Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: supporto

  • Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, violentò una giovane parrocchiana: prete sospeso per 5 anni

    Milano, 5 maggio 2022 – «Lo può sapere bene chi come me, in prima media, affidata come tanti altri bambini dai propri genitori alle sue cure durante i campeggi estivi, lo vedeva togliersi la maschera da prete integerrimo la notte, quando veniva a trovarmi nel mio sacco a pelo”. Con queste parole, nel 2020, una donna accusò l’allora parroco di Inzago, don Alberto Lucchina, di averla violentata negli anni Novanta, quando era un giovane sacerdote nel Varesotto. Il procedimento davanti al Tribunale ecclesiastico della Lombardia nei confronti del religioso, che si è autosospeso quando la lettera della donna è stata pubblicata dall’associazione Rete L’Abuso e larcidiocesi di Milano ha avviato un’indagine, si è concluso con una condanna a cinque anni di esercizio del sacerdozio solo presso una casa di riposo per anziani, con sospensione dalle attività con minori.

    Ascoltata dal Tribunale ecclesiastico la donna, assistita dall’avvocato Daniela Cultrera, ha confermato le violenze sessuali. E il procedimento ha segnato anche un inedito, dal punto di vista giuridico. “Per la prima volta è stato concesso alla nostra assistita la presenza di un nostro avvocato ad affiancarla – spiega Francesco Zanardi, fondatore dell’associazione che si occupa di abusi sessuali in ambienti ecclesiastici – mentre in altri casi chi ha subito le violenze si è trovato solo in aula, senza neanche un supporto”. Le decisione di sospendere don Alberto Lucchina per cinque anni “conferma la credibilità della vittima e la veridicità di quanto raccontato nella denuncia”.

    Anche il fratello di don Alberto, il sacerdote milanese don Maurizio Lucchina, è accusato di abusi sessuali, nei confronti di un’altra donna. Episodi non collegati fra loro. Il caso è approdato in Procura, dopo che la vittima ha denunciato episodi risalenti al 2016. Il pm ha chiesto l’archiviazione, in quanto la denuncia è stata presentata oltre il limite temporale. Istanza alla quale si è opposto il legale della donna che ha chiesto l’imputazione coatta del sacerdote 65enne, indagato per violenza sessuale.

  • Clericalismo e abusi, i precedenti della Commissione francese. Un articolo

    Clericalismo e abusi, i precedenti della Commissione francese. Un articolo

    Ludovica Eugenio – Una “eccessiva sacralizzazione della persona del sacerdote” e una “perversione dell’obbedienza” sono elementi messi in luce sia dal Rapporto Sauvé sugli abusi nella Chiesa in Francia, sia da un altro Rapporto francese, che ne costituisce in qualche modo il precedente: quello  – siamo nel 1992 – commissionato dall’allora arcivescovo di Lione card. Albert Decourtray allo storico René Rémond sull’”affare Touvier”, il miliziano lionese antisemita che, durante la Seconda guerra mondiale, represse la resistenza e perseguitò gli ebrei insieme ai tedeschi e che, condannato a morte durante la Liberazione, sfuggì alla giustizia grazie alla complicità all’interno della Chiesa.

    Su questo tema e sulla attuale crisi degli abusi sessuali come elemento che mina profondamente «un’organizzazione basata su una casta specializzata», verte un interessante articolo dello storico dell’Università di Reims Frédéric Gugelot, docente di Storia contemporanea, pubblicato il 14 aprile sulla rivista accademica internazionale online The Conversation.

    Riportiamo l’articolo in una nostra traduzione dal francese.

    Abusi sessuali nella Chiesa cattolica: una lunga storia

    All’inizio di aprile, la Commissione per il riconoscimento e le riparazioni ha annunciato una scala da 1 a 7 per i risarcimenti fissata per le persone che hanno subito abusi sessuali da parte di membri della Chiesa cattolica in Francia. Gli importi varieranno da 5.000 a 60.000 a seconda di criteri diversi.

    Queste decisioni fanno seguito a diverse indagini intraprese dopo la pubblicazione del rapporto della Commissione indipendente sugli abusi sessuali nella Chiesa (CIASE). Al di là dell’eco ricevuta dalla stampa e dall’opinione pubblica, questa Commissione ha voluto conciliare l’ascolto delle vittime, l’accertamento dei fatti nel corso di 70 anni e il controllo delle risposte fornite dall’istituzione. I contributi dell’indagine Sauvé coincidono con altri lavori già realizzati all’estero.

    Le relazioni del Gran Giurì in Pennsylvania (USA) e in Germania nel 2018, nonché le dimissioni dei 34 vescovi cileni nel 2019 avevano già messo in luce l’entità dei crimini commessi all’interno della Chiesa cattolica e il numero considerevole di vittime.

    Una cronologia degli atteggiamenti

    Al di là delle spaventose cifre che riguardano vittime, abusatori e testimoni, emerge l’ aspetto “massiccio” e “sistemico” della violenza sessuale all’interno della Chiesa. Qui si stabilisce una cronologia degli atteggiamenti: così negli anni Cinquanta e Sessanta si trattava di preservare la Chiesa allontanando i criminali e mettendo a tacere le vittime, poi la questione è scomparsa e, negli anni Novanta, timidamente, comincia ad emergere l’attenzione alle vittime seguita da un riconoscimento parziale a partire dagli anni 2010.

    Mentre una delle principali associazioni di vittime, quella degli abusi di padre Preynat, fondata a Lione nel 2015, si chiama “La Parole Liberée”, la pubblicazione parallela di una raccolta, intitolata “Da vittime a testimoni” , segna il cambiamento di prospettiva avviato.

    Per la prima volta, si riconoscono e rendono pubbliche le parole delle vittime, che contrastano con il lungo silenzio e la lunga cecità rispetto alla portata degli abusi. Mentre cresce la preoccupazione per la questione degli abusi sessuali, l’istituzione si è mostrata per lungo tempo favorevole a una risoluzione interna degli abusi, opponendosi spesso alla magistratura e promuovendo su larga scala una politica di trasferimento dei religiosi colpevoli. Inoltre si è dedicata più ai preti colpevoli che alle vittime, laddove la Chiesa risulta essere al secondo posto in Francia per violenza sessuale sui bambini, dopo la famiglia.

    Un’altra commissione pionieristica

    L’appello a una commissione che affrontasse un profondo divorzio tra l’opinione e l’immagine della Chiesa non è una novità. La scelta della CIASE, commissione voluta dai vescovi e diretta da un cattolico riconosciuto, è ispirata dal successo di un’altra identica commissione diretta dallo storico René Rémond.

    Nel 1992, fortemente contestato dai media, il primate francese mons. Decourtray decise di dar vita a una commissione d’inchiesta “indipendente” sull’“affare Touvier”. Paul Touvier, capo miliziano a Lione, represse la resistenza e perseguitò gli ebrei insieme ai tedeschi. Partecipò all’arresto dei coniugi Victor e Hélène Basch, uccisi poco dopo, e scelse personalmente gli ebrei giustiziati a Rillieux-la-Pape nel giugno 1944.

    Condannato a morte durante la Liberazione, sfuggì alla giustizia grazie alla complicità all’interno della Chiesa. Una somma di iniziative individuali più che una politica volontaria e uno sgradito miscuglio di misericordia, ignoranza delle questioni politiche e, talvolta, vicinanza ideologica controrivoluzionaria, favorirono la sua fuga. Lo storico René Rémond ha aggiunto che una concezione eccessivamente clericale aveva bloccato i religiosi in un supporto criminale che dimenticava le vittime.

    Tuttavia, il fatto che le autorità ecclesiastiche siano prigionieri di logiche interne che, dimenticando la vittima, privilegiano l’attenzione sui chierici colpevoli opera anche negli abusi sessuali e favorisce l’ampiezza della portata dei delitti. Svelando la storia delle protezioni concesse al miliziano Touvier, il Rapporto Touvier ha permesso alla Chiesa di porre fine allo scandalo.

    La presentazione di una relazione del genere nel contesto di uno scandalo che mette in discussione l’istituzione permette di creare un anno zero, un prima e un dopo. I vescovi speravano di rinnovare il successo del rapporto Touvier con la CIASE?

    Una relazione che produce uno shock, e dopo?

    Se è troppo presto per identificare appieno l’impatto del rapporto CIASE sui fedeli, al di là della sofferenza di essere associati a una comunità macchiata da questi crimini e tradita da chierici che dovrebbero guidarla verso la salvezza, sembrano però emergere tre atteggiamenti: reale resistenza da parte di alcuni credenti, che si rammaricano per l’istituzione della commissione, mentre altri si interrogano sul posto e sul ruolo del clero. Emergono quindi dei “cristiani senza Chiesa” . Senza rompere con la fede, questi credenti, per obiezione di coscienza, si distaccano dai riti e dall’istituzione. Non si tratta necessariamente di una contestazione della fede, ma di un rifiuto di iscriversi in una certa forma di organizzazione della fede.

    Questa terza via darà alla luce un “terzo uomo”? Con questo termine, il gesuita François Roustang evocava nel 1966 l’emergere di credenti che avevano adottato un “disinteresse” istituzionale per vivere meglio la loro fede in modo più spirituale.

    Se il riconoscimento delle vittime non sembra più in discussione, queste posizioni riflettono interpretazioni divergenti. Se i preti abusivi sono casi isolati, basta escluderli. Le mele marce non mettono in discussione né la santità della Chiesa né la sua organizzazione e dottrina. Se gli abusi sono “sistemici”, come dimostra la CIASE, sorgono almeno interrogativi sull’autorità e sul suo esercizio all’interno dell’organizzazione. La sfida, al di là del Rapporto Sauvé, è discutere una certa idea di Chiesa.

    Una concezione clericale della Chiesa

    Quest’ultima ha già subito un gran numero di riforme per quanto riguarda il clero. La più importante è forse quella avvenuta al Concilio di Trento (1545-1563) in risposta alla Riforma protestante, che aveva, tra l’altro, denunciato l’indegnità di alcuni chierici. Il papato scelse quindi di affidarsi al clero per realizzare la riforma cattolica e la riconquista spirituale dell’Europa.

    Questa scelta rifiuta la concezione protestante del sacerdozio – il sacerdozio universale dato a tutti mediante il battesimo – ed esalta l’esemplarità del sacerdote.

    Se il rapporto della Ciase non mette in discussione il cattolicesimo come fede, il fallimento della Chiesa docente mina una certa concezione della Chiesa stessa. Tra le spiegazioni avanzate, la commissione Sauvé, come il rapporto Rémond, fa emergere infatti una “eccessiva sacralizzazione della persona del sacerdote” e una “perversione dell’obbedienza”. La crisi degli abusi sessuali segna una possibile messa in discussione di un’organizzazione basata su una casta specializzata senza che sia possibile determinare fino a che punto si spingerà la “svalutazione del sacerdozio”.

    Quale reputazione per la Chiesa?

    La Chiesa è una delle fonti morali riconosciute della società. A causa del suo diritto di primogenitura, che è un diritto di anzianità storica, il cattolicesimo continua ad affermare la sua superiorità numerica e storica e pretende di ispirare la vita sociale.

    La posta in gioco di questo “riconoscimento” è la ricomposizione dei rapporti tra le espressioni religiose nel Paese e il loro posto nelle istituzioni pubbliche (esercito, scuola, ospedali, carceri). Quando il cappellano si rivela un abusatore, si può mantenere la fiducia nel suo datore di lavoro?

    I cattolici pretendono di partecipare allo sviluppo delle norme e dei valori della convivenza. Ma questa affermazione socio-etica al centro delle battaglie guidate dalla Chiesa cattolica negli ultimi anni – i movimenti per la vita e il rifiuto dell’aborto, il rifiuto del matrimonio omosessuale, l’opposizione alla procreazione medicalmente assistita e all’adozione da parte delle coppie omosessuali – è messa in discussione dal rapporto della Ciase. In Francia, il Manif pour Tous nel 2012-2013 ha incarnato questa esigenza. La sua difesa della famiglia, illustrata dallo slogan “Papà, mamma e figli, è naturale”, va in pezzi di fronte allo svelamento dei crimini “familiari” e al silenzio che li ha circondati.

    https://www.adista.it/articolo/67964

  • Intervento di Cristina Balestrini – Rete L’ABUSO Vittime & Famiglie – #ItalyChurchToo

    Intervento di Cristina Balestrini – Rete L’ABUSO Vittime & Famiglie – #ItalyChurchToo

    Centrale, nella presentazione del Coordinamento, è stata la testimonianza di alcune vittime. Cristina Balestrini, del Comitato Vittime e Famiglie, sezione dell’Associazione Rete L’Abuso. «Oltre ad essere mamma di una vittima, cattolica e praticante, all’interno dell’Associazione Rete L’Abuso ho dato la di- sponibilità per l’ascolto e il supporto ai genitori di altre vittime, con la consapevolezza che solo chi ci è passato può comprendere nel profondo ciò che vive una famiglia che ha subìto questo dramma. Infatti, ciò che non emerge dalle cronache è il dopo, la fatica di portare un macigno che non si risolve dopo l’atto di violenza.

    Il Disturbo da stress Post Traumatico – di cui soffrono tutte le vittime di abusi sessuali anche se non diagnosticato – non è una passeggiata: condiziona il presente e il futuro, e va trattato con competenza e tantissima pazienza e amore».

    La Chiesa in Italia, ha proseguito Balestrini, «non ha nessuna competenza in merito alla gestione degli abusi, né da un punto di vista legale (per ottenere che ciò non avvenga più fermando il prete, denunciandolo, aiutandolo ad affrontare responsabilmente il reato che ha commesso), né per ottenere giustizia e risarcimento alla vittima che ha subìto un danno, né da un punto di vista psicologico per offrire supporto alle vittime.

    La Chiesa «non tutela le vittime, anzi, e nei tribunali civili, la Chiesa difende il prete, non le vittime: sta dall’altra parte. Questo l’abbiamo vissuto sulla nostra pelle». Da un punto di vista psicologico, poi «le vittime sono allontanate dalla Chiesa e questo lo dico con grande dolore, da cattolica. Il nostro parroco ci ha invitati a “non sputare nel piatto in cui mangiamo”. Abbiamo risposto che sono dieci anni che cerchiamo di svuotare quel piatto dal vomito che annusiamo».

  • Intervento di Antonio Messina – Caso don Giuseppe Rugolo – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Intervento di Antonio Messina – Caso don Giuseppe Rugolo – Rete L’ABUSO – #ItalyChurchToo

    Un caso emblematico è quello di Antonio Messina (Enna): «Ho subito abusi tra il 2009 e il 2013, con una coercizione psicologica che spesso è difficile da riconoscere.

    Ne sono uscito da solo, con il supporto della mia famiglia. Già l’anno dopo denunciai quanto subito da don Giuseppe Rugolo che all’epoca era seminarista ma che perpetrò abusi anche da sacerdote. Ne parlai col parroco che non mi credette, fui sottoposto a un incontro con lo stesso Rugolo. Negli anni degli abusi stavo compiendo un cammino di discernimento vocazionale che fu probabilmente l’elemento che permise a don Rugolo di avvicinarmi.

    Mi venne chiesto anche da un altro sacerdote, mons. Vincenzo Murgano, che era un po’ il mio direttore spirituale, di allontanarmi dalla mia città, di dimenticare». Messina si rivolse a un altro parroco, convinto che sia «importante combattere anche per il sogno di una Chiesa diversa». Fu l’unico che lo aiutò a denunciare tutto al vescovo, mons. Rosario Gisana, che già aveva ricevuto istanze di altre vittime: «Ma mi sono reso conto che la Chiesa non è in grado di affrontare questo problema. Il vescovo dapprima pensò di al- lontanare il prete dalla diocesi, poi tentò di comprare il mio silenzio con una somma che veniva dalle casse della Caritas diocesana, proposta in modo illecito con pagamenti in nero e con una clausola di riservatezza da sottoscrivere. Il prete fu trasferito a Ferrara dove continuò ad avere contatti con ragazzi.

    Non potevo vivere serenamente l’idea che altri giovani potessero vivere quello che avevo vissuto io, nessun aspetto risarcitorio può restituire ciò che è stato tolto, far recuperare appieno anche la propria vita relazionale e di affetti, ma se possiamo fare in modo che questo non succeda ad altri, queste brutte storie possono quanto meno servire a cambiare qualcosa nella Chiesa e nella società. Il processo è già iniziato, a marzo inizierà anche il dibattimento, ma il vescovo Gisana è sempre vescovo della diocesi e dopo che gli comunicai nel 2018 che mons. Murgana mi aveva chiesto di dimenticare, questo sacerdote è stato messo a capo del servizio di tutela dei minori della diocesi di Piazza Armerina, incarico che ricopre tutt’oggi nonostante sia emersa la sua omertà e nelle intercettazioni il suo diretto coinvolgimento con il sacerdote Rugolo che ora è a Ferrara agli arresti domiciliari nel seminario, dunque in un contesto non di isolamento. Speriamo ora di ottenere giustizia».

  • La pedofilia all’interno della Chiesa non è più un segreto, neppure per la Chiesa stessa

    La pedofilia all’interno della Chiesa non è più un segreto, neppure per la Chiesa stessa

    Non è un buon periodo per la reputazione della Chiesa Cattolica: da quando, quattro mesi fa, la Commission indépendante sur les abus sexuels dans l’Eglise (CIASE) ha scoperchiato l’ennesimo vaso di Pandora, divulgando la famosa inchiesta relativa agli abusi di minori all’interno della chiesa francese, simili attività di investigazione hanno iniziato a prendere piede in tutta Europa.

    L’indagine condotta dal CIASE ha fatto discutere soprattutto per le sue proporzioni: secondo la commissione, dal 1950 al 2020, centinaia di migliaia di bambini avrebbero subito sistematicamente molestie da parte di diverse personalità legate al mondo ecclesiastico – non soltanto religiose, come i preti, ma anche laiche, come insegnanti di religione e educatori.

    Dopo la Francia è stato il turno della Spagna, dove a muoversi non è stata una commissione indipendente, ma la principale testata nazionale: il quotidiano El Pais ha infatti condotto una personale “operazione Spotlight”, redigendo un rapporto di 385 pagine su 251 membri del clero e alcuni laici di istituzioni religiose accusati di abusi su minori, frutto di un’indagine giornalistica che si è dipanata nell’arco di tre anni (il fascicolo è stato consegnato prima alla Conferenza Episcopale spagnola e, successivamente, direttamente a Papa Francesco, mentre il pontefice era in visita in Grecia). 

    Anche i cittadini tedeschi hanno voluto approfondire la questione delle molestie: il 20 gennaio, la pubblicazione di un rapporto realizzato dallo studio legale tedesco Westpfahl Spilker Wastl per conto della Chiesa Cattolica sugli abusi da parte del clero nell’arcidiocesi tedesca di Monaco e Frisinga – un tempo coordinata da Ratzinger – ha denunciato almeno 497 vittime di violenza sessuale tra il 1945 e il 2019; il 60% dei ragazzi colpiti aveva tra gli otto e i 14 anni.

    Il dossier ha costretto lo stesso Ratzinger – accusato di non aver preso provvedimenti nei confronti degli autori degli abusi in almeno 4 occasioni, tra il 1977 e il 1982 – a fare pubblica ammenda in una lettera ufficiale diffusa dal Vaticano, in cui l’ex pontefice ha scritto che «Posso solo esprimere nei confronti di tutte le vittime di abusi sessuali la mia profonda vergogna, il mio grande dolore e la mia sincera domanda di perdono».

    I precedenti europei hanno influenzato anche l’Italia, dove i tempi sembrano finalmente maturi per aprire un dibattito serio attorno a un tema così delicato:  la Chiesa italiana ha annunciato di voler provare a realizzare un’inchiesta interna sugli abusi sessuali commessi dai preti negli ultimi settant’anni. A svelarlo è stato Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa, secondo cui la decisione definitiva dovrebbe essere palesata a maggio; le gerarchie cattoliche, però, sono divise sull’opportunità di avviare un’attività investigativa così profonda – c’è chi sostiene che non serva o che dovrebbe essere affidata a una commissione esterna e non direttamente a organismi della Chiesa, come accaduto in Francia e in Spagna.

    Per fortuna, anche al di fuori dei recinti del Vaticano la volontà di vederci chiaro è ben presente: il 15 febbraio, un cartello composto da varie associazioni lancerà infatti il progetto #ItalyChurchToo, il cui lancio è stato anticipato da un hashtag parecchio condiviso sui social. L’animatore dell’iniziativa è Francesco Zanardi, coordinatore di “Rete L’Abuso”, un network di supporto e sensibilizzazione sui casi di pedofilia all’interno delle parrocchie che, dalla sua fondazione a oggi, ha raccolto 1400 segnalazioni, la maggior parte delle quali non sfociate in denunce perché troppo risalenti nel tempo. 

    Anche secondo Zanardi, l’organismo che eventualmente sarà incaricato di coordinare le indagini dovrà essere, necessariamente, extra-clericale; a sua detta «La soluzione non può arrivare dalla Chiesa perché ha dimostrato in casi eclatanti di voler insabbiare e perché, se anche questa Commissione fosse perfetta nessuno le crederebbe per una mancanza di credibilità ormai troppo radicata». 

    L’altro grande limite, per Zanardi, è che nel contesto italiano la denuncia di casi di pedofilia può avvenire solo su querela di parte – ossia, può essere avanzata sto dalla vittima o dal genitore quando la vittima è minorenne. Per Zanardi «Qui si gioca tutto: bisogna che il legislatore dia questa possibilità di denunciare a tutti cittadini, dal parroco, al catechista a chiunque abbia dei sospetti. Basterebbe solo questo per una svolta».

    Inoltre, nell’intervista concessa all’Agi, il promotore di #ItalyChurchToo ha auspicato l’abolizione della prescrizione per casi così delicati,  perché il tempo di maturazione di questo tipo di reato è molto dilatato e «richiede di solito un’elaborazione lunghissima».

    Dei segnali importanti che, seppur con qualche decennio di ritardo, dimostrano che il muro di omertà sui casi di pedofilia interni al clero si sta finalmente sgretolando.

  • Avrebbe tentato di adescare una minore, giovane sentita: accuse ad un sacerdote

    Avrebbe tentato di adescare una minore, giovane sentita: accuse ad un sacerdote

    Gela. L’accusa è pesante, avrebbe infatti tentato di adescare una minorenne, che frequentava, insieme alla sua famiglia, una parrocchia della città. Ci sono anche intercettazioni telefoniche, analizzate e trascritte da un perito, nominato dal giudice Miriam D’Amore. A processo, c’è un sacerdote, che fino a pochi anni fa ha svolto il suo servizio, proprio in una chiesa cittadina. Fu la ragazza, ancora oggi minorenne, a denunciare i fatti. E’ stata sentita, questa mattina, a porte chiuse. Dalle indagini, sarebbe emerso che il parroco ebbe contatti inizialmente con la famiglia della ragazza, anche per ottenere un supporto nella sua attività parrocchiale. Dopo qualche tempo, però, le richieste si sarebbero fatte sempre più insistenti, concentrate sulla giovane, fino a presunti approcci diretti, sempre respinti.

    Durante l’udienza odierna, dai banchi della difesa è stata sollevata un’eccezione, relativa al decreto che ha disposto il giudizio. E’ stata accertata una causa di nullità, che in sostanza fa ritornare gli atti ai pm, che quindi dovranno nuovamente procedere.

    https://www.quotidianodigela.it/avrebbe-tentato-di-scare-una-minore-giovane-sentita-accuse-ad-un-sacerdote/

  • Tutela Minori, la Diocesi di Trento presenta il Rapporto sull’attività del Servizio: raccolte 3 segnalazioni

    Tutela Minori, la Diocesi di Trento presenta il Rapporto sull’attività del Servizio: raccolte 3 segnalazioni

    Trento – Il Servizio Tutela Minori della Diocesi di Trento, istituito ufficialmente il 2 aprile 2019, rende pubblico il Rapporto sull’attività condotta negli ultimi venti mesi (aprile 2020 – dicembre 2021). Mesi complessi, segnati dal prorompere dell’emergenza sanitaria, ma nel corso dei quali il Servizio Diocesano ha proseguito il proprio impegno, con un duplice mandato.

    I Referenti del Servizio don Stefano Zeni e don Tiziano Telch, insieme alla Responsabile del Centro di Ascolto, la psicologa Barbara Facinelli e al Tavolo degli Esperti (composto da tredici membri con professionalità afferenti agli ambiti psico-socio-pedagogico, medico e legale) hanno operato innanzitutto sul terreno della prevenzione. A questo proposito è stato organizzato un incontro formativo rivolto ai responsabili delle attività degli oratori parrocchiali, per favorire la cultura diffusa dell’importanza di uno stile relazionale consapevole quale mezzo per la prevenzione, ponendo la massima attenzione ai minori e al loro benessere.

    Un secondo mandato del Servizio è legato alla raccolta di segnalazioni – attraverso il Centro di Ascolto – da parte di coloro che, in ambito ecclesiale, dovessero aver subito un abuso, comprendendo con questo termine qualsiasi forma: sessuale, fisico, psicologico, di coscienza, morale.

    Il Centro di Ascolto ha raccolto, nel periodo indicato, tre segnalazioni di presunti abusi. In due di queste sarebbero stati interessati dei religiosi, nella terza un sacerdote della Diocesi di Trento. I primi due casi sono stati trasmessi al competente Superiore dell’Ordine religioso di appartenenza, per la relativa presa in carico. Circa il sacerdote diocesano, pur trattandosi di fatti lontani nel tempo, l’Ordinario diocesano ha prontamente provveduto agli approfondimenti del caso, secondo quanto previsto dalle norme canoniche.

    Ciascuna delle situazioni pervenute al Centro di Ascolto è stata dunque presa in carico e sono stati valutati gli specifici bisogni e le tipologie di servizi che potessero al meglio rispondere alle necessità delle persone coinvolte.

    Accanto a queste segnalazioni, un’altra persona si è rivolta al Centro d’Ascolto chiedendo un sostegno psicologico di altra natura: la persona è stata indirizzata e accompagnata attraverso servizi che potessero rispondere adeguatamente alla sua richiesta di appoggio.

    Il Tavolo degli Esperti è sempre stato a disposizione della Responsabile del Centro di Ascolto per offrirle, in caso di necessità, un supporto professionale e competente. I membri del Tavolo hanno focalizzato la loro attenzione e le loro energie sullo studio delle nuove linee guida CEI e sulla preparazione di percorsi formativi di ambito da poter proporre alle parrocchie (in particolare negli oratori) per affrontare al meglio il tema dell’abuso, dei confini e del rispetto della persona; la proposta formativa è stata pensata tenendo assieme aspetti sociali, pedagogici, psicologici e legali.

    La responsabile del Centro di Ascolto ha partecipato alle riunioni del gruppo di lavoro del Servizio Regionale Tutela Minori del Triveneto, una serie di appuntamenti che rappresentano un’importante occasione di confronto costante e qualificato con quanti si occupano di queste tematiche.

    Tutela Minori, la Diocesi di Trento presenta il Rapporto sull’attività del Servizio: raccolte 3 segnalazioni

  • 20 anni dopo “Spotlight” del Boston Globe, abbiamo bisogno di un database nazionale del clero accusato

    20 anni dopo “Spotlight” del Boston Globe, abbiamo bisogno di un database nazionale del clero accusato

    Negli Stati Uniti, la terribile verità che il clero cattolico ha sessualmente violato i bambini è nota pubblicamente ormai da almeno 36 anni. Per questa verità, siamo in debito con giornalisti come Jason Berry. Nel maggio 1985 ha documentato con dettagli crudi e spietati, scrivendo per il Times of Acadiana ( e NCR ), le predazioni del pedofilo seriale ammesso p. Gilbert Gauthe nella diocesi di Lafayette, Louisiana.

    Nel corso dei decenni altri hanno seguito l’innovativo racconto della verità di Berry, spesso contro e nonostante l’enorme pressione per rimanere in silenzio. Guidati da molti coraggiosi sopravvissuti e dalle loro famiglie, degni di nota sono il Survivors Network of those Abuded by Priests (SNAP), Bishop Accountability, Boston Phoenix, The Boston Globe, The New York Times e diversi procuratori generali dello stato.

    Nel gennaio 2019, ProPublica ha pubblicato un elenco nazionale interattivo del clero credibilmente accusato attingendo alle rivelazioni pubblicate di diocesi e ordini religiosi.

    Nonostante gli importanti sforzi di queste entità e persone, sono tutti limitati dalla realtà che sanno solo ciò che sanno. Non sanno quello che non sanno. L’intera larghezza e ampiezza della storia deve ancora essere raccontata ed è detenuta dalle arcidiocesi, dalle diocesi, dalle eparchie e dagli ordini religiosi.

    Sono un assistente sociale. Poiché il 2002 è iniziato 20 anni fa, stavo appena tornando da un anno sabbatico di tre mesi nel mio ruolo di direttore dell’Ufficio per la vita e del Progetto Rachele per l’arcidiocesi di Boston. La mia carriera nell’arcidiocesi è iniziata nel 1977 con un posto di lavoro nei servizi di protezione degli anziani presso Catholic Charities.

    In quei primi giorni del 2002, ho sentito che il cambiamento si stava muovendo, ma non avrei potuto immaginare lo tsunami di dolore represso, rabbia e sofferenza umana che si sarebbe scatenato quando il Boston Globe’s Spotlight Team ha iniziato a riferire di abusi sessuali da parte del clero a Boston il 6 gennaio 2002, festa dell’Epifania.

    In quelle prime settimane mi è stato chiesto se avrei contribuito a sviluppare servizi e un ufficio per rispondere esclusivamente ai sopravvissuti e alle loro famiglie con il sostegno ai servizi di salute mentale e alla pastorale. Inoltre, erano necessari servizi di supporto per il personale parrocchiale e le comunità i cui pastori erano stati rimossi a causa di denunce credibili di abusi sessuali da parte del clero.

    Le linee telefoniche della cancelleria erano in fiamme con chiamate che richiedevano urgentemente servizi per i sopravvissuti e le loro famiglie. Entro la fine di maggio 2002, i ricoveri per la salute mentale e i rinvii per la riabilitazione dalle dipendenze erano diventati il ​​lavoro quotidiano di un team ora piccolo ma determinato di assistenti sociali trasferito in uno spazio ufficio secolare fuori dalla proprietà della cancelleria. Inoltre, è stata avviata una sensibilizzazione alle famiglie dei sopravvissuti, guidata da un’infermiera in pensione e madre di due figli che avevano subito abusi sessuali dal loro parroco.

    Il numero di persone che si sono fatte avanti è stato scioccante e il livello di angoscia e trauma bruciante. Ci siamo incontrati nei bar, nelle biblioteche, nelle carceri, negli ospedali, nei parchi pubblici, nelle aule dei tribunali, negli studi dei terapisti, nei centri di riabilitazione, nelle automobili, nelle chiese, nelle case e sulle linee telefoniche in fiamme di vergogna e di torrente incessante di dolore.

    Le singolari domande dei primissimi incontri con i sopravvissuti sono state ripetute più e più volte. “Ero l’unico?” “Quanti altri?” “Quando l’ha saputo la chiesa?” Le risposte non erano prontamente disponibili, né accessibili, né facilmente disponibili. La paura era palpabile.

    Perseguire la verità per rispondere onestamente alle domande dei sopravvissuti e delle loro famiglie è diventato una linea di base per un’autentica risposta pastorale, un percorso significativo verso la giustizia e la guarigione. Era un mantra che per ripristinare la fiducia dobbiamo agire in modo affidabile e dire la verità, non importa quanto terribile sia la verità. Gli avvocati canonici sembravano parlare un’altra lingua e i venti contrari del diritto canonico erano portati su un altro mantra: “Ma non è un crimine canonico”.

    L’8 settembre 2003, l’arcidiocesi di Boston ha accettato un accordo di 85 milioni di dollari con quasi 550 sopravvissuti. A quel tempo, era il più grande insediamento di questo tipo nella storia della Chiesa cattolica degli Stati Uniti. Nell’aprile 2008, quando cinque sopravvissuti di Boston incontrarono papa Benedetto XVI, gli fu presentato un libro artigianale con i nomi di 1.476 sopravvissuti .

    Nonostante tutto ciò che è accaduto in 20 anni, quelle toccanti domande dei sopravvissuti e delle loro famiglie continuano a rimanere sospese nell’aria e non hanno ancora ricevuto una risposta completa. Trasparenza, responsabilità, ascolto e semplicemente dire la verità rimangono il fondamento di ogni speranza di ritrovata fiducia e guarigione.

    Nell’agosto 2018, a seguito del duplice disastro delle rivelazioni della sordida storia di abusi sessuali su bambini e adulti vulnerabili dell’ex cardinale Theodore McCarrick e del rilascio del rapporto del gran giurì della Pennsylvania, papa Francesco ha pubblicato una Lettera al popolo di Dio che ha coinciso con il suo viaggio in Irlanda per l’Incontro Mondiale delle Famiglie. Le parole di Francesco vanno al cuore della questione con una dichiarazione di responsabilità straordinariamente audace:

    Con vergogna e pentimento, riconosciamo come comunità ecclesiale che non eravamo dove avremmo dovuto essere, che non abbiamo agito in modo tempestivo, rendendoci conto dell’entità e della gravità del danno arrecato a tante vite. Non abbiamo mostrato alcuna cura per i piccoli; li abbiamo abbandonati .

    Eppure, anche con le parole di Francesco che riconoscono l’incapacità della Chiesa di agire in modo tempestivo, la mancanza di urgenza e di un’azione decisa continua ad affliggere ogni reale sforzo di riforma. L’unica azione più importante che i vescovi degli Stati Uniti e gli ordini religiosi potrebbero fare per dimostrare la loro dichiarata determinazione a proteggere e guarire è una verità radicale.

    Nonostante alcune diocesi e ordini religiosi siano andati avanti per pubblicare le rivelazioni, invece di fare finalmente luce, questo esercizio è stato un pasticcio confuso. La spirale discendente è ora una vera e propria crisi di credibilità. Senza concordare principi operativi centrali e parametri di riferimento per la divulgazione, ciascuna diocesi e ogni ordine religioso ha autodeterminato la definizione di credibilità e quali dettagli sul chierico elencato documentare e pubblicare.

    Alcune diocesi includono ordini religiosi e sacerdoti defunti e altre no. Alcune diocesi includono le storie di assegnazione del clero incriminato e altre no. Alcune diocesi includono date di ordinazione e di nascita e altre no. Lo stato attuale delle indagini e dei ricorsi canonici è raramente incluso.

    All’interno di ordini religiosi particolari una provincia può aver pubblicato un avviso e altre province dello stesso ordine no. E alcune diocesi e ordini religiosi non hanno pubblicato nulla e non hanno in programma di pubblicare.

    È anche importante notare che il precursore della divulgazione è una revisione esauriente degli archivi di tutti i fascicoli del personale in ogni diocesi e ordine religioso. Senza questo esame laborioso ma necessario di tutti i fascicoli e registri del clero, qualsiasi divulgazione è intrinsecamente imperfetta se non impossibile. Ancora più importante, senza un’approfondita revisione del fascicolo, resta il rischio che un chierico incriminato non venga individuato e continui a svolgere il suo ministero.

    Mentre i vescovi statunitensi lottano per mettere in atto meccanismi per la segnalazione delle denunce contro i vescovi secondo le direttive del provvedimento di Francesco del 2019 Vos Estis Lux Mundi , le possibilità di successo e la fiducia dell’opinione pubblica in questo sforzo sono ridotte dalla mancata divulgazione onesta dei nomi di tutto il clero offensore.

    La verità completa e non verniciata sulla storia dei chierici sessualmente offensivi, guidata da un modello comunemente concordato per la divulgazione, è urgentemente necessaria per stabilire una base per il futuro e per garantire la fiducia nell’impegno dei vescovi alla tolleranza zero. È tempo che i vescovi e gli ordini religiosi siano castigati e umiliati dagli sforzi coraggiosi di tanti e che pubblichino un Direttorio nazionale.

    Alla vigilia del 20° anniversario della serie Spotlight del Boston Globe e delle rivelazioni a cascata che ne sono seguite, la parola “crisi” ora suona vuota in quanto si applica agli abusi sessuali del clero. Non ha più senso riferirsi agli abusi sessuali del clero come a una crisi. Mentre la vergogna e la rabbia si sono spostate dal religioso offensore al sistematico insabbiamento da parte dei vescovi, ora dobbiamo affrontare la triste realtà che la vergogna più profonda è l’incapacità continua, in tempo reale, di agire in modo decisivo per affrontare “l’abbandono dei piccoli».

    C’è una storia nei Vangeli di Marco, Matteo e Luca che racconta una scena sorprendente in cui i quattro amici di un uomo paralizzato cercavano disperatamente di portarlo davanti a Gesù con la speranza che sarebbe stato guarito. La stanza era così affollata che non potevano entrare e apparentemente quelli tra la folla non erano disposti ad aprire una strada.

    Questi quattro amici decisero che l’unico modo era salire sul tetto, togliere le tegole del tetto, issare il loro amico sulla barella e calarlo giù attraverso il buco davanti a Gesù. Che momento drammatico e commovente deve essere stato vedere quella barella scendere dal tetto. Mosse dall’amore per l’amico sofferente e da un senso di urgenza, questa azione è stata compiuta da quattro amici che hanno messo da parte la paura e il decoro.

    Il tempo conta. Trentasei anni e il conteggio è, in ogni caso, troppo lungo. Lo dobbiamo ai sopravvissuti. Lo dobbiamo alle famiglie dei sopravvissuti. Lo dobbiamo ai fedeli laici e al clero. Lo dobbiamo davanti a Dio al quale professiamo il nostro amore e la nostra fedeltà a dire la verità.

    https://www.ncronline.org/news/accountability/20-years-after-boston-globes-spotlight-we-need-national-database-accused-clergy

  • Mobbing e abusi nei conventi, un libro-inchiesta alza “Il velo del silenzio”

    Mobbing e abusi nei conventi, un libro-inchiesta alza “Il velo del silenzio”

    CITTÀ DEL VATICANO. Mobbing, violenze, ricatti e frustrazioni: non sono pochi i conventi messi in ginocchio da comportamenti che lo psichiatra Cantelmi definisce «predatori», legati alla «gestione del potere», che sconfina spesso in «autoritarismi compulsivi». In nome di quella trasparenza tante volte invocata e praticata da papa Francesco in questi tempo di verifiche e riforme nei Sacri Palazzi, arriva un libro-inchiesta sugli abusi nei monasteri: abusi di potere, di coscienza o sessuali all’interno di ordini e istituti, che portano donne e ragazze a spegnere il fuoco della vocazione e abbandonare il percorso religioso intrapreso, anche dopo anni. Sono loro stesse, suore o ex suore, che stanno per lasciare o hanno già lasciato quella che per anni è stata la loro «casa», a raccontare nel libro «Il velo del silenzio» di Salvatore Cernuzio (con introduzione di padre Giovanni Cucci, sj e contributo di Giorgio Giovanelli) ciò che hanno subito: mobbing, ricatti, manipolazioni, discriminazioni in base alla nazionalità, violazione del foro interno (cioè dei segreti della propria coscienza), problemi di salute sottovalutati o usati come pretesto per l’emarginazione. Non pochi commentatori hanno subito definito questo volume «necessario», per purificare quegli ambienti ecclesiastici inquinati dalle debolezze umane, dalle tentazioni e dal «clericalismo», di cui parla lo stesso autore. «Tanti, troppi, i comuni denominatori nelle storie di queste religiose ed ex religiose, che pur provengono da latitudini e background completamente differenti. E che fanno pensare che non si tratti di singoli casi, in cui a rimetterci sarebbero donne particolarmente fragili, tendenti alla depressione o troppo deboli e “pazze” per reagire, ma che evidentemente sia presente un sistema malsano, basato su strutture di potere e su quel clericalismo che papa Francesco in diverse occasioni ha stigmatizzato come un “cancro” per la Chiesa». Clericalismo inteso «come quel surplus di grazia di cui superiori, fondatrici, maestre delle novizie o gli stessi padri spirituali si ammantano, decidendo sulla sorte di questa o quell’altra candidata, facendola precipitare in uno status di debolezza e soggezione che la rende anche facile preda di violenze. Fisiche e psicologiche».

    Il libro di Cernuzio, giornalista di Vatican News e dell’Osservatore Romano dopo essere stato redattore di Vatican Insider-La Stampa, raccoglie in forma anonima le testimonianze di donne di tutto il mondo e di diverse età che, dopo anni di silenzio, per paura o perché sotto forte pressione psicologica, hanno deciso di far sentire la loro voce, in modo da poter aiutare chi ancora non ha il coraggio di reagire. Un «velo», come quello tolto dal proprio capo, che ora cade per rivelare storie altrimenti nascoste.

    Come quella di Anne-Marie, vittima di episodi di razzismo nel suo istituto negli Stati Uniti. Lei e altre due africane hanno dovuto subire battute sull’ignoranza o sul vestiario; costrette a spalare la neve e fare lavori pesanti perché «abituate alla fatica in Africa». Quando è morta sua madre non gliel’hanno detto per tre giorni e hanno continuato a farla lavorare in cucina.

    Thérèse ha problemi alla colonna vertebrale. Per la madre sono scuse per evitare gli impegni della vita comunitaria. La ragazza diventa quasi anoressica, non viene aiutata nelle cure e le viene impedito di andare da uno psicologo. Esce dall’istituto, restando senza sostegno di alcun tipo, piena di timori e nevrosi. Aiutata ora da una comunità che le ha pagato anche i primi mesi di affitto, è in cura psicologica.

    Aleksandra viene molestata da un prete. Ma invece di essere protetta e aiutata, e invece di denunciare il sacerdote, è colpevolizzata dalla superiora che le toglie pure la guida di un progetto da lei fondato. Chi viene scelto per sostituirla alla guida del progetto? Il prete in questione. Aleksandra ha avuto problemi di salute ma non è stata aiutata in alcun modo, perché non rientrava tra le favorite delle suore più anziane. Ed è pure stata messa sotto accusa quando è uscita dall’istituto.

    Nei monasteri femminili «c’è a mio parere – sottolinea nell’’intervista contenuta nel libro Tonino Cantelmo – troppa sofferenza non raccontata, troppo dirigismo e un isolamento non sempre sano». Secondo lo psicoterapeuta «molte Congregazioni sono pervase da forme di individualismo impressionanti e la vita in comune è soltanto formale, priva di contenuti». È in questo individualismo che «si creano forme di abuso caratterizzate dalla ricerca di potere. Vedi subito questo quando in una Congregazione il religioso o la religiosa considera quella struttura di cui è superiore o quell’opera di carità che gli è stata affidata una sorta di suo potentato». Cantelmi denuncia che «a volte la gestione del potere si caratterizza per la costituzione di cordate che fanno sì che ci sia una forma di esclusione davvero crudele: su alcune religiose pesa un giudizio negativo particolarmente severo. Questo in realtà dimostra una incapacità in alcune Congregazioni, maschili e femminili, di vivere un’autentica fratellanza/sorellanza». La ricostruzione di relazioni autentiche e sane è «a mio parere una urgenza che riguarda molte Congregazioni».

    A impreziosire – e a sigillare – il lungo e complesso lavoro di Cernuzio c’è anche la prefazione di Nathalie Becquart, xmcj, sottosegretario della Segreteria generale del Sinodo, prima donna con diritto di voto nell’assise dei vescovi. «Siamo tutti chiamati a prendere coscienza – evidenzia suor Nathalie – di queste pratiche erronee di obbedienza e di esercizio dell’autorità nella Chiesa, che purtroppo sono sorte sia nelle parrocchie che nelle vecchie e nuove comunità di vita consacrata o associazioni laicali». Becquart esorta ad «ascoltare la forte chiamata di Papa Francesco alla conversione pastorale, che ci richiede di abbandonare il modello clericale della Chiesa e di entrare in una visione di Chiesa sinodale, che implica l’ascolto e la partecipazione di tutti e l’assunzione di responsabilità congiunte». Un tema mai così cruciale come nelle dinamiche di relazioni distorte e violente raccontate con delicatezza da Cernuzio.

    Suor Nathalie vuole «rendere omaggio a queste donne che hanno coraggiosamente accettato di parlare e dare la loro autentica testimonianza». Ora però «dobbiamo ascoltarle sentirle e prendere coscienza che la vita consacrata nella sua diversità, come altre realtà ecclesiali, può generare sia il meglio che il peggio». Il meglio quando «i voti religiosi di povertà, castità e obbedienza sono proposti come un cammino di crescita umana e spirituale». Il peggio quando «i voti religiosi sono interpretati e attuati in modo da infantilizzare, opprimere o addirittura manipolare e distruggere le persone». Nelle pagine di Cernuzio si trovano anche degli spunti sui percorsi di «rinascita», quindi sugli strumenti del Diritto canonico o della psicoterapia in supporto e a tutela delle consacrate, oppure sulle iniziative all’interno della Chiesa che aiutano queste donne a riprendere la vita in mano e ad andare avanti. A volte perfino ricominciando il cammino religioso, quando tornano a distinguere le malefatte di qualche superiore con l’opera e la presenza del Signore. E la propria preziosa missione per conto di Dio.

    «Il velo del silenzio. Abusi, violenze, frustrazioni nella vita religiosa femminile», di Salvatore Cernuzio, Edizioni San Paolo 2021, pp.208, euro 20,00

  • Prete accusato di abusi su minori in Sicilia. Il vescovo intercettato: «Ho insabbiato questa storia»

    Prete accusato di abusi su minori in Sicilia. Il vescovo intercettato: «Ho insabbiato questa storia»

    Città del Vaticano – Un vescovo che al telefono con un prete della sua diocesi accusato di abusi ammette: «ho insabbiato questa storia». Il Vaticano che asseconda il trasferimento del sacerdote al Nord perché la «condotta dell’allora seminarista è sottratta alla giurisdizione canonica». Nelle duemila e passa pagine di documenti processuali emerge uno spaccato sociale sconfortante che fa da cornice ad un processo choc che si sta svolgendo a porte chiuse in un tribunale civile della Sicilia. La terza udienza in tribunale, a Enna, è fissata per il 23 di dicembre: l’accusato di violenza aggravata su minori è un sacerdote quarantenne, don Giuseppe Rugolo, ex insegnante di religione, molto attivo in una parrocchia frequentata da adolescenti e bambini. Il sacerdote è stato tratto in arresto il 27 aprile scorso a Ferrara, dove nel frattempo era stato “spostato” dal vescovo a seguito della segnalazione di abusi da parte della vittima, un ragazzo oggi maggiorenne.

    Prima del processo civile in corso, la vittima tenta (con poco successo) la strada del processo canonico che di fatto parte quando nel 2016, raccontando alla Chiesa dei presunti atteggiamenti morbosi di Rugolo che andavano avanti da parecchio. In quel periodo il vescovo avvia l’indagine previa e spedisce per un certo periodo il sacerdote al Nord. Vedendo che di fatto non accadeva nulla la vittima si fa coraggio e nel 2020 con il supporto della sua famiglia presenta un esposto alla polizia e scrive anche una lettera a papa Francesco.

    Al di là di come andrà a finire la scabrosa vicenda giudiziaria tra le carte processuali si delinea anche il ruolo della Chiesa e il cammino intrapreso davanti a casi del genere.

    Il prete accusato sarebbe stato spostato in una parrocchia del Nord, d’accordo con la Congregazione del Clero e con il vescovo di Ferrara. Peccato solo che in quella diocesi il presunto abusatore sia di nuovo entrato a contatto con dei ragazzi, promuovendo incontri con loro e contravvenendo alle indicazioni operative della Congregazione della Dottrina della Fede.

    Il vescovo Gisana in una delle tante lettere agli avvocati spiega che dal 2019 Rugolo era stato spostato fuori dalla diocesi secondo quanto concordato per un periodo congruo di due anni. «Esso deve servire a prendere consapevolezza della sua condizione di peccato e a rifondare con maggiore impegno la sua scelta vocazionale. Assicuro che sta seguendo un percorso di psicoterapia ed è impegnato in attività pastorali mirate». In una altra parte della documentazione spiega di avere aperto una investigazione previa a norma del canone 1717. Nel frattempo riceve risposte dal Vaticano in cui viene rassicurato: dopo avere studiato attentamente la questione il vescovo viene edotto che «non è affatto tenuto a dar seguito alla richiesta dell’avvocato di conoscere il risultato della denuncia canonica in base al documento di papa Francesco, Vos estis lux mundi».

    «Qualora però lo ritenesse opportuno e con le modalità del caso potrà comunicare al richiedente che la condotta dell’allora seminarista è sottratta alla giurisdizione canonica», scrive in una lettera monsignor Pena Parra, attuale Sostituto alla Segreteria di Stato.

    In una delle intercettazioni agli atti, relativa agli inizi di quest’anno, il vescovo Gisana avrebbe ammesso parlando con don Rugolo di avere insabbiato il suo caso. Spiegava di avere ricevuto una comunicazione dalla Congregazione del Clero dove chiedevano informazioni e accertamenti. «Un atto che sto preparando per mandarlo nell’arco di poche ore». Tuttavia rincuorando il sacerdote accusato di molestie, suggeriva di pregare Dio per l’attacco demoniaco spiegando che il problema ora non era solo del prete ma anche suo. «Ora il problema non è solo tuo, il problema è anche mio perché io ho insabbiato questa storia. Per cui stanno cercando in tutti i modi di accusarmi. Adesso vederemo come poterne uscire».

    I legali del vescovo, però, hanno replicato con la stampa locale che monsignor Gisana ha collaborato con gli organi inquirenti sin dal primo momento in cui la giovane vittima e la sua famiglia hanno preso la decisione di sporgere all’autorità giudiziaria la denuncia sugli abusi.

    La vittima ha raccontato che le violenze anche psicologiche sono andate avanti tra il 2009 e il 2005. «Ricordo che durante la costrizione nel praticare la masturbazione io continuavo a ripetere di lasciarmi andare ma lui diceva che mi stava offrendo un aiuto per capire quale fosse il mio orientamento sessuale e che il suo aiuto era quello di offrirmi il proprio corpo per assecondare il mio istinto. Durante il rapporto sessuale lui mi baciava sul collo e suol viso tentando di baciarmi in bocca ma io mi spostavo perché non volevo. Lui continuava a dirmi che era una cosa bella e non dovevo temere nulla». Proprio in questi giorni che in Francia è stato pubblicato il rapporto monumentale della commissione indipendente (CIASE) voluta dai vescovi per fare luce sul fenomeno degli abusi nell’arco di 70 anni (e dal quale è emerso che le vittime accertate sono circa 290 mila) la storica Lucetta Scaraffia, già direttrice del mensile dell’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo, si chiede come mai nel nostro Paese la Chiesa «non sia ancora stata avviata alcuna indagine né indipendente né interna sugli abusi del clero».

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/prete_pedofilo_sicilia_vescovo_nasconde_storia_intercettato_cosa_e_successo-6315827.html