Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Minore abusò di una ragazzina, i genitori condannati al risarcimento

    Minore abusò di una ragazzina, i genitori condannati al risarcimento

    La prima sezione civile del Tribunale di Treviso ha condannato al risarcimento dei danni i genitori di un giovane che, da adolescente, violentò una ragazzina di 10 anni, ritenendo la coppia responsabile della “culpa in educando”, secondo l’articolo 2048 del Codice civile, ossia della mancata educazione del figlio sul tema della sessualità.

    Alla vittima e ai suoi genitori – scrive oggi il Corriere del Veneto – è stato riconosciuto un risarcimento complessivo di oltre 130mila euro da parte dell’autore materiale e, appunto, dei genitori.

    Un’analoga sentenza era stata emessa alcuni anni fa dal Tribunale di Firenze per una violenza sessuale avvenuta in una scuola di Siena.

    Su casi simili fa ‘testo’ anche una sentenza della Corte di Cassazione del 2019, per cui i genitori “hanno l’onere di impartire ai figli l’educazione necessaria per non recare danni a terzi nella loro vita di relazione, nonché di vigilare sul fatto che l’educazione impartita sia adeguata al carattere e alle attitudini del minore, dovendo rispondere delle carenze educative a cui l’illecito commesso dal figlio sia riconducibile”.

    La vicenda risale al 2012, e nel 2016 il responsabile era stato condannato in via definitiva a un anno e due mesi di reclusione. Nel 2019, raggiunta la maggiore età, la vittima e i genitori hanno infine chiesto il risarcimento dei danni in sede civile, e una consulenza tecnica d’ufficio ha accertato nella giovane un disturbo post-traumatico da stress di grado moderato e un danno biologico permanente del 19%.

    https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/01/09/minore-abuso-di-una-ragazzina-i-genitori-condannati-al-risarcimento_8e9b6797-ccc2-4242-b530-2e429bc22d07.html

  • Mano dura del papa sulla “sua” diocesi: De Donatis e Libanori rimossi dal Vicariato di Roma

    Mano dura del papa sulla “sua” diocesi: De Donatis e Libanori rimossi dal Vicariato di Roma

    ROMA-ADISTA. La notizia era stata anticipata il 5 aprile in serata dal blog Messa in latino, ma la conferma è arrivata il 6, dal Bollettino della Sala Stampa vaticana: decapitato il Vicariato di Roma, con la nomina del cardinal vicario Angelo De Donatis a penitenziere maggiore in Vaticano (e la conseguente uscita del predecessore card. Mauro Piacenza, ottantenne, presidente internazionale della fondazione Aiuto alla Chiesa che soffre), e la rimozione dal suo ruolo di vescovo ausiliare per Roma centro del gesuita mons. Daniele Libanori, per il quale è stato disegnato il ruolo di «assessore del Santo Padre per la vita consacrata». Un vero terremoto nella diocesi di cui papa Francesco è vescovo, epilogo di un lungo periodo di tensioni e conflitti interni, che si aggiunge alla recente rimozione di un altro vescovo ausiliare, mons. Riccardo Lamba (ora vescovo a Udine) a nemmeno due anni dalla sua nomina a responsabile del settore est di Roma e a poco più di uno da quella a guida del servizio diocesano tutela minori e persone vulnerabili.

    «Assessore del Santo Padre»

    Perché il papa ha voluto rimuovere Libanori, dopo averlo nominato ausiliare nel 2017, e chiamarlo a un ruolo del tutto inedito, ad hoc, che non ha precedenti? Promozione o siluramento? Difficile dirlo, per il momento. Ci sono casi pregressi di nomine ad “assessore”, un ruolo che in genere è stato attribuito a personaggi da “salvare” o per i quali non si intravedevano altri incarichi all’interno dell’organigramma vaticano. Ma qui c’è un plus: «assessore del Santo Padre». L’assessore è colui che assiste un superiore nell’esercizio delle sue funzioni. Nella versione inglese del comunicato è supervisor: sovrintendente, garante. Si brancola nel buio, perché di una simile carica non c’è traccia. Sulla carta potrebbe trattarsi di una superpromozione, ma perché, allora, non inquadrarlo in una posizione apicale all’interno di un Dicastero? Già, perché se diventasse una sorta di supergarante della vita consacrata che affianca e consiglia il papa in questa materia, in che rapporto si porrebbe con il Dicastero per la vita consacrata, e in particolare con il prefetto, card. João Braz de Aviz?

    Libanori ha maturato molta esperienza nella sua veste di commissario di comunità religiose problematiche: dalla slovena Comunità Loyola, co-fondata dall’ex gesuita abusatore Marko Rupnik, alla Famiglia di Maria, comunità dalle origini controverse della quale su Adista abbiamo documentato le derive settarie attraverso la voce di testimoni. E forse in questo ambito è da cercare una risposta.

    La difesa delle vittime di Rupnik

    Nella gestione del caso Rupnik, Libanori ha sempre ascoltato le sopravvissute agli abusi, dando loro credito e attenzione, e non ha mai difeso Rupnik, che invece gode ancora adesso di grandi protezioni in Vaticano e presso il cardinale, ormai ex vicario, De Donatis. Di Libanori l’indagine che ha poi portato allo scioglimento della comunità Loyola, dove il teologo artista ha perpetrato a partire dagli anni ‘90 abusi psicologici, spirituali e sessuali su diverse consacrate. In un’intervista al quotidiano francese La Croix del febbraio 2023, Libanori smentì che Rupnik si fosse mai pentito: «Quando si commettono atti del genere, si tiene un profilo basso. Ma lui non ha mai avuto una parola da dire loro [alle vittime], non si è mai assunto la responsabilità. Da parte mia, sono convinto che la questione sia psichiatrica». Una affermazione dirompente, perché di fatto si scontrava con quanto affermato dal generale dei gesuiti p. Arturo Sosa in un’intervista all’Associated Press (14/12/22), in relazione all’annullamento (proprio in seguito a un presunto pentimento) della scomunica latae sententiae (cioè automatica) comminata al religioso sloveno dal Dicastero per la Dottrina della Fede (DDF) nel 2019 per assoluzione del complice in confessione, poi revocata, presuntamente dal papa stesso: «Come si revoca una scomunica? La persona deve riconoscerlo e deve pentirsi, cosa che Rupnik ha fatto».

    Libanori ha poi sempre sostenuto le vittime nel loro diritto a un processo: «Nessuno può far tacere il sangue di Abele che grida», disse nella stessa intervista a La Croix, «per farlo tacere, è necessario un giudizio. Le vittime, anche a distanza di più di trent’anni – un tempo che equivale a una condanna all’ergastolo – hanno il diritto di sentire dalle autorità una parola definitiva che metta a tacere il dubbio sulla loro colpevolezza e restituisca loro dignità proclamando ciò che è vero, cioè che sono state vittime». E dunque metteva in luce, sempre nell’intervista, il fatto che «se la loro testimonianza non è stata seguita da una sentenza, è perché è intervenuta la prescrizione».

    Il papa, lo scorso ottobre, quella prescrizione l’ha tolta, per rendere possibile il processo (almeno sulla carta, perché a ora, e sono passati mesi, non se ne ha alcuna notizia). Si è convinto forse che l’innocenza di Rupnik andava verificata? Ha capito e apprezzato la posizione di Libanori? Lo ha voluto valorizzare ora con un incarico straordinario e di enorme rilievo? Anche a voler vedere positivo, un legame esplicito alla figura del papa (come assessore del Santo Padre) suona in ogni caso come un salto nel vuoto, nella fase finale del pontificato.

    È un fatto, in ogni caso, che papa Francesco abbia sempre sostenuto l’ex gesuita abusatore: presunta revoca della scomunica a parte, non ha mai voluto incontrare le vittime ma lo scorso settembre ha ricevuto la presidente della scuola d’arte-atelier-comunità di Rupnik (Centro Aletti), Maria Campatelli diffondendo pubblicamente le foto dell’incontro.

    Letto in questa diversa chiave, l’atteggiamento rigoroso di Libanori nel caso Rupnik (che lo ha messo anche in tensione con il suo superiore De Donatis) potrebbe avere spinto un Francesco difensore di Rupnik a “renderlo innocuo”, mettendolo in una posizione sostanzialmente ininfluente, in cui possa controllarlo. Si torna alla domanda iniziale: promozione o punizione? Si capirà solo con il tempo.

    Il declino di Roma sotto De Donatis

    La rimozione del cardinal vicario Angelo De Donatis e la nomina a penitenziere maggiore in Vaticano potrebbe essere dovuta a motivazioni differenti, e suona inequivocabilmente come un siluramento. La Penitenzieria apostolica è un organismo antico e prestigioso che si occupa di delitti del foro interno, ossia azioni considerate sotto l’aspetto del peccato (“tribunale della misericordia”, lo ha definito papa Francesco) al quale ci si rivolge per ottenere penitenze e indulgenze, ma ha scarsa rilevanza e incidenza su un piano “politico” e di “potere”.

    Insomma, sembra di poter affermare che il papa ha scaricato il “suo” cardinal vicario. Sono passati i tempi della stretta coesione tra il vescovo di Roma e il suo vice, con i loro fasti: basti pensare allo stretto rapporto Wojtyla–Ruini (l’uomo dei superpoteri: vicario dal 1991 al 2008, quando andò in pensione a 77 anni; ma anche presidente CEI per tre quinquenni, nello stesso periodo) o Ratzinger–Vallini (vicario per 9 anni, dal 2008 al 2017, quando andò in pensione all’età di 77 anni).

    Il card. De Donatis fu scelto dopo aver consultato la Chiesa romana, clero e laici: il papa infatti convocò a sorpresa i 36 parroci prefetti della diocesi di Roma, chiedendo loro di indicare criticità ed esigenze della diocesi e il profilo del nuovo vicario e spingendoli a fare anche dei nomi. A quanto sembra, il nome che uscì da queste “primarie” fu proprio quello di De Donatis, che aveva un lungo pregresso di familiarità con il clero romano e un curriculum tutto interno ai sacri palazzi (al contrario, ad esempio, di mons. Paolo Lojudice, per anni parroco di periferia a Tor Bella Monaca, prima di essere nominato, nel 2015, vescovo ausiliare per il settore sud della diocesi di Roma e poi, nel 2019, vescovo a Siena). De Donatis fu direttore dell’ufficio clero del vicariato dal 1990 al 1996, direttore spirituale al Pontificio Seminario Romano Maggiore dal 1990 al 2003, poi parroco della basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio, assistente per la diocesi di Roma dell’Associazione Nazionale Familiari del clero; membro del Consiglio presbiterale diocesano; nel 2014 predicatore degli esercizi spirituali alla Curia romana in quaresima, l’anno dopo papa Francesco lo nomina vescovo titolare di Mottola e vescovo ausiliare di Roma, incaricato per la formazione permanente del clero. Nel 2016 presiede la riflessione nel corso del Giubileo dei sacerdoti della diocesi di Roma.

    Nonostante il placet del clero di Roma, le cose tra De Donatis e Francesco non vanno lisce; è noto lo strappo con il papa nel marzo 2020, durante il lockdown, quando De Donatis decreta la chiusura delle chiese della diocesi fino al 3 aprile, come da disposizioni del Consiglio dei Ministri italiano e della CEI. Ciò provoca il risentimento del papa, che il giorno successivo afferma in un’omelia che «le misure drastiche non sempre sono buone» e prega perché i pastori prendano «misure che non lascino da solo il santo popolo fedele di Dio». Immediata la rettifica di De Donatis, che riapre le chiese della diocesi, affermando però che la decisione “drastica” del giorno precedente non era stata presa autonomamente, ma di concerto con il papa.

    Da lì in poi, le cose vanno sempre peggio, tanto da far parlare di una imminente sostituzione, forse proprio con quel Lojudice che il papa stimava e che conosceva bene Roma. Nel dicembre 2022 l’esplosione del caso Rupnik sulle pagine di Domani vedono il cardinal vicario (del quale Rupnik è stato mentore e guida) trincerarsi in una posizione ultragarantista nei confronti del mosaicista gesuita, poi espulso dalla Comagnia di Gesù: «Noi ministri di Cristo – scriveva in un comunicato stampa all’epoca – non possiamo essere meno garantisti e caritatevoli di uno Stato laico, trasformando de plano una denuncia in reato. I giudizi che vediamo diffondersi da parte di molti con particolare veemenza, non sembrano manifestare né un criterio evangelico di ricerca della verità, né un criterio di base su cui si fonda ogni stato di diritto, a verbis legis non est recedendum». Nel settembre 2023, poi, subito dopo l’incontro del papa con Maria Campatelli, un comunicato del vicariato dai toni soddisfatti che dava conto delle conclusioni della visita canonica al Centro Aletti (dal 2019 associazione pubblica di fedeli, sotto la giurisdizione della diocesi di Roma) definendone la vita comunitaria «sana e priva di particolari criticità», sembra aver messo in imbarazzo i vescovi della Diocesi.

    La posizione di De Donatis nel caso Rupnik accende certamente polemiche e tensioni interne al vicariato, ma più in generale, sotto il suo governo (e anche ultimamente), si aggravano anche questioni amministrative e finanziarie che alimentano conflitti intestini e che l’inspiegabile girandola di vescovi ausiliari spesso spediti altrove di punto in bianco a pochi mesi dalla nomina, unita ai malumori dei parroci e a squilibri di potere, non contribuisce certo a risanare. Tanto che già nell’aprile 2021, senza alcun annuncio ufficiale (la notizia trapelò grazie all’agenzia Aci Prensa), era stato avviato un audit contabile dell’ufficio del revisore generale della Santa Sede, presieduto da Alessandro Cassinis Righini. L’audit mirava a valutare il bilancio consuntivo e previsionale, vari aspetti dell’amministrazione e delle procedure, gli investimenti finanziari, la gestione del patrimonio e le risorse umane della diocesi di Roma, che amministra più di 500 chiese (330 le parrocchie) e numerosi enti, e che conta circa 1.000 sacerdoti diocesani. Una misura tanto più necessaria quanto più ci si avvicinava all’avvio di progetti per il Giubileo.

    Il papa si riprende il vicariato

    Nel gennaio 2023 il papa prende da lontano la questione della leadership romana, emanando la costituzione apostolica In ecclesiarum communione, con la quale ristruttura il vicariato, le cui difficoltà sono anche testimoniate dall’avvicendamento repentino di diversi vescovi ausiliari e dal grande potere conquistato da alcuni responsabili di settore, a cominciare dal segretario generale, il prete neocatecumenale cremonese Pierangelo Pedretti (che ereditò il suo ruolo nel 2019 dall’ausiliare mons. Gianrico Ruzza, anche lui durato appena 4 anni in vicariato). È una ristrutturazione per lo più di facciata, che afferma di voler valorizzare la «sinodalità» e la «collegialità episcopale» ma che nella sostanza sottopone tutto rigidamente al giudizio finale e al potere decisionale del vescovo di Roma, il papa stesso, e nella quale il ruolo dei laici è ridotto a mero ornamento di funzioni saldamente in mani ecclesiastiche. Fa eccezione una nuova creatura, la Commissione indipendente di vigilanza, formata da sei laici, voluta da Francesco per controllare la gestione amministrativa e finanziaria della diocesi, anche per ciò che riguarda la suddivisione dei poteri tra vescovi.

    Nella sostanza, questa ristrutturazione sembra una sorta di commissariamento dello stesso De Donatis, drasticamente demansionato: il cardinale vicario «non intraprenderà iniziative importanti o eccedenti l’ordinaria amministrazione» senza preventivamente consultarsi col papa. E a guadagnare terreno è il vicegerente, che supera in incarichi il vicario, e coordina l’amministrazione interna della Curia diocesana, dirige gli uffici della Segreteria generale del Vicariato, modera gli uffici del Vicariato nell’esercizio delle loro funzioni, convoca mensilmente la riunione dei direttori di tutti gli uffici del Vicariato. Scelto per questa funzione è mons. Baldassarre Reina, ausiliare a Roma da pochi mesi (sostituisce mons. Gianpiero Palmieri, anch’egli ausiliare per poco tempo, poi nominato da Francesco vescovo ad Ascoli Piceno), che il 2 aprile scorso è stato nominato anche nuovo vescovo responsabile del Servizio Diocesano per la Tutela dei Minori e delle Persone vulnerabili (ruolo già di mons. Lamba). «La Chiesa perde la sua credibilità quando viene riempita da ciò che non è essenziale alla sua missione o, peggio, quando i suoi membri, talvolta anche coloro che sono investiti di autorità ministeriale, sono motivo di scandalo con i loro comportamenti infedeli al Vangelo», scrive Francesco nella costituzione apostolica, che esprime l’intenzione del papa di riprendere in mano personalmente la gestione della diocesi, anche a livello amministrativo, e di avere l’ultima parola su molte cose, compresa la nomina dei parroci.

    Un nuovo cardinal vicario per il Giubileo?

    L’attuale rimozione di De Donatis è tanto più significativa dal momento che è molto raro che un cardinale sia rimosso dalla sua diocesi prima dello scadere dei 75 anni: per motivi molto diversi e non paragonabili lo furono il card. Giacomo Lercaro e il card. Angelo Scola. Ma è ancora più significativa dal momento che la diocesi in questione è Roma, il cui vescovo è il papa.

    E se al momento diverse sono le voci di “candidature” che si rincorrono sull’identità del prossimo cardinal vicario (da Lojudice, a Reina, al presidente della Cei card. Matteo Zuppi), non ci sarebbe da stupirsi se il ruolo restasse vacante: avendolo svuotato di significato e avendone ridotto rilevanza e competenza, Francesco potrebbe pensare di farne a meno, assumendo in prima persona il governo della diocesi, in quanto già vescovo di Roma. Se non fosse che il Giubileo alle porte forse consiglierebbe di integrare una figura che funga da interfaccia tra Roma e Vaticano. Per il momento, a presidiare la tormentata diocesi romana – sempre che non vi siano altri avvicendamenti in vista: il papa ha convocato per domani 8 aprile un Consiglio episcopale a Santa Marta – restano gli ausiliari mons. Daniele Salera (dal 2022), mons. Dario Gervasi (dal 2020), mons. Baldassare Reina (vicegerente, nominato ausiliare nel 2022), mons. Paolo Ricciardi (dal 2017, ha appena sostituito nel settore est di Roma mons. Riccardo Lamba, dall’1 marzo vescovo a Udine), mons. Benoni Ambarus (dal 2021) e mons. Michele Di Tolve (dal 2023).

    Qualche ora dopo la diffusione della notizia della propria rimozione, De Donatis ha pubblicato una lettera: al netto dei ringraziamenti e delle frasi di prammatica, a dare il tono del suo stato d’animo è la citazione evangelica con cui lo scritto si apre: «In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi. E detto questo aggiunse: “Seguimi”».

    https://www.adista.it/articolo/71719

  • La rete dei pedofili: dalle parrocchie alle scuole, tre inchieste sul network dell’orrore. Stuprati anche i bambini del centro antiviolenze

    La rete dei pedofili: dalle parrocchie alle scuole, tre inchieste sul network dell’orrore. Stuprati anche i bambini del centro antiviolenze

    C’è una rete di insospettabili nel Lazio. Una rete di pedofili che è nata ed è cresciuta attorno alle scuole dell’hinterland romano e delle province. Che, partendo dalle parrocchie, è riuscita a prendere le comunità giovanili e le case famiglia legate ai presidi religiosi sul territorio. Questa rete sinora ha goduto di protezioni, mostrandosi allo stesso tempo in grado di terrorizzare le sue vittime.

    Ne fanno parte individui che potrebbero aver compiuto abusi pesantissimi anche tra le pareti domestiche. Soggetti abili a colpire i più fragili, quei giovanissimi che hanno subito molestie e che con le loro famiglie da oltre un anno spingono per conoscere la verità. Così, con le loro denunce, si sono guadagnati l’attenzione di tre Procure: prima Latina e Tivoli, ora Roma. Anche i pm di piazzale Clodio vogliono fare luce sulla rete, collegando i puntini di un disegno per ora ancora oscuro.

    Il tarlo ha iniziato a scavare nella mente degli inquirenti con le inchieste a carico dell’ex dirigente di Azione cattolica, Mirko Campoli a Tivoli, e del diacono Alessandro Frateschi, a Latina. Il primo è stato appena condannato a nove anni di reclusione per abusi su due ragazzini e per il secondo è stato chiesto il rinvio a giudizio.

    Alla procura di piazzale Clodio il compito di tirare le fila: al vaglio c’è un’enorme quantità di materiale pedopornografico finito sotto sequestro. Foto, video, chat inquietanti. Tutto il necessario per tentare di ricostruire la rete. Si vocifera di immagini e filmati proibiti. Tra i protagonisti anche preti e personaggi particolarmente in vista, addirittura politici. Indiscrezioni che hanno bisogno di conferme. Quanto già emerso e quanto sta emergendo tra Tivoli e il capoluogo pontino è però sufficiente. Basta a indirizzare le intenzioni della Procura della Capitale. A convincere i pm che questa storia merita di essere approfondita.

    Gennaio 2023, il primo allarme a Latina
    Era gennaio — la fine di gennaio — quando, venuta a conoscenza di presunti abusi subiti da uno studente del liceo scientifico “Majorana” di Latina, la Garante per l’infanzia e l’adolescenza, Monica Sansoni, si è interessata per la prima volta a quanto stava accadendo all’interno dell’istituto pontino per poi presentare una denuncia in Procura. La garante aveva ricevuto confidenze su una serie di molestie subite da alcuni ragazzi da parte del prof di religione Alessandro Frateschi ed era stata informata anche di messaggi e foto pornografiche inviate dallo stesso insegnante ai ragazzi tramite i social. Aperta un’inchiesta dall’allora procuratore aggiunto Carlo Lasperanza, i carabinieri raccoglievano le testimonianze delle vittime e sequestravano a casa del prof due cellulari, due computer portatili, tablet e due pennette Usb. Gli elementi per fissare il primo nodo della rete.

    I racconti delle vittime
    «Si comportava con me come un ragazzo che cerca di approcciare con una ragazza, cercandomi e cercando di attendere il momento in cui stavo da solo, lontano dai miei amici». Così uno dei minori vittima di Fratesi ha aperto il primo squarcio. Poi sono arrivati gli altri. Ecco uno studente ascoltato dai carabinieri: «Guardate, mi ha mandato una sua foto. È disteso sul letto, in mutande, a gambe divaricate…». Eloquenti anche le chat: «Non ti mando le foto di come sto ora solo per decenza». Ancora: «Pure tu nudo sul letto?».
    L’inchiesta procede spedita, facendo emergere abusi su tre studenti. E, quelli più pesanti, le violenze su un minore in difficoltà di una casa famiglia di Terracina, la città dove vive l’indagato, e su un giovane figlio di amici stretti. Ragazzini travolti dall’orrore. In alcuni casi costretti a farsi sostenere dalla presenza di uno psicologo. Forzati a vivere tra imbarazzi e paure, che con coraggio e fatica stanno ancora cercando di superare a più di un anno dal trauma.

    Perché quello vissuto dagli studenti è stato un incubo.
    «Il professore — ha riferito uno di loro agli inquirenti — aveva con me comportamenti che capivo non fossero giusti, ma io lo giustificavo sempre e mi dicevo non è possibile che sta facendo queste cose». Di più: «So che è un esempio estremo, ma è come una donna che viene picchiata dal suo uomo e poi lo giustifica e ci torna insieme. Io mi sono sentito così, sentivo che lui non si comportava bene con me, ma io tornavo a confidarmi con lui e lui tornava a esagerare con me. Poi mi sentivo in colpa, perché volevo parlarne con qualcuno ma temevo quello che sarebbe successo a lui e ai suoi figli». «Avevo paura di incontrarlo nei corridoi, di restare solo con lui», fa mettere a verbale una delle vittime.

    Per non parlare dell’incubo vissuto dal minorenne che Frateschi aveva conosciuto tramite la casa famiglia e di quello del figlio di alcuni suoi amici, a cui avrebbe mostrato anche un video porno tra lui e un prete del posto, cercando — si ipotizza — di convincere il minore a compiere atti sessuali facendoli apparire come cose normali. Gli stessi compiuti da un parroco che il ragazzino conosceva bene. Un parroco tra l’altro protagonista nei mesi scorsi di una lettera falsa di autodenuncia, inviata da ignoti alle diverse parrocchie pontine, in cui è stata inserita anche una foto del sacerdote nudo. Un messaggio da parte di chi forse ha partecipato e forse è stato vittima di alcune attenzioni? Forse. Alla fine il figlio degli amici di Frateschi è arrivato a confessare ai carabinieri il timore di essere finito in qualcosa di più grande rispetto a delle semplici, per quanto rivoltanti, molestie: «Ho paura di poter essere ammazzato, perché temo che in questa storia ci siano situazioni strane».

    L’identikit del pedofilo
    Ma chi è Alessandro Frateschi? Il 50enne ha alle spalle un patteggiamento a due anni di reclusione per bancarotta fraudolenta nel 2006, reato dichiarato estinto sei anni dopo, una denuncia per attività di gestione di rifiuti non autorizzata nel 2013 da parte della polizia provinciale di Siena, una per omessa dichiarazione ed emissione di fatture per operazioni inesistenti come amministratore di una srl nel 2015, e una terza da parte della Guardia di Finanza per bancarotta fraudolenta e accesso abusivo al credito nel 2021.

    Frateschi aveva tentato la via del sacerdozio, ma era stato allontanato (dirà per incomprensioni con l’allora rettore) dal seminario di Anagni. Una cacciata che non gli ha mai impedito di gravitare comunque attorno al mondo dell’attivismo cattolico, impegnandosi in parrocchia a Terracina, nelle case famiglia, nell’associazionismo e arrivando poi a ottenere il via libera all’insegnamento della religione. Sposato e con figli, il vescovo Mariano Crociata lo aveva anche nominato diacono.

    La scoperta e la denuncia
    Il tempo di avviare le prime indagini e Frateschi è finito fuori dal liceo, dove era arrivato su indicazione della Diocesi di Latina. Per lui è arrivata anche la sospensione come diacono da parte del vescovo Crociata, presidente della Commissione delle conferenze episcopali della Comunità Europea. L’indagato ha però continuato a lavorare proprio in Diocesi, per l’Istituto di sostentamento del clero, fino a quando a luglio dell’anno scorso è stato arrestato e messo ai domiciliari. Un’ordinanza a cui ne è poi seguita una seconda nel settembre successivo. Tanto che in Curia hanno deciso anche di consegnare agli inquirenti il computer su cui lavorava il 50enne.
    Maggio 2023, la rete prende forma

    A maggio dell’anno scorso, questa volta a Tivoli, si apre il secondo fronte. La polizia arresta Mirko Campoli. A 47 anni, haun passato da professore di religione e vicepreside all’istituto tecnico “Fermi”. Il curriculum è lungo: segretario nazionale dell’Azione cattolica ragazzi, presidente diocesano dell’Azione cattolica, direttore dell’ufficio Scuola diocesano e incaricato regionale dell’ufficio Scuola e università dall’ufficio della Cei.

    Una maschera dietro alla quale il vero Campoli si è nascosto per anni.
    Nel 2019 già i primi dubbi, quando un minore riferì agli psicologi del consultorio familiare Ucipem “Familiaris Consortio” di aver subito abusi da parte del 47enne in un campo estivo. Il commissariato di Tivoli inviò un’informativa alla Procura, ma gli atti finirono ad Ancona e i pm archiviarono, ipotizzando che il minore, riferendo di essere stato abusato mentre era nel dormiveglia, avesse sognato le violenze. Arrivate altre denunce, con le vittime spinte dalle loro fidanzatine a prendere coraggio e farsi avanti con le forze dell’ordine, quattro anni dopo Campoli è stato arrestato e il vescovo gli ha revocato gli incarichi. Il 23 dicembre 2021, tra un’inchiesta e l’altra, intanto il 47enne era però andato a lavorare in una casa famiglia a Roma, che ospita vittime di violenze sessuali. E ora è accusato di aver compiuto abusi anche lì.

    La condanna
    Il 7 marzo, solo 48 ore fa, l’ex dirigente di Azione cattolica è stato condannato a 9 anni di reclusione dal giudice per l’udienza preliminare del tribunale di Tivoli, che lo ha ritenuto responsabile di abusi su due minorenni: all’epoca avevano 12 e 16 anni.

    Nel primo caso Campoli, a cui i genitori del minore avevano affidato il figlio, avrebbe compiuto abusi sulla vittima per ben quattro anni, fermandosi soltanto quando, esplosa la pandemia, venne disposto il lockdown. Avrebbe commesso violenze a Tivoli, Guidonia e in altri centri religiosi disseminati nel resto d’Italia, «con una frequenza di almeno una volta al mese». Un totale di circa 50 violenze. Gli abusi sarebbero avvenuti anche durante una gita a Gardaland e avrebbero fortemente segnato l’allora minorenne.

    Nel secondo caso invece avrebbe abusato di un 16enne durante un campo scuola a Loreto, in provincia di Ancona. Un processo in cui si è costituita anche la Garante, Monica Sansoni, tramite l’avvocato Pasquale Lattari. Al momento della lettura della sentenza in tribunale c’erano anche gli investigatori del commissariato di Tivoli che hanno seguito il caso dall’inizio alle battute finali.

    Le due vittime, emozionate, si sono abbracciate e hanno pianto. «Questa non è una fine, ma un inizio», hanno detto allontanandosi dall’aula. «C’è stata giustizia ma non sarà mai abbastanza», ha detto la mamma di uno dei due. «Ci aspettavamo questo risultato come istituzione e siamo soddisfatti», ha aggiunto Monica Sansoni. «Questi ragazzi meritano il plauso di tutta la collettività. Il loro intento non era solo quello di ricevere giustizia, sebbene nessuna condanna e nessun risarcimento potrà mai ripagare il dolore e il danno da loro patito, ma anche di evitare che altri minori potessero subire le stesse gravissime cose», ha sottolineato il loro avvocato, Michele De Stefano.

    Le giustificazioni del diacono
    Chiusa l’inchiesta bis, il 47enne rischia un secondo processo per abusi sul fratellino di una delle prime due vittime e su un altro minore. È accusato infatti di aver abusato per due anni di un altro 12enne e sempre di violenza sessuale su un bambino di 10 anni ospite di una casa famiglia a Roma, a Boccea, che accoglie soprattutto minori «vittime di fenomeni di maltrattamento, abuso e abbandono». In tutti i casi Campoli è accusato di aver avvicinato i minori mentre erano immersi nel sonno o si trovavano nel dormiveglia e di averli costretti a subire una serie di abusi sessuali. Anche se in aula ha negato in parte e sostenuto che quelle violenze erano dovute a un suo momento di depressione.

    Frateschi, prima interrogato dal gip e poi in una memoria inviata agli inquirenti, nega ugualmente di aver compiuto abusi sessuali. Le violenze sul minore conosciuto in casa famiglia? Sapeva di un problema di salute e voleva vedere quale fosse la situazione. Foto oscene agli studenti? «Ho sbagliato nel modo di approcciarmi a questi ragazzi, nel modo in cui stavamo dialogando». E gli abusi sul figlio di amici? Si è sostanzialmente detto lui molestato e non il contrario. «Pur ribadendo di non aver preso io l’iniziativa in nessuno dei due episodi, in ogni caso nell’episodio… non ho saputo opporre un doveroso rifiuto».

    E le migliaia di foto e video pornografiche e pedopornografiche trovate sui suoi telefonini, tablet e pc? Ha detto di avere una «tendenza omosessuale» e che sulle chat che frequentava «c’erano scambi di foto continui, soprattutto con gente adulta, ma io poi mettevo tutto in un’unica cartella».

    Indizi e minacce, l’inchiesta si allarga
    A inquietare gli inquirenti pontini anche le minacce subite da vittime e testimoni. Con uno dei minori che ha riferito di aver subito violenze sessuali a cui ignoti hanno bruciato il citofono di casa e l’auto della garante per l’infanzia danneggiata per ben due volte. Una familiare di una delle vittime sarebbe poi stata avvicinata dallo stesso Frateschi, ancor prima dell’avvio delle indagini, e si sarebbe sentita chiedere di convincere la vittima a non presentare denuncia: «Insisteva per convincermi, dicendomi che avrebbe perso il lavoro, i figli e…». Tanto che il procuratore aggiunto Lasperanza, chiedendo l’arresto del prof e diacono, specificò: «L’indagato si è già dimostrato in grado di ostacolare l’acquisizione dei necessari elementi di riscontro probatorio, contattando testi per indurli a rendere dichiarazioni mendaci o reticenti». Senza contare che la sorella di uno dei minori avvicinata da Frateschi sarebbe stata avvicinata anche dalla moglie di quest’ultimo e «sottoposta a pressione psicologica». La moglie dell’indagato, secondo la Procura di Latina, avrebbe «minacciato il suicidio e l’omicidio dei figli piccoli», a cui l’interlocutrice «era legata», con l’obiettivo di convincere la donna «a intercedere» nei confronti del familiare, «per indurlo a non sporgere denuncia».

    Ma di un clima sinistro ha parlato anche il procuratore di Tivoli, Francesco Menditto, al momento dell’arresto di Campoli: «Il clima di omertà ambientale è molto simile a quello mafioso. I genitori non vogliono accettare la violenza che può avere patito il loro figlio e spesso si rivolgono all’autorità religiosa che tende a tenere la vicenda al suo interno». Critiche respinte dalla curia vescovile, anche se dopo il primo allarme nel 2019 Campoli è comunque stato lasciato al suo posto.

    La connessione: il caso arriva a Roma
    Campoli e Frateschi si conoscevano? Gli inquirenti hanno subito avuto il sospetto, avendo trovato una foto dell’ex dirigente di Azione cattolica sui dispositivi sequestrati al diacono. E gli investigatori sono alla ricerca di altre tracce che possano confermare l’ipotesi. Intanto le indagini ecclesiastiche sarebbero ancora al palo. Sono state annunciate, ma non si conosce il loro esito.

    L’attesa è così tutta per quelle della Procura di Roma. Frateschi ha camuffato il volto di diversi minori coinvolti in atti sessuali nei video che gli sono stati sequestrati per renderli irriconoscibili. Lo ha fatto temendo che possano essere riconosciute le vittime? E vi sono davvero anche insospettabili in pose oscene? Gli inquirenti romani stanno cercando di rispondere agli interrogativi. E allo stesso tempo stanno cercando di far luce su eventuali coperture. Tanto che nel capoluogo pontino è stata perquisita anche una parrocchia di un sacerdote che ha incarichi importanti. Indagini su cui occorrerà tutta la pazienza necessaria: l’obiettivo è ricostruire i contatti che chattavano con Frateschi. Ci sarebbero diversi personaggi romani. In quegli scambi si parla anche di abusi su minori, in famiglia. Dialoghi irripetibili. E il sospetto che una possibile rete di pedofilia sia ancora pienamente attiva, nonostante gli arresti e le condanne, è più che mai forte.

    https://roma.repubblica.it/cronaca/2024/03/09/news/rete_pedofili_inchiesta_parrocchie_scuole_violenze_sessuali_bambini_roma-422280746/

  • Esclusivo TPI – Le incredibili storie delle vittime dei preti pedofili

    Esclusivo TPI – Le incredibili storie delle vittime dei preti pedofili

    «Tutto è avvolto nell’oscurità. Ma la violenza non può essere taciuta a lungo». Esordisce così Marco, nome di fantasia per il papà di un giovanissimo che nel Sud Italia è stato abusato ripetutamente da un prelato. Il caso è recentemente approdato in tribunale ed è legato al massimo riserbo. «Mio figlio – racconta l’uomo – aveva conosciuto questo prete durante un campo estivo. Me ne parlava benissimo, anche perché l’uomo lo riempiva di regali costosi.

    Quando chiedevo il perché di tanta generosità, mi spiegava che erano la ricompensa per i lavoretti che faceva. C’era qualcosa che non quadrava, ma vedevo il ragazzo sereno e così ho pensato di essere troppo protettivo. Almeno fino a quando non ho trovato sul cellulare di mio figlio delle chat con centinaia di messaggi che non lasciavano dubbi. È stato lo choc più grande della mia vita. Mio figlio non solo era stato abusato fisicamente, ma era del tutto vittima dal punto di vista psicologico di questo adulto».

    Di casi e di storie simili – che spesso restano nell’ombra – il nostro Paese è costellato. Lo spiega perfettamente Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione Rete L’Abuso, unica realtà in Italia che monitora casi di pedofilia ecclesiastica. «Io per primo sono stato vittima di violenza quando avevo undici anni. Un segno indelebile, che mi tormenta ancora oggi. In cinque anni sono stato operato nove volte per un tumore di origine psicosomatica. Dei sette metri di colon, me ne resteranno sì e no la metà», rivela. «Nonostante questo, però, non mi fermo. Vivo il mio lavoro come una vera e propria missione per tutte le vittime e i familiari costretti ad affrontare tragedie simili alla mia».

    Come Alessandro Battaglia, che il 21 dicembre 2011 a Rozzano, piena periferia milanese, vede la sua vita cambiare per sempre. A soli undici anni. Membro degli scout, Alessandro adora il parroco locale, don Mauro Galli: parla lo stesso linguaggio dei ragazzi, li capisce, è gentile, apprezzatissimo anche dagli adulti. Ed è così che, quando il prete domanda ai genitori di Alessandro la possibilità di farlo dormire in parrocchia, nessuno obietta. Cosa sia accaduto quella notte è scritto nella sentenza di primo grado, che evidenzia come don Galli si impegnò in «atti sessuali consistiti in strusciamenti del proprio pene sulla schiena del ragazzo, palpeggiamenti del pene e dei testicoli della vittima, nonché in un tentativo di penetrazione anale».

    Le aggravanti individuate dai giudici vengono elencate puntualmente e comprendono, fra le altre cose, la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto e l’abuso di autorità. Dopo una condanna sia in primo che in secondo grado (sebbene sia stato assolto dalla magistratura canonica), il caso non è ancora chiuso: dopo un ulteriore ricorso, la Cassazione ha deciso di rinviare le carte in Appello per un processo “bis”. Il don intanto – come hanno scoperto i genitori di Alessandro, che avevano provato invano a coinvolgere anche le autorità ecclesiastiche – invece di venire assicurato alla giustizia canonica, è semplicemente stato trasferito in un’altra parrocchia, situata ad appena trenta chilometri di distanza. Uno spostamento avvenuto in sordina, secondo un copione ben rodato.

    Altrettanto dolorosa la storia di Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, che a Napoli nel 2010 accusa don Silverio Mura di averlo ripetutamente stuprato da ragazzino. I fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto. Tutto comincia dopo che Arturo inizia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico dai quali riemergono vecchie ferite e traumi che lo spingono a denunciare anche dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Senza, però, ottenere alcun risultato.

    Nel frattempo, infatti, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 si presenta come Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1.600 anime sulle colline pavesi. Gli viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia. Almeno fino a quando alcuni genitori non riconoscono don Silverio e a Montù scoppia il caos. Nel novembre scorso, per quanto il prelato si sia sempre dichiarato innocente, il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto ad Arturo Borrelli con una sentenza storica un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali. Non solo: «Attualmente Mura è sotto processo a Pavia per falsa identità, grazie alla denuncia della Rete», sottolinea ancora Zanardi.

    Non tutti i casi però finiscono con una condanna. Uno degli episodi più eclatanti riguarda l’Istituto Provolo a Verona, nato negli anni Cinquanta per accogliere bambini sordomuti. Apparentemente si trattava di un paradiso, in realtà gli studenti – cui veniva perfino impedito di imparare la lingua dei segni, per evitare che potessero denunciare – erano vittime di abusi di ogni tipo. Le denunce impiegano decenni prima di prendere forma e dopo le prime accuse di molestie uno dei prelati, don Nicola Corradi, viene trasferito in Argentina. Il suo comportamento non cambia né nella sede dove continua il ciclo di violenze a Mendoza né in quella de La Plata. Nonostante la mobilitazione italiana delle vittime – che però sortisce scarsi risultati – in Argentina gli ex alunni vanno a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, mentre il suo vice a 45. Purtroppo però i due hanno lasciato il Sud America, e sono rientrati in Italia dove non scontano alcuna pena.

    Tutto tace
    «La situazione è peggiorata», spiega Lucetta Scaraffia, giornalista e storica, che al caso ha dedicato Agnus Dei (Solferino, pp. 224) con Anna Foa e Franca Giansoldati. «L’impunità – prosegue – è sempre stata totale. L’ordine dato ai vescovi era quello di sedare lo scandalo, ma ha soltanto peggiorato le cose alimentando una sorta di via libera. In fondo, che cosa rischiavano i pedofili? Potevano essere spostati di sede, magari richiamati, ma era chiaro come i loro comportamenti fossero ampiamente tollerati». Parole durissime, cui fanno eco quelle di Zanardi che da sempre si batte contro l’omertà ecclesiastica: «I vescovi – ribadisce – non hanno l’obbligo di denuncia presso le autorità giudiziarie e, dunque, finiscono con lo spostare chi è accusato di violenze in altri luoghi».

    Ma c’è di più. «Nel 2014 l’Italia ha ratificato una direttiva Ue sul cosiddetto “certificato anti-pedofilia”. In pratica, se sei stato condannato per reati contro i minori non puoi più esercitare professioni che ti portino a stare a contatto con i bambini». Il problema, però, è che nel nostro Paese è stato applicato a tutte le categorie, eccetto il mondo del volontariato di cui il clero fa parte. Non solo. L’Europa ha chiesto più volte di istituire sportelli per dare “accoglienza” a chi ha subito abusi, ma anche su questo si procede a rilento. «Per questo – prosegue Zanardi – mi sono rivolto alle Nazioni Unite denunciando i singoli casi e la situazione nel suo complesso».

    La questione infatti è ampiamente nota, e già nel 2014 il Comitato contro le Torture dell’Onu annotava come «la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti derivanti dal fatto, come continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari».

    Tutto a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Un cortocircuito che indica come endemico il comportamento ecclesiastico e che ha spinto l’Onu, già otto anni fa, a sollecitare la revisione dei Patti Lateranensi nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia. Nulla è mai accaduto allora, né nel 2018 quando sempre l’Onu ha invitato lo Stato italiano – su proposta di Rete L’Abuso – a istituire una commissione indipendente per avere un quadro chiaro sul numero di vittime, di prelati indagati o condannati. «Di questo passo – spiega Zanardi – è evidentemente difficile fidarsi anche di chi, come la Cei, suggerisce grandi azioni nel futuro, ma poi e di fatto non fa mea culpa». La negligenza si attesta dunque in modo trasversale fra tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Chiesa per arrivare allo Stato.

    «Mentre in Spagna la magistratura si è attivata su 250 casi in un arco di 70 anni, in Italia invece pare non siano sufficienti neppure i 320 casi che abbiamo documentato e, non in 70 anni, ma in poco più di 15. Vittime e dati che forniremmo volentieri ai magistrati, se solo li volessero», amareggiato riflette Zanardi.

    «Attraverso l’adescamento, la persuasione e il coinvolgimento – riflette la psicologa Lorita Tinelli – i preti riducono la resistenza delle loro vittime e abusano di loro senza usare la forza fisica. Recenti studi evidenziano come le vittime siano caratterizzate da un alto livello di religiosità e da conflitti sulla propria sessualità emergente». Da non sottovalutare poi l’isolamento, ma anche la condizione economica e culturale, solitamente bassa, che permettono l’avvicinamento alla sfera più intima dei minori.

    Diverso è il discorso per i carnefici, come nota Andrea Fagiolini, ordinario di psichiatria presso l’Università di Siena: «Non esiste un profilo univoco. Sovente chi abusa ha subito lui stessi traumi o abusi emotivi. Bisogna poi ricordare che non esiste un nesso di causalità stabilito tra il celibato e l’abuso dei bambini. Il celibato non è in grado di allontanare una persona dal suo orientamento sessuale primario, ma è possibile che vengano scelte istituzioni che promuovono il celibato come sistema di auto-cura, per mettere un freno a istinti sessuali riconosciuti come negativi».

    Casi in aumento

    A oggi, dinanzi alla rinuncia delle istituzioni, gli unici dati che restano sono quelli raccolti da “Rete L’Abuso” e che indicano 178 sacerdoti accusati e 165 condannati in via definitiva.

    «Naturalmente i casi di abuso sono molto più numerosi. Ci sono quelli che non hanno il coraggio di denunciare, e quelli che dopo avere denunciato accettano di recedere grazie a un patteggiamento privato, magari per una somma modesta che va dai 15 ai 25mila euro», spiega ancora Lucetta Scaraffia. Soldi elargiti come aiuto per lo studio in cambio della firma di una dichiarazione con la quale i diretti interessati accettano di restare in silenzio.

    Se un accordo non si trova, il copione è sempre pressoché il medesimo: «I preti – prosegue Scaraffia – prima negano, poi, quando sono incastrati dalla giustizia civile, si presentano come malati. In questo modo la Chiesa si offre di custodirli e inviarli in case di accoglienza per religiosi in crisi dove vengono sottoposti a una blanda terapia e poi rimandati in parrocchia. Questo perché nel codice di diritto canonico, lo stupro viene annoverato come una trasgressione del sesto comandamento insieme ad adulterio e omesessualità. Alla base c’è la convinzione che la vittima tragga piacere dall’abuso e quindi divenga colpevole a sua volta».

    Intanto le denunce, le inchieste e, dunque, i processi aumentano. Uno degli ultimi casi arriva da Enna, nel cuore della Sicilia, e riguarda don Giuseppe Rugolo, arrestato il 27 aprile 2021 e il cui processo – rigorosamente a porte chiuse – si è aperto qualche mese dopo, il 7 ottobre. L’uomo è accusato di violenza sessuale su tre minori. Una delle vittime è Antonio Messina che, quando inizia una relazione con un suo coetaneo, si sente braccato dal prelato che pretendeva di avere una relazione sessuale esclusiva. «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti.

    Nel 2015 il don fonda un’associazione: sceglie una manciata di ragazzi, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini. Gli scrive «ti amo», «notte principessa mia», «amore mio». Oltre i dettagli, si mostra una sceneggiatura ben nota a chi si occupa della questione.

    A denunciarlo ancora Zanardi in un nuovo report presso l’Onu: soltanto nel 2016 il vescovo Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima, e decide di trasferire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara, ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia. Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Non solo. Sembrerebbe (ma il condizionale è d’obbligo) che anche il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, non fosse totalmente all’oscuro rispetto al passato di don Rugolo.

    Secondo i documenti consultati da TPI e come denunciato nel report alle Nazioni Unite, ci sarebbe anche il coinvolgimento di un carabiniere che, dinanzi alle denunce di Antonio Messina, avrebbe spifferato tutto al vescovo Gisana. Quantomeno in questo caso il processo è partito.

    Al contrario di altre situazioni bloccate nel silenzio, come quella – già segnalata all’Onu – che vede protagonista don R. L., salesiano di Genova e allenatore di una squadra di ragazzi, trasferito «tra le chiacchiere» ad Arezzo. Da qui sarebbe arrivata una nuova denuncia di presunti abusi, ma intanto il prelato è stato spostato nuovamente, pare in Tunisia. A dimostrazione dell’inquietante puzzle ecclesiastico in continuo, perpetuo, aggiornamento.

    https://www.tpi.it/cronaca/esclusivo-tpi-storie-vittime-preti-pedofili-20221101945585/

  • Sacrileghi abusi

    Sacrileghi abusi

    Carmine Gazzanni e Flavia Piccinini – «Tutto è avvolto nell’oscurità. Ma la violenza non può essere taciuta a lungo». Esordisce così Marco, nome di fantasia per il papà di un giovanissimo che nel Sud Italia è stato abusato ripetutamente da un prelato. Il caso è recentemente approdato in tribunale ed è legato al massimo riserbo. «Mio figlio – racconta l’uomo – aveva conosciuto questo prete durante un campo estivo. Me ne parlava benissimo, anche perché l’uomo lo riempiva di regali costosi. Quando chiedevo il perché di tanta generosità, mi spiegava che erano la ricompensa per i lavoretti che faceva. C’era qualcosa che non quadrava, ma vedevo il ragazzo sereno e così ho pensato di essere troppo protettivo. Almeno fino a quando non ho trovato sul cellulare di mio figlio delle chat con centinaia di messaggi che non lasciavano dubbi. È stato lo choc più grande della mia vita. Mio figlio non solo era stato abusato fisicamente, ma era del tutto vittima dal punto di vista psicologico di questo adulto».

    Di casi e di storie simili – che spesso restano nell’ombra – il nostro Paese è costellato. Lo spiega perfettamente Francesco Zanardi, fondatore e presidente dell’associazione “Rete L’Abuso”, unica realtà in Italia che monitora casi di pedofilia ecclesiastica. «Io per primo sono stato vittima di violenza quando avevo 11 anni. Un segno indelebile, che mi tormenta ancora oggi. In cinque anni sono stato operato nove volte per un tumore di origine psicosomatica. Dei sette metri di colon, me ne resteranno sì e no la metà», rivela. «Nonostante questo però non mi fermo. Vivo il mio lavoro come una vera e propria missione per tutte le vittime e i familiari costretti ad affrontare tragedie simili alla mia».

    Come Alessandro Battaglia che il 21 dicembre 2011 a Rozzano, piena periferia milanese, vede la sua vita cambiare per sempre. A soli undici anni. Membro degli scout, Alessandro adora il parroco locale, don Mauro Galli: parla lo stesso linguaggio dei ragazzi, li capisce, è gentile, apprezzatissimo anche dagli adulti. Ed è così che, quando il prete domanda ai genitori di Alessandro la possibilità di farlo dormire in parrocchia, nessuno obietta – accade quando aveva 11 anni. Cosa sia accaduto quella notte è scritto nella sentenza di primo grado, che evidenzia come don Galli si impegnò in «atti sessuali consistiti in strusciamenti del proprio pene sulla schiena del ragazzo, palpeggiamenti del pene e dei testicoli della vittima, nonché in un tentativo di penetrazione anale». Le aggravanti individuate dai giudici vengono elencate puntualmente e comprendono, fra le altre cose, la violazione dei doveri inerenti alla qualità di ministro del culto e l’abuso di autorità. Dopo una condanna sia in primo che in secondo grado (assolto dalla chiesa), il caso non è ancora chiuso: dopo un ulteriore ricorso, la Cassazione ha deciso di rinviare le carte in Appello per un processo “bis”. Il don intanto – come hanno scoperto i genitori di Alessandro, che avevano provato invano a coinvolgere anche le autorità ecclesiastiche – invece di venire assicurato alla giustizia canonica, è semplicemente stato trasferito in un’altra parrocchia, situata ad appena trenta chilometri di distanza. Uno spostamento avvenuto in sordina, secondo un copione ben rodato.

    Altrettanto dolorosa la storia di Arturo Borrelli, oggi ultraquarantenne, che a Napoli nel 2010 accusa don Silverio Mura di averlo ripetutamente stuprato da ragazzino. I fatti risalgono a trent’anni fa, dunque il reato in sede penale è ormai prescritto. Tutto comincia dopo che Arturo comincia a soffrire di svenimenti e attacchi di panico dalle quali riemergono vecchie ferite e traumi che lo spingono a denunciare anche dinanzi alle autorità ecclesiastiche. Senza, però, ottenere alcun risultato. Nel frattempo, infatti, don Silverio Mura, formalmente in ritiro in una comunità religiosa, si sta in realtà preparando alla sua seconda vita. Nel 2016 si presenta come Saverio Aversano a don Simone Baggio, parroco di Montù Beccaria, un piccolo centro di 1600 anime sulle colline pavesi. Gli viene assegnata la cura dell’oratorio e il catechismo dei bambini della parrocchia. Almeno fino a quando alcuni genitori non riconoscono don Silverio e a Montù scoppia il caos. Nel novembre scorso, per quanto il prelato si sia sempre dichiarato innocente, il Tribunale civile di Napoli ha riconosciuto ad Arturo Borrelli con una sentenza storica un risarcimento di oltre 320mila euro per i danni conseguenti agli abusi sessuali.

    Non tutti i casi finiscono con una condanna. Uno degli episodi più eclatanti riguarda l’Istituto Provolo a Verona, nato negli ani Cinquanta per accogliere bambini sordomuti. Apparentemente si trattava di un paradiso, in realtà gli studenti – cui veniva perfino impedito di imparare la lingua dei segni, per evitare che potessero denunciare – erano vittime di abusi di ogni tipo. Le denunce impiegano decenni prima di prendere forma e dopo le prime accuse di molestie uno dei prelati, don Nicola Corradi, viene trasferito in Argentina. Il suo comportamento non cambia né nella sede di dove continua il ciclo di violenze a Mendoza né in quella de La Plata. Nonostante la mobilitazione italiana delle vittime – che però sortisce scarsi risultati – in Argentina gli ex alunni vanno a denunciare e nel 2019 il sacerdote viene condannato a 42 anni di carcere, mentre il suo vice a 45. Purtroppo però i due hanno lasciato il Sud America, e sono rientrati in Italia dove non scontano alcuna pena.

    TUTTO TACE

    «La situazione è peggiorata», spiega Lucetta Scaraffia, giornalista e storica, che al caso ha dedicato “Agnus Dei” (Solferino, pp. 224) con Anna Foa e Franca Giansoldati. «L’impunità- prosegue – è sempre stata totale. L’ordine dato ai vescovi era quello di sedare lo scandalo, ma ha soltanto peggiorato le cose alimentando una sorta di via libera. In fondo, che cosa rischiavano i pedofili? Potevano essere spostati di sede, magari richiamati, ma era chiaro come i loro comportamenti fossero ampiamente tollerati». Parole durissime, cui fanno eco quelle di Zanardi che da sempre si batte contro l’omertà ecclesiastica: «I vescovi – ribadisce – non hanno l’obbligo di denuncia presso le autorità giudiziarie, e dunque finiscono con lo spostare chi è accusato di violenze in altri luoghi». Ma c’è di più. «Nel 2014 l’Italia ha ratificato una direttiva Ue sul cosiddetto “certificato anti-pedofilia”. In pratica, se sei stato condannato per reati contro i minori non puoi più esercitare professioni che ti portino a stare a contatto con i bambini». Il problema, però, è che nel nostro Paese è stato applicato a tutte le categorie, eccetto il mondo del volontariato di cui il clero fa parte. Non solo.

    L’Europa ha chiesto più volte di istituire sportelli per dare “accoglienza” a chi ha subito abusi, ma anche su questo si procede a rilento. «Per questo – prosegue Zanardi – mi sono rivolto alle Nazioni Unite denunciando i singoli casi e la situazione nel suo complesso». La questione infatti è ampiamente nota, e già nel 2014 il Comitato contro le Torture dell’Onu annotava come «la Santa Sede non ha riconosciuto l’entità dei crimini commessi, non ha preso le misure necessarie per affrontare i casi di abuso sessuale sul bambino e per proteggere i bambini, e ha adottato politiche e pratiche che hanno condotto alla continuazione dell’abuso da parte dei perpetratori e all’impunità degli stessi». Accuse pesanti derivanti dal fatto, come continua l’Onu, che «i casi di abuso sessuale su bambino, quando affrontati, sono stati trattati come gravi delitti contro la morale tramite procedimenti riservati previsti per misure disciplinari che hanno permesso a un’ampia maggioranza di autori di abuso e a quasi tutti quelli che hanno nascosto l’abuso sessuale sul bambino di sfuggire ai procedimenti giudiziari». Tutto a causa del «codice del silenzio imposto a tutti i membri del clero sotto pena di scomunica». Un cortocircuito che indica come endemico il comportamento ecclesiastico e che ha spunto l’Onu, già otto anni fa, a sollecitare la revisione dei Patti Lateranensi nella parte in cui si solleva la gerarchia ecclesiastica dall’obbligo di denuncia.

    Nulla è mai accaduto allora, né nel 2018 quando sempre l’Onu ha invitato lo Stato italiano – su proposta di “Rete l’Abuso” – a istituire una commissione indipendente per avere un quadro chiaro sul numero di vittime, di prelati indagati o condannati. «Di questo passo – spiega Zanardi – è evidentemente difficile fidarsi anche di chi, come la Cei, suggerisce grandi azioni nel futuro, ma poi e di fatto non fa mea culpa». La negligenza si attesta dunque in modo trasversale fra tutti i soggetti coinvolti, a cominciare dalla Chiesa per arrivare allo Stato. «Mentre in Spagna la magistratura si è attivata su 250 casi in un arco di 70 anni, in Italia invece pare non siano sufficienti neppure i 320 casi che abbiamo documentato e, non in 70 anni, ma in poco più di 15. Vittime e dati che forniremmo volentieri ai magistrati, se solo li volessero», amareggiato riflette Zanardi.

    «Attraverso l’adescamento, la persuasione e il coinvolgimento – riflette la psicologa Lorita Tinelli – i preti riducono la resistenza delle loro vittime e abusano di loro senza usare la forza fisica. Recenti studi evidenziano come le vittime siano caratterizzate da un alto livello di religiosità e da conflitti sulla propria sessualità emergente». Da non sottovalutare poi l’isolamento, ma anche la condizione economica e culturale, solitamente bassa, che permettono l’avvicinamento alla sfera più intima dei minori. Diverso è il discorso per i carnefici, come nota Andrea Fagiolini, ordinario di psichiatria presso l’Università di Siena: «Non esiste un profilo univoco. Sovente gli abusati hanno subito loro stessi traumi o abusi emotivi. Bisogna poi ricordare che non esiste un nesso di causalità stabilito tra il celibato e l’abuso dei bambini. Il celibato non è in grado di allontanare una persona dal suo orientamento sessuale primario, ma è possibile che vengano scelte istituzioni che promuovono il celibato come sistema di auto-cura, per mettere un freno a istinti sessuali riconosciuti come negativi».

    CASI IN AUMENTO

    Ad oggi, dinanzi alla rinuncia delle istituzioni, gli unici dati che restano sono quelli raccolti da “Rete L’Abuso” e che indicano 178 sacerdoti accusati e 165 condannati in via definitiva.

    «Naturalmente i casi di abuso sono molto più numerosi. Ci sono quelli che non hanno il coraggio di denunciare, e quelli che dopo avere denunciato accettano di recedere grazie a un patteggiamento privato, magari per una somma modesta che va dai 15 ai 25mila euro», spiega ancora Lucetta Scaraffia. Soldi elargiti come aiuto per lo studio in cambio della firma di una dichiarazione con la quale i diretti interessati accettano di restare in silenzio. Se un accordo non si trova, il copione è sempre pressoché il medesimo: «I preti – prosegue Scaraffia – prima negano poi, quando sono incastrati dalla giustizia civile, si presentano come malati. In questo modo la Chiesa si offre di custodirli e inviarli in case di accoglienza per religiosi in crisi dove vengono sottoposti a una blanda terapia, e poi rimandati in parrocchia. Questo perché nel codice di diritto canonico, lo stupro viene annoverato come una trasgressione del sesto comandamento insieme ad adulterio ed omesessualità. Alla base c’è la convinzione che la vittima tragga piacere dall’abuso, e quindi divenga colpevole a sua volta».

    Intanto le denunce, le inchieste e dunque i processi aumentano. Uno degli ultimi casi arriva da Enna, nel cuore della Sicilia, e riguarda don Giuseppe Rugolo, arrestato il 27 aprile 2021 e il cui processo – rigorosamente a porte chiuse – si è aperto qualche mese dopo, il 7 ottobre. L’uomo è accusato di violenza sessuale su tre minori. Una delle vittime è Antonio Messina che, quando inizia una relazione con un suo coetaneo, si sente braccato dal prelato che pretendeva di avere una relazione sessuale esclusiva. «Sentivo di non avere via di scampo», dice agli inquirenti. Nel 2015 il don fonda un’associazione: sceglie una manciata di ragazzi, con cui instaura un rapporto informale fatto di battute sessiste, toccatine sui genitali e ritiri notturni in canonica. A uno di loro, con cui divide il letto e la doccia, regala soldi e manda messaggi pieni di cuoricini. Gli scrive «ti amo», «notte principessa mia», «amore mio». Oltre i dettagli, si mostra una sceneggiatura ben nota a chi si occupa della questione.

    A denunciarlo ancora Zanardi in un nuovo report presso l’Onu: soltanto nel 2016 il vescovo Rosario Gisana viene informato dei fatti, iniziati sette anni prima, e decide di trasferire il prete pedofilo nella diocesi di Ferrara , ufficialmente per motivi di salute. Lì viene nuovamente incaricato di seguire i ragazzi della parrocchia. Intercettato, il vescovo ammette il suo coinvolgimento: «Il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia… eh vabbè, pazienza, vedremo come poterne uscire!». Non solo. Sembrerebbe (ma il condizionale è d’obbligo) che anche il vescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, non fosse totalmente all’oscuro rispetto al passato di don Rugolo. Secondo i documenti consultati da Tpi e come denunciato nel report alle Nazioni Unite, ci sarebbe anche il coinvolgimento di un carabiniere che, dinanzi alle denunce di Antonio Messina, avrebbe spifferato tutto al vescovo Gisana. Quantomeno in questo caso il processo è partito. Al contrario di altre situazioni bloccate nel silenzio, come quella – già segnalata all’Onu – che vede protagonista don R.L., salesiano di Genova e allenatore di una squadra di ragazzi, trasferito «tra le chiacchiere» ad Arezzo. Da qui sarebbe arrivata una nuova denuncia di presunti abusi, ma intanto il prelato è stato spostato nuovamente, pare in Tunisia. A dimostrazione del inquietante puzzle ecclesiastico in continuo, perpetuo, aggiornamento.

    da TPI del 29 ottobre 2020

  • E’ nei seminari che la chiesa deve fare i conti con il suo lato oscuro

    E’ nei seminari che la chiesa deve fare i conti con il suo lato oscuro

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI – Un ragazzino di tredici anni scappa dalla finestra del Seminario vescovile di Savona, dove era entrato tre anni prima pieno di entusiasmo all’idea di diventare sacerdote.

    Siamo nel 1968, il grande istituto dove studiano i candidati al presbiterato accoglie ragazzi che vanno dalla prima media alla specializzazione in filosofia e teologia; il rettore è don Andrea Giusto, un prete gioviale e apprezzato dagli studenti. Eppure, qualcosa non va.

    Tornato a casa, Alessandro Nicolick – questo il nome del bambino – è taciturno e nervoso ma non vuole dare spiegazioni. Una volta adolescente comincia a far uso di eroina, diventa tossicodipendente e finisce in carcere, dove si ammala di Aids. «In ospedale, poco prima di morire, mi ha raccontato di essere stato abusato quando era in Seminario da un prefetto di camera, un seminarista più anziano che assisteva i piccoli, Pietro Pinetto», denuncia il fratello Roberto.

    Don Pinetto, morto l’anno scorso di Covid, nel 1972 era stato nominato vice rettore del Seminario vescovile e nel 1981 ne era diventato anche direttore spirituale. Nel 2013, quando era parroco della chiesa di San Michele a Celle Ligure (Savona), viene però denunciato da un ex altro seminarista, che dichiara di essere stato abusato da lui negli anni ’70, ma il procedimento è archiviato perché il fatto è ormai prescritto. Il sacerdote, però, querela per diffamazione e calunnia la presunta vittima, due giornalisti locali e Francesco  Zanardi, presidente della Rete l’Abuso.

    A quel punto, il colpo di scena: viene riaperta l’indagine e spuntano altre testimonianze, «comprese le segnalazioni fatte all’allora vescovo di Savona Franco Sibilla, che non intervenne, e che aprono il vaso di Pandora degli abusi sui minori nella chiesa savonese, più preoccupata di proteggere i responsabili che di evitare nuove vittime», commenta oggi Zanardi.

    La gip Fiorenza Giorgi, infatti, nelle motivazioni del decreto di archiviazione del procedimento per calunnia a don Pinetto pubblicate dal Secolo XIX, evidenzia che le indagini hanno fatto emergere elementi di prova che «confermano gli abusi» nel Seminario e rileva che «la curia si è preoccupata di salvare le apparenze invece di pensare a quei ragazzi che, tra l’altro, rappresentavano il futuro della chiesa stessa».

    Zanardi è il primo che, a partire dal 2010, porta all’attenzione della magistratura i tanti casi di pedofilia che affliggono la diocesi di Savona, a partire da quello di don Nello Giraudo, che lo riguarda in prima persona. Don Giraudo, oggi ridotto allo stato laicale, nel 2012 è stato condannato a un anno e sei mesi di carcere per violenza su minore; molte altre denunce, compresa quella di Zanardi, sono invece cadute in prescrizione.

    Anche un insegnante del Seminario, don Giorgio Barbacini, si rivela un pedofilo: sempre nel 2010 viene infatti condannato in via definitiva a tre anni e sei mesi per violenza aggravata e continuata su un minorenne extracomunitario affidato alla sua custodia – latitante in Svizzera e in Marocco, sarà arrestato cinque anni dopo durante una visita a casa.

    Intanto, Roberto Nicolick non si dà pace. Per arrivare alla verità, chiede alla Procura il sequestro della documentazione scolastica e psicologica redatta dagli insegnanti del Seminario su suo fratello, scrive lettere al vescovo Vittorio Lupi (a capo della diocesi dal 2007 al 2016), lo aspetta addirittura una domenica all’uscita della messa insieme a Zanardi: tutto senza successo. Per tenerlo buono, nel 2013 la diocesi pensa bene di mandargli a casa il vicario generale, don Antonio Ferri, che in sua assenza fa firmare alla madre novantenne una dichiarazione in cui attesta l’estraneità della curia nella triste vicenda del figlio Alessandro. «Un foglio senza valore legale ma che toglieva credibilità alla mia ricerca di giustizia», commenta Nicolick.

    Non è finita qui. Don Pinetto, sempre difeso pubblicamente dalla curia, aveva ricevuto in realtà un’ammonizione dal vescovo, come attesta una lettera del 1° luglio 2016 indirizzata all’autorità giudiziaria e firmata proprio da monsignor Lupi, pubblicata dalla Rete l’Abuso, in cui si dà conto di un decreto emesso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede il 29 maggio 2015, segno che un’indagine canonica sul conto dell’ex vice rettore c’era in realtà stata. Nonostante l’ammonizione, Lupi colloca don Pinetto nella parrocchia di San Francesco da Paola, con un oratorio frequentato da oltre duecento bambini. «Allarmati dalle voci sul suo conto, le madri si rivolgono al parroco, che cerca di tranquillizzarle citando proprio il documento estorto tre anni prima alla signora Nicolick», racconta Zanardi. A quel punto, Roberto decide di presentare una denuncia per presunta circonvenzione di incapace contro il vicario, che però non avrà seguito.

    Un clima aspro, come si vede, in cui si vedono le ombre lunghe delle coperture, delle mezze verità, dei raggiri. «Anche se sono emerse soltanto dopo il duemila, le tendenze di don Pinetto in Seminario si erano manifestate sin dagli anni Settanta, quando un ragazzo aveva già detto a due preti della diocesi di aver subito abusi», dice don Giovanni Lupino, oggi rettore della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Savona. «Anche io scrissi a Pinetto che ad accusarlo erano proprio i suoi “cocchi”, i ragazzi orfani di cui si occupava un po’ troppo – prosegue Lupino – da cappellano in carcere avevo incontrato un ex seminarista, oggi assistente sociale, che mi aveva raccontato che don Pietro lo portava nei bagni e lo toccava con la scusa di insegnargli una corretta igiene intima».

    Storie note nella diocesi ma che, all’interno del clero, soltanto don Lupino, che ha frequentato anche lui il Seminario di Savona negli anni ’60,  ha il coraggio di denunciare. «Sono del’ 52: del mio anno eravamo una quindicina di seminaristi e soltanto io sono diventato sacerdote – racconta – quasi tutti gli altri non hanno più messo un piede in chiesa».

    Cose vecchie, di un’epoca passata? «Oggi non è cambiato niente, nonostante le équipe di psicologi che dovrebbero essere di sostegno agli educatori che vivono a stretto contatto con i ragazzi – dichiara deciso Lupino – è il sistema stesso dei Seminari come luogo della formazione per il clero che non funziona, perché l’obiettivo è sempre quello di produrre sacerdoti».

    Futuri preti sempre più preziosi per la Chiesa se, come testimoniano le statistiche dell’Annuario pontificio 2021, nell’arco di mezzo secolo le nuove vocazioni sono diminuite di oltre il 60% passando dai 6.337 del 1970 ai 2.103 del 2019, con un crollo nei dieci anni che vanno dal 2009 al 2019, in cui la flessione dei seminaristi diocesani in Italia tocca il 28%. Secondo le rilevazioni dell’Ufficio nazionale per la pastorale della vocazioni della Cei, sono 1.804 i seminaristi diocesani che vivono nei 120 seminari maggiori e quasi la metà ha un’età compresa tra i 26 e i 35 anni, mentre diminuiscono i seminari minori, riservati ai ragazzi delle scuole secondarie: in Italia ne restano 72.

    Oggi il Seminario diocesano di Savona non accoglie più studenti: è diventato una casa per ferie di lusso. I problemi, in ogni caso, non hanno riguardato soltanto questa struttura, ma anche molti altri seminari nel nostro paese, dalla Sicilia al Veneto. Nati con il Concilio di Trento, sono fabbriche di preti cresciuti in ambienti totalmente maschili, scollati dalla realtà, come racconta Marco Marzano nel suo libro La casta dei casti, in cui parlare di sesso resta il più grande tabù. «L’educazione in Seminario, con la cultura del silenzio che vige nell’istituzione, produce un terreno fertile per gli abusi», commenta lapidario don Lupino.

    «In Seminario ho visto di tutto – racconta Giuseppe (nome di fantasia) – chi faceva uso di stupefacenti, chi prendeva tranquillanti per tirare avanti, chi usciva regolarmente di notte; il rettore sapeva ma non diceva nulla». Giuseppe ha frequentato sei diversi seminari – a Grosseto, Siena, Fermo, Ancona, Anagni – e dall’ultimo è uscito sei anni fa. Ricorda un clima da caserma, con umiliazioni pubbliche e storielle oscene, organizzato secondo regole ferree: «eravamo sotto pressione, con orari scanditi dagli impegni, e dovevamo chiedere permesso per ogni cosa. Giocavamo a calcio, facevamo tante attività fisiche per sfogare la tensione sessuale, però tutto girava sempre intorno alla questione dell’affettività. Qualcuno è stato scoperto con una ragazza, altri si baciavano in camera e i formatori chiudevano un occhio; poi, naturalmente, c’erano i rapporti fra seminaristi». Giuseppe testimonia che ha compilato decine di test psicologici simili a quelli proposti durante la visita militare: «gli stessi insegnanti non sono formati per capire chi hanno di fronte – continua – se facevo domande su come gestire la sessualità, mi dicevano “affidati alla preghiera”. Dovevamo sublimare. Certo, potevamo parlare con lo psicologo, che però era sotto la pressione dell’équipe, deputata a decidere se potevamo andare avanti o no. Nessuno raccontava le difficoltà, perché tutti volevano diventare preti».

    Giuseppe, alla fine, non ha indossato l’abito talare; molti altri, però, continuano a diventare sacerdoti con “un’educazione cattolica” fondata, come cinquecento anni fa, sul celibato e sull’omertà di un clan di soli maschi.

    Federica Tourn – Editoriale DOMANI

     

  • Criminalità minorile: settimana decisiva per i vescovi italiani

    Criminalità minorile: settimana decisiva per i vescovi italiani

    I vescovi italiani, a loro volta, decideranno di avviare un’importante indagine sulla criminalità minorile negli ambienti ecclesiali della penisola?

    La questione si ripropone con nuovo vigore quando i vescovi de La Botte si incontrano nella periferia di Roma per una settimana di plenaria, da lunedì 23 maggio a venerdì 27 maggio. Con l’avvicinarsi dell’incontro, le vittime ei loro sostenitori vogliono aumentare la pressione sui membri della conferenza episcopale italiana

    Questa azione inizia con una lettera aperta di Italy Church Too (anche Chiesa italiana), un coordinamento di associazioni nato a febbraio per dare peso a queste richieste. “Chiediamo la piena collaborazione della Chiesa italiana a un’indagine indipendente, svolta da professionisti credibili e obiettivi, che faccia luce sugli abusi commessi dal clero in Italia”, si legge nella missiva. “Chiediamo l’apertura e la messa a disposizione degli archivi (…), nonché l’istituzione di efficaci canali di collaborazione con le istituzioni dello Stato italiano. »

    Un libro dagli archivi
    Per i firmatari, la messa in luce del passato deve essere accompagnata da un impegno di riparazione. “Chiediamo che le vittime e le loro famiglie siano ascoltate, accolte e risarcite”, chiedono, così come “l’eliminazione della prescrizione per gli abusi sessuali” o che i requisiti relativi ai volontari impegnati con i minori “si estendano al clero e ai laici attivo nella Chiesa”.

    Forse ancor più di questa lettera aperta, si tratta di un libro in uscita giovedì 26 maggio che dovrebbe rafforzare la pressione sui vescovi: intitolato Agnus Dei, Gli abusi sessuali del clero in Italia (“Agnus Dei, Gli abusi sessuali del clero in Italia”), il lavoro è stato sviluppato dagli archivi di Rete L’abuso, una piccola associazione che elenca i vari dati sui casi di pedocriminalità commessi da sacerdoti e sulla gestione da parte dei vescovi. “Emerge un quadro molto inquietante, di fronte al quale la Chiesa sembra non muoversi”, promette la quarta di copertina.

    Oltre ai dati utilizzati, la forza del libro deriva dalla personalità dei suoi autori. In prima fila Lucetta Scaraffia, nota per aver fondato e diretto fino alla fine del 2021 Donne Chiesa Mondo, il supplemento femminile dell’Osservatore Romano, il quotidiano ufficiale vaticano. È stato in particolare sotto la sua guida che il supplemento aveva pubblicato nel gennaio 2020 un articolo straordinario sugli abusi commessi contro le suore.

    La possibilità di un’indagine non indipendente
    Un’altra autrice del libro: Franca Giansoldati. Questo vaticanista italiano lavora per Il Messaggero, il principale quotidiano della città di Roma. Papa Francesco ama ripetere di leggere questo quotidiano, suscitando così indirettamente un particolare interesse per gli scritti del giornalista. Il trio di autori è completato da Anna Foa, docente presso la prestigiosa Università La Sapienza.
    «Non è un libro scandaloso, non è un libro contro la Chiesa», insiste Franca Giansoldati a La Croix. Al contrario, deve servire alla Chiesa per dare uno slancio affinché questi fatti non si ripetano. Chiedendo uno studio indipendente che includa una componente storica – necessaria per “comprendere meglio la realtà per affrontare questa ferita” –, la vaticanista si dice però scettica sulle decisioni a venire. “Temo che i vescovi scelgano di fare un’indagine non indipendente basata solo sui dati degli ultimi anni. »

    La scelta del nuovo presidente della Cei
    Oltre a questo argomento, all’ordine del giorno dell’assemblea c’è la nomina del nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, che, secondo il suo profilo, sarà determinante nelle decisioni dell’episcopato. Questo nuovo presidente sarà nominato secondo una procedura propria dell’Italia: i vescovi proporranno tre nomi, tra i quali sceglierà papa Francesco. Il papa, però, ha già redatto il ritratto composito del suo candidato ideale, attirando tutti gli sguardi sul cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, e in misura minore sul cardinale Augusto Paolo Lojudice, capo della diocesi di Siena.

    Entrambi conosciuti come figure di “preti di strada”, sembrano corrispondere a priori al profilo di vescovi piuttosto favorevoli a un’indagine sugli abusi sessuali. Ma fino a che punto e secondo quali modalità, questo resta ancora tutto da definire… prima ancora di convincere il resto dell’episcopato a intraprendere questa strada.

    https://www.la-croix.com/Religion/Pedocriminalite-semaine-decisive-eveques-italiens-2022-05-23-1201216536?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NEWSLETTER__CRX_URBI&utm_content=20220523

  • Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    Una commissione indipendente sulla pedofilia del clero. Appello dei teologi ai vescovi

    ROMA-ADISTA. La Cei istituisca una commissione indipendente che indaghi sulla pedofilia del clero in Italia. Lo chiede ai vescovi un nutrito gruppo di teologi e teologhe italiane, in un appello pubblicato su Settimana News.

    «La complessa vicenda degli abusi segna la vita ecclesiale di quest’epoca e ci interroga profondamente – si legge nella lettera -. La vastità delle questioni in gioco pone domande radicali, non solo riguardo all’origine di questo male, alla cura per le vittime e al bisogno di redenzione, ma anche all’esercizio del potere e alla connessione così odiosa tra l’abuso dei corpi e l’abuso delle coscienze.

    In tale complessità vi è, però, un’evidenza: la vicenda epocale rimette in discussione un modo superficiale di declinare la tensione evangelica tra il pensiero del mondo e il pensiero di Dio: quello che identifica il primo con la cultura laica e secolarizzata e il secondo con la Chiesa cattolica che, divenuta minoritaria, avrebbe con ciò il compito di ergersi a principio critico della contemporaneità e di continuare, così, la sua opera di evangelizzazione.

    Tale semplificazione ha una storia antica, ma mostra oggi tutta la sua ambiguità. Proprio attorno alla vicenda degli abusi compiuti da membri del clero su minori, emerge come sia stata la pressione esercitata dal mondo a spingere la Chiesa cattolica a dover fare chiarezza al suo interno e a rendere conto pubblicamente della sua opera.

    Il paradigma mondo/Chiesa si trova così, in qualche modo, capovolto: ragioni apparentemente laiche, ma in realtà radicalmente umane (coltivate con passione anche da molti cattolici di ogni stato di vita), come il bisogno di giustizia, la cura per l’infanzia, l’indignazione nei confronti di chi la tradisce, hanno mostrato alla Chiesa cattolica un male che la riguarda e hanno avviato un cammino di conversione di fronte a cui (benché ancora ai primi passi) non può più tirarsi indietro.

    Ciò che tutti noi, oggi, guardiamo con doloroso stupore, è proprio l’incapacità del corpo ecclesiale (in particolare nella sua componente ministeriale) di accorgersi del male e di farvi fronte. Le ricadute di questa scoperta sono ancora tutte da comprendere e, come teologi e teologhe, non verremo meno a questo compito.

    Una, tuttavia, è da subito evidente: la Chiesa cattolica deve oggi guardare con gratitudine quella parte della società civile e della cultura contemporanea che, con responsabilità, la mette di fronte al suo peccato e alle sue incoerenze. Nonostante tutti i limiti evidenti dell’epoca, scopriamo la sua capacità di evangelizzarci proprio mentre, umilmente, cerchiamo di annunciare il Vangelo di Gesù.

    Di questo sguardo di giudizio, abbiamo ancora bisogno. Proprio per questa ragione riteniamo che la scelta di attingere a componenti interne al mondo ecclesiale per comprendere il fenomeno, non sia in alcun modo in grado di rispondere ai «segni dei tempi». Non si tratta solo della saggezza di fugare fin da principio l’ombra di qualsiasi vischiosa commistione fra chi indaga e chi è indagato: si tratta, invece e in primo luogo, di un’occasione persa per interpretare l’emergere di un nuovo paradigma della contemporaneità, in virtù del quale la Chiesa stessa si mette in ascolto del mondo delle donne e degli uomini, per poter essere più fedele al Vangelo di Gesù.

    Al contrario, il coraggio con cui alcune conferenze episcopali hanno umilmente riconosciuto l’autorevolezza di uno sguardo indipendente, ha una forza profetica che annuncia una conversione irrevocabile. Per questo motivo, chiediamo ai vescovi italiani di istituire una commissione che attinga a competenze esterne, della cui credibilità non si possa dubitare e che sappiano assumersi un compito di intelligente ascolto delle vittime e di responsabile cura nei confronti delle ferite del corpo ecclesiale, quelle che noi abbiamo per molto tempo nascosto ai nostri stessi occhi».

    Firmatari:

    Roberto Maier (Università Cattolica del Sacro Cuore); Andrea Grillo (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Cristina Simonelli (ISSR San Zeno, Verona – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Marcello Neri (Istituto Superiore di Scienze dell’Educazione e della Formazione “Giuseppe Toniolo”, Modena); Sergio Tanzarella (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Giuseppe Ruggieri (Studio Teologico di Catania – Università Milano Bicocca); Antonio Sichera (Università di Catania); Ernesto Borghi (ISSR Guardini, Trento – Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Umberto Rosario del Giudice (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale); Maria Cristina Bartolomei (Università Statale, Milano);Ursicin Derungs (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Selene Zorzi (Istituto Teologico Marchigiano); Enzo Biemmi (Pontificia Università Lateranense); Claudio Margaria (ISST STI, Fossano); Luca Margaria (ISST STI, Fossano); Marco Gallo (ISST STI, Fossano); Ivo Seghedoni (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Luca Palazzi (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Massimo Faggioli (Villanova University, USA); Marinella Perroni (Pontificio Ateneo S. Anselmo); Giuseppe Savagnone (LUMSA, Palermo); Fabrizio Mandreoli (Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna, Bologna); Gaia De Vecchi (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alberto Maggi (Centro Studi Biblici Vannucci, Montefano); Vittorio Berti (Università di Padova); Brunetto Salvarani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Riccardo Saccenti (Università degli Studi, Bergamo); Simone Morandini (Istituto Studi Ecumenici San Bernardino, Venezia); Basilio Petrà (Facoltà Teologica dell’Italia Centrale, Firenze); Serena Noceti (ISSR della Toscana); Antonio Autiero (Università di Münster, Germania); Donata Horak (Studio Teologico Alberoni, Piacenza); Matteo Cavani (ISSR dell’Emilia Romagna, Modena); Silvia Zanconato (Scuola di Teologia Laura Vincenzi, Ferrara); Leonardo Paris (Università Cattolica del Sacro Cuore – Facoltà Teologica del Triveneto); Paolo Gamberini (Cappella Universitaria La Sapienza, Roma); Anna Carfora (Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, Napoli); Alessandro Cortesi (ISSR della Toscana Santa Caterina da Siena); Gianni Criveller (Studio Teologico Missionario del PIME, Monza); Giuseppe Noberasco (Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale); Alessandro Picchiarelli (Scuola Interdiocesana di Formazione Teologica, Foligno); Riccardo Battocchio (Facoltà Teologica del Triveneto); Grazia Tagliavia (Università di Palermo); Marco Campedelli (ISSR San Pietro Martire, Verona); Lucia Vantini (ISSR e Studio Teologico di Verona); Simona Segoloni Ruta (Istituto Teologico di Assisi)

    https://www.adista.it/articolo/67687

  • La Chiesa cattolica italiana subisce pressioni per un’indagine indipendente sugli abusi

    La Chiesa cattolica italiana subisce pressioni per un’indagine indipendente sugli abusi

    ROMA, 11 feb (Reuters) – Di Filippo Pullella e Angelo Amante – Al processo in corso in Sicilia, un italiano di 28 anni chiede giustizia contro un uomo che accusa di averlo costretto a compiere atti sessuali prima di diventare sacerdote.

    La vittima afferma che i presunti abusi, commessi più di un decennio fa quando era minorenne e l’accusato era un seminarista alla guida di gruppi giovanili, includevano la masturbazione forzata e il sesso orale nelle sacrestie e nelle aule scolastiche. L’imputato nega le accuse.

    La vittima si è rivolta alla polizia solo dopo che la Chiesa non ha dato seguito alle sue accuse, che ha esplicitato a due sacerdoti e durante un incontro con un vescovo che ha coinvolto i suoi genitori.

    I gruppi di vittime affermano che ci sono migliaia di casi simili nascosti negli archivi della Chiesa e stanno aumentando la pressione affinché un’indagine indipendente in Italia rispecchi le recenti mosse in Francia e Germania.

    Nove gruppi italiani hanno formato un consorzio e martedì annunceranno una campagna chiamata “Beyond the Great Silence” e sveleranno un hashtag #ItalyChurchToo.

    Mira a esercitare pressioni pubbliche sul governo italiano affinché indaghi sugli abusi passati e presenti nella Chiesa o affinché la Chiesa commissiona un’indagine imparziale da parte di estranei.

    La campagna è l’ultima mossa mondiale per costringere la Chiesa cattolica a stabilire l’intera portata degli abusi sessuali da parte del clero che le sono costati milioni di dollari come risarcimento alle vittime.

    “Lo Stato e il governo devono prendere l’iniziativa in merito”, ha detto a Reuters Francesco Zanardi, il capo di uno dei gruppi, Rete l’Abuso (The Abuse Network), che traccia gli abusi dei clericali in Italia.

    “Se la Chiesa indaga su se stessa, il suo primo obiettivo sarà proteggersi”, ha detto Zanardi, vittima di abusi sessuali da parte del clero.

    ‘UNA POLVERIERA’

    Gli attivisti non hanno detto quanti reati di abuso sessuale sospettano siano stati commessi in Italia, ma Rete l’Abuso ha documentato centinaia di tali casi, la maggior parte dei quali attuali o recenti.

    Lo studio tedesco , pubblicato nel 2018, ha mostrato che 1.670 sacerdoti hanno abusato di 3.677 minori dal 1946 al 2014. L’ indagine francese pubblicata lo scorso anno e che copre sette decenni, ha affermato che oltre 200.000 bambini sono stati maltrattati nelle istituzioni cattoliche.

    Papa Francesco ha espresso vergogna per l’incapacità della Chiesa di affrontare i casi di abusi sessuali e ha affermato che la Chiesa deve rendersi una “casa sicura per tutti”. L’ex papa Benedetto ha riconosciuto che si sono verificati errori nella gestione dei casi di abusi sessuali quando era arcivescovo di Monaco e ha chiesto perdono.

    I risultati di un’indagine indipendente che risale a decenni fa potrebbero essere devastanti in Italia, dove circa il 74% della popolazione è cattolica.

    “La Chiesa non lo vuole perché sarebbe una polveriera”, ha detto Zanardi.

    I vescovi in ​​Italia sono divisi sul tipo di indagine da fare.

    Alcuni dicono che la Chiesa ha le risorse, come i comitati diocesani contro gli abusi, per fare il lavoro da sola.

    Il cardinale Gualtiero Bassetti, favorevole a un’indagine interna, ha spiegato la sua posizione in un’intervista al giornale. Paola Lazzarini, responsabile di Women in the Church, che fa parte del consorzio, ha detto a Reuters che la posizione di Bassetti “non ci soddisfa per niente”.

    Altri vescovi, tra cui Erio Castellucci di Modena e Paolo Lojudice di Siena, hanno segnalato il sostegno alla commissione di un’indagine esterna.

    Gruppi di vittime e alcuni esperti di abusi all’interno della Chiesa hanno avvertito che un’indagine interna non sarà convincente.

    “Possiamo avere le migliori intenzioni, ma finché lo facciamo internamente nessuno ci crederà”, ha detto a Reuters padre Hans Zollner, che dirige il dipartimento di tutela e prevenzione degli abusi sessuali presso l’Università Gregoriana di Roma.

    A maggio in plenaria dovrebbe essere presa la decisione di eleggere il nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana perché qualsiasi indagine sarà svolta durante il suo mandato quinquennale.

    https://www.reuters.com/world/italys-catholic-church-faces-pressure-independent-abuse-inquiry-2022-02-11/

  • La commissione d’inchiesta per gli abusi dei preti in Italia

    La commissione d’inchiesta per gli abusi dei preti in Italia

    Non solo la Germania, non solo l’operato del Papa emerito Ratzinger sotto i riflettori. Il rapporto sugli abusi sessuali nell’arcidiocesi di Monaco dal 1945 al 2019, che ha fatto emergere con drammaticità lo scandalo pedofilia nella Chiesa, potrebbe avere ripercussioni anche in altri Paesi. Spagna e Italia, da sempre “resistenti” a questo tipo di indagini, in primis.  Mentre echeggiano ancora le parole di Ratzinger – che ha parlato di vergogna e dolore ma ha anche respinto ancora una volte le accuse di avere taciuto su casi di pedofilia – l’ipotesi di un’indagine tra le nostre canoniche scuote e divide la Chiesa. Tra i dubbi sul se e come procedere, tra opposizioni interne e passi in avanti, tutto è rimandato a dopo l’elezione (a maggio) del nuovo presidente della Cei, il successore del cardinale Gualtiero Bassetti.

    “Già da qualche tempo stiamo riflettendo sull’avvio di una ricognizione approfondita e seria della situazione italiana. Intanto, vogliamo raccogliere le informazioni che arrivano dai nostri Servizi diocesani per la tutela dei minori, per avere un riscontro dell’attività di questa rete del tutto nuova in Italia”, aveva detto al Corsera lo stesso Bassetti, nelle scorse settimane. Bassetti spiegava di volere adotatre un approccio metodologico ”dal basso” per non avere proiezioni o statistiche “ma arrivare ai numeri reali”.

    I tempi per un’inchiesta potrebbero quindi essere maturi, anche su sollecitazione di Papa Francesco. “La Chiesa, con l’aiuto di Dio, sta portando avanti con ferma decisione l’impegno di rendere giustizia alle vittime degli abusi operati dai suoi membri, applicando con particolare attenzione e rigore la legislazione canonica prevista”, ha annunciato lo stesso Bergoglio nel corso di un incontro con i partecipanti all’Assemblea plenaria della Congregazione per la Dottrina della Fede. “In questa luce ho recentemente proceduto all’aggiornamento delle Norme sui delitti riservati alla Congregazione per la Dottrina della Fede, con il desiderio di rendere più incisiva l’azione giudiziaria – ha aggiunto – . Questa, da sola, non può bastare per arginare il fenomeno, ma costituisce un passo necessario per ristabilire la giustizia, riparare lo scandalo, emendare il reo”.

    Pro indagine anche il cardinale Paolo Lojudice, presule di Siena, e l’arcivescovo di Modena Erio Castellucci, entrambi candidati alla successione di Bassetti. Lojudice, che è presidente dell’Osservatorio per la tutela dei minori “Fonte d’Ismaele”, ha detto al Resto del Carlino che “un’indagine in Italia serve”.

    Netto anche il gesuita tedesco padre Hans Zollner, teologo e psicologo, presidente del Centro per la protezione dei minori della Pontificia Università Gregoriana, a cui papa Francesco ha affidato la prevenzione degli abusi sessuali nella Chiesa. “Siamo devastati – ha detto dopo la pubblicazione del rapporto sulla Germania – dalla dimensione numerica e dal proseguimento nel tempo, per decenni, di queste violenze. Siamo sotto choc per il report sulla pedofilia nell’arcidiocesi di Monaco e Frisinga”. Queste inchieste per Zollner “servono, e ne occorrerebbe una anche in Italia”. Anche se “ormai il fenomeno è chiaro: nel mondo in ogni regione tra il 3 e il 5% dei preti è un abusatore. Abbiamo dei criminali fra noi. Per questo dobbiamo ancora fare passi avanti per purificare la Chiesa”.

    Numeri spaventosi sono quelli snocciolati da Francesco Zanardi, fondatore e presidente della “Rete l’Abuso”, l’associazione italiana vittime di preti pedofili, all’indomani del dossier sugli abusi commessi dal clero in Germania: “In 15 anni sono 160 i sacerdoti condannati in via definitiva in Italia per pedofilia. Ed è solo la punta dell’iceberg del fenomeno, le vicende emerse”. Il 15 febbraio vedrà la luce il  Coordinamento delle associazioni contro gli abusi nella Chiesa cattolica in Italia #ItalyChurchToo.

    Mentre in Italia si inizia a ragionare sul tema, in Spagna l’iter sembra più avanti. L’attenzione mediatica è stata alzata anche dal racconto dello scrittore Alejandro Palomas – noto per alcuni suoi libri e per riconoscimenti letterari ottenuti – il quale si è dichiarato, in interviste con diversi media, vittima di pedofilia da parte di un religioso. Secondo l’agenzia Ansa, la Procura generale dello Stato, che coordina le azioni delle procure territoriali, ha chiesto ai vari pubblici ministeri di inviare dati sulle inchieste aperte in materia, in modo da conoscere in termini globali in quali casi si è attivata la giustizia spagnola. Dall’altro è al vaglio dell’organo di gestione della Camera dei deputati l’ammissione di una richiesta avanzata da tre partiti di aprire una commissione d’inchiesta parlamentare sugli abusi nella Chiesa, informa la stampa iberica.

    https://www.today.it/cronaca/preti-pedofili-abusi-inchiesta-italia.html