Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Suore abusate e zittite: ora c’è un sindacato e il Vaticano lo boicotta”

    “Suore abusate e zittite: ora c’è un sindacato e il Vaticano lo boicotta”

    “Sono le donne a te nere in piedi la Chiesa. Le donne a testimoniare la carità, principalmente le donne a organizzare la rete di assistenza, a dare corpo e vita al cattolicesimo nel mondo. Nella Chiesa non esistono più suorine ignoranti, schiave ubbidienti e purtroppo silenti. Testimoni assolute del dolore e dell’orrore di cui erano vittime”.

    Lucetta Scaraffia, il suo impegno femminista dentro l’universo cattolico è riconosciuto e apprezzato. Mica tanto! Chiunque valo rizzi, studi, sostenga la condizione femminile viene emarginato, vigilato, tolto dal circuito del confronto e della discussione, non dico della decisione.

    Il potere dei maschi è ancora assoluto. Lei dice: la Chiesa è donna anzitutto. Sono i numeri che raccontano chi interpreta e rappresenta la Chiesa. È questa grande forza culturale femminile. Le suore oggi sono competenti, spesso laureate, assolutamente dentro il circuito culturale e sociale. Il potere è ancora tutto dei maschi?

    Il rapporto è uno a cento. Sappia che quando ho partecipa to al sinodo sulla famiglia subivo sempre la perquisizione all’ingresso. Mi conoscevano tutti eppure mi scambiavano sempre per qualcun’altra, ritenevano sempre di procedere con formalità che non erano necessarie per i maschi.

    Donna delle pulizie? Così chiedeva il picchetto della vigilanza vaticana per sincerarsi dell’identità. Però ci sono novità rilevantissime anche se misconosciute.

    La Chiesa al femminile. Le donne hanno saputo valorizzare un’organizzazione esistente –la Uisg – che raggruppa tutte le superiore generali del mondo, e che si oc cupa di difendere la condizione femminile nel mondo, di vigilare sul traffico degli esseri umani, di dare sostegno attivo alla lotta per la dignità delle persone. Gli organi di rettivi di questa associazione vengono eletti dalle iscritte, che valorizzano donne capaci e intraprendenti, non donne obbedienti. Le iscritte, cioè le suore? Esatto. La Superiora Generale è eletta, così come il comitato direttivo, l’ufficio stampa. Sembra il sindacato delle donne.

    È anche un sindacato, sì. Il problema è che i meriti di questa associazione sono stati riconosciuti dalle Nazioni Unite con onorificenze, ma non dal Vaticano. Non se ne parla in nessuno dei media d’oltretevere, non è considerata un interlocutore dalle gerarchie ecclesiastiche e dal Papa. Una condizione taciuta, chiusa alla vista. La Chiesa ancora è immersa negli scandali a sfondo sessuale. Io direi che più grave ancora della pedofilia è la sequela dei reati contro le donne.

    Nel conventi il numero degli aborti obbligati dopo le violenze e gli abusi è alto, così come le violenze sessuali e la gerarchia liquida la faccenda come una trasgressione, una viola zione del sesto comandamento da parte del maschio e della femmina. La fuitina dei peccatori, diciamo così. Ecco, in questo modo si copre l’orrore di veri e propri soprusi, la viltà della schiavizzazione. La verità è che la cultura ecclesiastica è essenzialmente paternalistica e le parole delle religiose che denunciano non contano niente.

    Ma Bergoglio è il Papa dell’apertura, il Pontefice che muta i rapporti di for za dentro il mondo immutabile di una gerarchia conservatrice, volta a sigillare la fede. La sua è la strategia del doppio colpo: uno al cerchio e l’altro alla botte.

    Sui gay dice: chi sono io per giudicare e poi se ne esce con quella parola (la frociaggine, ndr ) che oltraggia i gay e mina l’istituzione, prende a martellate l’edificio culturale e semantico con cui la Chiesa parla al mondo.

    Quando sento il Prefetto per la dottrina della fede Fernandez commentare un documento pontificio dicendo “fa re una cazzata”, capisco che il lessico è usato a mo’ di piccone. Cosa si aspetta da un piccone? Macerie.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2024/06/03/lucetta-scaraffia-suore-abusate-e-zittite-ora-ce-un-sindacato-e-il-vaticano-lo-boicotta/7572066/

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 35 del 4 maggio

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 35 del 4 maggio

    Francesco Zanardi – Urbino, la procura apre un fascicolo su don Roberto Pellizzari

    È stata ascoltata dalla Procura di Urbino la presunta vittima nell’inchiesta che ha coinvolto, con l’accusa di abuso su minore, il sacerdote 63enne Roberto Pellizzari, attualmente residente in Svizzera, la cui villa di Sant’Angelo in Vado era stata perquisita e posta sotto sequestro due settimane fa dalla polizia scientifica di Ancona.

    Gli inquirenti avevano messo i sigilli alla grande abitazione e, per molte ore, avevano passato al setaccio ogni stanza della grande casa messa in vendita dal parroco già dagli inizi del 2022. L’apertura del fascicolo d’indagine, da parte della Procura di Urbino che attualmente sta procedendo d’ufficio, risale al 2023: mesi dopo la Procura ha disposto questa perquisizione su larga scala, con l’utilizzo di otto agenti da Ancona e l’impiego di strumentazioni specifiche volte a cercare non solo impronte digitali ma anche eventuali liquidi biologici.

    Secondo fonti giornalistiche svizzere Roberto Pellizzari, per il quale non sono noti provvedimenti restrittivi né procedimenti penali a carico in Svizzera, si trova tuttora a Le Locle, sospeso dall’esercizio delle funzioni sacerdotali ma non trasferito.


    Federica Tourn – Il legame fra arte e abusi nell’opera di don Marko Rupnik

    L’11 maggio sarà inaugurata la facciata sud del Santuario di Nostra Signora di Aparecida, la seconda basilica più grande del mondo dopo San Pietro in Vaticano. Come nel caso del rivestimento della facciata nord, inaugurata nel marzo 2022, anche i mosaici che ricoprono il lato sud del Santuario portano la firma di Marko Rupnik, l’ex gesuita accusato di abusi su almeno una ventina di donne ed espulso lo scorso luglio dalla Compagnia di Gesù.

    L’inaugurazione prevista ad Aparecida per l’11 maggio appare una provocazione per le vittime.

    Lo stretto legame fra l’opera artistica di Marko Rupnik e gli abusi da lui commessi è confermato proprio da una delle sue vittime, Gloria Branciani, ex religiosa della Comunità Loyola. Branciani ha raccontato (prima al giornale Domani e poi durante una conferenza stampa, lo scorso 21 febbraio a Roma) di aver subito violenze per nove anni da padre Rupnik, quando il gesuita era il padre spirituale della Comunità Loyola, che aveva contribuito a fondare insieme a Ivanka Hosta all’inizio degli anni ’90 in Slovenia.

    «In Rupnik, la dimensione sessuale non si può separare dall’esperienza creativa. Nel ritrarmi, mi spiegava che rappresentavo l’eterno femminino: la sua ispirazione artistica deriva proprio dal suo approccio alla sessualità», spiega Gloria Branciani, che è stata modella di Rupnik quando era ancora studentessa di medicina e frequentava il suo atelier in piazza del Gesù un rom. «Sosteneva che la sessualità si trasforma e viene purificata nell’opera d’arte», aggiunge Branciani.

    «Le mie attese spirituali per una riflessione sul rapporto fra arte e liturgia sono state la porta che ha permesso a Rupnik di manipolarmi», conferma suor Samuelle, eremita diocesana in una diocesi francese. Suor Samuelle ha vissuto dal 2010 al 2014 al Centro Aletti, dove era andata a fare pratica come mosaicista nell’atelier guidato dall’ex gesuita.

    Per suor Samuelle, il cantiere è stato il luogo dell’approccio sessuale: «nella realizzazione dei mosaici in Italia e all’estero sono coinvolte persone manipolate e molestate da lui – dice la religiosa – oggi che ne abbiamo la consapevolezza, come possiamo pregare davanti a opere fatte da vittime?». Non solo: «Rupnik ha imparato a fare i suoi disegni quarant’anni fa, grazie alle aggressioni sessuali su Gloria – sottolinea suor Samuelle – I mosaici di oggi hanno la radice nel periodo in cui usava le donne come modelle e mezzora dopo abusava di loro ».

    Intanto, dopo che il papa ha tolto la prescrizione, si è riaperto il processo a Rupnik per i fatti risalenti all’epoca della Comunità Loyola. Lo scorso 3 aprile l’avvocata rotale Laura Sgrò ha depositato al Dicastero per la Dottrina della fede le denunce di cinque donne, fra cui Gloria Branciani e suor Samuelle .

    Fonte: OSV Notizie


    Alessio Di Florio – Aggressione e minacce, ha chiuso in anticipo la mostra sessualizzata

    “Gratia Plena” è una mostra allestita nell’ex chiesa di Sant’Ignazio di Carpi (Modena), sede del Museo Diocesano, dall’artista Andrea Saltini. Ne abbiamo parlato già nell’edizione numero 31 di questo notiziario. Saltini e chi ospita la sua mostra sono finiti nel mirino di chi lo accusa di blasfemia. Secondo taluni la mostra sarebbe blasfema e in ogni rappresentazione ci sarebbero riferimenti sessuali. Saltini ha smentito e dimostrato che così non è e le immagini sono più che chiare. Nonostante questo nelle scorse settimane, come abbiamo raccontato il mese scorso, c’è stato un crescendo contro di lui che è arrivato a minacce fisiche e un’aggressione.

    Nel ventre del mondo cattolico accade anche questo: si minimizzano o si occultano gli abusi, si nasconde il criminale dominio sessuale esistente e si vede – scatenando un’indignazione e una mobilitazione che mai abbiamo visto nei confronti di abusatori e stupratori seriali, pedofili e non solo – una blasfemia sessuale lì dove non c’è. Un dato su cui ci sarebbe molto da riflettere.

    Di fronte a tutto questo Saltini ha annunciato di recente la chiusura anticipata della mostra. «La decisione è dettata dal mio precario stato di salute, conseguente all’aggressione e alle continue manifestazioni di dissenso culminate nei noti episodi di violenza fisica e verbale . Per altro, non mi è più possibile sostenere i costi relativi alla sicurezza, prima non preventivati, indispensabili al fine di garantire l’accesso sereno dei visitatori alla mostra e l’incolumità di tutti i collaboratori ed i volontari. Un sentito e doveroso ringraziamento ai curatori della mostra, al mio team ea tutti coloro che mi hanno sostenuto» ha dichiarato Saltini, ripreso dal quotidiano Avvenire.


    Federico Tulli – Il santo che copriva i pedofili e il fido scudiero che copriva il santo

    Mezzo secolo di accuse. Così titolava nel 2002 una scheda pubblicata su “L’Espresso” da Sandro Magister dedicata a Marcial Maciel Degollado fondatore dei Legionari di Cristo, una congrega di livello mondiale potente all’epoca quanto l’Opus Dei: “Le prime accuse di violenza su minori sono del 1948. Sono trasmessi a Roma dai gesuiti di Comillas, in Spagna, dove Maciel aveva mandato i suoi discepoli a studiare. Ma il Vaticano le lascia cadere. Secondo round nel 1956. Questa volta il Vaticano indaga su nuove accuse ancor più pesanti. Maciel è sospeso per due anni dalle sue funzioni ed esiliato da Roma. Ma nel febbraio del 1959 è reintegrato a capo dei legionari. Terzo. Nel 1978 è l’ex presidente dei legionari negli Stati Uniti, Juan Vaca, con un esposto a Giovanni Paolo II, ad accusare Maciel di comportamenti peccaminosi con lui quand’era ragazzo in Messico. Nel 1989 Vaca ripresenta a Roma le sue accuse. Senza risposta. L’ultima tornata inizia nel febbraio del 1997 con la denuncia pubblica, da parte di otto importanti ex Legionari, di abusi sessuali commessi da Maciel a loro danno negli anni Cinquanta e Sessanta in Messico. Nel 1998, il 17 ottobre, due degli otto accusanti, Arturo Jurado Guzman e José Barba Martin, accompagnati dall’avvocato incontrano in Vaticano il sottosegretario della Congregazione per la dottrina della fede, Gianfranco Girotti, e chiedono la formale apertura di un processo canonico contro Maciel. Il 31 luglio del 2000 Martin, incontra di nuovo in Vaticano monsignor Girotti. Ma senza alcun risultato”.

    La situazione per Maciel precipita pochi anni dopo. Nel 2004 il promotore di giustizia, monsignor Charles Scicluna, incaricato dalla Santa Sede di indagare, raccoglie le testimonianze di trenta ex seminaristi Legionari che accusavano Maciel di abusi sessuali e psicologici. Nel 2005 Joseph Ratzinger diventa Benedetto XVI. Il 19 maggio 2006 l’ultraottantenne fondatore dei Legionari viene sospeso a divinis per le violenze pedofile e per aver assolto dei pedofili in confessione, ed è «invitato» dalla Congregazione, con l’avallo di Benedetto XVI, a ritirarsi a una vita di preghiera e di penitenza ea rinunciare a ogni ministero pubblico. Ma Benedetto XVI è, come detto, Joseph Ratzinger, cioè la stessa persona che quando era a capo della Congregazione per la dottrina della fede tra il 1981 e il 2005 sapeva delle accuse contro Maciel Degollado e non ha fatto letteralmente nulla contro di lui. Ecco cosa scrive al termine di un’inchiesta condotta per sei anni i giornalisti statunitensi Jason Berry e Gerald Renner, raccolta nel libro “I Legionari di Cristo. Abusi di potere nel papato di Giovanni Paolo II” (Fazi ed.): “Sotto il papato di Wojtyla, varie inchieste, avviate dopo le numerose accuse di abusi sessuali a carico di Maciel, vennero insabbiate dal Vaticano. Nel 2004, Giovanni Paolo II arrivò a elogiare Maciel durante una solenne cerimonia. E Ratzinger, allora a capo della Congregazione per la Dottrina della Fede, eluse ogni richiesta di mettere il prete Casabella sotto processo, mentre il segretario di Stato Sodano si impegnò strenuamente per difenderlo. L’inchiesta vaticana è brevemente avanzata dopo la morte di Wojtyla per il quale iniziò subito il processo di beatificazione; ma l’annuncio del Segretariato di Stato (20 maggio 2005) che Maciel non avrebbe dovuto affrontare un processo canonico solleva gravi interrogativi sul nuovo papato. Ancora in settembre, otto mesi prima della punizione inflitta da Benedetto XVI, Sodano invita Maciel a Lucca come ospite ufficiale di una prestigiosa conferenza”.

    La tesi di Berry e Renner è convincente, osservò il “Boston Globe”: “Maciel ha compiuto abusi sessuali in serie e avrebbe dovuto essere allontanato dalla Chiesa da lungo tempo, ma è rimasto indenne grazie al potere che ha acquisito in Vaticano sotto Giovanni Paolo II”. Morto Wojtyla la Santa Sede, come da prassi consolidata, si affrettò a sminuire le responsabilità del nuovo papa Ratzinger affidando la ricostruzione ufficiale a un comunicato in cui viene valorizzato il suo ruolo di quando era il capo della magistratura vaticana. Nella nota della sala stampa vaticana del 19 maggio 2005 tra le altre cose si legge: “… l’allora prefetto della Congregazione, il cardinale Joseph Ratzinger, ha autorizzato una investigazione delle accuse. Dopo aver sottomesso le risultanze dell’investigazione ad attento studio la Congregazione, sotto la guida del nuovo prefetto, il cardinale William Levada, ha deciso – tenendo conto sia dell’età avanzata del reverendo Maciel che della sua salute cagionevole – di rinunciare ad un processo canonico e di invitare ilpadre a una vita riservata di preghiera e di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico. L’attuale Pontefice – cioè Joseph Ratzinger [sic!] – ha quindi approvato queste decisioni. E la Santa Sede – conclude la nota – indipendentemente dalla persona del fondatore, riconosce con gratitudine il benemerito apostolato dei Legionari di Cristo e dell’associazione Regnum Christi”. Cinque anni dopo, nel 2010, quando non sarà più possibile sviare l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dallo scandalo planetario di cui per decenni scanditi da violenze e abusi su donne, ragazzi e minori, si erano resi responsabili decine di membri della congregazione, Benedetto XVI si decise a commissariare i Legionari di Cristo. Come sempre agisce la Chiesa in questi casi, per le vittime, era ormai troppo tardi.

  • Vittime: l’arte di Rupnik non può essere separata dalle accuse di abuso

    Vittime: l’arte di Rupnik non può essere separata dalle accuse di abuso

    TORINO, Italia (OSV News) — Per il rettore della seconda chiesa più grande del mondo dopo la Basilica di San Pietro, il Santuario di Nostra Signora di Aparecida in Brasile, l’11 maggio sarà un giorno in cui si celebrerà l’inaugurazione dei mosaici della facciata sud, tutti creato da Padre Marko Rupnik .

    Ma le presunte vittime dell’ex gesuita caduto in disgrazia e molti fedeli non sono in vena di festeggiamenti. Nel mezzo di un acceso dibattito su cosa si dovrebbe fare con i mosaici di padre Rupnik in tutto il mondo, OSV News ha chiesto se quest’arte possa essere separata dai presunti atti di abuso da parte del prete-artista sloveno e cosa si dovrebbe fare con i suoi mosaici che decorano le chiese iconiche di tutto il mondo. il globo.

    Accuse contro padre Rupnik

    Nel dicembre 2022, il quartier generale dei gesuiti di Roma, in seguito alle notizie dei media riguardanti presunti abusi da parte di padre Rupnik, ha ammesso che le indagini preliminari avevano ritenuto credibili le accuse già nel 2019, e nel 2020 è stato scomunicato per “assoluzione di un complice”, riferendosi a quando un sacerdote fa sesso con qualcuno e poi assolve la persona in confessione. La scomunica è stata revocata dopo solo poche settimane, sulla base del fatto che padre Rupnik si era pentito, cosa che non si è mai verificata, hanno riferito fonti a OSV News.

    Nel dicembre 2022, sotto la pressione dei media, i gesuiti hanno ammesso che, all’epoca, erano già in vigore delle restrizioni (incluso il divieto di celebrare la messa in pubblico o di condurre esercizi spirituali). Il fatto non era mai stato reso pubblico prima. I gesuiti hanno annunciato ulteriori restrizioni dopo le denunce di abusi sessuali del dicembre 2022.

    Nel 2023, i gesuiti hanno vietato a padre Rupnik, nato in Slovenia, di continuare il suo lavoro artistico, prima di annunciare la sua dimissione dall’ordine nel giugno 2023, con effetto a luglio. Ma ad Aparecida i lavori sui colonnati della facciata sud sono proseguiti, nonostante un dossier di 150 pagine di accuse credibili contro padre Rupnik, che si ritiene coinvolgano tra le 20 e le 40 donne.

    Le presunte vittime di padre Rupnik hanno riferito a OSV News che l’inaugurazione della nuova facciata di Aparecida prevista per l’11 maggio sembra essere per loro una provocazione, soprattutto quando altrove negli ambienti ecclesiastici è in corso la discussione sullo smantellamento delle opere dell’artista caduto in disgrazia.

    Impatto sul patrimonio artistico

    In uno dei santuari mariani più famosi al mondo a Lourdes, una commissione istituita nel 2023 dal vescovo Jean-Marc Micas di Tarbes e Lourdes dovrà decidere se i mosaici di padre Rupnik sulla facciata della Basilica di Nostra Signora del Rosario, installati nel 2008, debbano essere rimosso.

    Secondo fonti intervistate da OSV News, la commissione avrebbe già preso la decisione, ma mons. Micas si è riservato di comunicarla entro la fine di giugno.

    Il Consiglio 11302 del Cardinale Patrick O’Boyle dei Cavalieri di Colombo, con sede a Washington, avrebbe adottato una risoluzione il 9 aprile che sollecitava la leadership esecutiva dell’organizzazione fraterna a rimuovere e sostituire i mosaici creati da Padre Rupnik per il Santuario Nazionale di San Giovanni Paolo II, che il Knights si è stabilito nella capitale della nazione nel 2011. La risoluzione è stata resa pubblica il 16 aprile da The Pillar, che ha dichiarato di aver ottenuto una copia del documento.

    Le vittime parlano

    Lo stretto legame tra l’opera artistica di padre Rupnik e gli abusi da lui presumibilmente commessi è confermato da una delle sue vittime, Gloria Branciani, ex religiosa della Comunità di Loyola in Slovenia.

    È stata Branciani che, in una prima intervista in assoluto di una presunta vittima di padre Rupnik, pubblicata dal quotidiano italiano Domani il 18 dicembre 2022, ha parlato di una “discesa agli inferi” vissuta per nove anni. Ha ricordato come “padre Marko all’inizio si è infiltrato lentamente e delicatamente nel mio mondo psicologico e spirituale facendo appello alle mie incertezze e fragilità mentre usava la mia relazione con Dio per spingermi ad avere esperienze sessuali con lui”.

    Alla conferenza stampa di febbraio a Roma, ha confermato ai giornalisti di aver subito abusi da parte di padre Rupnik per nove anni, quando il gesuita era direttore spirituale della Comunità di Loyola, quella che aveva contribuito a fondare con Ivanka Hosta all’inizio degli anni ’90 in Slovenia. Le vittime hanno testimoniato che gli abusi includevano la sua passione per il sesso a tre “a immagine della Trinità”.

    “In Rupnik, la dimensione sessuale non può essere separata dall’esperienza creativa”, ha detto Branciani a OSV News, quando gli è stato chiesto dei suoi progetti artistici. «Nel ritrarmi mi ha spiegato che rappresentavo l’eterno femminile: la sua ispirazione artistica nasce proprio dal suo approccio alla sessualità», ha spiegato.

    Branciani fu la modella di padre Rupnik quando era ancora studentessa di medicina e assidua ospite del suo atelier in Piazza del Gesù a Roma.

    “Sosteneva che la sessualità viene trasformata e purificata nell’opera d’arte”, ha detto Branciani a OSV News.

    Storie di manipolazione

    “Le mie aspettative spirituali per una riflessione sul rapporto tra arte e liturgia sono state la porta che ha permesso a Rupnik di manipolarmi”, ha detto a OSV News un’altra presunta vittima, suor Samuelle.

    Suor Samuelle è un’eremita diocesana in una diocesi francese. Dal 2008 al 2014, suor Samuelle ha lavorato presso il Centro Aletti , un luogo dedicato alla vita religiosa e alla creatività artistica, fondato da padre Rupnik quando si trasferì dalla Slovenia a Roma.

    È proprio al Centro Aletti che suor Samuelle ha esercitato il suo mestiere di mosaicista nell’atelier guidato dall’ex gesuita.

    “Da un lato mi disse che avevo un grande talento artistico, dall’altro mi fece capire che se non avessi fatto quello che voleva lui avrebbe potuto mandarmi via da un momento all’altro”, ha ricordato.

    Una “tortura psicologica”, secondo le sue stesse parole, “ha cancellato ogni fiducia” in lei. “Ero così malata che non sapevo più cosa volevo dalla vita, se abbandonare l’abito religioso o smettere di fare arte”, ha detto a OSV News.

    Suor Samuelle ha spiegato che padre Rupnik ha approfittato della sua confusione per oltrepassare i limiti.

    “Mi invitava nel suo appartamento a tarda notte per dei colloqui e alla fine mi abbracciava forte”, ha ricordato. “Se mi tiravo indietro, mi sgridava, dicendomi che non c’era niente di sbagliato perché lui era un prete e io ero una suora e tutto tra noi era puro”.

    Cantieri utilizzati per molestie e abusi

    La pressione è continuata anche durante i lavori nei cantieri, in corrispondenza della ragnatela di impalcature montate per completare l’allestimento dei mosaici.

    “Mi mandava baci mentre eravamo in mezzo alla gente, cercava di restare da solo con me, di accarezzarmi la schiena e di giocare con il mio reggiseno, anche quando eravamo sull’impalcatura”, ha detto suor Samuelle a OSV News.

    “Aveva trovato un modo per controllarmi e vivevo in costante tensione”, ha detto.

    Per Suor Samuelle il cantiere era il luogo in cui padre Rupnik si avvicinava sessualmente alle persone. “In Italia e all’estero, le donne coinvolte nella realizzazione dei mosaici potrebbero subire molestie”, ha detto suor Samuelle.

    “Oggi che ne abbiamo la consapevolezza, come possiamo pregare davanti alle opere realizzate dalle sue vittime?” lei chiese.

    “I mosaici di oggi affondano le loro radici nel tempo in cui usava le donne come modelli e mezz’ora dopo abusava di loro”, ha detto a OSV News.

    Suor Samuelle ha anche sottolineato che padre Rupnik “ha imparato a realizzare i suoi disegni 40 anni fa, grazie alle violenze sessuali su Gloria”, ha detto.

    Come risponderà la Chiesa?

    Per Branciani, però, la questione della rimozione delle opere di Rupnik non è di facile soluzione. “L’atto di distruggere la sua opera aggiunge violenza alla violenza”, ha spiegato.

    “Se ammettesse la sua responsabilità e la Chiesa riconoscesse il danno arrecato alle vittime, forse i credenti guarderebbero le sue opere in modo diverso”, ha detto.

    “Non è solo un problema personale ma anche ecclesiale”, ha sottolineato Branciani, aggiungendo però che “nessuno ha chiesto scusa alle vittime per quanto accaduto”.

    “Sto ancora aspettando una risposta dalla Chiesa”, ha detto.

    Intanto, il 3 aprile, l’avvocato delle presunte vittime, Laura Sgrò, ha presentato denuncia al Dicastero per la Dottrina della Fede da parte di cinque donne, tra cui Gloria Branciani, Mirjam Kovac e suor Samuelle, riguardo all’entrata in giudizio e alle richieste risarcitorie.

    Victims: Rupnik’s art cannot be separated from abuse claims

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 33 del 20 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 33 del 20 aprile

    Francesco Zanardi – Condannati a sei anni i «giustizieri» dei pedofili

    Un piano folle nato guardando una serie di docu-film NBC tutt’oggi visibile su Youtube in cui un team di giornalisti da la caccia a presunti pedofili e li esponeva al giudizio del pubblico. Così tra il giugno 2022 e il febbraio 2023 tre ragazzi (un ventenne, un diciannovenne e un minorenne) avrebbero sequestrato e rapinato otto uomini, tutti con tendenze omosessuali e interessati a incontri senza veli con giovanissimi.

    A fare da esca in una chat riservata ai gay era il più grande dei tre, affetto da sindrome di Crouzon che lo faceva apparire molto più giovane. E infatti, spacciandosi per tredicenne, faceva scattare la trappola. Mercoledì 17 aprile, i due maggiorenni sono stati condannati, con rito abbreviato, a sei anni e tre mesi e sei anni e 10 giorni di reclusione. Il terzo è stato invece giudicato dalla magistratura minorile.

    Quando furono interrogati, i tre chiesero agli investigatori che fine avrebbero fatto le loro vittime, colpevoli secondo loro di comportamenti che sarebbero dovuti essere da biasimare. «Lo abbiamo fatto per fare del bene alla società e per mettere fine a questa piaga», avrebbero dichiarato. Sullo sfondo delle loro «imprese» ci sarebbero però delle situazioni personali quantomeno problematiche.


    Alessio Di Florio – Famiglie delle bambine palpeggiate da un insegnante di una scuola paritaria di Roma vogliono fare causa al Vaticano “per responsabilità morale”

    Il maestro pedofilo ha pagato e sta pagando. L’arresto. Una condanna definitiva a cinque anni: uno l’ha fatto in carcere, poi i domiciliari. 75 mila euro di risarcimento, in parte in piccole rate, divisi tra le tre famiglie che l’avevano denunciato per le bambine palpeggiate in classe. Bambine di sei e sette anni. Prima e seconda elementare. E ora il problema non è più quel maestro di musica, ma la scuola. La scuola cattolica che si gira dall’altra parte.

    “Non hanno mai risposto alle lettere dei genitori”, dichiara l’avvocato Guglielmo Mursia, che adesso assiste le famiglie con la collega Sandra Londei e vuole fare causa al Vaticano. “Per responsabilità morale – dice – che secondo il diritto canonico è imprescrittibile”. La direttrice, suor Loredana Brettone, non ci crede davvero neanche dopo dodici anni e le sentenze: “Sì, ho sentito che è stato condannato, ma io ho sempre pensato che non era possibile, ero scettica. Era una persona gentile, rispettosa. Ci sembrava una diceria, per questo ci siamo ritirate e non abbiamo più avuto contatti con nessuno”, ha detto ieri al Fatto Quotidiano la religiosa, tuttora responsabile dell’Istituto Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, una scuola paritaria dell’infanzia e primaria nel quartiere Portuense di Roma, meno di cento bambini. Apprezzata anche perché bilingue.

    “Con i pasti pagavamo 200-250 euro al mese”, racconta ancora il padre di una vittima dei palpeggiamenti. I fatti risalgono al 2013, la condanna è definitiva dal 2023. In sede civile, racconta l’avvocato Mursia, si accordano con i legali del maestro per 25 mila euro a famiglia, 10 mila subito e il resto a rate di 500 euro al mese. Ma la scuola non risponde e i legali delle famiglie si rivolgono al Vicariato, senza risultati, chiedendo un’assunzione di responsabilità. E ora alla Diocesi di Roma e alla Santa Sede: “L’Istituto scolastico – scrivono – ha omesso di prestare alle minori e alle famiglie il benché minimo appoggio morale e/o materiale”.
    Fonte: Il Fatto Quotidiano


    Federica Tourn – Pedofilia: tutti i risarcimenti della chiesa spagnola

    Più di 100 condanne e risarcimenti finanziari fino a 70.000 euro: è quanto emerge dall’elenco segreto della gestione dei casi di pedofilia che hanno coinvolto la Chiesa cattolica spagnola, analizzato da El País. Secondo il quotidiano spagnolo in alcuni casi i vescovi anticipano la somma e la detraggono dallo stipendio del sacerdote.

    Alcuni importi sono più elevati di altri: un accordo privato risalente al 2022, preso nella diocesi di Asidonia-Jerez, nel sud della Spagna, tra la vittima e l’ordine Marianista, ha portato a un risarcimento di 70.000 euro per gli abusi avvenuti tra il 1964 e il 1976. È uno dei più alti finora noti per una singola persona. Secondo El País, però, che ha un database più ampio, la cifra maggiore è quella dell’ordine dei Gesuiti, che nel 2002 hanno pagato 72.000 euro a una vittima di Salamanca.

    Il quotidiano spagnolo, che nel 2018 ha avviato la prima inchiesta sul tema degli abusi sessuali della Chiesa cattolica in Spagna, svelando in soli tre anni oltre 1.700 vittime, ha rivelato quante sentenze giudiziarie per casi di pedofilia abbiano coinvolto la Conferenza episcopale e la Chiesa cattolica spagnola e quali risarcimenti siano stati pagati alle vittime, sia privatamente che in tribunale. La lista segreta che mostra la gestione degli 806 casi di pedofilia che la Conferenza Episcopale ha ammesso nel suo rapporto di dicembre 2023 Para dar luz (Per fare luce, in cui compaiono sono le cifre generali) cita più di 100 condanne, ma riduce il numero dei casi e ne tralascia più di 300 già riconosciuti, spiega El País.

    Il risarcimento più alto che coinvolge più persone è quello imposto a un insegnante della scuola agostiniana di Valdeluz, a Madrid, condannato nel 2019 dalla Corte Suprema a 49 anni di carcere per aver abusato di 12 studenti. La cifra ammonta a 142.000 euro;
    Per quanto riguarda i risarcimenti alle singole vittime, il più alto è quello stabilito dall’Alta Corte di Castilla-La Mancha nel 2022 contro il sacerdote J.L.G., che ammonta a 100.000 euro, ma il ricorso alla Corte Suprema è ancora pendente.

    El País sottolinea che generalmente nessun processo canonico, quando c’è, prevede il pagamento di un risarcimento. Solo alcune diocesi lo hanno fatto, di propria iniziativa, attraverso accordi presi direttamente con la vittima. In tutti gli altri casi l’accusato viene semplicemente allontanato o espulso, ma la vittima non viene risarcita.

    In alcuni casi in cui non è previsto un risarcimento, alle vittime viene offerto un trattamento psichiatrico e psicologico e la diocesi si fa carico dei costi della terapia, che ammonta fino a 800 euro al mese per un anno. Secondo il resoconto della Chiesa, in questi casi le vittime hanno preferito non sporgere denuncia. La lista segreta, spiega El País, rivela anche la pratica di alcune diocesi di pagare il risarcimento imposto a un sacerdote dai tribunali sotto forma di prestito, per poi detrarlo dal suo stipendio. In altri casi ancora è lo stesso sacerdote aggressore a risarcire la vittima

    Fonte: La Svolta, El Pais


    Federico Tulli – La lotta impari delle vittime

    Quando i giornali italiani rilanciano in maniera enfatica e acritica le dichiarazioni roboanti di gerarchi della Chiesa contro la pedofilia, quando sentiamo un monsignore dichiarare convinto di voler fare pulizia fino in fondo, quando vengono elogiati i risultati di loro (presunte) commissioni d’inchiesta e si annunciano impegni ecclesiastici di vario genere nei confronti delle vittime, è bene sapere – perché molto spesso i giornalisti italiani dimenticano di informare i loro lettori – che la cosiddetta “giustizia” ecclesiastica si fonda sulla convinzione che il più violento dei crimini nei confronti di un bambino o una bambina sia prima di tutto un delitto contro la morale.
    E come tale viene trattato: il punto per la Chiesa, quella italiana in particolare, come ho dimostrato sin dal 2010 documenti e testimonianze alla mano nei miei libri e in quello che ho scritto con Emanuela Provera, non è tanto evitare che un pedofilo ghermisca la sua preda ma che un prete e la sua vittima facciano del «male» a Dio. È questo che è intollerabile, sta qui la «tolleranza zero» di papa Francesco, tanto esaltata anche dalla stampa laica e progressista nostrana.

    Si tratta di una visione umanamente inaccettabile, di cui l’Italia – uno Stato laico per Costituzione – non tiene conto nel tenere in vita il Concordato e l’articolo 4 in particolare che consente ai vescovi di non collaborare con la magistratura civile e costringe i magistrati a informare il vescovo quando viene aperto un fascicolo nei confronti di un suo sacerdote.

    Cosa comporta questa situazione? Comporta che il prete pedofilo – che come tutti i pedofili è una persona gravemente malata di mente ma non di quelle che danno in escandescenza – sia lucidamente consapevole di poter agire pressoché indisturbato, potendo contare sulla “copertura” delle proprie istituzioni, e su un credito socialmente e politicamente riconosciuto molto più alto di qualsiasi altro membro della società civile.

    Questo significa che la vittima durante la sua vita non dovrà combattere solo contro le conseguenze della violenza in sé, ma anche contro tutto ciò che un sacerdote rappresenta ancora oggi – spesso inspiegabilmente- nell’immaginario comune. E dovrà combattere contro l’istituzione religiosa, di cui il pedofilo fa parte, capace di condizionare in maniera profonda sia l’opinione pubblica che la politica con suoi onnipresenti organi di propaganda e informazione, al fine di preservare in primis l’immagine pubblica del papa. E poco importa a costoro se questo atteggiamento abbia come diretta conseguenza la lesione di un diritto umano fondamentale: la salute psicofisica della persona.

  • C’E’ UN PORCO IN CATTEDRA

    C’E’ UN PORCO IN CATTEDRA

    Il maestro pedofilo ha pagato e sta pagando. L’arresto. Una condanna definitiva a cinque anni: uno l’ha fatto in carcere, poi i domiciliari. 75 mila euro di risarcimento, in parte in piccole rate, divisi tra le tre famiglie che l’avevano denunciato per le bambine palpeggiate in classe. Bambine di sei e sette anni. Prima e seconda elementare. E ora il problema non è più quel maestro di musica, ma la scuola.

    La scuola cattolica che si gira dall’altra parte. “Non hanno mai risposto alle lettere dei genitori”, dichiara l’avvocato Guglielmo Mursia, che adesso assiste le famiglie con la collega Sandra Londei e vuole fare causa al Vaticano. “Per responsabilità morale – dice – che secondo il diritto canonico è imprescrittibile”. La direttrice, suor Loredana Brettone, non ci crede davvero neanche dopo dodici anni e le sentenze:

    “Sì, ho sentito che è stato condannato, ma io ho sempre pensato che non era possibile, ero scettica. Era una persona gentile, rispettosa. Ci sembrava una diceria, per questo ci siamo ritirate e non abbiamo più avuto contatti con nessuno”, ha detto ieri al Fatto Quotidiano la religiosa, tuttora responsabile dell’Istituto Figlie di Nostra Signora del Sacro Cuore, una scuola paritaria dell’infanzia e primaria nel quartiere Portuense di Roma, meno di cento bambini. Apprezzata anche perché bilingue.

    “Con i pasti pagavamo 200-250 euro al mese”, racconta ancora il padre di una vittima dei palpeggiamenti. I fatti risalgono al 2013, la condanna è definitiva dal 2023. In sede civile, racconta l’avvocato Mursia, si accordano con i legali del maestro per 25 mila euro a famiglia, 10 mila subito e il resto a rate di 500 euro al mese. Ma la scuola non risponde e i legali delle famiglie si rivolgono al Vicariato, senza risultati, chiedendo un’assunzione di responsabilità.

    E ora alla Diocesi di Roma e alla Santa Sede: “L’Istituto scolastico – scrivono – ha omesso di prestare alle minori e alle famiglie il benché minimo appoggio morale e/o materiale.”

    Estratto dell’articolo di Alessandro Mantovani per “Il Fatto Quotidiano”

    https://www.dagospia.com/rubrica-29/cronache/39-39-porco-cattedra-famiglie-bambine-palpeggiate-392044.htm

  • Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 31 del 6 aprile

    Rete L’ABUSO NEWS – Edizione 31 del 6 aprile

    Francesco Zanardi – Ben quattro persone avrebbero coperto gli abusi di Frateschi

    Sarebbero state a conoscenza dei presunti abusi sessuali di cui è accusato Alessandro Frateschi almeno quattro persone, sulle quali indaga la Procura della Repubblica di Latina. Si tratta di due suore e due psicologi, che avrebbero saputo cosa faceva il professore di religione, ma che non lo hanno denunciato.

    Per l’avvocato delle parti civili, Nicodemo Gentile, gli abusi sessuali al liceo Majorana potevano essere evitati se si fossero presi subito provvedimenti nei confronti del docente.

    Secondo quanto ricostruito finora in sede d’indagine ad essere a conoscenza dei presunti abusi sessuali compiuti dal professore erano almeno quattro persone, due suore e due psicologi, i quali avrebbero taciuto tutto. Il docente pare sia infatti stato contattato da una prima religiosa, che non lo ha denunciato. Stesso discorso per un’altra suora, che frequentava la stessa casa famiglia del professore.

    Una ragazza, che viveva in una casa famiglia insieme al fratello, ha raccontato gli abusi che quest’ultimo avrebbe subito e di aver conosciuto il professore. Un rapporto quello dei due fratelli e il docente, che è proseguito a casa sua, dove il ragazzo ha trascorso le vacanze di Natale, mentre la sorella, positiva al Covid, no.

    E proprio in quel frangente si sarebbero consumate le violenze denunciate dal ragazzo e dalla sorella ai carabinieri. Il giovane infatti si era confidato con una psicologa, esprimendo l’intenzione di rivolgersi alle forze dell’ordine, cosa che non gli è stata permessa. Il ragazzo poi avrebbe raccontato la stessa cosa allo psicologo di un’altra casa famiglia, il quale si sarebbe confrontato con una suora e anche in quel caso non è partita alcuna denuncia. Poi sono arrivate le denunce dal liceo Majorana, che hanno acceso i riflettori della Procura sul caso e il professore è stato arrestato.

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    Ludovica Eugenio – È morto a 94 anni mons. Thomas Gumbleton

    È morto a 94 anni mons. Thomas Gumbleton, già vescovo ausiliare di Detroit, campione dell’attivismo per la giustizia sociale e la pace, membro fondatore di Pax Christi USA. Gumbleton era spesso sulla scena dei luoghi più problematici del mondo e negli Stati Uniti fu arrestato per disobbedienza civile durante le proteste contro le armi nucleari e la guerra in Iraq del 2003. Prese anche posizione su questioni dottrinali controverse della chiesa come l’ordinazione delle donne e i diritti dei gay. Tutto ciò gli impedì di diventare vescovo ordinario, ma l’episodio che gli costò la carriera riguarda l’ambito degli abusi sessuali nella Chiesa, nel quale assunse una posizione impopolare che lo rese ancora più inviso alle gerarchie.

    L’impegno coerente e rigoroso di Gumbleton riguardo alla gestione degli abusi si intensificò dopo che scoprì che il prete che aveva abusato di Barbara Blaine, fondatrice di Snap, associazione di vittime, era ancora in circolazione e che il vescovo competente, al quale si era rivolto per un’azione efficace, non aveva fatto nulla.

    Nel gennaio 2006, fornì una testimonianza scritta ai legislatori dello stato dell’Ohio appoggiando l’estensione dei termini di prescrizione per le cause civili nei casi di abuso sessuale a vent’anni dopo il compimento dei 18 anni di età della vittima, e in particolare la clausola che proponeva l’apertura di una ulteriore finestra di un anno per consentire alle persone di farsi avanti con accuse che avessero già superato i termini di prescrizione. In quell’occasione rivelò anche di essere stato vittima di abusi sessuali da parte di un prete, all’età di 9 e 10 anni. La Conferenza episcopale e i vescovi dell’Ohio si erano espressi invece contro il disegno di legge; infuriati per la posizione di Gumbleton, lo denunciarono formalmente per aver violato la “communio episcoporum” (la comunione dei vescovi) presso il nunzio apostolico che si recò immediatamente a Roma.

    Di conseguenza, fu obbligato a dare le dimissioni da vescovo ausiliare e fu anche rimosso dal suo incarico di parroco presso la chiesa di San Leone, che esercitava dal 1983. Nel 2011, Gumbleton affermò che oltre a ricevere la notifica ufficiale che avrebbe dovuto dimettersi da pastore, nessuno dei suoi colleghi vescovi lo contattò personalmente quando si espresse a sostegno del disegno di legge e rivelò l’abuso di cui era stato vittima.

    Gumbleton ha continuato ad amministrare nelle parrocchie locali e ha continuato a scrivere e parlare su questioni di giustizia sociale fino alla sua morte. La benedettina suor Anne McCarthy, ex membro dello staff di Pax Christi USA che ha lavorato e viaggiato all’estero con lui ha detto che “quando arrivava il momento critico, Gumbleton sceglieva sempre il Vangelo rispetto all’istituzione”.

    Fonte ADISTA


    Alessio Di Florio – Blasfemia e ipocrisia, il doppio standard delle alte sfere e dei suoi

    Andrea Saltini è un artista, “Gratia Plena” è una sua mostra allestita nell’ex chiesa di Sant’Ignazio di Carpi (Modena), sede del Museo Diocesano. Fin qui appare una notizia come migliaia ogni anno compaiono nelle cronache locali. E questo probabilmente sarebbe stato il destino della mostra di Saltini se non ci fosse stato un improvviso polverone scatenato contro di lui da parte dell’integralismo cattolico italiano, locale e persino nazionale.

    Secondo loro la mostra “Gratia Plena” sarebbe blasfema perché le opere avrebbero delle allusioni sessuali. Tra queste addirittura un uomo chinato accanto a Gesù deposto dalla Croce è diventato una rappresentazione di sesso orale. Simile situazione per tutte le altre opere. Saltini ha chiarito la realtà e qualunque persona guardi senza malizia le opere si renderebbe conto della verità.

    Ed invece si è scatenata una campagna contro di lui e chi ospita la mostra. Ora, potremmo anche fermarci qui, “sessualizzare” anche ciò che nulla c’entra, vedere delle attività sessuali anche dove non ci sono, si commenterebbe da solo. Non possiamo fermarci perché Saltini lo scorso 28 marzo è stato ferito in maniera grave, aggredito nel luogo di esposizione della mostra.

    Movente l’indignazione e la rabbia verso la “blasfemia”. Un certo mondo “cattolico” si è, in questo caso, indignato, arrabbiato, sdegnato, mobilitato. In nome della lotta alla blasfemia lì dove la blasfemia non c’è. Nulla di tutto questo è mai accaduto, soprattutto in Italia, di fronte a ben altre vicende che dovrebbero scandalizzare, indignare, scatenare coscienze e masse.

    Non si potrebbe trovare nessun riferimento evangelico per la mobilitazione contro la mostra “Gratia Plena”, nei Vangeli invece è ampiamente riportata la frase che se si scandalizza un bambino sarebbe meglio per il colpevole mettersi una macina al collo e gettarsi in mare. Eppure non è mai stata considerata blasfema la pedofilia. Di denunce di abusi è piena la storia degli ultimi decenni della Chiesa. Tra gli accusati più noti Rupnik, ex gesuita non si capisce più fino a che punto ex.

    «La prima volta mi ha baciato sulla bocca dicendomi che così baciava l’altare dove celebrava l’eucaristia, perché con me poteva vivere il sesso come espressione dell’amore di Dio», l’uso del biblico Libro della Sapienza e della Trinità per costringere a rapporti sessuali, sono la denuncia di una suora intervistata da Federica Tourn. Articolo pubblicato nel dicembre 2022 sul quotidiano Domani e parte dell’inchiesta sulla pedofilia clericale portata avanti da ormai due anni. Questa sarebbe blasfemia ma della mobilitazione contro la “blasfemia che non c’è” nelle opere di Saltini (e di una “sessualizzazione” della Passione di Cristo vista solo da certi ambienti integralisti) nessuna traccia.

    Fonte: Avvenire, Domani

  • “Io, suora violentata, quando ho denunciato hanno chiuso gli occhi. La Chiesa si scuota”

    “Io, suora violentata, quando ho denunciato hanno chiuso gli occhi. La Chiesa si scuota”

    La madre lo temeva, che quella figlia buona e carina sarebbe stata assaltata da qualche prete. Ma per una famiglia della provincia italiana, entrambi i genitori costretti a lavorare lontani da casa, entrare in convento era una soluzione ragionevole. Solo dopo decenni di angherie e abusi suor Giusi — il nome è di fantasia — è riuscita a ribellarsi. E oggi vuole raccontare la sua esperienza, che è quella di molte altre che tacciono. «Quando me ne sono andata mia sorella mi ha detto: finalmente ti sei decisa a uscire da questo inferno», racconta questa donna di 73 anni che preferisce, comunque, rimanere anonima. Lo sguardo aperto, la voce tranquilla di chi sa di aver fatto la cosa giusta, è un fiume in piena di ricordi dolorosi che iniziano appena varcata la soglia del convento a dodici anni.

    Angherie e privazioni

    È il 1963, le bambine sono costrette a lavorare: lavano a mano, asciugano e piegano la biancheria di 160 tra preti e seminaristi di un’abbazia della zona. «Avevo le mani rovinate, non potevamo mettere il reggiseno perché era vanità», ricorda l’ex religiosa: «L’abate poteva regalarci una lavatrice, no?». Niente scuola, niente contatti con la famiglia in nome di un santo distacco, niente acqua fuori dai pasti, pranzo in silenzio ascoltando le vite delle sante: «Ci inculcavano l’idea che dovevamo soffrire per diventare sante — dice — Ma chi l’aveva chiesto di diventare santa?».

    Le punizioni si susseguono, gratuite e crudeli. «Una volta stavo canticchiando e la superiora mi trattò come se fossi una prostituta», racconta Giusi. Il castigo classico è baciare 50 volte il pavimento, ma si può finire al tavolo della penitenza a mangiare in ginocchio o in piedi davanti all’altare a braccia allargate come in croce. Una compagnuccia viene sorpresa a inviare un biglietto a un compagno di giochi tramite la biancheria pulita, viene costretta in ginocchio a ripetere «Pregate per me che sono una civetta». Il cibo non va mai rifiutato, Giusi mangia anche il gorgonzola che non sopporta, e quando la superiora si accorge di una smorfia le infila nel piatto un’altra fettona di gorgonzola che la bambina è costretta a ingurgitare: «Sono stata male tutto il giorno, senza poterlo dire». Assonnata alla messa in latino dell’alba, ogni tanto rischia di addormentarsi: viene spostata nel banco davanti alla suora superiora che da dietro la sveglia con pugni alla schiena. Più che un convento una prigione, l’ascesi somiglia a una tortura. Ma pensi che le cose vadano così. «A quell’età non capisci: capisci che quella è cattiveria ma niente di più». E rimani.

    Lo stupro e il terrore
    Fin dall’inizio Giusi vuole andare in missione in Africa, dovrà aspettare 25 anni per realizzare il sogno. Una superiora clemente la invia a Roma per recuperare le scuole medie, poi studia all’ospedale Santo Spirito, lavora per 12 anni da caposala, e nel 1988 infine riesce a partire per il Congo, dove rimane tre anni. E qui avviene la prima violenza.

    Nell’ospedale dove lavora finiscono i farmaci, suor Giusi, ormai 38enne, fa un viaggio di tre giorni attraverso foreste e villaggi per andare a recuperarli. Pernotta in una casa del suo ordine religioso dove vive un gruppo di preti e seminaristi. In piena notte le piomba in camera un sacerdote e la violenta. Lei è vergine. «Ricordo il dolore fisico, il dolore morale, il dolore di tutto», racconta oggi con voce asciutta, «e poi ero terrorizzata di essere rimasta incinta». Da quella notte suor Giusi di notte chiude sempre a chiave la porta della sua camera da letto. Non denuncia lo stupro. «Non ho parlato con nessuno, non conoscevo nessuno in Africa», spiega. E il sacerdote? «Oggi è parroco in Belgio».

    Le molestie a Roma
    Le molestie sessuali continuano quando la religiosa rientra in Italia. Torna a lavorare nella clinica romana dove aveva iniziato, una delle più rinomate strutture private della capitale. «Volevo andare in Africa, dai più poveri del mondo, e invece dovevo lavorare con i più ricchi del mondo», commenta. La sua famiglia più volte cerca di convincerla a lasciare la vita religiosa. È caposala, lavora tutti i giorni fino alle 21. Scopre alcuni imbrogli, li denuncia alla superiora. Nella casa generalizia dove risiede viene spesso il padre provinciale. Una sera insiste per darle un passaggio in macchina, ma a un certo punto devia, si accosta in una zona in penombra di Roma e le mette le mani addosso. Lei lo respinge, lui si masturba, poi riprende la guida e la porta in silenzio alla clinica.

    Suor Giusi rimane congelata. Inizialmente non pensa a denunciare: «Non mi avrebbero creduta». Poi matura la decisione: prima scrive una lettera anonima, poi va dal padre generale. Dopo un po’ il sacerdote viene trasferito in una parrocchia, poi lo riportano a Roma. La suora nel corso del tempo scopre che molte altre donne erano state assaltate e molestate dal prete. Alcune avevano i lividi, sono state buttate a terra, hanno dovuto combattere per resistergli. Lui anni dopo è morto nel suo letto, i confratelli gli hanno fatto un bel funerale, per lui parole di encomio. «Non mi do pace — dice suor Giusi — io l’ho denunciato, altre donne lo hanno denunciato, i padri sapevano… e non hanno fatto niente».

    “Sappiamo, sappiamo”
    E poi c’è quell’altro sacerdote importante, rettore di un’università cattolica, amico di ministri e cardinali, a cui un giorno lei porta un lavoro accademico. Lui la fa entrare, le si avvicina, le prende la mano e gliela appoggia sul suo pene in erezione. «Sono rimasta paralizzata». Lo ha denunciato? «Ma a chi lo andavo a dire?». Anni dopo, però, lo denuncia ai superiori. Più tardi incontra un confratello della stessa congregazione di quel prete: «Gli dissi che avevo un brutto ricordo di quel sacerdote, e quello cosa mi rispose? “Sappiamo, sappiamo…”. Quelle parole, “sappiamo, sappiamo”, ce le ho ancora oggi nel cervello. Lo sapevano, perché non lo ha fatto solo con me».

    E non hanno fatto niente. Anche lui muore tranquillo nel suo letto. Era potente, Giusi è convinta che molte non abbiano denunciato per paura di ritorsioni sul lavoro. «Se con me, che ero già affermata, ha osato tanto, non posso pensare cosa avrà fatto ad esempio alle novizie appena arrivate dall’India o dall’Africa a cui faceva da padre spirituale». Una di loro anni fa si è suicidata buttandosi dalla finestra: «Ho sempre pensato che l’avesse violentata».

    Una lettera di accuse false

    Nel 2000 suor Giusi se ne va. Ha un grave problema in famiglia, ha bisogno di ospitare una persona, si deve assentare per assistere i genitori malati, ma il suo ordine religioso le nega tutto. Non le versa neppure i contributi dovuti. «Dopo 36 anni in convento, 12 ore al giorno di lavoro, avevano i miliardi e non mi hanno dato neanche un euro per comprarmi il primo vestito da laica a cinquant’anni», racconta. Lei scrive a Giovanni Paolo II, le superiore fabbricano una lettera di accuse false che inviano al Papa. Il Vaticano non la aiuta. La misura è colma, suor Giusi lascia il velo e torna nella casa di famiglia. «Tutti hanno fatto in modo che io non facessi uno scandalo», racconta oggi. Perché non se n’è andata prima? «Avevo fatto i voti davanti a Dio». Ha perso la fede? «In Dio ci credo. Prego a casa mia. Sento che lui è qui, molto più che da loro», dice l’ex suora. «Mi hanno fatto troppo male».

    https://www.repubblica.it/cronaca/2024/03/10/news/come_sono_stata_abusata_testimonianza_suora-422282421/?ref=RHLF-BG-P8-S1-T1

  • «Ora hai il sigillo dei gesuiti». Le accuse della suora a Rupnik

    «Ora hai il sigillo dei gesuiti». Le accuse della suora a Rupnik

    «Una volta, mentre eravamo seduti a tavola uno di fronte all’altra, Rupnik mi disse: “Ora vediamo chi è più forte!”. Mi afferrò le mani sul tavolo e, palmo su palmo, cominciò a premere con grande forza. Io gridai che mi faceva male ma lui non smise. Cercai di allontanarmi e lo pregai di fermarsi. Continuò a spingere, piegandomi il dito in modo così violento che il mio indice destro si ruppe. Ero sconvolta dal dolore ma padre Rupnik non si scusò. Rimase calmo e disse: “Ora hai il sigillo permanente della Compagnia di Gesù”. E aggiunse: “L’ho fatto per amore”».

    A parlare è Pia (nome di fantasia), entrata a far parte della Comunità di Loyola in Slovenia nel 1990, all’età di 24 anni. Questa scena, che si è svolta quando la ragazza era ancora una novizia della comunità religiosa fondata dall’ex gesuita Marko Rupnik e da Ivanka Hosta, è un’altra testimonianza degli abusi che il famoso artista ha commesso ai danni di diverse religiose e di cui dovrà rispondere in un processo canonico, ora che papa Francesco ha tolto la prescrizione ai fatti avvenuti negli anni ’90.

    Pia racconta a Domani che in quell’occasione Rupnik le impedì di ricevere cure mediche e le proibì di parlare di quello che era successo, e lo stesso fece la superiora Ivanka Hosta. «Rupnik era estremamente arrogante e narcisista. Mi diceva ripetutamente: “Sono il più grande artista e il più grande poeta di questa terra”», ricorda Pia. «Durante il noviziato, abbiamo anche trascorso alcuni mesi a Roma nel 1992 – racconta ancora Pia – Don Rupnik era stato nominato unico direttore spirituale e confessore di tutte le novizie. Io non volevo che fosse il mio confessore ma non avevamo libertà di scelta. Una volta, durante la confessione, chiuse a chiave la stanza del Centro Aletti in cui eravamo e si mise la chiave in tasca. Ero arrabbiata e spaventata e gli dissi che non avevo nulla da dirgli: rimasi in silenzio per così tanto tempo che alla fine mi fece uscire».

    A causa della sua resistenza a Rupnik, suor Pia viene ripetutamente sminuita e messa sotto pressione, sia dal gesuita che dalla superiora. Nonostante tutto, prende i voti insieme ad altre sorelle il 1° gennaio 1993; poco tempo dopo, avviene la rottura fra Rupnik e Hosta, ufficialmente per un disaccordo sulla fondazione della Comunità, in realtà perché un’altra religiosa, Gloria Branciani, aveva detto di essere stata ripetutamente abusata da Rupnik (lo abbiamo raccontato qui: . Rimasta sotto la guida di Ivanka Hosta, suor Pia sperimenta ogni sorta di violenze spirituali, compresa un’istigazione al suicidio – «dovevo essere disponibile, obbediente e sottomessa: non potevo più seguire la mia coscienza perché solo lei sapeva quale era la volontà di Dio per me», ricorda Pia – finché, nel marzo 1998, l’allora arcivescovo di Lubiana Franc Rodé accoglie la sua richiesta di uscire dalla comunità.

    Il Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica ha sciolto la Comunità Loyola lo scorso 20 ottobre «a causa di gravi problemi riguardanti l’esercizio dell’autorità e della convivenza comunitaria». La superiora generale Ivanka Hosta è stata rimossa a giugno di quest’anno dal suo ruolo e, tra le altre cose, le è stato proibito di contattare le ex suore per tre anni.

    Dove è finito nel frattempo don Marko Rupnik? In attesa del processo ecclesiastico, l’ex gesuita sembra avere per il momento rinunciato a comparire in pubblico. Non lo si vede dire messa, nè presenziare a convegni o guidare esercizi spirituali aperti a tutti, anche se continua ad accompagnare gli amici in visita ai suoi mosaici nel Pontificio Seminario Maggiore di Roma e quindi è probabile che graviti sempre intorno al Centro Aletti, nonostante la sua parrocchia sia ora in Slovenia. Il vescovo di Capodistria Jurij Bizjak, infatti l’ha accolto a fine agosto 2023, senza curarsi delle accuse a carico del sacerdote e delle conseguenti restrizioni che gli erano state imposte dalla Compagnia di Gesù. «Il vescovo Bizjak ha emanato il decreto di incardinazione senza consultare nessuno, con l’appoggio del nunzio apostolico in Slovenia Jean-Marie Speich», rivela una fonte interna al clero sloveno. Il nunzio, insiste il sacerdote (che preferisce rimanere anonimo), è un uomo difficile e poco apprezzato dai vescovi (con l’eccezione di Bizjak e di Maksimilijan Matjaž, vescovo di Celje, diocesi suffraganea dell’arcidiosi di Maribor), ed esercita una forte influenza nella chiesa slovena. Una versione dei fatti che pare confermata dall’imbarazzo del presidente della Conferenza episcopale Andrej Saje, che ha preso subito le distanze dalla decisione di monsignor Bizjak con un comunicato ufficiale in cui dichiarava che la conferenza dei vescovi era estranea al processo di incardinazione di Rupnik.

    A Zadlog, paese natale di Rupnik, una manciata di case ai piedi delle montagne, nessuno parla volentieri. Don Iztok Mozetič, il parroco del centro più vicino, Črni Vrh, si sottrae imbarazzato alle domande: è preso in mezzo fra il vescovo di Capodistria e la gente del posto, che serra le fila intorno al prodigio locale, il sacerdote che è diventato un artista e un teologo di fama mondiale: «è un grande», commenta un suo ex compagno di scuola incontrato nel bar sulla piazza del paese. Nessuna solidarietà per le religiose che l’hanno denunciato, che vengono liquidate con toni sprezzanti. La sorella di Rupnik, che abita ancora nella casa di famiglia, non rilascia dichiarazioni.

    Se è vero che ogni vescovo è sovrano nella propria diocesi, è anche vero che certe decisioni non condivise suonano forzate e non possono che portare scontento. Un altro sacerdote sloveno, che si firma con il nome di Karel Fulgoferski, ha diffuso una lettera aperta in cui denuncia l’ipocrisia che circonda il caso Rupnik. A dispetto della tolleranza zero promessa da papa Francesco, scrive il prete, «nei giorni scorsi i superiori religiosi hanno fatto formazione sulla prevenzione degli abusi nella Chiesa all’ombra dei dipinti di Rupnik». Una gestione ambigua che continuerebbe anche con la decisione di papa Francesco di riaprire il processo al sacerdote: la notizia dell’incardinazione di Rupnik, spiega Fulgoferski, è arrivata come «un’onda d’urto nell’Ufficio Comunicazioni del Vaticano», e l’improvviso voltafaccia di Francesco su Rupnik sarebbe quindi «solo una manovra per salvare un’immagine pubblica del papa gravemente appannata». Per inciso, ricordiamo che nella Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede lavora come direttrice della Direzione Teologico-Pastorale Nataša Govekar, che fa parte dell’équipe del Centro Aletti ed è fra le fedelissime di Rupnik. Il papa stesso, durante l’udienza ai vaticanisti del 22 gennaio, ha ringraziato i giornalisti presenti per «la delicatezza» con cui trattano il tema degli abusi: «un silenzio quasi “vergognoso”», ha sottolineato Francesco. Parole che suonano come una richiesta a essere indulgenti nel trattare un problema che per la Chiesa sta diventando sempre più scottante.

    Almeno sul fronte dei mosaici del Centro Aletti, però, qualcosa si muove. Jean-Marc Grand, parroco di Saint Joseph-Saint Martin aTroyes, in Francia, ha deciso, dopo un processo di discernimento con testimoni e vittime di abusi, di rimuovere un trittico di Rupnik, realizzato e installato nella cappella del presbiterio nel 1994 «senza consultare la comunità», come si legge in una nota della parrocchia. È la prima volta che si decide di togliere un’opera di Rupnik da una chiesa: un caso che può diventare un precedente per tutte le commissioni che stanno valutando cosa fare dei mosaici del discusso artista.

    In Vaticano, intanto, tutto tace. Non c’è dubbio, però, che a Roma l’ex gesuita conservi ancora potere e appoggi: il 10 gennaio è stato diffuso in rete un video della Cei in cui don Fabio Rosini, direttore dell’Ufficio diocesano per la pastorale delle vocazioni della diocesi di Roma, tiene la sua relazione sullo sfondo del Pontificio Seminario Maggiore, con lunghe panoramiche dei mosaici del suo maestro e mentore Marko Rupnik. È sempre Rosini che, nel pieno delle rivelazioni sugli abusi, aveva pubblicato un libro con in copertina un’opera di Rupnik, a condurre questa settimana gli esercizi ignaziani del Centro Aletti a Santa Severa.

    https://www.editorialedomani.it/fatti/ora-hai-il-sigillo-dei-gesuiti-le-accuse-della-suora-a-rupnik-poymrt8e

  • Bambino tolto agli affidatari: chiesto il rinvio a giudizio per una suora

    Bambino tolto agli affidatari: chiesto il rinvio a giudizio per una suora

    C’è una richiesta di rinvio a giudizio all’orizzonte per la suora, coordinatrice di una scuola paritaria di Preganziol, che avrebbe dato il “la” alla vicenda del bambino di Mogliano che, a nove anni, è stato tolto ai genitori affidatari sulla base di un provvedimento del Tribunale di Minori datato 7 giugno del 2021. Il 9 giugno la religiosa comparirà davanti al gup Carlo Colombo per l’udienza preliminare. Il reato che le viene contestato è la calunnia.

    In una relazione inviata alla ai servizi sociali dell’azienda sanitaria trevigiana la suora avrebbe detto che il bambino sarebbe stato vittima di violenze e percosse, umiliazioni con docce fredde come punizione per avere fatto la pipì a letto e avrebbe avuto i capelli strappati. Un documento che però avrebbe contraddetto quello che la coordinatrice di scuola avrebbe più volte detto agli affidatari, e cioè che avrebbero fatto un lavoro eccellente con un bambino che è peraltro affetto dalla sindrome di iperattività. La religiosa, secondo il pubblico ministero Mara De Donà, avrebbe detto il falso ben sapendo che stava mentendo.

    Sembra così cadere, almeno sotto il piano logico, la richiesta di archiviazione nei confronti dei tre dipendenti della Uls 2, alcuni con ruoli apicali, che erano stati denunciati dalla famiglia (difesa dall’avvocato Giovanni Bonotto) per falso in atti d’ufficio e omessa denuncia proprio in relazione alle denunce della religiosa. L’udienza di opposizione al decreto di proscioglimento ci sarà il prossimo 27 febbraio.

    La vicenda era venuta alla luce quando, nel giugno del 2021, il piccolo era stato tolto da quella che era stata la sua casa per quasi 4 anni a seguito di un documento redatto da una suora che è anche la coordinatrice della scuola frequentata dal bimbo. Secondo la religiosa il bimbo sarebbe stato vittima di violenze e maltrattamenti sia fisici che psicologici. Il medico dell’azienda sanitaria responsabile del caso aveva detto ai coniugi che non sussistevano più “le condizioni perché stia con voi, adesso deve andare in comunità», aggiungendo che si sarebbero dimostrati poco protettivi nei confronti del ragazzino. Inoltre ci sarebbero state tutta una serie di segnalazioni che, nel caso in cui gli affidatari si fossero opposti al provvedimento, l’Usl si sarebbe vista costretta a “tirare fuori”, mandando le carte in tribunale. Lo specialista si sarebbe riferito proprio a quanto scritto dalla coordinatrice della scuola e da qui era scaturita la querela per omessa denuncia.

    Intanto il ragazzino è stato preso in carico da un’altra famiglia. Le carte che avevano valutato i “genitori” affidatari come una ottima scelta per il percorso di adozione sono invece state radicalmente cambiate. Secondo la seconda decisione il piccolo avrebbe espresso la sua volontà di non tornare a Mogliano.

    https://www.trevisotoday.it/cronaca/mogliano-bimbo-tolto-affidatari-suora-31-gennaio-2024.html

  • Violenza plurima

    Violenza plurima

    di Federico Tullli – Nell’ambito della nostra ricerca permanente sulle violenze di matrice ecclesiastica torniamo a occuparci delle sue conseguenze sulle vittime, siano esse bambini o donne, con la psichiatra e psicoterapeuta Irene Calesini.

    “Ogni tipo di violenza, che sia fisica, sessuale, psicologica, tramite il Web, ecc, ha sempre conseguenze sulla sfera psichica, mentale, oltre che fisica. Si va da malattie psicosomatiche, al disturbo post traumatico da stress, a disturbi di ansia, a varie forme di depressione; in alcuni casi ci possono essere anche viraggi verso aspetti francamente psicotici, in genere acuti, e/o dissociativi. Non sono rari i tentati suicidi o i suicidi. La violenza psicologica ha la caratteristica di protrarsi nel tempo, è subdola; si esplicita con atteggiamenti, frasi, oppure silenzi, volti a sminuire l’altra, a intimidirla, a disconfermare le sue azioni, parole, pensieri; con minacce di aggressione o di abbandono. La donna o il bambino vittima esperisce un senso di allarme e di essere costantemente sottoposta a giudizio”.

    Spesso il violentatore non è uno sconosciuto.

    “Qui c’è il discorso della fiducia che viene tradita: se qualcuno che tu riconosci come autorità morale – in questo contesto è opportuno parlare di morale – un tuo superiore, un maestro, una persona per te degna di stima e fiducia, ti usa violenza, questa diventa ancora più grave. E lo è tanto che nel nostro codice penale il reato di maltrattamento in famiglia è perseguibile di ufficio, perché viene ritenuto ancora più grave subire violenza da qualcuno con cui è in atto una relazione che implica fiducia. L’Unicef nel 2000 ha dichiarato che «la violenza intra-familiare è una delle negazioni più perniciose dei diritti umani, in quanto è perpetrata non da persone sconosciute, ma da persone di cui ci si fida”.

    Il magistrato Pietro Forno nel caso della pedofilia dei preti ha parlato di violenza simile a un rapporto incestuoso. “Forse, osserva in conclusione Calesini – se pensiamo alle suore, nelle comunità religiose anche i loro rapporti di convivenza, per vicinanza e consuetudine, si possono considerare familiari. Queste donne sono spesso inoltre in condizioni di dipendenza economica. E questa è una storia che si ripete in tutta la società cosa che ancora di più ci fa dire quanto sia sistemica e trasversale la violenza contro le donne”.