Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

    di Alessandro Ambrosini – E’ la notte dell’11 settembre del 1978 quando, in una stamperia a Città di Castello, un tipografo con le dita sporche di inchiostro nero sfoglia il numero di un giornale che sta per essere impacchettato e spedito a Roma. Lo guarda con attenzione, per cercare errori o sbavature ed evitare le lamentele dell’editore che, ad ogni uscita, procura scossoni politici e finanziari in tutto il Paese. Vaticano compreso. La mattina successiva in molte edicole, la copertina rossa con l’immagine di un cardinale con un cappuccio massonico, campeggiava sul numero di settembre del settimanale Op, diretto da Mino Pecorelli. Il titolo non lasciava dubbi e prometteva rivelazioni che avrebbero creato chiacchiericcio, e qualche urlo, dentro le stanze e gli alti corridoi della Santa sede: La gran Loggia Vaticana.

    Mino Pecorelli era famoso negli ambienti che contano del potere romano, aveva entrature a tutti i livelli nei palazzi che contano. Usava e veniva usato dagli stessi in un gioco che divenne per lui mortale. In questo articolo lui non usò solo fonti coperte, spifferi di “uomini ombra” o di lobbisti. Riportò in modo preciso due lanci d’agenzia fatti da Euroitalia che svelarono nomi, cognomi, matricola e data di iniziazione alla massoneria di quattro cardinali.  Lui completò la lista con altri 117 nomi passati discretamente da una sua conoscenza, probabilmente nell’ambito dei conservatori cattolici. Fu un numero, quello del 12 settembre del 1978, che fece rumore ma che venne silenziato dall’opinione pubblica. Come da tradizione dei media capitolini.

    In quella lunga lista di porporati, spiccano uomini che nel corso del tempo, direttamente o indirettamente hanno trovato spazio nel caso del rapimento di Emanuela Orlandi. Si riconoscono nomi e cognomi che nei fatti, e nelle narrazioni di criminali e inquirenti, sono stati vicini e conoscenti dei più pericolosi elementi che la malavita romana del tempo, potesse esprimere.

    Agostino Casaroli matricola 41/076 diminutivo Casa, Pio Laghi matricola 0/538 diminutivo Lapi, Paul Marcinkus matricola 43/649 diminutivo Marpa, Virgilio Levi matricola 241/3, Ugo Poletti matricola 32/1425 diminutivo Upo, Piero Vergari matricola 3241/6 diminutivo Pive, De Bonis Donato matricola 321/02 diminutivo Don-debo. Sette nomi sotto la stessa presunta loggia massonica, sette nomi che sono stati protagonisti di una guerra di correnti di pensiero, di loggia di riferimento ( una parte seguiva il Grande Oriente d’Inghilterra e una parte il Grande Oriente di Francia) con dissesti economici importanti, sia per il Vaticano che per la Repubblica italiana. Scontri non troppo velati tra l’ala di Marcinkus e quella di Casaroli ( detta anche Mafia di Faenza). Scontri tra l’ala atlantista filoamericana e quella che predicava l’Ostpolitik. Una “guerra fredda” color porpora.

    Tra questi nomi, quello su cui vogliamo aprire un focus è il cardinale Ugo Poletti, uno dei personaggi più controversi della Santa Sede. Quello che ha avuto una “carriera”, nei retroscena, più simile a un romanzo criminale che al percorso di un ministro di Dio. Da sempre, scriviamo e ripetiamo che la Chiesa è formata da uomini, che il Vaticano è uno Stato, che il Vaticano ha una storia controversa. Con luci e ombre annesse. Non stupisce e non deve stupire nulla.

    Da Novara a Milano, due storie che si incrociano

    Sta per iniziare la prima guerra mondiale, la “Grande guerra”, quando Ugo Poletti nasce in un paese del Piemonte. Prima dell’inizio del secondo conflitto mondiale, diventa sacerdote e successivamente ausiliare del vescovo di Novara, Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, persona molto stimata ed ascoltata da Pio XII.

    E’ il 1954, a Milano, in sostituzione del deceduto arcivescovo Ildebrando Schuster, il Papa decide di affidare il ruolo vacante al pro-segretario di Stato Giovanni Battista Montini. Una netta retrocessione nella carriera per chi, nove anni dopo diventerà Pontefice con il nome di Paolo VI.  Una retrocessione senza titolo cardinalizio, che gli negava la possibilità di diventare Papa. Una retrocessione, che nascondeva dei retroscena raccontati in un libro che per la Chiesa, successivamente, diventò una pubblicazione eretica: Via col vento in Vaticano, edizioni Kaos. Scritto da un gruppo di prelati del Vaticano, “I Millenari”.  E’ in questo libro, mai smentito sui fatti narrati, che la figura di Montini si interseca con il giovane Ugo Poletti.

    Milano è “stretta” per Monsignor Montini. Non viene considerato da Roma, nemmeno in termini di ausiliari messi a disposizione. Anche il vescovo di Novara ne ha più di lui. La verità è che ha pagato a caro prezzo i suoi rapporti con alcuni personaggi in Unione Sovietica, che perseguivano i cattolici russi. Il Papa, riscontrata questa ambiguità, lo ha voluto mettere ai margini, lasciandolo sotto i riflettori nella seconda città d’Italia. Ora, sebbene vicino alla Madonnina del Duomo, è lontano dai corridoi del potere della Santa Sede. Dietro ai suoi silenzi, Montini cova probabilmente un sottile rancore che sfoga in una lotta di screzi e dispetti su Monsignor Vincenzo Gilla Gremigni, il preferito dal Papa. Così, senza interpellare l’episcopato lombardo, decide di spostare “Il Popolo d’Italia”, un giornale cattolico ben affermato in Lombardia, nonostante le proteste del vescovo novarese.

    Il silenzio per la porpora cardinalizia

    E’ il gennaio del 1963 quando Montini, dopo la morte di Pio XII, diventa cardinale con la consacrazione di Giovanni XXIII. La sua “fatwa” sembra essere finita e fa recapitare una lettera al vescovo di Novara. Una lettera dai toni durissimi. Fatali, per chi come Monsignor Vincenzo Villa Gremigni già soffre di problemi cardiaci.

    Alle 23 del 7 gennaio, l’alto prelato muore d’infarto. Montini corre subito in episcopio a Novara, ha un presagio. Forse la sua missiva è il motivo di quell’infarto. Forse è meglio recuperare quella lettera prima che si addebiti a lui, indirettamente, quella morte. Ad accoglierlo c’è un giovane ausiliare: Ugo Poletti. La camera in cui è morto il vescovo è già sigillata e il giovane ausiliare usa termini che fanno capire che sono state proprio le sue parole, messe nero su bianco, a far cedere il cuore di Gremigni. Montini entra in uno stato di panico, chiede, fa pressione a quell’ausiliare dallo sguardo furbo e dai toni bassi. Deve recuperare quella lettera stanotte, non domani. I sigilli possono essere un dettaglio.

    I toni persuasivi funzionano e, dopo due ore, Poletti si presenta con la lettera incriminata, stringendo e costringendo Montini a un patto nel nome del silenzio.

    Sei mesi dopo, Giovanni XXIII morì. Alcuni conclavisti, in una villa a Grottaferrata ( il proprietario era il piduista Umberto Ortolani) decisero che il successore del “Papa buono” doveva essere Monsignor Montini, con il nome di Paolo VI. Così fu.

    Pochi mesi dopo, Ugo Poletti venne promosso arcivescovo di Spoleto e dopo due anni,  si aprirono le porte della Santa Sede come vicegerente del cardinale Vicario Angelo Dell’Acqua.

    N.d.R

    Monsignor Angelo Dell’Acqua fu citato anche da Marcello Neroni, quando mi disse che era lui a riciclare i soldi dei sequestri alla Chase Manhattan Bank di Piazza Marconi, all’Eur. Un “lavaggio” del denaro che costava il 50% della somma.

    L’oro nero macchia

    A Roma,  il cardinale Poletti non perde tempo. Tesse rapporti, incontra personaggi politici di spessore che diventeranno “amici”. E’ il mondo a cui ambiva, è il potere che cercava. Il 29 Luglio del 1972, scrive a Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio: “Mi trovo a Novara per qualche giorno di ferie. Persone amiche mi pregano di segnalare personalmente a Lei il Generale di Corpo d’armata Raffaele Giudice: egli sarebbe nella terna per la nomina a Generale comandante della Guardia di Finanza. Lei stesso lo conoscerà: se Le è possibile, veda se può favorire la sua candidatura.  Mi assicurano che è una persona molto degna. Dio l’assista tra “tutti gli scogli”.” ( Tratto da “Il Boss della Banda della Magliana” Raffaella Notariale, Newton Compton editori).

    Una raccomandazione in piena regola. Una lettera che diventerà una delle tante “pietre dello scandalo” nella sua vita. Andreotti, cinque giorni dopo rispose:  “ Eccellenza reverendissima, ho ricevuto la sua viva e calda segnalazione a favore del Generale Raffaele Giudice. Non mancherò di vedere che cosa si possa fare in ordine alla di lui aspirazione”. Raffaele Giudice sarà nominato comandante della Guardia di Finanza, come da copione.

    Quando il Vicario di Roma Monsignor Dell’Acqua, muore improvvisamente a Lourdes, sulla stampa appaiono dei trafiletti che ricordano l’esistenza della lettera di Montini a Gremigni. E’ il 27 agosto del 1972 quando, tra lo stupore generale, il cardinale Ugo Poletti, diventa Pro-vicario Generale di Sua Santità Giovanni Battista Montini. La scalata è terminata per quel ragazzo nato e vissuto tra le due guerre mondiali. E’ esattamente dove voleva stare, dietro le luci del palcoscenico, dove vivono le ombre che gestiscono il potere del più piccolo, ma più potente Stato al mondo.

    Un vecchio detto dice: il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Una regola a cui non sfugge il cardinale Poletti. E’ il 1980, lo scandalo dei petroli  scoppia fragoroso tra le pagine dei giornali. A finire sulla graticola c’è il comandante della Guardia di Finanza, proprio quel Raffaele Giudice raccomandato dal cardinale. L’accusa è di truffa petrolifera all’Erario per oltre duemila miliardi di lire. Il 17 marzo dell’81, a Castiglion Fibocchi, nella lista sequestrata a Licio Gelli, c’è anche il nome del generale. L’inchiesta sulla truffa dei petroli ha strascichi nel tempo e segue filoni diversi. Uno di questi, porta all’arresto il 23 novembre 1982, di un prete di Novara, Don Francesco Quaglia. E’ accusato di corruzione, collusione e concorso in contrabbando. Reati gravi che emergono dal pentimento di alcuni “petrolieri”, che raccontano una strana colletta per permettere la promozione di Raffaele Giudice a comandante della Guardia di Finanza. Un collegamento che porta subito gli inquirenti a chiedersi che ruolo avesse avuto il cardinale Poletti nella vicenda. Una domanda lecita, visto la sua decennale conoscenza con Giudice.

    La reazione di Poletti è scomposta. E’ la reazione di chi pensa di essere intoccabile e, nonostante tutto, viene scoperto. Diffonde alla stampa una serie di comunicati in cui prende le “distanze” da Giudice. Cerca di intimorire inquirenti e giornalisti mandando il suo curriculum, sciorinando tutti i ruoli avuti. Precisa anche ciò che nessuno gli chiede. I giudici torinesi non si fanno impressionare. Il 16 dicembre del 1982 lo convocano per avere delle spiegazioni, delle informazioni. Dopo averlo sentito per due ore, mandano una relazione alla commissione parlamentare che tratta la P2 e alla presidente della Camera Nilde Jotti: a favorire Giudice furono Poletti, il ministro delle Finanze Mario Tanassi e il ministro della Difesa Giulio Andreotti.  L’accusa parla di un carteggio tra Poletti e Andreotti.

    Il cardinale non vuole sentire ragione, tramite il Vicariato manda l’ennesima smentita dove conferma la sua estraneità ai fatti. Una mossa che non lo salverà. Il 14 gennaio del 1983, il giudice Cuva scende da Torino a Roma per riascoltarlo. In tarda serata la notizia rimbalza ogni redazione: il cardinale Poletti ha confessato. Cuva, davanti all’ennesima smentita del porporato, ha estratto dalla sua borsa la “famosa” lettera di raccomandazione, con relativa risposta dell’onorevole Giulio Andreotti. Il bluff, a quel punto, non poteva più reggere. Il “gambler” porporato è stato scoperto. L’eco è nazionale, non tanto per la raccomandazione che, in quegli anni era una brutta abitudine diventata quasi un clichè di guareschiana memoria. La gravità, per gli italiani, è che un cardinale abbia mentito all’autorità giudiziaria, in modo reiterato. Per coprire un rapporto fiduciario con una persona che aveva commesso dei gravi reati.

    In un mondo normale, il dirigente di un’azienda che viene scoperto a mentire a dei giudici, provocando un grosso danno d’immagine alla stessa, viene rimosso. Così non fu per il cardinale Poletti. Giovanni Paolo II gli confermò “piena fiducia”. Due mesi dopo la sua “confessione”, fece uscire un libro: “Fede e politica”, con prefazione di Giulio Andreotti.

    Sarebbe interessante capire se Giovanni Paolo II, “abbia perdonato” ripetutamente il cardinale Poletti per non acuire lo scontro interno con la fazione che supportava la Ostpolitik di Casaroli, o perché il cardinale era in possesso di segreti che lo rendevano più potente del ruolo che ricopriva. Il nome di Poletti, successivamente, uscì anche per altri fatti. Alcuni interessati dall’autorità giudiziaria di Palmi (RC), come il traffico di titoli rubati provenienti dal Banco di Santo Spirito. Compagni di inchiesta, Licio Gelli, Giulio Andreotti, un finanziere e dei criminali calabresi. Risultato? Tutto archiviato.

    (Segue)

    L’ultimo Servizio/ L’altra storia di Ugo Poletti. Una porpora “nera” nel caso Orlandi (prima parte)

  • Don Vincenzo ai domiciliari nella casa di recupero per preti

    Don Vincenzo ai domiciliari nella casa di recupero per preti

    di P.C. – Don Vincenzo Esposito, l’ex parroco di San Feliciano, sul Trasimeno, accusato di prostituzione minorile aggravata per aver scambiato messaggi erotici con ragazzini, lascerà il carcere di Spoleto. Attenderà il processo in una comunità di recupero per sacerdoti, dove seguirà un protocollo terapeutico ad hoc.

    Braccialetto elettronico

    Lunedì mattina i giudici hanno disposto per lui la sostituzione dell’attuale misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari presso la casa sacerdotale ‘Villa S. Cuore’ Bisacchi, Città di Castello (PG), subordinando l’esecuzione di tale provvedimento alla condizione che sia disponibile ed attivabile il braccialetto elettronico e che l’imputato presti il consenso alla sua installazione.

    La casa di recupero per preti ‘smarriti’

     

    Villa Sacro Cuore è una struttura gestita dalla diocesi di Città di Castello dove, in accordo con le Conferenza episcopale italiana, vengono ‘riabilitati’ i preti che – per usare un linguaggio clericale – «si sono smarriti nel loro cammino pastorale». Si trova appena fuori il centro cittadino, è dotata di 56 posti letto. Fu trasformata ed adibita a casa di accoglienza per sacerdoti con problemi nel 2011 quando, nel pieno dello scandalo dei preti pedofili, ci fu l’esigenza di creare dei luoghi discreti dove questi potessero essere nascosti. La villa, immersa nelle campagne umbre e protetta da una recinzione, ha accolto numerosi sacerdoti, umbri e non solo, i cui nomi sono comparsi nelle pagine della cronaca dei quotidiani.

    «Carcerazione era extrema ratio»

    La decisione è stata presa dall’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo. Nel provvedimento si legge come «la custodia cautelare in carcere sia solo l’extrema ratio e può essere mantenuta soltanto nei casi in cui ogni diversa misura si presentasse inidonea o inefficace per il soddisfacimento delle esigenze cautelari». Invece – scrive il giudice – la misura dei «domiciliari con braccialetto elettronico in una struttura di recupero di sacerdoti con problemi psicologici sembra poter garantire, salvo prova contraria, quelle esigenze di controllo e sorveglianza dell’indagato, che verrebbe sottoposto alle regola di disciplina vigenti presso la comunità religiosa». Fra le regole imposte: il divieto di utilizzo di qualsiasi apparecchio telefonico o strumentazione telematica che gli permetta di comunicare verso l’esterno.

    Un camion ha portato via le sue cose a San Feliciano

    Del resto, era inimmaginabile per Don Vincenzo tornare nell’abitazione di San Feliciano, come inizialmente chiesto dal suo legale, l’avvocato Renato Vazzana: in quella abitazione ora vive il nuovo parroco di San Feliciano, nonché amministratore parrocchiale. A lui il compito di far riavvicinare i fedeli e di amministrare le finanze della chiesa lacustre, su cui c’erano molti dubbi da parte dei parrocchiani, al momento non suffragati da prove: l’analisi condotta dalla Curia non ha rilevato anomalie nella gestione dei conti, fra l’altro tenuti dal diacono. Nei giorni scorsi, avvistato un camion di una ditta di traslochi che ha portato via tutto. Non si sa se verso la Sicilia o proprio verso Città di Castello.

    Il furto, la mancata perquisizione e altri misteri

    «La speranza è che non si sia portato via pure qualche prova», commenta uno dei fedeli che ha assistito al trasloco, ricordando che già c’erano stati dei tentativi di inquinamento delle prove e che al momento non sono emersi elementi su una perquisizione all’interno della canonica nelle ore immediatamente successive all’arresto, come del resto ha confermato a umbriaon.it lo stesso avvocato Vazzana: «Nessun verbale di perquisizione ci è stato consegnato, né a me né al mio cliente; intanto però segnaliamo che nei giorni successivi all’arresto c’è stato un furto in quella casa». Magari era una bravata, magari un atto di vandalismo. E se invece fosse stato un modo per occultare prove? Ulteriori elementi sulla vicenda saranno forniti dallo stesso Don Vincenzo, che la prossima settimana incontrerà il suo avvocato nella casa di accoglienza tifernate.

    Don Vincenzo ai domiciliari nella casa di recupero per preti

  • Sesso in chat con minorenne, respinta la richiesta di scarcerazione per il parroco di San Feliciano

    Sesso in chat con minorenne, respinta la richiesta di scarcerazione per il parroco di San Feliciano

    Don Vincenzo Esposito rimane in carcere. E’ stata infatti respinta l’istanza di scarcerazione presentata la scorsa settimana dall’avvocato del parroco di San Feliciano, Renato Vazzana. Don Esposito si trova nel carcere di Spoleto dal 3 agosto scorso dopo un’indagine condotta dai carabinieri di Termini Imerese. Il prete è accusato di prostituzione minorile e di detenzione di materiale pedopornografico.

    L’istanza, stando a quanto riportato dalla difesa, è stata respinta in quanto è andata in mano al gip feriale e non al titolare. Il legale di don Esposito, nelle prossime settimane, si presenterà nel carcere di Spoleto, dove farà interrogare il suo assistito per poi ripresentare una nuova istanza di scarcerazione.

  • “Mandami un video mentre godi”: arrestato il prete pedofilo

    “Mandami un video mentre godi”: arrestato il prete pedofilo

    Un prete è stato arrestato dai carabinieri di Termini Imerese, comune in provincia di Palermo, per prostituzione minorile aggravata. Secondo quanto affermato dal gip del Tribunale di Palermo Fabio Pilato nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato dietro le sbarre il parroco 63enne, originario di Caltavuturo, che esercita il suo ministero a San Feliciano Magione, un piccolo borgo in provincia di Perugia, il sacerdote attuava un “perverso modus operandi” in “totale spregio dei principi di etica e di religiosità che dovrebbero ispirare il suo comportamento”. Ai domiciliari anche la madre del ragazzino 17enne.

    Il prete al minorenne: “Mandami il video”

    Come riportato dall’AdnKronos, il gip avrebbe in particolare citato una telefonata in cui il prete “pur dimostrandosi compiaciuto del video a contenuto sessuale ricevuto” dal ragazzo minorenne, “ne pretende un secondo di identico contenuto dov’è possibile vedere anche il volto del minore al momento dell’orgasmo”. Il sacerdote avrebbe infatti detto al giovane: “Mandamene uno dove si vede il tuo volto mentre godi…che mi piace molto..”. Il minorenne avrebbe quindi a quel punto avanzato una richiesta di danaro e il sacerdote gli avrebbe risposto “rammentando al suo giovane interlocutore che già in passato gli aveva mandato dei soldi”.

    Ecco il dialogo tra i due: “Va bene…si vedrà…Poi ci dico…il regalino non lo deve fare? Non…non pretendo…se…se lo vuole fare…se non lo vuole fare…niente!”, dice il ragazzo. E l’uomo di chiesa: “Non ho capito…”. “Ci dico il regalino me lo vuole fare però?”, chiede il minorenne. Il prete risponde: “Eh ma quante volte ti devo fare sto regalino…una volta ti ho mandato pure i soldini…non hai fatto niente lo stesso…”. Il religioso avrebbe quindi insistito ancora una volta: “Mandami questo video come ti ho detto io…”.“Oppure fai un video in diretta…”, gli dice ancora. Il prete avrebbe anche espresso il desiderio di fare l’amore in tre perché non lo aveva mai fatto.

    Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip ha anche scritto che il parroco era “aduso a pratiche sessuali illecite” che ne rivelano “anche le sistematiche modalità di consumazione, la pervicacia e l’insistenza nell’avanzare le richieste, sempre dietro la prospettazione di una ricompensa economica conseguita al soddisfacimento degli istinti perversi”. Il sacerdote umbro, rinchiuso nel carcere di Spoleto, è accusato di avere fatto sesso, a distanza via chat, con un minore in cambio di un compenso in soldi, con la complicità della madre 51enne del ragazzo, finita appunto ai domiciliari. Il gip Pilato ha parlato di “rapporti intrattenuti dal parroco con i soggetti minori coinvolti nelle sue trame”, e di “paradigma della sequenza criminale, costituita dalle richieste di prestazioni sessuali -essenzialmente incentrate su filmati e videochat -, in cambio della dazione di danaro”.

    Usava le offerte dei fedeli

    Il sacerdote, secondo quanto emerso dalle indagini condotte dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese, avrebbe anche saputo impostare un gioco psicologico di dipendenza, oltre che di affetto, inducendo in tentazione le sue giovani vittime attraverso ricompense economiche, approfittando anche dei bisogni economici dei minorenni e delle loro origini umili. Il prete e la donna sono ora indagati per prostituzione minorile aggravata. Sempre in cambio di piccole somme di denaro, il sacerdote avrebbe ottenuto dalla madre il permesso di compiere atti sessuali a distanza con il figlio e avrebbe anche scambiato materiale pornografico tramite i social. Il religioso avrebbe pagato utilizzando anche i soldi delle offerte dei fedeli. Durante la telefonata finita agli atti avrebbe infatti spiegato la sua impossibilità al pagamento, a meno che non fosse arrivato qualcosa al di fuori del suo stipendio ordinario. Probabilmente le offerte dei suoi parrocchiani.

    Il gip: “Alcun freno inibitore”

    Come scritto dal gip nell’ordinanza, il 63enne “ha dimostrato di non saper anteporre alcun freno inibitore ai desideri compulsivi nutriti”. E cita alcune conversazioni intercettate “in cui, pur dinanzi al malessere del minorenne che prospettava l’esigenza di prendere dei farmaci” il prete “non ha esitato a richiedere ugualmente l’esibizione sessuale tramite videochiamata”. Inoltre, anche davanti al rischio di venire denunciato se non avesse pagato, l’indagato non avrebbe disdegnato la possibilità di ricevere un video dal ragazzo che lo minacciava, continuando il gioco perverso iniziato con la sua giovane vittima.

    La madre del minorenne “ha dimostrato di essere consapevole della natura dei rapporti fra il figlio ed il parroco e di trattenere una parte delle somme che questi invia come corrispettivo per il perverso scambio di prestazioni”. Ci sarebbe infatti una conversazione risalente al 28 maggio 2021 che svelerebbe la consapevolezza dell’indagata. Nella conversazione la donna inviterebbe il figlio a “mandare un video a padre Vincenzo per avere in cambio dei soldi, suggerendogli al contempo di prospettare al sacerdote uno stato di necessità”. Vincenzo Esposito

    https://www.ilgiornale.it/news/cronache/mandami-video-mentre-godi-arrestato-prete-pedofilo-1966780.html

  • Prostituzione minorile, arrestato Vincenzo Esposito, parroco di San Feliciano, era senza controllo

    Prostituzione minorile, arrestato Vincenzo Esposito, parroco di San Feliciano, era senza controllo

    Pedofilia: prete arrestato, ordinanza ‘privo di autocontrollo e in preda ai suoi impulsi’

    Arrestato con l’accusa di prostituzione minorile il sacerdote di San Feliciano. Si tratta di Don Vincenzo Esposito, 63 anni, originario di Caltavuturo, nel Palermitano, titolare della parrocchia di San Feliciano a Magione. Agli arresti domiciliari è finita, invece, una donna di 50 anni, la madre della vittima che di anni ne ha 17: è con questo ragazzo che il sacerdote avrebbe compiuto atti sessuali. Secondo le indagini dei militari la donna avrebbe acconsentito, ricevendo denaro, che il figlio in chat avesse rapporti virtuali con il sacerdote.

    Il sacerdote arrestato dai Carabinieri di Termini Imerese (Palermo) per prostituzione minorile aggravata attuava un “perverso modus operandi” in “totale spregio dei principi di etica e di religiosità che dovrebbero ispirare il suo comportamento”. Sono le dure parole usate dal gip Fabio Pilato nell’ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere a Spoleto il parroco, e ai domiciliari la madre del minore. In particolare il gip, come apprende l’Adnkronos, cita una telefonata in cui il prete “pur dimostrandosi compiaciuto del video a contenuto sessuale ricevuto” dal ragazzo di 17 anni, “ne pretende un secondo di identico contenuto dov’è possibile vedere anche il volto del minore al momento dell’orgasmo”. “Mandamene uno dove si vede il tuo volto mentre godi…che mi piace molto..”, dice il prete al giovane. “Dinanzi alla richiesta di danaro formulata dal ragazzo” il prete “risponde rammentando al suo giovane interlocutore che già in passato gli aveva mandato dei soldi”.

    Ecco il dialogo tra i due: “Va bene…si vedrà…Poi ci dico…il regalino non lo deve fare? Non…non pretendo…se…se lo vuole fare…se non lo vuole fare…niente!”, dice il ragazzo. E il prete: “Non ho capito…”. “Ci dico il regalino me lo vuole fare però?”, replica il ragazzino. “Eh ma quante volte di devo fare sto regalino…una volta ti ho mandato pure i soldini…non hai fatto niente lo stesso…”, risponde il religioso.

    “Mandami questo video come ti ho detto io…”, insiste il prete. “No no no…[incomprensibile poiché le voci sono sovrapposte]…”. “Oppure fai un video in diretta…”, gli dice ancora.

    Sebbene allo stato della discovery delle indagini, non sia affiorata la prova certa di incontri diretti o rapporti sessuali avvenuti di presenza fra il parroco ed i minori, si delinea ugualmente una condotta di estrema gravità penalmente rilevante, potendo affermarsi che, con cadenza quasi giornaliera” il sacerdote arrestato “è solito intrattenere rapporti telematici di natura esclusivamente sessuale con soggetti di minore età, li induca a compiere atti di autoerotismo, talvolta in presenza fra di loro, dietro la promessa e corresponsione di somme di denaro che vengono caricate sulle carte post pay in uso ai minori stessi”. E’ quanto scrive, come apprende l’Adnkronos, il gip di Palermo Fabio Pilato nella ordinanza di custodia cautelare che ha portato in carcere il prete umbro per prostituzione minorile aggravata.

    L’intervento del Cardinale Gualtiero Bassetti – L’Archidiocesi di Perugia-Città della Pieve prende atto con stupore e dolore della notizia circa l’arresto del Sac. Vincenzo Esposito, Parroco di San Feliciano (Pg), e assicura la più completa disponibilità alla collaborazione con l’autorità giudiziaria per il raggiungimento della verità dei fatti.

    Secondo le prime informazioni raccolte dall’Archidiocesi – che al momento non ha ricevuto comunicazioni ufficiali da parte dell’autorità giudiziaria – don Vincenzo Esposito è accusato di prostituzione minorile.

    Al riguardo l’Archidiocesi ritiene di dover precisare che mai alcuna segnalazione è giunta all’Autorità ecclesiastica relativa ai fatti oggetto dell’indagine. Rimane comunque prioritario l’impegno ad approfondire con diligenza i fatti, applicando le indicazioni dettate dalla normativa canonica e seguire le eventuali indicazioni offerte dalla Santa Sede.
    L’Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, Sua Eminenza Card. Gualtiero Bassetti, profondamente rattristato, esprime la propria vicinanza, umana e spirituale, alla comunità parrocchiale di San Feliciano e in particolare a tutti coloro che sono coinvolti nella vicenda.

    “Il linguaggio esplicito e monotematico utilizzato dimostra come le relazioni intrattenute dal parroco con i suoi giovani interlocutori non trovino fondamento nel ministero del sacerdozio o in ragioni di assistenza sociale, ed obbediscano esclusivamente alle irrefrenabili esigenze di soddisfacimento di insani impulsi sessuali – dice – Non sussiste infatti nessuna conversazione che lasci solo ipotizzare che le dazioni di danaro fossero ispirate a ragioni di solidarietà, di aiuto o di beneficenza da parte del prete nei confronti di soggetti poco abbienti”.

    • privo di poteri di autocontrollo

    Ecco alcuni stralci di intercettazioni: “”Cosa fareste tu e D. insieme a me?”, chiede il parroco a un ragazzino. E lui: “Tu lo sai cosa faremmo”. “Dimmelo”. E ancora: “Tu da che parte vuoi stare?”. Seguono altre frasi piene di volgarità. “Potreste fare cambio”. “Una volta l’uno!”, dice il ragazzino. “Va bene” risponde il prete.

    “Padre, niente mi manda a me che sono senza una lira?…”. “No, perché non ho niente ho solo pochi soldi ormai li ho promesso a F. ed anche ad A. tu…questa sera parliamo, va bene?”. “Dieci euro che mi compro le sigarette, padre”. E’ la conversazione tra uno dei ragazzi minorenni che si prostituivano con il parroco di Perugia arrestato dai carabinieri di Termini Imerese (Palermo). Sesso virtuale in cambio di soldi. Come si evince dall’ordinanza visionata dall’Adnkronos. “Ora vediamo, poi parliamo…ok”, dice il parroco al ragazzino che chiede soldi. “Padre a me mi deve dire una parola si o no …”. “Te l’ho detto ora vediamo eh…”. “Caso mai ti mando dieci euro con A., va bene?”. E il minore risponde: “Va bene…”. Il tutto in cambio di sesso via chat e video.

    Non ha freni inibitori a desideri compulsivi nutriti
    Caccia ai precedenti

    Esposito avrebbe compiuto atti sessuali a distanza con il minorenne in cambio di piccole somme di denaro pagate alla madre. Potrebbe non essere stato l’unico episodio. Si indaga, infatti, per accertare se altri minorenni siano stati adescati in rete dal sacerdote che ormai da anni vive lontano dalla Sicilia.

    Ordinanza ‘prestazioni sessuali in cambio carte prepagate o telefoniche’ (Ter/Adnkronos)

    “Dalle risultanze delle conversazioni captate a seguito delle autorizzate intercettazioni telefoniche e telematiche è risultato che” il sacerdote di Perugia arrestato per prostituzione minorile aggravata “con cadenza e frequenza giornaliera”, fosse “solito contattare ragazzi minorenni di sesso maschile originari di Termini Imerese e delle zone limitrofe con i quali effettua delle videochiamate a sfondo sessuale mediante le applicazioni whatsapp o messenger, chiamate durante le quali i minori compiono atti di autoerotismo dietro la promessa e corresponsione di somme di denaro che poi vengono caricate dall’indagato su carte post pay in uso ai minori”. E’ quanto scrive nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Fabio Pilato. “La condotta – il più delle volte – consiste in un iniziale accordo telefonico cui segue la videochiamata e il pagamento”.

    “In alternativa, da quanto emerso nel corso delle attività di captazione, sempre utilizzando le stesse applicazioni”, il prete si faceva “inviare dei video nei quali gli interlocutori compiono atti di autoerotismo o si mostrano senza vestiti”.

    “A seguito delle videochiamate intercorse con i minori” il sacerdote “è solito effettuare ricariche telefoniche ai minori autori delle prestazioni sessuali o pagamenti su carte prepagate poste pay nella disponibilità dei minori”. “La prova del fatto che le prestazioni sessuali venivano fatte dietro corresponsione ai minori di una somma di denaro o di altre utilità emerge sia dal contenuto esplicito, chiaro e non criptico delle conversazioni captate con le vittime, sia dagli accertamenti bancari – in parte ancora in corso – che hanno consentito di verificare, per taluni episodi la corrispondenza tra la data della videochiamata durante la quale avveniva la prestazione sessuale dei minori e il versamento delle somme da parte” del prete arrestato.

    «Sono innocente». E’ quanto ha detto don Vincenzo Esposito al proprio avvocato Renato Vazzana del foro di Termini Imerese (Palermo). “Conosco bene la persona, ovviamente sono meravigliato di tutto”. Lo ha detto all’Adnkronos l’avvocato Renato Vazzana, il legale del prete di Perugia, ma originario di Caltavuturo (Palermo) arrestato oggi per prostituzione minorile aggravata. Il religioso è stato arrestato vicino Perugia e orsa è detenuto a Spoleto. “Ho parlato con lui durante l’arresto – dice il legale – e l’ho trovato molto sereno seppure amareggiato. E’ molto agguerrito. Domani nell’interrogatorio andrà a contestare tutte le accuse”.

    Prostituzione minorile, arrestato Vincenzo Esposito, parroco di San Feliciano, era senza controllo

  • Prostituzione minorile, parroco arrestato in Umbria: «Pagava la mamma della vittima»

    Prostituzione minorile, parroco arrestato in Umbria: «Pagava la mamma della vittima»

    di Riccardo Lo Verso – Il sacerdote, 63 anni originario di Palermo, è in carcere a Spoleto: secondo l’accusa avrebbe compiuto atti sessuali a distanza sfruttando le chat dei social network. Ai domiciliari la madre del minore, che era complice. Il gip: «Spregio di ogni religiosità»

    L’accusa è pesantissima: prostituzione minorile. In carcere è finito il parroco di una chiesa in provincia di Perugia. Gli arresti domiciliari, invece, sono stati concessi alla madre del ragazzo (un 17enne), una donna di 50 anni, con cui il sacerdote avrebbe compiuto atti sessuali a distanza, sfruttando le chat dei social network. L’ordinanza di custodia cautelare è firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo. Che parla di «perverso modus operandi in spregio a principi religiosità».
    Da Palermo

    Il prete è originario di Caltavuturo, nel Palermitano, ha 63 anni ed è parroco nel piccolo borgo di San Feliciano, una frazione del comune di Magione, in provincia di Perugia. Ora si trova in carcere a Spoleto. È una storia di profondo degrado quella ricostruita dalla Procura di Palermo e dai carabinieri della compagnia di Termini Imerese.

    L’ordinanza

    Secondo l’agenzia AdnKronos, il Gip nell’ordinanza cita una telefonata in cui il prete «pur dimostrandosi compiaciuto del video a contenuto sessuale ricevuto» dal ragazzo di 17 anni, «ne pretende un secondo di identico contenuto dov’è possibile vedere anche il volto del minore al momento dell’orgasmo». «Mandamene uno dove si vede il tuo volto mentre godi…che mi piace molto..», dice il prete al giovane. «Dinanzi alla richiesta di danaro formulata dal ragazzo» il prete «risponde rammentando al suo giovane interlocutore che già in passato gli aveva mandato dei soldi». Segue poi una serie di altre conversazioni di contenuto molto esplicito.

    Caccia ai precedenti

    Esposito avrebbe compiuto atti sessuali a distanza con il minorenne in cambio di piccole somme di denaro pagate alla madre. Potrebbe non essere stato l’unico episodio. Si indaga, infatti, per accertare se altri minorenni siano stati adescati in rete dal sacerdote che ormai da anni vive lontano dalla Sicilia.

    https://www.corriere.it/cronache/21_agosto_03/prostituzione-minorile-parroco-arrestato-umbria-pagava-mamma-piccola-vittima-40270528-f461-11eb-9680-9b12a81aa8eb.shtml

  • Pedofilia, trasferito il parroco condannato

    Pedofilia, trasferito il parroco condannato

    Don Paolo Biasi verrà trasferito. Il parroco di Dossobuono, arrivato solo nello scorso settembre, non sarà più il sacerdote della frazione.

    È stato comunicato con un avviso, a firma del vescovo di Verona Giuseppe Zenti, domenica scorsa in chiesa. Don Biasi, finito al centro delle polemiche con tanto di volantini e striscioni che intimavano al religioso di andarsene dalla frazione, avrà a breve un nuovo ruolo. Verrà infatti trasferito nella bassa veronese dove si occuperà di coordinare le attività di pellegrinaggio a livello diocesano. Risiederà, si legge nella comunicazione, alla fondazione Madonna di Lourdes a Cerea.

    Proprio qui, inoltre, collaborerà con le parrocchie della zona, allontanandolo di fatto da Dossobuono dopo appena sette mesi dal suo arrivo nel villafranchese. La vicenda mediatica di don Paolo Biasi, motore scatenante dei malumori della frazione che hanno spinto Zenti a prendere questa decisione, inizia nel 2014. In un servizio de Le Iene (il programma di Italia Uno) l’inviato Pablo Trincia aveva scavato nel passato del religioso. Una sentenza emessa dal tribunale di Spoleto nel 2010, infatti, lo aveva condannato in primo grado a un anno e mezzo con la condizionale per molestie sessuali dopo la denuncia di quattro ragazzine quattordicenni.

    Queste accusavano il prelato di averle «palpeggiate in diverse occasioni al seno». I fatti risalgono però al 2005 quando era parroco a Castel Ritaldi, cittadina in provincia di Perugia. Due delle vittime, poi, si erano costituite anche parte civile e don Biasi era stato condannato a risarcirle per 20mila euro. Il prete, che non è mai ricorso in appello, si è chiuso nel suo silenzio. Ma il 24 dicembre scorso, la vigilia di Natale, Dossobuono si era risvegliata di nuovo nell’incubo. Nei pressi della chiesa, e sul piazzale, nella notte erano stati distribuiti centinaia di volantini gialli con scritto «Siamo stufi, siamo stanchi di tutti questi basabanchi».

    A cui era stato aggiunto il link della puntata della trasmissione andata in onda nel 2014 per poterla rivedere online. Il tutto in forma anonima. Su altri due striscioni appesi alle cancellate, davanti e a fianco della chiesa, poi prontamente rimossi, c’era scritto «Se la chiesa vuoi cambiare, ve ne dovete andare», tirando in mezzo anche l’altro prete di Dossobuono, Andrea Mascalzoni, ma per dissapori di natura completamente differenti. E ancora «… e speriamo che me li cavi».

    Il servizio delle Iene ruotava intorno alla stessa domanda. E cioè: come mai un prete condannato per molestie sessuali svolgeva ancora il suo servizio a contatto con bambini e ragazzi durante il catechismo? Nel 2014 don Biasi, veronese, era parroco a Ca’ degli Oppi, una delle tante destinazioni degli ultimi sei anni. Dopo Castel Ritaldi, infatti, era stato trasferito prima a fare il cappellano a Castelletto di Brenzone per tre anni e poi a Negrar, San Zeno di Montagna e Cerea. Il vescovo, anche allora, lo aveva sempre difeso. Dalla curia scaligera avevano spiegato che don Biasi era stato pure sottoposto ad alcuni test che avevano escluso «qualsiasi tipo di problema dal punto di vista della pedofilia».

    A Dossobuono, però, le discussioni erano iniziate ben prima di Natale spaccando, anche nel villafranchese com’era successo prima negli altri paesi, i fedeli fra chi ha sempre difeso il prete e chi invece non ha mai smesso di accusarlo. Zenti, nel volantino distribuito l’altro giorno, spiega come dopo aver ascoltato proprio don Biasi, altri presbiteri e alcuni laici della comunità di Dossobuono abbia optato per la decisione più drastica: il trasferimento. L’ennesimo. «Questa scelta», spiega Zenti per informare i fedeli, «si rende necessaria per poter rispondere in modo attento ad alcune esigenze personali di don Paolo». Ma oltre a questo, aggiunge il vescovo, c’è anche «il desiderio di superare le tensioni che si sono create, senza reale fondamento, nella comunità stessa, sfociate poi in alcune espressioni di vuota protesta prima di Natale»

    https://www.larena.it/territori/villafranchese/villafranca/pedofilia-trasferito-il-parroco-condannato-1.7937857

  • Un’altra accusa per don Lucio Gatti: violenze e maltrattamenti nelle sue case-accoglienza

    Un’altra accusa per don Lucio Gatti: violenze e maltrattamenti nelle sue case-accoglienza

    “A 12 anni, io sfruttato e abusato”. La querela di un ex-ospite infanga il nome delle comunità umbre.

    Una nuova e terribile accusa pesa sulle spalle di don Lucio Gatti che, fino a poco tempo fa, gestiva il centro Caritas di san Fatucchio, nel perugino. Già nel gennaio del 2014, il parroco ha patteggiato due anni con pena sospesa per molestie sessuali ai danni di alcuni giovani ospiti nelle comunità da lui seguite; ora, il racconto choc dell’ennesima presunta violenza, cristallizzata in una querela depositata in procura dal legale del soggetto coinvolto, l’avvocato Cristiano Baroni di Rete l’Abuso. Il giovane ripercorre, attraverso il dettagliato racconto che ha esposto davanti alle Forze dell’Ordine, il calvario vissuto all’interno delle comunità, ad appena 12 anni; molestie sessuali e sfruttamento lavorativo avrebbero scandito non solo la sua vita, ma anche le interminabili e dolorose giornate di tutti gli altri ospiti.

    Secondo la testimonianza del giovane, le violenze e lo sfruttamento sarebbero state la norma nelle strutture di accoglienza del prete umbro; raccolte nero su bianco, chi narra è ancora un ragazzino all’epoca dei fatti. E’ il 2004, infatti, quando don Lucio pare gli metta per la prima volta occhi e mani addosso: i servizi sociali, su richiesta della madre del giovane, si sono appena accordati con la san Fatucchio per inserirlo in comunità. All’inizio, si parla solo di periodo scolastico, e tutto pare filare liscio; nel 2008, però, quando l’ospite ha già 16 anni, viene trasferito nella casa-accoglienza della parrocchia di santa Maria Maddalena, a Cenerente, il cui parroco era proprio don Lucio che lo accoglie nonostante quella sia una comunità di persone adulte, non riservata ai minori e composta prevalentemente da tossicodipendenti, elementi con disturbi psichiatrici e problemi giudiziari.

    “Qui, ognuno ha l’obbligato a condividere tutto, anche gli indumenti intimi” viene spiegato al ragazzo e lui, controvoglia, ubbidisce. Ubbidisce anche quando gli vendono imposti gli orari cadenzati della giornata. Delle giornate: tutte uguali. “Lavori pesanti” denuncia il giovane, ormai 25enne “che andavano da quelli di muratura per manutentare l’edificio della casa-famiglia, alla raccolta delle olive, fino al facchinaggio pesante”. Tutti lavori che occupavano, indistintamente, maggiorenni e minorenni, per non parlare della totale assenza dei ben che minimi requisiti di sicurezza e senza alcun tipo di protezione idonea. “E poi, c’era la preghiera: obbligatoria.” continua l’ospite “Dalle 18.30 alle 19.30 avevamo una pausa per lavarci poi dovevamo dedicarsi, dalle 19.30 alle 20 a sessioni di preghiera. Dopo c’era la cena e non si andava a letto prima delle 23: prima, però eravamo sempre sottoposti a urla, insulti e prediche”. Nella denuncia del ragazzo, anche pochi i contatti con la madre, sempre estremamente limitati nel corso della sua lunga permanenza all’interno delle comunità; fra gli ospiti, racconta sempre il nostro contatto, ormai adulto, pare ci sia stato anche chi gli avrebbe consigliato di “stare attento”.

    Don Lucio è considerato da molti soggetti di San Fatucchio come una guida, un fratello; per il nostro giovane, un padre premuroso. Quando viene selezionato, lui e pochi altri ragazzi, per entrare a far parte di una squadra addetta alle pulizie in parrocchia, lui ne è entusiasta; è il suo momento per avere un poco più di libertà e per dimostrare il suo valore, propri agli occhi del sacerdote. Ma proprio quel padre, sempre secondo la querela depositata in Procura, lo avrebbe invitato a sdraiarsi con lui sul letto e poi lo avrebbe palpeggiato nelle parti intime; inoltre, un altro ragazzo ospite della comunità avrebbe abusato di lui, solo qualche mese più tardi. Il giovane, quindi, racconta di vari spostamenti nelle strutture fra Spoleto a Foligno, avvenuti senza motivi apparenti e sempre con grande rapidità; nella sua ultima casa-accoglienza, arrivato distrutto e turbato dagli eventi, il ragazzo sarebbe stato sedato per mano dei responsabili della struttura che gli avrebbero somministrato dei farmaci calmanti contro la sua volontà.

    http://www.periodicodaily.com/2017/11/02/unaltra-accusa-per-don-lucio-gatti-violenze-e-maltrattamenti-nelle-sue-case-accoglienza/

  • Nuova denuncia choc per abusi sessuali contro Don Lucio: “Anni d’inferno dentro la comunità”

    Nuova denuncia choc per abusi sessuali contro Don Lucio: “Anni d’inferno dentro la comunità”

    Il racconto choc di un’altra, presunta vittima ospite all’interno di una delle comunità e cristallizzato in una denuncia – querela depositata in Procura.

    C’è una nuova, pesante accusa mossa contro Don Lucio Gatti, che nel gennaio del 2014 ha patteggiato a due anni con pena sospesa per molestie sessuali ai danni di alcuni giovani ospiti nelle comunità da lui gestite. Il racconto choc della nuova presunta vittima, cristallizzato in una denuncia querela depositata in Procura dal legale del giovane – l’avvocato Cristiano Baroni della “Rete l’Abuso” – ripercorre il calvario vissuto all’interno delle comunità quanto aveva appena 12 anni, delle presunte molestie subite e dell’ombra del duro lavoro che avrebbe scandito quelle interminabili e dolorose giornate.

    La denuncia raconta di  violenze ed è qui che il giovane ripercorre tutte le fasi della sua permanenza nelle comunità. E’ ancora un ragazzino quando, sarebbe stato molestato da Don Lucio. Ma ripercorriamo la sua storia dal principio. Siamo nel 2004 quando i servizi sociali, su richiesta della madre, chiedevano con una lettera indirizzata alla Comunità di San Fatucchio di inserire il ragazzo, durante il periodo scolastico, all’interno della struttura. Nel 2008, a 16 anni, viene trasferito nella struttura presso la parrocchia di Cenerente, dove era parroco Don Lucio. Ma rispetto a quello che avrebbe creduto di trovare, nonostante la giovane età si sarebbe trovato a vivere in una comunità con persone molto più grande di lui e “tossicodipendenti, psichiatrici e giudiziari” , obbligato a condividere con loro anche gli indumenti intimi”.

    Una giornata scandita anche da pesanti lavori – denuncia il giovane, ormai 25enne – dalla muratura alla raccolta delle olive al “facchinaggio pesante” e che avrebbe riguardato indistintamente, maggiorenni e minorenni. “I lavori, di qualsiasi natura fossero, si svolgevano in totale assenza dei ben minini requisiti di sicurezza e/o protezione idonea”.  Dalle 18.30 alle 19.30 una pausa per lavarsi per poi dedicarsi, dalle 19.30 alle 20 a sessioni di preghiera. Dalle 20 alle 21 la cena, poi alle 23 si andava a letto, non prima – secondo la denuncia del giovane – di essere stati sottoposti a urla, insulti e prediche.

    Anche i contatti con la madre sarebbero stati estremamente limitati, nel corso della sua lunga permanenza all’interno delle comunità e c’è anche chi – all’interno della struttura, gli avrebbe raccomandato di “stare attento”. Poi arriva il momento in cui sarebbe stato scelto insieme ad altri ragazzi per andare alla parrocchia di Cenerente per eseguire alcuni lavori di pulizia. Una occasione, per il ragazzo,  per uscire dalla comunità di San Fatucchio e andare a casa di Don Lucio che lui considerava, fino a quel momento, “come un padre”. Ma proprio quel “padre” – secondo la denuncia querela depositata in procura – lo avrebbe invitato a mettersi con lui nel letto, per poi palpeggiarlo nelle parti intime.

    Ma sarà anche un altro episodio denunciato dal giovane a sconvolgergli la vita, qualche mese dopo. Abusato da un altro ragazzo ospite della comunità. Dal racconto del giovane, da lì a poco seguiranno vari spostamenti nelle strutture, da Spoleto a Foligno. Proprio in quest’ultima i responsabili della struttura gli avrebbero somministrato dei farmaci “tipo calmante contro la mia volontà”. E’ un racconto scioccante e doloroso, quello di questo giovane uomo, oggi 25enne.

    http://www.perugiatoday.it/cronaca/denuncia-choc-di-giovane-contro-don-lucio-gatti.html

     

  • Cà degli Oppi: prete condannato per pedofilia ora dice Messa nella Bassa Veronese

    Cà degli Oppi: prete condannato per pedofilia ora dice Messa nella Bassa Veronese

    CA’ DEGLI OPPI (VERONA), 9 FEBBRAIO 2014- I fatti per i quali don Paolo Biasi è stato condannato risalgono al 2005. Quattro ragazze di 14 anni avevano sporto denuncia contro il prete per averle “palpeggiate in diverse occasioni al seno”. Oggi è parroco a Cà degli Oppi, nel veronese.

    Il processo inizia nel 2008. Nel 2010 il prete viene condannato ad un anno e mezzo in primo grado con la condizionale e al risarcimento di 20mila euro a due delle vittime. Il suo avvocato gli consiglia di ricorrere in appello, ma don Paolo rinuncia, pur dichiarandosi innocente. Già all’apertura del processo, il prete era stato rimosso dalla parrocchia di Castel Ritaldi e spedito a Verona, sua città natale. Il vescovo Zenti l’ha prima mandato a fare il cappellano a Castelletto di Brenzone per tre anni e poi l’ha messo alla guida della parrocchia di Cà degli Oppi. L’altra sera va in onda un servizio del programma “Le Iene”, dove il giornalista Pablo Trincia ha posto alcune domande direttamente a don Paolo e anche al vescovo . “È opportuno che un sacerdote condannato per molestie sessuali sia messo a insegnare catechismo a bambini e ragazzini?” ha chiesto Trincia. “Non poteva la diocesi trovargli un’altra collocazione a servizio di malati, anziani, carcerati o dietro ad una scrivania? Non è pericoloso lasciarlo ancora a contatto di minori dopo quello che ha fatto? Oppure il Vaticano non riconosce la giustizia italiana che ha emesso una condanna diventata definitiva con la rinuncia al ricorso?”. Di tutta risposta il prete recita diverse “Ave Maria”. A spiegare la posizione della Chiesa è invece il direttore dell’ufficio stampa della diocesi di Verona, don Bruno Fasani. “Innanzitutto va premesso che don Paolo ha un’indole particolarmente aperta, è un prete “amicone”, abbraccia i suoi parrocchiani e cerca una vicinanza fisica oltre che spirituale con loro: non lo dico io, ma fior fiore di esperti del comportamento che hanno avuto modo di studiare don Paolo arrivando a definire il suo modo di rapportarsi alle persone tipico di un adolescente, con grandi manifestazioni di cordialità. Ora, relativamente ai fatti incresciosi, sarebbe accaduto tutto una notte di Natale: dopo la messa, la sacrestia s’è riempita di gente per lo scambio di auguri e c’erano anche le due ragazzine che proprio in quella situazione sarebbero state molestate. Sono tornate a casa e hanno raccontato tutto ai genitori. Da lì, è partita la denuncia. Il fatto che don Paolo abbia potuto in mezzo a tanti parrocchiani” continua don Bruno Fasani “in sacrestia, toccare le ragazzine, è sembrato inverosimile a tutti e il processo è stato affrontato con la certezza che sarebbe finito in una bolla di sapone. Invece, arriva la condanna. Il vescovo di Spoleto d’accordo con il nostro monsignor Zenti decide allora di far tornare don Paolo a Verona. Viene mandato per tre anni a Castelletto di Brenzone, nel convento delle suore, a fare il cappellano. Il vescovo Zenti», prosegue don Fasani, seguendo le indicazioni di Roma sottopone don Paolo ad alcuni test medici eseguiti da professori del comportamento che confermano che, al di là di atteggiamenti adolescenziali privi però di ogni valenza libidica, è persona che non ha alcun tipo di problema dal punto di vista della pedofilia”. La Santa Sede dichiara: “Può tornare a fare il prete”. “Forte del giudizio di esperti e del nulla osta del Vaticano” conclude don Fasani, “il vescovo Zenti lo trasferisce da Castelletto a dirigere la parrocchia di Ca’ degli Oppi. E a prova che non ha nulla da tenere nascosto a nessuno, scrive ai parrocchiani una lettera che è stata letta in chiesa per annunciare il suo arrivo e spiegare l’intera vicenda”.

    Il vescovo Zenti assicura: “Sono state svolte approfondite indagini compiute in sede diocesana e presso la Santa Sede in seguito alle quali don Paolo è risultato del tutto innocente. Se si fosse rivelato che era realmente colpevole di molestie sessuali non ve lo avrei certo mandato come parroco. “Come vescovo me ne assumo la responsabilità”. Conclude don Fasani: “La faccenda è delicata ma dobbiamo stare attenti che la foga di vedere preti pedofili dappertutto porti a criminalizzare anche chi è innocente”, dicendo inoltre che questi sono “anni nei quali, soprattutto per tramite dei media, con disinvoltura si mescolavano accuse vere con accuse montate o inconsistenti” e dicendo che Don Paolo “ha vissuto la vicenda con angoscia e ha chiesto di non procedere all’appello perché non se la sentiva di sottoporsi ancora per lungo tempo a quel calvario mediatico che era stato usato contro di lui”.

    Federica Sterza

    Foto www.media.larena.it

    http://www.infooggi.it/articolo/ca-degli-oppi-prete-condannato-per-pedofilia-ora-dice-messa-nella-bassa-veronese/60113/