Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Considerazioni sui rapporti presentati dagli Stati parte ai sensi dell’articolo 44 della Convenzione

    Considerazioni sui rapporti presentati dagli Stati parte ai sensi dell’articolo 44 della Convenzione

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    Osservazioni conclusive: Italia*
    1. Il Comitato ha esaminato il terzo e quarto rapporto periodico consolidato dell’Italia (CRC/C/ITA/3-4) durante le riunioni 1642 e 1643 (vedere CRC/C/SR.1642 e1643) tenutesi il 20 settembre 2011 e ha formulato, durante la riunione 1668 tenutasi il 7 ottobre 2011, le seguenti osservazioni conclusive.

    I. Introduzione
    2. Il Comitato ha accolto con favore la presentazione da parte dello Stato parte del rapporto periodico (CRC/C/ITA/3-4) e della risposta scritta al proprio elenco di problematiche (CRC/C/ITA/Q/3-4/Add.1), che forniscono chiarimenti in merito alla situazione dello Stato stesso. Esprime inoltre il proprio apprezzamento per il dialogo aperto e costruttivo avuto con la delegazione interistituzionale di alto livello dello Stato parte.

    II. Misure di follow-up adottate e progressi ottenuti dallo Stato parte
    3. Il Comitato accoglie come positiva l’adozione delle seguenti misure legislative:

    (a) legge n. 62/2011 sulla tutela del rapporto tra le madri in carcere e i figli minori, aprile 2011;
    (b) legge 112/2011 sull’istituzione dell‘Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, luglio 2011;
    (c) legge 38/2006 sulla lotta allo sfruttamento sessuale dei bambini e alla pedopornografia anche su Internet, febbraio 2006;
    (d) legge n. 54/2006 sulle disposizioni riguardanti la separazione dei genitori e la custodia condivisa dei minori, febbraio 2006;
    (e) legge n. 296/2006 sull’obbligo scolastico della durata di almeno 10 anni e sull’aumento dell’età minima per il lavoro da 15 a 16 anni, dicembre 2006;
    (f) legge n. 7/2006 sulle disposizioni riguardanti la prevenzione e il divieto della pratica della mutilazione genitale femminile, gennaio 2006.
    4. Il Comitato accoglie inoltre con favore la ratifica o l’adesione a quanto segue:
    (a) Convenzione del Consiglio d’Europa sulla lotta contro la tratta di esseri umani, 2010;
    (b) Convenzione internazionale sui diritti delle persone con disabilità e relativo protocollo opzionale, 2009;
    (c) Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini, 2006;
    (d) Convenzione del Consiglio d’Europa per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, 2007.

    * Nazioni Unite. Comitato sui diritti dell’infanzia. Cinquantottesima sessione, 19 settembre – 7 ottobre 2011. CRC/C/ITA/CO/3-4.
    Originale: inglese.
    5. Il Comitato accoglie con favore anche le seguenti misure istituzionali e di indirizzo:
    (a) il rinnovo del mandato dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, nel 2010;
    (b) Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva (2010-2011);
    (c) Piano straordinario di intervento per lo sviluppo di un sistema territoriale dei servizi socio educativi per la prima infanzia (2007-2009);
    (d) istituzione del Comitato dei Ministri per l’indirizzo e la guida strategica in materia di tutela dei diritti umani con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 13 aprile 2007;
    (e) istituzione del Comitato di coordinamento delle azioni di governo contro la tratta di esseri umani (2007), della Commissione interministeriale per il sostegno alle vittime di tratta, violenza e grave sfruttamento (2007) e dell’Osservatorio nazionale sulla tratta di esseri umani (2007);
    (f) Piano di azione nazionale contro la povertà e l’esclusione sociale (2006- 2008).

    III. Principali aree di preoccupazione e raccomandazioni
    A. Misure generali di implementazione (artt. 4, 42 e 44, par. 6 della Convenzione) Raccomandazioni precedenti del Comitato
    6. Il Comitato accoglie con favore l’impegno dello Stato parte per l’implementazione delle osservazioni conclusive espresse in merito al precedente rapporto dello Stato parte (CRC/C/15/Add.198, 2003) e sui rapporti iniziali, come previsto dal Protocollo opzionale sulla vendita di bambini, la prostituzione minorile e la pornografia rappresentante minori (CRC/C/OPSC/ITA/CO/1, 2006) e dal Protocollo opzionale sul coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati (CRC/C/OPAC/ITA/CO/1 e Corr. 1, 2006). Il Comitato, tuttavia, si rammarica che molte delle sue preoccupazioni e raccomandazioni non siano state affrontate o siano state affrontate in modo insufficiente.
    7. Il Comitato invita lo Stato parte ad adottare tutte le misure necessarie per affrontare le raccomandazioni non ancora implementate o implementate in modo insufficiente, comprese quelle riguardanti il coordinamento, l’assegnazione delle risorse, la formazione sistematica sulla Convenzione, la non discriminazione, l’interesse superiore del fanciullo, il diritto all’identità, l’adozione, la giustizia minorile e i minori rifugiati e richiedenti asilo, nonché a fornire un follow-up adeguato alle raccomandazioni contenute nelle presenti osservazioni conclusive.
    Coordinamento
    8. Il Comitato è preoccupato che il trasferimento dei poteri dagli enti di governo centrali a quelli regionali, fino agli organi più decentrati, abbia portato a un’applicazione non uniforme della Convenzione a livello locale. In questo contesto, infatti, teme che si trovino a coesistere diversi meccanismi di coordinamento, tra cui l’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, che potrebbe non disporre del mandato appropriato per coordinare in modo efficace gli indirizzi e i programmi dei molti organismi che operano per
    l’applicazione dei diritti dei minori. Il Comitato è preoccupato inoltre per la mancanza presso la Conferenza stato-regioni di un gruppo di lavoro per il coordinamento della pianificazione e dell’applicazione delle politiche riguardanti i diritti dei minori.
    9. Nel ribadire che il governo centrale è responsabile dell’applicazione della Convenzione, dell’esercizio di una funzione guida e del supporto necessario ai governi regionali in questa materia, il Comitato raccomanda che lo Stato parte:
    (a) Riveda e chiarisca il ruolo dell’Osservatorio nazionale per l’infanzia e l’adolescenza, al fine di coordinare l’applicazione degli indirizzi e dei programmi riguardanti i diritti dei minori tra tutti i ministeri e le istituzioni interessate e a ogni livello. Nel far ciò, lo Stato parte è invitato a rafforzare e ad assicurarsi tutte le risorse umane, tecniche e finanziarie necessarie per implementare politiche riguardanti i diritti dei minori che siano complete, coerenti e uniformi a livello nazionale, regionale e locale.
    (b) Sviluppi meccanismi efficaci per garantire un’applicazione coerente della Convenzione in tutte le regioni, rafforzando il coordinamento tra il livello nazionale e regionale e adottando standard nazionali quali ad esempio i livelli essenziali per l’erogazione dei servizi sociali (Livelli Essenziali delle Prestazioni Sociali- LIVEAS).
    Piano di azione nazionale
    10. Pur prendendo atto dell’adozione del Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva 2010-2011, il Comitato esprime preoccupazione rispetto alla mancata implementazione del Piano, non essendo state assegnate risorse, oltre al fatto che il processo di assegnazione dei fondi a livello regionale può ritardare ulteriormente la sua attuazione. Il Comitato è inoltre preoccupato perché il Piano di azione non prevede un sistema specifico di monitoraggio e valutazione.
    11. Il Comitato raccomanda allo Stato parte di assegnare senza ulteriori ritardi i fondi necessari per la realizzazione del Piano di azione a livello nazionale e di incoraggiare il più possibile le regioni a stanziare le somme necessarie per le attività previste a livello regionale. Il Comitato chiede che lo Stato parte riesamini il Piano di azione nazionale, includendovi un sistema specifico di monitoraggio e valutazione. Il Comitato raccomanda inoltre che lo Stato parte si faccia carico dell’integrazione, nel Piano di azione nazionale attuale e in quelli successivi, delle misure di follow-up contenute nelle presenti osservazioni conclusive.
    Monitoraggio indipendente
    12. Il Comitato apprezza l’istituzione, con legge del luglio 2011, del Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. Pur accogliendo con favore l’istituzione del Garante per l’infanzia in molte regioni, teme tuttavia che queste istituzioni differiscano considerevolmente in termini di mandato, composizione, struttura, risorse e nomina e che non tutti i Garanti regionali ricevano il mandato necessario per accogliere ed esaminare le istanze individuali. Il Comitato si rammarica inoltre che la creazione di un organismo indipendente nazionale per i diritti umani abbia richiesto tanto tempo.
    13. Il Comitato raccomanda allo Stato parte che il nuovo ufficio del Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza venga rapidamente reso funzionante, , e sia dotato di risorse umane, tecniche e finanziarie sufficienti per assicurarne l’indipendenza e l’efficacia, come previsto dal commento generale del Comitato n. 2 (2002) sul ruolo delle istituzioni indipendenti per i diritti umani per la promozione e la tutela dei diritti dei minori. Raccomanda inoltre che lo Stato parte garantisca uniformi ed efficienti di protezione e promozione dei diritti dei minori in tutte le regioni, compresa l’assistenza e il coordinamento degli esistenti Garanti regionali per i minori da parte del Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. Il Comitato esorta lo Stato parte ad accelerare il processo di creazione e attivazione di un meccanismo nazionale indipendente per i diritti umani pienamente conforme a quanto previsto dai Principi di Parigi, al fine di garantire un monitoraggio completo e sistematico dei diritti umani, compresi quelli dei minori.

    Assegnazione delle risorse
    14. Il Comitato lamenta, nel Rapporto presentato dallo Stato parte, la mancanza di informazioni relative all’implementazione della sua precedente raccomandazione (CRC/C/15/add.198, par. 9), concernente la richiesta di un’analisi specifica di tutti i fondi statali e regionali destinati all’infanzia. In particolare, il Comitato teme i recenti tagli di bilancio che hanno interessato il settore dell’istruzione e il mancato finanziamento del Piano straordinario per lo sviluppo dei servizi socio-educativi 2010, nonché la riduzione dei fondi per la Politica per la famiglia, per il Fondo nazionale per le politiche sociali e per il Fondo nazionale per l’infanzia e l’adolescenza. Il Comitato esprime la sua preoccupazione per le disparità a livello regionale nell’assegnazione e nella spesa dei fondi destinati ai minori, compresi i settori della prima infanzia, istruzione e salute. Teme inoltre per il recente deterioramento della valutazione dello Stato parte nelle classifiche internazionali riguardanti la corruzione e per le eventuali conseguenze sui diritti dei minori. Alla luce della situazione finanziaria in cui si trova attualmente l’Italia, il Comitato sottolinea il rischio che i servizi destinati ai minori possano mancare della tutela e del sostegno necessari.
    15. Il Comitato ribadisce la sua precedente raccomandazione (CRC/C/15/add.198, par. 9) al fine di effettuare un’analisi completa sull’allocazione delle risorse per le politiche a favore dei minori a livello nazionale e regionale. Sulla base dei risultati di tale analisi, lo Stato parte dovrà assicurare stanziamenti di bilancio equi per i minori in tutte le 20 regioni, con particolare attenzione alla prima infanzia, ai servizi sociali, all’istruzione e ai programmi di integrazione per i figli dei migranti e delle altre comunità straniere. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte affronti con efficacia il problema della corruzione e garantisca che, pur nell’attuale situazione finanziaria, tutti i servizi per i minori siano protetti dai tagli.
    Raccolta dei dati
    16. Il Comitato prende atto della creazione di un sistema informativo nazionale sull’assistenza e la tutela dei minori e delle loro famiglie che sarà completato nel 2012.
    Nonostante ciò, conferma i propri timori per la scarsità dei dati disponibili sul rispetto dei diritti dei minori, in particolare le statistiche sui bambini vittime di violenza, privati dell’ambiente familiare (compresi i minori in affidamento), vittime di sfruttamento economico, affetti da disabilità, adottati, rifugiati e richiedenti asilo. Esprime inoltre preoccupazione per le notevoli differenze esistenti nella capacità e nell’efficacia dei meccanismi di raccolta dei dati a livello regionale.
    17. Il Comitato sollecita lo Stato parte a garantire che il sistema informativo nazionale sull’assistenza e la tutela dei minori e delle loro famiglie raggiunga la piena operatività e disponga delle necessarie risorse umane, tecniche e finanziarie per essere efficace nella raccolta delle informazioni pertinenti in tutto il Paese, rafforzando così la capacità dello Stato parte di promuovere e tutelare i diritti dei minori. In particolare, raccomanda allo Stato parte l’adozione di un approccio pienamente coerente in tutte le regioni, per misurare e affrontare efficacemente le disparità regionali.
    Formazione
    18. Nonostante le informazioni riguardanti alcuni corsi di formazione offerti ai funzionari di polizia e dei carabinieri, il Comitato lamenta che lo Stato parte non abbia ancora applicato la raccomandazione precedente (CRC/C/15/Add.198, par. 19 (d) e 31) sulla formazione sistematica relativa ai diritti dei minori e alla Convenzione rivolta a tutti i gruppi professionali che lavorano con i bambini, compresi funzionari di polizia, carabinieri, inquirenti, giudici, avvocati, custodi legali dei minori (curatori), funzionari pubblici, operatori sociali e assistenziali, funzionari degli enti pubblici locali, insegnanti e personale sanitario.
    19. Il Comitato ribadisce la sua raccomandazione di istituire un sistema di formazione regolare, obbligatorio e continuo sui diritti dei minori per tutte le figure  professionali che lavorano con i minori, in particolare funzionari di polizia, carabinieri, giudici e personale penitenziario.
    Diritti dei minori e aziende
    20. Il Comitato sottolinea con favore l’obbligo generale per le aziende di rispettare i principi costituzionali e nota come la responsabilità sociale aziendale venga promossa, regolata e applicata nell’ambito di iniziative decise autonomamente dalle società. Rileva inoltre che ulteriori misure legislative sulla responsabilità sociale aziendale, comprese le esenzioni fiscali per le società che soddisfano determinati parametri, sono attualmente alla discussione del Senato e della Camera dei deputati (rispettivamente legge n. 386 e legge n.
    59). Il Comitato ribadisce tuttavia il suo timore che tale legislazione non abbia sufficientemente considerato i diritti dei minori. Esprime inoltre la sua preoccupazione per i sospetti sul ricorso al lavoro minorile forzato nella raccolta di cotone importato dai Paesi europei, tra cui l’Italia, che in tal modo potrebbe favorire lo sfruttamento del lavoro minorile nei Paesi esportatori. Il Comitato sottolinea che questo aspetto è attualmente oggetto di indagini da parte dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) e che il Parlamento Europeo sta discutendo una bozza di risoluzione che richiede, tra l’altro, al Consiglio e alla Commissione la creazione di un Comitato di indagine e il ritiro temporaneo del sistema generalizzato di preferenze del settore cotoniero, finché l’ILO non presenterà le sue conclusioni.
    21. Considerato che la responsabilità primaria di protezione e di rispetto dei diritti dei minori da parte degli operatori pubblici e privati è riconducibile agli Stati, il Comitato raccomanda l’inclusione di misure specifiche sui diritti dei minori nella legislazione attualmente all’esame del Senato e della Camera dei deputati, al fine di introdurre parametri di responsabilità aziendale anche in relazione ai diritti umani, con specifico riferimento alla Convenzione sui diritti del fanciullo. Sarebbe inoltre importante per la legge prevedere la possibilità, da parte degli organismi di supervisione, di rivolgersi all’autorità giudiziaria per i casi di abuso dei diritti umani e dei minori, comprese le attività delle aziende con sede legale in Italia e società partner all’estero. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte assuma le sue responsabilità nell’Unione Europea per fare in modo che il cotone ottenuto con lavoro minorile (prodotto in Europa o altrove) non possa avere accesso al mercato europeo, avvalendosi della propria influenza per garantire che gli accordi commerciali europei rispettino i diritti dei minori. Lo Stato parte potrebbe inoltre elaborare una struttura chiara riconducibile alla legislazione proposta per implementare un monitoraggio efficace che assicuri che le aziende con sede legale in Italia non si avvalgano di manodopera minorile nemmeno tramite i fornitori o i partner aziendali stranieri.
    Cooperazione internazionale
    22. Il Comitato prende atto che nel 2006 lo Stato parte ha destinato circa lo 0,20% del reddito nazionale lordo (RNL) all’assistenza internazionale e che si è impegnata a raggiungere l’obiettivo concordato a livello internazionale dello 0,7 % del prodotto interno lordo (PIL) entro il 2015. Nota tuttavia con preoccupazione che i livelli degli aiuti pubblici allo sviluppo, compreso il contributo a favore del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), dopo il picco del 2006 sono diminuiti costantemente, giungendo a meno della
    metà di tale importo nel 2010.
    23. Alla luce dei vincoli finanziari imposti a molti Paesi, il Comitato incoraggia lo Stato parte ad adoperarsi per correggere il calo degli aiuti pubblici allo sviluppo e a riconfermare una tendenza alla crescita, al fine di raggiungere l’obiettivo concordato internazionalmente dello 0,7 % del Pil entro il 2015. Incoraggia inoltre lo Stato parte a fare del rispetto dei diritti dei minori un’alta priorità per gli accordi di cooperazione internazionale sottoscritti con i Paesi in via di sviluppo e a impegnarsi per aumentare il supporto fornito alle organizzazioni internazionali che li tutelano, in particolare l’Unicef. A questo scopo, il Comitato invita a tenere presenti le Osservazioni conclusive del Comitato sui diritti dell’infanzia per il Paese destinatario.

    B. Principi generali (artt. 2, 3, 6 e 12 della Convenzione)
    Divieto di discriminazione
    24. Il Comitato nutre serie preoccupazioni per gli indirizzi, le leggi e le prassi che discriminano i minori in situazioni di vulnerabilità nello Stato parte. In particolare, le aree di preoccupazione sono quelle indicate di seguito:
    (a) Discriminazione contro minori di etnia Rom, Sinti e Caminanti (di seguito denominati minori Rom) in relazione alla garanzia, tra l’altro, del loro diritto alla salute, all’istruzione, ad adeguate condizioni di vita, alla sicurezza sociale.
    (b) Emendamenti del codice penale che riducono le pene previste per i reati di propaganda a favore della superiorità razziale o etnica, in violazione della precedente raccomandazione del Comitato (CRC/C/15/Add.198.par. 21(b)).
    (c) Residue disparità di trattamento tra minori legittimi, legittimati, figli biologici e nati al di fuori del matrimonio. A questo proposito, il Comitato lamenta che lo Stato parte non ha ancora ratificato la Convenzione europea sullo status giuridico dei minori nati al di fuori del matrimonio. La Commissione prende atto e accoglie con favore le informazioni fornite durante l’incontro sulle proposte di legge a questo proposito.
    25. Alla luce dell’articolo 2 della Convenzione, il Comitato esorta lo Stato parte a garantire che tutti i minori godano di pari diritti come previsto dalla Convenzione, senza discriminazione di alcun tipo e a questo fine lo invita a:
    (a) adottare rapidamente tutte le misure necessarie per assicurare l’eliminazione effettiva di qualsiasi forma di discriminazione dei minori di origine Rom, in particolare nel sistema educativo e nell’erogazione dei servizi essenziali, in linea con le raccomandazioni del Comitato sull’eliminazione della discriminazione razziale (CERD/C/ITA/CO/15, par 20);
    (b) elaborare un efficace piano di azione nazionale per la prevenzione di razzismo, discriminazione razziale, xenofobia e intolleranza, accogliendo pienamente tutte le disposizioni in materia della Dichiarazione e del Programma di azione di Durban, con particolare attenzione all’articolo 2 della Convenzione sui diritti del fanciullo;
    (c) rafforzare il mandato dell’Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, in particolare per quanto riguarda la raccolta sistematica dei dati sugli atti razzisti e xenofobi contro i bambini;
    (d) includere le circostanze aggravanti della motivazione di odio nell’articolo 61 del Codice penale;
    (e) adottare misure legislative appropriate per eliminare qualsiasi residua discriminazione tra i figli nati all’interno e i figli nati al di fuori del matrimonio;
    (f) accelerare la ratifica della Convenzione europea sullo status giuridico dei minori nati al di fuori del matrimonio.
    Rispetto per le opinioni dei minori
    26. Il Comitato accoglie con favore la dichiarazione della Corte Costituzionale sull’articolo 12 della Convenzione che conferma la sua applicabilità diretta nel sistema giuridico nazionale e la considerazione dei minori come parti interessate nei procedimenti giudiziari. Nota inoltre con favore la legge n. 54/2006, che stabilisce di ascoltare i minori nei casi di separazione dei genitori, divorzio e custodia, prevede norme sull’obbligo di nominare un curatore del minore nelle procedure di adozione e nella determinazione dei diritti genitoriali e il Decreto legislativo n. 25 del 28 gennaio 2008, che riconosce il diritto dei minori non accompagnati di essere ascoltati. Il Comitato, tuttavia, conferma i suoi timori in merito a:
    (a) l’assenza di un diritto esplicito dei minori di essere ascoltati in tutti i procedimenti civili, penali e amministrativi;
    (b) l’assenza di direttive per l’implementazione della legge n. 149/2001 riguardante la nomina di curatori speciali per i minori nei casi di adozione;
    (c) la mancanza di una consultazione sistematica dei minori durante la procedura di formazione delle leggi e delle decisioni che li riguardano, a livello nazionale, regionale o locale e l’assenza di direttive più specifiche sulla partecipazione dei minori allo sviluppo dei futuri piani di azione che li riguardano.
    27. Alla luce dell’articolo 12 della Convenzione e del Commento generale del Comitato n. 12 (2009) sul diritto dei minori di essere ascoltati, il Comitato raccomanda che lo Stato parte esegua quanto indicato di seguito:
    (a) adotti una normativa organica che stabilisca il diritto dei minori di essere ascoltati nelle questioni che li riguardano, applicabile in tutti i tribunali, enti amministrativi, istituzioni, scuole, enti di assistenza all’infanzia e famiglie, adottando le misure necessarie per consentire l’ascolto diretto delle opinioni dei minori e, contemporaneamente, prevedendo tutele e meccanismi adeguati per garantire che tale partecipazione possa svolgersi in modo efficace e in assenza di manipolazioni o intimidazioni, con il supporto di opinioni di esperti dei servizi interessati nei casi opportuni;
    (b) formuli direttive per la nomina di curatori speciali dei minori nei casi di adozione;
    (c) implementi misure atte a garantire che i minori partecipino alla formazione delle leggi e delle decisioni politiche che li riguardano, compreso il rafforzamento dei Consigli dei ragazzi, mediante strutture di supporto regionali o nazionali;

    C. Diritti civili e libertà (artt. 7, 8, 13-17, 19 e 37 (a) della Convenzione) Registrazione e nazionalità
    28. Il Comitato è preoccupato per le limitazioni legali e pratiche che riguardano il diritto dei bambini di origine straniera di essere registrati. In particolare, il Comitato teme che la legge n. 94/2009 sulla pubblica sicurezza renda obbligatorio per tutti i non italiani l’esibizione del permesso di soggiorno per ottenere documenti sullo stato civile. Il Comitato è preoccupato inoltre per la situazione “de facto” dei minori senza cittadinanza, compresi, secondo i dati, alcune centinaia di bambini Rom.
    29. Il Comitato, alla luce dell’accettazione dello Stato parte della Raccomandazione n. 40 della Universal Periodic Review di implementare la legge n. 91/1992 sulla cittadinanza italiana in modo da tutelare i diritti di tutti i minori che vivono in Italia (A/HRC/14/4/Add.1, p. 5), raccomanda che lo Stato parte:
    (a) garantisca per legge l’obbligo e agevoli nella pratica la registrazione alla nascita di tutti i bambini che nascono e vivono in Italia;
    (b) intraprenda campagne per accrescere la consapevolezza sul diritto di tutti i bambini di essere registrati alla nascita, indipendentemente dall’origine sociale ed etnica e dalla condizione di residenza dei genitori;
    (c) agevoli l’accesso alla cittadinanza per i minori che diversamente ne sarebbero privi.
    Libertà di pensiero, coscienza e religione
    30. Il Comitato teme che la libertà dei minori di ricevere o meno un’istruzione religiosa nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie possa essere compromessa nella pratica dalla mancanza di valide alternative di insegnamento e dall’assenza di informazioni sulla disponibilità e la diffusione del modulo di scelta per gli allievi che decidono di non frequentare l’istruzione religiosa cattolica.
    31. Il Comitato chiede allo Stato parte di intensificare gli sforzi per garantire nella pratica l’effettivo carattere facoltativo dell’istruzione religiosa e:
    (a) di garantire che tutti i genitori degli allievi che frequentano le scuole pubbliche siano pienamente consapevoli della natura facoltativa dell’istruzione religiosa, rendendo disponibili le informazioni nelle lingue straniere più diffuse;
    (b) di studiare, identificare e documentare le prassi ottimali riguardanti le alternative all’istruzione religiosa cattolica e, in base ai risultati ottenuti, di esaminare le alternative didattiche da offrire nell’ambito dei curricula nazionali.
    Accesso alle informazioni appropriate
    32. Pur notando con favore i vari codici di autoregolamentazione che regolano le trasmissioni e i mezzi di comunicazione diffusi a mezzo stampa, nonché l’istituzione del Comitato Media e Minori, il Comitato teme la mancanza di un quadro giuridico ed educativo completo che favorisca la tutela dei diritti dei minori ai sensi dell’articolo 17 della Convenzione. Il Comitato condivide le preoccupazioni del Comitato sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne in merito al ruolo dei media e della pubblicità italiani nella rappresentazione delle donne e delle ragazze come oggetti sessuali, che comporta una influenza negativa sullo sviluppo dei minori e dei rapporti con i loro pari.
    In particolare, il Comitato è preoccupato per quanto segue:
    (a) la natura volontaria del Codice di autoregolamentazione Internet e Minori e il fatto che il comitato istituito per monitorarne l’implementazione non sia ancora stato rinnovato dalla scadenza del mandato avvenuta nel 2007;
    (b) l’esigenza espressa dai minori di una maggiore protezione del loro diritto alla privacy e la necessità di informare sull’uso di Internet in un linguaggio e una forma comprensibili ai bambini;
    (c) gli stereotipi di genere che possono influire sulle scelte delle bambine per quanto riguarda i loro studi e le loro aspirazioni e il ruolo dei media e della pubblicità italiana nel presentare le donne e le ragazze come oggetti sessuali;
    (d) la rappresentazione negativa degli immigrati e delle minoranze nei media, con conseguenze sulla integrazione sociale e sul reale godimento dei diritti dei minori di queste comunità;
    (e) il contenuto della pubblicità che può indurre consumi potenzialmente dannosi per quanto riguarda cibo, medicinali, giocattoli e altri elementi.

    33. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte:
    (a) promuova e supporti lo sviluppo di un Codice sui minori e i media che accolga pienamente le disposizioni e lo spirito dell’articolo 17 della Convenzione, compreso l’incoraggiamento alla diffusione di materiale positivo dal punto di vista sociale e culturale;
    (b) ripristini il Comitato di monitoraggio sul Codice di autoregolamentazione Internet e Minori e garantisca che le violazioni al Codice siano sottoposte a sanzioni amministrative e legali efficaci;
    (c) adotti le misure necessarie per avere media responsabili e proattivi, in grado di combattere razzismo e intolleranza, e implementi un sistema di monitoraggio che ne garantisca l’effettiva realizzazione.
    Punizioni corporali
    34. Il Comitato è preoccupato per la diffusione delle punizioni corporali in ambito familiare, in particolare per il fatto che molti genitori continuano a ritenere appropriato schiaffeggiare i figli come strumento di disciplina. È inoltre preoccupato per il fatto che lo Stato parte non ha ancora approvato una legislazione che proibisca esplicitamente qualsiasi forma di punizione corporale in tutti gli ambiti, compreso quello domestico (CRC/C/15/Add.41, para. 20) nonostante la Suprema corte abbia deliberato sulla proibizione di questi atti.
    35. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte riformi la legislazione nazionale in modo da garantire la proibizione esplicita di tutte le forme di punizione corporale in tutti gli ambiti, anche domestici, sulla scorta del commento generale del Comitato n. 8 (2006) sul diritto dei minori alla protezione dalle punizioni corporali e da altre forme di punizione crudeli o degradanti e del commento generale n. 13 (2011) sul diritto dei minori di non subire violenza in qualsiasi forma. Il Comitato raccomanda inoltre che lo Stato parte diffonda la consapevolezza tra i genitori e l’opinione pubblica sull’impatto delle punizioni corporali sul benessere dei minori e sui validi metodi di disciplina alternativi, conformi ai diritti dei minori.

    D. Ambiente familiare e assistenza alternativa (artt. 5, 18 (parr. 1-2), 9-11,19-21, 25, 27 (par. 4) e 39 della Convenzione)
    Ambiente familiare
    36. Pur accogliendo con favore i progressi compiuti nell’adozione del primo Piano nazionale di politiche per la famiglia e di varie misure, tra cui le deduzioni fiscali e gli assegni per i figli a carico previsti per le famiglie numerose e a basso reddito al fine di supportare, rispettivamente, i genitori e i tutori legali nelle loro responsabilità di cura, il Comitato teme che tali risultati siano di natura principalmente economica e non affrontino l’esigenza dei genitori di migliorare le proprie capacità genitoriali, attraverso la conoscenza delle esigenze di sviluppo dei figli e dei modi migliori per allevarli ed educarli. Il Comitato esprime particolare preoccupazione per le limitate opportunità di assistenza pubblica all’infanzia e per i costi elevati dell’assistenza privata.
    37. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte garantisca un sostegno alle famiglie numerose e a basso reddito basato su un approccio olistico, che includa il sostegno al reddito e una specifica attenzione al ruolo e alla formazione dei genitori. In particolare, il Comitato raccomanda che lo Stato parte migliori l’accesso, l’accessibilità economica e la qualità dei programmi didattici e di assistenza alla prima infanzia, come previsto dalla Strategia 2020 dell’Unione Europea e dalla Comunicazione del 2011 della Commissione Europea su “Educazione e cura della prima infanzia: consentire a tutti i bambini di affacciarsi al mondo di domani nelle condizioni migliori”, nonché le attività extrascolastiche.
    Minori privati di un ambiente familiare
    38. Il Comitato accoglie con favore i progressi compiuti nella direzione della deistituzionalizzazione dell’assistenza dei minori privati di un ambiente familiare in conformità con la legge n. 149/2001. Il Comitato, tuttavia, nutre preoccupazione in merito alla mancanza di standard minimi dei servizi e dell’assistenza forniti da comunità o istituzioni alternative di tipo familiare e dall’insoddisfacente applicazione della legge n. 149/2001 riguardante il monitoraggio indipendente e la registrazione di tali comunità. Il Comitato nutre, in particolare, preoccupazione in merito alla mancanza di valutazione della qualità dei servizi forniti e di responsabilità riguardo al finanziamento pubblico ricevuto per ospitare i bambini. Inoltre, constata con preoccupazione le disparità regionali nell’utilizzo dell’istituto dell’affidamento e la mancata adozione e osservanza di linee guida e di una legislazione comuni in merito all’affidamento.
    39. Riguardo al diritto di ricongiungimento familiare dei bambini stranieri con le famiglie che risiedono in Italia, il Comitato nutre preoccupazione in merito alla durata eccessiva delle procedure e teme che la legislazione di recepimento della direttiva 2003/86/CE possa escludere le famiglie nucleari che risiedono nello Stato parte.
    40. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte, nell’ambito delle sue competenze, garantisca un’applicazione efficace ed equa della legge n. 149/2001 in tutte le regioni e che:
    (a) adotti criteri e standard minimi concordati a livello nazionale per i servizi e l’assistenza relativi a tutte le istituzioni di assistenza alternative per i bambini privati di un ambiente familiare, incluse le “strutture residenziali” quali le comunità di tipo familiare;
    (b) garantisca il monitoraggio indipendente, a opera di istituzioni pertinenti, del collocamento di tutti i bambini privati di un ambiente familiare e definisca procedure di responsabilità per le persone che ricevono sovvenzioni pubbliche per ospitare tali bambini;
    (c) proceda a un’indagine generale su tutti i bambini privati di un ambiente familiare e crei un registro nazionale di tali bambini;
    (d) modifichi il Testo Unico sull’immigrazione per specificare esplicitamente il diritto al ricongiungimento familiare e la relativa applicazione a tutti gli stranieri aventi tale diritto, incluse le famiglie che si sono formate in Italia;
    (e) garantisca in maniera appropriata la scelta, la formazione e la supervisione delle famiglie affidatarie e fornisca loro sostegno e condizioni finanziarie adeguate;
    (f) tenga conto delle Linee Guida in materia di accoglienza etero-familiare allegate alla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 64/142.
    Adozione
    41. Il Comitato accoglie con favore le disposizioni obbligatorie sulla necessità di ascoltare i punti di vista e le opinioni del bambino nelle adozioni nazionali e internazionali.
    Il Comitato, tuttavia, prendendo atto della prassi dell’“adozione aperta” attuata dal 2003, esprime preoccupazione in merito alla mancanza di una base giuridica stabile e coerente per tali adozioni e ai rischi di una collocazione a tempo indeterminato del minore presso le famiglie affidatarie. Il Comitato ribadisce, inoltre, la sua preoccupazione riguardo al fatto che proseguano le adozioni internazionali con Stati non parte della Convenzione dell’Aja sulla protezione dei minori e sulla cooperazione in materia di adozione internazionale nonostante l’assenza di accordi bilaterali. Pur prendendo atto delle misure intraprese dalla Commissione in materia di adozione internazionale, il Comitato continua a esprimere preoccupazione in merito all’elevato numero di agenzie per l’adozione private, all’inadeguatezza del sistema di monitoraggio e alle denunce di profitto ottenuto da alcune parti nella procedura di adozione.
    42. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte:
    (a) introduca il principio dell’interesse superiore del bambino come considerazione essenziale nella legislazione, incluse la legge n. 184/1983 e la legge n. 149/2001, e nelle procedure che disciplinano l’adozione;
    (b) concluda accordi bilaterali con tutti i Paesi di origine dei minori adottati che non hanno ancora ratificato la Convenzione dell’Aia del 1993;
    (c) in conformità con la Convenzione dell’Aia e con l’articolo 21(d) della Convenzione sui diritti del fanciullo, garantisca un monitoraggio efficace e sistematico di tutte le agenzie di adozione private, valuti la possibilità di gestire o limitare l’elevato numero di queste ultime e garantisca che le procedure di adozione non siano fonte di profitto per alcuna parte;
    (d) garantisca un follow-up sistematico sul benessere dei bambini adottati durante gli anni precedenti e sulle cause e le conseguenze del fallimento adottivo.
    Violenza contro i bambini, inclusi l’abuso e l’incuria
    43. Il Comitato nutre serie preoccupazioni per l’assenza di un sistema e di un quadro comuni sul piano nazionale per la protezione e la prevenzione di tutte le forme di violenza fisica e psicologica contro i bambini e di un corrispondente ente di monitoraggio e coordinamento per l’applicazione. A tale proposito, prende atto con notevole preoccupazione dei risultati di un sondaggio da cui emerge che la maggior parte dei minori di età compresa tra 14 e 17 anni, residenti prevalentemente nelle regioni settentrionali e centrali dell’Italia, abbia subito in prima persona o assistito a maltrattamenti di bambini. In particolare, seppure incoraggiato dalle esperienze positive di alcune regioni in relazione alla raccolta di dati (Piemonte e Veneto) e alla prevenzione (Emilia Romagna), il Comitato nutre preoccupazione in merito ai seguenti aspetti:
    (a) mancanza, a livello nazionale, di un sistema completo di raccolta dati e di rilevazione di tutte le forme di violenza contro i bambini;
    (b) disparità regionali in termini di esistenza e applicazione di linee guida sulla violenza contro i bambini nonché di prevenzione, cura ed eliminazione della violenza;
    (c) abbandono dei bambini da parte di madri che versano in situazioni di difficoltà.
    44. Il Comitato ribadisce le sue precedenti preoccupazioni e le osservazioni conclusive (CRC/C/15/Add. 198, parr. 37 e 38) e, richiamando l’attenzione al Commento generale n. 13 (2011), raccomanda che lo Stato parte:
    (a) consideri prioritaria l’eliminazione di tutte le forme di violenza contro i bambini, anche attraverso l’applicazione delle raccomandazioni dello studio ONU sulla violenza contro i bambini (A/61/299), tenendo conto del risultato e delle raccomandazioni della Consultazione regionale per l’Europa e l’Asia Centrale (svoltasi a Lubiana, in Slovenia, nei giorni 5-7 luglio 2005), e prestando particolare attenzione agli aspetti legati al genere;
    (b) fornisca informazioni in merito all’applicazione da parte dello Stato parte delle raccomandazioni del succitato studio nel prossimo rapporto periodico, in particolare quelle messe in evidenza dal Rappresentante speciale del Segretario Generale sulla violenza contro i bambini, nello specifico:
    (i) lo sviluppo di una strategia generale nazionale per impedire e affrontare tutte le forme di violenza e di maltrattamento contro i bambini;
    (ii) l’introduzione di un esplicito divieto giuridico nazionale di tutte le forme di violenza contro i bambini in tutte le situazioni;
    (iii) il consolidamento di un sistema nazionale di raccolta, analisi e distribuzione dei dati e di un’agenda di ricerca sulla violenza e il maltrattamento contro i bambini.

    E. Disabilità, requisiti essenziali di salute e benessere (artt. 6, 18 (par. 3), 23, 24, 26, 27 (parr. 1-3) e 33 della Convenzione)
    Bambini con disabilità
    45. Il Comitato si rammarica della limitatezza delle informazioni fornite nel rapporto dello Stato parte sui bambini con disabilità. Pur apprezzando l’impegno volto a integrare i bambini con disabilità nel sistema scolastico, il Comitato teme che la disabilità sia ancora considerata in termini di “handicap” invece di essere affrontata con lo scopo di assicurare l’inclusione sociale dei bambini con disabilità, e che siano presenti disparità regionali nella presenza di insegnanti specializzati nella scuola. Il Comitato nutre, inoltre, preoccupazione in merito alle inadeguatezze e ai ritardi relativi all’assistenza speciale per i bambini con disabilità nella prima infanzia e alla mancanza di dati statistici relativi ai bambini con disabilità nella fascia di età compresa tra 0 e 6 anni.
    46. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte riveda le politiche e i programmi esistenti per garantire un approccio basato sui diritti in relazione ai bambini con disabilità e valuti iniziative di informazione e formazione volte a garantire un’elevata sensibilizzazione dei funzionari governativi competenti e della collettività in merito a questo tema. Il Comitato raccomanda, anche, che lo Stato parte provveda a fornire un numero sufficiente di insegnanti specializzati a tutte le scuole affinché tutti i bambini con disabilità possano accedere a un’istruzione completa e di elevata qualità. Inoltre, il Comitato raccomanda che lo Stato parte effettui la raccolta di dati specifici e disaggregati sui bambini con disabilità, inclusi quelli di età compresa tra 0 e 6 anni, per adattare politiche e programmi in base a tali esigenze. A tale proposito, il Comitato invita lo Stato parte a tenere conto del Commento generale n. 9 (2006) del Comitato sui diritti dei bambini con disabilità.
    Salute e servizi sanitari
    47. Il Comitato constata con preoccupazione l’assenza di livelli essenziali di assistenza sanitaria (Livelli Essenziali di Assistenza – LEA) definiti congiuntamente alla devoluzione della competenza sanitaria alle regioni, che ha determinato discrepanze nella qualità e nell’efficienza del sistema sanitario tra regioni meridionali e regioni settentrionali dello Stato parte, con ripercussioni sul diritto dei bambini ai massimi livelli di salute possibili.
    Costituiscono fonte di preoccupazione per la Commissione anche il tasso elevato e crescente di obesità infantile nonché l’alto numero di bambini affetti da malattie allergiche e/o respiratorie. Il Comitato, inoltre, è preoccupato del fatto che, rispetto alle omologhe italiane, tra le madri straniere siano presenti tassi di natimortalità e di mortalità perinatale più alti e sia frequente il ricorso alle cure di reparti od ospedali di emergenza: ciò è causato, in parte, dal fatto che le madri straniere senza documenti non si sottopongono alle necessarie cure ostetriche e ai test prima e durante la gravidanza in conseguenza della criminalizzazione degli stranieri senza documenti.
    48. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte prenda provvedimenti immediati per promuovere standard comuni nei servizi di assistenza sanitaria per tutti i bambini in tutte le regioni e che:
    (a) proceda a un’analisi dell’applicazione del Piano sanitario nazionale 2006-2008 con riferimento al diritto dei bambini alla salute e assegni pertanto un’adeguata spesa di assistenza sanitaria per i bambini;
    (b) definisca senza indugio i livelli essenziali di assistenza sanitaria (LEA);
    (c) migliori i programmi di formazione per tutti i professionisti che operano in ambito sanitario in conformità con i diritti dell’infanzia;
    (d) intraprenda programmi di difesa e sensibilizzazione destinati a scuole e famiglie, che sottolineino l’importanza dell’attività fisica, di abitudini alimentari e stili di vita sani, incluso il Piano di prevenzione nazionale 2010-2012, e aumenti il numero di ore e la qualità dell’educazione fisica nei curriculi delle scuole primarie e secondarie;
    (e) sviluppi e metta in atto una campagna di informazione e di sensibilizzazione sul diritto all’assistenza sanitaria di tutti i bambini, inclusi quelli di origine straniera, con particolare attenzione alle strutture di assistenza sanitaria utilizzate dalle comunità straniere; tale campagna deve includere la correzione degli elevati tassi di natimortalità e di mortalità prenatale tra le madri straniere.
    Allattamento materno
    49. Il Comitato nutre preoccupazione in merito al basso tasso di allattamento materno esclusivo per i primi sei mesi e alla prassi di somministrare ai bambini alimenti complementari dall’età di quattro mesi. Il Comitato nutre, inoltre, preoccupazione in merito alla commercializzazione non regolamentata di alimenti per l’infanzia, per i bambini e per gli adolescenti e alle inadeguatezze nel monitoraggio della commercializzazione dei sostituti del latte materno.
    50. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte prenda provvedimenti per migliorare le prassi dell’allattamento materno esclusivo per i primi sei mesi, attraverso misure di sensibilizzazione che includano campagne, informazioni e formazione per i funzionari governativi competenti e in particolare per il personale che opera nei reparti di maternità e per i genitori. Il Comitato raccomanda, inoltre, che lo Stato parte rafforzi il monitoraggio delle norme di commercializzazione esistenti correlate agli alimenti per i bambini e le norme correlate alla commercializzazione dei sostituti del latte materno, inclusi biberon e tettarelle, e garantisca il monitoraggio periodico di tali norme e l’azione nei confronti di coloro
    che violano il codice.
    Salute mentale
    51. Il Comitato nutre preoccupazione in merito all’assenza di una strategia o di un sistema nazionale generale per la valutazione e il monitoraggio della situazione della salute mentale tra i minori, in particolare gli adolescenti. A tale proposito, deplora il fatto che le Linee guida nazionali per la salute mentale del 2008 non abbiano ancora trovato applicazione. Il Comitato teme, inoltre, che l’inadeguatezza delle risorse abbia impedito alle autorità sanitarie locali e ai servizi di neuropsichiatria infantile e adolescenziale di porre in essere team multidisciplinari per affrontare le problematiche di salute mentale tra i minori attraverso un approccio socio-psicologico. Costituisce fonte di preoccupazione per il Comitato anche il fatto che alcuni psicofarmaci usati dai minori presentino come effetto collaterale un aumento delle tendenze suicide. Il Comitato nutre, inoltre, preoccupazione in merito alla larga diffusione della depressione che può essere causa di suicidio tra i minori.
    52. Il Comitato, riferendosi al proprio Commento generale n. 4 (2003) sulla salute e lo sviluppo degli adolescenti, raccomanda che lo Stato parte rafforzi servizi e programmi disponibili e di qualità per la salute mentale e in particolare che:
    (a) applichi ed effettui senza indugio il monitoraggio delle Linee guida nazionali sulla salute mentale;
    (b) sviluppi una politica generale nazionale sulla salute mentale chiaramente incentrata sulla salute mentale degli adolescenti e ne garantisca l’applicazione efficace attraverso l’attribuzione di finanziamenti, risorse pubbliche adeguate, sviluppo e applicazione di un sistema di monitoraggio;
    (c) applichi un approccio multidisciplinare al trattamento dei disturbi psicologici e psicosociali tra i minori attraverso la definizione di un sistema integrato di assistenza sanitaria per la salute mentale dei minori che coinvolga, a seconda dei casi, genitori, famiglia e scuola.
    Abuso di droghe e sostanze psicotrope
    53. Il Comitato nutre serie preoccupazioni in merito all’aumento dell’uso di droghe illecite, in particolare anfetamine, tra gli adolescenti nello Stato parte. Il Comitato constata con preoccupazione che tali droghe sono spesso usate per migliorare le prestazioni scolastiche e combattere la depressione. Inoltre, il Comitato è preoccupato dei livelli elevati di consumo di alcol e di uso di tabacco tra i minori e dell’influenza negativa della pubblicità, sia diretta sia veicolata dai mass media in generale.
    54. Il Comitato, riferendosi al proprio Commento generale n. 4, raccomanda che lo Stato parte adotti le opportune misure per eliminare l’uso di droghe illecite da parte dei minori, attraverso programmi e campagne di comunicazione, attività didattiche volte a sviluppare le cd. life-skills (abilità per la vita) e la formazione di insegnanti, operatori sociali e altre figure rilevanti. Devono essere inclusi programmi sulla promozione di stili di vita sani tra gli adolescenti per impedire l’uso di alcol e tabacco e sull’applicazione di norme sulla pubblicizzazione di tali prodotti presso i minori. Il Comitato invita lo Stato parte a presentare le informazioni su tali attività e dati sull’uso di droghe illecite da parte dei minori nel prossimo rapporto periodico al Comitato.
    Figli di genitori detenuti
    55. Il Comitato, pur accogliendo con favore l’adozione dell’atto n. 62/2011 sulla protezione della relazione tra madri detenute e i propri figli minori, nutre preoccupazioni in merito all’elevato numero di figli che sono separati da uno o da entrambi i genitori a causa dello stato di detenzione di questi ultimi, e di neonati che vivono nelle carceri insieme alle proprie madri e che rischiano di venire separati dalle stesse salvo il caso in cui queste soddisfino i requisiti necessari per gli arresti domiciliari.
    56. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte proceda a uno studio sulla situazione relativa ai diritti dei bambini con genitori detenuti a vivere in un ambiente familiare al fine di garantire relazioni personali, servizi adeguati e un sostegno appropriato in linea con quanto previsto all’articolo 9 della Convenzione.
    Standard di vita
    57. Il Comitato nutre profonde preoccupazioni in merito all’elevato numero di bambini che vivono in povertà nello Stato parte e alla concentrazione sproporzionata della povertà infantile nell’Italia meridionale. Prendendo atto del fatto che lo Stato parte è al secondo posto nell’Unione europea come tasso di occupazione femminile più basso (inferiore al 50%), il Comitato teme che la povertà infantile sia strettamente correlata alla disoccupazione femminile. Pur apprezzando i recenti interventi politici effettuati negli anni 2008-2009 a favore delle famiglie a basso reddito (Bonus Famiglia e Social Card), il Comitato teme che tali programmi riducano solo marginalmente le ineguaglianze e la povertà. Il Comitato osserva con preoccupazione che i programmi dello Stato parte sembrano concentrarsi sulle misure sul reddito e prendano in considerazione solo limitatamente i fattori sociali, culturali, geografici e altri fattori strutturali della riduzione della povertà.
    58. Il Comitato sollecita lo Stato parte a intensificare gli sforzi per risolvere e sradicare la povertà e le ineguaglianze, in particolar modo dei bambini, e a:
    (a) considerare la riforma sistematica delle politiche e dei programmi correnti per risolvere efficacemente la povertà infantile in modo sostenibile attraverso un approccio multidisciplinare che tenga conto dei fattori sociali, culturali e geografici della riduzione della povertà;
    (b) valutare il risultato dei programmi correnti sulla lotta contro la povertà e garantire che le politiche e i piani successivi contengano indicatori rilevanti e un quadro di monitoraggio;
    (c) aumentare la partecipazione femminile al mercato del lavoro e promuovere modalità di lavoro flessibili per entrambi i genitori, anche attraverso l’aumento dei servizi di custodia dei bambini;
    (d) aumentare e favorire il sostegno al reddito per le famiglie a basso reddito con figli e garantire che tale sostegno venga esteso alle famiglie di origine straniera.

    F. Istruzione e attività ricreative e culturali (artt. 28, 29 e 31 della Convenzione)
    Istruzione, inclusa la formazione e l’orientamento professionale
    59. Pur riconoscendo gli sforzi fatti per l’applicazione di precedenti raccomandazioni (CRC/C/15/Add. 198, par. 43), il Comitato è preoccupato per quanto segue:
    (a) il persistere di tassi di abbandono scolastico elevati, soprattutto al sud e tra i bambini di famiglie in difficoltà socio-economiche;
    (b) le condizioni fatiscenti in cui versano gli edifici e le strutture delle scuole, che in alcune occasioni hanno causato morti accidentali dovute alla mancanza di sicurezza;
    (c) l’ampia diffusione della violenza e del bullismo nelle scuole, combattuti principalmente con misure disciplinari anziché psicosociali ed educative, e i bassi tassi di denuncia da parte delle vittime;
    (d) la mancanza di omogeneità tra le regioni e il differimento dell’approvazione di una normativa, che ritarda l’accesso alla formazione professionale;
    (e) l’incapacità di assicurare la piena integrazione di bambini stranieri e di bambini appartenenti a minoranze nel sistema scolastico;
    (f) la mancata partecipazione, o la partecipazione in misura minima, dei bambini ai processi decisionali che li riguardano nell’ambito del sistema di istruzione.
    60. Inoltre, il Comitato nutre preoccupazione in merito alla sospensione del Decreto Legislativo n. 226 (2005) che regola i livelli essenziali di servizio nell’istruzione e nella formazione professionale che le regioni devono garantire e all’assenza di un quadro standardizzato a livello nazionale per le misure di sostegno all’istruzione. Il Comitato constata con preoccupazione i tagli significativi al finanziamento pubblico nel settore dell’istruzione a seguito della riforma scolastica del 2009, che include una notevole riduzione del numero degli insegnanti, laddove i finanziamenti per le scuole private sono raddoppiati negli ultimi dieci anni. Il Comitato osserva, inoltre, la diversificazione delle fonti di finanziamento per l’istruzione, provenienti sia dall’Unione europea sia da fondazioni locali.
    61. Il Comitato raccomanda vivamente che lo Stato parte:
    (a) si astenga dall’operare ulteriori tagli al settore della formazione e garantisca che alle scuole vengano fornite risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate per fornire un’istruzione di qualità a tutti i bambini;
    (b) introduca meccanismi di sostegno all’istruzione per i bambini provenienti da famiglie economicamente svantaggiate;
    (c) affronti efficacemente la violenza e il bullismo nelle scuole attraverso misure socio-educative quali il counseling, la sensibilizzazione sulle regole scolastiche e lo statuto degli studenti, i forum per il dialogo e la possibilità per i bambini di denunciare tali incidenti, invece di limitare l’azione alle misure disciplinari e punitive;
    (d) trasponga in norme il Decreto Legislativo n. 81/2008 in materia di sicurezza sul luogo di lavoro in relazione alle scuole;
    (e) intraprenda azioni volte all’adozione di una normativa sull’accesso alla formazione professionale;
    (f) sviluppi programmi per migliorare l’integrazione scolastica di stranieri e bambini appartenenti a minoranze.

    G. Misure speciali di protezione (artt. 22, 30, 38, 39, 40, 37 (b)-(d), 32-36 della Convenzione)
    Minori in contesti migratori
    62. Il Comitato riconosce la particolare posizione geografica dello Stato parte e i vincoli a essa associati ed esprime apprezzamento per gli sforzi e le misure recentemente adottate, in una situazione di emergenza e senza alcuna assistenza, al fine di far fronte all’arrivo massivo e inatteso di migliaia di rifugiati provenienti da Paesi colpiti da guerre, instabilità politica e povertà. Manifesta tuttavia la propria preoccupazione in merito alle potenziali ripercussioni di tale situazione sui minori, siano essi rifugiati, minori non accompagnati o migranti, in considerazione dei diritti garantiti a tali soggetti ai sensi della Convenzione.

    Minori richiedenti asilo e rifugiati
    63. Il Comitato accoglie con favore il divieto di espulsione o rimpatrio di individui sotto i 18 anni di età e donne in gravidanza previsto ai sensi delle leggi in materia di  immigrazione dello Stato parte, tuttavia prende atto con preoccupazione che i minori di origine straniera possono essere espulsi dal Paese per motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato e che, nell’ambito dell’applicazione della politica per l’intercettazione dei migranti del 2009 (politica di “respingimento”), lo Stato parte ha proceduto al rimpatrio di minori, ivi compresi minori non accompagnati, senza esaminare la situazione individuale di ciascuno o fornire loro la possibilità di richiedere asilo. Il Comitato esprime profonda preoccupazione in merito al respingimento di alcuni migranti riconosciuti idonei a ricevere la protezione internazionale, in violazione degli obblighi di non-refoulement cui è soggetto lo Stato parte. Si dichiara inoltre seriamente preoccupato riguardo alla detenzione di alcuni minori e delle rispettive famiglie durante le operazioni di rimpatrio forzato dei migranti messe in atto dallo Stato parte senza aver prima fornito agli individui in questione la
    possibilità di richiedere asilo.
    64. Pur prendendo atto del Decreto Legislativo 25/2008, il Comitato esprime preoccupazione per l’assenza di una legge in materia di asilo politico. Si dichiara inoltre preoccupato in merito alla limitata capacità, al sovraffollamento e alle condizioni insufficienti dei centri di accoglienza per minori, da cui deriva il collocamento di questi ultimi presso centri di accoglienza non destinati a individui sotto i 18 anni di età. Rileva inoltre con particolare apprensione, condizioni di accoglienza e soggiorno dei migranti non conformi agli standard previsti, in particolare in relazione ai minori giunti a Lampedusa e presso altre località durante la primavera e l’estate del 2011.
    65. Alla luce di quanto sopra, il Comitato raccomanda che lo Stato parte:
    (a) garantisca a ciascun minore che tenti di entrare in Italia e che si trovi sotto la propria giurisdizione, sia in alto mare che all’interno del territorio nazionale, il diritto a un esame del proprio caso individuale e l’accesso immediato alle procedure di asilo politico e ad altre procedure rilevanti di protezione, sia nazionali che internazionali;
    (b) riveda le leggi nazionali e garantisca che, nel caso in cui sussistano motivi fondati per ritenere che il minore sia esposto a un rischio reale di danni irreparabili, tali leggi vietino l’espulsione di individui minori di 18 anni, anche qualora tale misura sia giustificata da motivi di ordine pubblico e sicurezza dello Stato;
    (c) ponga immediatamente in essere un sistema efficiente di raccolta dati e memorizzazione di informazioni di tutti i minori, inclusi i richiedenti asilo e i rifugiati bisognosi di protezione;
    (d) faccia riferimento, nell’applicazione delle precedenti raccomandazioni, al commento generale n. 6 (2005) sul trattamento dei minori non accompagnati e separati dalle loro famiglie al di fuori del Paese di origine.
    Minori non accompagnati
    66. Il Comitato esprime preoccupazione per la mancanza, all’interno dello Stato parte, di un approccio comune e unitario nei confronti dei minori non accompagnati, tra cui l’assenza di linee guida complete e di un quadro legislativo in materia. Teme inoltre che le misure di protezione legale esistenti e le procedure in materia di nomina di tutori e concessione di permessi di residenza per minori non accompagnati non siano applicate in maniera uniforme nelle diverse regioni dello Stato parte. Pur prendendo atto degli sforzi compiuti da parte del Comitato per i minori stranieri al fine di migliorare le condizioni dei minori temporaneamente ospitati in Italia, il Comitato rileva che la competenza di tale organo è limitata ai minori che non fanno richiesta di asilo. Ulteriore fonte di preoccupazione è il ricorso crescente alla pratica medica per l’accertamento dell’età dei minori non accompagnati, che mette a rischio l’applicazione del principio del beneficio del dubbio.
    67. Il Comitato raccomanda che, in riferimento al commento generale n. 6, lo Stato parte introduca una legislazione completa che garantisca assistenza e protezione a tali minori. In particolare, raccomanda che lo Stato parte istituisca un’autorità nazionale specifica e permanente per il monitoraggio delle condizioni dei minori non accompagnati, che ne identifichi le esigenze, faccia fronte ai problemi dell’attuale sistema ed elabori linee guida in materia, ivi comprese misure di accoglienza, identificazione, valutazione delle esigenze e strategia di protezione. Il Comitato raccomanda inoltre che lo Stato parte adotti una procedura unificata per l’accertamento dell’età dei minori non accompagnati che si basi su un approccio multidisciplinare e che rispetti il principio del beneficio del dubbio.
    Minori appartenenti a famiglie migranti
    68. Il Comitato esprime profonda preoccupazione in merito alle limitazioni in termini di accesso ai servizi di assistenza sanitaria e ad altri servizi sociali da parte dei minori figli di migranti irregolari, rilevando che le famiglie prive di permesso di residenza non hanno diritto a tali servizi. A tale proposito, si dichiara particolarmente preoccupato in merito alla promulgazione della legge n. 94/2009 in materia di pubblica sicurezza, la quale persegue l’ingresso e il soggiorno illegale in Italia e che influisce in maniera estremamente negativa sul godimento di diritti economici e sociali da parte dei minori e delle famiglie residenti illegalmente presso lo Stato parte. In considerazione del notevole aumento del numero di minori appartenenti a famiglie migranti all’interno dello Stato parte, lamenta il taglio dei finanziamenti al “Fondo per l’inclusione sociale degli immigrati” nel 2008 e nel 2009. Il Comitato rileva inoltre con seria preoccupazione che i minori appartenenti a famiglie residenti illegalmente presso lo Stato parte possono essere trattenuti presso Centri di identificazione ed espulsione e che le leggi nazionali non disciplinano la presenza di minori all’interno di tali centri.
    69. Il Comitato rammenta allo Stato parte che i diritti sanciti ai sensi della Convenzione non si limitano ai minori cittadini dello Stato in questione e che devono essere estesi a tutti i minori, indipendentemente dalla condizione di migranti e raccomanda che lo Stato parte:
    (a) riveda le proprie leggi in materia di immigrazione in modo da garantire ai minori migranti pari diritti in termini di istruzione, salute e accesso ad altri servizi sociali, in linea con quanto stabilito dalla Corte Costituzionale nel luglio del 2010;
    (b) garantisca nella legislazione e nella pratica che le decisioni riguardanti la concessione di permessi di residenza ai cittadini stranieri considerino sempre di primaria importanza il superiore interesse del minore.
    Minori coinvolti in conflitti armati
    70. Il Comitato esprime preoccupazione in merito alla mancata applicazione delle precedenti raccomandazioni che prevedevano: (a) l’esplicita persecuzione, ai sensi delle leggi nazionali, del reclutamento e dell’utilizzo di individui sotto i 15 anni di età da parte di forze e gruppi armati (CRC/C/OPAC/ITA/CO/1, par. 12); e (b) la definizione del concetto di “partecipazione diretta” da parte delle leggi nazionali (CRC/C/OPAC/ITA/CO/1, par. 11), in linea con gli articoli da 1 a 4 del Protocollo opzionale concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati.
    71. Pur apprezzando l’allineamento con l’articolo 29 della Convezione, il Comitato lamenta l’assenza, nei programmi delle quattro scuole militari operanti nello Stato parte, di materie specifiche che abbiano come oggetto i diritti umani, la Convenzione e il Protocollo opzionale. Il Comitato lamenta inoltre la mancata applicazione della precedente raccomandazione relativa all’introduzione del divieto e della perseguibilità penale della vendita di armi di piccolo calibro e armi leggere a Paesi in cui i minori sono coinvolti in conflitti armati (CRC/C/OPAC/ITA/CO/1, par. 17). Il Comitato si rammarica inoltre per la mancanza, nel rapporto elaborato dallo Stato parte, di informazioni sulla riabilitazione e la reintegrazione sociale dei minori vittime dei crimini oggetto del Protocollo opzionale.
    72. Ribadendo le proprie raccomandazioni precedenti, il Comitato sollecita lo Stato parte affinché intensifichi l’impegno nell’applicazione del Protocollo opzionale concernente il coinvolgimento dei bambini nei conflitti armati e:
    (a) emendi la propria dichiarazione ai sensi del Protocollo opzionale sull’età minima per il reclutamento al fine di conformarsi alla legislazione nazionale che prevede un’età minima di 18 anni;
    (b) emendi il Codice Penale vietando e perseguendo in maniera esplicita il reclutamento e l’utilizzo, da parte di forze e gruppi armati, di individui al di sotto di 18 anni di età in conflitti armati;
    (c) vieti e persegua ai sensi della legislazione nazionale la vendita di armi di piccolo calibro e armi leggere a Paesi in cui i minori sono coinvolti in conflitti armati;
    (d) includa il reclutamento e l’utilizzo di minori in conflitti armati tra i motivi previsti dalla legislazione nazionale per la concessione dello status di rifugiato;
    (e) ratifichi la Convenzione sulle munizioni a grappolo.
    Sfruttamento sessuale
    73. Il Comitato accoglie con favore la creazione dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e pornografia minorile, del Centro nazionale per il monitoraggio della pornografia minorile su Internet e dell’Osservatorio sulla prostituzione e sui crimini ad essa connessi, nonché l’adozione della legge n. 11/2009, che prevede quale aggravante i reati sessuali perpetrati contro i minori. Esprime tuttavia la propria preoccupazione in merito alla mancanza di risorse e piani di coordinamento e finanziamento di tali attività. A tale proposito e in considerazione dell’aumento della prostituzione sulle strade delle principali città dello Stato parte, il Comitato si dichiara particolarmente preoccupato per l’insufficienza dei dati riguardanti le attività volte a eliminare la prostituzione minorile.
    Nonostante accolga con favore il potenziamento della legislazione nazionale in materia di sfruttamento sessuale, pornografia e prostituzione minorile (legge n. 38/2006), il Comitato lamenta la mancata definizione del concetto di pornografia minorile secondo quanto richiesto ai sensi del Protocollo opzionale.
    74. Il Comitato manifesta la propria preoccupazione in merito alla riduzione del 50%, rispetto al 2000, del finanziamento per l’implementazione del Protocollo opzionale e al fatto che l’accento sia posto principalmente sull’aspetto della tratta. Il Comitato si dichiara inoltre preoccupato per l’insufficienza dei programmi volti a prevenire gli abusi sessuali e lo sfruttamento di gruppi di minori particolarmente vulnerabili e per la difficoltà nell’identificazione delle vittime della pornografia e della prostituzione minorile.
    75. Il Comitato raccomanda vivamente che lo Stato parte:
    (a) armonizzi la legislazione nazionale con il Protocollo opzionale sulla vendita dei bambini, la prostituzione dei bambini e la pornografia rappresentante bambini, introducendo, in particolare, una definizione del concetto di pornografia minorile all’interno del proprio Codice Penale;
    (b) elabori e implementi una strategia per la prevenzione dello sfruttamento e degli abusi sessuali, ponendo l’accento sui gruppi di minori più vulnerabili, tra cui i minori Rom;
    (c) provveda all’identificazione e alla protezione delle vittime, anche attraverso la formazione specialistica e il potenziamento delle risorse assegnate all’Unità di analisi del materiale pedopornografico;
    (d) garantisca il funzionamento efficace dell’Osservatorio per il contrasto della pedofilia e pornografia minorile nominando i rispettivi membri e rendendo funzionale il database volto al monitoraggio di tali reati;
    (e) riorganizzi l’Osservatorio sulla prostituzione e sui crimini ad essa connessi o ne affidi il mandato e le attività a un organismo esistente al fine di garantire il monitoraggio della prostituzione infantile e dell’abuso di minori.
    Amministrazione della giustizia minorile
    76. Il Comitato accoglie in maniera positiva l’enfasi posta sulle misure alternative e la reintegrazione nel sistema di giustizia minorile dello Stato parte. Ciononostante, il Comitato si dichiara preoccupato in merito alla mancata adozione del disegno di legge sul sistema carcerario minorile volto a diversificare ulteriormente la risposta da parte del sistema di giustizia minorile ai tagli di natura finanziaria che minacciano l’attuale sistema. A tale proposito, il Comitato esprime particolare preoccupazione in merito alle segnalazioni relative all’eccessivo ricorso a misure detentive, alla prolungata custodia cautelare di minori e all’accesso inadeguato a istruzione e formazione da parte dei minori detenuti presso gli Istituti Penali Minorili (IPM).
    77. Il Comitato esprime inoltre profonda preoccupazione in merito alle segnalazioni riguardanti il collocamento di minori presso Istituti Penali Minorili e centri di accoglienza sulla sola base della mancanza di documenti. L’aumento del numero di minori stranieri e Rom fermati dalle autorità giudiziarie durante il periodo di riferimento costituisce un ulteriore motivo di preoccupazione, così come il fatto che tali minori godano delle pene sostitutive e delle misure alternative previste dalla legge in misura minore rispetto ai coetanei di nazionalità italiana.
    78. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte conformi pienamente il proprio sistema di giustizia minorile a quanto stabilito dalla Convenzione e, in particolare, dagli articoli 37, 39 e 40 e ad altri standard rilevanti, ivi comprese le Regole sugli standard minimi per l’amministrazione della giustizia minorile (Regole di Pechino), le Linee guida per la prevenzione della delinquenza minorile (Linee guida di Riyadh), le Regole per la protezione dei minori privati della loro libertà (Regole dell’Avana), le Linee guida per i bambini coinvolti nel sistema giudiziario penale e il commento generale n. 10 (2007) del Comitato sui diritti dell’infanzia in materia di giustizia minorile. In particolare, il Comitato sollecita lo Stato parte affinché:
    (a) adotti il disegno di legge sul sistema carcerario minorile senza ingiustificate proroghe;
    (b) destini al sistema di giustizia minorile risorse umane, tecniche efinanziarie adeguate, al fine di garantire pene sostitutive e altre misure alternative alla privazione della libertà, secondo quanto raccomandato dal Gruppo di lavoro sulla detenzione arbitraria (A/HRC/10/21/Add. 5, par. 116 e 122);
    (c) conduca un’analisi approfondita sulla numerosa presenza di minori stranieri e Rom nel sistema di giustizia minorile;
    (d) istituisca un sistema di monitoraggio indipendente al fine di effettuare visite regolari ai luoghi in cui i minori sono detenuti.
    Minori appartenenti a minoranze
    79. Il Comitato nutre serie preoccupazioni in merito alle scarse condizioni di salute dei minori Rom, come dimostrano l’alto tasso di mortalità infantile, la maggiore incidenza di malattie croniche e infettive e il basso tasso di vaccinazione, e riguardo al fatto che il limitato accesso all’assistenza sanitaria e ad altri servizi sociali sia, in certa misura, considerato come autoimposto. Il Comitato esprime inoltre la propria preoccupazione in merito al limitato numero di minori Rom che frequentano le scuole primarie e, in particolar modo, secondarie. In considerazione delle deplorabili condizioni economiche e dell’esclusione sociale della comunità Rom, il Comitato teme che lo Stato parte stia affrontando la questione dal punto di vista della sicurezza (Patti di sicurezza del 2006, decreto di emergenza del 2008) piuttosto che concentrarsi su misure di inclusione basate sulla partecipazione. A tale proposito, il Comitato esprime profonda preoccupazione per l’ulteriore peggioramento delle condizioni di vita della comunità Rom in seguito alle misure adottate ai sensi dei decreti di emergenza, le quali hanno, di fatto, esacerbato la segregazione attraverso la costruzione di “container per l’alloggio temporaneo”. Il Comitato rileva inoltre, con la massima preoccupazione, il decesso di sei bambini presso campi Rom “illegali” caratterizzati da condizioni estremamente disagiate, così come gli sgomberi, le  espulsioni e gli sforzi, da parte del governo, di separare i minori Rom dai rispettivi genitori a scopo di protezione. Si dichiara inoltre preoccupato per l’aumento dell’accattonaggio, in particolare tra i minori Rom, e al legame tra tale pratica e il crimine organizzato. Ulteriore motivo di preoccupazione da parte del Comitato sono le segnalazioni in merito alla maggiore incidenza di matrimoni precoci all’interno della comunità Rom residente in Italia e la mancanza di informazione e di interventi al riguardo da parte dello Stato.
    80. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte:
    (a) sospenda lo stato di emergenza in relazione agli insediamenti delle comunità nomadi e le ordinanze del 30 maggio 2008;
    (b) elabori e adotti, con la partecipazione delle comunità interessate, un piano di azione a livello nazionale che promuova la reale integrazione sociale della comunità Rom in Italia, tenendo conto della delicata situazione dei minori, in particolare in termini di salute e istruzione;
    (c) destini risorse umane, tecniche e finanziarie adeguate, al fine di garantire il miglioramento sostenibile delle condizioni socio-economiche dei minori Rom;
    (d) adotti misure adeguate per contrastare pratiche dannose quali i matrimoni precoci;
    (e) elabori linee guida incisive e fornisca ai funzionari pubblici la formazione adeguata al fine di migliorare la comprensione della cultura Rom e prevenire una percezione stereotipata e discriminatoria dei minori appartenenti a tale etnia;
    (f) ratifichi la Carta europea delle lingue regionali e minoritarie.

    H. Ratifica degli strumenti internazionale in materia di diritti umani
    81. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte ratifichi i principali trattati delle Nazioni Unite in materia di diritti umani e i Protocolli opzionali di cui non è ancora membro, ossia la Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalle sparizioni forzate, la Convenzione internazionale sulla protezione dei diritti di tutti i lavoratori migranti e dei membri delle loro famiglie, il Protocollo facoltativo al Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, il Protocollo facoltativo della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti e la Convenzione del 1961 sulla riduzione dell’apolidia.

    I. Cooperazione con organismi regionali e internazionali
    82. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte collabori con il Consiglio d’Europa nell’applicazione della Convenzione e di altri strumenti in materia di diritti umani, sia all’interno del territorio nazionale che in altri Stati membri del Consiglio d’Europa.

    J. Follow-up e distribuzione
    83. Il Comitato raccomanda che lo Stato parte adotti tutte le misure necessarie a garantire che le presenti raccomandazioni siano applicate, inter alia, attraverso la trasmissione al Capo dello Stato, al Parlamento, ai ministri competenti, alla Corte Suprema e alle autorità regionali e locali affinché possano prestarvi la giusta attenzione e intraprendere le azioni necessarie.
    84. Il Comitato raccomanda inoltre che il terzo e quarto rapporto periodico e le risposte scritte dello Stato parte, così come le relative raccomandazioni (osservazioni conclusive) siano resi ampiamente disponibili nelle lingue del Paese, attraverso Internet (ma non esclusivamente) e diffusi presso il grande pubblico, la società civile, le organizzazioni, i media, i gruppi giovanili e professionali e i minori, al fine di creare dibattiti e consapevolezza in merito alla Convenzione, ai rispettivi Protocolli opzionali e al loro monitoraggio e implementazione.
    Rapporto successivo
    85. Il Comitato invita lo Stato parte a presentare il quinto e il sesto Rapporto periodico entro il 4 aprile del 2017, includendovi le informazioni relative all’implementazione delle presenti osservazioni conclusive. Il Comitato richiama l’attenzione sulle linee guida specifiche e armonizzate in materia di comunicazione adottate il 1° ottobre del 2010 (CRC/C/58/Rev.2 e Corr. 1) e ricorda allo Stato parte che i futuri Rapporti dovranno essere conformi a tali linee guida e non superare le 60 pagine. Sollecita inoltre lo Stato parte a presentare il proprio Rapporto in conformità a quanto stabilito dalle suddette linee guida. In caso di superamento del limite di pagine prestabilito, lo Stato parte dovrà rivedere e presentare nuovamente il Rapporto in conformità a tali linee guida. Il Comitato ricorda allo Stato parte che, qualora non sia in grado di rivedere e presentare nuovamente il Rapporto, non sarà possibile garantirne la traduzione a scopo di esame da parte degli organi del trattato.
    86. Il Comitato invita inoltre lo Stato parte a presentare un documento essenziale aggiornato conforme ai requisiti del documento essenziale comune incluso nelle linee guida condivise per l’attività di reporting, approvate nel giugno 2006, nel corso del quinto Inter-Committee Meeting of the human rights treaty bodies (HRI/MC/2006/3).

    crc_c_ita_co_trad_riv_apr_2012

  • La  Asl paga il prete ex pedofilo

    La Asl paga il prete ex pedofilo

    La  Asl paga il prete ex pedofilo
    Martedì 13 Settembre 2011 08:12 Redazione_1

    BRINDISI – Atti di libidine violenta nei confronti di due bambine: uno dei sei sacerdoti assunti e pagati dalla Asl di Brindisi ha un arresto e una condanna nel proprio curriculum vitae. Per abusi sessuali su minori che furono oggetto di indagine della procura di Brindisi nel 1991 e la ragione di una richiesta di applicazione della custodia cautelare che fu accordata da un giudice. Il prete fa il cappellano, è stato assunto nell’ottobre scorso e presta servizio nell’ospedale Perrino di Brindisi. La designazione è dellla Curia, che ha pieni poteri nel decidere chi, fra i sacerdoti della diocesi, debba curarsi delle anime in pena che si ritrovano in una struttura sanitaria per motivi di salute più o meno gravi.
    La Azienda sanitaria locale che stipula il contratto di “co.co.co” ratificando di fatto gli intendimenti della Chiesa non ha verificato, così come accadrebbe invece per qualsiasi altro dipendente, dal portantino al dirigente, cosa ci fosse nel casellario giudiziario del prete. Se per caso in elenco si scorgessero condanne definitive per reati gravi a tal punto da rendere incompatibile l’aggirarsi dell’uomo in abito talare, notte e giorno, per i corridoio del nosocomio. Dalla Geriatria fino alla Pediatria: senza limiti di sorta.
    I fatti sono vecchi ma non sono mai caduti nell’oblio. Ricordano in molti cosa accadde nel lontano 1992 quando i giornali riportarono la notizia di un arresto “eccellente”. La pedofilia in ambienti ecclesiali non era all’ordine del giorno. Non ancora quel nervo scoperto che ha costretto il Pontefice a esprimersi pubblicamente e condannare, pur nella consapevolezza che è sempre successo e che spesso è stato tutto sotterrato. I genitori di due bimbe che frequentavano una parrocchia della provincia di Brindisi si recarono dalla polizia e formularono una denuncia – querela completa di dettagli inquietanti.
    Immediatamente le notizie furono girate al sostituto procuratore di turno: il fascicolo fu aperto immediatamente e l’inchiesta fu chiusa in poco tempo. Non si dovette indagare a lungo. Fu disposta una ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del prete, che all’epoca faceva il cappellano militare a Bari. I fatti furono ritenuti gravi, così come si concluse che c’erano i presupposti per applicare una misura restrittiva, le cosiddette esigenze cautelari.
    “Leggi l’articolo completo sull’edizione di Senzacolonne oggi in edicola”

    www.senzacolonne.it/index.php?optio…disi&Itemid=280

    Una vicenda destinata a creare nuove polemiche sui sacerdoti stipendiati dall’Azienda
    Asl,uno dei cappellani fu
    condannato per pedofilia
    Passato scomodo per il prete assunto come consulente spirituale dei malati

    di ROBERTA GRASSI
    BRINDISI – Atti di libidine
    violenta nei confronti di due
    bambine: uno dei sei sacerdoti
    assunti e pagati dalla Asl di
    Brindisi ha un arresto e una condanna
    nel proprio curriculum
    vitae. Per abusi sessuali su
    minori che furono oggetto di
    indagine della procura di
    Brindisi nel 1991 e la ragione di
    una richiesta di applicazione
    della custodia cautelare che fu
    accordata da un giudice. Il prete
    fa il cappellano, è stato assunto
    nell’ottobre scorso e presta servizio
    nell’ospedale Perrino di
    Brindisi. La designazione è dellla
    Curia, che ha pieni poteri nel
    decidere chi, fra i sacerdoti della
    diocesi, debba curarsi delle
    anime in pena che si ritrovano in
    una struttura sanitaria per motivi
    di salute più o meno gravi.
    La Azienda sanitaria locale che
    stipula il contratto di “co.co.co”
    ratificando di fatto gli intendimenti
    della Chiesa non ha verificato,
    così come accadrebbe
    invece per qualsiasi altro dipendente,
    dal portantino al dirigente,
    cosa ci fosse nel casellario
    giudiziario del prete. Se per caso
    in elenco si scorgessero condanne
    definitive per reati gravi a tal
    punto da rendere incompatibile
    l’aggirarsi dell’uomo in abito
    talare, notte e giorno, per i corridoio
    del nosocomio. Dalla
    Geriatria fino alla Pediatria:
    senza limiti di sorta.
    I fatti sono vecchi ma non sono
    mai caduti nell’oblio. Ricordano
    in molti cosa accadde nel lontano
    1992 quando i giornali riportarono
    la notizia di un arresto
    “eccellente”. La pedofilia
    in ambienti ecclesiali non
    era all’ordine del giorno.
    Non ancora quel nervo
    scoperto che ha costretto il
    Pontefice a esprimersi
    pubblicamente e condannare,
    pur nella consapevolezza
    che è sempre successo
    e che spesso è stato
    tutto sotterrato. I genitori di due
    bimbe che frequentavano una
    parrocchia della provincia di
    Brindisi si recarono dalla polizia
    e formularono una denuncia –
    querela completa di dettagli
    inquietanti.
    Immediatamente le notizie furono
    girate al sostituto procuratore
    di turno: il fascicolo fu aperto
    immediatamente e l’inchiesta fu
    chiusa in poco
    tempo. Non si dovette indagare
    a lungo. Fu disposta una ordinanza
    di custodia cautelare in
    carcere a carico del prete, che
    all’epoca faceva il cappellano
    militare a Bari. I fatti furono
    ritenuti gravi, così come si concluse
    che c’erano i presupposti
    per applicare una misura restrittiva,
    le cosiddette esigenze cautelari.
    Poteva fuggire, inquinare le
    prove o addirittura rifarlo
    il giovane sacerdote. Si scrissero
    fiumi di parole, poi fu celebrato
    un processo che si è ormai concluso
    da tempo. L’uomo di chiesa
    poté beneficiare della sospensione
    condizionale della pena,
    dopo la condanna. Per anni è
    stato in Congo, da missionario
    .
    Poi è ritornato a casa, in Puglia,
    nel Brindisino. Ed è stato destinato
    dal vescovo all’ospedale
    Perrino, lì dove ci sono due cappellani
    che, stando a quanto stabilito
    nell’intesa tra Regione e
    Conferenza episcopale pugliese
    nel 2002, vengono stipendiati
    dalla Asl così come gli insegnanti
    di Religione cattolica,
    che non siedono in cattedra perché
    vincitori di concorso, percepiscono
    il compenso da statali.
    Funziona così: la Curia sceglie
    il cappellano, lo comunica al
    distretto sanitario che prende
    atto e delibera l’assuzione come
    co.co.co del prete. Lo stipendio
    può variare: nel Brindisino si
    arriva a spendere 100mila euro
    all’anno per i cappellani, anche
    più di 20mila a testa ogni anno.
    E’ uno scampolo di passato che
    è destinato a generare polemica,
    in tempi di licenziamenti in
    blocco. La notizia che i sei
    sacerdoti, tutti cattolici, fossero
    “stipendiati” aveva già provocato
    malumore tra il personale
    sanitario mandato a casa a scadenza
    di contratto. Il dettaglio
    che fa più riflettere, appreso che
    c’è un prete con precedenti per
    abusi sessuali, è relativo alle
    modalità di selezione che adotta
    la Asl per il personale: chiunque,
    dai medici agli infermieri,
    ha l’obblico di presentare un
    certificato o un’autocertificazione
    in cui si attestano i procedimenti
    in corso, le condanne o in
    alternativa l’assenza di “avventure”
    penali nella propria vita. Il
    passato dei dipendenti dev’essere
    trasparente e se macchiato è a
    discrezione dell’azienda decidere
    se procedere comunque con
    l’assunzione o invece decretare
    che è meglio lasciar perdere.
    Nel caso dei cappellani non c’è
    alcun tipo di procedura concorsuale
    o di selezione. I preti non
    devono presentare documentazione.
    Li sceglie il vescovo. E la
    Asl si fida ciecamente, pur
    senza sapere nulla di chi
    varca la soglia dell’ospedale,
    mangia insieme ai dipendenti
    e ha facoltà, notte e
    giorno, di entrare nei reparti
    e nelle stanze.

    La struttura sanitaria mette a disposizione dei religiosi anche il vitto e l’alloggio
    In altre parti d’Italia i precari hanno protestato contro le Asl
    MARTEDÌ 13 SETTEMBRE 2011 Sanità & Santità 7
    L’accordo del 2002
    e ipreti stipendiati

    di ROBERTA GRASSI
    BRINDISI – Lo stabilisce un
    accordo del 2002. I capellani
    degli ospedali sono stipendiati
    dalle Asl. La struttura ospedaliera
    mette a disposizione gli
    spazi per le funzioni di culto e
    per l’attività religiosa, alloggi
    per gli assistenti, uffici arredi,
    suppellettili, attrezzature, nonché
    tutte le spese necessarie al
    loro mantenimento. E la Asl
    paga.
    Nel Brindisino sono sei i
    sacerdoti “assunti”. Dai dati
    nazionali emerge che il
    Servizio sanitario nazionale
    paga più sacerdoti che dentisti.
    Sono 417, infatti, gli “assistenti
    religiosi”, 389 uomini e
    28 donne, che percepiscono
    uno stipendio dal Ssn, in base
    a convenzioni stipulate fra la
    diocesi e le Aziende sanitarie.
    Il numero degli odontoiatri del
    servizio pubblico si “ferma”
    invece ad appena 163, su un
    totale di 105.652 camici bianchi.
    I numeri dei dipendenti
    Ssn sono contenuti nell’ultimo
    rapporto della Direzione statistica
    del ministero della Salute
    e in scala, il rapporto è lo stesso
    anche nella piccola e provinciale
    realtà brindisina: c’è
    solo un igienista dentale al
    servizio della Asl pagato
    1.572 euro al mese, 18.869
    all’anno. Due farmacisti, tre
    psicologi, che intascano all’incirca
    1.300 euro al mese, due
    biologi da 2.500 euro al mese,
    un oculista da 1.900, due farmacisti
    da 3.500 euro al mese,
    e ben cinque cappellani “pubblici”
    con busta paga.
    Chiaramente gli assistenti religiosi
    non vengono selezionati
    sulla base di un concorso, ma
    vengono scelti e assunti direttamente,
    senza dover superare
    selezioni per titoli o competenze.
    Sono a tutti gli effetti
    dipendenti pubblici e guadagnano
    abbastanza. In ogni
    ospedale c’è una chiesa, un
    luogo di preghiera. Ed è proprio
    nelle strutture sanitarie
    che c’è chi ha più necessità di
    un conforto e lo cerca nella
    religione e nella preghiera.
    Percepiscono compensi mensili
    che variano dai 1.800 euro
    ai 900 euro. Sono inclusi nella
    stessa lista in cui, in nome
    della trasparenza, viene riportato
    il costo del personale
    cosiddetto “co.co.co”.
    Insieme all’igienista dentale,
    al biologo, all’assistente
    sociale e allo psicologo ci
    sono anche loro, gli assistenti
    religiosi, e appartengono alla
    categoria dei più remunerati,
    più o meno allo stesso livello
    dei medici e dei due farmacisti
    che arrivano a percepire mensilmente
    anche 3.500 euro. I
    due più anziani sono stati
    assunti per la prima volta nel
    2006 e poi il rapporto con
    l’Azienda è proseguito, di rinnovo
    in rinnovo. L’ultimo è
    stato invece assunto nell’ottobre
    del 2010. L’ultima proroga
    risale alla fine dello scorso
    anno: l’elenco dei “collaboratori
    e consulenti” in servizio al
    primo gennaio 2011 si può
    reperire sul sito della Asl, ed è
    accessibile a tutti.
    La polemica è scoppiata in
    Toscana, di recente, e a
    Bologna nel dicembre scorso
    è stata scritta una interrogazione
    alla Regione Emilia
    Romagna. Dal 2000 a oggi
    numerose regioni italiane, il
    Veneto, la Puglia, la Sardegna,
    la Toscana, l’Umbria, la
    Sicilia e la Lombardia, alcune,
    hanno sottoscritto con i presidenti
    delle Conferenze episcopali
    schemi di intesa per l’assistenza
    religiosa negli ospedali
    pubblici.
    A Treviso nel 2009 fu avviata
    una raccolta di firme. Alla fine
    dello stesso anno 500 dirigenti
    medici, veterinari, psicologi,
    biologi, chimici, fisici, tutti
    veneti e con contratto precario,
    protestarono in massa.
    Erano stati assunti 36 preti per
    una smesa di 1 milione di
    euro. 41 lavoravano i regime
    di convenzione e altri 6
    erano co.co.co.
    Scoppiò il pandemonio.
    Ma anche in Puglia c’è la
    stessa situazione: il profondo
    rosso della Sanità
    impone di risparmiare e
    tagliare sul personale. E’
    per questa ragione che
    100 infermieri sono rimasti
    senza lavoro, quando
    il contratto precario è
    arrivato alla scadenza.
    Non ne vengono assunti
    degli altri e l’avviso pubblico
    del marzo scorso,
    pur essendo scaduto, non
    ha mai prodotto una graduatoria.
    L’ultima resta
    quella del 2009 che non
    dovrebbe essere più valida.
    Molti operatori sanitari
    non hanno più un
    lavoro e dicembre sarà
    l’ultimo mese di disoccupazione
    formale e remunerata.
    Poi la fame.
    I preti, quelli sono stati assunti.
    Sono cinque ad essere stati
    inclusi nell’elenco dei collaboratori
    pubblicato sul sito
    web della Asl in nome della
    trasparenza. Il sesto è arrivato
    dopo, a fine luglio con una
    delibera firmata dal commissario
    straordinario Paola
    Ciannamea, mandata a
    Brindisi per far quadrare i
    conti e stringere la cinghia sui
    servizi, ma non sul culto.
    Quello non si tocca.

    L’ultima nomina: il sesto cappellano. Stipendiato
    Lunedì 12 Settembre 2011 08:36 Redazione_2
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    BRINDISI – Gli “assistenti religiosi”, ossia i cappellani che prestano servizio negli ospedali del Brindisino sono scelti dagli arcivescovi e percepiscono uno stipendio da “statali”, a spese delle Asl. Alla designazione di coloro che dovranno prendersi cura delle anime sofferenti ci pensano i vertici delle diocesi, nel caso del distretto sanitario della provincia di Brindisi, sono due: Rocco Talucci, arcivescovo di Brindisi – Ostuni, e Vincenzo Pisanello, arcivescovo di Oria. La scelta viene poi ratificata dalla Asl il cui settore di Gestione del personale pubblica la delibera, firmata dai tre direttori: il commissario straordinario, il direttore amministrativo, e il direttore sanitario. Non sono cinque i dipendenti religiosi della Asl ma sei. Al cappellano del “Perrino” Francesco Legrottaglie è subentrato don Silvio Pizzuto, scelto da Talucci che ha però conferito a Legrottaglie la carica di “secondo”. Il contratto di collaborazione di Legrottaglie, non è stato interrotto. A meno che non sono errati i prospetti pubblicati su internet e non è veritiero quanto riportato sul sito della diocesi relativamente alle ultime nomine di Talucci. Primo e secondo. Er il subentro è stato necessario un atto della Asl il cui oggetto è il seguente: “Curia arcivescovile di Brindisi, cappellano dello stabilimento ospedaliero ‘Di Summa – Perrino’, sacerdote Francesco Legrottaglie, cessazione dall’incarico. Padre Silvio Pizzuto, subentro”. Legrottaglie va però in “panchina”, e non smette di percepire il dovuto, quanto pattuito con il contratto di collaborazione di fine dicembre. Al nuovo cappellano spetta il compenso regolato dal protocollo di intesa del 2002 e i pasti in ospedale.
    E’ stata la Curia a decidere, il 20 giugno del 2001 e a “comunicare al direttore generale la designazione”. La Asl ratifica e sborsa quattrini. I sacerdoti, per l’abito talare che indossano, percepiscono di già mille euro al mese all’incirca, soldi che vengono elargiti dalla Conferenza episcopale italiana per il dignitoso sostentamento dei sacerdoti. Le tariffe sono le seguenti: ai sacerdoti abili a prestare un servizio a tempo pieno spettano da un minimo di 960 euro mensili (11.520 euro all’anno) a un massimo di 1.788 euro mensili (21.456 euro all’anno); agli altri toccano invece 1.296 euro mensili (15.552 euro all’anno). In più c’è il compenso dato dalla Asl per la “collaborazione” offerta, un compenso che varia a seconda dei casi e viene stabilito non si sa bene sulla base di quali criteri. Per i cappellani brindisini la situazione è la seguente: “Cosimo Carruggio, ha iniziato a collaborare con la Asl il primo novembre del 2006, il rapporto di lavoro (lo è anche se si tratta della cura delle anime) non è ancora cessato. Il compenso mensile ammonta a 917 euro al mese per ben 11mila euro all’anno; Maurizio Ciccarese, anch’egli collaboratore a progetto della Asl di Brindisi dal 2006, percepisce 1.572 euro al mese, all’anno sono 18.889 euro. Poi c’è Pietro De Punzio, assunto nel 2009 che percepisce 1.772 euro al mese, per 21mila 264 euro all’anno, Francesco Legrottaglie a cui spettano 1.842 euro al mese, ossia 22mila euro all’anno dal 2010, Giuseppe Lofino, assunto agli inizi del 2009, il cui compenso mensile è di 1.672 euro, all’anno poco più di 20mila euro. In totale la Asl di Brindisi spende all’anno 93.307 euro per il sostentamento dei preti che si occupano del culto degli ammalati. Il numero degli odontoiatri del servizio pubblico si “ferma” invece ad appena 163, su un totale di 105.652 camici bianchi. I numeri dei dipendenti Ssn sono contenuti nell’ultimo rapporto della Direzione statistica del ministero della Salute e in scala, il rapporto è lo stesso anche nella piccola e provinciale realtà brindisina: c’è solo un igienista dentale al servizio della Asl pagato 1.572 euro al mese, 18.869 all’anno. Due farmacisti, tre psicologi, che intascano all’incirca 1.300 euro al mese, due biologi da 2.500 euro al mese, un oculista da 1.900, due farmacisti da 3.500 euro al mese, e ben sei cappellani “pubblici” con busta paga. La selezione dei “co.co.co” il cui elenco è pubblicato sul sito della Azienda sanitaria locale, in rispetto della legge sulla Trasparenza, è a discrezione dei vescovi delle diocesi i cui territori ricadono all’interno del distretto sanitario. I preti, quindi, sono scelti dai propri “superiori” e pagati dalla collettività. Alla loro funzione, importantissima ma probabilmente rientrante nella missione scelta, non rinunciano i manager che preferiscono però tagliare sul resto, specie in termini di personale. Non si assume ormai da anni. Un centinaio di infermieri è rimasto a casa dopo la scadenza del contratto a tempo determinato. Non ci sono medici. Mancano gli operatori sanitari di ogni tipo, l’ultima graduatoria per gli infermieri è del 2009. Ai preti si elargiscono quasi centomila euro all’anno: vengono pagati per fare i sacerdoti, non per fornire assistenza materiale agli ammalati. Pagati per fare i preti. Tutto ciò è consentito perché nel 2002 fu stipulata una convenzione tra la Regione e i presidenti delle Conferenze episcopali schemi di intesa per l’assistenza religiosa negli ospedali pubblici. Sono quindi doppiamente stipendiati i sei preti brindisini che offrono servizi “religiosi”, di religione rigorosamente cattolica, a chi è ricoverato presso il nosocomio e ha necessità di supporto spirituale. Pagati dalla Chiesa, che per il sostentamento dei preti attinge dai fondi Otto per mille versati dai contribuenti, stipendiati dalla Asl per svolgere una funzione che non è differente da quella che ogni giorno, per via della vocazione che hanno seguito, li contraddistingue nel rapporto con i fedeli. Fuori e dentro le parrocchie. Nelle strutture sanitarie, però, non fanno volontariato. Del resto, devono pur campare.

    www.senzacolonne.it/index.php?optio…disi&Itemid=280

  • Il Vaticano non ha intralciato le indagini delle autorità a proposito dei casi di abusi sessuali nella diocesi di Cloyne, in Irlanda.

    Il Vaticano non ha intralciato le indagini delle autorità a proposito dei casi di abusi sessuali nella diocesi di Cloyne, in Irlanda.

    Roma, 3 set. (TMNews) – Il Vaticano non ha intralciato le indagini delle autorità a proposito dei casi di abusi sessuali nella diocesi di Cloyne, in Irlanda. E’ quanto ha risposto la Santa Sede a Dublino a proposito del rapporto relativo agli episodi contestati nella diocesi irlandese.

    “La Santa Sede non ha ostacolato le indagini e condivide i profondi sentimenti di rabbia e frustrazione manifestati pubblicamente a fronte di ciò che è emerso con il Cloyne Report, e che ha trovato espressione nel discorso dell’onorevole Enda Kenny, primo Ministro (Taoiseach), tenuto alla Camera dei deputati (Dßil Éireann) il 20 luglio 2011”, si legge nella nota.

    “In particolare, è infondata l’accusa che la Sede Apostolica abbia tentato ‘di ostacolare un’Inchiesta in una Repubblica sovrana e democratica, appena tre anni fa, non trent’anni fa’. Del resto, un portavoce governativo, quando è stato interrogato in merito, ha chiarito che l’onorevole Kenny non si riferiva ad alcun episodio specifico. Del resto, le accuse di ingerenza da parte della Santa Sede sono smentite dai molti rapporti che pure vengono utilizzati per criticarla”.

    “Quei rapporti – prosegue il Vaticano – lodati per la loro esaustiva investigazione degli abusi sessuali e del modo in cui essa è avvenuta, non forniscono prove che la Santa Sede abbia interferito negli affari interni dello Stato irlandese o, addirittura, sia stata implicata nell’ordinaria gestione delle diocesi irlandesi o delle congregazioni religiose circa i problemi degli abusi sessuali. Piuttosto, ciò che colpisce di questi rapporti e delle numerose informazioni sulle quali sono basati è la mancanza di documentazione a supporto di tali accuse”.

    “La Santa Sede – si legge ancora – desidera riaffermare, anzitutto, il proprio orrore verso i crimini di abuso sessuale che sono avvenuti in quella diocesi; è profondamente addolorata e si vergogna per le terribili sofferenze che le vittime e le loro famiglie hanno dovuto sopportare nella Chiesa di Gesù Cristo, un luogo dove ciò non deve mai accadere”.

    FONTE: www.tmnews.it/web/sezioni/top10/20110903_150513.shtml

  • Australia: il Vaticano ha accettato le dimissioni di Michael John Malone, controverso difensore di un sacerdote accusato di abusi.

    Australia: il Vaticano ha accettato le dimissioni di Michael John Malone, controverso difensore di un sacerdote accusato di abusi.

    4 aprile 2011

    Australia: il Vaticano ha accettato le dimissioni di Michael John Malone, controverso difensore di un sacerdote accusato di abusi.

    Si scrive “accettazione delle dimissioni”, si intende che il Vaticano ha preteso che Michael John Malone, arcivescovo di una piccola diocesi australiana, cedesse il passo. E questo perchè aveva riammesso al servizio sacerdotale un presbitero che era stato accusato di pedofilia prima che un processo canonico “approfondito” lo giudicasse innocente. Ma l’uomo non ha mai affrontato la giustizia civile, e in un epoca in cui la Santa Sede ha tutta l’intenzione di dimostrarsi pronta nell’affrontare gli ultimi postumi dello scandalo pedofilia nel clero, anche a chi ha tenuto un comportamento solo al limite della criticabilità viene indicata la porta d’uscita.

    DIMISSIONI – Così il vescovo di Maitland Newcastle cede il posto a William Wright. La motivazione, come abbiamo detto, è la sua scelta pastorale: riammettere alla gestione dei sacramenti un presule che era finito sotto inquisizione ecclesiastica.

    Benedetto XVI ha accettato oggi le dimissioni anticipate di mons. Michael John Malone, 71enne vescovo di Maitland-New Castle, travolto dalle critiche rivolte alla sua gestione della diocesi in particolare per aver riammesso all’attivita’ pastorale un sacerdote accusato di aver compiuto in passato abusi sessuali e che un processo canonico approfondito aveva dichiarato innocente. Pur ritenendo di aver agito in questo caso nel rispetto delle norme vigenti, il presule ha chiesto al Papa di essere avvicendato perche’ la chiesa locale possa riprendere il suo cammino “con rinnovato vigore”. Al suo posto il Pontefice ha nominato mons. William Wrighit, di origine statunitense ma incardinato nella diocesi di Sydney.

    E può davvero essere dunque che il prelato abbia chiesto autonomamente al Papa di venir riassegnato ad altre incombenze, visto che molto intenso era stato il suo impegno nelle ultime settimane per ritagliarsi una nuova veste che non fosse quella del difensore dei pedofili. Anche attraverso una messa in suffragio per le vittime.

    PASSARE LA MANO – Il comunicato ufficiale della diocesi, che riporta le parole del vescovo uscente, parla di necessità di un rinnovato impegno nei ranghi della gerarchia. Malone tornerà a fare il parroco: lascia il suo posto con dolore, ma, un po’ per pressioni da Roma – o comunque per la consapevolezza della nuova aria che tira; un po’ per scelta personale, la decisione era obbligata.

    “Anche se la nostra diocesi ha raggiunto molti obiettivi negli anni recenti, il profilo della Chiesa ha sofferto e la nostra missione è stata compromessa per colpa degli eventi che abbiamo affrontato. Dopo molto driflettere, credo che sia tempo per un nuovo leader che abbia energie fresche e una visione che possa portare la diocesi ad un nuovo stato di rinnovamento. La profodna fede di così tante persone, l’immensa generosità di chi serve la Chiesa con capacità professionali e volontarie, le iniziative prese dai singoli e dai gruppi per affrontare aree di vera necessità, la determinazione per elevarsi sopra lo scandalo e la vergogna – tutto ciò promette supporto e incoraggiamento al mio successore. E’ strano affrontare la pensione. Parte di me sente grande sollievo, ma un’altra parte sentirà la mancanza di così tante parti dell’essere un vescovo”.

    Dunque sono bloccati a metà i sentimenti dell’uomo, che ha però preso la sua decisione

    Esteri
    Si dimette il vescovo che difendeva il prete pedofilo: “Vado via, serve il rinnovamento”
    Tommaso Caldarelli

    PROBLEMI IN AUSTRALIA – E non stupisce, visto che in Australia, come in molti altri luoghi del mondo, il problema della pedofilia nel clero aveva causato più di un grattacapo alla locale gerarchia, impegnata ad arginare le proteste dei fedeli. Ne parlavamo.

    L’arcivescovo cattolico di Melbourne Denis Hart ha presentato scuse formali e “senza riserve” alle vittime di abusi sessuali commessi dal clero, in una lettera pastorale letta e distribuita ieri durante la messa nelle 219 parrocchie dello stato di Victoria, in cui egli rimprovera le mancanze della Chiesa nel trattare adeguatamente il problema. Le violenze sessuali e la violazione dei voti da parte di alcuni preti hanno portato vergogna sull’intera Chiesa, scrive. “Come possiamo noi cattolici non provare turbamento e vergogna?” si domanda, osservando che “la piaga degli abusi sessuali continua a causare grande angoscia e in molti casi una crisi di fede fra i cattolici“. Hart ricorda però che la maggior parte degli abusi furono commessi decenni fa, e circa 300 vittime sono state risarcite nell’arcidiocesi negli ultimi 14 anni. “Abbiamo cercato di fare il possibile per portare alle vittime aiuto, consolazione e, se possibile, riconciliazione con la Chiesa“, scrive. Alle storiche scuse dell’arcivescovo di Melbourne aggiunge il suo peso il card. George Pell, arcivescovo di Sydney, che in un comunicato sostiene “di tutto cuore” la lettera di Hart che, dichiara, “parla anche per me“. Pell aggiunge che gli abusi sessuali sono “un male che non ha posto nella Chiesa e chi li ha commessi merita tutta la forza della legge“

    Così non è stato, però, per il prelato che monsignor Malone ha riammesso al servizio eucaristico attivo: su di lui, la giustizia degli uomini non ha mai parlato. Il che va del tutto contro le ultime linee guida del Vaticano per la gestione degli abusi del clero.

    http://www.giornalettismo.com/archives/120…prete-pedofilo/

  • Suicida il sacerdote molestatore Era stato smascherato dalle «Iene»

    Suicida il sacerdote molestatore Era stato smascherato dalle «Iene»

    Dopo il servizio tv realizzato con telecamera nascosta era stato sospeso e inviato in una comunità di cura

    BERGAMO – Si è tolto la vita gettandosi sotto un treno, il sacerdote bergamasco di 51 anni, S.R., che alcuni mesi fa era finito nel mirino della trasmissione tv Le Iene con l’accusa di aver molestato due ragazzi fingendo di fornire loro un supporto spirituale. La tragedia si è consumata intorno alle 11.30 di domenica, quando il sacerdote si è gettato sotto un convoglio lungo la linea ferroviaria Milano-Venezia, nelle campagne tra Masano e Pagazzano, in provincia di Bergamo. L’allarme è scattato immediatamente. Sul posto sono intervenuti gli agenti delle polizia ferroviaria di Treviglio (Bergamo) e un equipaggio del 118. I soccorsi si sono però rivelati inutili perchè l’uomo è morto sul colpo. Il caso era scoppiato nell’aprile scorso quando un inviato del programma Le ienedi Italia 1, senza rivelare il luogo in cui era stato realizzato il servizio, lo aveva intervistato smascherandolo. Il prete aveva infatti tentato un approccio anche con lui. Solo un paio di mesi dopo si era appreso che si trattava di un sacerdote del santuario di Caravaggio (Bergamo) che nel frattempo era stato sospeso dalle sue funzioni e inviato in una comunità di cura. Oggi la tragedia.

    LA TRAPPOLA – La trasmissione de ‘Le Ienè che ha smascherato il sacerdote è andata in onda ad aprile: alcune immagini riprendevano il prete mentre faceva avances a un attore che si era finto omosessuale al santuario di Caravaggio, nella Bassa Bergamasca. La scusa dell’incontro, infatti, era proprio quella di potere incontrare il prete per confidarsi in merito alle inclinazioni omosessuali. E così il religioso, originario di Masano di Caravaggio, era caduto nella trappola e, dopo pochi minuti di colloquio, si era lasciato andare a comportamenti impropri che la telecamera nascosta aveva impietosamente registrato. A distanza di un paio di mesi dalla trasmissione del servizio, il prete era stato rimosso dall’incarico. A firmare il provvedimento è stato monsignor Dante Lanfranconi, vescovo di Cremona (diocesi da cui dipende il santuario di Caravaggio), al quale era stato subito segnalato il caso dopo la denuncia del caso alla televisione.

    GIOVANE ATTORE – La vicenda era cominciata quando alla redazione delle Iene è arrivata la segnalazione di un ragazzo residente nella Bassa Bergamasca che accusava il sacerdote di averlo molestato dopo che era andato da lui a cercare conforto per suoi problemi familiari. La redazione del programma di Italia 1 ha allora inviato a Caravaggio un giovane attore che, fingendosi minorenne e omosessuale, si è presentato al prete per confidargli le sue preferenze sessuali. Dal video mandato in onda, si capisce che il sacerdote abbraccia il ragazzo e tenta di baciarlo. Successivamente, un altro inviato della trasmissione tv è andato ad incontrare il prete, chiedendogli conto di ciò che aveva fatto. «Forse ho esagerato, lasciandomi andare senza accorgermene» ha ammesso il sacerdote, spiegando di aver agito per aiutare il ragazzo.

    TRASFERIMENTO – Nonostante gli accorgimenti messi in atto per non svelare l’identità del sacerdote, chi conosceva il prete ha capito subito che si trattava di lui, e ha avvisato il vescovo di Cremona, che il giorno dopo la messa in onda è andato a trovarlo al santuario e lo ha sollevato dall’incarico. Il prelato spiegò che si trattava di una sospensione provvisoria, poichè «i casi di questo genere – disse – vengono poi trattati a Roma. Dal nostro punto di vista non possiamo prendere altre decisioni, nè aggiungere alcun commento. Possiamo solo aspettare». Il sacerdote che si è ucciso stava seguendo un percorso di recupero psicologico e spirituale. (Fonte Ansa)

    http://www.corriere.it/cronache/10_novembre_28/suicida-prete-molestie-iene_95e2550c-fb1c-11df-abbf-00144f02aabc.shtml

  • Avrebbe molestato bambine, arrestato sacerdote

    Avrebbe molestato bambine, arrestato sacerdote

    FOGGIA, sabato 12 maggio 2007 – ORE 12.37
    Avrebbe molestato bambine, arrestato sacerdote

    Avrebbe molestato alcune bambine quando si andavano a confessare da lui. Un sacerdote della parrocchia Sacro Cuore, don Nicola Rossi, 75 anni, originario della provincia di Benevento, è stato arrestato con l’accusa di violenza sessuale. L’uomo si trova ora ai domiciliari in un istituto dei salesiani in Campania. L’arresto, disposto dal gip del Tribunale di Foggia Rita Curci, su richiesta del pm Vincenzo Bafundi, è stato eseguito ieri a Taranto dove il sacerdote si era trasferito da un po’ di tempo. I fatti risalirebbero al 2006. Le indagini sono partite dalla denuncia di alcune bambine che hanno raccontato di aver ricevuto attenzioni moleste dal sacerdote, durante il corso di catechismo per la prima comunione. Una bambina in particolare avrebbe raccontato in lacrime alla madre cosa sarebbe avvenuto nel confessionale. E’ scattata la denuncia, le indagini, poi altri casi, a lungo vagliati dagli inquirenti con il supporto di assistenti sociali. Una brutta storia. Don Nicola era molto conosciuto non solo in parrocchia ma anche nell’intera città. Sulla vicenda c’è il massimo riserbo, soprattutto in parrocchia. Una parrocchia di frontiera conosciuta proprio per il suo servizio ai minori, tanti dei quali sottratti alla strada con l’opera dell’oratorio.

    Daniela Zazzara

  • Don David ammette, la procura di Teramo lo rinvia a giudizio

    Don David ammette, la procura di Teramo lo rinvia a giudizio

    Dopo la conclusione delle indagini la Procura di Teramo ha chiesto il rinvio a giudizio del prete indiano, David T., accusato di molestie sessuali nei confronti di una bambina di dieci anni.

    Un fatto accaduto durante la festività di Natale del 2009 che aveva portato all’arresto del prete pedofilo a metà aprile. Un’indagine condotta dai carabinieri di Teramo con il supporto della Curia teramana che, una volta avvertita di quanto era successo, attraverso il vescovo e il suo vicario ha fatto in modo che la giustizia facesse il suo corso. Il prete, un indiano studente a Roma e «in prestito» alla parrocchia di Magnanella, piccola frazione alle porte di Teramo, era stato arrestato di ritorno da un viaggio in patria, dove era andato a trovare la madre malata. Il prete, difeso dall’avvocato Gianni Gebbia, si trova ora agli arresti domiciliari in un convento di Giulianova, sulla costa teramana, lontano dalle voci della gente, solo a riflettere su quanto ha fatto.

    Subito dopo l’arresto aveva ammesso le sue colpe, aveva chiesto perdono. Un episodio che aveva fatto clamore nei giorni immediatamente successivi all’arresto proprio perché entrato nel vortice delle tante notizie di preti pedofili, ma che si era distinto dagli altri casi proprio per il comportamento della curia. Il vescovo, monsignor Michele Seccia, aveva di fatto anticipato le indicazioni di Papa Benedetto XVI, scegliendo da subito di essere accanto agli investigatori, per cercare di dare concretezza e verità a quanto accaduto. Un episodio che, per quanto doloroso, non doveva coinvolgere nessuno se non il diretto responsabile. Il prete indiano accusato di abusi sessuali sulla bambina avrebbe mostrato il suo pentimento, anche se questo non servirà sui banchi della giustizia terrena.

    L’avvocato difensore potrebbe scegliere di chiedere il rito abbreviato ed arrivare a uno sconto di pena. Nel corso delle indagini era stata anche ascoltata la bambina vittima della violenza. Aveva raccontato alla consulente della Procura, la psicologa di Pescara, Angelozzi, quello che era accaduto quando don David era andato a casa sua, per la benedizione natalizia. Un pomeriggio in cui era sola in casa. Ma nel paese il prete non faceva paura, non poteva far paura. La bimba ha raccontato tutto ai genitori, poco ore dopo il fatto, del regalo, un pupazzo di Babbo Natale che le aveva portato in dono. Mentre il prete la avvicina a sé, nell’altra stanza c’era la sorellina più piccola, di soli sei anni che dormiva. È stata svegliata dagli urli della maggiore, quando il prete le aveva preso la mano e l’aveva poggiata sui suoi genitali.

    Dopo l’urlo era riuscita a fuggire in un’altra stanza e il prete aveva capito che sarebbe stato meglio andare via. La famiglia è molto religiosa e si dimostra subito fiduciosa sia nei carabinieri che nella gerarchia ecclesiastica. Le successive indagini sono state però rallentate dal viaggio in India che don David aveva fatto. Il timore che non tornasse più in Italia. Ma proprio l’impegno della curia ha evitato ciò. La procura aveva emesso un decreto di latitanza, nel frattempo uno scambio di mail con il vicario diocesano, don Davide Pagnotella, che lo aveva raccolto in Italia e ha accompagnato in procura dove gli era stata notificata la misura cautelare. Un episodio che in parte è già stato dimenticato, che vive ancora nella piccola frazione, che adesso ha la chiesa quasi sempre chiusa. Si riapre solo la domenica quando don Tommaso arriva per celebrare la messa. Poche persone, molte anziane. La famiglia della bambina ha avuto contatti con il vescovo, molto riservati. Non è trapelato nulla ma a tutti, in queste ultime settimane ha interessato soprattutto il recupero psicologico della bambina e una nuova tranquillità all’interno della comunità parrocchiale. Adesso si rimane in attesa del processo per chiudere una brutta storia. Per sempre.

  • ARCIGAY. VATICANO, IL PERDONO NON SERVE, VOGLIAMO GIUSTIZIA

    ARCIGAY. VATICANO, IL PERDONO NON SERVE, VOGLIAMO GIUSTIZIA

    venerdì 23 aprile 2010 , di La redazione

    Manifestazioni e sit-in di protesta in diversi Paesi del mondo contro l’omertà delle gerarchie cattoliche nei confronti dei reati di pedofilia e contro le indegne dichiarazioni diffamatorie di Tarcisio Bertone. Ma soprattutto in sostegno delle decine di vittime innocenti di violenze inaudite compiute talvolta da persone che hanno responsabilità educative o spirituali, che chiedono giustizia di fronte alle istituzioni dei loro paesi.

    È questo il risultato dell’appello che Arcigay e ILGA (l’Associazione Gay e Lesbica mondiale) hanno lanciato (www.arcigay.it/protest-the-vatican) per sollecitare ed estendere la protesta contro gli abusi del Vaticano.

    Eventi di protesta davanti alle Nunziature vaticane o alle principali chiese si sono tenute e si terranno ancora per tutta questa settimana in molti Paesi americani ed europei: Cile, Perú, Nicaragua, Venezuela, Paraguay, Colombia, Argentina, Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Bulgaria e tanti altri. Messaggi di supporto sono arrivati anche da associazioni lgbt del continente africano che purtroppo non possono prendere parte alla protesta nei loro paesi di provenienza per ragioni di incolumità fisica.

    In Italia sono previsti due appuntamenti per domani, sabato 24 aprile 2010*. Arcigay, ArciLesbica, AGEDO, Famiglie Arcobaleno, Mario Mieli, MIT, Certi Diritti, Dì Gay Project promuovono una manifestazione contro la pedofilia e in sostegno delle vittime a Roma in Piazza SS Apostoli alle ore 16.30. Le Associazioni lgbt bolognesi hanno indetto una processione laica che partirà alle 11.30 a Bologna da Piazza del Nettuno per giungere a Piazza San Domenico.www.arcigay.it/manifestazione-contro-pedofilia-roma

    “Manomettere in maniera antiscientifica e falsa la questione della pedofilia, come ha fatto il Segretario di Stato Vaticano Bertone, porta a scaricare su altre persone innocenti le gravi accuse che da tutto il mondo piovono sulle gerarchie vaticane, creando nuovo dolore.” – dichiara Paolo Patanè, presidente nazionale Arcigay – “Il perdono chiesto da Ratzinger non basta: gli esponenti ecclesiastici rispondano davanti ai tribunali e all’opinione pubblica mondiale dei gravi insabbiamenti avvenuti in tutto il mondo in modo che tutti i casi vengano portati alla luce.”

    www.gaynews.it/view.php?ID=84569

     

  • [INTERVISTA ESCLUSIVA] Preti pedofili, sacerdote-psicologo racconta: «così vengono nascosti dal Vaticano»

    [INTERVISTA ESCLUSIVA] Preti pedofili, sacerdote-psicologo racconta: «così vengono nascosti dal Vaticano»

    ROMA – Un lungo dialogo quello tenuto dall’abAteo Impertinente con don Carlo – il cui nome è stato alterato per proteggere la sua identità – sacerdote, psicologo e insegnante di psicologia presso una prestigiosa università.

    Il tema: la pedofilia nella Chiesa Cattolica e il modus agendi del Vaticano. «Provo vergogna per quello a cui ho assistito in tanti anni – afferma don Carlo – e per il modo in cui è stata gestita finora la “patata bollente” della pedofilia.»

    Don Carlo, in che modo e a che titolo è entrato nel dramma della pedofilia clericale?

    «Oltre che prete, insegno psicologia in una nota università. Fui chiamato dal Vaticano, in qualità di psicologo, a lavorare in un centro di supporto per sacerdoti con problemi “di varia natura”. Così, almeno, mi venne detto in un primo momento.»

    Ci faccia capire meglio: lei non sapeva di quali problemi si trattasse? Non chiese spiegazioni prima di accettare questo lavoro?

    «Erano informazioni riservate alle quali avrei avuto accesso solo dopo aver accettato. Ho chiesto, anche informalmente, quale tipo di problematiche avrei affrontato, senza ricevere risposte adeguate.»

    Per quale motivo, allora, accettò quell’incarico?

    «Non è semplice rifiutare qualcosa proveniente dai piani alti.»

     Andiamo al suo primo giorno di lavoro. Cosa ricorda?

    «Ricordo che mi venne subito premesso che, al di fuori della struttura, non mi era permesso parlare delle attività, né dei “pazienti” ricoverati, né delle informazioni raccolte. Non potevo neanche chiedere il parere di altri colleghi (psicologi, ndr.). Dovevo cavarmela da solo, insomma. Mi fu fatto leggere un giuramento con il quale mi impegnavo a mantenere il più stretto riserbo su qualsiasi notizia appresa durante lo svolgimento del mio lavoro, pena la scomunica latae sententiae. E’ per questo motivo che oggi non voglio rivelare la mia identità.»

    Le fu finalmente detto in cosa consisteva il suo lavoro ma non ne fu entusiasta…

    «Esattamente. Fui accompagnato alla stanza dove avrei svolto il mio lavoro e mi furono spiegati i miei compiti. Avrei dovuto condurre sedute di psicoterapia di gruppo con sacerdoti afflitti da problemi di natura sessuale e riferire la loro idoneità o meno a riprendere l’attività pastorale.»

    Quale tipo di terapia conduce?

    «Principalmente viene adottata la psicoterapia cognitivo-comportamentale. Lo scopo delle sedute è ridurre o eliminare psicopatologie quali ipersessualità e i comportamenti parafilici. L’uso dei farmaci è molto raro.»

    Ipersessualità e comportamenti parafilici: può brevemente spiegare cosa sono?

    «L’ipersessualità è la dipendenza dal sesso. Il Codice Canonico impone la castità assoluta, anche il rapporto sessuale con una donna è considerato un grave peccato. Le parafilie comprendono, invece, quei comportamenti sessuali che non rientrano nella norma. In questo ambito ricade la pedofilia.»

    E l’omosessualità?

    «Mi aspettavo questa domanda. L’omosessualità… dovrebbe saperlo no? E’ un peccato contro natura.»

    Quindi sta dicendo che pedofili e omosessuali vengono trattati allo stesso modo?

    «Sono perversioni sessuali…»

    Secondo i manuali attuali non è così…

    «Nella categorizzazione scientifica l’omosessualità faceva parte dei disturbi mentali, è stata rimossa in seguito… In ogni caso, devo seguire il Catechismo della Chiesa Cattolica…»

    La sua è una posizione scomoda. Torniamo al suo lavoro: in cosa si è imbattuto?

    «Durante i primi mesi mi furono affidati i casi meno gravi, diciamo. Sa, quei sacerdoti che fanno una scappatella…»

    Si è letto ultimamente di preti che hanno avuto rapporti con delle suore. Ha trattato anche lei casi analoghi? Nel centro vengono ospitate anche suore con gli stessi problemi?

    «Ci sono stati alcuni casi, ma il centro è esclusivamente maschile.»

    Ci può dire, grosso modo, quanti casi del genere ha avuto in terapia?

    «Non so dare un numero esatto, però non posso neanche dire che fossero pochi…»

    Entriamo nella parte, ce lo conceda, più oscura del suo lavoro: la pedofilia. Come viene trattata, cosa accade ai sacerdoti?

    «Viene adottata la terapia verbale. I sacerdoti, divisi in gruppi, vengono assegnati allo psicologo che deve, con gli strumenti messi a disposizione, alleviare o eliminare il disturbo mentale. A fine terapia, che può durare qualche mese o qualche anno nei casi più gravi, viene inviato un rapporto alla Congregazione per la dottrina della fede per ogni singolo sacerdote, al quale viene allegata una dichiarazione, più o meno spontanea, dell’ammissione delle proprie colpe e del sentito pentimento. A quel punto viene deciso, dalla Congregazione per la dottrina della fede, se riabilitarlo e farlo tornare nella sua parrocchia, trasferirlo in un’altra o prolungare la terapia. Deve capire che non è possibile fare molto di più in un clima di estrema riservatezza.»

    Quindi, in definitiva, è il Vaticano a decidere se un sacerdote con problemi di pedofilia sia idoneo a tornare alle sue mansioni? Conosce quali criteri vengono utilizzati in questa valutazione?

    «Il compito del centro è curare il sacerdote. L’ultima parola spetta alla Congregazione per la dottrina della fede e non facendone parte, non conosco i loro criteri.»

    Quanti sacerdoti sono stati riabilitati?

    «Quasi tutti, al termine della prima terapia, tornano ad amministrare i sacramenti. E’ più raro che il sacerdote torni alla Diocesi di appartenenza, di solito avviene il trasferimento in parrocchie di piccoli paesini, lontani dalla propria.»

    Quanti sacerdoti, secondo lei, sono “guariti” dalla pedofilia?

    «Nessuno. Non esiste cura per la pedofilia, purtroppo…»

    Cosa succede quando il sacerdote torna al suo lavoro?

    «Le racconterò questo: un sacerdote, riabilitato e trasferito in una parrocchia di un piccolo paesino tra le Alpi, è ricaduto in poco tempo…»

    E?

    «Dopo alcuni mesi è stato trasferito in un convento…»

    Senza essere ridotto allo stato laicale…

    «Esatto.»

    E’ un caso isolato o è la norma?

    «E’ quello che più spesso accade. Il sacerdote torna in parrocchia, ricomincia ad abusare e viene chiuso in un convento o in un luogo di ritiro.»

    Non tornano in terapia…

    «A volte è accaduto, ma la prassi è quella.»

    Sacerdoti italiani o anche stranieri?

    «Principalmente italiani, ma non sono mancati sacerdoti di altre nazioni.»

    Può fare qualche nome?

    «Sarebbe un autogol. Venire identificato, sarebbe una condanna per me. Ho molta paura di ritorsioni.»

    Una domanda sorge spontanea: i sacerdoti che ha avuto in cura sono mai stati denunciati alle autorità civili?

    «Assolutamente no. E’ vietato parlare del centro e di tutto ciò che accade all’interno. Se avessi denunciato, sarei stato scomunicato immediatamente.»

    Perchè sacerdoti con questo tipo di problemi vengono “spediti” in questo centro?

    «La Chiesa non vuole pubblicità di questo tipo, preferisce agire facendo poco o nessun rumore.»

    Perché ha deciso di parlarne?

    «Provo vergogna per quello a cui ho assistito in tanti anni e per il modo in cui è stata gestita finora la “patata bollente” della pedofilia. Questi sacerdoti dovrebbero essere non solo ridotti allo stato laicale ma anche scomunicati. Ma questo non avviene quasi mai, se non per i casi di pubblico dominio.»

    Esistono altri centri come quello in cui lavora?

    «Ne conosco almeno altri due in Italia, non so all’estero.»

    Per quale motivo la Chiesa Cattolica è così omertosa?

    «C’è sempre stato timore dello scandalo. La Chiesa non vive un momento storico felice, penso sia evidente anche da quello che si legge ultimamente dai giornali.»

    A proposito dello scandalo scoppiato in questi giorni, è terminato o c’è da aspettarsi altri colpi di scena?

    «Il bubbone non è ancora esploso. Crede forse che in Italia la situazione sia stata differente rispetto all’Irlanda o agli Stati Uniti? Le associazioni nel nostro paese si stanno formando solo ora, ci vorrà tempo sicuramente ma non si può insabbiare tutto in eterno…»

    Un’ultima domanda: secondo lei, è vero quanto riferito dal New York Times, ossia che Ratzinger era a conoscenza degli abusi sessuali ma ha taciuto e nascosto questi fatti?

    «Posso solo dire quello che ho visto e vissuto in prima persona. La risposta a questa domanda glie l’ho già data, anche se indirettamente.»

    [INTERVISTA ESCLUSIVA] Preti pedofili, sacerdote-psicologo racconta: «così vengono nascosti dal Vaticano»

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  • Pedofilia: Francesco Zanardi, attacco “frontale” contro la Diocesi: “Ecco la mia verità”

    Pedofilia: Francesco Zanardi, attacco “frontale” contro la Diocesi: “Ecco la mia verità”

    Savona. Come una diga che non riusciva più a sopportare il peso dell’acqua sulle sue pareti e si è spezzata, oggi, Francesco Zanardi ha scelto di smettere di stare in silenzio e ha voluto raccontare tutta la sua verità sugli abusi subiti da un sacerdote della Diocesi Savonese. Francesco è stanco di sopportare da solo il peso di certi segreti ed è stufo che le sue denunce siano inascoltate.

    Per questo, stamattina, ha deciso di aprirsi e raccontare la sua triste e dolorosa esperienza con la Diocesi savonese. Vuole che si sappia, Francesco, che lui aveva denunciato certe situazioni da anni ma che nessuno nella Chiesa ha mai fatto niente. Il suo è un attacco frontale, diretto, preciso, contro la Diocesi di Savona e contro i Vescovi che si sono alternati alla sua guida: Lanfranconi, Calcagno e, infine, Lupi.

    Zanardi non ha paura di fare nomi, fa quello del sacerdote che avrebbe abusato di lui, quando aveva 16 anni, e fa quelli delle persone che sapevano di quelle violenze ma non hanno fatto nulla. L’omosessuale savonese è un fiume in piena: ricostruisce in dettaglio le tappe della sua personale “Odissea” fatta di segnalazioni, denunce e ricatti.

    Già, ricatti, perché sarebbe così che la Diocesi lo teneva “buono”: “Lavorando per e vivendo in una casa di proprietà della Diocesi mi sono trovato abbastanza in difficoltà in questi anni a gestire la denuncia che avevo fatto contro un sacerdote. Dopo aver ripetutamente segnalato l’episodio, già molti anni fa, però nel 2008 mi sono deciso: visto che non succedeva niente ho denunciato alle autorità pubbliche queste cose” spiega Zanardi.

    “Calcagno mi ha fatto parecchie pressioni: avendomi ‘in mano’ dal lato lavorativo e da quello abitativo non gli è stato difficile. Ci sono altri giovani usciti dalle comunità della Diocesi che vivono la mia stessa situazione: hanno subito abusi ma sono tenuti ‘in pugno’ dalle autorità ecclesiastiche o perché lavorano o lavoravano, visto che il licenziamento è stato usato come arma per punire chi denunciava, per loro o perché vivono in appartamenti di loro proprietà” aggiunge Zanardi.

    Francesco non sarebbe quindi l’unico ad aver subito, negli anni, abusi da parte di un sacerdote. Violenze che hanno segnato profondamente l’esistenza di Zanardi che, in seguito a questi episodi, è anche caduto nella dipendenza da droga e ha avuto problemi ad affrontare con serenità la propria sessualità. Sul perché sia voluto uscire allo scoperto adesso e così “platealmente” il savonese spiega che si è visto costretto a farlo dato che le sue denunce, dopo anni, erano rimaste inascoltate.

    “Ho dato un ultimatum a Monsignor Lupi circa un anno fa perché io non mi voglio rendere complice degli orrori che io stesso ho subito quando ero ragazzino. Io pensavo che il Vescovo prendesse queste cose con molta più serietà ma invece i fatti parlano chiaro. Questo prete si è dimesso e dalla Diocesi non esce nessun tipo di dichiarazione” osserva Zanardi che ripete: “Ho sempre denunciato tutto a Lupi, ancora prima che arrivasse a Savona e nell’ultima lettera gli ho chiesto chiaramente o denuncia lei o lo faccio io. Il risultato è stato che dai carabinieri sono andato io nel 2008″ spiega Francesco.

    Zanardi sostiene insomma che la Diocesi sapeva ma non ha mai voluto prendere provvedimenti, anzi avrebbe affidato la gestione di una comunità per minori al sacerdote accusato di pedofilia. La Curia avrebbe cercato poi di “comperare” il silenzio dei giovani che avevano subito abusi dandogli lavoro e case, proprio come è successo a lui che ha lavorato fino al 2008 per la Diocesi.

    Poi l’espisodio che lo allontana: la Curia denuncia di aver trovato del materiale pornografico nei server della Diocesi che lui amministrava. Da quel momento Zanardi non ha più lavorato per la chiesa ma ha continuato a vivere nella casa di loro proprietà.

    “Io non invento nulla, a supporto di quello che ho raccontato ho delle registrazioni che confermano che Monsignor Calcagno sapeva, che praticamente tutto il prelato della Diocesi di Savona sapeva. Audio in cui il sacerdote ammette gli abusi..Tutti sapevano della situazione di Don Nello Giraudo. Ovviamente c’è sempre stata molta omertà dietro questi casi” dice Zanardi che poi lancia un appello: “Per questa ragione io voglio fare col cuore un invito a tutti coloro che conoscono o che più che altro hanno subito sevizie dal sacerdote in questione di non aver paura e di andarlo a denunciare alla magistratura. Non saranno costrette ad uscire pubblicamente come ho fatto io, la cosa potrà restare segreta, ma vi prego fatelo perchè è un atto di umanità”.

    Francesco Zanardi appare “provato” dopo aver raccontato tutta la sua storia. Adesso attende riscontri da Roma: “Mi aspetto qualcosa di coerente dalla Santa Sede. Oggi partirà una lettera scritta da me di denuncia di tutto ciò che sta accadendo nella Diocesi di Savona. Mi aspetto che il Santo Padre, che dice di voler combattere questo cancro della chiesa, dia un supporto alle vittime della pedofilia e che spinga i Vescovi che sanno a denunciare, ad andare dal magistrato a dire come stanno le cose”.

    Francesco ha raccontato davvero tutta la sua verità, senza timori, senza segreti, ora spetterà alla Diocesi raccontare la sua.

    http://www.ivg.it/2010/04/pedofilia-francesco-zanardi-attacco-frontale-contro-la-diocesi-ecco-tutta-la-mia-verita/