Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’accusa di violenza sessuale a don Vito Martinelli, il gip di Trani: «Condotte seriali e non occasionali»

    L’accusa di violenza sessuale a don Vito Martinelli, il gip di Trani: «Condotte seriali e non occasionali»

    Gli abusi sarebbero iniziati nel 2022 durante i viaggi da Corato ad Acquaviva delle Fonti, in provincia di Bari. Alla richiesta del giovane se alcuni atti costituissero peccato, il prete avrebbe risposto di no, invitandolo poi a consultare uno psicologo per far emergere «la sua latente omosessualità». Poi, simulando approcci intimi, avrebbe iniziato a toccarlo. Da allora, atti simili si sarebbero ripetuti in più occasioni nel corso degli anni, anche nella sacrestia e nei locali della parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, a Corato. Lo si legge nell’ordinanza di custodia cautelare con cui, sabato scorso, la polizia ha arrestato ai domiciliari don Vito Martinelli, parroco 56enne, con l’accusa di violenza sessuale aggravata dall’abuso di autorità nei confronti di un giovane parrocchiano. Il ragazzo aveva conosciuto il prete nel periodo di preparazione alla cresima e vedeva in Martinelli il suo «padre spirituale» (si legge negli atti), in quanto anche il giovane aveva deciso di entrare in seminario e diventare sacerdote.

    Per gli inquirenti di Trani, il racconto della persona offesa è coerente e privo di vizi, con indizi gravi a carico del sacerdote le cui condotte sono state ritenute «seriali e non occasionali». Il gip ha anche rilevato i rischi di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio. Martinelli, insegnante di religione al liceo, continuò a seguire il giovane nel suo percorso di ingresso in seminario. A novembre 2025, dopo il trasferimento del prete in un’altra chiesa, il ragazzo raccontò quanto accaduto al nuovo parroco e i due, si legge negli atti, informarono il vescovo di Trani della questione. Oggi, infatti, monsignor Leonardo D’Ascenzo ha spiegato in una nota di aver «avviato l’indagine preliminare sull’operato del Sacerdote» a novembre 2025 e di aver quindi «già disposto la sospensione immediata dell’indagato da ogni incarico pastorale, in attesa che l’iter giudiziario faccia il suo corso». Mercoledì mattina, in Tribunale a Trani, si terrà l’interrogatorio di Martinelli, assistito dagli avvocati Salvatore D’Aluiso e Rinaldo Alvisi.

    Il vescovo di Trani: dolore e sconcerto

    «L’Arcidiocesi di Trani-Barletta-Bisceglie esprime profondo dolore e sconcerto per i fatti contestati» a don Vito Martinelli, prete di Corato (Bari) arrestato sabato scorso con l’accusa di violenza sessuale aggravata dall’abuso di autorità nei confronti di un giovane che frequentava la parrocchia del Sacro Cuore di Gesù. Lo si legge in una nota in cui si spiega che l’arcivescovo Leonardo D’Ascenzo, che il 25 novembre 2025 aveva «avviato l’indagine preliminare sull’operato del Sacerdote», ha «già disposto la sospensione immediata dell’indagato da ogni incarico pastorale, in attesa che l’iter giudiziario faccia il suo corso».

    Monsignor D’Ascenzo, «a nome di tutta la comunità diocesana, manifesta vicinanza e solidarietà alla presunta vittima e alla sua famiglia». L’Arcidiocesi, si legge ancora, «riafferma la propria piena fiducia nell’operato della Magistratura e delle Forze dell’Ordine, offrendo la propria collaborazione per il rapido e completo accertamento della verità dei fatti» e «ribadisce il proprio fermo impegno nella tolleranza zero contro ogni forma di abuso, continuando a lavorare per garantire che le parrocchie e i centri pastorali siano luoghi sicuri».

    https://gazzettadelsud.it/articoli/cronaca/2026/10/12/laccusa-di-violenza-sessuale-a-don-vito-martinelli-il-gip-di-trani-condotte-seriali-e-non-occasionali-705e3017-ffb4-4d84-891c-3bda746f6dbe/

  • Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Il segretario personale di Leone XIV è stato discepolo di Lute, il parroco di Chiclayo accusato di abuso sessuale che Roma non vuole indagare

    Edgard Rimaycuna, segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi di 9 e 11 anni. Il dato, finora inedito, non è fornito da un mezzo critico verso il Pontefice: lo raccoglie El pastor y los lobos, il libro di Santiago Roncagliolo elaborato con fonti dell’ambiente papale e apertamente elogioso verso Leone XIV. La rivelazione colloca il collaboratore più vicino al Papa nel cerchio del sacerdote il cui caso —istruito sotto l’allora vescovo Robert Prevost mediante un’indagine che la stessa Chiesa definisce «presa in giro»— resta ancora irrisolto, dopo che una dispensa dallo stato clericale ha cercato di porre fine al processo canonico.

    Lo scrittore peruviano Santiago Roncagliolo ha appena pubblicato El pastor y los lobos (Seix Barral, Grupo Planeta), una cronaca dell’ascesa di Robert Prevost fino al pontificato che lo stesso autore presenta come la storia di un vescovo che ha affrontato gli abusi nella Chiesa peruviana. Non è un libro ostile al Papa: Roncagliolo riconosce che una delle sue fonti principali è la giornalista Paola Ugaz, stretta collaboratrice di Prevost nell’indagine sul Sodalicio e, insieme a Pedro Salinas, una delle voci che difende pubblicamente con maggiore energia la gestione del Pontefice.

    Proprio per questo risulta tanto sorprendente il dato che il libro lascia cadere, quasi di sfuggita, e che finora non era pubblico: Edgard Rimaycuna, il segretario personale di Leone XIV, è discepolo di padre Eleuterio Vásquez González, «Lute», il sacerdote di Chiclayo accusato di aver abusato di minori impuberi, nel caso la cui istruzione sotto l’autorità dell’allora vescovo Prevost la stessa Chiesa ammette sia stata «una presa in giro». Un caso ancora aperto e che la Chiesa si impegna a non risolvere.

    Cosa dice il libro

    Nel raccontare il rapporto tra il vescovo Prevost e padre Lute —all’epoca il sacerdote più popolare della diocesi, promotore della devozione del Niño del Milagro de Eten—, Roncagliolo scrive:

    «Combattere insieme unì molto il vescovo e il padre. Padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva. E il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi. Lute offrì cinquemila testimonianze di persone guarite, aiutate o salvate dal Niño del Milagro. Ne ottenne ventimila, che Prevost portò a papa Francesco nel 2019. Allo stesso tempo, Prevost contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali. Già come papa, si sarebbe portato in Santa Sede, come segretario privato, un discepolo di Lute, Edgard Rimaycuna».

    Il passo è doppiamente rilevante. Primo, perché documenta un rapporto di stretta fiducia e collaborazione tra Prevost e Lute —«padre Lute lo informava di tutto ciò che faceva», «il vescovo Prevost era orgoglioso dei suoi successi»— negli anni immediatamente precedenti alle denunce delle vittime contro il sacerdote presentate allo stesso Prevost, nell’aprile 2022. Secondo, perché colloca in quell’orbita, come discepolo dell’accusato, la persona che oggi condivide il quotidiano del Pontefice: il suo primo segretario personale.

    Il prete che fabbricava vocazioni

    Per capire la portata della parola «discepolo» bisogna capire chi era Lute nella diocesi di Chiclayo. Non era un parroco qualsiasi: era, di gran lunga, il sacerdote più carismatico e popolare di Lambayeque. Il «Padre del Niño», l’uomo che riempiva templi, che mobilitava folle dietro il Divino Niño del Milagro, che metteva in funzione mense e santuari, che raccoglieva ventimila testimonianze di fede. Un prete dal tratto diretto e travolgente, sempre circondato da bambini e giovani, a cui le famiglie aprivano le porte di casa senza alcuna riserva.

    Ed è vero —lo riconosce tutto l’ambiente diocesano— che quel carisma diede frutti vocazionali: Lute spinse molti ragazzi delle sue parrocchie verso il seminario. Lo faceva come faceva tutto: interponendosi in modo molto diretto con le famiglie, parlando con i genitori, accompagnando personalmente il discernimento dei ragazzi che emergevano nei suoi gruppi parrocchiali. Era, esattamente, ciò che il libro descrive: l’uomo con la cui popolarità «contava» Prevost «per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». In quel contesto va letta la filiazione di Rimaycuna: insieme ad altri giovani dello stesso profilo —applicati, devoti, cresciuti nelle parrocchie dove Lute esercitava il suo magistero informale—, molto probabilmente fu incoraggiato e spinto verso il seminario in quegli anni dal sacerdote oggi accusato.

    Quella forma di intermediazione diretta con le famiglie ha, inoltre, un rovescio sinistro accertato nel fascicolo stesso: era lo stesso meccanismo di fiducia che, secondo le denunce, permetteva a Lute di portare bambine impuberi in montagna. Come raccontò Ana María Quispe a Canal N, padre Lute «era molto amico della sua famiglia» e la sua condizione religiosa «gli permise di convincere i genitori» affinché la bambina lo accompagnasse in una missione a cinque ore da Chiclayo. Lo stesso ascendente sulle famiglie che apriva le porte del seminario a qualcuno, apriva ad altre la strada di Cueva Blanca.

    Chi è Edgard Rimaycuna

    Edgard Iván Rimaycuna Inga (Chiclayo, 1989) è segretario personale di Leone XIV dal 8 maggio 2025, il giorno successivo all’elezione. Ordinato sacerdote a Chiclayo nel novembre 2014, celebra la sua prima messa nella parrocchia San José Obrero de La Victoria, lo stesso ambiente parrocchiale in cui le vittime collocano parte dei fatti denunciati e in cui lo stesso Lute aveva esercitato come parroco. Nel novembre 2025 il Papa lo nomina Cappellano di Sua Santità, incorporandolo alla Famiglia Pontificia. Accompagna Leone XIV nel recente viaggio apostolico in Spagna e questo stesso mese di agosto è ricevuto in odore di folla a Chiclayo, dove trascorre le vacanze. È, in sintesi, la persona di maggiore vicinanza quotidiana al Papa all’interno della Santa Sede.

    Il discepolo come testimone

    La rivelazione del libro non imputa nulla a Rimaycuna. Ma lo colloca dove finora nessuno lo aveva collocato: nel cerchio intimo di un sacerdote la cui vita pastorale quotidiana —quella che un discepolo condivide per definizione— è precisamente ciò che il processo canonico non è mai riuscito a ricostruire.

    Perché quelle pratiche non erano clandestine. Secondo le denunce, Lute portava bambine impuberi —tra i nove e gli undici anni— in villaggi della montagna di Lambayeque, a ore dalle loro case, e pernottava da solo con loro in una piccola stanza di Cueva Blanca, con autisti, catechisti e fedeli come testimoni dei trasferimenti. Le vittime descrivono con precisione uno di quei testimoni: l’autista che portava il sacerdote in quei viaggi, un collaboratore della parrocchia di San José —facilmente identificabile— che dormiva in macchina mentre il prete pernottava con le bambine nella stanza dove si producevano i gravissimi abusi denunciati. Tanto superficiale fu l’indagine istruita sotto Prevost che non si tentò nemmeno di cercare e identificare quella persona, un adempimento che le vittime reclamano espressamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, che fino ad oggi le ignora con una passività inusitata. Ana María Quispe Díaz, la vittima che si espone pubblicamente, denuncia inoltre che «esistono testimoni che hanno dichiarato pubblicamente ai media che portava frequentemente altri bambini nella stessa stanza» dove si produssero gli abusi denunciati, affermazione supportata anche in testimonianze televisive. I viaggi «missionari» del prete più popolare della diocesi, con minori e con pernottamento, erano visibili al suo cerchio parrocchiale.

    È in quell’ambiente che il libro colloca Rimaycuna. Nessuno può affermare cosa vide o non vide un seminarista di quegli anni, e questo giornale non lo farà. Ciò che si può constatare è più semplice: chi è cresciuto pastoralmente e vocazionalmente accanto a Lute conosce quel mondo dall’interno, ed è quindi uno dei testimoni meglio posizionati per aiutare a ricostruire ciò che l’indagine ecclesiastica non ha mai ricostruito. In un tempo in cui tante istituzioni religiose pagano il prezzo di non aver saputo vedere in tempo ciò che accadeva intorno alle loro figure carismatiche, quella memoria di prima mano avrebbe oggi un valore enorme per le vittime. Sarebbe un gesto che onorerebbe il segretario del Papa —e lo stesso Pontefice— metterla al servizio del chiarimento di un caso che Roma preferisce attribuire a cospirazioni.

    Un caso aperto che la Chiesa non risolve

    Le vittime denunciano a Prevost, nell’aprile 2022, gli abusi subiti da bambine per mano di padre Lute. L’istruttoria di quella denuncia è disautorizzata dalla stessa Chiesa: il delegato ecclesiastico del caso, il canonista Giampiero Gambaro, ammette alle vittime il 23 aprile 2025 che l’indagine condotta sotto la responsabilità di Prevost è «una presa in giro», «molto mal fatta», con «molti errori» e «molta superficialità», e che all’accusato «praticamente non è stato chiesto nulla». Il Dicastero per la Dottrina della Fede arriva ad archiviare il fascicolo adducendo la prescrizione civile peruviana, un argomento che lo stesso Gambaro definisce «stranissimo».

    Il processo, tuttavia, non arriva a essere sanato: Lute chiede la dispensa dallo stato clericale e Leone XIV gliela concede il 15 settembre 2025, una decisione con cui si pretende di dare per concluso il processo penale canonico che doveva chiarire i fatti. Pretesa che, secondo alte fonti giudiziarie vaticane consultate da InfoVaticana, è priva di fondamento: la dispensa non estingue il processo. A prescindere dal fatto che il reo passi allo stato laicale, nulla impedisce —e tutto consiglia— che l’indagine prosegua in vista del chiarimento dei fatti e della riparazione delle vittime. È esattamente ciò che queste continuano a reclamare, con scritti e procedimenti persistenti, ad autorità ecclesiastiche che, per il momento, non si muovono. Le vittime denunciano che la decisione le lascia «disamparate», reclamano al Dicastero per la Dottrina della Fede le più elementari adempimenti che non furono mai praticati e annunciano azioni canoniche contro i responsabili delle negligenze, cominciando dal «primo responsabile del caso, il vescovo Robert Prevost». A oggi, né la verità è chiarita, né la riparazione promessa si compie.

    Le domande che lascia il libro

    La rivelazione di Roncagliolo —insistiamo, un autore favorevole al Papa e nutrito da fonti della sua massima fiducia— obbliga a formulare domande scomode. Se lo stesso ambiente del Pontefice assume con naturalezza che il suo segretario personale sia discepolo di Lute, in che misura pesa quella vicinanza personale e affettiva del cerchio papale con il sacerdote denunciato nella gestione del caso? Ha relazione con il fatto che Prevost non abbia mai sospeso l’accusato dalla celebrazione pubblica della Messa, e con le carenze dell’istruttoria che la stessa Chiesa riconosce?

    Il libro ritrae un Prevost «orgoglioso» dei successi di Lute, che porta in Vaticano ventimila testimonianze della sua devozione e che «contava sulla popolarità di Lute per evangelizzare e creare vocazioni sacerdotali». Una di quelle vocazioni nate all’ombra del prete di Eten lavora oggi nell’ufficio accanto a quello del Papa, mentre il caso delle sue vittime continua senza verità, senza giustizia e senza riparazione. Nulla di tutto questo era stato raccontato finora. Lo racconta, paradossalmente, un libro scritto per rivendicare Leone XIV come il pastore che ha affrontato i lupi.

    https://infovaticana.com/it/2026/09/02/il-segretario-personale-di-leone-xiv-e-stato-discepolo-di-lute-il-parroco-di-chiclayo-accusato-di-abuso-sessuale-che-roma-non-vuole-indagare/

  • Vescovo accusato di abusi, il Papa congeda un prelato pronto ad andare in pensione. Lui: «Fare chiarezza sulla verità»

    Vescovo accusato di abusi, il Papa congeda un prelato pronto ad andare in pensione. Lui: «Fare chiarezza sulla verità»

    Papa Leone XIV conferma la sua linea dura contro gli abusi. Congeda dunque mons. Antonio Santarsiero Rosa, vescovo di Huacho, in Perú. Il prelato ha 75 anni, l’età in cui i vescovi vanno in pensione. Ma Santarsiero è accusato di abusi e aveva chiesto già ad aprile di rinunciare al suo ruolo di segretario generale della Conferenza episcopale peruviana per potere «fare chiarezza sulla verità».

    All’epoca, alcuni organi di stampa, come il sito web “InfoVaticana“, avevano riportato una denuncia contro di lui per presunti abusi sessuali e maltrattamenti psicologici avvenuti nel seminario di questa città costiera, vicino a Lima. Monsignor Santarsiero ha sempre negato le accuse.

    La decisione del Papa

    Nell’attesa che venga fatta piena chiarezza, il Papa lo ha allontanato dal governo della diocesi e al momento non ha nominato un nuovo vescovo. Per Prevost la lotta agli abusi è una priorità, in scia alla linea intrapresa da Papa Francesco e ancora prima da Benedetto XVI. Tra le decisioni prese, per esempio, quella nei confronti del vescovo di Cadice, Spagna, mons. Rafael Zornoza Boy, che era al centro, in Spagna, di una bufera per accuse di abusi sessuali.

    Papa Leone ha anche intrapreso un dialogo con le vittime, a partire dalla rete americana Eca (Endin Clergy Abuse) che, dopo l’incontro con il Pontefice lo scorso ottobre, ed era la prima volta che la combattiva associazione varcava la soglia del Vaticano, ha avviato un dialogo anche con la Commissione vaticana per la tutela dei minori.

    In attesa del viaggio in Francia, a fine settembre, nel corso del quale Papa Leone XIV «certamente», come detto dai vescovi francesi a La Croix, incontrerà un gruppo di vittime di abusi, restano comunque forti le parole pronunciate nell’ultimo viaggio, quello in Spagna a giugno, nel corso del quale il Pontefice ha incontrato alcune persone che ancora portano le ferite a causa di abusi subiti da parte di membri del clero. Parlando successivamente con i vescovi spagnoli, Leone XIV aveva detto: «Di fronte a questa piaga, la comunità ecclesiale è chiamata a rispondere con l’ascolto, la verità, la giustizia, la riparazione e un impegno sempre più deciso nella prevenzione e nella cultura della cura. Ogni persona ferita deve poter trovare ascolto sincero, accoglienza, protezione e percorsi reali di guarigione».

    https://www.leggo.it/esteri/news/15_luglio_2026_vescovo_accusato_abusi_papa_leone_accetta_rinuncia_oggi-9652943.html

  • Getta fango sul Seminario: le accuse di abusi sessuali erano false. Riabilitati due sacerdoti

    Getta fango sul Seminario: le accuse di abusi sessuali erano false. Riabilitati due sacerdoti

    Sei anni di gogna mediatica e fango riversato sulla Diocesi di Treviso cancellati da un dispositivo di venti righe. La sezione civile del Tribunale di Padova, lo scorso 27 aprile, ha messo la parola fine al teorema di Gianbruno Cecchin, il docente di filosofia di 55 anni ed ex assessore di Cittadella che aveva accusato di abusi sessuali i suoi vecchi educatori del Seminario di Treviso. Il giudice ha stabilito che quelle accuse erano completamente false, dichiarando Cecchin «non attendibile» e condannandolo a risarcire con 50.000 euro ciascuno don Livio Buso e don Paolo Carnio, i due sacerdoti che erano rappresentati dall’avvocato Stefano Zoccarato.

    La bomba era esplosa il 15 febbraio 2020. Cecchin, cavalcando l’eco dei summit vaticani sulla pedofilia, aveva inviato una mail al vetriolo a tutte le redazioni giornalistiche e indirizzata per conoscenza anche a Papa Francesco. Nella missiva l’ex seminarista rievocava fatti vecchi di trent’anni, risalenti all’anno accademico 1990-1991, quando, allora diciannovenne, frequentava la Comunità Vocazionale a Treviso. Il racconto era un catalogo degli orrori: abusi nelle camere dei preti, vessazioni, una fuga disperata nella notte e persino presunte minacce di morte («Se parli sei morto») arrivate in stile mafioso per intimargli il silenzio. I due preti, nel frattempo diventati stimati parroci, erano finiti dritti nel tritacarne.

    Sul fronte penale la Procura non aveva potuto muovere un passo: i reati ampiamente erano prescritti. Cecchin denunciò per minaccia ma anche quella querela finì nel nulla e venne archiviata. Ma don Livio e don Paolo non ci stavano a passare per mostri e due anni fa hanno incardinato la causa civile per diffamazione. L’istruttoria ha demolito punto per punto il memoriale del professore: nessun riscontro, nessuna prova, solo un castello di falsità che ha pesato come un macigno sulla reputazione dei due prelati e anche della chiesa della Marca. Oggi la sentenza, passata in giudicato, ristabilisce la realtà dei fatti, con il vicario generale monsignor Mauro Motterlini che parla di «parola definitiva di verità». Per Cecchin, oltre al discredito, resta un conto da 100mila euro di danni, più le spese legali.

    https://www.trevisotoday.it/cronaca/treviso-giambruno-cecchin-false-accuse-abusi-sessuali-sacerdoti-preocesso-sentenza-18-giugno-2026.html

  • Abusi nel seminario francescano, il Tribunale ecclesiastico: «Gravi responsabilità della Chiesa»

    Abusi nel seminario francescano, il Tribunale ecclesiastico: «Gravi responsabilità della Chiesa»

    Oristano «Colpevole assenza di vigilanza da parte di chi aveva l’obbligo di tutelare il gregge, preferendo il decoro dell’abito alla salvezza delle anime». È in questo passaggio delle motivazioni depositate dal Tribunale ecclesiastico interdiocesano sardo che si riassume il verdetto su una delle pagine più cupe della Chiesa isolana. La dimissione dallo stato clericale di don Valerio Manca sancisce la fine di un’omertà durata decenni, restituendo giustizia al dolore di padre Paolo Contini, vittima di abusi che ne hanno profondamente segnato l’esistenza. La sentenza scoperchia una cupola di silenzio che ha protetto Manca per quasi quarant’anni. I magistrati, lungi dal limitarsi alla condanna del singolo, analizzano l’apparato ecclesiastico: una struttura che, pur di «preservare l’immagine dell’istituzione», ha barattato la tutela dei minori con una deliberata «amnesia burocratica». Per il collegio giudicante dunque «non si tratta di mancanze veniali, ma di una condotta predatoria» che ha trovato terreno fertile in una rete di coperture interne alla Chiesa stessa, trasformando il silenzio in una strategia di gestione volta a proteggere i propri membri a discapito delle vittime.

    Tra il 1987 e il 1990 nel Collegio serafico di Oristano, Manca, allora noto come padre Emanuele, agì su un giovanissimo Paolo Contini. Il coraggio di Contini — esploso pubblicamente il 13 maggio 2023 dal pulpito della parrocchia di Ghilarza — ha trasformato una ferita privata in una denuncia. La prova risiede nella lettera di scuse che padre Manca gli inviò nel 2021: un maldestro tentativo di conciliazione privata che, ribaltatosi nelle mani della vittima, è diventato confessione stragiudiziale capace di infrangere ogni sigillo. Nelle motivazioni, il Tribunale definisce l’operato di Manca una «devastante distruzione dell’integrità morale del minore», orchestrata con «metodica premeditazione» e la «strumentalizzazione del carisma del ruolo di guida spirituale» per assoggettare le sue vittime. I giudici stigmatizzano come la Chiesa abbia agito, per decenni, preferendo la difesa corporativa rispetto ai valori evangelici, scegliendo deliberatamente di non vedere. Già al momento della sentenza, lo scorso 15 gennaio, la reazione di padre Paolo fu intrisa di una solennità profetica: «Non è una vittoria contro la Chiesa, ma una vittoria della Chiesa». Il Tribunale, mettendo a verbale la «colpevole assenza di vigilanza» di chi deteneva l’obbligo di tutelare, ha sancito il fallimento di un’istituzione che, finalmente, si arrende alla realtà dei fatti.

    Ed è proprio padre Paolo Contini, a dettare il senso ultimo di questa lunga traversata: «Per me si scrive la parola fine in questa dolorosissima vicenda. È stato un percorso lungo, faticoso e non privo di inattese sorprese. Era giusto farlo non soltanto per me, ma per il bene della Chiesa tutta e per evitare ad altri bambini di cadere vittime del mio stesso abusatore. Io avevo già perdonato, ma la giustizia era necessaria. Ora posso dire che ho fatto il mio dovere e che posso ritornare alla mia vita, cercando di recuperare la serenità e la pace che in questa vicenda giudiziaria sono state messe a dura prova. Ringrazio il Signore per avermi dato la forza e sono grato a tutti coloro che mi hanno sostenuto in questo penoso viaggio. Prego anche per il condannato, perché possa davvero prendere coscienza del male che ha fatto e possa lasciarsi convertire dal Signore».

    https://www.lanuovasardegna.it/oristano/cronaca/2026/06/02/news/abusi-nel-seminario-francescano-gravi-responsabilita-della-chiesa-1.100877572
  • Mea culpa -2. La Crepa

    Mea culpa -2. La Crepa

    Quando il sacerdote incaricato della formazione dei ragazzi viene trasferito, gli equilibri del seminario si spezzano.

    Luca lascia i Legionari di Cristo, ma sente che una parte di sé è rimasta intrappolata tra quelle mura. Intanto le accuse contro il fondatore Marcial Maciel travolgono l’Ordine e papa Benedetto XVI apre un’indagine senza precedenti su una Congregazione fino ad allora protetta da importanti figure del Vaticano.

  • Mea culpa -1. La chiamata

    Mea culpa -1. La chiamata

    Lago d’Orta. Luca ha solo dodici anni quando prende una decisione che cambierà per sempre la sua vita: entrare nella Congregazione dei Legionari di Cristo.

    In seminario scopre un mondo fatto di controllo, disciplina e obbedienza. Impara presto a conoscere quella stanza in penombra, con le tapparelle abbassate e la porta chiusa a chiave, dove il sacerdote incaricato della formazione riceve i seminaristi.

    Intanto i ragazzi vengono educati al culto del fondatore dell’Ordine, Marcial Maciel. Non sanno che il Vaticano lo ha già condannato a una vita di preghiera e penitenza, mentre iniziano a emergere accuse sulla sua doppia vita.

    https://www.raiplaysound.it/audio/2026/05/Mea-culpa-Ep01-La-chiamata-fc17cefb-bbaf-4913-8bfe-486f880af3fe.html

  • Le vittime di Santarsiero ignorate: esposte dal denunciato mentre la Chiesa non conferma loro nemmeno la ricezione della loro denuncia

    Le vittime di Santarsiero ignorate: esposte dal denunciato mentre la Chiesa non conferma loro nemmeno la ricezione della loro denuncia

    El 26 marzo 2026, una lettera notarile è stata consegnata a mano nella Nunziatura Apostolica di Lima. Suo destinatario formale: il nunzio apostolico in Perù, Mons. Paolo Rocco Gualtieri. Su contenuto: una denuncia formale contro Mons. Antonio Santarsiero Rosa, OSJ, vescovo della diocesi di Huacho e allora segretario generale della Conferenza Episcopale Peruviana, per presunti abusi sessuali sistematici —incluso un minore nel seminario minore diocesano— e maltrattamento psicologico a persone sotto la sua autorità. L’incartamento è stato trasmesso simultaneamente al Dicastero per la Dottrina della Fede, presieduto dal cardinale Víctor Manuel Fernández.

    Non era la prima volta che questi fatti arrivavano a Roma. Secondo quanto consta nel dossier, comunicazioni documentate sugli stessi fatti erano state trasmesse alle autorità vaticane nel 2024 e 2025, senza risposta pubblica nota né traccia di azione.

    Il 8 aprile 2026, Infovaticana ha pubblicato la denuncia. Il 9 aprile, la Conferenza Episcopale Peruviana, presieduta da Mons. Carlos Enrique García Camader, ha annunciato che Santarsiero si allontanava dalla Segreteria Generale «per dedicarsi all’accertamento dei fatti». Il 14 aprile, il vescovo, insieme al suo Vicario Alejandro Alvites, ha convocato e presieduto una riunione con tutto il clero diocesano nell’auditorio della I. E. P. Liceo Español San Juan Bautista de Hualmay, provincia di Huaura. Lì, invece di mantenere la minima riservatezza esigibile in qualsiasi procedimento sanzionatorio in corso, ha identificato pubblicamente le sue stesse vittime davanti al presbiterio e ha promosso la firma di un documento di supporto.

    Nel frattempo, le vittime —denuncianti formali in un procedimento canonico aperto— non hanno ricevuto nulla. Né una notifica di ammissione al procedimento. Né una citazione per indagini complementari. Né l’apertura di un canale di comunicazione e assistenza. Né una sola parola di accompagnamento da parte dell’autorità ecclesiastica che istruisce. ¿Che istruisce? Silenzio assoluto.

    E, mentre quel silenzio si prolunga, l’indagato si sposta a Roma.

    Ciò che il legislatore canonico non ha esplicitato

    Chi rivede il Codice di Diritto Canonico del 1983, le norme De delictis reservatis, il motu proprio Vos estis lux mundi —nella sua redazione del 2019 e in quella consolidata del 2023— e il Vademecum del Dicastero per la Dottrina della Fede sul trattamento dei casi di abuso, troverà un sistema attentamente articolato intorno all’indagato: diritto di difesa, presunzione di innocenza, assistenza legale, ricorsi. Non troverà, invece, uno statuto processuale chiaro ed esigibile della vittima. Non perché il legislatore abbia deciso di escluderla —sarebbe assurdo pensarlo—, ma perché ci sono principi così elementari, così ovvi, così strutturali del concetto stesso di «processo» in qualsiasi tradizione giuridica civile, che il legislatore canonico, presumibilmente, non ha considerato necessario esplicitarli in dettaglio.

    Ebbene: ciò che non si esplicita, nella prassi canonica attuale, semplicemente non si applica.

    Sul silenzio del legislatore, la pratica diocesana ha edificato un regime in cui alla vittima:

    — Non si informa dell’ammissione della denuncia.
    — Non si assegna un numero di incartamento.
    — Non si notifica la fase processuale in cui si trova il procedimento.
    — Non si permette di presentare scritti.
    — Non si permette di apportare prove complementari.
    — Non si permette di proporre testimoni né indagini.
    — Non si permette un follow-up minimamente ragionevole del caso.
    — Non si dà traslato delle decisioni che la colpiscono direttamente.
    — Non si comunica l’archiviazione, la rimessione a Roma o la sanzione imposta, salvo nei termini generici —o non così formali— che l’autorità consideri opportuni.

    Immaginate, per un istante, trasferire questo modello nell’ambito penale dello Stato. Immaginate una vittima di un delitto grave che si presenta a denunciare e alla quale si dice che non potrà costituirsi parte nel procedimento, che non le sarà notificato nulla, che non potrà apportare prove, che non avrà copia degli atti, che non potrà ricorrere l’archiviazione e che si verrà a sapere del risultato, nel caso, dalla stampa. ¿Vi immaginate il delirio? ¿Vi immaginate un organo giudiziario che difende seriamente che una tale cosa è compatibile con un processo degno di quel nome?

    Ebbene, quella è, oggi, la realtà de facto del diritto canonico applicato ai casi di abuso sessuale.

    Decine di casi, lo stesso schema

    Chi scrive questo segue, insieme ad altri professionisti, decine di incartamenti aperti in Spagna e Hispanoamerica. La dinamica è sempre la stessa: si riceve la denuncia, si avvia internamente un procedimento del quale la vittima non sa più nulla, si svolge un’istruzione della quale solo l’autorità ecclesiastica e, nel caso, l’indagato hanno conoscenza, e si conclude —con sanzione, con archiviazione o con rimessione a Roma— in un atto del quale la vittima si viene a sapere, se se ne viene a sapere, da terzi o dalla stampa.

    Non si tratta, quindi, di patologie locali attribuibili a vescovi specifici, a curie mal organizzate o a istruttori poco diligenti. Si tratta di uno schema strutturale. E uno schema strutturale esige una spiegazione strutturale.

    La giustificazione abituale è la mancanza di risorse. Non c’è personale. Non ci sono mezzi. Non c’è budget. Conviene smontare questo argomento con calma.

    Primo, la presunta insufficienza di risorse non esime, in nessun ordinamento conosciuto, dal compimento delle garanzie essenziali del processo. Un organo collassato può tardare di più; ciò che non può è decidere di prescindere dal traslato alle parti. La scarsità di mezzi afecta il ritmo, non la sostanza.

    Secondo, gli atti elementari che si stanno omettendo —ricevuta di ricezione, assegnazione di numero di incartamento, notifica della fase processuale, apertura di un canale di comunicazione bidirezionale— non richiedono risorse straordinarie. Richiedono volontà. La diocesi di Huacho è stata perfettamente capace di convocare tutto il suo clero in una sala parrocchiale e di promuovere la firma di un documento di supporto al vescovo indagato. La capacità logistica esiste. La questione è a chi decide di rivolgersi.

    Terto, e forse il più rilevante: il costo zero di una notifica di ricezione contrasta con il costo enorme —pastorale, giuridico, reputazionale e umano— della rivittimizzazione istituzionale che produce il silenzio. La presunta economia di mezzi risulta, alla fine, infinitamente più cara per la stessa Chiesa.

    Il nucleo del problema: un diritto senza vittima

    Conviene formulare la diagnosi con la maggiore chiarezza possibile: l’attuale diritto penale canonico, nella sua applicazione pratica, ha consolidato una concezione del processo in cui la vittima è oggetto del procedimento, non soggetto dello stesso. È la fonte della notitia criminis, ma cessa di esistere processualmente nell’istante in cui quella notizia si incorpora all’incartamento. È l’origine della macchina, ma si la considera estranea al suo funzionamento.

    Questa concezione è incompatibile con tre principi che appartengono al nucleo duro di qualsiasi sistema processuale minimamente garantista, e che non hanno bisogno di essere esplicitati in un canone concreto per essere esigibili, perché fanno parte della stessa definizione di processo giusto:

    1. Il principio di udienza. Chi ha un interesse legittimo nel procedimento ha diritto a essere sentito in esso. La vittima di un abuso ha, senza discussione possibile, un interesse legittimo —e qualificato— nel procedimento che si segue contro il suo aggressore. Negarle l’udienza non è una decisione di opportunità organizzativa; è una violazione strutturale.

    2. Il principio di contraddizione. Non si può costruire una verità processuale sulla base esclusiva dell’informazione apportata da una sola parte. La denuncia iniziale non esaurisce l’apporto possibile della vittima: possono sorgere nuovi elementi, nuove prove, nuovi testimonianze, contraddizioni nella versione dell’indagato che solo la vittima può segnalare. Chiuderle la porta dopo la denuncia equivale a rinunciare deliberatamente a una fonte probatoria essenziale.

    3. Il principio di informazione. Senza informazione non c’è difesa, né tutela, né possibilità di reagire davanti a decisioni lesive. Una vittima che non sa in che fase è il suo procedimento, quali decisioni sono state adottate, quali termini regolano e quali ricorsi sono possibili, è una vittima alla quale si è svuotato di contenuto qualsiasi presunto diritto che si le pretenda riconoscere.

    Fino a quando?

    La domanda che resta nell’aria è se la Chiesa è disposta a continuare a mantenere questo stato di cose. Se è disposta a continuare a tramitare casi come quello di Huacho, quello di Lute a Chiclayo e tanti altri, sotto un modello processuale che, applicato in qualsiasi altro foro, sarebbe dichiarato nullo di pieno diritto per violazione di garanzie essenziali.

    Non si sta chiedendo di trasferire mimeticamente le categorie del diritto processuale civile o penale dello Stato nell’ambito canonico. Si sta chiedendo il minimo: che si accusi ricevuta, che si assegni un numero di incartamento, che si informi della fase processuale, che si apra un canale di comunicazione bidirezionale, che si permetta alla vittima di apportare prove e proporre indagini, che si le notifichino le decisioni che la colpiscono, che si le consegni copia dell’incartamento quando lo richieda, e che si le permetta nel caso di ricorrere.

    Il minimo. L’elementare. L’inerente al concetto stesso di processo.

    Mentre questo non accada, casi come Huacho o come quello di Lute a Chiclayo continueranno a gettare sulla Chiesa un’ombra che nessuna comunicazione, nessuna commissione né nessuna gestione istituzionale potrà dissipare. Il problema non è comunicazionale. È strutturale. E esige correzione normativa e pratica immediata.

    https://infovaticana.com/it/2026/04/28/le-vittime-di-santarsiero-ignorate-esposte-dal-denunciato-mentre-la-chiesa-non-conferma-nemmeno-la-ricezione-della-loro-denuncia/

  • Don Angelo denuncia che ‘il prete che ha abusato di me è diventato vescovo, non sono mai stato ascoltato’

    Don Angelo denuncia che ‘il prete che ha abusato di me è diventato vescovo, non sono mai stato ascoltato’

    Nel corso di una puntata di Fuori dal Coro un prete, don Angelo, ha denunciato di aver subito abusi sessuali in seminario da minorenne da parte di un rettore che oggi è diventato vescovo. Il sacerdote riferisce di essere stato ignorato per trent’anni dalle gerarchie ecclesiastiche, mentre il suo presunto abusatore faceva carriera.

    La denuncia di don Angelo

    Don Angelo ha affidato alle telecamere di Fuori dal Coro un racconto di violenze e silenzi che dura da trent’anni. I fatti risalgono al periodo in cui il sacerdote frequentava il seminario minore e aveva solo 13 o 14 anni.

    Secondo la sua testimonianza, gli abusi sessuali sarebbero avvenuti per mano del rettore della struttura, un uomo che oggi, nonostante le ripetute denunce, ricopre la carica di vescovo in una diocesi del Centro Italia. Don Angelo stima che il numero delle vittime possa superare i trenta ragazzi, tutti minorenni al momento dei fatti, rimasti per decenni nell’ombra.

    “Dalla prima denuncia sono passati già circa trent’anni. Ho denunciato sempre, ma non è cambiato nulla. Sempre inascoltato. Ultimamente ho mandato delle denunce alla Congregazione per la Dottrina della Fede. Nessuno mi ha mai risposto, nessuno mi ha mai chiamato” ha poi aggiunto don Angelo.

    Il prete diventato vescovo

    Don Angelo descrive nel dettaglio gli abusi subiti: “Il rettore prendeva la mia mano sinistra, la portava sulla sua coscia e me la portava sempre di più verso il suo membro. Io sentivo che era… comunque eccitato. Però, sai, non le pensavo queste cose perché veramente ero innocente in quel periodo“.

    La violenza si consumava negli spazi comuni dell’istituto, trasformati in luoghi di agguato: “Ci portava nei corridoi bui del seminario, ci palpeggiava, ci baciava, ci spingeva contro il muro e ci toccava nelle parti intime. Addirittura con le sue mani scendeva proprio dietro, nelle parti posteriori. E quindi ci toccava e ci abusava in modo molto forte. Mi hanno rovinato la vita”.

    L’amarezza del sacerdote esplode nel constatare la disparità di trattamento tra vittima e carnefice. “Lui, che era il carnefice, invece è stato premiato: è diventato vescovo di una diocesi del Centro Italia. E adesso è felicemente regnante come vescovo di questa diocesi. Lui sta lì tranquillamente, sicuramente senza nessun rimorso”

    Il desiderio del sacerdote è che la sua testimonianza porti a conseguenze concrete: “Io spero di ottenere solo giustizia, voglio che ci sia una giustizia perché la misericordia va di pari passo con la giustizia. È giusto che chi ha sbagliato deve pagare a livello canonico, a livello penale, a livello civile”.

    I numeri della pedofilia nella Chiesa: i dati della Rete L’Abuso

    I numeri raccolti dall’associazione Rete L’Abuso confermano la gravità sistemica del problema denunciato da don Angelo. Secondo l’ultimo Rapporto nazionale 2025, in Italia si contano oltre 1.250 casi complessivi di violenze sessuali all’interno della Chiesa, con il coinvolgimento di 1.106 sacerdoti dal 2000 a oggi.

    L’incidenza dei preti coinvolti è stimata al 3,57% del clero totale, un numero definito “molto alto” considerando che si basa su censimenti non ufficiali.

    Uno dei problemi più critici evidenziati è il “sommerso”: oltre il 75% dei sacerdoti segnalati non è mai stato denunciato alla magistratura italiana, con 839 casi su 1.106 che non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o della gestione tramite procedimenti interni segreti, come previsto dalla storica direttiva Crimen sollicitationis.

    Recenti inchieste, come quella sull’istituto Provolo tra Verona e l’Argentina, mostrano come la pratica del trasferimento dei sacerdoti accusati sia stata utilizzata per decenni per coprire gli abusi, permettendo ai responsabili di continuare a colpire in nuove sedi.

    https://www.virgilio.it/notizie/don-angelo-denuncia-che-il-prete-che-mi-ha-abusato-e-diventato-vescovo-non-sono-mai-stato-ascoltato-1751448

  • Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Che fare dei mosaici di un prete accusato di abusi sessuali?

    Il dibattito sulla complicata distinzione tra opere e comportamenti dell’artista che le ha realizzate non è nuovo, ma un recente articolo del New York Times ha posto una questione riguardo a un caso piuttosto singolare di artista accusato da anni di abusi sessuali, le cui opere continuano a essere esposte in oltre duecento luoghi in Italia, Francia, Brasile, Stati Uniti e altri paesi.

    Questi luoghi sono perlopiù chiese, e l’artista è un teologo ed ex prete gesuita, Marko Rupnik, mosaicista sloveno di 71 anni apprezzato e richiesto, ma accusato di abusi sessuali e psicologici ai danni di diverse suore.

    La storia era emersa nel 2022 ed era poi stata molto ripresa dai media quando nel 2024 due ex suore tra le circa venti donne che accusavano Rupnik raccontarono pubblicamente le presunte violenze subite. Dissero che le violenze risalivano agli anni Ottanta, quando loro erano suore poco più che ventenni della Comunità Loyola di Lubiana, in Slovenia, e che erano avvenute anche nei decenni successivi a Roma, nel Centro Aletti. È un centro di studi teologici e artistici che realizza opere religiose per le chiese, e di cui Rupnik è stato a lungo direttore artistico.

    Autore di mosaici in diversi importanti palazzi vaticani, Rupnik è stato per anni un gesuita molto rispettato: nel 2021 gli erano stati affidati, tra le altre cose, i lavori di restauro e di rinnovamento della cappella del Pontificio Seminario Romano. Dopo un’indagine dei Gesuiti, nel 2023, gli era stato offerto «di cambiare di comunità e di accettare una nuova missione», ma lui si era rifiutato ed era per questo stato espulso dall’ordine. Nello stesso anno il Vaticano aveva avviato una propria indagine, dopo che una commissione speciale per combattere gli abusi sessuali nella Chiesa aveva segnalato a papa Francesco, gesuita anche lui, «gravi problemi» nella gestione del caso di Rupnik, e «la mancanza di vicinanza alle vittime». Attualmente Rupnik è sotto processo canonico presso un tribunale vaticano.

    A general view of the Holy Door of Charity, the work of Father Marko Ivan Rupnik, in Rome, Italy, December 10 2015. Pope Francis will cross the Holy Door of Charity on 18 December 2015. ANSA/ANGELO CARCONI

    Secondo alcune delle donne che lo accusano, i suoi mosaici dovrebbero essere rimossi o coperti, o laddove non sia possibile farlo dovrebbe essere aggiunta una didascalia che riporti le accuse.

    Finora pochi vescovi e funzionari ecclesiastici, perlopiù all’estero, hanno accolto l’invito delle presunte vittime. Nel 2024 l’organizzazione cattolica dei Cavalieri di Colombo aveva annunciato che avrebbe coperto con un tessuto i mosaici di Rupnik esposti nel Santuario nazionale di san Giovanni Paolo II, a Washington, e nella Cappella della santa famiglia a New Haven, nel Connecticut. E nel 2023 il vescovo di Lourdes, in Francia, aveva ordinato che i mosaici realizzati da Rupnik per la basilica di Nostra Signora del Rosario venissero coperti con delle lastre di alluminio.

    Ma nella maggior parte dei casi le opere sono ancora esposte nelle sedi e nei modi in cui erano state pensate e commissionate, in Italia e in altri paesi del mondo. Nei primi anni Novanta, per esempio, papa Giovanni Paolo II aveva commissionato al Centro Aletti i mosaici per la Cappella Redemptoris Mater del Palazzo Apostolico, a Città del Vaticano.

    Secondo alcuni religiosi infatti le opere di Rupnik non dovrebbero essere trattate in modo diverso rispetto ad altre esposte nelle chiese da secoli, e realizzate da artisti controversi o comunque noti anche per il loro stile di vita non irreprensibile, da Caravaggio a Benvenuto Cellini a Filippo Lippi. Il caso di Rupnik suscita polemiche «perché l’autore è ancora vivo, perché il caso è ancora aperto e perché lui continua a creare opere», ha detto al New York Times il teologo Marco Tibaldi, che insegna all’Istituto Superiore di Scienze Religiose a Bologna.

    -OR- VISITA PASTORALE DI PAPA BENEDETTO XVI A SAN GIOVANNI ROTONDO, DOMENICA 21 GIUGNO 2009: Benedetto XVI giunge alla Chiesa nuova di San Pio da Pietrelcina per l’ incontro con i sacerdoti, i religiosi/e e migliaia di giovani. Il Papa visita i mosaici realizzati dal gesuita Ivan Marko Rupnik nella Cripta sotto la Chiesa. (Copyright L’OSSERVATORE ROMANO – Servizio Fotografico – photo@ossrom.va)

    Il New York Times ha anche segnalato il caso della chiesa del Corpus Domini, a Bologna, in cui è esposto un mosaico di Rupnik realizzato nel 2013 e che secondo il prete della chiesa, don Stefano Zangarini, ha attirato migliaia di visitatori in una chiesa relativamente isolata. «Non tutte le opere d’arte della storia sono state create da santi, anzi, tutt’altro», ha detto Zangarini, aggiungendo che «forse l’arte ci ricorda che esiste una bontà che trascende le nostre debolezze, i nostri alti e bassi».

    Anche alcuni siti del Vaticano avevano inizialmente continuato a mostrare immagini delle opere di Rupnik, dopo che le accuse erano diventate pubbliche. Erano state progressivamente rimosse, dopo le critiche espresse nel 2024 da Sean Patrick O’Malley, importante cardinale e arcivescovo di Boston, allora a capo della commissione per combattere gli abusi nella Chiesa. In una lettera a tutti i dicasteri aveva sollecitato maggiore «prudenza pastorale» prima di decidere di esporre opere d’arte create da un presunto autore di abusi.

    In un comunicato del 2024, il Centro Aletti aveva espresso «preoccupazione per il diffondersi della cosiddetta “cancel culture” e di un pensiero che legittima la “criminalizzazione” dell’arte», e aveva aggiunto che «la rimozione di un’opera d’arte non dovrebbe mai essere considerata come punizione o cura». Aveva anche scritto che Rupnik ha sempre negato le accuse. Il Dicastero per la dottrina della fede, l’importante organo della Curia che ha anche funzioni disciplinari, aveva annunciato a ottobre del 2025 di aver nominato i cinque giudici del tribunale che giudicherà Rupnik: da allora non ci sono stati altri sviluppi.

    https://www.ilpost.it/2026/04/18/arte-mosaici-abusi-sessuali/