Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Ratzinger evito’ processo in Usa grazie a immunita’

    Ratzinger evito’ processo in Usa grazie a immunita’

    ANSA – Nel 2005 Joseph Ratzinger, citato in giudizio – quando era ancora Prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede – per intralcio alla giustizia nell’ambito di un processo, in Texas, su tre casi di abusi su minori commessi da un seminarista colombiano, si avvalse dell’immunità diplomatica in quanto nel frattempo era diventato papa ed evitò così di andare a deporre.

    L’episodio è ricordato nel libro ‘Il peccato nascosto’, di autore anonimo, pubblicato in questi giorni. L’avvocato Daniel Shea, che assisteva la parte lesa, denunciò l’allora prefetto per la Congregazione della Dottrina della Fede sulla base di due documenti che istruiscono il clero su come trattare i casi di abusi e violenze su minori. Il primo é il Crimen Sollicitationis, del 1962.

    Il secondo è la lettera De delictis gravioribus, redatta nel 2001 e indirizzata a tutte le gerarchie ecclesiastiche. Il testo, firmato proprio da Ratzinger, modifica quello del 1962, e in un passaggio afferma che i casi di delitti più gravi, tra cui gli abusi sui minori, “sono soggetti al segreto pontificio” nella normativa canonica. La lettera, secondo l’accusa di Shea, costituiva un intralcio alla giustizia ordinaria.

    Denunciato nel gennaio 2005, Ratzinger nell’aprile dello stesso anno divenne papa. La Santa Sede chiese e ottenne così dal governo degli Stati Uniti l’immunità diplomatica per il pontefice, in quanto capo di Stato.

    Il processo in cui fu chiamato a deporre Joseph Ratzinger era presieduto dal giudice Lee Rosenthal ed era stato intentato a Harris County, in Texas, contro un seminarista colombiano, Juan carlos Patino-Arango, sospettato di molestie sessuali ai danni di tre ragazzi negli anni Novanta.

    L’avvocato difensore delle tre vittime, Daniel Shea, aveva scoperto che il seminarista, poco dopo l’inizio della causa, era fuggito e che i responsabili della diocesi avevano coperto i suoi misfatti. Nel corso del processo Shea citò in giudizio Joseph Ratzinger in quanto, firmando la lettera De delictis gravioribus, diretta alla gerarchia della Chiesa cattolica universale e quindi anche alle arcidiocesi statunitensi, “ostacolava pervicacemente” le indagini della giustizia ordinaria sugli abusi sessuali ad opera di preti.

    Secondo l’avvocato di Houston, quindi, alla radice della mancata denuncia del seminarista da parte della diocesi texana, c’erano proprio le istruzioni impartite dalla Santa Sede e firmate da Ratzinger.

    Chiamato a deporre oltreoceano, Ratzinger evitò tuttavia di recarsi al tribunale di Harris County: non appena fu eletto al soglio pontificio, i suoi legali chiesero di accordare al nuovo pontefice l’immunità diplomatica in quanto capo di uno Stato sovrano, la Città del Vaticano. Il dipartimento di Stato americano accolse la richiesta e, con una decisione firmata dall’allora presidente degli Usa George Bush e motivata dal viceprocuratore federale Peter Keisler, dichiarò Ratzinger non processabile.

    Secondo Keisler, il procedimento giudiziario contro il pontefice sarebbe stato “incompatibile con gli interessi di politica estera degli Usa”.

    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/associata/2010/03/28/visualizza_new.html_1737700720.html

  • Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Preti pedofili: Benedetto XVI e Bertone sotto accusa. Nel 2001 ordinarono ai vescovi di tacere sugli abusi

    Il Papa Benedetto XVI – Nel pieno delle polemiche per lo scandalo degli abusi sessuali commessi dai sacerdoti tedeschi e da quelli irlandesi, viene riesumata dal passato, esattamente dagli anni Novanta, una vicenda giudiziaria che lo riguarda direttamente il Papa, Benedetto XVI. Nessun giornale ne ha dato notizia, solo l’americano New York Times.

    In quegli anni, Benedetto XVI era prefetto per la Dottrina della fede, a Roma, ma, a migliaia di chilometri di distanza, in un tribunale del Texas, venne accusato di “cospirazione contro la giustizia” (da noi sarebbe favoreggiamento), per aver coperto alcuni sacerdoti cattolici accusati di abusi sessuali su minori.

    La posizione processuale di Ratzinger venne poi stralciata, quando fu eletto Papa, su richiesta del governo americano (il presidente era allora George Bush), in quanto, come Capo di Stato, godeva di tutte le protezioni e garanzie connesse con la carica.

    La storia ha inizio a metà degli anni Novanta a Houston, in Texas, quando tre ragazzini denunciarono di essere stati violentati da un seminarista colombiano assegnato alla chiesa San Francesco di Sales. Il suo nome è Juan Carlos Patino Arango, all’epoca insegnava loro orientamento psicopedagogico.

    All’inizio di quest’anno, 2010, il relativo processo è entrato nel vivo, con un clamoroso colpo di scena. L’avvocato delle giovani vittime, Daniel Shea (ex seminarista a sua volta) ha presentato alla Corte distrettuale di Harris County un documento, scoperto e pubblicato già nel 2003 dal quotidiano americano Worcester Telegram&Gazette. Si tratta di una lettera “strettamente confidenziale” inviata nel maggio 2001 da Ratzinger a tutti i vescovi cattolici, nella quale si affermava che la Chiesa non intendeva rendere pubbliche le proprie indagini sui preti pedofili per un periodo di 10 anni dal momento in cui le vittime avessero raggiunto l’età adulta.

    Essa prevedeva inoltre che i resoconti delle indagini preliminari su ogni singolo caso di abuso dovevano essere inviati all’ufficio di cui Ratzinger era a capo. Il quale si riservava l’opzione di riferirne a speciali tribunali “privati”, al cui interno le cariche di giudice, pubblico ministero, notaio e rappresentante legale venivano ricoperte esclusivamente da ecclesiastici. «Situazioni di questo tipo sono coperte dal segreto pontificio», concludeva la lettera del futuro papa.

    L’infrazione del segreto in qualsiasi momento del periodo dei dieci anni di giurisdizione della Chiesa veniva intesa come una grave azione, perseguibile anche attraverso la scomunica. Una tesi confermata anche dal cardinal Bertone, cofirmatario della lettera ratzingeriana, che affermò: «Secondo il mio punto di vista, la richiesta secondo cui un vescovo debba essere obbligato a denunciare agli organi di polizia gli atti di pedofilia commessi da un prete è completamente infondata».

    L’ordine impartito da Ratzinger e Bertone, che risulta ancora valido, era quindi di impedire ai legittimi organi investigativi di far luce: «Se si impone di mantenere il riserbo prima per diciotto anni poi per altri dieci – sottolinea l’avvoca ex seminarista Shea – i responsabili la faranno franca».

    Per questo gli avvocati hanno chiesto l’imputazione di Ratzinger per avere posto ostacolo al normale corso della giustizia. Si imputa all’ex prefetto, inoltre, di aver deliberatamente allungato i tempi di “secretazione” delle indagini, per guadagnare vantaggio sui termini di prescrizione in vigore negli Stati Uniti. Non a caso lo stesso processo di Houston è civile e non penale, proprio perché in svolgimento oltre dieci anni dopo i fatti.

    Il Vaticano non commenta. L’unica strategia di difesa è stata la richiesta ufficiale di immunità diplomatica per Benedetto XVI, appunto in quanto capo non della Chiesa ma dello Stato Vaticano. Nessun accenno anche all’ipotesi di un minimo risarcimento morale, che potrebbe essere il ritiro delle disposizioni contestate, che di fatto hanno salvato da una condanna penale oltre 4mila sacerdoti solo in America . Ma il punto è che tutta la politica di Ratzinger al Sant’Uffizio è stata improntata alla copertura dei crimini.

    Questi episodi però non sono affatto isolati. Basti ricordare l’insabbiamento del caso di padre Maciel, fondatore dei ‘Legionari di Cristo’, accusato da ben otto ex discepoli di abusi sessuali. Nel 1998 il dossier sulla scrivania di Ratzinger fu praticamente sepolto e al vescovo messicano Talavera Ramirez, che chiedeva conto di questo comportamento, il prefetto rispose che «si tratta di materia molto delicata, dato che padre Maciel ha fatto molto per la Chiesa e in più è molto amico del papa».

    Meno clemenza il Sant’Uffizio ha dimostrato nel caso di don Franco Barbero, sacerdote piemontese animatore di una comunità di base, favorevole al matrimonio dei preti e persino alle unioni gay. Per lui, naturalmente, la cacciata dalla Chiesa è stata immediata e inappellabile, senza neanche un’audizione dell’imputato.

    Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:

    «LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001 Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.

    Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici. Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico.

    Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela. I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono: – I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè: 1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate: 2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima; 3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale; 4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica; – Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè: 1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo; 2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso; 3° la violazione diretta del sigillo sacramentale; – Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.

    Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione. Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione. Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni.

    La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età. Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede. Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto. Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.

    Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati sia una sollecita cura pastorale. Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001. Joseph card. Ratzinger, prefetto. Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

    http://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/preti-pedofili-benedetto-xvi-bertone-accusa-vescovi-abusi-289444/

  • PRETI PEDOFILI: EX SEMINARISTA PUNTA IL DITO SU DON GELMINI E SULLA PRESUNTA OMERTA’ DELLO SCOMPARSO VESCOVO FRANCO GUALDRINI

    PRETI PEDOFILI: EX SEMINARISTA PUNTA IL DITO SU DON GELMINI E SULLA PRESUNTA OMERTA’ DELLO SCOMPARSO VESCOVO FRANCO GUALDRINI

    PRETI PEDOFILI: EX SEMINARISTA PUNTA IL DITO SU DON GELMINI E SULLA PRESUNTA OMERTA’ DELLO SCOMPARSO VESCOVO FRANCO GUALDRINI

    La pedofilia è una piaga per tutta la società e purtroppo un fenomeno in espansione, un gravissimo crimine che non ha risparmiato le religioni e le chiese o le strutture che le rappresentano, come la Chiesa Cattolica di Roma, per questo motivo pubblichiamo uno stralcio di un lunga testimonianza di Marco Marchese, che da ragazzino voleva fare il prete, e invece secondo quanto da lui raccontato si sarebbe trovato a vivere circostanze traumatizzanti, non ultimi i presunti contatti con don Pierino Gelmini, giorni, fondatore della Comunità Incontro, già indagato per presunti abusi sessuali su alcuni sui ex assistiti, e la conseguente presunta omertà del vescovo Franco Gualdrini, scomparso in questi giorni.

    “MI CHIAMO MARCO MARCHESE: la mia strada e quella di don Pierino si sono incrociate molte volte. In un certo momento della mia vita sono finito a vivere in un borgo della Sabina, Castel di Tora, dove il ‘Don’ aveva messo su una comunità spirituale. C’era un numero ristretto di ragazzi, tutti piuttosto avvenenti, ma ben poco spirituali. Andavano di nascosto a comprar vino e alcolici in paese. Con un paio di loro feci amicizia, entrai in confidenza. Mi confermarono quello che già sapevo. Monsignor Giovanni d’Ercole, funzionario del Vaticano con il quale ero in rapporti per via del mio lavoro, lo sapeva. L’avevo informato anni fa su don Pierino: gli avevo detto tutto,che adescava i ragazzi, che molti anni prima aveva adescato anche me assieme a un amico, e che ora era accusato dai suoi ragazzi di molestie sessuali. Padre Federico Lombardi, all’epoca direttore dei servizi giornalistici di Radio Vaticana, lo sapeva. Durante un’accesa discussione glielo dissi in faccia chi erano e cosa erano stati certi preti per me, gli dissi di don Pierino e di come l’avevo conosciuto, non batté ciglio. Poco dopo gli mandai una lettera. Lo informai fino ai dettagli: manco mi rispose. Scrissi anche alla Procura di Terni, ho fatto un esposto senza firmarmi. Mia madre era ancora viva, avevo due figli piccoli. Lottavo nella totale solitudine, e poi avevo paura che mi accusassero di smania di protagonismo. Ma lo sapevano tutti. Uno di quelli che sapevano era il vescovo di Terni, monsignor Gualdrini. E poi lo dissi al segretario della Cei, che mi attaccò il telefono in faccia. Lo dissi a monsignor Salvatore Boccaccio al tempo vescovo di Poggio Mirteto e ora di Frosinone, telefonai a don Ciotti: era perplesso, mi disse di avere le mani legate”. “Ho un dubbio atroce, Bruno. Se lo sapevano tutti, com’è stato possibile che lasciassero centinaia di ragazzi inermi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto approfittarsi della loro debolezza, del loro bisogno di aiuto, del loro bisogno di protezione?”. Mi guardò con amarezza, si passò una mano irruvidita in mezzo ai capelli grigi, a pettinare i pensieri. “Lo sapevano perché io lo avevo detto, e non ero mica il solo. I ragazzi della comunità lo sapevano tutti. Chi non ci stava veniva allontanato, oppure se ne andava da solo. Sono stato abusato per quattro anni, da quando ne avevo dodici. Ero in seminario, pensavo di avere la vocazione”. Cominciò così, diretto, chiaro. Secco come uno schiaffo. “All’epoca abitavo a Favara, vicino ad Agrigento. Sono nato in Germania, poi quando avevo otto anni ci siamo trasferiti in Sicilia. Volevo diventare prete, almeno lo credevo. Sicché entrai in seminario: fu lì che accadde. All’epoca don Bruno era un assistente, un diacono. Divenne prete l’anno successivo. Mi legai fortemente a lui: sembrava una persona affettuosa, e io mi trovavo fuori di casa ed ero piccolo. Mi circondava di attenzioni. Il seminario, sa, è un po’ come un collegio: si mangia lì, si dorme lì. Andavamo a trovare la famiglia una volta alla settimana, spesso ogni due. Inserirsi è difficile, e trovarsi accanto una persona che si mostra amichevole, affettuosa, fa sentire meno soli”. Parlando, cincischiava con il tovagliolo di carta, un tormento gli mangiava le dita, guardava il piattino, la tazzina, il tavolo. Poi mi posò addosso il suo sguardo malinconico. “Accadde una domenica pomeriggio. Era dicembre, e fuori pioveva. In genere, nei pomeriggi di domenica, si giocava a calcetto nel cortile del seminario. Invece quella volta don Bruno venne da me e mi invitò nella sua camera a riposare. Accadeva spesso che noi ragazzi entrassimo nelle camere degli assistenti. Magari per fare due chiacchiere. Invece quel pomeriggio lui mi spogliò, mi baciò, e poi… poi abusò di me”. Per un attimo la voce vacillò, sembrò sul punto di rompersi, ma riprese. Con lentezza, in un rievocare che dava ancora dolore. “Dopo lui andò in bagno. Quando tornò mi chiese solo: ‘Ti sei sporcato?’. Mi diceva di non preoccuparmi, che non c’era nulla di male. La nostra era solo un’amicizia, un’amicizia particolare, ecco. Così mi diceva. E io gli credevo. Non avevo mai avuto esperienze sessuali, e gli credevo. Mi diceva che era normale, che era giusto. Mi diceva anche che non dovevo dirlo a nessuno, perché avrei suscitato invidie, gelosie. E io non lo dissi a nessuno. Neanche quando l’abuso si ripeté. E poi si ripeté ancora, e ancora. Soprattutto quando pioveva. Veniva a chiamarmi e io andavo da lui”. Sul suo volto fiorì un sorriso amaro, una smorfia alla propria ingenuità di un tempo. “Del resto, io mi ero convinto che la nostra fosse un’amicizia ‘divina’, come diceva lui. Era un uomo di Dio: con lui pregavo, mi fidavo. Ciecamente”. “E poi? Che cos’è accaduto?” “Dopo un anno, lui divenne prete e lasciò il seminario. Però i nostri rapporti divennero ancora più stretti, perché divenne il mio padrino di cresima. Così, nei fine settimana che avevo a disposizione e durante le vacanze, andavo a trovarlo nella sua parrocchia. E accadeva anche lì. In sacrestia. A casa sua. Nel pomeriggio. Anche la sera, se restavo a dormire. Per quattro anni”. […] Alla fine in tribunale non ci erano arrivati. La trasmissione [Mi manda Raitre del 15 dicembre 2006, ndr] aveva sollevato un grosso scalpore, l’avvocato della Curia aveva saputo attirare perfino le antipatie dei cattolici più accesi. Il vescovo aveva dovuto fare marcia indietro e ritirare la richiesta di danni. Anzi, fece di tutto per evitare il processo civile. Don Bruno firmò un accordo con il quale riconosceva ogni responsabilità e si impegnava a corrispondere a Marco un risarcimento per i danni morali. “Si trattava di cinquantamila euro”. Le mani adesso riposavano tranquille sul tavolo, accanto alla tazzina. “Li ho impiegati per sovvenzionare la mia associazione. Si chiama Mobilitazione Sociale. Ci occupiamo soprattutto di ascoltare e aiutare i bambini vittime di abusi”. Per la prima volta sorrise davvero. Un sorriso aperto, giovane, fiducioso. Durò solo un attimo.“C’è talmente tanto da fare,e se ne sa così poco. Il mio non è un caso isolato. Anzi. Le associazioni contro la pedofilia ricevono migliaia di telefonate, di e-mail, di segnalazioni. Non ci sono solo io. La maggior parte delle vittime non ha il coraggio di denunciare. Subisce e tace. Nonostante i dolori dentro, nonostante gli incubi, i malesseri, il desiderio di morire”. Il sole era scomparso dietro le case, il cielo scuriva, e in via dell’Orologio si accendevano i lampioni. Nell’aria tiepida della sera,la gente sciamava verso i locali, i bar, i ristoranti. Per i vicoli rimbalzavano richiami, chiacchiere, risate. Le donne avevano vestiti leggeri che ondeggiavano intorno alle gambe, tacchi che si impigliavano tra le “balate”, sorrisi come lampi di bianco. Gli uomini profumavano di dopobarba e lanciavano occhiate alle ragazze. Sembrava una serata qualunque. Il viaggio nel silenzio era appena incominciato.

    (Fonti: Il Fatto; Altra Città.org – Vania Lucia Gaito)

  • Argentina. Arcivescovo condannato a 8 anni per violenza sessuale su seminarista, ci sono voluti 7 anni per condannre il vescovo

    Argentina. Arcivescovo condannato a 8 anni per violenza sessuale su seminarista, ci sono voluti 7 anni per condannre il vescovo

    L’ex arcivescovo emerito della provincia argentina di Santa Fè, Edgardo Storni (73 anni), è stato condannato a otto anni di prigione con l’accusa di abuso sessuale. A condannare Storni è stata la giudice Maria Mascheroni, a seguito della denuncia contro l’ex arcivescovo da parte dell’ex seminarista Ruben Descalzo per un fatto, ricordano fonti giudiziarie, avvenuto nel 1992. Storni, il cui legale ha già presentato appello, ha ottenuto gli arresti domiciliari in virtù dell’età avanzata.

    Argentina: ex arcivescovo condannato per abusi 30.12.2009 15:26
    L’ex arcivescovo emerito della provincia argentina di Santa Fé, il 73enne Edgardo Storni, è stato condannato mercoledì a otto anni di prigione per abusi sessuali. L’imputato, che beneficerà dei domiciliari per ragioni d’età, aveva approfittato di un seminarista nel 1992. I giudici hanno considerato come aggravante la posizione di superiorità gerarchica nei confronti della vittima. Il religioso, accusato formalmente nel 2003, si era dimesso nel 2002. In giugno, un altro prete argentino era stato condannato a Buenos Aires a 15 anni per aver abusato di un minore.

    Un ex arzobispo argentino condenado a 8 años de prisión
    Miércoles, 30 de Diciembre de 2009

    Buenos Aires (AFP) El ex arzobispo de la ciudad argentina de Santa Fe, monseñor Edgardo Storni, fue condenado a ocho años de prisión por “abuso sexual agravado” contra un seminarista, un hecho de fuerte repercusión en un país donde más del 90% de la población profesa el culto católico.

    El abogado defensor apelará la sentencia
    Ocho años de cárcel para el ex arzobispo Edgardo Storni

    El ex arzobispo de la ciudad de Santa Fe, monse¤or Edgardo Gabriel Storni, fue condenado ayer a 8 a¤os de prisión por abuso sexual agravado por su condición de sacerdote, informaron fuentes judiciales.

    La jueza María Amalia Mascheroni, resolvió de esta forma la única causa abierta que pesaba sobre el ex prelado y que tuvo su inicio ante la denuncia del ex seminarista Rubén Descalzo, por un hecho ocurrido en 1992, que fue denunciado 10 años después.

    Conocido el fallo, el abogado defensor, Eduardo Jauchen, informó que apelará la sentencia, mientras que el denunciante dijo a la prensa que “hoy se cierra una etapa de mi vida”.

    Descalzo contó que había pensando que “la condena no llegaría nunca, pero en mi interior sabía que la justicia alguna vez arribaría a buen puerto”.

    El caso tomó repercusión en el año 2000, a partir de una denuncia publicada en el libro Nuestra Santa Madre, de la periodista Olga Wornat, presentado durante la Feria del Libro de Santa Fe.

    En septiembre de 2002, el entonces arzobispo santafesino renunció a su cargo y envió una carta al Papa Juan Pablo II, en la que no reconocía “culpas” ni “acusaciones”.(Télam)

    El escándalo esta vez llegó a lo más alto

    Edgardo Storni fue condenado por el delito cometido contra un seminarista. Por esa denuncia había dejado el cargo.

    Por Washington Uranga

    El arzobispo católico de Santa Fe, Edgardo Gabriel Storni, fue condenado a ocho años de prisión por abuso sexual agravado por su condición, debido a que el delito fue cometido en perjuicio de un seminarista que estaba confiado a su responsabilidad. La decisión fue adoptada por la jueza María Amalia Mascheroni, quien resolvió en ese sentido la única causa abierta que pesaba sobre el obispo y que había sido iniciada en el año 2002 por el ex seminarista Rubén Descalzo, por un hecho ocurrido en 1992. Dado que el obispo tiene actualmente 73 años, es improbable que sea trasladado a una cárcel y es factible que se le otorgue la posibilidad de la prisión domiciliaria, atendiendo también a su estado de salud.

    Si bien el abogado de Storni, Eduardo Jauchen, adelantó que apelará la sentencia, de esta manera se cierra un capítulo muy importante de esta historia judicial que en el ámbito eclesiástico provocó la renuncia de Storni a sus responsabilidades como titular del Arzobispado de Santa Fe, que ahora ocupa José María Arancedo. Desde su alejamiento del cargo, concretado el 1º de octubre de 2002 tras una investigación eclesiástica que fue conducida por el arzobispo de Mendoza, José María Arancibia, Storni se radicó en La Falda (Córdoba) donde vive actualmente.

    La denuncia contra Storni fue revelada periodísticamente e investigada por Rosario/12, el suplemento de Página/12 que se edita en esa ciudad para toda la provincia de Santa Fe (ver aparte).

    Pese a las evidencias y testimonios en su contra, Storni nunca reconoció responsabilidad en los hechos que se le atribuyen, e incluso en su renuncia al arzobispado santafesino a través de una carta dirigida al entonces papa, Juan Pablo II, dijo no sentir “culpas” ni hacerse cargo de las “acusaciones” en su contra. Cada vez que fue citado por la Justicia rechazó todos los cargos.

    Desde febrero de 2003 Storni se encontraba procesado por el delito de abuso sexual, a partir de una decisión adoptada por el ex juez de Instrucción Eduardo Giovanni. En esa misma ocasión, el magistrado desestimó otras dos denuncias contra la autoridad religiosa al considerar que el tiempo transcurrido superaba el establecido para analizar la causa.

    En el proceso por el cual ahora resultó condenado, el ex seminarista Rubén Descalzo había declarado que “me hizo pasar a su departamento, donde sólo había una lámpara encendida. Hablamos mucho y me convenció para que fuera. Cuando llegamos a la puerta me abrazó. El abrazo comenzó a prolongarse y me apretó más contra su cuerpo. Colocó su cara en mi cuello y me besó”.

    Tras el fallo de ayer, el abogado defensor de Storni, Eduardo Jauchen, dijo que “la Justicia lo condenó a ocho años de prisión, que es la pena mínima, por abuso sexual agravado por la condición del autor. En este caso, se trataba de un sacerdote que estaba a la guarda”. Agregó que “esta sentencia no satisface las exigencias constitucionales de lo que debe ser una resolución adecuada a la decisión definitiva que, con grado de certeza en un proceso penal, se requiere para condenar a un ciudadano”.

    Dijo también que “no puede ser que por sospechas, rumores o versiones unilaterales se condene a una persona. Nuestro sistema democrático y republicano trata de evitar este tipo de arbitrariedades. Por lo tanto, o vivimos en democracia y república o seguimos viviendo en el caos, el desorden y culpamos a una persona por comentarios”.

    Oficialmente la jerarquía de la Iglesia Católica en Argentina no realizó ningún tipo de comentarios en relación a la condena al obispo Edgardo Storni, hecho que se suma a una larga lista de delitos sexuales cometidos en todo el mundo por ministros eclesiásticos. Tampoco se había pronunciado tras el fallo contra el sacerdote Julio César Grassi.

    El ahora condenado monseñor recibe del Estado la jubilación que cobra todo obispo cuando se retira de sus funciones activas, en general, al cumplir los 75 años. Edgardo Storni debió dejarlas antes.

    http://www.pagina12.com.ar/diario/elpais/1-137886-2009-12-31.html

  • Sette anni e mezzo a don Baresi

    Sette anni e mezzo a don Baresi

    mercoledì 20 maggio 2009
    (red.) L’accusa aveva chiesto una pena di 10 anni (leggi qui), ma la prima sezione penale del tribunale di Brescia presiedura da Enrico Fischetti ha condannato don Marco Baresi a sette anni e sei mesi di reclusione per pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico.
    Si è concluso così, questa mattina di mercoledì e con una dura sentenza, il processo di primo grado a carico del sacerdote di Chiari, ex vicerettore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano.
    Il religioso era accusato di abusi sessuali compiuti nel 2004 a carico di un giovane seminarista, all’epoca dei fatti minorenne. E per questo era stato arrestato nel settembre del 2007 (vai alla notizia).
    La difesa aveva chiesto l’assoluzione (leggi l’articolo)

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/12419/1/

    Abusi, condannato don Baresi
    LA SENTENZA. La decisione dei giudici al termine del processo iniziato lo scorso 4 novembre. Contro il sacerdote le pesanti accuse di un diciottenne
    Sette anni e mezzo all’ex vicerettore del seminario diocesano per diffusione di materiale pedopornografico e per i rapporti con un ragazzo minorenne

    21/05/2009

    Ha abusato di un ragazzino che frequentava la scuola media al Seminario e ha diffuso materiale pedopornografico scaricando da eMule centinaia e centinaia di files dal contenuto inequivocabile e archiviandoli su un hard disk esterno da cui sono stati cancellati in maniera maldestra. Per i giudici del processo di primo grado don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario diocesano di via Bollani, è colpevole dei reati che gli sono stati contestati. Il sacerdote, ai domiciliari dal novembre di due anni fa, è stato condannato ieri mattina a sette anni e mezzo. Per il sacerdote l’accusa aveva chiesto una condanna a 10 anni.
    LA SENTENZA è stata letta dal presidente del collegio giudicante Enrico Fischetti dopo una camera di consiglio di due ore, al termine di un lungo processo iniziato lo scorso 4 novembre, che ha richiesto pure una perizia informatica supplementare sul contenuto del computer portatile usato dal sacerdote. A «inchiodare» il prete le accuse di un ragazzino che due anni fa, poco prima dell’arresto del sacerdote effettuato il 27 novembre, aveva raccontato di aver avuto rapporti sessuali con don Marco qualche anno prima, quando non aveva nemmeno quattordici anni, e frequentava la scuola media al Seminario. Dalla scuola il ragazzino era stato allontanato per una serie di problemi , ma non aveva raccontato nulla nè ai genitori, nè agli amici. Il ragazzino si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi, la professionista aveva avvisato i genitori e era stata formalizzata la denuncia in questura.
    GLI INVESTIGATORI si erano mossi con i piedi di piombo, l’attendibilità e la credibilità del ragazzino era stata valutata da esperti. Il 27 novembre per don Baresi erano scattate le manette. Il sacerdote aveva trascorso la notte in carcere e il giorno successivo il giudice aveva concesso gli arresti domiciliari. La verifica del computer aveva riservato qualche sorpresa. Nell’hard disk del portatile in uso al prete, senza alcuna password d’ingresso, il consulente aveva trovato traccia di ben seicento file dal contenuto pedopornografico cancellati nei giorni immediatamente precedenti all’arresto.
    I file erano transitati dal computer, tutti scaricati da Internet su un programma di «condivisione». Sulla possibilità che il computer fosse stato usato da altre persone si è concentrata la difesa del sacerdote, ma don Baresi non ha mai precisato chi poteva avere accesso alla tastiera del suo portatile, non ha svelato chi poteva entrare nel suo ufficio e nella sua stanza.
    A sfavore del sacerdote anche il riesame chiesto a dicembre dal difensore, l’avvocato Luigi Frattini. Per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». Indizi che non hanno consentito la revoca dei domiciliari a cui il sacerdote è ancora sottoposto, benchè possa incontrare i giovani del gruppo che lo sostiene.
    PIENO SOSTEGNO al sacerdote dalla Curia. «Prendiamo atto – si legge nella nota di don Adriano Bianchi, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali – con rispetto della decisione del Tribunale di primo grado, consapevoli che ogni cittadino ha diritto a essere considerato innocente fino a sentenza definitiva. Condanniamo ogni crimine che offende chi è debole, soprattutto quando le vittime sono minori. Abbiamo fiducia che don Marco Baresi saprà dimostrare davanti ai giudici e alla comunità civile ed ecclesiale la sua estraneità ai fatti. Ciò che ci preme è che al più presto si faccia chiarezza su tutta la vicenda perchè la verità renda giustizia e serenità a quanti sono stati coinvolti».
    « La chiesa bresciana – conclude la nota – vive questo momento con sentimenti di preghiera e di solidarietà profonda».
    Wilma Petenzi

  • Don Baresi chiede l’assoluzione

    Don Baresi chiede l’assoluzione

    Lunedì, 11 maggio 2009 18:06:38

    (red.) E’ stata la volta della difesa di don Marco Baresi, questa mattina, nel processo che vede imputato l’ex vice rettore del seminario vescovile di via Bollani a Mompiano, Brescia, accusato di pedofilia e abusi sessuali nei confronti di un giovane seminarista all’epoca dei fatti minorenne e di detenzione di materiale pedopornografico.
    La settimana scorsa, l’accusa aveva chiesto dieci anni di carcere (vedi qua). Lunedì il suo avvocato, Luigi Frattini, ha chiesto l’assoluzione per il prete, che si trova ancora agli arresti domiciliari nella casa dei genitori dopo l’arresto del 27 novembre di due anni fa.
    Durante il processo a porte chiuse, il ragazzo che ha denunciato Baresi ha ribadito la sua versione dei fatti. La sentenza è attesa il 20 maggio.

    http://www.quibrescia.it/index.php?/content/view/12253/1/

  • Abusi sessuali su un seminarista: «Dieci anni al don»

    Abusi sessuali su un seminarista: «Dieci anni al don»

    di MARIO PARI

    BRESCIA A POCHI MESI dall’inizio del processo è arrivata la richiesta di pena. Il Pm Simone Marcon ha concluso la requisitoria contro don Marco Baresi, ex vicerettore del seminario di Brescia, accusato di pedofilia. Il magistrato ieri ha chiesto una condanna di 10 anni di reclusione.

    Don Baresi è stato rinviato a giudizio non solo con l’accusa di abusi sessuali nei confronti di un ex alunno del seminario, ma anche di detenzione di materiale pedopornografico. I fatti risalirebbero ad alcuni anni orsono. La vittima dei presunti abusi raccontò tutto a una psicologa prima ancora che ai genitori. Questo era potuto accadere poiché il ragazzo era già in cura dalla psicologa per un altro problema. Poi furono i genitori a essere messi a conoscenza della vicenda.

    Da lì alla denuncia, il passo è stato breve. Le indagini hanno portato all’emissione di una richiesta di custodia cautelare in carcere nei confronti dell’indagato. Misura eseguita poi nel novembre 2007. Ma sin dal giorno successivo sono stati disposti dal Gip Silvia Milesi gli arresti domiciliari. In considerazione della delicatezza degli argomenti trattati e sulla base di quanto disposto dalla legge, il processo è celebrato a porte chiuse.

    Don Baresi si è sempre proclamato innocente con riferimento a entrambe le accuse. In particolare per quanto riguarda l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico nel proprio computer, agli inquirenti ha spiegato che non era l’unico a utilizzare quel pc. Durante il processo è stato chiamato a deporre anche Monsignor Francesco Beschi, che nei mesi scorsi era ancora Vescovo ausiliare di Brescia e ora è Vescovo a Bergamo. La vicenda ha scosso non solo la curia bresciana, ma l’intera città.

    Convinto dell’innocenza del religioso è un gruppo di amici di don Baresi che, più volte, si è ritrovato di fronte al palazzo di giustizia di Brescia per dare testimonianza di solidarietà nei suoi confronti e per pregare, indossando magliette con la scritta «FreeDon». IL PROCESSO riprenderà lunedì prossimo, quando prenderà la parola la difesa. La sentenza è attesa per il 20 maggio prossimo.

    “La procura: Don Baresi va condannato a 10 anni”

    Data: 05/05/2009
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    Cronaca Locale
    Martedì 05 Maggio 2009 CRONACA Pagina 9

    PRESUNTI ABUSI. È giunto alle fasi finali il processo all’ex vicerettore del Seminario diocesano di via Bollani

    La procura: «Don Baresi
    va condannato a 10 anni»

    Il sacerdote, ai domiciliari è accusato di detenzione di materiale pedopornografico e di abusi sessuali su minore

    Dieci anni di condanna per don Marco Baresi, ex vicerettore del Seminario diocesano. È questa la richiesta di pena avanzata ieri dal pm Simone Marcon al termine di una requisitoria durata quasi due ore davanti ai giudici della prima sezione chiamati a giudicare il sacerdote accusato di «detenzione di materiale pedopornografico e di abusi sessuali su minore». Le richieste del sostituto procuratore sono arrivate al termine di un dibattimento iniziato lo scorso 4 novembre con la testimonianza degli investigatori della squadra Mobile e proseguito con l’audizione di monsignor Francesco Beschi, attualmente vescovo della Diocesi di Bergamo. Alle richieste dell’accusa si è associato l’avvocato di parte civile, che difende il ragazzino che accusa il sacerdote.
    Lunedì prossimo spazio alla difesa: l’avvocato Luigi Frattini avanzerà le sue richieste al collegio giudicante, al presidente Enrico Fischetti e ai giudici Giovanni Pagliuca e Lucilla Raffaelli. La sentenza è attesa per il prossimo 20 maggio.
    Don Baresi, ancora agli arresti domiciliari nella casa dei genitori, ha seguito tutte le udienze, ma ieri mattina non era presente in aula. Era presente, invece, il ragazzino che lo accusa di abusi.
    NASCE proprio dalle accuse del giovane l’indagine che il 27 novembre di due anni fa ha portato all’arresto del vicerettore del seminario. Il ragazzino qualche mese prima dell’arresto si era confidato con una psicologa che lo seguiva per altri problemi. Alla professionista il ragazzo aveva confidato che anni prima, mentre frequentava le medie al seminario di via Bollani, e non aveva ancora quattordici anni, aveva avuto rapporti con don Baresi. La psicologa aveva avvisato i familiari del ragazzino ed era scattata la denuncia in questura. Gli investigatori avevano lavorato con i piedi di piombo, avevano valutato la situazione, la posizione del sacerdote e la credibilità del ragazzo.
    Il 27 novembre don Baresi era finito in isolamento a Caton Mombello. In carcere il sacerdote è rimasto una sola notte, il giorno successivo il gip Silvia Milesi gli aveva concesso gli arresti domiciliari. A dicembre il difensore aveva chiesto al tribunale del riesame la scarcerazione, ma per i giudici a carico del sacerdote sussistevano «gravi indizi di colpevolezza». A pesare nei confronti di don Baresi, per i giudici del Riesame, soprattutto il contenuto del computer portatile in uso al sacerdote e il tentativo di cancellare files compromettenti, cercando, secondo loro, di inquinare le prove.
    Nel portatile usato dal sacerdote – ma non solo, come sostenuto dall’imputato e dal difensore – gli investigatori avevano trovato centinaia di files pedopornografici scaricati da Internet, dal contenuto inequivocabile.
    Al sacerdote, ordinato nel giugno del ’94 e dal ’99 vicerettore del seminario, non è mancato il sostegno di un gruppo di giovani che ha lanciato la campagna «FreeDon» per la liberazione e l’assoluzione di don Baresi. I giovani alla prima udienza del processo si erano raccolti in preghiera nella piazzetta S. Alessandro, davanti al tribunale per far sentire al loro «don» che non l’avevano abbandonato.

  • A domanda risponde il Procuratore Mario Giulio Schinaia.

    A domanda risponde il Procuratore Mario Giulio Schinaia.

    A domanda risponde il Procuratore Mario Giulio Schinaia.

    “Chiudendo la porta su qualsiasi sviluppo giudiziario sulla vicenda che sta coinvolgendo l’Istituto Sordomuti, dichiara: “Impossibile indagare su questi fatti!”

    Perché mai, mi direte? Semplice: perché sono successi più di 25 anni fa. Ma per fortuna, le autorità ecclesiastiche non hanno i tempi di prescrizione come la giustizia ordinaria.

    Già, non ha i tempi della giustizia ordinaria; ha gli eterni della Giustizia straordinaria, la quale, in attesa del processo, consente, per sua norma, il piede libero a tutti gli accusati.

    Il procuratore, inoltre, “ esclude, categoricamente, di aprire un fascicolo per far luce sulle parole di Don Zenti, pronunciate due giorni fa.

    Il Vescovo aveva affermato di sentirsi vittima di un ricatto dei vertici dell’Associazione Provolo. “ Mi avevano minacciato di rendere pubblici questi episodi di pedofilia se non avessi accolto le loro richieste”.

    Per il Procuratore, però, mancano gli elementi fondamentali per parlare di estorsione.

    Che se ne ricava da questo? A mio vedere, se ne ricava che il Zenti non ha denunciato chi dell’Associazione l’avrebbe ricattato, e chi si è sentito diffamato dallo Zenti per tale dichiarazione, non ha denunciato il Vescovo.

    A domanda risponde don Danilo Corradi del Provolo.

    Auspicando voglia di chiarezza, il Corradi dichiara “ a parte un seminarista che è stato rimandato in famiglia, mai ho avuto segnalazioni di reali fatti, concreti, accaduti… “ E che voleva, il Corradi, per provvedere? Il morto in casa?!

    Mi meraviglio di lei, don Corradi. Nei corridoi dei Collegi al massimo della concretezza, si susssssurrra!

    Concreti, reali, accaduti, al massimo, li si dice nei confessionali, ma lì, cadono come “corpo morto cade”, caro Corradi, perché il segreto confessionale attorciglia nella comune paccia di quel dogmatico silenzio, sia l’animo del confessore che quello di chi si confessa!

    Il quale, ovviamente, si duole si pente e promette di non farlo più!

    Sino alla prossima volta, evidentemente, se ciò che hanno narrato le vittime ( due volte vittime perché hanno aspettato più di 25 anni per parlare ) è realmente, concretamente accaduto, secondo quanto si aspetta il Corradi!

    Neanche il Corradi sostiene il bisogno di un’indagine, perché, “padri non ci sono, confratelli non c’è ne sono più, non possono rispondere, non possono parlare.”

    Tutti buttati fuori dal Provolo? Tutti buttati fuori dalla chiesa? Tutti morti? Non lo dice, ed io non lo so, ma il Corradi che pure pretende fatti, accadimenti, concretezza, quando gli fa comodo lascia affermazioni in sospeso.

    A domanda risponde il patriarca di Venezia.

    “ I direttori di giornali che hanno giudicato “che non si poteva non farlo” si sono mossi sul verosimile o hanno avuto la vera passione alla verità?” Che cacchio significa?!

    E che altro vuol dire “hanno giudicato che non si poteva non farlo” se non che qualcuno ha chiesto loro di non farlo?!

    Chi, gliel’ha chiesto? L’associazione Provolo? Non direi proprio! Al che, non ci resta che la chiesa! O no?!

    “Vera passione per la verità”? Ma che sta dicendo, sto Angelo?!

    Non esisterebbero istituzioni ecclesiastiche, se le chiese avessero vera passione per la verità detta da chi è andato a morire a cavallo di una mula! Ma forse, l’Angelo intendeva passione per le umane verita’.

    E cosa gli fa pensare che i Direttori dei giornali ci provino meno dei preti, o con la stessa possibilitàdi errore in cui possono cadere i preti!

    Comunque sia, ai Media gli sta bene questo schiaffo! I Media dovrebbero smetterla di considerarci come clienti da frutta e verdura!

    Dovrebbero smetterla di presentarci le mele più lucide sopra e sotto quelle meno lucide!

    Ci diano mele e basta! Ma anche i giornali sono botteghe! Rassegnamoci noi, e si rassegni l’Angelo.

    A domanda risponde il vescovo di Padova.

    Accusa pesante, infamante… senza nomi e cognomi… non circostanziata… senza approfondimento … senza un’analisi ben chiara… Auspica, poi, che la stampa tratti la faccenda con “delicatezza” e “voglia di verità”.

    Nella cronaca dei fatti pubblicata da l’Arena, a parte il nome del Presidente dell’Associazione, non c’è il nome delle vittime ( o presunte tali ) tuttavia, c’è la foto di un gruppo di loro.

    Il che vuol dire, che se non altro hanno avuto il coraggio della loro faccia!

    Il don Corradi del Provolo, invece, non ha avuto neanche il coraggio di dire se i presunti violentatori sono vivi o morti!

    Con che faccia il vescovo di Padova, quindi, può dare lezioni di faccia ai Sordomuti del Provolo di Verona?

    A domanda risponde il vescovo di Vicenza.

    Parlando del vescovo di Vicenza, il Busi scrittore lo dice “quella”.

    “Non commento… “ Spesso ci si trova impotenti davanti a campagne orchestrate per confermare tesi che poi si rivelano fasulle”.

    Mi par di sentire tutti quelli che gridano al complotto quando i media li prendono in causa quando non in castagna!

    A domanda risponde l’Associazione Provolo.

    Rilanciando le accuse dall’Università, afferma: “è sempre stato difficile farsi ascoltare” . [ Credetemi, so molto bene quanto sia vero! ]

    “ Lo chiedono da anni, e mostrano copie di lettere, di dichiarazioni sottoscritte da decine di firme, di volantini.

    E raccontano.

    Riferiscono storie di violenze non solo sessuali. In alcuni casi, vere e proprie torture. Sempre su l’Arena, da un articolo di Giancarlo Beltrame, estrapolo:

    “Racconta un sordo, che ora ha molti decenni in più: sono entrato al Provolo che avevo otto anni. A 11, un prete, ( di cui fa il nome ma che il giornalista non pubblica, forse per tenerezza e voglia di verità ) in piedi davanti a tutti noi ragazzi sordo muti, afferra un bastone grosso come un due euro, picchia sulla schiena un nostro compagno sino a che il bastone si spezza, ne prende un altro più grosso e lo picchia sino a che si spezza anche quello, poi prende una cinghia perché “quella almeno non si sarebbe rotta”.

    Di violenze ( all’ordine del giorno ) ne racconta anche il Presidente dell’Associazione: picchiato sulle mani con un frustino, schiaffi, pugni, strattoni di capelli, pizzicotti, orecchie storte. Raccontato da un altro, ustioni da ferro da stiro sul dorso delle mani subite da un ragazzo che non voleva studiare;.

    “Nelle riunioni dell’Ente Nazionale Sordomuti ne abbiamo parlato più volte. Nessuno può dire di non aver mai saputo. ” Ma non erano creduti!

    Il Dalla Bernardina aveva detto ai suoi che c’era un prete che gli sparava proiettili di plastica e/o di gomma. Non è stato creduto neanche da loro.

    Non volevano credere che fatti del genere potessero farli i preti! Così, smise di parlargliene.

    Su di una tv locale, reazione da impossibilità a credere, l’hanno avuta anche due pensionati ed una donna sulla quarantina.

    Impossibile!!!!

    La signora sulla quarantina ha detto: mi cadrebbe tutto un mondo, se fosse vero!

    Capite adesso perché quei ragazzi hanno taciuto?

    Hanno taciuto perché la vernice di certi sepolcri, comunque sia il morto e/o il tempo di sepoltura, e’ sempre bianca.

    E con questo, anch’io ho risposto alla tua domanda, Giulietta.

  • Preti e pedofilia. Caso n. 2) don Marco Agostini, da Pomezia (RM).Il ruolo del card. Vallini

    Preti e pedofilia. Caso n. 2) don Marco Agostini, da Pomezia (RM).Il ruolo del card. Vallini

    Prosegue il nostro viaggio per ricostruire un archivio sulla pedofilia ecclesiastica. Dopo il caso di don Giuseppe Abbiati oggi un caso di notevole importanza, per il tragico finale, per l’elevato numero di casi segnalati, per le modalità con cui erano organizzate le violenze, per il ruolo del vescovo di Albano, Agostino Vallini, creato cardinale da papa Ratzinger, che fonti accreditate danno come successore del card. Ruini a Vicario del Papa per la diocesi di Roma.

    A seguito di indagini iniziate dalla procura di Velletri, il 5/04/2006 è arrestato don Marco Agostini. Il procuratore Luigi Paoletti dice che i 2 vescovi di Albano, Dante Bernini e Agostino Vallini, sapevano dei crimini di don Marco. Le prime denunce erano iniziate nel 1997 e subito dopo cominciò l’insabbiamento da parte dei confratelli

    http://archiviostorico.corriere.it/2006/aprile/08/Preti_pedofili_due_vescovi_sapevano_co_10_060408025.shtml

    Preti pedofili, «due vescovi sapevano»Don Marco e gli abusi: la congregazione lo copriva per interessi economici

    Degli abusi commessi da padre Marco Agostini sui ragazzi dell’ oratorio di Torvaianica si sapeva già dal 1997: in quell’ anno vennero infatti segnalati alla diocesi di Albano, ma da subito iniziò l’ «insabbiamento» delle denunce da parte di alcuni confratelli del religioso appartenente all’ ordine degli Oblati di San Francesco di Sales. Una «copertura» delle violenze sessuali motivata anche da un tornaconto economico: quello delle donazioni continue versate da molte vittime, danaro servito per finanziare progetti «che aumentavano il prestigio della congregazione». E’ quanto scrive il sostituto procuratore del tribunale di Velletri Luigi Paoletti nella richiesta di misure cautelari accolta dal gip Aldo Morgigni. Forte del «suo ruolo di guida spirituale e carismatica», padre Marco era riuscito a soggiogare i ragazzi, «approfittando della loro immaturità psico-fisica», per indurli «a subire e compiere atti sessuali», «palpeggiamenti, pratiche masturbatorie e rapporti completi». Una fiducia che il prete era riuscito a guadagnarsi già nell’ inverno 1994, quando, allora seminarista, «in una chiesa sconsacrata a Riofreddo – hanno raccontano al magistrato i giovani dell’ oratorio – organizzammo la prima giornata di gruppo: dormimmo divisi, maschi e femmine, e il prete si coricò con noi ragazzi». Gli abusi? «Approcci inizialmente vaghi – c’ è scritto negli atti – e poi sempre più espliciti e assillanti» soprattutto nei confronti dei minori. Girano però le prime voci. E scatta così la «copertura» di padre Germano Agostini e padre Ennio Digianpasquale, anch’ essi degli Oblati nella parrocchia di Torvaianica, indagati per favoreggiamento dal procuratore Silvano Mazzetti e dal sostituto Paoletti. Nel 1997 le segnalazioni arrivano all’ allora vescovo di Albano Dante Bernini e poi, nel 2002, vengono ribadite al suo successore, monsignor Agostino Vallini oggi cardinale. In un vero e proprio «confronto all’ americana» davanti alle autorità ecclesiastiche i due religiosi degli Oblati «smentiscono apertamente» i ragazzi «vittime delle morbose attenzioni». Per loro la punizione è quella del discredito, «additati a calunniatori, isolati ed emarginati dalla comunità parrocchiale, condizionati psicologicamente al fine di non presentare denunce». Un «comportamento connivente», quello di padre Germano e padre Ennio, che il pm mette in relazione ai «profitti ottenuti» da padre Marco «nel pagamento della decima». Cioè una specie di tassa versata dai ragazzi dell’ oratorio (in sostanza il 10% di quanto avevano in tasca, «le sue richieste di soldi erano continue») della quale «beneficiava l’ intera congregazione». I progetti «finanziati accrescevano il prestigio dell’ Ordine agli occhi dei parrocchiani, aumentando utenti e vastità del guadagno a discapito di quei ragazzi che da tale meccanismo venivano stritolati». Alessandro Fulloni L’ ACCUSA L’ ordine degli Oblati di San Francesco di Sales «ha beneficiato dei profitti» garantiti dall’ arrestato grazie alla «decima» raccolta tra i ragazzi

    Fulloni Alessandro

    Pagina 5
    (8 aprile 2006) – Corriere della Sera

    http://www.spazioforum.net/forum/lofiversion/index.php?t30830.html

    “Non siamo solo noi ad aver denunciato questa situazione – dicono alcuni di loro – dovremmo essere almeno 30 ragazzi fra Torvaianica, Pomezia e Roma. In un primo momento noi volevamo risolvere la situazione solo segnalandola a livello ecclesiastico. Ci siamo rivolti al vescovo di Albano che allora era monsignor Vallini. Ma – proseguono – rispose che erano solo chiacchiere. Poi però fu avviato un processo da parte delle autorità ecclesiastiche. Poi abbiamo presentato una denuncia alla IV sezione della Questura di Roma”.

    Le accuse parlano di abusi sin da quando Marco Agostini era ancora seminarista: Lui, il Cabana, aveva costituito una organizzazione articolata all’interno di “Ragazzi Nuovi”, il gruppo da lui fondato sin da quando era ancora a Roma. All’epoca don Marco era un giovane seminarista della parrocchia San Francesco di Sales che si faceva notare per l’attitudine a coinvolgere persone.

    http://italy.indymedia.org/news/2006/04/1040042.php

    L’accusa è terribile per don Marco Agostini, 43 anni, dell’ordine degli Oblati di San Francesco di Sales, viceparroco prima a Torvajanica e poi a Pomezia, tra il 1993 e il 2004. L’hanno arrestato gli agenti della squadra mobile di Roma, dopo 18 mesi d’indagine, ad Assisi, Don Marco Agostini dove era stato discretamente trasferito dalle gerarchie cattoliche, lontano dai ragazzi, messo a occuparsi di un ostello per pellegrini. Un caso che fa scalpore, quello di don Marco. 

    Un caso doloroso, si parla di duecento episodi. Dopo una giornata trascorsa in questura il sacerdote è stato condotto agli arresti domiciliari in un’abitazione riservata. Altri due anziani parroci di Pomezia, padre Germano e padre Ennio, sono stati condotti negli uffici di polizia, indagati per favoreggiamento e si sono ritrovati sul capo un divieto di dimora valido per tutta la provincia di Roma. In questura stanno analizzando computer e altro materiale sequestrati sia ad Assisi sia a Pomezia. 

    Il giovane seminarista Secondo quanto ha ricostruito la polizia, questa di Pomezia è una storia brutta che viene da lontano. Comincia non appena un giovane prete, anzi addirittura un seminarista che non ha preso tutti i voti, arriva sul litorale romano. Si chiama don Marco. Comincia a occuparsi dei giovani che frequentano l’oratorio e si fa presto notare. E’ ruvido, brusco, ma carismatico. Usa un linguaggio sconveniente, che fa arricciare il naso a più di qualche mamma. Si difende: «I giovani parlano così. E se voglio essere ascoltato devo farmi capire». 

    E’ un ragazzone alto e grosso, che gioca al calcio, suona la chitarra, organizza gite, gestisce i campi estivi. Intorno a lui si coagula un forte nucleo di adolescenti. E così volano via cinque anni, vissuti intensamente a Torvajanica, il borgo cresciuto forte e disordinato attorno a una spiaggia famosa per il delittaccio di Wilma Montesi. Più altri cinque trascorsi a Pomezia, paesone fondato da Mussolini. Le prime voci Non tutto fila liscio, però, come sembrerebbe in apparenza. 

    Qualche voce comincia a circolare: attenti a don Marco. E’ una voce che cresce lentissimamente perché pare troppo incredibile. Gli investigatori impiegheranno diciotto mesi per scardinare lo stereotipo del prete volitivo ma bravissimo. Mica tanto, a giudicare da quanto racconta un primo testimone, poi seguito da un secondo, e da un terzo. Tutti tra i quindici e i ventitré anni. Gli strani riti «Faceva strani riti. Diceva che è normale. Ma ci faceva stendere sulla croce. Altre volte diceva che avevamo il demonio dentro e ci faceva l’esorcismo». Si scoprirà che erano riti un po’ veri e un po’ no. Segni della croce misti a formule incomprensibili. 

    E si scoprirà anche che gli «indemoniati» erano proprio quei ragazzi che subivano le sue attenzioni e magari avrebbero voluto andarsene dall’oratorio, o si vergognavano talmente che si rinchiudevano in sé stessi, o che davano evidenti segni di nervosismo. Abile psicologo «Non c’è stato nessun atto di costrizione – spiega chi ha investigato – ma una fortissima capacità di persuasione, un gioco sottile di psicologie, un carisma esercitato su bambini e ragazzi che gli erano stati affidati dalle famiglie». Don Marco, che si faceva chiamare Il Cabana, e che era il leader di un quasi movimento che aveva battezzato I Ragazzi Nuovi, si era circondato da una prima schiera di assistenti detti I Cabaniti. 

    E poi c’era la Cupola: cinque o sei più grandi, sui venticinque anni, che lo seguivano ciecamente da dieci, e che ieri sono stati tutti portati in questura per sentire meglio la loro versione. «Abbiamo l’impressione – dice il vecchio poliziotto – che persino qualcuno dei ragazzi di cui ha abusato lo difenda ancora».

    http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200608articoli/9001girata.asp

    I ragazzi si disponevano a terra in cerchio, tutti intorno a un grande crocifisso. A turno, poi, ciascuno entrava nel cerchio e si poneva sdraiato sulla croce proprio come Gesù sul Golgota, con le mani e i piedi simbolicamente inchiodati, per confidare i propri problemi. «Dovete capire come ci si sente, sulla croce», li catechizzava. Il racconto dei suoi giovani parrocchiani (che all’epoca avevano tra 10 e 16 anni) è un mosaico di orrori: «Tutto quello che avveniva doveva restare in segreto, rivelarlo sarebbe stato un peccato mortale. Se qualcuno di noi cercava di parlare, veniva subito allontanato dal gruppo». 

    Don Marco davanti ai magistrati si definiva un mistico, un pranoterapeuta che massaggia i ragazzi perché davvero convinto di far loro del bene. Le baby-vittime hanno raccontato di non essere mai state costrette con la forza a subire violenze, ma di essere state progressivamente persuase, e obbligate psicologicamente. 

    Quando qualcuno riuscì a rompere il silenzio fu convinto a ritrattare. Sono state le intercettazioni delle telefonate con le vittime a inchiodare il prete. «Se venite a trovarmi portate i filmini», raccomandava nel marzo 2005 da Assisi, dove gestiva un ostello. «Abbiamo deciso che veniamo a trovarti ad Assisi, quanto costa l’albergo?», chiedevano i ragazzi. «Non vi preoccupate delle spese, qui comando io. 

    La mia stanza è sempre libera ma procuratevi qualche pornetto», ribadiva don Marco. Anche dall’Umbria il religioso aveva mantenuto i contatti con il gruppo «Ragazzi nuovi» fondato a Pomezia e i giovani lo chiamavano in continuazione per avere consigli. «Ti telefono perché ho un problema, sono innamorato di una ragazza ma mi blocco. Come faccio?», gli domanda uno. «E tu quando ti avvicini a lei, fa finta che sia io», rassicurava il religioso.

    E sono tre ragazzi che oggi hanno tra i 25 e i 26 anni, e che hanno sempre preso le parti di don Marco, fin da quando l’inchiesta è scattata nel 2002. Un’indagine difficile, finita sulla scrivania di Dania Manti, che alla Mobile di Roma si occupa dei reati contro i minori. A lei che indagava su un caso di stupro, una psicologa ha rivelato che un giovane di Pomezia le aveva raccontato di un prete che aveva abusato di lui e di altri adolescenti. 

    Ci sono voluti due anni di pedinamenti e intercettazioni per raccogliere prove e testimonianze. «Un lavoro delicato», dicono gli inquirenti, «perché chi subisce una violenza non è quasi mai disposto a collaborare». Però poi tre ragazzi cominciano a parlare, chiedono aiuto al Vescovo di Albano, monsignor Vallini, e a due parroci delle parrocchie di Pomezia. 

    Ma i due preti, don Germano e don Ennio aiutano don Marco, tacciono e cercano (secondo le accuse), di convincere i ragazzi a tacere. Don Ennio e don Germano sono indagati per favoreggiamento, ai sacerdoti è stato vietato di abitare a Roma e in Provincia. Il vescovo trasferisce don Marco ad Assisi.

    «Don Marco abusava di noi: durante i campi estivi, le gite in montagna, ma anche nelle sale dell’oratorio e a casa sua». Gli ex fedelissimi ripetono quello che hanno detto anche gli altri. Delle carezze di don Marco, «che servono a guarire dalle malattie», ai rituali con la croce di legno dove li faceva distentere.

    http://www.repubblica.it/2006/08/sezioni/cronaca/parroco-ardea/parroco-ardea/parroco-ardea.html

    Si è suicidato Marco Agostini, 43 anni, l’ex parroco di Pomezia arrestato lo scorso aprile con l’accusa di pedofilia e violenza sessuale, in un biglietto ha scritto: “Non sono un pedofilo”. Il sacerdote era agli arresti domiciliari in casa della madre, in un appartamento della zona Prenestina a Roma. La donna si era assentata solo per pochi minuti, ma quando è tornata lo ha trovato impiccato con un lenzuolo fisssato a una trave del lavatoio, sul terrazzo della palazzina. Nel biglietto lasciato alla madre l’ex parroco ha scritto: “”Ti chiedo scusa mamma per quello che è successo in questi mesi ma ci tengo a dire che non sono un pedofilo”. Agostini aveva già tentato il suicidio in precedenza, ingerendo delle pastiglie, ma era stato trovato in tempo e ricoverato in ospedale

    Fonte http://blog.libero.it/contemax2008/4660324.html

  • A grande richiesta … LANOTIZIA SCOMPARSA: RAGAZZATE!

    A grande richiesta … LANOTIZIA SCOMPARSA: RAGAZZATE!

    Scandalo pedofilia in seminario, choc in Austria
    “In apparenza è un seminario. Anzi, il più tradizionalista e ultraconservatore dei seminari cattolici in Austria, luogo di religiosa purezza, preghiera e pio magistero alla cura delle anime, dove volentieri l’anziano arcivescovo Kurt Krenn predicava, bollando con parole di fuoco i rei contro natura.

    In realtà, quello della diocesi di Sankt Pölten, ottanta chilometri a Ovest di Vienna, è stato in questi anni un antro di orchi pedofili, teatro di perversioni peccaminose, una Sodoma asburgica dove preposti e seminaristi indulgevano spesso e volentieri in orge omosessuali, giochi erotici e notti scandite da alcol e sesso, al posto delle orazioni. Qualcuno parla anche di parodie naziste e cerimonie ufficialmente esecrate dal Vaticano, come la celebrazione di un finto matrimonio gay, fra due aspiranti preti, officiato dal direttore, inutile precisare tutti in costume adamitico.

    C’ è ancora del marcio nella Chiesa austriaca. A sei anni dallo scandalo del cardinale Hans Hermann Groer, l’ ex primate, morto nel 2003, che era stato riconosciuto colpevole di aver sessualmente abusato di giovani religiosi, una nuova, devastante scoperta scuote le fondamenta del cattolicesimo viennese. Non più sospetti o bugie di «querulanti ubriachi», come aveva fin qui sostenuto monsignor Krenn, capo della diocesi incriminata, quando il tema era più volte venuto a galla in passato.

    Ma un’ incredibile documentazione fotografica, scoperta un anno fa nei computer della biblioteca del seminario e ora al vaglio delle autorità di polizia, in attesa della formale apertura di un’ inchiesta criminale da parte della magistratura. Almeno 40 mila istantanee e una quantità imprecisata di filmati pornografici, che illustrano con precisione e ricchezza di dettagli gli esercizi, non esattamente spirituali, di Sankt Pölten. Alcune di queste comprenderebbero atti sessuali dei preposti con minorenni. A svelare lo scandalo, il settimanale Profil, che nell’ edizione in edicola ieri ha pubblicato alcune delle foto, dove i religiosi e i loro allievi vengono immortalati mentre si baciano appassionatamente sulla bocca. Secondo il periodico, l’ inchiesta è partita, dopo che diverse immagini e film girati a Sankt Pölten erano apparsi su un sito a luci rosse polacco.

    Il direttore del seminario, Ulrich Küchl e il suo vice, Wolfgang Rothe, si sono dimessi, pur protestando la loro innocenza. Su di loro pende l’ accusa di pedofilia. La diocesi si è schierata a quadrato in loro difesa. Monsignor Krenn, soprattutto, ha definito gli addebiti infondati, liquidando addirittura le foto, che ha ammesso di aver visto, come «ragazzate». Fortunatamente, i vertici della Chiesa viennese sono di ben altro parere. «Tutto ciò che ha a che fare con la pratica dell’ omosessualità, non può trovare spazio in un seminario per preti», recita un comunicato della Conferenza episcopale austriaca, che ha anche annunciato l’ avvio di una indagine interna, al termine della quale non è difficile prevedere le dimissioni di Krenn, 68 anni, da vescovo di Sankt Pölten. E in questo senso si sono già levate diverse voci dall’ interno del mondo cattolico: «Krenn è il vero responsabile e deve rispondere di tutto questo davanti alla Chiesa e a Dio». ha detto Martin Walchhofer, il prelato che supervisiona tutti i seminari austriaci.

    Anche la politica è intervenuta. «Collezionare materiale pornografico, che coinvolge bambini, non può essere liquidato come una ragazzata», ha dichiarato Thomas Huber, leader dei Verdi. Un portavoce dell’ opposizione socialdemocratica, Hannes Jarolim, ha chiesto al ministero dell’ Interno di indagare per favoreggiamento nei confronti dello stesso arcivescovo e aprire una procedura formale. Secondo Profil, una foto documenterebbe la celebrazione del matrimonio gay da parte del reverendo Küchl.

    Il resto del materiale, con le parole del procuratore Walter Nemec, «mostra i seminaristi in situazione perverse con i loro superiori». Un seminarista di Sankt Pölten, citato dal settimanale, afferma che «tutti sapevano cosa succedesse da noi, non era possibile ignorarlo, ma nella Chiesa domina un silenzio di piombo, quando si tratta di temi tabù, semplicemente non sappiamo in che modo affrontare correttamente il problema». Quelli che avevano provato a parlarne direttamente con i due superiori o con Krenn, sono stati subito identificati da loro come nemici e isolati. Anche la polizia, afferma Profil, avrebbe trovato all’ inizio grosse difficoltà a rompere il muro dell’ omertà di Sankt Pölten, dopo la scoperta del materiale e le prime denunce inviate via email da alcuni seminaristi.”

    V. Paolo – Corriere della Sera