Zanardi, sarebbe stato abusato all’età di undici anni, nel 1992, da Nello Giraudo, durante un campeggio estivo a cui aveva aderito anche la parrocchia di Calice, di cui lui faceva parte.

    Giraudo era stato condannato per un altro caso: nel 2012 aveva patteggiato un anno di carcere per aver abusato di un quindicenne in un campo scout a Finale. Era il 2005 e il reato non era caduto in prescrizione come altri. Oggi, con la decisione della Corte d’appello di Genova, la città fa un balzo indietro ricordando il dramma degli anni in cui i casi erano esplosi.

    Il prossimo 6 giugno verrà nominato dal Tribunale genovese il ctu, il consulente tecnico d’ufficio, mentre il ctp (consulente tecnico di parte) è già stato scelto: sarà Maurizio Panza.

    Silvia Campese – IL SECOLOXIX del 4/5/23

  • Genova, violenza sessuale su tredicenne al campo scout: il volontario (condannato) è sparito

    Genova, violenza sessuale su tredicenne al campo scout: il volontario (condannato) è sparito

    Genova – L’incubo durante il campo estivo in Val Pellice, in Piemonte. Marta (il nome è di fantasia per tutelare la privacy della minorenne), studentessa genovese di tredici anni, partecipa al raduno con i compagni della parrocchia di Genova.

    È durante questa vacanza che subisce abusi sessuali ad opera di un volontario della struttura. Un richiedente asilo di 34 anni originario del Gambia che da quel giorno si è reso irreperibile ma su cui pende una condanna per violenza sessuale aggravata su minore a tre anni e sei mesi di reclusione.

    Nelle scorse settimane il tribunale di Torino lo ha condannato in primo grado in contumacia. L’uomo era arrivato in Italia ed era finito affidato ad una associazione di volontariato che collaborava con la parrocchia aveva organizzato il raduno scout. E di cui Marta faceva parte.

    Le indagini che hanno portato all’identificazione del volontario sono state condotte dalla squadra mobile di Genova a cui si sono rivolti i genitori della giovane.

    I fatti risalgono all’estate di tre anni fa. Marta, appassionata scout, era partita per la Val Pellice e precisamente con i compagni per un campo estivo nella zona. E qui che erano scattati gli abusi sessuali. Due almeno quelli che hanno contestato e riconosciuto i pm torinesi che hanno seguito il caso. La giovane aveva raccontato delle violenze subite ai genitori al ritorno a casa. E così erano scattate le indagini della sezione reati contro la persona della squadra mobile.

    I poliziotti, diretti dal primo dirigente Stefano Signoretti, avevano ricostruito quanto accaduto ma soprattutto avevano identificato il volontario accusato delle violenze sessuali sulla ragazzina. Lo stesso nel campo estivo aveva il compito di occuparsi delle pulizie della struttura, di cucinare e curare l’area verde esterna.

    In prima battuta il giovane, sentito dalla polizia, aveva negato ogni addebito spiegando di essere «assolutamente estraneo alla vicenda». «Non ho fatto nulla a quella ragazzina – aveva giurato sentito in questura a Genova – Si è trattato di un fraintendimento». Nei suoi confronti non era stata spiccata dalla Procura alcuna misura cautelare in attesa dei successivi atti d’inchiesta.

    E però da quel giorno il volontario di origine gambiana ha fatto perdere le proprie tracce. Non ha partecipato alle udienze e si è reso irreperibile. E non è escluso che non appena la sua sentenza passerà in giudicato venga spiccato nei suoi confronti un ordine di arresto internazionale.

    Il richiedente asilo è stato assistito nel procedimento penale dall’avvocato di Torino, Riccardo Magarelli che ora sta valutando se presentare appello contro la sentenza di primo grado dei giudici. Magarelli era stato contattato dall’associazione di volontariato genovese.

    Determinante per arrivare alla condanna, l’incidente probatorio che ha visto la studentessa raccontare davanti ai giudici quanto avvenuto all’interno del campo estivo. Racconti, con l’ausilio di uno psicologo, che hanno permesso di ricostruire gli abusi sessuali.

    La famiglia della studentessa vittima delle violenze si è costituita parte civile nel procedimento. Ed è stata assistita nel corso del procedimento penale dall’avvocato Silvia Lorenzino.

  • I legislatori della California cercano di porre fine allo statuto civile di prescrizione delle denunce per abusi sessuali su minori

    I legislatori della California cercano di porre fine allo statuto civile di prescrizione delle denunce per abusi sessuali su minori

    Le vittime infantili di abusi sessuali in California non dovrebbero più affrontare le scadenze per presentare azioni civili contro i loro presunti autori di abusi in base a un nuovo disegno di legge annunciato lunedì dal membro dell’Assemblea Dawn Addis (D-Morro Bay) e dalla senatrice Nancy Skinner (D-Berkeley).

    Il Justice for Survivors Act cerca di porre fine allo statuto civile di prescrizione per gli abusi sessuali su minori, comprese le denunce contro le istituzioni che potrebbero aver consentito o coperto gli abusi. Secondo l’attuale legge dello stato, i sopravvissuti sono tenuti a presentare ricorso in tribunale civile entro il loro 40 ° compleanno o, in alcuni casi, entro cinque anni dalla scoperta del loro abuso da adulti.

    “Eliminando lo statuto civile di prescrizione per gli abusi sessuali su minori, stiamo aiutando i sopravvissuti a farsi avanti per cercare la chiusura critica di cui hanno bisogno”, ha detto Addis in un comunicato stampa rilasciato lunedì. “È ora di porre fine a questo limite di tempo arbitrario e crudele per la giustizia”.

    Il disegno di legge potrebbe avere importanti ripercussioni finanziarie per istituzioni di spicco come la Chiesa cattolica o i Boy Scouts of America, attualmente alle prese con scandali di abusi sessuali diffusi e in corso.

    Skinner ha affermato che il disegno di legge aiuterebbe a promuovere la guarigione tra le vittime, ma riterrebbe anche responsabili le organizzazioni potenti.

    “Il vantaggio di revocare questo termine di prescrizione è che può portare [l’abuso] alla luce, ritenere le organizzazioni responsabili e, si spera, porre fine alla pratica”, ha affermato Skinner. “Il sole è un ottimo disinfettante.”

    Gli avvocati che rappresentano le diocesi cattoliche in tutta la California settentrionale non hanno risposto immediatamente alla richiesta di commento della NBC Bay Area.

    Un portavoce dell’arcidiocesi di San Francisco ha dichiarato di non avere commenti sulla proposta di legge.

    Negli ultimi due anni, l’unità investigativa della NBC Bay Area ha intervistato dozzine di presunte vittime di abusi da parte del clero cattolico in tutto lo stato. Una recente “finestra temporale” di tre anni approvata dal legislatore dello stato della California nel 2019 ha consentito alle vittime di abusi sessuali infantili di presentare nuove azioni civili in tribunale, indipendentemente da quando si è verificato il presunto abuso. Ma quella finestra si è appena chiusa alla fine del 2022.

    Più di 1.500 cause legali sono state intentate contro la Chiesa cattolica nella sola California del Nord. In quasi tutti i casi, ci sono voluti decenni prima che l’accusatore si facesse avanti.

    Alcuni hanno detto alla NBC Bay Area che non potevano elaborare i loro abusi in così giovane età. Altri dicono di essere stati dissuasi dal farsi avanti dai loro aggressori, o persino dalla loro stessa famiglia.

    I sostenitori delle vittime hanno applaudito l’annuncio. “Questa introduzione del disegno di legge è un enorme passo avanti e porta la necessaria consapevolezza per riformare le leggi arcaiche che impediscono ai sopravvissuti di farsi avanti e consentono agli autori di abusi di sfuggire alla giustizia e ferire gli altri”, ha affermato Mike McDonnell, portavoce del Survivors Network of those Abused dai Sacerdoti (SNAP).

    https://www.nbcbayarea.com/news/california/california-lawmakers-civil-statute-of-limitations-childhood-sexual-abuse-claims/3149955/

  • Esclusivo TPI – Le incredibili storie delle vittime dei preti pedofili

    Esclusivo TPI – Le incredibili storie delle vittime dei preti pedofili

    «Tutto è avvolto nell’oscurità. Ma la violenza non può essere taciuta a lungo». Esordisce così Marco, nome di fantasia per il papà di un giovanissimo che nel Sud Italia è stato abusato ripetutamente da un prelato. Il caso è recentemente approdato in tribunale ed è legato al massimo riserbo. «Mio figlio – racconta l’uomo – aveva conosciuto questo prete durante un campo estivo. Me ne parlava benissimo, anche perché l’uomo lo riempiva di regali costosi.

    Quando chiedevo il perché di tanta generosità, mi spiegava che erano la ricompensa per i lavoretti che faceva. C’era qualcosa che non quadrava, ma vedevo il ragazzo sereno e così ho pensato di essere troppo protettivo. Almeno fino a quando non ho trovato sul cellulare di mio figlio delle chat con centinaia di messaggi che non lasciavano dubbi. È stato lo choc più grande della mia vita. Mio figlio non solo era stato abusato fisicamente, ma era del tutto vittima dal punto di vista psicologico di questo adulto».

    Di casi e di storie simili – che spesso restano nell’ombra – il nostro Paese è costellato. Lo spiega perfettamente Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione Rete L’Abuso, unica realtà in Italia che monitora casi di pedofilia ecclesiastica. «Io per primo sono stato vittima di violenza quando avevo undici anni. Un segno indelebile, che mi tormenta ancora oggi. In cinque anni sono stato operato nove volte per un tumore di origine psicosomatica. Dei sette metri di colon, me ne resteranno sì e no la metà», rivela. «Nonostante questo, però, non mi fermo. Vivo il mio lavoro come una vera e propria missione per tutte le vittime e i familiari costretti ad affrontare tragedie simili alla mia».

    Come Alessandro Battaglia, che il 21 dicembre 2011 a Rozzano, piena periferia milanese, vede la sua vita cambiare per sempre. A soli undici anni. Membro degli scout, Alessandro adora il parroco locale, don Mauro Galli: parla lo stesso linguaggio dei ragazzi, li capisce, è gentile, apprezzatissimo anche dagli adulti. Ed è così che, quando il prete domanda ai genitori di Alessandro la possibilità di farlo dormire in parrocchia, nessuno obietta. Cosa sia accaduto quella notte è scritto nella sentenza di primo grado, che evidenzia come don Galli si impegnò in «atti sessuali consistiti in strusciamenti del proprio pene sulla schiena del ragazzo, palpeggiamenti del pene e dei testicoli della vittima, nonché in un tentativo di penetrazione anale».

    Le aggravanti individuate dai giudici vengono elencate puntualmente e comprendono, fra le altre cose, la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto e l’abuso di autorità. Dopo una condanna sia in primo che in secondo grado (sebbene sia stato assolto dalla magistratura canonica), il caso non è ancora chiuso: dopo un ulteriore ricorso, la Cassazione ha deciso di rinviare le carte in Appello per un processo “bis”. Il don intanto – come hanno scoperto i genitori di Alessandro, che avevano provato invano a coinvolgere anche le autorità ecclesiastiche – invece di venire assicurato alla giustizia canonica, è semplicemente stato trasferito in un’altra parrocchia, situata ad appena trenta chilometri di distanza. Uno spostamento avvenuto in sordina, secondo un copione ben rodato.

    Altrettanto dolorosa la storia di Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, che a Napoli nel 2010 accusa don Silverio Mura di averlo ripetutamente stuprato da ragazzino. I fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto. Tutto comincia dopo che Arturo inizia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico dai quali riemergono vecchie ferite e traumi che lo spingono a denunciare anche dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Senza, però, ottenere alcun risultato.

    Nel frattempo, infatti, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 si presenta come Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1.600 anime sulle colline pavesi. Gli viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia. Almeno fino a quando alcuni genitori non riconoscono don Silverio e a Montù scoppia il caos. Nel novembre scorso, per quanto il prelato si sia sempre dichiarato innocente, il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto ad Arturo Borrelli con una sentenza storica un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali. Non solo: «Attualmente Mura è sotto processo a Pavia per falsa identità, grazie alla denuncia della Rete», sottolinea ancora Zanardi.

    Non tutti i casi però finiscono con una condanna. Uno degli episodi più eclatanti riguarda l’Istituto Provolo a Verona, nato negli anni Cinquanta per accogliere bambini sordomuti. Apparentemente si trattava di un paradiso, in realtà gli studenti – cui veniva perfino impedito di imparare la lingua dei segni, per evitare che potessero denunciare – erano vittime di abusi di ogni tipo. Le denunce impiegano decenni prima di prendere forma e dopo le prime accuse di molestie uno dei prelati, don Nicola Corradi, viene trasferito in Argentina. Il suo comportamento non cambia né nella sede dove continua il ciclo di violenze a Mendoza né in quella de La Plata. Nonostante la mobilitazione italiana delle vittime – che però sortisce scarsi risultati – in Argentina gli ex alunni vanno a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, mentre il suo vice a 45. Purtroppo però i due hanno lasciato il Sud America, e sono rientrati in Italia dove non scontano alcuna pena.

    Tutto tace
    «La situazione è peggiorata», spiega Lucetta Scaraffia, giornalista e storica, che al caso ha dedicato Agnus Dei (Solferino, pp. 224) con Anna Foa e Franca Giansoldati. «L’impunità – prosegue – è sempre stata totale. L’ordine dato ai vescovi era quello di sedare lo scandalo, ma ha soltanto peggiorato le cose alimentando una sorta di via libera. In fondo, che cosa rischiavano i pedofili? Potevano essere spostati di sede, magari richiamati, ma era chiaro come i loro comportamenti fossero ampiamente tollerati». Parole durissime, cui fanno eco quelle di Zanardi che da sempre si batte contro l’omertà ecclesiastica: «I vescovi – ribadisce – non hanno l’obbligo di denuncia presso le autorità giudiziarie e, dunque, finiscono con lo spostare chi è accusato di violenze in altri luoghi».

    Ma c’è di più. «Nel 2014 l’Italia ha ratificato una direttiva Ue sul cosiddetto “certificato anti-pedofilia”. In pratica, se sei stato condannato per reati contro i minori non puoi più esercitare professioni che ti portino a stare a contatto con i bambini». Il problema, però, è che nel nostro Paese è stato applicato a tutte le categorie, eccetto il mondo del volontariato di cui il clero fa parte. Non solo. L’Europa ha chiesto più volte di istituire sportelli per dare “accoglienza” a chi ha subito abusi, ma anche su questo si procede a rilento. «Per questo – prosegue Zanardi – mi sono rivolto alle Nazioni Unite denunciando i singoli casi e la situazione nel suo complesso».

    La questione infatti è ampiamente nota, e già nel 2014 il Comitato contro le Torture dell’Onu annotava come «la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti derivanti dal fatto, come continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari».

    Tutto a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Un cortocircuito che indica come endemico il comportamento ecclesiastico e che ha spinto l’Onu, già otto anni fa, a sollecitare la revisione dei Patti Lateranensi nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia. Nulla è mai accaduto allora, né nel 2018 quando sempre l’Onu ha invitato lo Stato italiano – su proposta di Rete L’Abuso – a istituire una commissione indipendente per avere un quadro chiaro sul numero di vittime, di prelati indagati o condannati. «Di questo passo – spiega Zanardi – è evidentemente difficile fidarsi anche di chi, come la Cei, suggerisce grandi azioni nel futuro, ma poi e di fatto non fa mea culpa». La negligenza si attesta dunque in modo trasversale fra tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Chiesa per arrivare allo Stato.

    «Mentre in Spagna la magistratura si è attivata su 250 casi in un arco di 70 anni, in Italia invece pare non siano sufficienti neppure i 320 casi che abbiamo documentato e, non in 70 anni, ma in poco più di 15. Vittime e dati che forniremmo volentieri ai magistrati, se solo li volessero», amareggiato riflette Zanardi.

    «Attraverso l’adescamento, la persuasione e il coinvolgimento – riflette la psicologa Lorita Tinelli – i preti riducono la resistenza delle loro vittime e abusano di loro senza usare la forza fisica. Recenti studi evidenziano come le vittime siano caratterizzate da un alto livello di religiosità e da conflitti sulla propria sessualità emergente». Da non sottovalutare poi l’isolamento, ma anche la condizione economica e culturale, solitamente bassa, che permettono l’avvicinamento alla sfera più intima dei minori.

    Diverso è il discorso per i carnefici, come nota Andrea Fagiolini, ordinario di psichiatria presso l’Università di Siena: «Non esiste un profilo univoco. Sovente chi abusa ha subito lui stessi traumi o abusi emotivi. Bisogna poi ricordare che non esiste un nesso di causalità stabilito tra il celibato e l’abuso dei bambini. Il celibato non è in grado di allontanare una persona dal suo orientamento sessuale primario, ma è possibile che vengano scelte istituzioni che promuovono il celibato come sistema di auto-cura, per mettere un freno a istinti sessuali riconosciuti come negativi».

    Casi in aumento

    A oggi, dinanzi alla rinuncia delle istituzioni, gli unici dati che restano sono quelli raccolti da “Rete L’Abuso” e che indicano 178 sacerdoti accusati e 165 condannati in via definitiva.

    «Naturalmente i casi di abuso sono molto più numerosi. Ci sono quelli che non hanno il coraggio di denunciare, e quelli che dopo avere denunciato accettano di recedere grazie a un patteggiamento privato, magari per una somma modesta che va dai 15 ai 25mila euro», spiega ancora Lucetta Scaraffia. Soldi elargiti come aiuto per lo studio in cambio della firma di una dichiarazione con la quale i diretti interessati accettano di restare in silenzio.

    Se un accordo non si trova, il copione è sempre pressoché il medesimo: «I preti – prosegue Scaraffia – prima negano, poi, quando sono incastrati dalla giustizia civile, si presentano come malati. In questo modo la Chiesa si offre di custodirli e inviarli in case di accoglienza per religiosi in crisi dove vengono sottoposti a una blanda terapia e poi rimandati in parrocchia. Questo perché nel codice di diritto canonico, lo stupro viene annoverato come una trasgressione del sesto comandamento insieme ad adulterio e omesessualità. Alla base c’è la convinzione che la vittima tragga piacere dall’abuso e quindi divenga colpevole a sua volta».

    Intanto le denunce, le inchieste e, dunque, i processi aumentano. Uno degli ultimi casi arriva da Enna, nel cuore della Sicilia, e riguarda don Giuseppe Rugolo, arrestato il 27 aprile 2021 e il cui processo – rigorosamente a porte chiuse – si è aperto qualche mese dopo, il 7 ottobre. L’uomo è accusato di violenza sessuale su tre minori. Una delle vittime è Antonio Messina che, quando inizia una relazione con un suo coetaneo, si sente braccato dal prelato che pretendeva di avere una relazione sessuale esclusiva. «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti.

    Nel 2015 il don fonda un’associazione: sceglie una manciata di ragazzi, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini. Gli scrive «ti amo», «notte principessa mia», «amore mio». Oltre i dettagli, si mostra una sceneggiatura ben nota a chi si occupa della questione.

    A denunciarlo ancora Zanardi in un nuovo report presso l’Onu: soltanto nel 2016 il vescovo Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima, e decide di trasferire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia. Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Non solo. Sembrerebbe (ma il condizionale è d’obbligo) che anche il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, non fosse totalmente all’oscuro rispetto al passato di don Rugolo.

    Secondo i documenti consultati da TPI e come denunciato nel report alle Nazioni Unite, ci sarebbe anche il coinvolgimento di un carabiniere che, dinanzi alle denunce di Antonio Messina, avrebbe spifferato tutto al vescovo Gisana. Quantomeno in questo caso il processo è partito.

    Al contrario di altre situazioni bloccate nel silenzio, come quella – già segnalata all’Onu – che vede protagonista don R. L., salesiano di Genova e allenatore di una squadra di ragazzi, trasferito «tra le chiacchiere» ad Arezzo. Da qui sarebbe arrivata una nuova denuncia di presunti abusi, ma intanto il prelato è stato spostato nuovamente, pare in Tunisia. A dimostrazione dell’inquietante puzzle ecclesiastico in continuo, perpetuo, aggiornamento.

    https://www.tpi.it/cronaca/esclusivo-tpi-storie-vittime-preti-pedofili-20221101945585/

  • Sacrileghi abusi

    Sacrileghi abusi

    Carmine Gazzanni e Flavia Piccinini – «Tutto è avvolto nell’oscurità. Ma la violenza non può essere taciuta a lungo». Esordisce così Marco, nome di fantasia per il papà di un giovanissimo che nel Sud Italia è stato abusato ripetutamente da un prelato. Il caso è recentemente approdato in tribunale ed è legato al massimo riserbo. «Mio figlio – racconta l’uomo – aveva conosciuto questo prete durante un campo estivo. Me ne parlava benissimo, anche perché l’uomo lo riempiva di regali costosi. Quando chiedevo il perché di tanta generosità, mi spiegava che erano la ricompensa per i lavoretti che faceva. C’era qualcosa che non quadrava, ma vedevo il ragazzo sereno e così ho pensato di essere troppo protettivo. Almeno fino a quando non ho trovato sul cellulare di mio figlio delle chat con centinaia di messaggi che non lasciavano dubbi. È stato lo choc più grande della mia vita. Mio figlio non solo era stato abusato fisicamente, ma era del tutto vittima dal punto di vista psicologico di questo adulto».

    Di casi e di storie simili – che spesso restano nell’ombra – il nostro Paese è costellato. Lo spiega perfettamente Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione “Rete L’Abuso”, unica realtà in Italia che monitora casi di pedofilia ecclesiastica. «Io per primo sono stato vittima di violenza quando avevo 11 anni. Un segno indelebile, che mi tormenta ancora oggi. In cinque anni sono stato operato nove volte per un tumore di origine psicosomatica. Dei sette metri di colon, me ne resteranno sì e no la metà», rivela. «Nonostante questo però non mi fermo. Vivo il mio lavoro come una vera e propria missione per tutte le vittime e i familiari costretti ad affrontare tragedie simili alla mia».

    Come Alessandro Battaglia che il 21 dicembre 2011 a Rozzano, piena periferia milanese, vede la sua vita cambiare per sempre. A soli undici anni. Membro degli scout, Alessandro adora il parroco locale, don Mauro Galli: parla lo stesso linguaggio dei ragazzi, li capisce, è gentile, apprezzatissimo anche dagli adulti. Ed è così che, quando il prete domanda ai genitori di Alessandro la possibilità di farlo dormire in parrocchia, nessuno obietta – accade quando aveva 11 anni. Cosa sia accaduto quella notte è scritto nella sentenza di primo grado, che evidenzia come don Galli si impegnò in «atti sessuali consistiti in strusciamenti del proprio pene sulla schiena del ragazzo, palpeggiamenti del pene e dei testicoli della vittima, nonché in un tentativo di penetrazione anale». Le aggravanti individuate dai giudici vengono elencate puntualmente e comprendono, fra le altre cose, la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto e l’abuso di autorità. Dopo una condanna sia in primo che in secondo grado (assolto dalla chiesa), il caso non è ancora chiuso: dopo un ulteriore ricorso, la Cassazione ha deciso di rinviare le carte in Appello per un processo “bis”. Il don intanto – come hanno scoperto i genitori di Alessandro, che avevano provato invano a coinvolgere anche le autorità ecclesiastiche – invece di venire assicurato alla giustizia canonica, è semplicemente stato trasferito in un’altra parrocchia, situata ad appena trenta chilometri di distanza. Uno spostamento avvenuto in sordina, secondo un copione ben rodato.

    Altrettanto dolorosa la storia di Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, che a Napoli nel 2010 accusa don Silverio Mura di averlo ripetutamente stuprato da ragazzino. I fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto. Tutto comincia dopo che Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico dalle quali riemergono vecchie ferite e traumi che lo spingono a denunciare anche dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Senza, però, ottenere alcun risultato. Nel frattempo, infatti, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 si presenta come Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. Gli viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia. Almeno fino a quando alcuni genitori non riconoscono don Silverio e a Montù scoppia il caos. Nel novembre scorso, per quanto il prelato si sia sempre dichiarato innocente, il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto ad Arturo Borrelli con una sentenza storica un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali.

    Non tutti i casi finiscono con una condanna. Uno degli episodi più eclatanti riguarda l’Istituto Provolo a Verona, nato negli ani Cinquanta per accogliere bambini sordomuti. Apparentemente si trattava di un paradiso, in realtà gli studenti – cui veniva perfino impedito di imparare la lingua dei segni, per evitare che potessero denunciare – erano vittime di abusi di ogni tipo. Le denunce impiegano decenni prima di prendere forma e dopo le prime accuse di molestie uno dei prelati, don Nicola Corradi, viene trasferito in Argentina. Il suo comportamento non cambia né nella sede di dove continua il ciclo di violenze a Mendoza né in quella de La Plata. Nonostante la mobilitazione italiana delle vittime – che però sortisce scarsi risultati – in Argentina gli ex alunni vanno a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, mentre il suo vice a 45. Purtroppo però i due hanno lasciato il Sud America, e sono rientrati in Italia dove non scontano alcuna pena.

    TUTTO TACE

    «La situazione è peggiorata», spiega Lucetta Scaraffia, giornalista e storica, che al caso ha dedicato “Agnus Dei” (Solferino, pp. 224) con Anna Foa e Franca Giansoldati. «L’impunità- prosegue – è sempre stata totale. L’ordine dato ai vescovi era quello di sedare lo scandalo, ma ha soltanto peggiorato le cose alimentando una sorta di via libera. In fondo, che cosa rischiavano i pedofili? Potevano essere spostati di sede, magari richiamati, ma era chiaro come i loro comportamenti fossero ampiamente tollerati». Parole durissime, cui fanno eco quelle di Zanardi che da sempre si batte contro l’omertà ecclesiastica: «I vescovi – ribadisce – non hanno l’obbligo di denuncia presso le autorità giudiziarie, e dunque finiscono con lo spostare chi è accusato di violenze in altri luoghi». Ma c’è di più. «Nel 2014 l’Italia ha ratificato una direttiva Ue sul cosiddetto “certificato anti-pedofilia”. In pratica, se sei stato condannato per reati contro i minori non puoi più esercitare professioni che ti portino a stare a contatto con i bambini». Il problema, però, è che nel nostro Paese è stato applicato a tutte le categorie, eccetto il mondo del volontariato di cui il clero fa parte. Non solo.

    L’Europa ha chiesto più volte di istituire sportelli per dare “accoglienza” a chi ha subito abusi, ma anche su questo si procede a rilento. «Per questo – prosegue Zanardi – mi sono rivolto alle Nazioni Unite denunciando i singoli casi e la situazione nel suo complesso». La questione infatti è ampiamente nota, e già nel 2014 il Comitato contro le Torture dell’Onu annotava come «la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti derivanti dal fatto, come continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari». Tutto a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Un cortocircuito che indica come endemico il comportamento ecclesiastico e che ha spunto l’Onu, già otto anni fa, a sollecitare la revisione dei Patti Lateranensi nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia.

    Nulla è mai accaduto allora, né nel 2018 quando sempre l’Onu ha invitato lo Stato italiano – su proposta di “Rete l’Abuso” – a istituire una commissione indipendente per avere un quadro chiaro sul numero di vittime, di prelati indagati o condannati. «Di questo passo – spiega Zanardi – è evidentemente difficile fidarsi anche di chi, come la Cei, suggerisce grandi azioni nel futuro, ma poi e di fatto non fa mea culpa». La negligenza si attesta dunque in modo trasversale fra tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Chiesa per arrivare allo Stato. «Mentre in Spagna la magistratura si è attivata su 250 casi in un arco di 70 anni, in Italia invece pare non siano sufficienti neppure i 320 casi che abbiamo documentato e, non in 70 anni, ma in poco più di 15. Vittime e dati che forniremmo volentieri ai magistrati, se solo li volessero», amareggiato riflette Zanardi.

    «Attraverso l’adescamento, la persuasione e il coinvolgimento – riflette la psicologa Lorita Tinelli – i preti riducono la resistenza delle loro vittime e abusano di loro senza usare la forza fisica. Recenti studi evidenziano come le vittime siano caratterizzate da un alto livello di religiosità e da conflitti sulla propria sessualità emergente». Da non sottovalutare poi l’isolamento, ma anche la condizione economica e culturale, solitamente bassa, che permettono l’avvicinamento alla sfera più intima dei minori. Diverso è il discorso per i carnefici, come nota Andrea Fagiolini, ordinario di psichiatria presso l’Università di Siena: «Non esiste un profilo univoco. Sovente gli abusati hanno subito loro stessi traumi o abusi emotivi. Bisogna poi ricordare che non esiste un nesso di causalità stabilito tra il celibato e l’abuso dei bambini. Il celibato non è in grado di allontanare una persona dal suo orientamento sessuale primario, ma è possibile che vengano scelte istituzioni che promuovono il celibato come sistema di auto-cura, per mettere un freno a istinti sessuali riconosciuti come negativi».

    CASI IN AUMENTO

    Ad oggi, dinanzi alla rinuncia delle istituzioni, gli unici dati che restano sono quelli raccolti da “Rete L’Abuso” e che indicano 178 sacerdoti accusati e 165 condannati in via definitiva.

    «Naturalmente i casi di abuso sono molto più numerosi. Ci sono quelli che non hanno il coraggio di denunciare, e quelli che dopo avere denunciato accettano di recedere grazie a un patteggiamento privato, magari per una somma modesta che va dai 15 ai 25mila euro», spiega ancora Lucetta Scaraffia. Soldi elargiti come aiuto per lo studio in cambio della firma di una dichiarazione con la quale i diretti interessati accettano di restare in silenzio. Se un accordo non si trova, il copione è sempre pressoché il medesimo: «I preti – prosegue Scaraffia – prima negano poi, quando sono incastrati dalla giustizia civile, si presentano come malati. In questo modo la Chiesa si offre di custodirli e inviarli in case di accoglienza per religiosi in crisi dove vengono sottoposti a una blanda terapia, e poi rimandati in parrocchia. Questo perché nel codice di diritto canonico, lo stupro viene annoverato come una trasgressione del sesto comandamento insieme ad adulterio ed omesessualità. Alla base c’è la convinzione che la vittima tragga piacere dall’abuso, e quindi divenga colpevole a sua volta».

    Intanto le denunce, le inchieste e dunque i processi aumentano. Uno degli ultimi casi arriva da Enna, nel cuore della Sicilia, e riguarda don Giuseppe Rugolo, arrestato il 27 aprile 2021 e il cui processo – rigorosamente a porte chiuse – si è aperto qualche mese dopo, il 7 ottobre. L’uomo è accusato di violenza sessuale su tre minori. Una delle vittime è Antonio Messina che, quando inizia una relazione con un suo coetaneo, si sente braccato dal prelato che pretendeva di avere una relazione sessuale esclusiva. «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti. Nel 2015 il don fonda un’associazione: sceglie una manciata di ragazzi, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini. Gli scrive «ti amo», «notte principessa mia», «amore mio». Oltre i dettagli, si mostra una sceneggiatura ben nota a chi si occupa della questione.

    A denunciarlo ancora Zanardi in un nuovo report presso l’Onu: soltanto nel 2016 il vescovo Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima, e decide di trasferire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara , ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia. Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Non solo. Sembrerebbe (ma il condizionale è d’obbligo) che anche il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, non fosse totalmente all’oscuro rispetto al passato di don Rugolo. Secondo i documenti consultati da Tpi e come denunciato nel report alle Nazioni Unite, ci sarebbe anche il coinvolgimento di un carabiniere che, dinanzi alle denunce di Antonio Messina, avrebbe spifferato tutto al vescovo Gisana. Quantomeno in questo caso il processo è partito. Al contrario di altre situazioni bloccate nel silenzio, come quella – già segnalata all’Onu – che vede protagonista don R.L., salesiano di Genova e allenatore di una squadra di ragazzi, trasferito «tra le chiacchiere» ad Arezzo. Da qui sarebbe arrivata una nuova denuncia di presunti abusi, ma intanto il prelato è stato spostato nuovamente, pare in Tunisia. A dimostrazione del inquietante puzzle ecclesiastico in continuo, perpetuo, aggiornamento.

    da TPI del 29 ottobre 2020

  • Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    Adescamento e pedofilia nei campi scout: condannato un capo di 33 anni

    ROVIGO – È accusato di aver riservato attenzioni a sfondo sessuale a una decina di ragazzini, alcuni dei quali di età inferiore ai 14 anni, dei quali aveva la responsabilità in qualità di capo scout.
    Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, i cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui.

    Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA
    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 maggio,  alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA
    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA
    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    https://www.ilgazzettino.it/nordest/rovigo/scout_pedofilia_condannato_capo-6726161.html

  • ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    ADESCAMENTO E PEDOFILIA NEI CAMPI SCOUT: CONDANNATO UN CAPO DI 33 ANNI

    di Gianluca Amadori – Un giovane polesano di 33 anni è stato condannato dal giudice per l’udienza preliminare di Venezia, Luca Marini, a due anni e sei mesi di reclusione e al risarcimento dei danni provocati ad alcuni di loro, cinque che si sono costituiti parte civile al processo contro di lui. Il gup ha quantificato in cinquemila euro la provvisionale cui hanno diritto, un anticipo sul risarcimento danni che dovrà essere successivamente quantificato con esattezza dal Tribunale civile.

    LA VICENDA

    La sentenza è stata pronunciata nel primo pomeriggio di ieri, 31 Maggio, alla Cittadella della giustizia di Venezia. Gli episodi finiti sotto accusa sono avvenuti tutti in provincia di Rovigo, in occasione di alcuni campi scout svoltisi tra il 2015 e il 2019, ma la competenza a giudicare è stata individuata nel giudice veneziano in quanto all’imputato è stata contestata la diffusione di materiale pornografico con finalità di adescamento, in relazione ad alcune immagini che il trentatreenne avrebbe inviato a uno dei ragazzini che frequentavano i campi scout.

    L’ACCUSA

    Nella requisitoria conclusiva del processo, celebrato con rito abbreviato, la sostituto procuratore Daniela Moroni aveva sollecitato la condanna dell’imputato a tre anni di reclusione. Le motivazioni della decisione saranno depositate entro i prossimi 40 giorni: è probabile che la difesa del capo scout decida di impugnare la condanna in appello.

    LA DIFESA

    Il trentatreenne, di cui non indichiamo le generalità per impedire che possano essere identificate le vittime del reato a sfondo sessuale, si è difeso con determinazione respingendo ogni accusa e sostenendo che i palpeggiamenti sulle parti intime finiti sotto accusa non avevano alcuna connotazione sessuale: si trattava, a suo dire, di una sorta di buffetto, un gesto scherzoso, di natura goliardica, finalizzato a creare un clima cameratesco di simpatia all’interno del gruppo scout. Ma le vittime lo hanno percepito in ben altro modo.

    IL GAZZETTINO – 1 giugno 2022

  • Pedofilia nella Chiesa portoghese, 300 casi denunciati sono “solo la punta dell’iceberg”

    Pedofilia nella Chiesa portoghese, 300 casi denunciati sono “solo la punta dell’iceberg”

    Ci sono stati “molteplici casi di abuso di bambini” nella Chiesa cattolica portoghese. Negli ultimi tre mesi la Commissione indipendente per lo studio degli abusi sessuali contro i bambini, istituita nel 2021 su decisione della Conferenza episcopale della nazione, ha raccolto 290 testimonianze che sarebbero però “solo la punta dell’iceberg” di quanto accaduto. Delle quasi 300 denunce solamente 16 sono arrivate al Pubblico Ministero, poiché tutte le altre sono state commesse più di 20 anni fa e non è più possibile avviare un procedimento legale.

    “Ci sono stati molteplici casi di abusi sessuali su bambini e adolescenti in passato”, ha detto alla conferenza stampa il capo del comitato, lo psichiatra infantile Pedro Strecht, spiegando che gli indizi raccolti fanno pensare a “molte più vittime”. Le accuse di abuso provengono da persone nate tra il 1933 e il 2009. La maggior parte delle presunte vittime sono uomini e alcuni di loro sono stati abusati sessualmente già all’età di due anni. Tra loro ci sono persone con diversi livelli di istruzione, dalla scuola primaria al dottorato, e vivono in tutte le regioni del Paese. Il gruppo di esperti ha anche ricevuto rapporti di emigranti che vivono in Stati dell’Unione europea, nel Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Messico.

    Molti di loro sono ancora giovani, ha sottolineato Ana Nunes de Almeida, sociologa all’Università di Lisbona e membro del comitato, notando che anche se l’abuso può essere accaduto più di 20 anni fa, se la vittima aveva meno di 10 anni, oggi ne ha 30 o meno. Gli abusi sarebbero avvenuti in situazioni come il catechismo, le scuole cattoliche, gli scout, i gruppi giovanili e altri. Secondo Strecht, “tutte le vittime erano in svantaggio fisico ed emotivo di fronte all’abusatore”, perché erano bambini. Per quanto riguarda gli abusatori, “la maggioranza sono direttamente legati alla Chiesa, non sono laici che lavorano per la Chiesa”. Tuttavia, la commissione non avanza ancora un numero di persone coinvolte.

    Per lo psichiatra infantile e membro della commissione ci sono indicazioni di insabbiamento dei casi da parte dei vescovi. Per fare luce sulla vicenda sono state inviate richieste di interrogatorio a 21 vescovi portoghesi, di cui cinque non hanno fornito alcuna risposta. Finora si sono tenuti 11 colloqui, uno è previsto per mercoledì 13 aprile e altri quattro devono ancora essere programmati.

    I membri del comitato hanno sostenuto di aver riscontrato difficoltà nel raggiungere il “Portogallo profondo”. Oltre alle “campagne pubblicitarie” e alle interviste nei giornali o nelle radio locali, sono state inviate lettere personalizzate a tutti i Comuni del Paese, ma con l’eccezione dei consigli più “proattivi” come Lisbona, Porto e Funchal, il livello di risposta è stato “molto basso”, ha detto Nunes de Almeida. La commissione indipendente è stata istituita, su decisione della Conferenza episcopale portoghese, nel novembre 2021 per realizzare uno studio sugli abusi sessuali contro bambini e adolescenti (da 0 a 18 anni di eta’) all’interno della Chiesa cattolica portoghese.

    Il gruppo di esperti è composto da cinque persone provenienti da diverse aree di competenza, più un osservatore esterno, la sua composizione però potrebbe in futuro ampliarsi con altre figure professionali. La commissione, che ha un proprio sito web e una linea telefonica, fa affidamento sulle presunte vittime che si fanno avanti, ma anche sull’accesso ai file storici delle diocesi. Sperano di presentare il rapporto entro la fine di quest’anno.

    https://europa.today.it/attualita/abuso-bambini-chiesa-cattolica.html

  • Prete, artista di fama e pedocriminale: un nuovo vecchio caso scuote la Francia

    Prete, artista di fama e pedocriminale: un nuovo vecchio caso scuote la Francia

    41022 SAINT-ETIENNE-ADISTA. Lo chiamavano “il Picasso della Chiesa”, prete-pittore le cui opere – vetrate, affreschi, quadri – sono diffuse in moltissime chiese della Francia centroorientale, tanto che nel 2020 sono state promosse, durante le Giornate del Patrimonio, su un’applicazione appositamente lanciata dalla Diocesi di Lione. Si chiamava p. Louis Ribes, si firmava RIB, e negli anni ‘70-’80 ha abusato, stando ai dati pervenuti finora, di almeno una cinquantina di bambini. Probabilmente il doppio. Sembra un nuovo “caso Preynat” – il prete che abusò di decine di scout, la cui vicenda causò le dimissioni dell’arcivescovo di Lione card. Philippe Barbarin – anche per via della regione in cui ha agito il prete, deceduto nel 1994, che comprende le tre diocesi di Lione, Saint-Etienne e Grenoble. Il caso, emerso da poco oltralpe, sarà una cartina di tornasole della reale buona volontà della Chiesa francese di affrontare con rigore la questione degli abusi clericali, dopo lo choc del Rapporto Sauvé, che nell’autunno scorso ha rivelato l’esistenza nel Paese transalpino di 216.000 vittime di preti (v. Adista Notizie n. 36/21). Lo scorso 13 gennaio, i tre vescovi delle diocesi coinvolte – che hanno creato per questo caso una unità interdiocesana di coordinamento – hanno emesso un comunicato in cui affermavano che diverse persone si erano rivolte loro denunciando abusi sessuali perpetrati da p. Ribes: inizialmente avevano ricevuto due segnalazioni, una a Grenoble, nel 2016, da parte di Annick Moulin, e una a Lione, da parte della figlia di una vittima, Luc Gemet, nel luglio 2021. Un’altra, a gennaio 2022, è stata presentata a Saint-Etienne. «Lo scorso ottobre abbiamo acquisito la certezza della veracità dei fatti», hanno scritto, esprimendo alle vittime «la loro profonda compassione e la vergogna che un prete abbia commesso tali atti» e annunciando che «per rispetto alle vittime, le opere di p. Ribes saranno progressivamente rimosse e ritirate» dalle chiese. I vescovi inoltre hanno invitato le vittime a farsi avanti, attraverso le unità d’ascolto create nelle diocesi. Ma hanno anche organizzato un incontro pubblico in una sala comunale, il 18 gennaio, nel luogo di origine del prete, il villaggio di Grammond (Loire), alla presenza del vescovo di Saint-Etienne mons. Sylvain Bataille e del sindaco del paese. A quella riunione, cui si sono presentate ben 60 persone, ne sono seguite altre – e altre ne seguiranno – nei dipartimenti interessati: si sono presentate decine di vittime. A oggi, quelle che si sono esposte pubblicamente e che chiedono un risarcimento sono una cinquantina.

    Liberare la parola

    Il 18 gennaio, all’incontro di Grammond (800 abitanti) si conoscevano tutti e così si sono confrontati tra loro. «Tutti sapevano quello che vivevamo, ma nessuno parlava», raccontano i più anziani. «Questa riunione è importante – ha subito detto il vescovo Bataille, promotore dell’incontro –: si parlerà di un prete, pittore apprezzato, che ha abusato di bambini. Sono venuto dunque a liberare la parola». Moderava il dibattito il diacono Jean-Louis Reymondier: «Fare verità talvolta è doloroso», ha esordito. «Ci siamo attivati per sollecitare testimonianze di potenziali vittime nella diocesi e nel Comune. A oggi se ne sono presentate 5». Una voce si è levata dal pubblico: «Solo nel nostro villaggio, potete moltiplicare questa cifra per 10».

    Gli abusi di p. Ribes

    La maggior parte degli abusi di Ribes – mai assegnato a una parrocchia – avveniva nel contesto della sua attività di pittore, usando la sua doppia autorità di sacerdote e artista per attirare i bambini in una trappola. Aggirando la vigilanza degli adulti, li spingeva a spogliarsi per le sue “opere”, sottolineando quanto fossero importanti per la loro realizzazione. Li aggrediva sessualmente, poi li riempiva di regali mettendo la museruola alle loro parole. «Mi faceva posare nudo per le sue opere», racconta Gemet, 58 anni, padre di quattro figli, abusato dagli 8 ai 15 anni a Vienne e oggi uno dei testimoni principali, spinto dalla figlia a denunciare l’accaduto e motivato dal desiderio che suo nipote «non debba più vivere niente del genere»; «Diceva che era amore, l’amore di Dio, usava la religione per sottomettermi». La sua famiglia, molto osservante, aveva conosciuto il prete convalescente dopo un infarto. «Ha usato il pretesto che aveva bisogno di me per fare degli esercizi di respirazione. Bisognava salirgli sopra, sui suoi polmoni perché espirasse, poi deviava verso il sesso: mi baciava sulla bocca, mi imponeva delle fellatio, mi stuprava». Ribes era un manipolatore: «Ero attirato dal lato artistico, era colto. Mi faceva posare nudo, poi mi faceva regali, una batteria, strumenti musicali». «Pensavo di essere solo – confessa Gemet, che poi ha trovato la forza di raccontare la sua storia al settimanale Marianne (17/1) – ma mi rendo conto che c’è stato un numero enorme di vittime, un centinaio come minimo». Ribes era molto noto e ricercato nella regione per la sua pittura di ispirazione cubista, e questo gli rendeva molto facile trovarsi da solo con bambini, che utilizzava come modelli, come conferma anche Annick Moulin: «Faceva degli schizzi – racconta – in camera sua, sul suo letto. Una volta finito il disegno, mi toccava» (Francebleu, 17/1). «Era arte, e in più lui era un artista conosciuto. Era un amico dei miei, che erano a mille miglia dall’immaginare ciò che accadeva». Annick aveva 9 anni. I fatti, ovviamente, sono caduti in prescrizione, e la Chiesa afferma di esserne venuta a conoscenza l’autunno scorso in seguito al Rapporto Sauvé. Ma per Annick, la Chiesa avrebbe potuto rendersene conto già alla morte del prete, quando fra i suoi averi saltò fuori materiale pedopornografico: «C’erano schizzi di bambini nudi, Polaroid, talvolta in pose allusive. Sopra c’erano i nostri nomi! Quando si trovano cose del genere, qualche domanda ce la si pone», afferma Annick suggerendo che all’epoca la cosa sia stata intenzionalmente taciuta, distruggendo i documenti. «È un grande passo ora, che la Chiesa ci riconosca come vittime. Ma io ho deciso di parlare, voglio che queste cose si sappiano. È stato talmente venerato!». Dopo Luc e Annick, in tanti, all’incontro di Grammond, si sono fatti avanti a denunciare «la capacità di presa di quest’uomo, con la sua pittura, la sua aura, le sue conoscenze, i suoi regali… ci ha ingannati tutti», come afferma una donna. «Solo adesso, con l’ondata mediatica che c’è stata, ho preso coscienza che anch’io, avendo posato nuda per lui, sono una vittima». Un’altra confessa: «Oggi sono felice, tutti sanno chi era quest’uomo. Non ho mai detto niente ai miei genitori». Stordito dalle testimonianze il vescovo: «Sono molto addolorato con voi, è spaventoso. Bisogna creare un gruppo di discussione». Luc concorda: «Dobbiamo aiutare le persone a ricostruire la loro vita. Il risarcimento va elargito subito, prima che qualcuno si suicidi».

    Le vittime si organizzano

    In questi pochi mesi, le vittime hanno lanciato un collettivo, con l’obiettivo di scambiarsi informazioni, di sostenersi a vicenda e di andare avanti insieme, per ottenere risarcimento. «È inevitabile, quando si comprende la portata di questa vicenda, che si senta il dovere di unire le forze», afferma la figlia di Luc, Danaï Gemet, membro del collettivo. Queste persone che sono state in silenzio per anni, devono essere consce dell’entità del danno. E poi, quando una vittima passa davanti a un quadro, davanti alle vetrate, è una ferita profonda. Per noi, è davvero una lotta per far togliere queste produzioni. Tutto ciò che potrebbe toccare la commercializzazione delle produzioni di Ribes… c’è stata un’asta, credo, negli anni ’90, la diocesi di Lione ha commercializzato un libro… vogliamo che tutto ciò che può portare soldi sia fermato, e che le persone colpite da questa vicenda non debbano più soffrire».

    La risposta della Chiesa

    L’attività pedocriminale del prete e le denunce delle vittime oggi non possono più restare senza risposte. Le tre diocesi francesi sembrano aver capito di doversi mobilitare su diversi fronti. In primis, l’ascolto delle vittime: «È stata creata un’unità di coordinamento interdiocesana. Alcune carenze in termini di archiviazione o di trasmissione delle informazioni alla gerarchia sono state identificate e sono state messe in atto soluzioni per migliorare la raccolta e il follow-up delle testimonianze delle vittime», affermano i tre vescovi. «Questa dolorosa vicenda ci impegna a continuare il lavoro già iniziato negli ultimi anni, che ha portato in particolare alla creazione di unità di ascolto nelle nostre diocesi (che lavorano sette giorni su sette, 24 ore su 24, ndr), alla pubblicazione del rapporto Ciase e ora all’istituzione dell’INIRR (Autorità Nazionale Indipendente di Riconoscimento e Riparazione, ndr) nonché, a livello locale, a gruppi di discussione». «Per quanto riguarda le richieste di riconoscimento e di riparazione (sostegno, mediazione, eventuale importo del risarcimento, ecc.), ribadiamo – affermano i vescovi – la nostra volontà di accompagnare le vittime delle nostre diocesi nei loro sforzi e ricordiamo che i vescovi di Francia hanno incaricato e finanziato un’Autorità nazionale indipendente di riconoscimento e riparazione (INIRR), che sarà operativa entro la fine del mese. Speriamo sinceramente che possa aiutare le vittime». Tutte e tre le diocesi hanno fatto inoltre una segnalazione alla Procura della Repubblica, trasmettendo il numero e i nomi delle persone coinvolte. La Procura deciderà poi se procedere a un’indagine o meno. Le ombre sul passato restano, ovviamente: p. Ribes ha certamente beneficiato della complicità di persone che sapevano e hanno taciuto. A questo proposito, i vescovi hanno anche affermato di aver appreso, il 28 gennaio, che nel 1994, alla morte del prete, erano stati ritrovati disegni e schizzi «nel suo appartamento del seminario maggiore di Vienne-Estressin (dove aveva trascorso gli ultimi 26 anni della sua vita, ndr), in seguito bruciati da un prete e da una laica, come riferito alla giustizia. Inoltre, ci possono essere foto, dipinti e schizzi di proprietà privata». Come quelle in possesso di Luc Gemet, che ha deciso di pubblicare su Marianne. Quanto alle opere, sono state quasi tutte collocate in locali diocesani inaccessibili al pubblico. Una, monumentale, è temporaneamente coperta. Discorso più complesso per le vetrate delle chiese nella diocesi di Lione, di proprietà del Comune: sono state inviate lettere agli otto sindaci interessati perché prendano una decisione. «Dal momento che le realizzazioni pittoriche sono frutto di violenza sessuale, non sono opere, non sono arte», è stato affermato.

    E adesso?

    Il timore delle vittime è che dopo l’esplosione iniziale, tutto si sgonfi. Dalla pubblicazione del Rapporto Sauvé certamente qualcosa è cambiato, ma basterà? «Nel nostro caso, le cose sono andate così: la maggior parte delle vittime, 49, ha inviato la propria testimonianza alle tre diocesi interessate e sono state ricevute; altre non vogliono più avere contatti con l’istituzione della Chiesa cattolica», racconta ad Adista il 23 marzo Annick Moulin. «Da parte mia, ci sono andata il 5 febbraio con le mie due sorelle e mio fratello, anche loro vittime, e siamo stati accolti piuttosto bene. Le diocesi ci hanno informato di aver fatto una denuncia al Pubblico Ministero perché i fatti erano stati denunciati nel 1976 ma sono stati taciuti e coperti da persone ancora in vita. Inoltre, un prete e una laica hanno distrutto prove al momento della morte di Ribes». Quanto alla rimozione delle opere, «le diocesi hanno accolto le nostre richieste, ma non ci sono più notizie riguardo alla rimozione delle vetrate». «Abbiamo anche chiesto – ci spiega Annick – di mettere a disposizione un fondo di emergenza per le vittime in sofferenza morale in modo che possano accedere alle cure psicologiche, e ci è stato detto di contattare l’INIRR. Questo organismo però è entrato in funzione alla fine di febbraio e i dossier non saranno trattati per diversi mesi… Dal 19 febbraio, non ci sono più notizie dalle diocesi». L’inquietudine, dopo aver scoperchiato il vaso di Pandora, è tanta: «Domenica 20 marzo è stata una giornata nazionale di preghiera per le vittime della violenza sessuale e degli abusi di potere e di coscienza all’interno della Chiesa. Nessuno di noi è stato contattato dalle tre diocesi». I giorni passano, il silenzio è il peggior nemico, e le vittime non hanno più tempo: «Dalla presentazione del Rapporto Sauvé, nell’istituzione della Chiesa cattolica le cose finora sono cambiate poco», conclude Annick con amarezza.

    https://www.adista.it/articolo/67798

  • Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

    Suor Margron: un’indagine sugli abusi nella Chiesa non può che essere indipendente

    IACOPO SCARAMUZZI

    ROMA. Un’inchiesta sugli abusi sessuali avvenuti nella Chiesa cattolica non può che essere indipendente e dovrebbe focalizzare la propria attenzione sulle sole aggressioni avvenute in ambito ecclesiale. Teologa, suora domenicana, presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) dal 2016, rieletta in questa posizione per un secondo mandato di quattro anni nel 2021, Veronique Margron, 64 anni, è uno dei volti più in vista del cattolicesimo d’Oltralpe. Insieme al vescovo di Reims monsignor Eric de Moulins-Beaufort, presidente della conferenza episcopale francese, ha promosso l’inchiesta della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (Ciase) che, presieduta dal giudice Jean-Marc Sauvé, ha recentemente pubblicato un rapporto-choc sulle aggressioni sessuali avvenute nella Chiesa francese dal 1950 ad oggi. Un tema, quello degli abusi, che suor Margron ha trattato a fondo nel libro «Un moment de verité» (Albin Michel, 2019), ma che aveva affrontato già prima di scegliere la vita religiosa, quando, fresca di studi di psicologia, ha lavorato come educatrice con i giovani delinquenti. In questa intervista spiega la genesi della commissione francese, la presa di consapevolezza del problema nell’opinione pubblica, e il contributo che la Chiesa sta dando alla società in generale nel tutelare le vittime di abusi che avvengono anche al di fuori della Chiesa.

    «Sono teologa moralista e ho passato la mia vita a insegnare cose per così dire complicate, questioni relative alla vita, alla morte, alla sofferenza, questioni legate a situazioni umane difficili, e alcuni studenti dei miei corsi, o alcune persone che assistevano a una mia conferenza, alla fine mi avvicinavano e si confidavano con me, per parlarmi di questioni come l’infertilità, l’omosessualità, a volte un incesto subito in famiglia, una aggressione sessuale subita da un prete, da un religioso, ma anche al di fuori della Chiesa, ad esempio da un medico. Sono oltre venti anni che ricevo vittime di abusi, vite sconvolte, se non frantumate. All’inizio non vedevo alcun carattere sistemico negli abusi sessuali nella Chiesa: ascoltare una vittima di incesto in famiglia o una vittima di un prete per me era lo stesso, in entrambi i casi c’era un aggressore, c’era un microcosmo che aveva soffocato la vittima, la famiglia o la parrocchia. Le cose sono cambiate qualche mese dopo che sono stata eletta nel 2016 alla presidenza della Corref. Qualche mese dopo ho ricevuto molte testimonianze di vittime di religiosi e di preti. È difficile dire perché ho ricevuto tutte queste testimonianze: probabilmente perché nell’ambito cattolico quando si trattava di questo ambito ero piuttosto conosciuta come teologa. Inoltre come presidente dei religiosi e delle religiose di Francia quando le vittime scrivevano al loro superiore per denunciare un abuso indirizzavano anche a me il messaggio per conoscenza. Così è cominciato. E piuttosto velocemente, nel giro di sei mesi, nell’estate del 2017 ho cominciato a sentire che si trattava di qualcosa che superava il singolo problema individuale. Che c’era una complicità, una viltà, che circondava l’autore di questi abusi… Nello stesso periodo c’è stato tutto il lavoro svolto dalla associazione La parole liberée a Lione («La parola liberata» è l’associazione di vittime che ha scoperchiato gli abusi seriali compiuti in un arco di diversi decenni da padre Bernard Preynat a danno degli scout e dei minorenni che frequentavano la sua parrocchia, ndr). C’è stata per così dire una convergenza tra il mio ascolto personale delle vittime, i dossier che ricevevo, e gli scandali gravi che emergevano grazie alle vittime che si organizzavano. Questo mi ha portato nel corso dell’anno 2017 ad avere consapevolezza che eravamo dentro un problema di sistema, sebbene non so se allora lo avrei già definito così, dinanzi ad uno scandalo istituzionale. Da lì è nata la riflessione. Come è possibile che un uomo abbia potuto abusare per decenni e decenni, 20, 30, 40 anni, restando in responsabilità come prete? Non è possibile che lo abbia fatto da solo, senza la complicità o la codardia di altri, non è possibile senza che ci sia un problema istituzionale che rende possibile l’impunità».

    Alla fine che risposta si è data a questi interrogativi?

    «Ci sono più fattori. C’è il carisma del prete, la sua personalità: a volte si tratta di grandi seduttori e manipolatori che sanno perfettamente avere una facciata molto presentabile. Questo si aggiunge all’immagine generale del prete, anche in un paese (marcato dalla laicità, ndr) come la Francia, una sacralizzazione della posizione del prete visto come qualcuno che in nessun modo può far male ai bambini o alle persone vulnerabili. E c’è una grande debolezza delle istituzioni, perché queste situazioni mostrano che i vescovi e i superiori sono stati o complici attivi, ossia sapendo quel che succedeva hanno lasciato il prete libero di agire, non hanno creduto alle accuse che emergevano, o hanno spostato il prete che ha continuato altrove ad abusare, oppure, in altre circostanze, non hanno voluto vedere, per paura dello scandalo che ciò comportava per la Chiesa, per codardia, per incompetenza, per accecamento… in alcuni casi perché i preti abusatori erano delle “vedette” della loro congregazione, capaci di portare tanti giovani, personalità carismatiche circondate di studenti, e metterli in causa voleva dire rinunciare a questo successo di seguito: oso sperare che questi calcoli non siano stati coscienti, ma sono reali. C’è una protezione dell’istituzione che in tutti questi decenni nella stragrande maggioranza dei casi ha prevalso sulla protezione delle persone, delle vittime, e di altre vittime potenziali. A causa di un fallimento dell’istituzione anziché cinque vittime ce ne sono state 50. Ci sono preti o religiosi per i quali non si arriva neppure a fare una stima esatta del numero delle vittime, oltre 100, 150, non si sa e non si saprà mai, perché hanno commesso le loro malefatte su un amplissimo arco di anni. E questo è stato possibile perché l’istituzione è stata complice, attivamente o passivamente».

    Oltre all’aspetto qualitativo, l’aspetto quantitativo l’ha sorpresa? Il numero di vittime che ha scoperto l’ha sorpresa?

    «Decisamente. Nei quasi tre anni della Ciase, dai primi lavori fino a oggi, penso di aver ricevuto più di 150 vittime. Ci sono settimane che questa questione occupa l’ottanta per cento del mio tempo lavorativo: non faccio quasi altro che ricevere le vittime, cercare di far avanzare la questione, contattare le autorità, che siano vescovi o superiori religiosi»

    Oltre alla responsabilità delle gerarchie ecclesiastiche, non crede che ci sia anche una responsabilità dei fedeli? Non crede che gli abusi prosperano anche quando è diffusa l’idea, magari in buona fede, che «il prete non si può criticare», e se un sacerdote si comporta in modo sospetto ci si limita a dire «è un po’ strano…», senza però fare altro?

    «Quello che lei dice è molto ben raccontato dal film Grâce à Dieu di François Ozon (la pellicola del 2019 racconta la vicenda di padre Preynat a Lione scoperchiata dall’associazione La parole liberée, ndr). I genitori dei bambini che sono vittima del sacerdote, salvo una coppia, persone di un ambiente sociale molto borghese del centro di Lione, sono completamente presi nel sistema, ritengono che il prete non possa che voler il bene del bambino, che non si possa criticare il prete. Quando Alexandre decide di denunciare (il protagonista del film: da adulto un giorno scopre per caso che il prete che lo ha abusato quando era un bambino sta ancora lavorando con i giovani, e decide di agire, ndr), la madre, una signora di buona famiglia che solitamente usa un linguaggio di un certo livello, esplode con un linguaggio che non è il suo: “Smettila di romperci le palle con queste vecchie storie!”: la cosa non può rientrare nel suo schema mentale. Non si può criticare il prete perché c’è qualcosa che è dell’ordine del sacro, dell’intoccabile… una concezione che oggi sicuramente è meno diffusa in Francia, ma che lo è stato a lungo, e lo è ancora in certi ambienti».

    Lei ha notato che tutti i genitori, «tranne una coppia», non vedono gli abusi di padre Preynat. La denuncia avviene spesso, in queste vicende, da qualcuno fuori del coro. Un ambiente troppo omogeneo sembra incapace di vedere gli abusi. Anni fa un sacerdote pedofilo di Fiumicino venne denunciato dal suo vice-parroco, che era una personalità sui generis, ma probabilmente se non lo fosse stato non avrebbe rotto il sistema; lo stesso è avvenuto con l’inchiesta «spotlight» a Boston, a lanciarla è un nuovo direttore del Boston Globe che non faceva parte delle buone famiglie bostoniane…

    «Per denunciare, per vedere quello che va visto, per rendersi conto di qual è la realtà, bisogna essere sufficientemente al di fuori di un atteggiamento chiuso e autoreferenziale perché sono convinta che quando siamo “tra di noi” le cose più folli finiscono per sembrare normali. Gli psicologi lo spiegano chiaramente. È necessario un po’ di distanza, di sfasamento. Per fare il mio esempio, io sono parte del sistema, ci mancherebbe, faccio assolutamente parte della Chiesa, e al tempo stesso vengo da una cultura che non è quella ecclesiale, ho lavorato con giovani delinquenti, quando sono venuta a contatto con gli abusi nella Chiesa c’è stato qualcosa che mi ha colpito non dico più velocemente, ma che mi ha colpito con forza perché non poteva rientrare nel mio sistema… lavorando con giovani delinquenti in pericolo avevo visto molti bambini con storie di incesto, sono cose che frantumano le vite a lungo. Prima di creare la Commissione indipendente sugli abusi nella Chiesa abbiamo riflettuto a lungo. L’idea è venuta parlando con alcuni amici magistrati, ci siamo domandati cosa bisognava fare per capire quale era la cosa migliore da fare, come affrontare qualcosa che intuivamo ma non sapevamo. E allora abbiamo riunito persone molto diverse, antropologi che hanno lavorato in campi rifugiati dell’Onu sui sistemi mafiosi che si creano in questi contesti, magistrati, c’era anche un generale dell’esercito, e a tutti abbiamo posto la stessa domanda: di fronte ad una crisi istituzionale di fiducia come hanno fatto le vostre istituzioni, o le istituzioni che avete studiato, a reagire? E tutti ci hanno risposto la stessa cosa: “L’unica possibilità è chiamare un’istanza terza, voi non potete fare la verità da soli, quale che siano la vostra buona volontà, la vostra competenza, la vostra onestà, semplicemente perché ci siete dentro!”. Ed è così che è nata l’idea di domandare, e far votare alle assemblee generali dei vescovi e dei religiosi, la creazione di una commissione indipendente (Ciase), nella convinzione che l’unico modo di uscirne, o meglio l’unico modo di fare verità sperando poi di uscirne, è chiamare una istanza terza, competente e neutra, che non ha rapporti particolari con la Chiesa, che non è contro la Chiesa né a favore, per servire la Chiesa, con i mezzi che potrà avere per cercare di fare il massimo della chiarezza possibile».

    Crede che un’inchiesta del genere dovrebbe limitarsi all’ambito della Chiesa o allargare la propria attenzione agli abusi avvenuti anche in altri ambienti, ad esempio la scuola la famiglia lo sport?

    «Penso che il grande merito dell’inchiesta che riguarda la sola Chiesa cattolica è dovuto al fatto che la situazione del prete o del religioso è molto particolare: si è preti o religiosi tutto il tempo, per tutta la vita, e non solo dalle 8 alle 18. Da questo punto di vista è molto diverso ad esempio da un’inchiesta nelle scuole, o nel mondo dello sport. Certo si può dire che bisognerebbe che tutti gli ambienti indaghino sugli abusi sessuali avvenuti al proprio interno. Ma la forza del rapporto della Ciase è che quello viene detto della Chiesa, delle forme di governo, dei malfunzionamenti, è specifico della Chiesa, e anche le questioni teologiche che si pongono non si sarebbero potute porre in un rapporto generale. Nel migliore dei casi con un rapporto che copra tutti gli ambiti di abuso si avrebbe la valutazione del numero delle vittime, si avrebbe una descrizione del trauma subito dalle vittime ma non si avrebbe null’altro, ad esempio nulla sull’analisi istituzionale che porta a questo disastro, perché non si può analizzare la scuola come si analizza la Chiesa. Ci possono essere delle analogie, una debolezza delle forme di governo ad esempio, ma sono problemi molto lontani l’uno dall’altro. A mio avviso domandare una inchiesta generale può essere un modo di fuggire l’analisi istituzionale. Ci si fermerebbe alla dimensione quantitativa – quante vittime in questa istituzione quante vittime in un’altra istituzione, qui ci sono meno vittime allora è meno grave che altrove – e non si farebbe l’analisi istituzionale. Dopo la pubblicazione del rapporto della Ciase, le nostre due istituzioni, la conferenza dei religiosi e delle religiose e la conferenza episcopale, hanno nominato una quindicina di gruppi di lavoro sui temi specifici sollevati, la formazione nella vita religiosa, i contropoteri necessari, cos’è l’accompagnamento spirituale, la questione del segreto confessionale: questioni per definizione specifiche dell’istituzione religiosa, tutte cose che non avremmo potuto fare se l’inchiesta fosse stata svolta dallo Stato o dai poteri pubblici su un ampio ventaglio di ambienti».

    Secondo lei quali sono i punti istituzionali più importanti da rimettere in causa? Cosa deve cambiare la Chiesa?

    «Già il giorno in cui il rapporto ci è stato consegnato è stato chiaro che la Chiesa, peraltro non più di un’altra istituzione, non può essere giudice e parte in causa al tempo stesso: deve ricorrere a competenze esterne. Ci sono molte persone che ci vogliono aiutare in questo lavoro di verità, persone che non sono cattoliche o che lo sono ma non lo dicono ma che sono pronte ad aiutarci perché è una questione di sanità pubblica, una questione di verità. Penso che prima cercavamo solo al nostro interno. Ma per ogni questione – non certo per la risurrezione di Cristo! – ma per tutte le questioni etiche dobbiamo ricorrere sia alle competenze interne che alle competenze esterne. Questo è un primo cantiere. Seconda cosa, il ruolo della Chiesa nella società. Contrariamente a quel che si può pensare, nonostante il Concilio vaticano II la Chiesa ha continuato a vivere, almeno in parte, come una comunità chiusa che si doveva difendere dal mondo: magari senza dirlo, ma nella realtà c’è una sorta di muro tra la Chiesa e la società civile e dunque la seconda cosa da imparare è che abbiamo bisogno degli altri, a partire dalla giustizia civile per trattare quel che deve essere trattato, perché i crimini o i delitti non possono essere “trattati in famiglia”, e parlo degli incesti come delle aggressioni sessuali commessi da preti o religiosi. Bisogna integrare queste competenze e dare loro un vero potere, non si tratta solo di farsi consigliare ogni tanto da uno psichiatra o un magistrato ma integrarli nel nostro sistema di vigilanza e decisione. Un terzo cantiere riguarda l’ecclesiologia: il ruolo dei preti, ma più in generale la questione del rapporto con il potere: il potere nella Chiesa non può che essere detenuto dal clero? Bisogna essere prete, diacono o vescovo per detenere il potere? Davvero da un punto di vista teologico il rapporto col potere deve essere un rapporto clericale, in senso proprio? Io nella teologia non vedo nulla che lo indichi. Dare senso al ministero ordinato non vuol dire che esso debba detenere la totalità del potere di governo di una parrocchia o di una diocesi. Penso che tutto il resto ne discenda: una parte del disastro nel quale siamo viene appunto da quell’autoreferenzialità tra preti e vescovi, e rende necessario un vero lavoro sull’ecclesiologia. Ecclesiologia che riguarda anche il ruolo delle donne nelle istanze di governo, di insegnamento, di autorità, nei seminari e in altri luoghi».

    Quando è che l’opinione pubblica francese ha aperto gli occhi su questo problema?

    «Il film-documentario sulle religiose abusate trasmesso da Arte nel 2019, ”Abusi sessuali sulle suore: l’altro scandalo nella Chiesa”, è stato un vero detonatore tra i cattolici, che erano orripilati, ma ben al di là dei cattolici. Il numero di persone che hanno visto il documentario in diretta o a posteriori è stato molto alto, il film è stato visionato a lungo. Quel film è stato un vero innesco. Anche il film Grâce à Dieu di François Ozon è stato visto da molte persone ed ha partecipato alla presa di coscienza. E poi il lavoro della Ciase, ha fatto una grande opera di comunicazione nel corso dei due anni e mezzo di lavoro. Regolarmente il presidente Jean-Marc Sauvé è intervenuto sui giornali, alla radio, anche per fare appello alle testimonianze. Penso che ciò ha mostrato chiaramente sia che la Chiesa cattolica in Francia era in crisi grave, sia che c’erano persone impegnate a cercare di capire cosa era successo. Il rapporto finale ha avuto ampia eco giornalistica, io stessa nei venti giorni successivi sarò stata ospite di una ventina di trasmissioni. Dal mio punto di vista una parte almeno della società francese non solo ha ricevuto il rapporto per quel che è, senza metterne in dubbio il rigore, ma ha maturato la consapevolezza della crisi della Chiesa, della sua perdita fenomenale di credibilità, ma anche – cosa che colpisce – il rapporto non ha innescato alcun anticlericalismo: non abbiamo visto nessuna caricatura dei cattolici, al contrario, un certo numero di osservatori ha riconosciuto alla Chiesa cattolica il coraggio di aver creato una commissione, di lasciarla lavorare, di rendere pubblico tutto il rapporto, annessi compresi, e questo ha contribuito alla credibilità della Chiesa. Non c’è stato, lo ripeto, nessun sentimento anticlericale, e dire che in Francia a volte siamo campioni del mondo in questo atteggiamento!».

    Nel corso del suo impegno in questo ambito, all’inizio, o ancora adesso, le fanno l’obiezione che lei è troppo focalizzata sul tema degli abusi sessuali?

    «Sì, mi hanno fatto sempre questa obiezione. Un po’ meno al momento della pubblicazione perché i numeri sono stati così impressionanti che, per così dire, il rapporto della Ciase ha calmato molte persone. Ma obiezioni ce ne sono sempre state. Ma oggi per me nella Chiesa di Francia questo è il mio posto: non l’ho scelto, non ho scelto di diventare presidente della Corref e non ho deciso di esserlo in questo momento. Per me è responsabilità della mia generazione di dover andare fino in fondo, anche se non so dov’è il fondo, di fare il massimo possibile: per le persone vittime innanzitutto, per i loro cari, e per tentare di proporre o almeno suggerire le riforme, le riflessioni necessarie. Il mio posto è questo, e cerco di far comprendere che la questione delle aggressioni sessuali nella Chiesa cattolica non è un dossier, un faldone che uno apre, lo tratta, e lo chiude: sono vite umane, un popolo di centinaia di migliaia di vite rotte, per alcuni distrutte, e sono state distrutte per colpa di membri della Chiesa! Quando uno cerca di fare qualcosa per i rifugiati, non è la causa del problema, in questo caso sì: del dolore di tutte queste vite la Chiesa e alcuni suoi membri sono interamente la causa. Sento che questo mi rende responsabile in modo infinito. E poi – non lo facciamo per questo ma vorrei sottolinearlo – penso che poiché la Chiesa è un’istituzione pubblica, visibile, può aiutare alcune vittime di incesto in famiglia, che non possono parlare perché l’ambiente famigliare è ancor più chiuso, parlare vuol dire far esplodere la propria famiglia, c’è un legame affettivo all’interno della famiglia che rende la cosa ancor più violenta. Il fatto che noi siamo impegnati voglio sperare che aiuti a dire parole che queste vittime non possono rendere pubblicamente. In Francia c’è una commissione nazionale sull’incesto e altre aggressioni sessuali ed è nata in parte – non solo – grazie alla Ciase. Il fatto che Jean-Marc Sauvé è intervento pubblicamente, che per realizzare il nostro studio è stata fatta un’indagine statistica sull’insieme della popolazione, tutto questo ha contribuito a spingere lo Stato a lanciare una commissione. Mi rendo conto che anche per queste persone che non sono vittime della Chiesa quel che cerchiamo di fare è importante. Per me queste sono risposte sufficienti alle obiezioni», conclude Veronique Margron: «Pensare che delle vittime oggi possano almeno sentire di essere finalmente prese sul serio, sapere di essere credute, che si fa almeno un po’ per riparare per quello che hanno subito, penso che sia una cosa enorme».

    https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2022/02/26/news/suor_margron_un_indagine_sugli_abusi_nella_chiesa_non_puo_che_essere_indipendente-2863376/