Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Abusi, poche vittime ‘bussano’ alla Diocesi di Lugano

    Il Vescovo mette a disposizione due professionisti esterni, dal 2017 le segnalazioni sono state 4. Mons. Lazzeri chiede una nuova cultura dell’ascolto

    Gli abusi sessuali nella Chiesa cattolica sono un tema caldo anche in Svizzera dove l’anno scorso ci sono state 65 nuove segnalazioni, soprattutto per fatti avvenuti oltre 30 anni fa e dunque prescritti. Dal 2010 si contano 300 casi, riguardano vittime che all’epoca degli episodi erano bambini o ragazzi fino a 16 anni. Si spazia da espressioni ambigue, a gesti o ‘avances’ indesiderate. In 53 casi le vittime hanno parlato di atti sessuali, in 55 di coazione sessuale. È il bilancio stilato dalla Conferenza dei vescovi svizzeri (Cvs) sulle segnalazioni delle vittime alle varie diocesi. A quella di Lugano, che mette a disposizione due professionisti per l’ascolto (vedi a lato), hanno bussato 4 vittime. Un solo caso – che risale ad una cinquantina di anni fa – ha fatto tutto l’iter, fino ad un riconoscimento economico. L’autore è un prete non incardinato nella Diocesi luganese, che oggi è in Italia. Che cosa raccontano queste cifre? Perché in Ticino poche vittime si fanno avanti?

    «Le segnalazioni si contano sulle dita di una mano: una sola vittima ha fatto tutto l’iter e dopo decenni le sue ferite erano ancora aperte; c’è chi ha chiamato ma non si è presentato al colloquio; c’è chi dopo il colloquio non ha voluto proseguire. Siamo stupiti, pensavamo che più vittime facessero questo passo, ma è un cammino doloroso e per nulla scontato», dice Dante Balbo, psicologo e portavoce della Commissione diocesana di esperti a sostegno delle vittime di abusi sessuali, istituta a gennaio 2017 da mons. Valerio Lazzeri. Col vescovo di Lugano facciamo un bilancio.

    Quale messaggio date alle vittime? 
    La Chiesa chiede loro di farsi avanti. Come segno di apertura mettiamo a disposizione due professionisti indipendenti. È uno spazio di ascolto, dove chi ha subito abusi può esprimere la propria sofferenza.

    Che cosa chiedono le prime vittime?
    I percorsi sono diversi: c’è chi chiede un sostegno per arrivare ad una denuncia, c’è chi non la farà, perché il reato è prescritto, ma ha bisogno di parlarne.

    Chi è stato ‘tradito e ferito’ da un rappresentante della Chiesa vorrà confidare quei fatti a professionisti scelti dalla stessa istituzione? 
    Si tratta di due professionisti indipendenti dalla Chiesa. Non possiamo avere la pretesa di creare un sistema capace di scoprire l’intero campo degli abusi, ma dare un segno tangibile della nostra disponibilità all’ascolto, così che ciascuna vittima non si senta sola, ma venga accolta e accompagnata.

    Viste le poche segnalazioni, pensa che la rotta scelta sia da aggiustare?  
    Forse non è sufficiente e dobbiamo trovare altri modi, ma penso sia importante che all’interno della Chiesa evolva una cultura dell’ascolto e della disponibilità a fare emergere le situazioni di difficoltà, così da poterle affrontare.

    Parliamo ora dei preti che sentono pulsioni ‘malsane’: con chi possono parlarne? 
    Per i preti in ministero che dovessero avere difficoltà a gestire pensieri o pulsioni c’è un servizio di assistenza psicologica alla Diocesi di Milano, dove possono rivolgersi direttamente. I cammini si possono fare e diversi preti, anche giovani, li stanno facendo, non specificatamente sulla pedofilia, ma per maturare anche in questo ambito.
    Inoltre da tempo per i seminaristi abbiamo percorsi psicologici tenuti da un esperto che fa corsi e incontri personali sullo sviluppo della personalità, sull’integrazione della sessualità, dell’affettività, sulla capacità di relazionarsi agli altri. Li si incoraggia a guardarsi dentro senza spaventarsi e a raccontarsi. Per fare ciò serve un clima di serenità, ed è difficile trovarlo se a prevalere è l’ossessione sulla sessualità. Infine, abbiamo introdotto giornate specifiche sia per seminaristi, sia in ogni vicariato, tenute da Myriam Caranzano, direttrice dell’Aspi – Fondazione per la protezione dell’infanzia.

    Dunque il prete oggi non è solo, anche nel gestire eventuali debolezze?
    La solitudine è un dato del nostro tempo, tante persone si sentono separate anche se sono in mezzo a tanta gente. Anche i preti vivono queste dinamiche. Soprattutto tra i giovani avverto un desiderio di fraternità, di crescita comune, che è positivo. C’è la voglia di reagire, non ci si autocommisera come isolati. In altri periodi, quando il ruolo era più sacrale, forse la solitudine poteva pesare di più. Oggi la difficoltà maggiore è quella di trovare delle gratificazioni, che sono anche necessarie nella vita di una persona.

    Che cosa si aspetta ora? 
    Che la preoccupazione della prevenzione si traduca in uno sguardo complessivo sulla qualità della formazione umana, spirituale e pastorale dei futuri presbiteri. E anche in un’attenzione più globale alla vita buona dei presbiteri e degli operatori pastorali in funzione. Non basta illuminare la parte malata e fissarsi solo su quella. Abbiamo bisogno di sviluppare un’attenzione globale che favorisca le dinamiche positive. Un organismo lotta contro le patologie non solo facendo la chemioterapia, ma alimentando le motivazioni profonde delle proprie scelte, aiutando le persone a vivere in ambienti dove la ragione per cui si è scelto il celibato possa condurre ad una vita umana piena. Ora abbiamo davvero bisogno che l’organismo si alimenti in modo da sviluppare gli anticorpi per combattere gli aspetti patologici e le derive.

    ‘Non serve un test per valutare un seminarista’

    Prima di assumere un prete o un teologo laico, meglio sottoporlo ad un test, per valutare quale rapporto ha con la sessualità. Ed evitare magari di portare un ‘lupo’ tra gli agnellini. Una proposta al vaglio del gruppo di esperti istituito dalla Conferenza dei vescovi svizzeri per evitare casi di abusi sessuali. Ma è una misura sensata?

    Al riguardo il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, è prudente: «Non è la prima volta che si parla di test psicologici, anche per evidenziare eventuali aspetti patologici, per i seminaristi. Farlo alla soglia dell’ordinazione non mi sembra molto interessante. Sarebbe forse più opportuno adottare strumenti scientifici nel corso della formazione, senza però farli diventare l’unico criterio di valutazione».

    Una proposta che fa sorridere lo psicologo Dante Balbo: «Personalmente penso che l’uso di test alimenti soprattutto un’illusione scientista, non sono necessari per valutare una persona. Sarebbe più opportuno avere educatori formati che accompagnino e supervisionino i seminaristi. Sempre di più chi entra in seminario lo fa piuttosto tardi, verso i 30 anni».

    Per il vescovo di Lugano, mons. Valerio Lazzeri, serve un giusto equilibrio. «Non vorrei che questa attenzione buona diventasse un’ossessione patologica, che potrebbe mortificare quello slancio profondo di chi si dona al servizio del Vangelo, della Chiesa, del prossimo. Mi auguro che questo nuovo cammino di apertura possa avvenire nella serenità per le famiglie che affidano i bambini alle nostre strutture, per i giovani che si stanno preparando al servizio, per i più anziani che devono sentire che la loro Chiesa sta crescendo e maturando dinamiche nuove».

    Attualmente alla Diocesi di Lugano sono in formazione sei seminaristi sotto la diretta responsabilità del vescovo, più altri che vengono inviati a Lugano per gli studi ma sono sotto la responsabilità del loro vescovo.

    https://www.laregione.ch/cantone/ticino/1324476/abusi–poche-vittime–bussano–alla-diocesi-di-lugano

  • Pedofilia: anche New Jersey indaga su abusi clero

    Pedofilia: anche New Jersey indaga su abusi clero

    Dopo lo stato di New York anche il New Jersey ha aperto un’inchiesta sugli abusi sessuali del clero cattolico.

    KEYSTONE/AP/DAVID GOLDMAN

    (sda-ats)

    Dopo lo stato di New York anche il New Jersey ha aperto un’inchiesta sugli abusi sessuali del clero cattolico chiedendo ai residenti che volessero farsi avanti con accuse di molestie di chiamare hotline dedicate.

    L’Attorney General Gurbir Grewal ha annunciato oggi la creazione di una speciale task force per esaminare la vicenda: “Sono rimasto profondamente turbato per i risultati del gran giuri’ della Pennsylvania” che a metà agosto ha portato in luce abusi commessi da circa 300 preti nell’arco di 70 anni. “È nostro dovere verso il popolo del New Jersey sapere se le stesse cose sono successe qui da noi”.

    Con New York e New Jersey salgono a cinque gli stati che stanno indagando su molestie ed eventuali insabbiamenti degli abusi dei preti: anche Illinois, Missouri e Nebraska hanno aperto inchieste mentre la Florida sta valutando se fare altrettanto.

    https://www.tvsvizzera.it/tvs/pedofilia–anche-new-jersey-indaga-su-abusi-clero/44379808

  • Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    Francesco recidivo. Non ha coperto solo McCarrick

    “L’ho letto e non dirò una parola. Leggetelo voi [giornalisti] e fate voi il vostro giudizio. Quando sarà passato un po’ di tempo e voi avrete tratto le conclusioni, forse io parlerò”.

    È così che papa Francesco – la sera del 26 agosto sull’aereo di ritorno da Dublino – ha risposto a chi l’interpellava sull’atto d’accusa che la mattina stessa gli aveva rivolto l’ex nunzio negli Stati Uniti Carlo Maria Viganò.

    Una risposta molto elusiva. Al pari di altre sue precedenti reazioni, ogni volta che si è visto attaccato. Come nel caso dei “dubia” sulla sua correttezza dottrinale sollevati nel 2016 da quattro autorevoli cardinali, che egli non ha mai voluto né ricevere né degnare di un chiarimento.

    Questa volta però, oggetto dell’accusa non è una controversia dottrinale “ad intra”, di scarso impatto sull’opinione pubblica laica, ma una questione di sesso, anzi, di omosessualità praticata per decenni, con decine di partner, da un ecclesiastico americano di prima grandezza, arrivato ad essere arcivescovo di Washington e cardinale, Theodore McCarrick.

    In sostanza Viganò accusa papa Francesco di essere stato informato da lui delle malefatte di McCarrick fin dal 23 giugno del 2013, ma di non aver poi agito di conseguenza, anzi, di aver tenuto il reprobo vicino a sé come suo primo consigliere nelle nomine che stanno ridisegnando la gerarchia cattolica negli Stati Uniti, promuovendo i suoi protetti. Solo quest’anno, a seguito della denuncia di un suo abuso anche su un minorenne, il papa avrebbe deciso di sanzionare McCarrick e di spogliarlo del cardinalato.

    L’accusa è di una pesantezza inaudita ed è difficilmente contestabile nella sua sostanza, anche per i ruoli chiave ricoperti in passato da Viganò in curia e in diplomazia. Ma, appunto, papa Francesco ha scelto anche in questo caso di non reagire. Ha lasciato ai professionisti dei media il compito di giudicare. Sicuro che molti si pronuncino in sua difesa, come è già avvenuto con i “dubia”, dove in effetti la successiva battaglia si è risolta di fatto a suo favore.

    Che però la vittoria gli arrida anche questa volta, è tutto da vedere.

    Il caso McCarrick non è l’unico, nel suo genere, a mettere in difficoltà Jorge Mario Bergoglio.

    Ce n’è un altro che gli somiglia come un gemello. Riguarda monsignor Battista Ricca (nella foto), direttore della Casa di Santa Marta scelta da Francesco come sua residenza e da lui promosso il 15 giugno 2013, all’esordio del pontificato, prelato dello IOR, cioè referente del papa nella “banca” vaticana, con facoltà di presenza a tutte le riunioni del board e di accesso a tutta la documentazione.

    Nella seconda metà di quel mese di giugno del 2013 erano convenuti a Roma da tutto il mondo gli ambasciatori della Santa Sede. Ed è in quell’occasione che Viganò, all’epoca nunzio a Washington, incontrò Francesco e gli disse delle malefatte di McCarrick.

    Ma anche la nomina di Ricca a prelato dello IOR, avvenuta pochi giorni prima, aveva creato forte sconcerto in un buon numero di nunzi, che l’avevano conosciuto come consigliere diplomatico in Algeria, in Colombia, in Svizzera e poi in Uruguay, ovunque con una condotta tutt’altro che illibata, specie nell’ultima destinazione.

    A Montevideo, tra il 1999 e il 2001, Ricca conviveva con il proprio amante, l’ex capitano dell’esercito svizzero Patrick Haari, che l’aveva seguito fin lì da Berna. E in più frequentava luoghi d’appuntamento con giovani dello stesso sesso, una volta subendo un pestaggio e un’altra volta finendo bloccato in ascensore, dentro la nunziatura, con un diciottenne già noto alla polizia uruguayana.

    Finì che Ricca fu ritirato dal servizio diplomatico sul campo e richiamato a Roma, dove, però, miracolosamente, la sua carriera ricominciò con successo, portandolo a divenire consigliere diplomatico di prima classe nell’organico della segreteria di Stato e soprattutto direttore delle tre residenze vaticane per i cardinali e i vescovi in visita a Roma, tra cui quella di Santa Marta, con l’opportunità di tessere eccellenti rapporti, anche di amicizia, con ecclesiastici di mezzo mondo tra i quali Bergoglio, che appena eletto papa lo ammise nella sua cerchia più intima, di cui continua a far parte ancor oggi.

    Ebbene, tra i nunzi convenuti a Roma in quel mese di giugno del 2013 c’erano anche quelli che sapevano degli scandalosi precedenti di Ricca e ritenevano che papa Francesco non ne fosse al corrente, vista la sua promozione del personaggio, pochi giorni prima, addirittura a prelato dello IOR.

    Ci fu quindi chi, in quei giorni, volle mettere in guardia Francesco informandolo sui trascorsi di Ricca.

    Non solo. Tra i numerosi testimoni della scandalosa condotta di Ricca a Montevideo c’erano anche dei vescovi uruguayani, uno dei quali, dopo la nomina dello stesso Ricca a prelato dello IOR, ritenne doveroso scrivergli una lettera accorata in cui lo pregava, “per amore del papa e della Chiesa”, di dimettersi.

    E in effetti Francesco volle veder chiaro nella documentazione sui trascorsi di Ricca che si trovava nella nunziatura di Montevideo. Se la fece recapitare a Roma attraverso suoi canali personali, senza passare dalla segreteria di Stato.

    Nel frattempo, sull’Espresso, era uscito un servizio molto dettagliato su Ricca. Il quale pubblicamente non reagì in alcun modo, mentre però in privato liquidava come “chiacchiere” tutti quei fatti riportati contro di lui, e teneva a far sapere che anche il papa, da lui incontrato, li riteneva “chiacchiere” prive di fondamento.

    Interpellato nel luglio del 2013 dalla stampa uruguayana e argentina sulla sorte del prelato, l’allora nunzio a Montevideo, Guido Anselmo Pecorari, si limitò a questa dichiarazione laconica: “Ritengo che la questione sia nelle mani della Santa Sede. E sicuramente il Santo Padre, nella sua saggezza, saprà come fare”.

    Sta di fatto che alla fine del mese di luglio, nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma da Rio de Janeiro, dove si era recato per la giornata mondiale della gioventù, papa Francesco fu effettivamente interrogato da una giornalista brasiliana sul caso Ricca e sulla cosiddetta “lobby gay”. E questa fu la sua risposta testuale, trascritta così nel bollettino ufficiale della Santa Sede:

    “Quanto a mons. Ricca ho fatto quello che il diritto canonico manda a fare, che è la ‘investigatio previa’. E da questa ‘investigatio’ non c’è niente di quello di cui l’accusano, non abbiamo trovato niente di quello. Questa è la risposta. Ma io vorrei aggiungere un’altra cosa su questo: io vedo che tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso, si vanno a cercare i ‘peccati di gioventù’, per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? i delitti sono un’altra cosa: l’abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante. Quando noi andiamo a confessarci e diciamo davvero: ‘Ho peccato in questo’, il Signore dimentica e noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che il Signore non si dimentichi dei nostri [peccati].  È un pericolo quello. Questo è importante: una teologia del peccato. Tante volte penso a San Pietro: ha fatto uno dei peggiori peccati, che è rinnegare Cristo, e con questo peccato lo hanno fatto papa. Dobbiamo pensare tanto. Ma, tornando alla sua domanda più concreta: in questo caso, ho fatto l’’investigatio previa’ e non abbiamo trovato. Questa è la prima domanda. Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con ‘gay’. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice – aspetta un po’, come si dice… – e dice: ‘Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società’. Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E la ringrazio tanto per aver fatto questa domanda”.

    Tre annotazioni e proposito di quanto detto qui da papa Francesco.

    1. Sostenendo di non aver “trovato niente” di riprovevole nella “investigatio previa” alla nomina di Ricca a prelato dello IOR, Francesco ha confermato che il dossier personale su di lui conservato in segreteria di Stato era stato accuratamente ripulito dai suoi trascorsi scandalosi. Francesco però aveva avuto a disposizione nelle settimane precedenti anche la documentazione accusatoria conservata nella nunziatura di Montevideo, documentazione inoppugnabile, visto che sulla base di essa la segreteria di Stato aveva ritirato Ricca dal servizio diplomatico sul campo. Eppure l’ha ignorata.

    2. Francesco ha applicato a Ricca la tipologia di chi ha commesso dei “peccati di gioventù” e poi si è pentito. Ma non è questa l’immagine che Ricca ha mai dato di sé, ma piuttosto quella di chi ha sempre respinto come “chiacchiere” senza fondamento le accuse contro la sua condotta.

    3. Ed è riferendosi proprio a Ricca che Francesco ha pronunciato la famosa frase che è diventata il marchio del suo pontificato: “Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?”. Con questa frase Bergoglio ha rovesciato a suo totale favore presso l’opinione pubblica mondiale una vicenda che altrimenti avrebbe potuto seriamente minare la sua credibilità.

    È questa l’impresa che papa Francesco sta ritentando oggi, dopo che la vicenda di McCarrick è stata messa a nudo dalla testimonianza dell’ex nunzio Viganò.

    Anche questa volta Bergoglio si è astenuto dal giudicare. Ha rilanciato il gioco nel campo dei media. Dove la pedofilia non è ammessa, ma i rapporti omosessuali sì. Non importa se commessi da uomini di Chiesa che praticandoli violano in pieno l’impegno di castità che hanno assunto pubblicamente con il sacramento dell’ordine.

  • Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano

    Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano

    Tatiana Santi

    Tutti lo sanno, ma nessuno ne parla. Anche se è un tabù riemergono regolarmente sulla stampa casi di abusi su minori perpetrati dai preti in Italia. Delitti che segnano per sempre una vita, ma rimangono impuniti. Pedofilia nella Chiesa, le scuse del Papa non bastano.

    Dall’Irlanda durante il suo recente viaggio in occasione dell’incontro mondiale delle famiglie, Papa Francesco ha chiesto scusa alle vittime degli abusi perpetrarti dai sacerdoti. La Chiesa, secondo le parole del Papa, non ha saputo in passato affrontare in modo adeguato questi crimini.

    Quanto è diffuso il fenomeno dei preti pedofili in Italia? Perché questi crimini non vengono puniti e soprattutto le vittime ricevono un sostegno? Sputnik Italia ne ha parlato con Francesco Zanardi, presidente della Rete di sopravvissuti alle molestie del clero in Italia “L’Abuso”.

    — Francesco Zanardi, riguardo all’ultimo scandalo di pedofilia nella Chiesa, cosa ne pensa della lettera di scuse di Papa Francesco?

    — Per quanto riguarda le scuse di Papa Francesco, a prescindere dal fatto che le scuse non bastano, sono talmente tante queste scuse che iniziano ad essere irritanti dal punto di vista delle vittime, servirebbero dei provvedimenti più che delle scuse… Sono ormai anni che le sentiamo e diventano quasi inaccettabili.

    — Lei ha fondato “L’abuso”, una rete di sopravvissuti alle molestie del clero. Quali sono le vostre attività, di cosa vi occupate nello specifico?

    — Iniziamo col dire che non siamo un’associazione finanziata perché in Italia nessuno finanzia un’associazione percepita contro la Chiesa, anche se poi in realtà noi non siamo affatto contro la Chiesa, poiché le vittime sono quasi tutte cattoliche. Per quanto riguarda le attività abbiamo 16 avvocati in Italia e riusciamo a dare assistenza legale gratuita alle vittime dando loro la possibilità di costruirsi una vita. Offrire un aiuto economico alle vittime dà loro la possibilità di effettuare terapie che le possano in qualche modo riabilitare. La nostra è un’associazione piuttosto grossa in quanto siamo più di 700 associati ed abbiamo creato anche una rete di auto aiuto, grazie alla quale le vittime possono conoscere altre vittime vicine a casa loro con cui passare il momento di crisi.

    — Ovviamente parliamo di fortissimi traumi, una storia che le vittime si porteranno dietro tutta la vita…

    — Sono dei traumi da cui generalmente si esce. Il vero problema però è che quando un bambino è molestato da un laico generalmente parte la denuncia e grazie a questo ha una buona capacità di recupero; purtroppo invece quando si è vittima di un prete, a causa della cultura dell’omertà, questi abusi emergono dopo dieci, venti o anche trent’anni! Come può immaginare, rivivere un trauma dopo trent’anni è molto più complicato e finisci per accorgerti che quell’esperienza ha profondamente condizionato i tuoi rapporti sociali e familiari. Voglio insistere sulla necessità che le denunce vengano fatte subito non solo per evitare che ci siano altre vittime ma anche per il recupero di coloro che vittime già lo sono.

    — Ho visto che avete predisposto una mappa sul vostro sito sugli abusi in Italia, ma quanto è diffuso questo fenomeno? 

    — In Italia c’è un grosso problema con lo Stato e con il governo che finiscono per spalleggiare sempre la Chiesa. In Italia non è mai stata fatta una commissione di inchiesta che quantificasse l’entità del fenomeno. Noi con la nostra mappa sul sito abbiamo tentato di quantificare il fenomeno, ma deve tener presente che raccoglie solo gli ultimi 15 anni di informazioni che sono uscite sui media. Bisogna comunque tener presente che parliamo di circa 300 preti pedofili in soli 15 anni! Secondo me anche solo aggiungendo un 20%, a esagerare, di sommerso diventerebbero veramente tanti.

    — Vediamo quindi come funziona generalmente quando si scopre un caso di pedofilia nella Chiesa. Solitamente il prete non viene arrestato, denunciare è molto difficile… ma che cosa avviene in questi casi in Italia?

    — Generalmente non avviene quasi niente! Adesso noi stiamo seguendo il caso particolarmente importante dei chierichetti del Papa abusati in Vaticano da Gabriele Martinelli: nonostante il caso sia avvenuto ad un metro dalle porte di casa del Papa non è successo nulla. Gabriele Martinelli non è stato sospeso e si è ripetuta la solita routine: scoppia il caso, esce quindi sui giornali, ma finita l’ondata mediatica si cerca di far finta di niente. A Malta invece abbiamo il caso di don Felix Cini che nonostante sia già stato stracondannato per abusi sui minori è in mezzo ai bambini ed è ancora prete. Questa purtroppo è la modalità della Chiesa…

    Vede, irritano le parole di Bergoglio che dice di voler fare ma non ha ancora abrogato la famosa direttiva segreta del 1962, che fu scoperta nel 2004 dagli americani, in cui si spiega come gestire i casi di abusi sessuali. Perciò Bergoglio dovrebbe iniziare ad eliminare questa direttiva ed avrebbe una soluzione semplicissima per risolvere il problema: ordinare ai propri vescovi di denunciare questi casi alle autorità civili dei paesi dove avvengono. Invece non lo fa continuando a gestire invece a livello interno la questione. Se andiamo poi a vedere quali sono le sanzioni vediamo che sono la sospensione del prete o la riduzione allo stato laicale che non cambia niente poiché in questo caso pur non avendo più un pedofilo prete avremo comunque un pedofilo libero!

    Alla vittima non viene data quindi alcuna possibilità di recupero e né vengono dati dei risarcimenti. Le vittime non possono così usufruire di strutture che permettano loro di riprendersi. Per tutto questo, insisto, le scuse sono veramente molto irritanti.

    — Siamo quindi di fronte ad un sistema bloccato, secondo lei perché non si riesce ad interrompere questo circolo e dopo tutti questi anni non si riesce a fare niente?

    — Il perché è piuttosto semplice: se la Chiesa decidesse di dare in gestione alle autorità civili il problema della pedofilia le vittime otterrebbero dei risarcimenti. Tutto ciò porterebbe a quello che è successo negli Stati Uniti dove decine di diocesi sono fallite. Un caso interessante è poi la Svizzera, dove il governo ha fatto una cosa molto intelligente e civile togliendo la prescrizione su questo tipo di reati, mettendo la Chiesa di fronte al dilemma se pagare subito le vittime o se aspettare che fosse un tribunale a dir loro quanto avrebbero dovuto pagare. Grazie a questo espediente la Chiesa in Svizzera ha proposto i risarcimenti alle vittime.

    — La pedofilia nella Chiesa è un problema che si conosce ma di cui non se ne parla, secondo lei quando smetterà di essere un tabù e si comincerà ad agire realmente? Qual è il suo auspicio?

    — Dove i governi si sono mossi anche la Chiesa s’è mossa, ne sono degli esempi l’Australia, gli Stati Uniti e l’Argentina. Purtroppo il grosso problema della Chiesa in Italia è il governo che non muove un dito, cosicché la Chiesa poi agisce di conseguenza. È ovvio che se lei parcheggia in divieto di sosta non va a cercare il vigile che le faccia la multa, la Chiesa fa la medesima cosa con la pedofilia: se non viene messa in riga ad affrontare questo problema difficilmente essa cambierà da sola. Siamo di fronte ad un paradosso italiano: le vittime non chiedono giustizia alla giustizia ma la chiedono al Papa… e questo dovrebbe far capire molto bene in che situazione siamo.

  • Non è una caccia alle streghe… ma LA FIDUCIA VA RIGUADAGNATA!

    Non è una caccia alle streghe… ma LA FIDUCIA VA RIGUADAGNATA!

    In questi giorni si legge ovunque la notizia relativa a quello che sta succedendo in Pennsylvania: più di 1000 vittime di 300 preti pedofili, un rapporto presentato dal Gran Giurì della Procura frutto di due anni di indagini.

    Due “sfumature” mi hanno colpito in modo particolare: il tema sempre ricorrente dei termini di prescrizione, e una specie di “decalogo” per come comportarsi nelle Diocesi.

    Come cattolica non riesco a “digerire” quello che sto leggendo, e non voglio accontentarmi di essere indignata. Mi risulta difficile comprendere, ma credo di essere in buona compagnia – per lo meno di tutte le famiglie delle vittime sparse nel mondo – coma mai non vi sia la volontà SERIA di affrontare il tema della prescrizione. Subire un abuso sessuale è un trauma che spesso viene alla luce dopo anni e anni, e si trova il coraggio di denunciare dopo anni e anni… come mai nessuno ha mai pensato di abolire i termini temporali della prescrizione? Oppure creare periodicamente, in ogni Stato, delle “finestre di tempo” per azzerare questi termini? (In Svizzera è stato fatto, qualche anno fa, se non ricordo male). Sarebbe troppo semplice?

    L’articolo “Abusi sessuali, un rapporto accusa la Chiesa della Pennsylvania” mi fa invece molto riflettere: nel Rapporto vengono esplicitate quelle che sarebbero le modalità EFFETTIVE – non quelle emanate dalla Santa Sede o le Linee Guida UFFICIALI delle varie Conferenze Episcopali – per la gestione dei casi di pedofilia.

    È incredibile lo scollamento tra la teoria (documenti della Santa Sede e delle Conferenze Episcopali) e la pratica (ciò che avviene nelle Diocesi). Non si può tacere!

    Vengono addirittura elencati sei punti:

    • Assicurarsi di usare eufemismi anziché le vere parole che descrivono gli assalti sessuali nei documenti diocesani: non dire mai “stupro” ma “contatto inappropriato” o “questione limite”

    Già… meglio che non rimanga traccia che io Vescovo sapevo… meglio minimizzare… meglio una questione nebulosa…

    Che scandalo. Da cattolica mi vergogno!

    • Non fare una vera inchiesta con personale professionale adeguato, ma svolgere indagini discrete

    Ottima indicazione! In questo modo le prime indagini (Indagine Previa) svolte a livello diocesano, produrranno del materiale “utilissimo” alla Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha il compito di valutare se e come iniziare il processo canonico. Che documentazione arriverà a Roma?

    Che beffa. Da cattolica mi vergogno!

    • Inviare il sacerdote per una “valutazione” in un centro per il trattamento psichiatrico gestito dalla Chiesa e stabilire se il sacerdote sia pedofilo basandosi principalmente sulle dichiarazioni dello stesso prete e a prescindere dal fatto che ci siano stati contatti sessuali con un bambino

    Una vera ricerca della verità, approfondita e scrupolosa. Chiaro che ogni pedofilo ammette subito “Sì, sono colpevole, arrestatemi, non sono degno di essere un sacerdote, devo risarcire queste e quelle vittime”… E dunque la “valutazione” è obiettiva: perché nutrire qualche dubbio?

    Che tristezza. Da cattolica mi vergogno!

    • Quando un prete viene rimosso, non spiegare perché ma dire ai parrocchiani che è per “motivi di salute” o “esaurimento nervoso”

    La gente, non dico quella che passa per strada e magari non mette mai piede in chiesa, no, parliamo della gente della parrocchia, quella che frequenta, che magari collabora in qualche attività, che si fida, che condivide un cammino di Fede… quella gente lì, che È CHIESA (!), non deve sapere! Deve essere tenuta all’oscuro.

    Ottimo modo per allontanare le vittime di quel prete: non verrebbero credute da nessuno proprio nell’ambiente che hanno frequentato finora.

    Che indignazione. Da cattolica mi vergogno!

    • Se un predatore viene scoperto “non rimuoverlo” ma “spostarlo ad una nuova destinazione dove nessuno saprà che è un abusatore di minori”

    Tutto ciò è fantastico! Così il prete può, indisturbato, in un altro luogo, cercare altri bambini da violentare. Nessuno è allertato, nessuno sa. Perché dovrebbe fermarsi? Non avrebbe altrimenti cominciato… e la giostra continua a girare…

    Non vi è una sorta di concorso di colpa?

    Che rabbia. Da cattolica mi vergogno!

    • Non dire nulla alla polizia

    E qui siamo al culmine. Sentirsi al di sopra della giustizia, al di sopra di tutto, impuniti e ingiudicati. Non importa se hai commesso un reato, non importa se hai cambiato per sempre la vita di chissà quanti bambini che si fidavano di te… non importa… importante è “farla franca”.

    Non ho altre parole. Da cattolica mi vergogno infinitamente!

    Ma quale sarebbe il fine di tutto ciò? Forse salvaguardare il “buon nome” della chiesa?

    Nessuno si pone il dubbio, ai vertici, che una chiesa così non ha tanto da salvaguardare ed è lontanissima dal Vangelo? Nessuno si domanda cosa si sta perdendo ad agire in questo modo?

    I cattolici non sono più disponibili ad avere le “fette di salame” sugli occhi, e non si può più tacere.

    Qualche timido germoglio positivo? Qua e là c’è qualche sacerdote che si esprime, che un po’ si espone. Nell’articolo si cita che uno dei preti indagati è stato segnalato dalla Diocesi stessa, ci si augura possa essere un ESEMPIO per tutte le Diocesi del mondo: chi commette un reato, e parliamo di un reato tra i più diabolici, va denunciato, senza esitazione.

    Ma la FIDUCIA nel cambiamento VA CONQUISTATA, i tempi della fiducia incondizionata nella chiesa, come istituzione, sono finiti: ma non per il mondo – che già non aveva questa fiducia – per i cattolici stessi, per quella parte di Chiesa per cui è ancora valido il discorso della “macina al collo per chi scandalizza anche solo uno di questi piccoli” (Vangelo di Matteo 18, 6 – 7).

    Solo con i FATTI CONCRETI e NON SPORADICI, in ogni parte del mondo, si potrà ricominciare  a costruire un rapporto di fiducia.

    Una mamma della Rete L’ABUSO. Lettera firmata

  • Scandalo abusi, il Papa accetta la rinuncia di un abate austriaco

    Scandalo abusi, il Papa accetta la rinuncia di un abate austriaco

    L’abate di Wettingen-Mehrerau è responsabile di un totale di 21 monasteri cistercensi in Austria, Germania, Svizzera, Italia, Stati Uniti, Repubblica Ceca e Slovenia

    CITTÀ DEL VATICANO – Papa Francesco ha accettato oggi la rinuncia all’ufficio di Abate Ordinario dell’Abbazia territoriale di Wettingen-Mehrerau (Voralberg, Austria) presentata dal padre cistercense Anselm van der Linde.

    L’abate di Wettingen-Mehrerau, che ha anche un seggio nella Conferenza episcopale austriaca, è inoltre responsabile di un totale di 21 monasteri cistercensi in Austria, Germania, Svizzera, Italia, Stati Uniti, Repubblica Ceca e Slovenia.

    Padre Van der Linde, 47 anni, nato in Sudafrica e naturalizzato austriaco, era diventato abate di Wettingen-Mehrerau (a Bregenz, sul Lago di Costanza) nel 2009, nominato da Benedetto XVI, in un momento in cui il monastero era travolto da uno scandalo per abusi sessuali al suo interno, verso studenti del collegio, e anche bersagliato dalle richieste di risarcimento di vittime di crimini sessuali compiuti da chierici e risalenti agli anni ’60 e seguenti.

    Nel corso del suo mandato, Van der Linde ha dovuto gestire la vicenda, scusandosi con le vittime ed esprimendo «vergogna» per quanto accaduto nei decenni precedenti, ma ponendo comunque – nel contenzioso legale con gli abusati – una limitazione delle richieste di risarcimento danni. Dopo la sconfitta davanti alla Corte Suprema, è arrivato a un accordo extragiudiziale con due vittime del vecchio collegio.

    Il 12 luglio scorso, dopo quasi dieci anni di servizio, con un comunicato Van del Linde ha annunciato di aver presentato le sue dimissioni a papa Francesco, che oggi le ha accolte. Rimarrà comunque in carica “de jure” fino alla nomina di un nuovo abate, che di norma viene confermata dal Papa con un decreto.

    «Nel 2009 ho rilevato il compartimento di Wettingen-Mehrerau in un periodo molto difficile. Uno dei miei compiti era quello di creare una base economicamente sostenibile per la comunità monastica», ha spiegato Van der Linde nella sua nota del 12 luglio, commentando che lo scandalo degli abusi sessuali nel monastero le aveva personalmente scosso nel profondo.

    «L’elaborazione di questi eventi vergognosi e imperdonabili mi è costata un’incredibile forza ed energia», ha anche detto, motivando la sua rinuncia, rispetto alla quale ha ricordato inoltre l’esempio del Papa emerito Benedetto XVI.

    Tra i successi del suo mandato all’abbazia di Bregenz, l’abate ha rammentato tra l’altro «il riallineamento della nostra scuola, l’apertura per le ragazze, la creazione di una scuola elementare e la grande collaborazione con l’Accademia del Calcio».

    https://www.tio.ch/estero/cronaca/1312444/scandalo-abusi–il-papa-accetta-la-rinuncia-di-un-abate-austriaco

  • BRESCIA – Sacerdoti e laici si preoccupano e rompono il silenzio

    BRESCIA – Sacerdoti e laici si preoccupano e rompono il silenzio

    Riceviamo e pubblichiamo

    Spettabile Redazione,

                    Ci rivolgiamo a codesta “rete L’ABUSO” per partecipare le ansie di diversi sacerdoti e laici della Diocesi di Brescia.

                    Sono molti i sacerdoti e tantissimi i laici che si stanno chiedendo se la Nunziatura Apostolica segnalando a Papa Francesco il nominativo di Mons. Tremolada come Vescovo di Brescia e di Mons. Delpini come Arcivescovo di Milano abbia pure menzionato il caso di pedofilia di don Galli a Rozzano (Milano) che li vede coinvolti. Il Nunzio apostolico di allora, Mons. Bernardini, è stato sostituito da Mons. Tscherrig (di nazionalità svizzera e non più italiana come era prassi lo fosse) più in sintonia con Papa Bergoglio di quanto lo fosse il predecessore. Papa Francesco conosce bene entrambi: sia l’arcivescovo uscente che l’entrante sono arrivati a Roma dopo la Nunziatura in Argentina. Con Mons. Bernardini i rapporti a Buenos Aires però sono sempre stati tesi. È strano che Mons. Delpini non sia stato inserito nella recente lista dei Cardinali.

                    Mons. Tremolada ammette chiaramente, per il caso di don Galli, che lui stesso e mons. Delpini hanno sbagliato ma non hanno il dovere di giustificarsi o chiedere scusa, “se qualcuno gli chiederà spiegheranno”. Il Vaticano sapeva e il Santo padre li ha promossi entrambi confermando la loro impunibilità? Potrà un giorno il Santo Padre dire che non era stato adeguatamente informato come per i Vescovi cileni?

                    Emblematico è infatti quanto dichiarato da Mons. Tremolada in un incontro con i familiari della vittima nel 2015 in presenza anche di don Carlo Mantegazza, ex parroco di Rozzano: “….è vero, lo abbiamo destinato a Legnano in un oratorio, è vero, e di questo SIAMO STATI IMPRUDENTI, lo diremo se ci verrà detto: « MA PERCHE’ LO AVETE FATTO? ».

                Che saccenza, che ostentazione di impunità: Tremolada mandato a parlare con i familiari che chiedevano conto del maldestro spostamento quando, viceversa, a loro era stato garantito che don Galli non poteva essere ancora a contatto con i bambini, non ritiene di dover dare spiegazioni. Ora, a Brescia, ha nominato Parroco di Rezzato don Stefano Bertoni assolto in Cassazione per abusi sessuali nei confronti di bambini di un asilo. Ancora aperta è la vicenda dell’ex parroco di Corna di Darfo. Già nel dimenticatoio sono finite le numerose altre vicende di sacerdoti bresciani passate in giudizio fin dai tempi del parroco della cattedrale degli anni 1970.

                    Papa Francesco ha integrato il codice di diritto canonico che già prevede la possibilità della rimozione dall’ufficio ecclesiastico “per cause gravi”: ciò riguarda anche i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che ad essi sono equiparati dal diritto (cfr. can. 193 §1 CIC; can 975 §1 CCEO).

                    Con il “MOTU PROPRIO” del 4 Giugno 2016 ha precisato che tra le dette “cause gravi” è compresa la negligenza dei Vescovi nell’esercizio del loro ufficio, in particolare relativamente ai casi di abusi sessuali compiuti su minori ed adulti vulnerabili, previsti dal M.P. Sacramentorum Sancitatis Tutela promulgato da San Giovanni Paolo II ed emendato dal predecessore Benedetto XVI.

                    La Diocesi di Brescia non è certo entusiasta di avere un Vescovo imprudente a condurre una tremolante realtà pastorale.

    Sacerdoti e laici impegnati di Brescia                                                                     24 luglio 2018

  • L’ITALIA DEFERITA ALL’ONU PER I PRETI PEDOFILI

    L’ITALIA DEFERITA ALL’ONU PER I PRETI PEDOFILI

    “Favoreggiamento della pedofilia clericale per motivi di realpolitik e di diplomazia con il Vaticano”.

    Per l’Italia all’Onu da tempo è stato aperto un fascicolo che, se dovesse tradursi in un’accusa formale, rischierebbe di coprirci di ridicolo oltre che metterci in enorme imbarazzo. E questo con buona pace della campagna di immagine anti preti pedofili a suo tempo avviata da Papa Francesco. Tutto questo accade a causa delle reiterate denunce della “Rete L’Abuso”, una onlus di oltre 500 ex vittime di abusi sessuali da parte di preti in Italia, nonché di altre organizzazioni similari che già da tempo esistono all’estero. Particolarmente quelle che sono state costituite in Paesi come Usa, Messico, Francia, Congo, Cile, Canada, Svizzera, Belgio, Polonia, Germania, Spagna, Inghilterra, Equador, Argentina. Tutte riunite tra il 4 e l’8 giugno scorso in gran segreto a Bernex (Francia) per mettere a punto le strategie diplomatiche contro il Vaticano. E, pare, anche contro l’Italia stessa. Accusata di aver avuto un ruolo di copertura e favoreggiamento verso la “pedofilia clericale”.

    Nel febbraio del 2018, l’associazione di cui sopra, tramite il proprio avvocato Mario Caligiuri, aveva diffidato il Governo italiano per una serie di gravi omissioni nella ratifica di convenzioni internazionali; diffida che aveva inviato anche al Comitato Onu per la tutela del fanciullo. Nella seduta di inizio giugno le Nazioni Unite hanno confermato l’apertura di una indagine di verifica nei confronti dello Stato italiano, che proseguirà per tutto l’anno 2018 e che vedrà il suo report finale il 18 gennaio 2019. Proprio ai primi di giugno inoltre Francesco Zanardi, presidente della “Rete L’Abuso”, era stato ricevuto presso le Nazioni Unite di Ginevra insieme ad altri rappresentanti delle suddette associazioni di sopravvissuti arrivate da tutto il mondo. Più precisamente è stato sentito dai funzionari della commissione Crc (Children Right Connection) e aveva confermato le accuse alla base dell’apertura del fascicolo sul “caso italiano”.

    Uno degli episodi più spinosi documentati da Zanardi riguarderebbe la presunta “continuità della linea omissiva della Santa Sede”. Condotta evidenziata in un report riguardante la vicenda di don Mauro Galli, che dimostrerebbe la continuità dei tradizionali insabbiamenti delle denunce e la promozione degli insabbiatori. Sembra infatti – secondo le accuse depositate dalla “Rete L’Abuso” e rilanciate in un comunicato stampa – che i due protagonisti, monsignor Mario Delpini e il collega Pierantonio Tremolada, malgrado la Santa Sede sia stata da tempo messa al corrente delle accuse ben argomentate di omissione in vigilando nei loro confronti, nel luglio 2017, anziché essere puniti secondo gli assunti della campagna comunicativa di pretesa tolleranza zero avviata da Papa Francesco, sarebbero stati entrambi promossi. Il primo a capo della diocesi più grande al mondo, quella di Milano, il secondo in quella di Brescia.

    Per l’Italia il capitolo spinoso è quello secondo il quale, “per motivi di diplomazia con il Vaticano”, spesso le autorità competenti avrebbero chiuso un occhio. Non tanto sui fatti di pedofilia e sui loro protagonisti, ma su chi li avrebbe coperti dall’alto delle proprie cariche arcivescovili all’interno della Chiesa. Una brutta gatta da pelare in sede Onu anche per il nostro ministro degli Esteri.

    http://www.opinione.it/societa/2018/07/17/rocco-schiavone_italia-onu-fascicolo-favoreggiamento-pedofilia-clericale-rete-abuso-papa-francesco/

  • GINEVRA; Anche proteste durante la visita di Papa Francesco

    GINEVRA; Anche proteste durante la visita di Papa Francesco

    Diversi manifestanti hanno denunciato la pedofilia nella Chiesa cattolica durante il viaggio papale a Ginevra. Sono stati allontanati dalla polizia

    GINEVRA – «Non solo Osorno»: con questo cartello che fa un chiaro riferimento allo scandalo della pedofilia della Chiesa cattolica in Cile alcuni manifestanti si sono recati oggi davanti al Centro del Consiglio ecumenico delle Chiese (CEC) dove si è svolta la visita del papa.

    Le foto sono state diffuse sui social e gli stessi organizzatori (la rete Ecoglobal), riferiscono di essere stati mandati via dalla polizia.

    https://www.tio.ch/svizzera/attualita/1304536/anche-proteste-durante-la-visita-di-papa-francesco

  • Il Papa a Ginevra celebra la messa e le vittime della pedofilia manifestano davanti all’Onu

    Il Papa a Ginevra celebra la messa e le vittime della pedofilia manifestano davanti all’Onu

    Ginevra – Davanti alla sede delle Nazioni Unite, proprio mentre il Papa celebrava la messa nel palaexpo di Ginevra, davanti alla piccola minoranza cattolica della Svizzera, due sopravvissuti agli abusi sessuali hanno manifestato pacificamente, chiedendo a Papa Francesco di esercitare un maggiore controllo sugli ordini religiosi e arrivare ad una reale tolleranza zero contro i preti pedofili.

    Le loro fotografie mentre distribuivano volantini alla gente che passava per strada sono state twittate dalla Eca, un gruppo di vittime che ha dato vita ad una rete mondiale (www.ecaglobal.org). «Vogliamo chiedere al Papa di agire e rendere effettive le belle parole che ha pronunciato davanti a tanti scandali» ha detto Matthias Katsch. L’organizzazione Eca si sta battendo perchè la Chiesa possa essere veramente aperta e trasparente sui casi di abuso, dando la posibilità alle vittime ai accedere ai registri ecclesiastici sugli abusi. Le vittime chiedono al Papa che sia istituita una commissione di indagine a livello internazionale.

    https://www.ilmessaggero.it/primopiano/vaticano/papa_francesco_pedofilia_ginevra_manifestazione_preti_vittime_abusi_sessuali_chiesa-3810541.html