Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Si mostra la seconda presunta vittima di Don Silverio Mura: “Ci metto la faccia, vado avanti”

    Si mostra la seconda presunta vittima di Don Silverio Mura: “Ci metto la faccia, vado avanti”

    di Gaia Martignetti

    «Non mi importa più di restare nascosto, da cosa poi? Questa è la mia domanda. Ormai vado avanti con il mio volto, mi da più forza. Anche per incoraggiare altre vittime». Raffaele Esposito ha deciso di non nascondersi più dietro l’appellativo di “Giuseppe Scognamiglio” e di uscire allo scoperto. Niente più maschere e pseudonimi. Così come deciso da Arturo Borrelli, anche la seconda presunta vittima di Don Silverio Mura, toglie la maschera. E lo fa dopo una giornata difficile. Oggi, come riferisce l’avvocato di Borrelli Carlo Grezio a Fanpage.it, il processo per accertare le presunte violenze denunciate negli anni dal suo assistito, è entrato nella fase istruttoria.

    L’iter è cominciato nel 2017 e data la particolarità del procedimento e della materia affrontata, è a porte chiuse. Oggi Raffaele Esposito ha testimoniato in tribunale, come conferma l’avvocato Grezio. Al termine della deposizione, Esposito si è sentito male, svenendo. Immediatamente soccorso, Esposito è stato trasportato all’ospedale Loreto Mare. Qui, si legge nel referto, Raffaele ha riferito di accusare cefalea e ansia dopo aver testimoniato in tribunale.

    Raffaele e Arturo hanno già affrontato un altro processo, quello ecclesiastico. Il Tribunale Ecclesiastico di Milano aveva chiuso il procedimento giudicando Don Silverio Mura non colpevole di quanto accusato. Ovvero di aver abusato sessualmente di Arturo Borrelli e Raffaele Esposito. La battaglia di Arturo, che sostiene di aver subito violenze in tenera età, va avanti da diversi anni. Questa estate è stato ricevuto anche da Papa Francesco.

    https://napoli.fanpage.it/don-silverio-mura-violenza-vittima/

  • FIACCOLATA – #noallapedofilia, Ponticelli 26 aprile

    FIACCOLATA – #noallapedofilia, Ponticelli 26 aprile

    Domani, 26 aprile 2019, alle ore 19 si svolgerà a Ponticelli (Na) una fiaccolata per dire #noallapedofilia. La partenza sarà da Corso Ponticelli all’altezza della pescheria.

    La fiaccolata è stata promossa da Arturo Borrelli, presunta vittima del prete don Silverio Mura, per sensibilizzare l’opinione pubblica verso il tema della pedofilia clericale.

    Da anni Arturo Borrelli cerca giustizia per gli abusi subiti dai 13 ai 17 anni dal sacerdote che era anche il suo insegnante di religione.

    È gradita la partecipazione, anche come sostegno a tutte le vittime dei preti pedofili.

    Lo Staff di Rete L’ABUSO

  • Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Abusi della Chiesa, Arturo: ”Hanno insabbiato la mia denuncia per salvare don Silverio”

    Un mese fa un tribunale ecclesiastico aveva assolto dalle accuse di abusi sessuali Don Silverio Mura, perché prescritte. Ora Arturo, l’accusatore, racconta che la Chiesa avrebbe “insabbiato” l’altra sua denuncia, perché  non avrebbe goduto di nessuna prescrizione

    La guerra di Arturo contro la pedofilia nella Chiesa non si ferma. Nel suo mirino le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale ecclesiastico meno di un mese fa ha assolto da pesantissime accuse don Silverio Mura, il prete napoletano che lo avrebbe più volte abusato e di cui vi abbiamo parlato nel servizio di Pablo Trincia.

    Dopo 4 anni di istruttoria della Congregazione per la dottrina della fede, era infatti arrivata la sentenza vaticana a carico del don: assolto perché il reato era caduto in prescrizione.

    Subito dopo avere appreso di questa sentenza giudicata “scandalosa”, Diego ci aveva detto: “Abolite i tribunali ecclesiastici perché solo dieci giorni fa, quando siamo stati chiamati in Vaticano, il mio avvocato è andato a parlare con gli avvocati della Congregazione della Dottrina della fede e loro ci avevano assicurato che la sentenza sarebbe stata positiva per me. Mi sento preso in giro, anche perché vorrei ricordare che oltre alle due persone che hanno denunciato il prete, c’era anche la testimonianza di una donna che dal suo balcone aveva visto più volte entrare ed uscire i bambini dalla casa di don Mura. E non bastasse questo io avevo consegnato proprio nelle mani del Papa le chat di altre tre vittime, che parlavano in modo inequivocabile di abusi subiti da lui. E infine c’era la rivelazione di Ciro Guarente, il presunto assassino di Vincenzo Ruggiero che aveva parlato di abusi subiti sempre da don Silverio”.

    Arturo torna in guerra, e lo fa pubblicando un post sulla sua pagina Facebookin cui dice di aver saputo da fonti attendibili le motivazioni (non ancora pubblicate) di questa assoluzione: “ecco perché il prete pedofilo don Silverio Mura è stato assolto dal tribunale ecclesiastico – spiega il giovane -. Nel processo canonico si parla solo della seconda denuncia che fu fatta nel 2014: da questa data sono passati 21 anni dai miei 18, quindi il reato viene prescritto”.

    In sostanza Arturo dice che delle due denunce per molestie presentate a carico di Don Mura, sarebbe stata presa in esame solo quella per la quale era già certa la prescrizione, in quanto sono passati oltre 20 anni dal compimento della sua maggiore età. La seconda invece, (presentata nel 2010 quando non erano ancora passati i 20 anni dalla sua maggiore età) sarebbe stata “insabbiata” dalla Chiesa. Perché l’unica in grado di poter portare appunto a una condanna per pedofilia a carico di don Mura. Una beffa, insomma.

    Arturo la scorsa estate era andato in udienza dal Santo Padre. In quella occasione gli ha raccontato la lotta per veder riconosciute dalla Chiesa le violenze subite. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’”. E il Pontefice, racconta Diego, aveva preso il fascicolo con tutta la documentazione del suo caso e l’aveva consegnato alla sua segreteria prendendosi l’impegno di continuare a indagare.

    Nel nostro primo servizio, Arturo Borrelli ha raccontato le violenze sessuali subite “per 3 anni, 2-3 volte alla settimana” e il dramma vissuto. Dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato di nuovo don Silverio, che non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia di Napoli poi lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica (lui aveva registrato anche quella), che in realtà sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote.

    Gli abusi di don Silverio non avrebbero segnato la vita solo di Arturo, che da allora vive tra psicofarmaci e attacchi d’ansia e di panico. Ci sarebbero altre vittime. Una di queste, Giuseppe (anche in questo caso il nome è di fantasia), l’abbiamo intervistato incappucciato. Almeno altre nove persone sarebbero disposte a testimoniare per quello che, come sosteniamo nel servizio della Iena Pablo Trincia e dell’autore Marco Fubini, potrebbe essere “uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana“.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che andasse in onda il nostro servizio perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Mentre le mamme del paese raccontavano a noi e in una lettera al Papa il loro sconcerto. Perché il catechista dei loro figli era un uomo accusato di pedofilia. Un uomo che però, adesso, la Chiesa ha giudicato e assolto.

    Ma Arturo non ha nessuna intenzione di fermarsi ed ha annunciato per il prossimo 26 aprile una fiaccolata di protesta, che partirà alle ore 19 da Corso Ponticelli a Napoli.

    https://www.iene.mediaset.it/2019/news/pedofilia-don-mura-diego-arturo-chiesa-vaticano-papa-francesco_388466.shtml

  • IL PARADOSSO: «LE RIPOSTE CONCRETE DEL DOPO SUMMIT»

    IL PARADOSSO: «LE RIPOSTE CONCRETE DEL DOPO SUMMIT»

    Nei mesi scorsi, in preparazione al summit mondiale voluto da Papa Francesco sul tema della protezione dei minori in contrasto alla piaga della pedofilia in abito clericale, meeting che si è svolto dal 21 al 24 febbraio 2019, Rete L’ABUSO, non ricevendo alcuna disponibilità da parte del Vaticano per essere ricevuta con un piccolo comitato di vittime e loro familiari al fine di fornire il proprio contributo per la preparazione dell’evento, aveva preparato una campagna di consapevolezza.

    La “campagna” aveva lo scopo di sensibilizzare la gente sul tema degli abusi sessuali e la loro gestione nell’ambito della chiesa cattolica, partendo da un dei tanti episodi concreti delle vittime che si rivolgono all’associazione, in particolare dalla vicenda che coinvolge l’attuale Arcivescovo di Milano mons. Mario Delpini e il sacerdote condannato in primo grado a sei anni e quattro mesi don Mauro Galli, per abuso sessuale aggravato.

    L’iniziativa prendeva spunto da una lettera aperta destinata al Santo Padre, scritta dai familiari della vittima e pubblicata su ilfattoquotidiano.it, ma soprattutto poneva spunti di riflessione che a nome di tante vittime con storie analoghe di estrema sofferenza, avrebbero voluto condividere con il comitato organizzatore dell’evento così come auspicava lo stesso Pontefice.

    Al termine del summit che ha trovato sintesi nel discorso conclusivo di Papa Francesco al termine della S. Messa celebrata domenica 24 febbraio 2019, pubblicato ufficialmente sul bollettino della Santa Sede e in seguito a quanto annunciato nell’omelia della medesima celebrazione:

    “Faremo tutto quanto è in nostro potere per portare ai sopravvissuti agli abusi giustizia e guarigione; li ascolteremo, crederemo in loro e cammineremo con loro; faremo in modo che tutti coloro che hanno commesso abusi non siano mai più in grado di offendere; chiameremo a rendere conto chi ha nascosto gli abusi…”

    I familiari della vittima di don Galli, si sono sentiti in dovere di scrivere nuovamente al Santo Padre con una seconda lettera aperta pubblicata su diversi quotidiani on-line (ilmessaggero.it, ilgiorno.it, ilmattino.it, secoloditalia.it, adnkronos.com, farodiroma.it, solo per citarne alcuni) per chiedere direttamente al Pontefice come si traduce in concreto quanto dichiarato dallo stesso Papa.

    Le prime risposte arrivano dal Cardinale Gualtiero Bassetti presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ma il contenuto lascia incredibilmente basiti.

    I familiari della vittima di don Galli, scandalizzati dalle risposte, si sono quindi sentiti in dovere di scrivere una terza lettera aperta (LEGGI QUI), questa volta indirizzata sia al Pontefice Papa Francesco, sia al Cardinale Bassetti.

    Rete L’ABUSO ha pertanto deciso di proseguire la campagna di consapevolezza aggiungendo nuove puntate:

    IL DOPO SUMMIT del 21-24 Febbraio 2019 – INCONTRO MONDIALE DEI VERTICI DELLA CHIESA

    «IL PARADOSSO DELLE PRIME RISPOSTE»

    PEDOFILIA NEL CLERO – CASO DON GALLI/MONS. DELPINI

    Introduzione:

    Non ci si può accontentare delle parole, quando le parole non sono seguite dai fatti. Il summit dei Vescovi può portare dei frutti solo se vi sono della azioni concrete e in tempi brevi. Non basta dire che “un abuso è una mostruosità” e permettere che ciò si ripeta. Il tempo delle parole è scaduto. Le vittime di tutto il mondo attendono I FATTI. L’attesa produce solo altre vittime, in tutto il mondo.

    Contenuti e anticipazioni del video:

    Nel video si analizza la risposta alla lettera del comitato Vittime&Famiglie Rete L’ABUSO da parte del Cardinale Gualtiero Bassetti presidente della CEI.

    In particolare si evidenzia come si traduce la paradossale proposta concreta, contenuta nella risposta in relazione al caso specifico, risposta emblematica che ha lasciato incredule le vittime, ma che al tempo stesso svela la poca serietà con cui la chiesa intende affrontare questa piaga, celando contestualmente e pericolosamente una strategia surreale incredibilmente contro le stesse vittime.

    Spunti di riflessione:

    • Le prime risposte ufficiali e concrete dei vertici della chiesa rappresentano “la cartina di tornasole” che misura quanto in realtà non vi è nessuna reale intenzione di cambiare la prassi consolidata che tutela i preti pedofili al posto delle vittime.
    • Quando a seguito di incredibili evidenze del reiterato comportamento maldestro di alcuni Vescovi come mons. Delpini, il Santo Padre con fermezza agirà realmente in linea con la “Tolleranza Zero”?
    • Quando la priorità sarà l’ascolto delle vittime e non la difesa dei pedofili?
    • Quando le risposte e le azioni concrete saranno coerenti con i proclami del Papa?
    • Perché non vengono presi immediati provvedimenti nei confronti dei Vescovi di cui è già noto il comportamento ed è certo che abbiano insabbiato casi di abusi sessuali ai danni di minori? Solo in Italia, per esempio, ben cinque Membri del Consiglio Permanente della CEI presieduto dal Cardinale Bassetti, sono palesemente coinvolti:
    • Mons. Mario Delpini (caso Mauro Galli)
    • Mons. Crescenzio Sepe (caso Silverio Mura)
    • Mons. Giuseppe Betori (caso Daniele Ralti)
    • Mons. Angelo Bagnasco (caso Carlos Buela)
    • Mons. Claudio Maniago (caso Lelio Cantini)
    • Quando la Chiesa tornerà credibile con azioni coerenti?
    • Perché la Chiesa invece di assoldare costosi professionisti avvocati per difendere i preti pedofili non si prende cura delle vittime, magari pagano loro le cure derivanti dai danni permanenti che gli procurano i “seminatori di morte” come li definisce il Cardinale Bassetti?
    • Quando i soldi dei fedeli saranno spesi per il bene e non per mantenere i seminatori di morte?

    Per approfondire:

    Per approfondire e comprendere meglio il significato delle riflessioni e le domande che come associazione ci stiamo ponendo dopo il summit, riproponiamo il percorso delle cinque tappe della riflessione già proposta in preparazione all’evento voluto da Papa Francesco e le considerazioni già proposte de “il dopo summit”. Percorso che in qualche modo ha cercato di stimolare e raggiungere i Vescovi che avrebbero poi partecipato all’evento sottoponendogli i seguenti temi:

    PEDOFILIA NEL CLERO: ULTIMO APPELLO PER PAPA FRANCESCO

    1. I GENITORI DEVONO SAPERE
    2. MOLTI NELLA GERARCHIA SANNO MA PREFERISCONO L’AMBIGUITÀ
    3. LO STESSO LEGALE DELLA DIOCESI SCREDITA IL VESCOVO
    4. LA REGIA E LE MENZOGNE PER DIFENDERE I PRETI CHE ABUSANO
    5. L’ESTREMO TENTATIVO DI ALTERARE LA VERITÀ

    IL DOPO SUMMIT: ORA LE PAROLE DEL PAPA NEI FATTI

  • PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

    PONTICELLI: ECCO PERCHÉ IL TRIBUNALE ECCLESIASTICO HA ASSOLTO DON SILVERIO MURA DALLE ACCUSE DI PEDOFILIA

     Il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano ha assolto il parroco di Ponticelli Don Silverio Mura, accusato nel 2010 da Arturo Borrelli di aver abusato sessualmente di lui quando era un bambino. Borrelli ha conosciuto Don Mura tra i banchi di scuola, era il suo insegnante di religione.

    A diramare la notizia è l’avv. Stefano Bartone, difensore di don Mura, che ha anche inviato agli organi si stampa la sentenza definitiva, emessa lo scorso 6 marzo, che assolve pienamente il sacerdote.            

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso, dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede.

    L’assoluzione del sacerdote napoletano arriva dopo quattro anni di istruttoria, gettando nello sconforto le due presunte vittime che a distanza di più di 20 anni, puntano il dito contro il sacerdote.

    Una sentenza che potrebbe essere ribaltata, in ogni caso, in sede civile, dove si svolgerà un altro processo per un eventuale risarcimento dei danni.

    Una vicenda che fin da subito ha diviso l’opinione pubblica e in particolar modo gli abitanti di Ponticelli, la comunità in cui Don Mura ha vissuto e lavorato per tanti anni .

    Uno scenario controverso, dunque, perché se su un fronte il sacerdote ha adottato un comportamento ambiguo, sull’altro i suoi accusatori non si sono rivelati tanto più attendibili.

    Se il sacerdote di Ponticelli non ha commesso gli abusi, infatti, andrebbe chiarito perché venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia, dove gli era consentito di fare catechismo, permettendogli così anche di interagire con i bambini, mentre all’ombra del Vesuvio fu reso noto che era stato mandato in un convento “a curarsi”.

    Così come resta da chiarire se la malformazione al pene alla quale le due presunte vittime fanno riferimento sia stata accertata – rilevabile solo con il pene in erezione – e, in tal caso, in che modo il sacerdote abbia giustificato il fatto che due bambini siano venuti a conoscenza di un particolare tanto intimo.

    Altro interrogativo legato alla figura del sacerdote è l’ingente quantitativo di denaro di cui disponeva e che gli permetteva di elargire di continuo regali costosi alle presunte vittime: completi delle squadre di calcio, biciclette, scooter e molto altro. Un tenore di vita in forte distonia con il suo status di semplice insegnante, proveniente da una famiglia modesta.

    Infine, quando Arturo Borrelli, il principale accusatore del prete, lo incontra a distanza di anni, filmando quell’incontro con una videocamera nascosta, Don Mura non fa nulla per difendersi dalle accuse di pedofilia né tantomeno ha querelato il Borrelli per averlo ingiuriato e diffamato pubblicamente e in più circostanze.

    Sul fronte delle vittime, invece, emergono una serie di fatti che possono concorrere a chiarire il contesto in cui è maturata la decisione del tribunale Ecclesiastico di Milano di assolvere il prelato.

    In una mail inviata alla curia di Napoli, poco dopo lo shock traumatico che gli avrebbe consentito di rielaborare il trauma subito da ragazzino, Arturo Borrelli, che all’epoca lavorava come guardia giurata, minacciava di suicidarsi davanti alla curia partenopea con l’arma di ordinanza. Secondo quanto riferito dalla curia, con l’intento di preservare l’incolumità del Borrelli e della collettività, quella mail fu inoltrata alla Questura di Napoli, determinando il licenziamento della presunta vittima.

    Una condotta mai violenta, ma spesso ingestibile, quella adottata dal Borrelli nel corso degli anni in cui ha portato avanti la sua battaglia per rivendicare giustizia. Una battaglia portata avanti soprattutto sui social e attraverso i social, dove sovente il Borrelli indirizza imprecazioni e maledizioni al cardinale Sepe, giungendo ad additarlo come il responsabile delle sofferenze patite, fino al giorno della morte, dal figlio 18enne, sopraggiunta in seguito ad un incidente stradale avvenuto lo scorso giugno in via Mastellone a Barra. Nonostante la curia partenopea si sia fatta carico di tutte le spese relative ai funerali del giovane, il Borrelli si è guardato bene dal rendere nota questa notizia e anche pochi minuti prima di dare l’estremo saluto al figlio, è salito sul pulpito dell’altare per inveire contro coloro che apostrofa come “gli artefici di tutti i suoi mali”.

    Ben più rilevanti, invece, le incongruenze che emergono dalla testimonianza di Giuseppe Scognamiglio, nome di fantasia della seconda presunta vittima, che accusa Don Mura di essersi servito di lui anche come corriere di armi e droga.

    Nel corso di una lunga intervista registrata lo scorso aprile, infatti, Scognamiglio riferisce che negli anni in cui Don Silverio passò alla parrocchia del comune vesuviano di Pollena Trocchia, oltre ad abusare sessualmente di lui, lo obbligava a recarsi in bici fino a Ponticelli per consegnare ad una donna un misterioso zainetto in cui gli riferiva che fossero contenuti dei libri di religione.

    Un percorso di circa cinque chilometri, complessivamente dieci tra andata e ritorno, che il ragazzino avrebbe compiuto “2 o 3 volte a settimana, per circa due anni” e poi precisa: “lo avrò fatto una decina di volte in tutto”. Pertanto, – se la matematica non è un’opinione – i conti non tornano.

    Da Pollena Trocchia a Ponticelli in bicicletta per raggiungere un luogo ben preciso: il Rione De Gasperi, la roccaforte del clan Sarno, all’epoca dei fatti. In quegli anni, i Sarno, partendo proprio dalla “torre di controllo” costruita nel rione che per anni ha funto da fortino del clan, con una serie di alleanze, unitamente all’utilizzo di metodi camorristici efferati, riuscirono ad imporsi sull’intera periferia orientale di Napoli, oltre che sull’entroterra vesuviano, spingendosi fino al cuore del centro storico partenopeo.

    In quegli anni, i Sarno, non erano “un” clan, ma “il” clan. Tutte le dinamiche malavitose del territorio erano riconducibili alla cosca fondata dai fratelli Giuseppe, Vincenzo, Ciro e Luciano Sarno.

    Scognamiglio riferisce che i suoi viaggi terminavano proprio lì, nella roccaforte del clan più temuto e temibile dell’epoca. Seppure sia in grado di descrivere minuziosamente l’abitazione del sacerdote, nella ricostruzione del percorso compiuto da “corriere inconsapevole”, non è in grado di fornire dettagli altrettanto attendibili, apparendo nervoso e contraddittorio.

    Sostiene che il sacerdote gli avrebbe mostrato nel corso di un viaggio in auto il percorso che avrebbe dovuto compiere, invitandolo a non fermarsi mai lungo la strada, per poi indicargli la donna alla quale doveva consegnare lo zaino.

    Il viaggio sarebbe terminato, dunque, in una zona del rione dove  si rileva la presenza di un grosso spiazzale, attualmente semideserto, in seguito all’avvio del piano di riqualificazione del rione. Negli anni in cui si sarebbero svolti i fatti narrati, invece, il De Gasperi viveva il suo momento di massimo splendore, soprattutto perché nel cuore di quello spiazzale vi erano una scuola ed una chiesa, perennemente frequentate. Allo stato attuale, la scuola è occupata abusivamente da una famiglia che l’ha adibita ad abitazione e la chiesa è stata chiusa e ripetutamente vandalizzata, in quanto rientrante nel piano di abbattimento. Scognamiglio, nella sua ricostruzione, non menziona la presenza di due edifici tanto voluminosi quanto iperfrequentati in quegli anni e quando gli viene fatto notare, sorpreso e stupito chiede: “veramente là ci sta una chiesa!?”

    Quella di Scognamiglio somiglia molto alla ricostruzione di un ragazzino abbastanza informato sulle dinamiche camorristiche del quartiere in cui vive e che da uomo torna a Ponticelli con un enorme gap culturale ed emotivo da colmare: quello relativo al nuovo e caotico disegno criminale consequenziale al pentimento delle figure-simbolo del clan Sarno.

    In effetti, Scognamiglio ha trascorso molti anni lontano da Napoli, non a caso, proprio gli anni in cui i fratelli Sarno decisero di passare dalla parte dello Stato e solo pochi mesi dopo il suo ritorno a Ponticelli, mentre sentiva una giornalista fare domande sul presunto prete pedofilo del quartiere, si è reso conto di essere “la persona che quella giornalista stava cercando”.

    In sostanza, la descrizione geografica e la ricostruzione storica proposte dalla presunta vittima, trovano riscontro nell’epoca contemporanea, come se “a caccia di elementi utili” per rendere credibile la pesante accusa, Scognamiglio effettivamente si sia recato nel rione. Oggi, per l’appunto, e non 20 anni fa.

    La presunta vittima, afferma di aver scoperto per caso, un giorno, il reale contenuto dello zainetto che gli era richiesto di trasportare. Decise di fermarsi, – secondo quanto dichiara – perchè insospettito dall’eccessivo peso dello zaino, quindi ne sbircia il contenuto e così avrebbe rilevato la presenza dei panetti di droga, avvolti in nastro isolante marrone, e delle pistole, avvolte negli asciugamani. Scognamiglio mima anche minuziosamente il modo in cui erano ripiegati gli asciugamani in cui erano occultate le pistole. Come fa a conoscere alla perfezione il verso in cui erano chiuse, se sostiene, invece, di averle aperte e per giunta una sola volta?

    Inoltre, proprio mentre ricostruisce quei fatti, nel corso dell’intervista, Scognamiglio ricorda di aver visto anche una bomba all’interno di quello zaino, asserendo che potrebbe essere verosimile, dato che pochi giorni prima, proprio attraverso le pagine del nostro giornale, aveva appreso del ritrovamento di alcuni ordigni bellici in un arsenale della camorra, provenienti dalla ex-Jugoslavia.

    Infine, Scognamiglio sostiene di ricordare bene l’identità della donna alla quale il sacerdote gli avrebbe indicato di consegnare lo zainetto: la mamma dei “fraulella”, ovvero i fratelli Antonio e Giuseppe D’Amico, reggenti dell’omonimo clan, oltre che di Annunziata D’Amico, la donna-boss giustiziata nell’ottobre del 2015, dopo aver preso il posto dei fratelli al comando dell’organizzazione criminale, in seguito alla loro carcerazione.

    I fratelli “fraulella”, in effetti, intraprendono la carriera camorristica come reclute del clan Sarno, per poi fondare un sodalizio autonomo in concomitanza dei primi segni di cedimento palesati dai fratelli Sarno, quando scelgono di passare dalla parte dello Stato.

    Un nome attendibile, quindi, quello della “mamma dei fraulella”, che potrebbe rivelarsi utile a rafforzare il quadro accusatorio contro Don Mura. Tuttavia, Scognamiglio, ignora un dettaglio tutt’altro che trascurabile: la madre dei fratelli D’Amico non solo non ha mai vissuto nel Rione De Gasperi, ma soprattutto osteggiava fortemente l’ascesa criminale dei figli. Tra madre e figli, infatti, i litigi accesi erano all’ordine del giorno, tant’è vero che i figli Antonio e Giuseppe accusavano la madre di essere una “spia” della polizia, disposta a tutto pur di sottrarli al loro destino, anche “venderli” alle forze dell’ordine. Era la sorella Annunziata a fare da tramite tra madre e figli. Cercava di mediare, “la passillona”, questo il soprannome della donna-boss del clan D’Amico, consegnando ai fratelli i messaggi ricchi di rabbia e paura della madre. Eppure, nemmeno Annunziata è riuscita a sottrarsi al fascinoso richiamo della malavita.

    Inoltre, incrociando le informazioni derivanti da fonti investigative con le testimonianze rese dai collaboratori di giustizia, si delinea uno scenario ben più ampio in termini di traffici illeciti, con il porto di Torre del Greco completamente alla mercè dei Sarno. Informazioni preziose ed attendibili che aiutarono gli inquirenti a scardinare il “sistema Sarno” in tal senso, furono rese da Anna Sodano, collaboratrice di giustizia uccisa dal clan, il cui corpo non è mai stato ritrovato.

    Scognamiglio precisa che anche in altre circostanze si sarebbe recato nel Rione De Gasperi in compagnia di Don Mura: quando il sacerdote veniva convocato per dare l’estrema unzione alle reclute del clan vittime di agguati e pertanto impossibilitate ad entrare in chiesa per la celebrazione liturgica dei funerali.

    La presunta vittima dichiara di non aver mai visto i cadaveri, perché Don Mura entrava da solo, lasciandolo all’ingresso della stanza con il turipolo dell’incenso tra le mani. In merito a questi fatti, non vi è riscontro in chiave investigativa né tantomeno i collaboratori di giustizia confermano l’esistenza di questo rituale, fosse anche solo per le difficoltà insite nel prelevare un cadavere dal luogo dell’agguato. Una ricostruzione che manifesta forti analogie con la scena con la quale si apre la terza serie di “Gomorra”, andata in onda in prima Tv su Sky nel novembre del 2017, quindi pochi mesi prima dell’intervista rilasciataci da Scognamiglio.

    La presunta vittima sostiene anche che il sacerdote, dopo gli abusi sessuali, era solito svolgere due pratiche: regalargli soldi e fumare quella che lui definiva “la sigaretta puzzolente”, ovvero, uno spinello.

    Alle anomalie fin qui elencate, aggiungiamo un altro tassello importante: la stampa nazionale ha definito quello contro Don Mura “il processo più grande della storia della Chiesa per numero di vittime”. Secondo quanto dichiarato dall’avvocato di Arturo Borrelli, sarebbero almeno 10 le “vittime accertate”.

    Perché nella sentenza si fa riferimento solo a due persone?

    In seguito alla risonanza mediatica assunta dal “caso Don Mura”, diverse persone, attraverso messaggi inviati sui social, hanno confidato a “Rete l’abuso” di aver subìto lo stesso trattamento in tenera età dal sacerdote, precisando, però, di non voler testimoniare né di voler essere chiamate in causa in nessun altro modo. Una prova che non può assumere alcun valore giuridico, quindi.

    Lo stesso avvocato del Borrelli, in presenza di altre due persone, chiedeva al direttore di questo giornale, la giornalista Luciana Esposito, di divulgare un comunicato in cui esortava le presunte vittime del sacerdote a contattare la redazione per raccontare la loro storia. Aggiungendo poi che, di lì a poco, avrebbe pubblicato un ulteriore comunicato in cui rendeva noto di aver raccolto le testimonianze di altre otto vittime, così da “spaventare la curia di Napoli”.

    Quanto riportato in questo articolo rappresenta una buona parte della testimonianza resa dalla giornalista Luciana Esposito, ascoltata dalla Curia di Napoli come persona informata dei fatti nel giugno del 2018, e inviata al Tribunale ecclesiastico di Milano.

    Ponticelli: ecco perché il tribunale Ecclesiastico ha assolto Don Silverio Mura dalle accuse di pedofilia

  • Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    Abusi sessuali, il Tribunale ecclesiale assolve il prete di Napoli: vittime sotto choc faranno appello

    di Franca Giansoldati

    Città del Vaticano – Il tribunale ecclesiastico della diocesi di Milano ha assolto il sacerdote napoletano, don Silverio Mura dall’accusa di aver molestato a Napoli, circa 25 anni fa, due ragazzi, oggi due uomini che davanti a questa sentenza inaspettata sono letteralmente sotto choc e stanno valutando il ricorso in appello.

    «Adesso tutto il mondo avrà la prova che la giustizia ecclesiale non esiste dopo che due vittime hanno denunciato tutto. Va bene, lasciamo la giustizia ecclesiale e rivolgiamoci a quella penale e civile. La Chiesa di Papa Francesco ha fallito, anche sulla credibilità» scrive Arturo Borrelli, una delle vittime, sulla sua pagina Facebook. I nomi delle due vittime appaiono nell’esito della sentenza diffuso dall’avvocato Stefano Bartone, difensore del sacerdote dinnanzi al tribunale ecclesiale.

    Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana (nella quale il sacerdote è tuttora incardinato) al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso dopo che il Papa decise di riaprire il caso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede. L’assoluzione del sacerdote napoletana arriva dopo quattro anni di istruttoria ma lascia l’amaro in bocca a molti e alcuni punti interrogativi ancora aperti. Uno tra tutti, sul perché il sacerdote di Ponticelli venne trasferito dalla curia di Napoli sotto falso nome a Montù Beccaria, un paese in provincia di Pavia.

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/papa_francesco_abusi_napoli_vittime_sentenza_tribunale-4376588.html

  • Don Silverio Mura assolto – adesso ci quereli tutti per averlo diffamato

    Don Silverio Mura assolto – adesso ci quereli tutti per averlo diffamato

    “Si comunica che :

    è stato ASSOLTO il parroco don  SILVERIO MURA ingiustamente accusato nel 2010 da ARTURO BORRELLI di essere stato un ABUSATORE SERIALE DI MINORI.

    L’avv. Stefano Bartone, quale attuale difensore di don Mura, comunica che il Tribunale Ecclesiastico Metropolitano Penale dell’Archidiocesi di Milano (incaricato dalla Congregazione per la Dottrina della Fede),  ha emesso e il 6 marzo 2019 pubblicato sentenza definitiva che assolve pienamente il sacerdote e insegnante  don Silverio Mura, stimatissimo nella scuola e nella parrocchia, dalla accusa di reiterati abusi sessuali e da tutte le accuse mossegli  dai sigg. Arturo Borrelli e  Giuseppe Scognamiglio (nome di fantasia)  a distanza di oltre 24 anni. ”

    Questo è il contenuto della missiva ricevuta oggi da Arturo Borrelli nella quale si comunica che il sacerdote da lui accusato, è stato ritenuto innocente dal tribunale ecclesiastico.

    Stupiscono soprattutto le prime righe della missiva, dove quasi si inneggia all’assoluzione – su presupposti canonici – di un sacerdote, accusato da più persone di stupro di minore.

    Personalmente non ci trovo nulla di entusiasmante vedendo il fallimento della giustizia canonica ripetersi anche nel caso di Borrelli e Scognamiglio.

    Dico ripetersi perché la fila di processi ecclesiastici che assolvono molestatori sessuali ribaltando le sentenze dei tribunali civili è lunga. Senza andare indietro di molto, poco più di un anno fa, il 22 febbraio 2018, il tribunale canonico di Genova, a fronte di una condanna di terzo grado inflitta dal tribunale italiano, assolveva don Luciano Massaferro.

    Tornando a don Mura e alla sentenza canonica di innocenza, non posso non pensare a questa vicenda, una delle prime che la Rete L’ABUSO portò alla luce ben 10 anni fa, e mi domando: perché da quando denunciammo don Silverio Mura, questo sparì dalla parrocchia ed è stato coperto per 9 lunghi anni, arrivando persino a nasconderlo nel nord Italia sotto falso nome ?

    Perché, in quanto imputato e quindi nella facoltà di richiedere ad un tribunale italiano di togliere la prescrizione e chiarire di fronte alla legge civile la sua posizione, non lo ha fatto?

    Perché non ha querelato la Rete L’ABUSO, e le due presunte vittime, che da anni – sulla base della sua assoluzione canonica – lo avrebbero diffamato da nord a sud d’Italia ?

    Ha forse paura che in un tribunale vero la divina provvidenza potrebbe non essergli così vicino ?

    In questo caso fa bene.

  • Assolto Don Mura, prete accusato di pedofilia. Il primo accusatore: “Aspetto la sua messa in chiesa”

    Assolto Don Mura, prete accusato di pedofilia. Il primo accusatore: “Aspetto la sua messa in chiesa”

    Il tribunale ecclesiastico di Milano ha assolto pienamente dalle accuse di abusi su due ragazzi Don Silverio Mura.

    Il primo a denunciare i presunti abusi subiti è stato Arturo Borrelli, che dieci anni fa ha deciso di rendere pubblico quanto sostiene gli sia accaduto durante l’adolescenza.

    Quest’estate Arturo ha incontrato anche Papa Francesco, come testimoniato da un audio pubblicato in esclusiva da Fanpage.it.

    Ora che è arrivata la piena assoluzione per Don Silverio Mura, Arturo spiega che continuerà a chiedere giustizia anche in altre sedi.

    “Facciamo così Don Silverio Mura, visto che lei è uscito pulito in questa sentenza l’aspettiamo qui, a Ponticelli, a dire una messa visto che sono cattolico l’aspettiamo qui al più presto”, ha spiegato Arturo a Fanpage.it

  • Prete napoletano accusato di abusi  assolto dal tribunale ecclesiastico

    Prete napoletano accusato di abusi assolto dal tribunale ecclesiastico

    Il tribunale ecclesiastico dell’arcidiocesi di Milano ha assolto il sacerdote napoletano, don Silverio Mura dall’accusa di aver molestato a Napoli circa 25 anni fa, due ragazzi. Lo fa sapere con una nota l’avvocato Stefano Bartone, difensore del sacerdote dinanzi al tribunale ecclesiale. Gli atti a carico di don Silverio Mura furono trasmessi dalla Curia napoletana (nella quale il sacerdote è tuttora incardinato) al tribunale della diocesi lombarda nel luglio scorso. Il processo ecclesiastico penale era stato promosso dalla Congregazione per la dottrina della fede. L’assoluzione del sacerdote napoletano è giunta, si legge sempre in una nota del legale, al termine di una istruttoria durata ben quattro anni.

    https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/prete_napoletano_accusato_di_abusi_assolto_dal_tribunale_ecclesiastico-4374791.html?fbclid=IwAR28OXiPAe6OSc3ohfyrqoLVJBOkXDe_estXuqyObaXwfueAgSkAWzTDjnY

  • Vittima di pedofilia nella Chiesa, Diego al Papa: “La sentenza sia pubblica” | VIDEO

    Vittima di pedofilia nella Chiesa, Diego al Papa: “La sentenza sia pubblica” | VIDEO

    Nuovo appello a Papa Francesco di Diego, nome di fantasia utilizzato all’inizio da Arturo Borrelli nel servizio di Pablo Trincia in cui ha raccontato gli abusi sessuali che avrebbe subìto da ragazzino da parte di un prete. Il Vaticano gli ha fatto sapere che la sentenza con tutta la verità su don Silverio Mura non potrà diffonderla. Così tramite Le Iene diffonde il suo nuovo video appelloche potete vedere qui sopra.

    “Mi hanno detto che il contenuto vogliono farlo sapere di nascosto solo a me e non ai giornalisti”, dice Arturo che il 4 febbraio si è incatenato in Vaticano perché non aveva più notizie del processo a don Silverio Mura. “Questa decisione non mi sembra giusta. La mia è una storia di dominio pubblico di cui si è parlato in tutto il mondo. Perché la sentenza la dobbiamo sapere solo io e il mio avvocato?”.

    Giovedì 21, Diego tornerà in Vaticano per protestare. “Chiederò di avere questa sentenza. Veramente non ce la faccio più, in 10 anni mi hanno rovinato la vita”. Così lancia un nuovo appello al Papa. “Chiedo un altro aiuto al Santo Padre: mi faccia un ultimo piacere di avere questa sentenza. Le sentenze devono essere pubbliche, il mondo deve sapere quanto un prete è pedofilo”. La scorsa estate Diego è stato in udienza dal Pontefice. In questa occasione gli ha raccontato i 30 anni di lotta per veder riconosciute dalla Chiesa le violenze subite. “Mi ha detto: ‘Procedi per la tua strada’. Ha preso il fascicolo con tutta la documentazione del mio caso e l’ha consegnato alla sua segreteria prendendosi l’impegno di continuare a indagare”.

    Nel nostro servizio, Arturo Borrelli, al tempo ancora sotto il nome di Diego, ha raccontato le violenze sessuali subite “per 3 anni, 2-3 volte alla settimana” e il dramma vissuto. Dopo 25 anni, registrando tutto, aveva incontrato di nuovo don Silverio, che non negava quanto avvenuto ma lo invitava solo a pregare. La Curia di Napoli poi lo aveva fatto sottoporre a una perizia psichiatrica (lui aveva registrato anche quella), che in realtà sembra incolpare lui per il fatto di essere andato a casa del sacerdote.

    Gli abusi di don Silverio non avrebbero segnato la vita solo di Diego, che da allora vive tra psicofarmaci e attacchi d’ansia e di panico. Ci sarebbero altre vittime. Una di queste, Giuseppe (anche in questo caso il nome è di fantasia), l’abbiamo intervistato incappucciato. Almeno altre nove persone sarebbero disposte a testimoniare per quello che, come sosteniamo nel servizio della Iena Pablo Trincia e dell’autore Marco Fubini, potrebbe essere “uno dei più grossi casi per abusi sessuali all’interno della Chiesa italiana”.

    Don Silverio, nel frattempo, si era trasferito al Nord, a Montù Beccaria (Pavia), dove, sotto il falso nome di don Saverio Aversano, continuava tranquillamente a fare il catechista. È bastato che andasse in onda il nostro servizio perché il sacerdote facesse perdere di nuovo le sue tracce. Mentre le mamme del paese raccontavano a noi e in una lettera al Papa il loro sconcerto. Perché il catechista dei loro figli era un uomo accusato di pedofilia, che ora dovrà risponderne, trent’anni dopo, anche davanti a un Tribunale della Chiesa, ma il contenuto di questa sentenza rischia di non uscire dai confini del Vaticano. Perché gettare un’ulteriore ombra su questa vicenda che si trascina da così tanto tempo?

    https://www.iene.mediaset.it/2019/news/vittima-pedofilia-chiesa-diego-papa-sentenza-abusi-sessuali_352190.shtml