Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Ho svelato abusi sessuali dei preti, mi hanno buttano fuori dal seminario”: la storia che fa tremare la Diocesi

    “Ho svelato abusi sessuali dei preti, mi hanno buttano fuori dal seminario”: la storia che fa tremare la Diocesi

    Un aspirante prete buttato fuori dal seminario, un passato di abusi sessuali vissuti in silenzio e una citazione in sede civile che rischia di aprire uno squarcio, l’ennesimo, su torbidi intrecci vissuti all’ombra delle sagrestie.

    Sono gli ingredienti della storia che approderà il 18 novembre al tribunale di Messina.

    La storia di Davide, nome di fantasia per tutelare la privacy, pronto ad affrontare una lunga e delicata battaglia giudiziaria pur di tornare in seminario e completare il suo percorso.

    Il seminario è un luogo di cui tutti sanno l’esistenza, ma pochi conoscono meccanismi ed atmosfere. Immensi corridoi, stanze semplici dal sapore antico, stipate biblioteche e grandi saloni dove vivono, studiano e riflettono coloro che vogliono diventare preti. E’ in queste stanze, al seminario San Pio X di Giostra, che Davide muove i primi passi nel 2006 con la partecipazione alle settimane vocazionali e formalmente dal 2014, per coronare un sogno che è suo ma anche della sua famiglia. Una famiglia profondamente cattolica, praticanti convinti, che per tutta la sua giovane vita si sono sforzati di spiegargli che della Chiesa ci si può fidare. Anzi, ci si deve fidare. E la Chiesa si deve difendere, anche quando sembra indifendibile.

    Ci ha creduto Davide. Una mosca rara in tempo di crisi delle vocazioni che vede solo 1804 seminaristi in tutta Italia, il 28 per cento in meno nei dieci anni che vanno dal 2009 al 2019. Ci ha creduto fino a quando, in una fredda giornata di dicembre del 2020, non lo hanno mandato via con un decreto di sospensione temporanea nonostante le riconosciute “capacità pastorali” e nessuna problematica o segnalazione che abbia potuto “sminuire il discernimento vocazionale”. Inutile chiedere, invocare, pregare. La strada è segnata. Amen. Una decisione che – si legge nell’atto di citazione – è stata preceduta senza alcun preavviso, appena un mese prima, dalla comunicazione a tutti i seminaristi dell’avvenuta sospensione per “motivi gravi”.

    Le ragioni? Sono destinate a saltare fuori alla prima udienza fissata il 18 novembre davanti al giudice del Tribunale di Messina, dove il giovane ha citato in sede civile la Diocesi con il suo legale rappresentante, l’arcivescovo monsignor Giovanni Accolla. Davide, rappresentato dall’avvocato Massimo Maiorana, ritiene di essere stato ingiustamente allontanato e di essere vittima due volte. Prima per aver subito abusi in silenzio e poi per aver osato togliersi quel peso confidandolo, inconsapevole di quello che si sarebbe scatenato: “tutto quello che si dice al padre spirituale – è la tesi di Davide –  dal buongiorno alla buonanotte, è come se fosse detto in confessione”.

    Ma così non è andata e quella confidenza ha dovuto ripeterla ancora, portare le prove, e infine rispondere a una domanda che lo ha spiazzato: “Contro questi preti, cosa vuoi usare? Il diritto canonino o il vangelo?”. Davide ha scelto il vangelo, come sempre. Ma quel vangelo non potrà predicarlo da prete perché gli è stato fatto il foglio di via.

    “Un provvedimento – spiega l’avvocato nell’atto di citazione – che ha immediatamente prodotto i suoi malefici effetti poiché la gente del paese lo ha ingiustamente etichettato, marchiato e continuamente diffamato ledendo la buona reputazione ed il nome anche della sua famiglia, causando così un grave danno anche all’attività economica lavorativa della famiglia stessa, si precisa altresì che il padre di Davide ricopriva cariche pubbliche ed ha dovuto rinunciare alla carriera politica”.

    “Sono stato punito e ancora non so perché”, spiega con amarezza a MessinaToday. “Puoi andare dove vuoi, mi è stato detto, in un altro seminario. Ma senza una lettera di presentazione dell’arcivescovo io non posso andare da nessun altra parte. Ho chiesto perché mi hanno fatto questo. Ma l’unica risposta è stata che sono capitato nel periodo sbagliato, perché vent’anni fa la Chiesa era interessata solo a mafia e fatti di mafia, ora è ossessionata solo dalla violenze e dagli abusi sessuali. Quindi si deve difendere in tutti i modi, anche da me che per quello che ho vissuto rappresento un potenziale pericolo. I preti di cui ho riferito però restano al loro posto”.

    Allora perché ostinarsi a tornare in seminario? “Perché so di avere la vocazione e di voler servire il signore, se tutti noi ci tiriamo indietro, lasciamo la chiesa solo nelle mani degli sciacalli”. Ed è con questa convinzione che Davide si è costituito in sede civile.  Nessuna denuncia, anche se ora non si escludono risvolti di carattere penale.

    “E’ una vicenda molto delicata – conferma l’avvocato Massimo Maiorana – Dall’evoluzione istruttoria può accadere di tutto. Temo di non poter evitare di procedere anche penalmente”. Anche perchè nell’atto di citazione non si fa segreto di quali siano stati i motivi reali dell’allontanamento, secondo la difesa del seminarista.

    “Occorre affrontare in modo chiaro e privo da qualsiasi pregiudizialità – si legge nell’atto – quali sono stati i veri motivi che hanno portato allontanamento del seminarista il quale, in realtà, si è rifiutato di piegarsi alle pressioni di carattere sessuale di cui è stato oggetto da parte di altri presbiteri appartenenti alla diocesi e, come effettivamente minacciato dagli stessi, è stato punito per avere tentato di denunciare tali abusi agli organi superiori che invece di prendere provvedimenti ai danni degli abusatori hanno eliminato in radice il problema allontanando l’oggetto del contendere, il seminarista”.

    A supporto della tesi, risultano agli atti, messaggi inviati nelle chat telefoniche (“limitandoci per buongusto solo a quelli che si possono mostrare”, scrive il legale), quale prova inconfutabile dell’avvenuto abuso che comunque sarebbe stato riconosciuto anche dai vertici della Diocesi che hanno preso atto di “una ricca documentazione di materiale inquietante riguardante sacerdoti del nostro presbiterio” messa a disposizione “non come materiale di ricatto, bensì di riscatto”.

    Un riscatto che ora Davide vuole portare avanti fino in fondo.

    https://www.messinatoday.it/cronaca/chiesa-abusi-sessuali-citazione-civile-seminario-processo.html

  • Pedofilia nella Chiesa, attacco informatico a Rete L’Abuso che denuncia i casi in Italia: “È una vita che vogliono farci chiudere”

    Pedofilia nella Chiesa, attacco informatico a Rete L’Abuso che denuncia i casi in Italia: “È una vita che vogliono farci chiudere”

    Un attacco informatico per mettere a tacere le denunce di abusi da parte di membri della Chiesa. Rete L’Abuso – il sito di Francesco Zanardi, con il più completo database di casi di pedofilia nelle diocesi e parrocchie italiane – da una settimana è stato colpito da un malware che cerca di oscurarlo. Ora il problema sembra risolto, ma non è il primo che l’organizzazione ha dovuto affrontare: “È una vita che vogliono farci chiudere – spiega il fondatore – Hanno capito che, nonostante le querele e le diffide, non togliamo i nostri contenuti“. Anche i più scomodi.

    Con oltre mille testimoni e il supporto di 21 studi legali, Rete L’Abuso raccoglie storie, articoli, nomi e dati – con la mappa Abuse tracker – sulle violenze da parte di canonici e sacerdoti, oltre a offrire supporto alle vittime. È la sola realtà a farlo in Italia e per questo la sua attività è spesso sotto attacco. “Il nostro server è delicato. Gli altri siti con cui lo condividiamo però ieri erano a posto. Solo noi siamo andati per una settimana giù – racconta Zanardi – Ieri sera pensavamo di avere risolto e stamattina eravamo ancora offline. Poi ci siamo accorti che c’era un virus che replicava continuamente il backup, riempiendo lo spazio sul disco e facendolo funzionare a zero”. I controlli tecnici hanno rivelato una forzatura – tramite un file di login – per danneggiare il database: oltre a rendere la pagina invisibile, il malware ha cancellato diversi contenuti. “Siamo riusciti a ripristinarli fino al 27 settembre. Molti quindi sono andati perduti e li sto reinserendo manualmente – continua Zanardi, al lavoro per non lasciare i suoi utenti senza aggiornamenti – Capiremo però se ci sono tutti i file o alcuni mancano, solo quando dovremo cercare un dato effettivamente”.

    La minaccia informatica è arrivata dopo la rivelazione dei 216mila casi da parte della Ciase, la Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa in Francia. Per il “cacciatore” di preti pedofili – come il fondatore di Rete L’Abuso è soprannominato – non c’è necessariamente una correlazione: “Siamo sempre stati una realtà scomoda. Come ai giornali anche a noi arrivano le querele, ma se loro spesso tolgono il contenuto, noi non lo facciamo“. Quando il server che ospita il sito si trovava in Europa – racconta – le diocesi denunciate inoltravano minacce e richieste di danni per diffamazione ai provider: “Così erano loro a chiederci di levare le cose. Per questo ci siamo spostati in Canada. Lì abbiamo molta più privacy“.

    Spesso Zanardi ha dovuto difendersi da provvedimenti legali ai suoi danni: “In 11 anni ne ho ricevute, fra querele e diffide, per una settantina di documenti. In tutto sono arrivato a 12 procedimenti penali a Ferrara, Savona o in altre città”. Non mancano però le vittorie, anche se amare: “Una volta un prete che avevamo accusato ci ha querelati per diffamazione. Noi lo abbiamo fatto indagare per calunnia, perché attraverso i documenti abbiamo provato il fatto” che lo vedeva coinvolto. Dagli utenti, in tutti i casi e anche in quest’ultimo, c’è stata solidarietà ma soprattutto voglia di non lasciare che la Rete non abbia più voce: “Ci hanno chiesto spiegazioni e hanno diffuso la notizia che non eravamo più online”.

    https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/10/12/pedofilia-nella-chiesa-attacco-informatico-a-rete-labuso-che-denuncia-i-casi-in-italia-e-una-vita-che-vogliono-farci-chiudere/6352199/

  • L’arcivescovo di Ottawa si scusa per il ruolo della Chiesa cattolica nel sistema scolastico residenziale

    L’arcivescovo di Ottawa si scusa per il ruolo della Chiesa cattolica nel sistema scolastico residenziale

    ATTENZIONE: questa storia contiene dettagli che alcuni lettori potrebbero trovare angoscianti.

    L’arcivescovo di Ottawa-Cornwall, Marcel Damphousse, ha presentato lunedì scuse formali agli indigeni per il ruolo della Chiesa cattolica nel sistema scolastico residenziale.

    Ha anche invitato a scusarsi anche papa Francesco, il capo globale della chiesa di circa 1,3 miliardi di persone.

    Le scuse sono l’ultima espressione di contrizione da parte di un leader cattolico canadese da quando la Tk’emlúps te Secwépemc First Nation ha annunciato la scoperta di quelli che si ritiene siano i luoghi di sepoltura non contrassegnati dei resti di bambini adiacenti a un’ex scuola residenziale a Kamloops, BC. scuse simili dagli arcivescovi di Vancouver e Regina .

    Abbiamo peccato contro i nostri fratelli e sorelle affidati alle nostre cure.– L’arcivescovo Marcel Damphousse

    Più di 150.000 bambini indigeni sono stati separati dalle loro famiglie e costretti a frequentare le scuole residenziali in tutto il Canada tra il 1880 e il 1996, molti dei quali hanno subito abusi fisici, sessuali e psicologici. La maggior parte delle scuole erano gestite da confessioni cattoliche per conto del governo federale.

    “Estendiamo le mie sincere scuse per il coinvolgimento della Chiesa cattolica nel sistema scolastico residenziale e prego per la guarigione mentre la chiesa in Canada percorre il sentiero della riconciliazione con gli indigeni della nostra comunità”, ha detto Damphousse in un video pubblicato sul canale YouTube dell’arcidiocesi in occasione della  Giornata nazionale dei popoli indigeni.

    “Aggiungo la mia voce a coloro che chiedono al Santo Padre scuse per i popoli indigeni”.

    Le scuse vengono dopo il processo di apprendimento, dice l’arcivescovo

    Nel video, Damphousse ha affermato che la scoperta di Kamloops lo ha spinto a leggere, ascoltare e conoscere meglio l’impatto del sistema scolastico residenziale sulle popolazioni indigene.

    “I resoconti che abbiamo ascoltato sia nel rapporto Verità e riconciliazione che più recentemente in queste ultime settimane dell’esperienza di molti studenti indigeni delle scuole residenziali erano vergognosi”, ha detto Damphousse.

    “Come chiesa, non solo non siamo riusciti ad essere autentici testimoni della bontà di Gesù Cristo, ma abbiamo peccato contro i nostri fratelli e sorelle affidati alle nostre cure”.

    Ma una sopravvissuta alla scuola residenziale locale dice di essere arrabbiata per quanto poco l’arcivescovo sapesse delle scuole residenziali.

    Evelyn Korkmaz è stata costretta ad andare alla scuola residenziale di St. Anne, gestita dalla Chiesa cattolica a Fort Albany, nell’Ont. Ha detto che Damphousse deve prima imparare di più sul sistema scolastico residenziale.

    “Come puoi scusarti sinceramente se non sai nemmeno di cosa ti stai scusando?”

    In un’intervista all’Ottawa Morning di CBC Radio   all’inizio di questo mese, Damphousse ha ammesso di sapere poco della storia o dell’eredità delle scuole residenziali, un commento che ha suscitato critiche dall’ex commissario della TRC Marie Wilson, che ha affermato che la commissione ha specificamente invitato le chiese a educare i loro membri sul loro ruolo in quel capitolo della storia canadese.

    Damphousse ha detto che da allora ha contattato il Kateri Native Ministry di Ottawa, una chiesa situata su Bronson Avenue intitolata a Saint Kateri Tekakwitha, la prima indigena nordamericana ad essere santificata.

    Damphousse ha affermato di aver “chiesto aiuto” per imparare come supportare al meglio la comunità indigena locale.

    “Ho ascoltato le richieste di azioni concrete che possiamo intraprendere, inclusa la partecipazione e la promozione di incontri di ascolto con le popolazioni indigene nella nostra arcidiocesi, lavorando con le popolazioni indigene nel fornire istruzione al nostro clero e ai parrocchiani facilitata dalle popolazioni indigene”, ha affermato Damphousse.

    Korkmaz ha detto che le scuse non andranno abbastanza lontano e vuole che Damphousse solleciti il ​​Vaticano a rilasciare documenti relativi alle scuole residenziali.

    “È un inizio per riconoscere i torti… che la chiesa ha fatto al nostro popolo oa me stesso, ma dopo le scuse, abbiamo bisogno di azioni concrete”, ha detto.

    Francesco ha chiesto la guarigione , ma ha smesso di scusarsi per il ruolo della Chiesa cattolica nella gestione delle scuole, anche dopo che il primo ministro Justin Trudeau gli ha chiesto personalmente di considerare un tale gesto durante una visita del 2018 in Vaticano. Le scuse papali erano una delle 94 raccomandazioni formulate dalla TRC.

    Nelle osservazioni pronunciate in Piazza San Pietro all’inizio di questo mese, Francis ha affermato di essere addolorato per la scoperta di Kamloops e ha chiesto il rispetto dei diritti e della cultura delle popolazioni indigene.


    Il supporto è disponibile per chiunque sia interessato dalla propria esperienza nelle scuole residenziali e per coloro che sono stati attivati ​​dagli ultimi rapporti.

    È stata istituita una linea nazionale di crisi della scuola residenziale indiana per fornire supporto agli ex studenti e alle persone colpite. Le persone possono accedere ai servizi di riferimento emotivo e di crisi chiamando la linea nazionale di crisi 24 ore su 24: 1-866-925-4419.

    https://www.cbc.ca/news/canada/ottawa/archbishop-apology-residential-schools-1.6073733

  • Perché la mancanza di scuse del Papa per il ruolo della chiesa nelle scuole residenziali non è stata una sorpresa per gli osservatori vaticani

    Perché la mancanza di scuse del Papa per il ruolo della chiesa nelle scuole residenziali non è stata una sorpresa per gli osservatori vaticani

    ATTENZIONE: questa storia contiene dettagli angoscianti.


    Quando papa Francesco si è fermato sul suo balcone che si affaccia su Piazza San Pietro domenica, ha espresso “vicinanza ai canadesi traumatizzati” per la scoperta di quelli che si ritiene siano i resti di circa 215 bambini sepolti sul terreno di un ex residenziale a conduzione cattolica scuola a Kamloops, BC

    Eppure molti canadesi hanno reagito con rabbia e delusione che tra le frasi pronunciate dal Papa non fosse inclusa la parola “scusa”.

    Gli osservatori vaticani, tuttavia, erano tutt’altro che sorpresi. Dicono che la mancanza di scuse formali sia dal Papa che dai vescovi canadesi come gruppo riflette una paralisi in corso all’interno della gerarchia vaticana su come affrontare la questione degli abusi, insieme a una Conferenza dei vescovi cattolici canadese che un osservatore ha chiamato ” tragicamente inadeguato” e preoccupazioni sulla responsabilità.

    “[Le gerarchie vaticane] stanno cercando di convincersi di aver fatto ciò che dovevano fare… e spendono il 90 per cento del loro capitale in termini di autorità e media per cercare di fermare l’emorragia [di credibilità]”, ha detto Massimo Faggioli, osservatore vaticano e professore di teologia storica alla Villanova University in Pennsylvania.

    “Ma non capiscono che ogni singolo caso nazionale o locale vuole avere un proprio riconoscimento e che la tipologia [di abusi] scoperta negli ultimi anni, dall’abuso delle suore a Kamloops, è molto più complicata del prete pedofilo. “

    Questa mancanza di comprensione, dicono gli osservatori, ha portato a risposte sorde.

    GUARDA | L’ex capo nazionale dell’AFN si scusa completamente, registra la trasparenza necessaria:

    Dopo i commenti del Papa domenica, il cardinale Thomas Collins, arcivescovo di Toronto, ha detto alla CBC che più importante di una visita papale in Canada e delle scuse era “il lavoro quotidiano, in silenzio, con delicatezza” che ha detto che la Chiesa cattolica svolge a fianco degli indigeni da quando l’ordine cattolico incaricato del maggior numero di scuole residenziali, i Missionari Oblati di Maria Immacolata, si è scusato nel 1991.

    È un’interpretazione di eventi con cui molti indigeni, ancora in attesa di condividere tutti gli archivi della scuola, contestano.

    Il cardinale Michael Czerny, insieme all’altro cardinale canadese che vive a Roma, Marc Ouellet, ha incontrato il Papa separatamente sabato, probabilmente per discutere della scoperta presso l’ex scuola residenziale indiana di Kamloops, affermano gli osservatori.

    Nonostante una rinnovata spinta per scuse formali dopo che la Tk’emlups te Secwépemc First Nation ha annunciato la scoperta , Czerny ha affermato che la priorità di Francis era quella di rispondere al “dolore, sgomento e dolore” in Canada ora.

    Ulteriori scuse non escluse

    Sebbene Czerny non abbia escluso ulteriori scuse, il cardinale ha affermato che spettava ai vescovi canadesi affrontare prima la questione e ha insistito sul fatto che le scuse generali di Francesco ai popoli indigeni delle Americhe fatte durante un viaggio in Bolivia nel 2015 coprissero il Canada.

    Tuttavia, gli osservatori vaticani affermano che le scuse del Papa domenica in Piazza San Pietro, senza la presenza di indigeni del Canada, avrebbero rischiato di suonare a braccio. E, dicono, credono che Francesco, che ha invocato un “sano decentramento” della Chiesa globale, stia spingendo la Chiesa cattolica in Canada ad affrontare adeguatamente la situazione che la riguarda principalmente.

    “Penso che voglia che i vescovi canadesi si assumano la responsabilità, siano responsabili”, ha detto Iacopo Scaramuzzi, esperto del Vaticano e autore di un libro di prossima uscita su sesso e abusi di potere in Vaticano.

    “Solo 20 anni fa, la Santa Sede stava cercando di convincere i politici cattolici in Irlanda a chiudere questo tipo di archivi. Ora c’è un Papa che preme sulla chiesa locale per aprire effettivamente gli archivi, il che è un enorme cambiamento di atteggiamento, e nel mio opinione, la cosa più importante. Fai sapere al pubblico cosa è successo.”

    GUARDA | Il ministro per le relazioni corona-indigeni invita la Chiesa cattolica a “fare meglio”:

    Ma dietro la riluttanza della conferenza episcopale canadese a chiedere scusa potrebbero esserci anche preoccupazioni di responsabilità, opinione espressa dall’ex senatore Murray Sinclair, che ha presieduto la Commissione verità e riconciliazione, e condivisa da esperti vaticani.

    “La mia paura è che stiano ascoltando gli avvocati. E gli avvocati stanno dicendo loro, se [mi scusi], aprirai una marea di cause perché stai insinuando che sei responsabile”, ha detto Faggioli.

    “Nella mia esperienza, ogni volta che un impiegato in Nord America deve prendere una decisione importante, il primo passo è chiedere agli avvocati. Questo è ciò che penso stia accadendo”.

    E l’accesso agli archivi?

    Gli esperti dicono che una cosa è intraprendere un’azione legale contro la Chiesa cattolica in Canada per ottenere l’accesso agli archivi, cosa che il primo ministro Justin Trudeau ha suggerito la scorsa settimana, prima di ritirarsi dal suggerimento. Ma è tutta un’altra cosa cercare di costringere il Vaticano a rilasciare documenti relativi agli archivi.

    Mario Caligiuri, avvocato con sede a Roma per Rete Abuso, l’associazione italiana delle vittime di abusi sessuali sui sacerdoti, ha affermato di non essere a conoscenza di casi in cui il Vaticano fosse legalmente obbligato a rilasciare archivi.

    GUARDA | Il cardinale afferma che la richiesta di Trudeau alla chiesa di pubblicare i documenti è “disinformata”:

    Dato che il Vaticano è uno stato sovrano separato, una possibile causa per accedere alla documentazione sarebbe tutt’altro che semplice.

    “Se il Vaticano ha documenti relativi alle scuole, dovrebbe condividerli con coloro che chiedono di vederli”, ha detto Caligiuri. “Ma non sono a conoscenza di alcun principio legale che dia il diritto a un altro stato di accedervi”.

    Il Vaticano probabilmente ha la corrispondenza tra i vescovi canadesi, i nunzi apostolici (diplomatici vaticani) e il Vaticano nel suo archivio, ma Scaramuzzi ha detto che gli archivi principali per le scuole saranno in Canada, come lo erano in Irlanda per gli ospizi penitenziari gestiti dalla chiesa. dove si verificavano abusi sistematici contro le donne.

    La condanna dell’alleato papale

    Mentre cresce la pressione dal Canada affinché il Papa si scusi e la Chiesa canadese collabori pienamente, la scorsa settimana, la condanna più forte dall’interno della Chiesa cattolica per la sua cattiva gestione della crisi degli abusi è arrivata dai suoi più alti ranghi. Una lettera di dimissioni è stata inviata al Papa dal cardinale Reinhard Marx, figura di spicco della Chiesa cattolica tedesca e uno dei più forti alleati di Francesco.

    Marx, che non è accusato di abusi, ha scritto che si stava dimettendo come un modo per assumersi la responsabilità personale e istituzionale “per la catastrofe degli abusi sessuali da parte dei funzionari della chiesa” e il “vicolo cieco” in cui si trova la Chiesa cattolica per la loro gestione della questione.

    Mentre la lettera di Marx affrontava la crisi degli abusi sessuali in Germania, gli osservatori affermano che getta una luce dura su una gerarchia vaticana che rimane tristemente inadeguata nella sua risposta alla crisi che l’ha afflitta per decenni in molti paesi, paralizzata dalla paura che le richieste di le scuse per i loro crimini e abusi passati non finiranno mai.

    La scioccante scoperta a Kamloops, ha detto Faggioli, è l’ultima.

    “Non sanno cos’altro fare perché l’unica cosa che potrebbe placare la rabbia sarebbe che il Papa andasse in Canada e si scusasse”, ha detto.

    “E sai cosa succede il giorno dopo che l’hanno annunciato? Anche l’Australia e l’Africa e ogni altro posto vogliono delle scuse. Allora quando ti fermi? Il problema è, per come la vedono loro, non è mai abbastanza.”


    Il supporto è disponibile per chiunque sia interessato dalla propria esperienza nelle scuole residenziali e per coloro che sono stati attivati ​​dagli ultimi rapporti.

    È stata istituita una linea nazionale di crisi della scuola residenziale indiana per fornire supporto agli ex studenti e alle persone colpite. Le persone possono accedere ai servizi di riferimento emotivo e di crisi chiamando la linea nazionale di crisi 24 ore su 24: 1-866-925-4419.

    https://www.cbc.ca/news/world/pope-residential-schools-vatican-observers-1.6057873?fbclid=IwAR0ZMIWrot0ywIbNjo9jMmk-wFVQwTp1-Wf0fgQPDKzbVIR75G6_dcE0iR0

  • ENNA – Agli arresti don Giuseppe Rugolo

    ENNA – Agli arresti don Giuseppe Rugolo

    La Procura della Repubblica lancia un appello invitando le eventuali altre presunte vittime a denunciare.

                     La Polizia di Stato – Squadra Mobile di Enna – ha eseguito la misura cautelare degli arresti domiciliari, disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Enna su richiesta del Procuratore della Repubblica, dott. Massimo Palmeri, e dei Sostituti Procuratori, Dr.ssa Stefania Leonte e Dott. Orazio Longo.

                     La misura cautelare è stata applicata ad un sacerdote della diocesi di Piazza Armerina, indagato per aver commesso i reati di violenza sessuale ed atti sessuali con minori sia quando era ancora seminarista, sia dopo essere stato ordinato sacerdote; reati aggravati dal fatto di essere stati consumati in danno di minori a lui affidati per ragioni di istruzione ed educazione alla religione cattolica.

                     Lo scorso mese di dicembre un giovane ha chiesto aiuto agli uomini della Squadra Mobile della Questura di Enna denunciando le violenze subite ad opera di un seminarista (poi ordinato sacerdote), educatore di una associazione cattolica.

                    Gli investigatori della Polizia di Stato, ascoltati i gravissimi fatti denunciati dal ragazzo, hanno immediatamente avvisato la Procura della Repubblica che ha coordinato le complesse ed articolate indagini con Magistrati altamente specializzati in reati contro la persona.

                  Il giovane ha raccontato ogni dettaglio circa gli atti subiti tra il 2009 ed il 2013, ovvero da quando aveva appena compiuto 16 anni e fino ai 20. I Pubblici Ministeri hanno delegato ogni attività investigativa alla Squadra Mobile ennese che ha curato l’espletamento delle attività tecniche, esaminando altresì decine di persone informate sui fatti, molte delle quali hanno fornito elementi di riscontro a quanto denunciato dalla vittima.

                   Molte delle persone a conoscenza dei fatti da anni non vivono più ad Enna per motivi di studio o di lavoro e, pertanto, è stata richiesta la collaborazione delle Squadre Mobili di varie Questure d’Italia.

                 Oltre alle intercettazioni ed alle tecniche investigative di tipo tradizionale, gli uomini della Polizia di Stato hanno effettuato perquisizioni domiciliari accertamenti informatici, utili per ricercare elementi di prova. Grazie al prezioso lavoro della Polizia Postale, i contenuti dei numerosi supporti di memoria, computer e telefono cellulare, sono stati sequestrati, duplicati da un consulente tecnico nominato dalla Procura della Repubblica e analizzati dalla Squadra Mobile di Enna.

                In tal modo ogni dettaglio raccontato dalla presunta vittima ha trovato riscontro all’esito dell’attività investigativa, a conferma della piena genuinità dei fatti denunciati.

                  Nel corso delle indagini sono emersi ulteriori reati commessi ai danni di altri due minori, nei confronti dei quali l’indagato ha svolto ruolo di guida spirituale.

                 Alla luce delle numerose e concordanti risultanze emerse dalle indagini della Squadra Mobile, la Procura della Repubblica di Enna non esclude che possano esserci altre potenziali vittime.              L’appello dei Magistrati è, quindi, rivolto a tali soggetti, che sono invitati a recarsi presso gli Uffici della Polizia di Stato per denunciare quanto eventualmente subito.

                 A tale proposito, è opportuno ricordare che presso le Squadre Mobili delle Questure italiane prestano servizio uomini e donne specializzati in materia di reati contro la persona, pronti ad ascoltare le potenziali vittime, avvalendosi anche del supporto di psicologi specializzati.

                  Nelle prime ore della mattinata odierna, personale della Squadra Mobile della Questura di Enna, coadiuvato dai colleghi della Squadra Mobile della Questura di Ferrara, ha dato esecuzione alla misura cautelare disposta dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale di Enna. Il sacerdote, dopo essere stato sottoposto ai rilievi foto-dattiloscopici dalla Polizia Scientifica e dopo le incombenze di rito, è stato ristretto in regime di arresti domiciliari per rimanere a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

    Comunicato stampa Squadra Mobile

  • Video – Dove si curano i preti pedofili

    Video – Dove si curano i preti pedofili

    Dal 2000, circa 150 preti sono stati condannati per abusi su minori in Italia. In attesa di giudizio, 24 centri sperimentano con loro percorsi di psicoterapia. Ma se finiscono in carcere, niente più cura.

    Ad essere dimenticate dallo Stato sono invece le loro vittime: per loro nessuna pensione o supporto…

  • Proposta, aiuto e risarcimento per le vittime di violenza sessuale nella chiesa!

    Proposta, aiuto e risarcimento per le vittime di violenza sessuale nella chiesa!

    Il trattamento dei crimini di violenza sessuale da parte di sacerdoti contro bambini e giovani non deve più essere lasciato ai responsabili nella Chiesa cattolica.

    Come persone colpite, ci impegniamo per la rivalutazione, l’assistenza e il risarcimento da oltre dieci anni. Ora tocca al Parlamento! Abbiamo bisogno di aiuto, nonostante i successi degli ultimi anni.

    Ecco le nostre richieste:

    – Chiediamo l’istituzione di una commissione per la verità e la giustizia da parte del Parlamento, che accompagni il processo di venire a patti con il fallimento istituzionale sistematico decennale nelle chiese. Le istituzioni devono riferire sui loro progressi in loco e le persone interessate devono essere ascoltate.
    La Chiesa non può farlo da sola. Lo ha dimostrato abbastanza negli ultimi anni. Venire a patti con esso non è un “affare di chiesa interna”, ma una sfida per la società nel suo insieme.
    E: senza rivalutazione, la prevenzione non può avere successo. Solo chi chiarisce, svela e cerca un risarcimento per i crimini e le omissioni del passato farà ciò che è necessario per proteggere meglio i bambini oggi.

    – Il rafforzamento, il collegamento in rete e la consulenza delle persone colpite devono infine essere sostenuti anche finanziariamente. L’auto-aiuto ha bisogno di una struttura che superi le possibilità del volontariato. C’è un forte bisogno di scambio senza doverti spiegare. Le vittime sono rimaste sole con la loro storia per troppo tempo.

    – Deve essere creato un punto di contatto indipendente insieme alle persone interessate. I centri di consulenza specialistica esistenti in loco possono aiutare se hanno familiarizzato con le specifiche delle vittime che hanno socializzato in chiesa. Devono essere incluse tutte le vittime di violenza sessuale nella chiesa, non solo quelle accettabili per l’organizzazione dei perpetratori.

    – Per il sostegno delle circa 5000 vittime viventi che hanno denunciato finora, chiediamo la creazione di una “organizzazione per il recupero delle vittime”, che è sostenuta finanziariamente dalle chiese, ma opera in modo indipendente e le persone colpite sono coinvolte.

    – Le vittime dei crimini di abuso e l’occultamento da parte dei leader della chiesa e degli ufficiali del personale devono finalmente essere adeguatamente risarciti. Il miglioramento del riconoscimento che la chiesa vuole finalmente concedere mostra che la pressione pubblica ha funzionato. Il Parlamento dovrebbe chiarire come dovrebbe essere una compensazione adeguata. Per l’EKD, deve essere applicata una chiara assunzione di responsabilità istituzionale invece di “servizi individuali” non trasparenti. A una commissione incaricata dal Parlamento dovrebbe essere conferito un mandato chiaro e limitato nel tempo per elaborare una soluzione che rifletta non solo gli interessi dell’istituzione ma anche quelli delle persone interessate.

    Perché è così importante?

    Solo coloro che vengono a patti con i crimini e l’abbandono del passato faranno ciò che è necessario per proteggere meglio i bambini oggi. Come può essere garantita questa elaborazione completa dei crimini per lo più prescritti dalla legge contro i bambini e i giovani nel contesto della Chiesa cattolica, ma anche di altre chiese e istituzioni, come viene reso disponibile l’aiuto alle migliaia di vittime e come il risarcimento per le istituzioni Il fallimento dei ministri nella chiesa si fa però, non è stato ancora chiarito. Una commissione per la giustizia e la verità basata sulla legge sarebbe un percorso che altri stati hanno già intrapreso.

    Dopo la scoperta del cosiddetto scandalo degli abusi nel 2010, i politici hanno organizzato una tavola rotonda sugli abusi sessuali sui minori, ma poi sono passati ai margini. Nonostante l’istituzione della posizione di responsabile degli abusi, una commissione di elaborazione sub-statutaria dal 2016 e un’indagine scientifica (studio MHG 2018), le responsabilità per le migliaia di crimini di abuso contro bambini e adolescenti non sono state realmente chiarite fino ad oggi. Non esiste una base giuridica per l’accesso ai fascicoli, l’audizione di testimoni, la pubblicazione dei risultati, ecc., Che spesso porta a conflitti sulla protezione dei dati e sui diritti personali dell’imputato in tali progetti di trattamento.

    Soprattutto, però, da dieci anni le vittime attendono un adeguato risarcimento non solo per i crimini di abuso commessi contro di loro, ma per l’oscuramento sistematico di questi crimini e per la protezione degli autori. I bambini sono stati spesso messi a rischio per negligenza perché gli autori sono stati solo trasferiti. Le vittime sono state lasciate sole a far fronte alle conseguenze degli abusi sessuali subiti, perché i crimini non sono stati denunciati dai superiori degli autori, ma piuttosto coperti e occultati. Ciò ha reso difficile per le vittime trovare aiuto e cure terapeutiche per il loro trauma.

    Molte delle persone colpite non sono aiutate con pagamenti simbolici di riconoscimento poiché la chiesa offre ripetutamente. Un adeguato risarcimento dovrebbe essere basato sulle raccomandazioni del settembre 2019 redatte da un gruppo di lavoro indipendente con la partecipazione di esperti, compresi gli interessati, a nome della Conferenza episcopale tedesca.

    Non deve esserci alcun nuovo fardello traumatizzante per le vittime e nessuna umiliazione attraverso importi simbolici decretati unilateralmente. Il Parlamento dovrebbe stare dalla parte delle persone colpite e cercare un equilibrio come “mediatore onesto”. Gli interessati hanno diritto all’informazione e al risarcimento. Avrai anche bisogno di aiuto, consigli e supporto in futuro. Un “lavoro di recupero delle vittime” che dia un contributo duraturo al recupero delle vittime potrebbe essere un esempio per trattare con altri gruppi di vittime nella nostra società.

    https://weact.campact.de/petitions/helfen-sie-uns-aufarbeitung-hilfe-und-entschadigung-fur-die-opfer-sexueller-gewalt-in-der-kirche?share=d95de98c-d606-42eb-8791-20acef508d06&source=facebook-share-email-button&time=1613724043&utm_medium=recommendation&utm_source=rec-fb&fbclid=IwAR0nqfLwOJ6gNcap99y5L5VZ_xbUQ75LKAmY426jX11UUGZvJDB9DdGpcd8

  • CENTINAIA DI SUORE SUBISCONO ABUSI DA PARTE DI PRETI MA PER LA CHIESA RESTANO UN PROBLEMA INVISIBILE

    CENTINAIA DI SUORE SUBISCONO ABUSI DA PARTE DI PRETI MA PER LA CHIESA RESTANO UN PROBLEMA INVISIBILE

    Da anni la Chiesa è chiamata a riconoscere gli abusi dei prelati sui bambini. L’ultimo caso arrivato alla cronaca è di poche settimane fa, il cosiddetto “Rapporto su McCarrick”, l’ex cardinale pedofilo ridotto allo stato laicale da Papa Francesco. La Chiesa, tuttavia, deve fare i conti da secoli anche con un altro problema che la attraversa in maniera endemica: gli abusi sessuali sulle suore, storie di violenza che negli ultimi trent’anni hanno lottato strenuamente per venire alla luce e che, a solo un anno dalle dichiarazioni a riguardo del Papa, rischiano già di tornare nel dimenticatoio. Ancora oggi, infatti, è difficile comprendere quanto questi crimini siano diffusi negli ambienti ecclesiastici, dato che esistono pochi dati e testimonianze rispetto a quanto si stima possa essere la rete delle vittime. Da tempo, però, alcune di queste donne hanno deciso di far sentire la loro voce, anche se nessuno sembra volerla ascoltare.

    Il primo giornalista a interessarsi a questa vicenda è stato Tom Roberts, ex-editor del National Catholic Reporter. Nel 1999, un informatore segreto aveva lasciato sulla scrivania della redazione, a Kansas City, in Missouri, due rapporti contenenti documenti che provenivano dalla Santa Sede, classificati come “riservati”. Il primo risaliva al 1994, quando la sua autrice, suor Maura O’Donohue, coordinava gli aiuti destinati alle zone colpite dall’epidemia di AIDS per il Catholic Fund for Overseas Development. Nei suoi sei anni di servizio, suor O’Donohue aveva ricevuto le prime segnalazioni da parte di sorelle in missione che venivano violentate da vescovi e preti. La situazione era particolarmente grave in Africa dove, a causa dell’AIDS, i missionari prediligevano le suore – oltre alle bambine – perché sicuri che fossero sane. In molti casi, gli stessi uomini di Chiesa che le avevano violentate le obbligavano poi ad abortire.

    Il rapporto conteneva il caso emblematico di un vescovo che, in Malawi, aveva avuto rapporti sessuali con molte suore della sua congregazione, 29 delle quali erano rimaste incinta. Per una di esse, aveva organizzato un’interruzione di gravidanza, la suora però era morta durante l’operazione e lo stesso vescovo ne aveva celebrato il funerale. Dopo aver compilato il rapporto, suor O’Donohue aveva prontamente informato i funzionari del Vaticano delle sue sconcertanti scoperte, eppure la sua grave inchiesta era stata accantonata.

    Il secondo rapporto, scritto da suor Marie McDonald, madre superiora dell’istituto religioso femminile Suore Missionarie di Nostra Signora d’Africa, metteva nero su bianco le cause del problema: il celibato e la scarsa comprensione della vita religiosa da parte di certi membri del clero, la posizione d’inferiorità delle donne nella gerarchia ecclesiastica, l’epidemia di AIDS, le difficoltà di adattamento culturale delle suore inviate in missione – specialmente delle novizie – e l’omertà. Nel 1998 questo rapporto era stato presentato dalla madre superiora al Consiglio dei Sedici, un gruppo composto da membri dell’Unione delle Superiore Generali di Roma, dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali e della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, ma anche in quel caso non era stato preso alcun provvedimento.

    Due anni dopo aver ricevuto questi documenti, Tom Roberts, finalmente certo della loro veridicità, pubblica un articolo in cui rivela questa fitta rete di abusi, composta dalle denunce provenienti non solo dall’Africa, ma anche da altri 23 Paesi, inclusa l’Italia. Quasi vent’anni dopo, lo stesso giornalista ha dichiarato: “[In tutto questo tempo] non è successo molto. Non esiste un’opinione pubblica in merito agli abusi sessuali sulle suore: è ancora tutta da costruire”.

    Dal 2011 a oggi molte suore hanno trovato il coraggio di denunciare i loro molestatori e i casi si sono moltiplicati in tutto il mondo. Grazie al #MeToo, poi, le loro testimonianze hanno iniziato a ricevere sempre più ascolto e sostegno. Spesso, tuttavia, arrivano a molti anni dai fatti, come nel caso di una suora indiana che ha accusato il vescovo che dirigeva il suo convento di averla violentata 13 volte nell’arco di due anni. Poco dopo la sua denuncia, un gruppo di monache ha lanciato una protesta durata due settimane per ottenere l’arresto del vescovo: un’iniziativa senza precedenti nel Paese, che ha spaccato in due la comunità cattolica del Kerala, dove attualmente queste donne ribelli sono considerate alla stregua di paria, isolate dal resto delle sorelle che credono all’innocenza del vescovo.

    Questo è il destino riservato a molte suore: dal momento in cui denunciano, infatti, sono obbligate dalla loro congregazione a dismettere il velo dato che il voto di castità a quel punto risulta rotto – anche se a causa di un abuso e contro la loro volontà. La vita da ex-religiosa, quando non si può contare sul supporto della famiglia o non si ha una professione, però può essere molto difficile, oltre che non desiderata da tante donne che avevano invece scelto un percorso d’altro tipo. Per questo Papa Francesco, come racconta il cardinale João Braz de Aviz, ha deciso “di creare a Roma una casa per accogliere dalla strada alcune suore mandate via da noi e dalle superiore, in particolare nel caso che siano straniere”, e continua, “Ci sono casi molto duri in cui i superiori hanno trattenuto i documenti di suore che desideravano uscire dal convento, o che sono state mandate via. Queste persone sono entrate in convento come suore e si ritrovano in queste condizioni”. Forse, invece di creare case di accoglienza, la Chiesa dovrebbe trovare il modo di punire chi non rispetta le regole e tutelare le vittime con azioni concrete.

    Qualcosa in questo senso si è mosso quando, nel febbraio del 2019, il supplemento mensile del quotidiano della Santa Sede L’Osservatore Romano, Donne Chiesa Mondo, ha pubblicato un articolo di denuncia firmato dall’allora direttrice Lucetta Scaraffia, docente di Storia contemporanea oggi in pensione. Una settimana dopo il Papa ha finalmente ammesso davanti ai giornalisti gli abusi sessuali sulle suore commessi da preti e vescovi. Poco dopo aver denunciato la portata dello scandalo, però, la direttrice Lucetta Scaraffia e l’intero staff del supplemento si sono dimessi a causa del “clima di sfiducia e di delegittimazione progressiva” da parte della Chiesa.

    A marzo del 2019, come ci ha raccontato la stessa Scaraffia, L’Osservatore Romano ha pubblicato una recensione di Religieuses abusées, l’autre scandale de l’église, un documentario francese realizzato da Eric Quintin, Marie-Pierre Raimbault e Elizabeth Drevillon. Nell’articolo, però, la giornalista Monica Mondo sosteneva “posizioni opposte” rispetto a quelle già espresse dal mensile il mese prima, definendo l’opera “priv[a] di spirito cristiano”. Questo articolo sarebbe stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso per Scaraffia e le sue collaboratrici, che a oggi continuano a ricevere molte testimonianze di suore vittime di abusi e sono ancora attivamente coinvolte in questa battaglia.

    Lo stesso documentario è stato al centro di una serie di polemiche, dato che la testimonianza di una delle ex-suore è stata smentita dal Tribunale di Amburgo. Questa falsa denuncia, purtroppo, ha invalidato l’intero progetto, che tuttavia racconta una vicenda molto importante: la storia di Michelle France, abusata per 35 anni dal sacerdote francese padre Marie-Dominique Philippe, fondatore dell’organizzazione “Famille Saint-Jean”, che conta più di 800 adepti in 24 Paesi del mondo. Il credo di padre Philippe era fondato su una bizzarra teoria di sua invenzione chiamata “l’amour d’amitié” che, mischiando sessualità e spiritualità, giustificava i suoi abusi e quelli dei suoi discepoli. Il documentario si conclude con Marie France e altre donne vittime di abusi da parte dei prelati che nel 2018 vengono finalmente ricevute a porte chiuse da Papa Francesco. A causa della falsa denuncia, però, il tribunale ha ordinato la rimozione del filmato dal catalogo di ARTE – anche se la registrazione integrale in francese rimane disponibile su YouTube.

    A oggi, la Santa Sede non ha preso alcun provvedimento, anche se a detta di Scaraffia “i dicasteri sono sommersi dalle denunce”. Il motivo è chiaro: “Non hanno nessuna intenzione di passare all’azione. Dal loro punto di vista, gli abusi sono semplici trasgressioni al voto di castità e, per giunta, violazioni condivise da entrambe le parti, dato che nella maggior parte dei casi le suore violentate sono maggiorenni. In questo caso, le violenze sono peccato, ma non vengono considerate come reati”.

    Come ci ha spiegato Francesco Zanardi, responsabile della Rete L’ABUSO, un’associazione che dà supporto ai sopravvissuti agli abusi sessuali del clero, la situazione per le suore che decidono di denunciare è particolarmente complessa. Le suore, infatti, vivono nella maggior parte dei casi in conventi, ambienti piccoli e blindati, dove le donne abusate temono le ritorsioni della Madre Superiora e delle sorelle, che potrebbero non credere alle loro dichiarazioni. Vero è che potrebbero sporgere una denuncia civile, ma in questi casi di solito vengono dissuase dall’ordine a cui appartengono, queste sono pressioni sì informali ma molto forti per chi abita nel mondo ecclesiastico e ha contatti solo al suo interno. Nel caso in cui le suore, però, riescano a far riconoscere gli abusi davanti al tribunale davanti al tribunale ordinario, i preti possono essere condannati al carcere o – come succede più spesso – ai domiciliari.

    Come raccontano infatti l’ex numeraria dell’Opus Dei Emanuela Provera e il giornalista Federico Tulli nel libro-inchiesta Giustizia divina, dei 300 casi di preti condannati al carcere, solo 5 stavano scontando la pena in prigione. Tutti gli altri, compresi quelli destinati ai domiciliari, finiscono in altri centri religiosi che poco somigliano alla detenzione. In alcuni di essi, i preti intraprendono percorsi di psicoterapia volti a migliorare la loro condizione psicologica e a tutelare la società, in modo che la possibilità di recidive si riduca. Non esiste però una lista ufficiale di questi centri: Zanardi ne ha contati 24 “ricavando i nomi dagli atti giudiziari. Quando la magistratura manda ai domiciliari i preti che hanno commesso abusi nel 99% dei casi vanno in questi posti”. Una volta scontata la pena i preti possono tornare alla loro vita di prima: se durante il processo canonico, infatti, la Santa Sede assolve l’imputato, il prelato non è obbligato a dismettere l’abito, e lo Stato non può obbligarlo a farlo. Insomma, dopo il processo civile, quello canonico, ed eventualmente il carcere, il prelato viene semplicemente trasferito in un’altra sede. Per avere un’idea della gravità della situazione degli abusi sessuali su donne e minori, la Rete L’ABUSO ha creato una mappa interattiva che indica tutte le Diocesi non sicure, ovvero dove sono situati tutti i casi noti, quelli giunti al terzo grado di giudizio, quelli attualmente in corso e quelli di cui non si è più saputo nulla. Secondo l’associazione, i preti denunciati, indagati, in attesa di giudizio o in attesa di sentenza definitiva per reati sessuali e molestie a danno di minori in Italia sarebbero 151, mentre quelli condannati in via definitiva o reo confessi dal 2000 a oggi sarebbero 154.
    Alcuni sostengono che una possibile soluzione al problema potrebbe essere l’accesso per le donne al sacerdozio e al cardinalato, in modo da riconoscere loro più potere all’interno della gerarchia ecclesiastica. Eppure, per quanto importante, questo non è sufficiente, dato per tutte le donne che nella Chiesa occupano i gradini più bassi le cose continuerebbero come prima. Chi di dovere dovrebbe assumersi le proprie responsabilità e decostruire questo sistema bacato in cui gli abusi sono normalizzati e pesano sistematicamente sulle spalle dei più deboli. Non è possibile che i sacerdoti possano commettere violenze del genere e venire coperti, ne va dell’immagine e della credibilità della Chiesa stessa.
    Questi abusi di potere avrebbero i giorni contati se la Chiesa iniziasse a rispettare le donne, in primis in quanto persone portatrici di diritti inalienabili e in secundis come lavoratrici, studiose e professioniste. Papa Francesco ha fatto un tentativo di aprire la strada, almeno a parole, ora si tratta però di avere il coraggio di percorrerla fino in fondo senza tentennare. Invece che punire le vittime che denunciano questi abusi, è arrivato il momento di ascoltare le loro testimonianze e fare in modo che i prelati, come tutti gli altri cittadini, si confrontino con la legge dello Stato, oltre che con quella della Chiesa, e che invece di essere semplicemente spostati da una parrocchia all’altra scontino le loro pene come tutti e se ritenuto necessario da chi di dovere (un organo super partes) vengano sollevati dai loro incarichi.
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  • Lettera aperta di Alessandro Battaglia a  Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

    Lettera aperta di Alessandro Battaglia a Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

    Lettera aperta a

    Mons. Mario Delpini, Arcivescovo di Milano

    e  p.c. a Papa Francesco

    È sconcertante apprendere dalla stampa e dall’Associazione Rete L’ABUSO le notizie che mi riguardano, o meglio che riguardano un processo canonico in cui è implicato un sacerdote, don Mauro Galli della Diocesi di Milano, di cui io sono la vittima.

    La causa in questione è la CDF 279.2015

    Italian Alessandro Battaglia wears a T-shirt reading “Abused when I was 15 by Father Mauro Galli” as he demonstrates near St. Peter’s Basilica in Rome. (CNS photo/Tony Gentile, Reuters) See SYNOD-CAGGIANO Oct. 5, 2018.

    La mia famiglia ha chiesto più volte di essere messa al corrente in merito agli atti del processo canonico. Qualche mese fa, in seguito alla notizia che Papa Francesco avrebbe abolito il segreto pontificio nei casi di pedofilia, ho richiesto personalmente tramite il mio avvocato, di avere informazioni e la documentazione relativa al processo.

    Non ho, ad oggi, ricevuto alcuna risposta.

    Finora, per quanto mi riguarda, la “trasparenza” della Chiesa è solo millantata.

    In sede penale Don Mauro Galli è stato condannato a 6 anni e 4 mesi, siamo in attesa dell’appello. Risulterebbe invece una assoluzione in prima istanza da parte dell’autorità ecclesiastica.

    Chiedo cortesemente di ricevere la documentazione relativa al processo canonico, come indicato da Papa Francesco.

    Cordiali saluti

    Alessandro Battaglia 

    Ci associamo e condividiamo lo scritto di Alessandro.

    Mai avremmo immaginato di apprendere dalla stampa, attraverso indiscrezioni del TERL, le notizie in merito ad un processo canonico, quel processo canonico per il quale abbiamo reso testimonianza nel 2015 durante l’Indagine Previa, e poi nel 2016 nel processo vero e proprio.

    Lei, Monsignore, sa bene a quale processo ci riferiamo. Ci siamo incontrati ben prima del processo, anni prima. L’Indagine Previa, tuttavia, è stata istruita solo in seguito all’avvio del processo in sede civile presso il Tribunale di Milano. E poi il processo. Abbiamo scritto più volte alla CdF chiedendo notizie, abbiamo scritto al Papa, ma forse le carte non erano ancora arrivate a Roma? Era ancora tutto in Diocesi o presso il TERL?

    Ora, diversi mesi fa, Papa Francesco dice di aver abolito il segreto pontificio per quanto riguarda le cause di pedofilia. Sarà un proclama (ennesimo) per ribadire a parole la “tolleranza zero”, oppure un passo concreto?

    Sarà come il Motu proprio “Vos estis lux mundi” che, nel nostro caso e in quello di tante altre vittime che abbiamo conosciuto in questi anni, è rimasto lettera morta? O come l’annunciato tribunale per i vescovi insabbiatori, smentito come “era solo un’idea”?

    Sarà come l’indicazione che aveva dato il Papa, ai Presidenti delle Conferenze Episcopali, di incontrare le vittime della pedofilia prima del summit sulla pedofilia del febbraio 2019? Incontro richiesto al card. Bassetti, per tempo, da noi e da altre vittime e per il quale siamo ancora in attesa di una risposta?

    Sarà come l’Angelus al termine del summit sulla pedofilia del febbraio 2019, dove Papa Francesco ha salutato e ricordato ogni parrocchia presente in piazza San Pietro e non una parola alle decine di vittime, provenienti ida tutto il mondo, presenti con striscioni e con tutte le telecamere delle televisioni estere e italiane a riprenderci? Nemmeno una parola di vicinanza da parte del Papa: curioso! Proprio a conclusione di un summit che ci riguardava! E nemmeno un sacerdote che ha partecipato alla “March to Zero” a fianco delle vittime. Nessuno.

    Così sarà il proclama sulla trasparenza, che prevede l’abolizione del segreto pontificio nei casi di pedofilia? Una risposta concreta per noi sarà rappresentata dal fatto che Alessandro riceva i documenti relativi al processo canonico e alla sentenza in prima istanza.

    Come cattolici siamo davvero delusi, addolorati e profondamente feriti. Non c’è stato un solo momento, in questi lunghi anni, dal dicembre 2011, in cui abbiamo sentito l’accoglienza della Chiesa, un solo momento in cui, a supporto delle numerose lettere ricevute dal Card. Scola in cui esprimeva la vicinanza della Diocesi, abbiamo realmente sentito questa cosiddetta vicinanza. Non un solo momento.

    Oggi a Messa siamo stati invitati a riflettere sulle origini della nostra fede, focalizzando il pensiero sulla testimonianza di chi abbiamo incontrato nella nostra vita.

    Ecco, negli ultimi anni, la testimonianza che abbiamo ricevuto da parte dei vertici della chiesa, è proprio quella che ha contribuito ad allontanare da Gesù Cristo e dalla Chiesa tante e tante persone che ci sono vicine. Il pulpito non basta più. Con le vittime è necessaria la testimonianza concreta, è necessario essere accanto concretamente, con la propria vita: non schierarsi con il prete pedofilo! Il resto sono solo – e restano – belle parole vuote.

    Guardare il dolore negli occhi di una vittima è qualcosa che non si dimentica. Parlare con una, due, dieci, venti e più vittime, conoscere le loro vicende, sapere che ciascuno è stato concretamente allontanato dalla Chiesa, è qualcosa che fa male, ferisce in un modo che non si può spiegare se non si è provato. Sentirsi parte di una famiglia (la Chiesa), amare la propria famiglia (la Chiesa), ed essere violentati, non creduti, allontanati, e combattuti nei tribunali. E tutto per difendere l’istituzione? Perché è davvero difficile comprendere perché la Chiesa scelga di difendere i preti pedofili e non le vittime, i minori.

    Che senso ha parlare di abolizione del segreto pontificio e poi apprendere dalla stampa che il prete sarebbe stato assolto dal tribunale ecclesiastico?

    Ci associamo alla richiesta di Alessandro affinché riceva la documentazione relativa alla causa CDF 279.2015.

    Cordiali saluti

    Cristina Balestrini, Giovanni Balestrini, Ettore Battaglia

    Milano, 29 novembre 2020

  • Il sacerdote Miranda Cauca condannato per abusi su una ragazzina di 12 anni

    Il sacerdote Miranda Cauca condannato per abusi su una ragazzina di 12 anni

    Il sacerdote Arcángel Acosta Izquierdo attende una condanna di almeno 16 anni di carcere, dopo che lunedì 17 agosto è stato condannato per abuso carnale con un minore di età inferiore ai 14 anni, in un processo durato circa due anni e che ha la famiglia della minore maltrattata isolata dalla loro comunità e timorosa di ciò che potrebbe accaderle a Miranda, nel Cauca.

    Acosta Izquierdo è stata dichiarata colpevole dal primo tribunale penale del circuito di Puerto Tejada, Cauca, e l’ammontare della pena sarà noto a settembre. Tuttavia, l’avvocato che ha rappresentato la famiglia della ragazza assicura che non è stato trasferito in carcere, e che al contrario sta trascorrendo la sua reclusione in una casa del comune.

    Il 12 ottobre 2018 si sono verificati gli eventi che hanno cambiato la vita della ragazza e della sua famiglia. A quel punto il più giovane aveva 12 anni. Sia lei che i suoi genitori hanno partecipato assiduamente alle attività della parrocchia di Nuestra Señora del Rosario, una delle due nel comune settentrionale di Cauca.

    La ragazza era una ragazza dell’altare, ha partecipato alla pastorale giovanile e anche i suoi genitori hanno sostenuto i bazar e altre attività intorno alla Chiesa. Così racconta l’avvocato Elmer Montaña. “La loro vita sociale era circoscritta alle attività della chiesa”, dice, e per questo avevano “enorme fiducia” con il sacerdote Acosta Izquierdo.

    Quel giorno, il prete chiamò la famiglia per chiedere l’aiuto della ragazza in un’attività che stavano preparando per la mattina successiva. Ha parlato con la madre della minorenne, ha spiegato che aveva bisogno del suo supporto con compiti di cancelleria come fare fotocopie, e che se potevano portarla intorno a mezzogiorno. Dato che il rapporto era stretto, hanno accettato e il padre della ragazza l’ha portata in parrocchia.

    Il minore è entrato nella casa del prete, dove non c’era nessun altro. Nel mezzo della conversazione, il prete gli disse di salire nella stanza per parlare. Quello che è successo lì “si è concluso con il fatto che il ragazzo ha acconsentito carnalmente al minore”, riassume l’avvocato Montaña.

    Più tardi il prete è uscito e la ragazza ha trascorso il pomeriggio nelle attività per le quali l’aveva chiamata, ma col passare dei giorni ha cominciato a sentirsi a disagio per quanto era successo. Per questo lo ha raccontato a una collega della sua scuola che, a sua volta, l’ha raccontata allo psicologo dell’istituto scolastico e questo, da parte sua, al rettore. Dalla scuola hanno attivato il percorso per questo tipo di casi e hanno chiamato i genitori, che erano “assolutamente sgomenti” e hanno subito smesso di andare in chiesa.

    Flor Liliana Yatacué, la madre della ragazza, dice che è “felice perché la giustizia è stata servita”. Durante il processo, l’intera famiglia è stata accusata di mentire, di voler danneggiare il parroco della chiesa di Nuestra Señora del Rosario, ma la condanna contro il sacerdote ha dimostrato che la famiglia aveva ragione nelle loro denunce.

    Da allora, non sono usciti molto “per la stessa paura che le persone della comunità vogliano recitare”, dice la madre della ragazza. Durante il processo hanno ricevuto insulti e l’intera città sapeva cosa era successo, perché come lei stessa dice, “piccola città, grande inferno”.

    La paura che abbiamo è che scappi

    L’avvocato Montaña dice che anche un’assistente sociale che lavorava nell’ufficio del sindaco è stato interrotto dal rinnovo del contratto per aver accompagnato la famiglia, e ha detto che la famiglia è stata avvicinata dai parrocchiani con offerte di denaro per ritirare le denunce. Ma non erano d’accordo. Volevano giustizia per la loro figlia, per il crimine per il quale hanno condannato il prete Acosta Izquierdo, la pena minima sarebbe di 16 anni, dice Montaña, senza sconti se non per lavoro e studio, per i quali avrebbe trascorso almeno 11 o 12 anni in prigione. . “La paura che abbiamo è che scappi”, dice, viste le condizioni in cui si trovava e continua a essere trattenuto, incustodito, in una casa a Miranda.

    Nel processo sono state decisive le testimonianze sia della ragazza che del padre e della madre, coincidenti tra loro, il che non ha permesso di supporre alcun interesse straniero nella sua denuncia, spiega l’avvocato. Così erano le competenze psicologiche e le dichiarazioni delle persone che si prendevano cura del minore a scuola. La difesa, da parte sua, ha utilizzato il silenzio assoluto del sacerdote come strategia e ha cercato di sottolineare che l’abuso era stato commesso da un’altra persona.

    Durante il processo, l’avvocato Montaña ha scoperto se altri minori potevano essere vittime del sacerdote Arcangel Acosta, e sebbene abbia appreso di due ragazze che il sacerdote ha cercato di sedurre, poiché non è stato compiuto alcun atto sessuale, le famiglie hanno deciso di non denunciare e hanno permesso solo andare in chiesa.

    Per la famiglia del minore che ha subito abusi, quanto accaduto ha significato anche uno “shock” nelle loro convinzioni e costumi, dice l’avvocato. La signora Yatacué assicura che provengono da una famiglia sempre cattolica e che avevano mantenuto fede nella chiesa, che non hanno perso la messa di domenica, ma da quel giorno l’hanno abbandonata.

    Ora ognuno prega nella sua stanza. Non vogliono partecipare all’Eucaristia o ad altre attività correlate. Anche la ragazza, racconta la madre, aveva una vocazione religiosa, ma “è lì che è venuto il desiderio”.

    Il sacerdote Acosta è stato sospeso dalla Chiesa. Nelle due parrocchie del paese ci sono nuovi parroci, ma nessuno si è avvicinato alla famiglia che, come dice Liliana Yatacué, ha la consolazione che “la giustizia divina non ha sbagliato”.

    Altro da Justice:

    -‘JEP deve dare la priorità alle richieste di libertà ‘: Corte costituzionale

    -Masacres, sintomo di una maggiore violenza radicata nel sud del Paese

    JUSTICIATwitter: @ JusticiaETJusticia @ eltiempo.com

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    https://noticiasneiva.co/2020/08/25/condenado-sacerdote-de-miranda-cauca-por-abuso-de-nina-de-12-anos-delitos-justicia/