Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • LA MENZOGNA DEI PADRI

    LA MENZOGNA DEI PADRI

    Da piccoli, al catechismo ci insegnano a vivere seguendo i dieci comandamenti, di questi uno ha sempre ritenuto la mia attenzione, l’ottavo: “Non dire falsa testimonianza”.

    Mi sono sempre chiesta: ma la chiesa, perché non rispetta questo comandamento?

    All’età di cinque anni mi sono trasferita con la mia famiglia a Reggio Calabria, mia madre, molto credente e cattolica, pensò che sarebbe stato bene per me iscrivermi subito al catechismo e all’azione cattolica per farmi conoscere e frequentare altri bambini, ed inserirmi in un ambiente “sano e sicuro”.

    Ricordo ancora la prima festa del Ciao, tutte le parrocchie riunite in Duomo, io ero tra i più piccoli del gruppo acierrini, era la mia prima festa, la mia prima uscita, e mi sentivo grande, orgogliosa, contenta…ma un orco vestito di nero, col collarino bianco, ha distrutto ogni gioia di quel giorno.

    Al momento della foto di gruppo sull’altare, approfittando della confusione, di tanto rumore, mi prese in braccio, mi pose sulla sedia, mi teneva stretta sul petto con il suo braccio, mi bloccava con la sua forza e da dietro si strofinava il suo organo genitale sui miei glutei. Impossibile muovermi, chiedere aiuto, erano tutti intenti a fare la foto, e in quel momento, davanti gli occhi di tutti, subivo l’orrore dell’abuso sessuale di uno sporco prete, che abusava di una bambina, inerte, e dopo aver soddisfatto il suo squallido piacere, mi diceva : “Brava, sei stata brava, sei proprio una brava bambina!”… avevo solo 5 anni e non ho mai dimenticato il suo volto, schifoso, i capelli neri tinti, i suoi occhi sadici, la sua voce, le sue mani grosse, rozze…

    Mia madre non volle credermi, ma cosa peggiore raccontò tutto alla catechista, che mi portò dal parroco, un famoso esorcista, conosciuto e venerato da tutti in città, che ho odiato fino alla sua morte, perchè mi disse che ero una bugiarda, che avevo una fantasia malata e perversa, che stavo peccando contro Dio, e che Dio sapeva tutto e vedeva tutto, cosa peggiore questo schifoso prete esorcista, raccontò tutto ad altre catechiste in modo da prevenirle, e da allora fui guardata da tutti in modo strano, ogni volta che andavo in chiesa sentivo gli occhi su di me.

    Mi chiusi nel silenzio, non parlai più con nessuno, e iniziai a detestare quel prete, quella catechista, Francesca, che era acida, cattiva, che ogni qualvolta andavo al catechismo mi diceva che Dio mi osservava, e poi quel parroco esorcista che mi ricordava che avrei dovuto chiedere perdono a Dio in confessione.

    Arrivò il giorno della prima confessione, non volevo che fosse l’esorcista a confessarmi, cercai di mettermi in fila per un altro sacerdote, ed invece ad un certo momento sento la sua voce chiamare la catechista: “Francesca, vai a prenderla, portamela qui, adesso deve confessarsi con me!”

    Francesca venne a prendermi, mi strattonò dal braccio dicendomi che dovevo confessare i miei peccati davanti a Dio, la mia falsità!

    Avevo 9 anni, ricordavo perfettamente cosa era successo 4 anni prima, quella domenica in Duomo, e con vergogna sotto gli ammonimenti di quel verme di sacerdote, dissi che avevo peccato, ripetei quello che lui mi costrinse a dire: ho peccato, ho detto falsa testimonianza contro Dio, ho mentito, ho inventato tutto.

    Non avevo inventato nulla, a 5 anni avevo denunciato gli abusi della chiesa, ma ero piccola, innocente, sola, contro tutto e tutti, e ancora peggio, non sapevo di cosa la chiesa è capace, dei crimini celati dietro l’omertà e la falsità del clero.

    Quel sacerdote esorcista, purtroppo mi ha rovinato il giorno della comunione, perchè con la sua meschinità, non si è limitato soltanto a costringermi in confessione ad affermare il falso, no, la veglia della comunione mi costrinse al digiuno come penitenza per i miei peccati e il giorno della comunione sull’altare mi derise dicendo che ero tremenda, che avevo una perfida immaginazione.

    Dopo quel giorno non ho più voluto mettere piede in quella chiesa, non volevo più rivedere quell’essere schifoso, osannato da tutti come un santo, né quella catechista che mi hanno fatto stare male per anni.

    Da adulta, quando ho capito cosa avevo vissuto, un abuso sessuale da parte di un sacerdote pedofilo, ho voluto denunciare, ma mi sono trovata di fronte a dei muri di silenzio, sacerdoti, vescovi, tutti compatti nel dirmi che non potevo accusare qualcuno senza prove. Ho cercato negli annali della diocesi, volevo trovare il suo nome, ma mi è stato impedito, dopo l’abuso un altro abuso, quello dell’omertà di chi copre ed è complice, chissà quanti altri bambini hanno vissuto un’esperienza come la mia, e quanta sofferenza, dolore si sono dovuti tenere dentro.

    Un abuso non si cancella come il gesso sulla lavagna, resta indelebile sulla pelle, sul corpo di una vittima, è come una cicatrice che resta per sempre a ricordare quel dolore, ma la vita mi riservava altro ancora, avrei dovuto conoscere un dolore più grande, l’abuso spirituale, psicologico con fine sessuale.

    In un momento molto difficile della mia vita, mi sono avvicinata ad una comunità religiosa, un amico mi aveva parlato di un padre carismatico, dotato di un dono speciale, che faceva delle omelie meravigliose, e che mi avrebbe aiutata a ritrovare la pace in me stessa, mi avrebbe guidata spiritualmente.

    Con molti dubbi e freni, andai a conoscere quel padre, e la confessione mi deluse, molto superficiale e sbrigativa, quasi avesse fretta e dubitai che fosse un vero religioso.

    Volli comunque andare ad ascoltarlo a messa, in effetti, le sue omelie erano molto belle, anche molto preparate, mi convinsi a seguirlo ed in breve divenne il mio confessore, il mio padre spirituale.

    Mi confidavo con lui, gli parlavo dei miei problemi, delle mie sofferenze, lo vedevo come un fratello, un amico sincero, sicuro, un vero amico.

    Gli raccontai dell’abuso da bambina al Duomo, del mio dolore per non essere stata creduta, e del silenzio di tutta una vita per quell’abuso.

    I suoi occhi cambiarono in quel momento, ma non riuscìì a captare subito il motivo, mi ricordo quello che mi disse: “che bello che ti sei confidata con me, adesso il nostro rapporto è speciale, perchè mi hai confidato il tuo segreto.”

    Da quel giorno, iniziò a chiamarmi, a mandarmi messaggi per farmi andare da lui per la messa, per parlare, era diventato pesante, ma mi diceva che lo faceva per me, perchè aveva capito che avevo bisogno di lui, che mi voleva bene.

    Poi cominciò a parlarmi in modo strano, Dio lo chiamava ad essere uomo, ad amarmi secondo Dio e natura, ma non era sesso, era un amore puro, totale, fatto di corpi ed anima. Mi parlò di un rapporto speciale, che doveva essere tenuto segreto agli altri, che io ero speciale e che avevo bisogno di un essere speciale come lui, e non dovevo aver paura perchè Dio voleva il mio bene e non dovevo temere nulla con lui.

    Mi prese la paura, non reggevo più quel rapporto, opprimente, malato, perverso, e lui divenne violento, furioso; non era più il padre buono, carismatico che avevo conosciuto, anzi forse non lo è mai stato!

    Iniziò ad insultarmi, a mortificarmi, a farmi sentire stupida, incapace, di colpo persi la stima per me stessa, e cosa peggiore era quel religioso, quel padre, che avevo scelto come mio padre spirituale a distruggermi in questo modo.

    Passò dall’abuso spirituale, allo psicologico infine sessuale, senza preoccuparsi delle conseguenze. Diceva che Dio era amore, che lo chiamava ad essere uomo, ad amarmi, senza pudore, né vergogna, perchè Dio si era fatto uomo per amare l’umanità tutta.

    Mi diceva che la castità non esiste, che è un’ invenzione dell’uomo, e che in nessun testo della Bibbia si parla di castità, se Dio avesse voluto degli uomini casti, allora sarebbe andato contro natura ed avrebbe imposto la castrazione, e che la castità era un’invenzione della chiesa, che è la causa di tanti abusi contro i bambini e le religiose.

    Mi disorientò completamente, non poteva essere vero, lui, biblista, che parlava tanto di discernimento, della responsabilità dell’uomo delle proprie azioni, mi parlava ora come un animale in preda all’istinto e alle pulsioni sessuali che non controllava.

    Ho chiesto aiuto a dei confratelli, dei sacerdoti, teologi, che scrivono libri e fanno conferenze sul tema dell’abuso spirituale, religioso, ma nessuno mi ha creduta.

    Ben 7 sacerdoti mi hanno detto di tacere, di dimenticare, perdonare ed andare avanti, cercare di trovare altri interessi nella vita che mi facessero pensare ad altro, perchè altrimenti non avrei fatto nulla di buono e sarei sprofondata nella depressione.

    A tutti questi sacerdoti, oggi ho voglia di dire che la vostra omertà è un secondo abuso per me, perchè non si può dimenticare, non si perdona un abuso ed un abusatore facilmente, ma soprattutto questa è la mia vita, non sarà mai più la stessa, da quell’abuso ci sono state delle conseguenze indelebili ed oggi il mio interesse è che non ci siano più vittime che soffrano in silenzio.

    Con forza, grazie all’aiuto di tanti amici, che oggi sono la mia famiglia, ho denunciato, ma nonostante la denuncia, le prove schiaccianti contro di lui, la falsa mistica, la perversione, il suo narcisismo patologico, la sua manipolazione, questo religioso ha continuato ad esercitare per mesi, a celebrare la messa con i bambini, a pubblicare ogni giorno lectio bibliche, ergendosi come guida spirituale per l’umanità.

    Mentre io per mesi mi annientavo, sprofondando nel silenzio, nella depressione, nell’indifferenza di tutti coloro che mi hanno detto di tacere, perchè un caso non è grave, che vuoi che sia, un caso, uno scivolone può capitare a tutti nella vita, basta rialzarsi…peccato che quel caso abbia segnato per sempre la mia vita!

    Come negli scacchi si muovono le pedine, così nella chiesa si spostano i preti una volta denunciato l’abuso, e come ogni mossa prevedibile, il religioso in questione è stato trasferito, per “motivi di salute”, ma la realtà è ben altra, è stato sospeso e non potrà ricoprire nessun incarico religioso perchè accusato di abuso spirituale, psicologico a sfondo sessuale.

    Mi chiedo come sia possibile credere in una chiesa così falsa, che adduce ragioni di salute per coprire un abusatore, fin quando la chiesa ha intenzione di nascondersi dietro un dito, e continuare a proteggere tutti coloro che neppure lontanamente nutrono un sentimento cristiano?

    Fin quando la chiesa continuerà a nascondere gli abusi, ad essere omertosa, a non voler ascoltare le vere vittime, proteggendo l’abusatore che non ha il coraggio delle sue azioni e si proclama vittima suo malgrado?

    Si ha umanità per l’abusatore, gli si procura un avvocato d’ufficio per difenderlo in tribunale, uno psicologo, per aiutarlo perchè manifesta un disagio psichico conseguente alla denuncia, avendo fino ad allora goduto di ottimo umore, e la vittima? Chi pensa alla vittima?

    Della vittima non ci si preoccupa, la vittima resta nel limbo, in un sentimento di colpa, in attesa di avere notizie delle indagini, del processo, e di tutto quello che la chiesa dovrebbe assicurarle, assistenza medica, psicologica, neppure l’ombra, perchè non è mai considerata in quanto tale, ma “presunta” vittima!

    Non mi piace usare il termine vittima, nè survivor, sopravvissuta, perchè entrambi i termini sottintendono una forma passiva, io sono VIVA e ATTIVA, e la mia voce, un tempo in silenzio, deve essere oggi un grido stridente per le orecchie sorde che non hanno voluto sentire!

    La colpa non è MAI della vittima, che ha trovato la forza di denunciare, ma dell’abusatore che ha tradito la fiducia, la fede e l’amore.

    La copla è solo di chi ha ferito, mai di chi ha avuto il coraggio di dire basta.

    Denunciando, so di aver fatto qualcosa di profondamente GIUSTO, anche se doloroso, perché ho denunciato qualcosa che sta sconvolgendo ormai da mesi la mia quotidianità.

    Ho avuto il coraggio di dire la verità  dove altri hanno preferito il silenzio e, in questo , c’è una forza rara, che nessuno potrà mai togliermi, perchè oggi la mia vita è la conseguenza di quell’abuso, e finalmente ho liberato me stessa.

    Ho rotto una catena invisibile fatta di paura, vergogna e inganno, ho dato voce a tante altre donne che, come me, hanno conosciuto la manipolazione scambiata per guida spirituale.

    Spero che ogni giorno, un pochino alla volta, ogni vittima riesca a sentire la leggerezza che merita, la pace che ci spetta e l’orgoglio di aver scelto la verità, essendo fieri e orgogliosi di se stessi.

    La chiesa dovrebbe rileggere l’ottavo comandamento, che proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri. Questa norma morale deriva dalla vocazione del popolo santo ad essere testimone del suo Dio il quale è verità e vuole la verità. Le offese alla verità esprimono, con parole o azioni, un rifiuto di impegnarsi nella rettitudine morale: sono profonde infedeltà a Dio e, in tal senso, scalzano le basi dell’Alleanza.

    Fin quando la chiesa considererà una menzogna, una falsa realtà per chi non deve sapere la verità, non assumerà mai le sue responsabilità, e continuerà a non vedere oltre il suo dito, e a vivere nella continua menzogna dei padri.

                                                                                                                                                                 Libera

  • Vescovo accusato di abusi, confratelli confermano credibilità accuse

    Vescovo accusato di abusi, confratelli confermano credibilità accuse

    La Conferenza episcopale spagnola ha accolto con favore l’apertura dell’indagine vaticana sul vescovo Rafael Zornoza. Il presidente della Conferenza, monsignor Luis Arguello, ha commentato: «L’avvio dell’inchiesta da parte della Santa Sede conferisce credibilità alle accuse. La Chiesa cerca la verità per affrontare il dolore di tutte le parti coinvolte, sia della potenziale vittima che del vescovo, che potrebbe essere stato accusato ingiustamente».

    La notizia è nota. Il Vaticano ha avviato un’indagine su Zornoza, 76 anni, vescovo di Cadice e Ceuta, per presunte molestie sessuali continuate su un minorenne durante gli anni ‘90. All’epoca dei fatti contestati, Zornoza era sacerdote a Getafe e dirigeva il seminario maggiore della diocesi. La denuncia, presentata nell’estate scorsa da un ex seminarista alla Congregazione per la Dottrina della Fede e riportata dal quotidiano El País, accusa Zornoza di abusi protrattisi quando la vittima aveva tra i 14 e i 21 anni.

    Questo caso segna un precedente storico in Spagna, essendo la prima volta che un vescovo è oggetto di un’indagine canonica per pedofilia. La diocesi di Cadice e Ceuta ha emesso un comunicato in cui afferma che il vescovo ha sospeso «temporaneamente la sua agenda per chiarire i fatti e sottoporsi a un trattamento per un cancro aggressivo che sta ricevendo».

    Secondo quanto riportato nella denuncia, gli episodi di abuso si sarebbero verificati tra il 1994 e il 2000, periodo in cui Zornoza, allora quarantacinquenne, era alla guida del seminario maggiore della diocesi di Getafe. L’ex seminarista sostiene di essere stato vittima di abusi sessuali da minorenne, sia di notte che al mattino, subendo violenze fisiche e psicologiche, tra cui tentativi di «curare» la sua omosessualità attraverso terapie di conversione. Gli abusi sarebbero proseguiti anche durante raduni e campeggi, fino al compimento dei 21 anni della vittima, all’inizio del 2000.

    La vittima ha descritto Zornoza come una persona dotata di «un’alta capacità di manipolazione». Solo anni dopo aver lasciato il seminario, grazie a un percorso terapeutico, l’ex seminarista è riuscito a riconoscere e denunciare gli abusi subiti.

    L’inchiesta, che segue la procedura canonica, prevede l’audizione sia dell’accusato che della vittima e potrebbe sfociare in un processo canonico. Nel suo comunicato, la diocesi di Cadice e Ceuta aveva affermato che «le accuse che si fanno, riferite a fatti che ebbero luogo circa trent’anni fa, sono molto gravi e per di più false». Ma le parole della Conferenza episcopale spagnola vanno in un’altra direzione, confermando intanto la giustezza dell’apertura dell’indagine.

    Il caso è stato trasferito la scorsa settimana al Tribunale della Rota della Nunziatura Apostolica in Spagna. La diocesi ha assicurato «piena fiducia nella giustizia» e la volontà di collaborare pienamente, ribadendo «il rispetto alla presunzione di innocenza che assiste tutte le persone».

    Monsignor Arguello ha sottolineato che, grazie alle nuove normative della Chiesa e ai progressi compiuti negli ultimi anni sia dalla Santa Sede che dalla Chiesa spagnola, è ora possibile indagare su fatti accaduti 25-30 anni fa, che nella giurisdizione civile sarebbero ormai prescritti. Riguardo all’eventuale destituzione di Rafael Zornoza, Arguello ha precisato che la Conferenza episcopale spagnola «non ha autorità giuridico-canonica sui vescovi», la quale spetta invece al Vaticano e alle sue autorità giudiziarie.

    Questo caso si inserisce nel più ampio contesto degli sforzi della Chiesa cattolica per affrontare e prevenire gli abusi sessuali, dimostrando un crescente impegno verso la trasparenza e la giustizia, indipendentemente dalla posizione gerarchica degli accusati.

    https://www.rsi.ch/cultura/filosofia-e-religione/Vescovo-accusato-di-abusi-confratelli-confermano-credibilit%C3%A0-accuse–3269444.html

  • Morto S.E. Giulio Sanguineti, vescovo di Savona che coprì per primo il pedofilo don Giraudo

    Morto S.E. Giulio Sanguineti, vescovo di Savona che coprì per primo il pedofilo don Giraudo

    Nato a Santa Giulia di Centaura, nel comune di Lavagna il 20 febbraio 1932, era stato ordinato presbitero il 29 maggio 1955 da mons. Francesco Marchesani.

    Laureato in Diritto canonico alla Pontificia Università Gregoriana di Roma, aveva prestato servizio come Presidente del Tribunale ecclesiastico diocesano. Tra gli altri incarichi quello di Cancelliere e di Canonico della Cattedrale.

    Eletto Vescovo di Savona-Noli il 5 dicembre 1980, era stato consacrato il 6 gennaio 1981 in San Pietro da Giovanni Paolo II.

    Fu il primo di quattro vescovi a gestire nella diocesi di Savona – Noli, il caso di don Nello Giraudo, ordinato proprio in concomitanza con la sua nomina a vescovo.

    Proprio quell’anno, il sacerdote che aveva appena preso i voti esternò le sue tendenze pedofile ai danni di un ragazzino, Massimiliano.

    Sanguineti, raggiunto dai genitori del ragazzo che minacciavano querela alla polizia, si limitò a spostarlo quindici chilometri più in la, a Spotorno dove oggi documentiamo decine di vittime.

    Ripreso da “LE IENE” proprio sul caso savonese che coprì per primo, non si risparmiò di attaccare le stesse vittime sopravvissute.

    QUI I DUE SERVIZI de LE IENE

  • Abusi sessuali, il Vaticano indaga sul vescovo di Cadice

    Abusi sessuali, il Vaticano indaga sul vescovo di Cadice

    La prima inchiesta canonica per presunti abusi sessuali contro un vescovo ha suscitato scalpore in Spagna e provocato la sospensione dell’agenda del prelato. È stata aperta dal Vaticano contro Rafael Zornoza, 76 anni, vescovo di Cadice e Ceuta, accusato di abusi sessuali su un minore, tra il 1994 e il 2000, quando era sacerdote a Getafe (Madrid), e dirigeva il seminario maggiore.

    Il denunciante, un ex seminarista, ha raccontato in una lettera, inviata quest’estate al Dicastero per la Dottrina della Fede come Zornoza lo costringesse a subire abusi sessuali, da quando aveva 14 anni e fino ai 21.

    «Scrivo questa lettera con la sola intenzione di evitare che quanto è accaduto a me possa continuare e succedere ad altri bambini», dice il denunciante nelle prime righe della missiva, rivelata oggi da El Pais. La vicenda non ha precedenti in Spagna, dove per la prima volta un vescovo è oggetto di un’indagine per presunta pedofilia. Le norme ecclesiastiche prevedono che il responsabile dell’indagine sia l’arcivescovo metropolitano da cui dipende l’indagato. In questo caso, già prescritto dalla giustizia civile, sarebbe l’arcivescovo di Siviglia. Ma il fascicolo è stato di trasferito la scorsa settimana al Tribunale della Rota della Nunziatura Apostolica in Spagna e potrebbe culminare in un processo canonico.

    In una nota ufficiale, la diocesi di Cadice e Ceuta ha confermato che Zornoza «ha sospeso temporaneamente la sua agenda per il chiarimento dei fatti e per ricevere il trattamento per un cancro aggressivo di cui è affetto». Tuttavia, ha respinto le accuse «molto gravi e infondate» nei riguardi del prelato, nominato vescovo nel 2011 da papa Benedetto XIV. E, dopo aver espresso «piena fiducia nella giustizia ecclesiastica», ha fatto appello al «rispetto della presunzione di innocenza».

    Sulla stessa linea, la Conferenza episcopale spagnola (Cee) ha manifestato «rispetto» per il lavoro di investigazione avviato dal Tribunale della Rota e «fiducia nella giustizia».

    Secondo il denunciante, gli abusi sarebbero avvenuti quando Zornoza, allora 45enne, era sacerdote della diocesi alla periferia di Madrid. E sarebbero continuati anche quando la vittima, ormai maggiorenne, entrò nel seminario maggiore, con violenze fisiche e una serie di manipolazioni psicologiche, inclusi trattamenti terapeutici per «curare» la sua presunta omosessualità. Solo dopo tre decenni, l’uomo è stato capace di riconoscere gli abusi subiti, riuscendo a denunciarli.

    Quello di Zornoza non è un caso isolato. Stando all’inchiesta giornalistica di El Pais, che ha monitorato e documentato i casi di violenza sessuale in ambito ecclesiastico dalla fine degli anni ’90, sono 1.568 i membri del clero accusati di abusi su minori e 2.954 le vittime accertate. Ma un quadro ancora più drammatico è emerso nel 2023 dalla Commissione parlamentare d’inchiesta guidata dal Difensore del Popolo, secondo cui almeno 440.000 vittime potrebbero essere coinvolte in abusi sessuali in ambito ecclesiastico. Parallelamente la Cee ha affidato un proprio ‘audit’ allo studio legale Cremades&Sotelo, che ha accertato oltre 2.000 vittime, delle quali solo il 2% ha avuto accesso al Programma di indennizzo e riparazione del danno subito (Prive), con compensazioni concrete.

    https://www.cdt.ch/news/mondo/abusi-sessuali-il-vaticano-indaga-sul-vescovo-di-cadice-410649

  • Prete dei migranti accusato di abusi sessuali: il missionario dei poveri che avrebbe violentato chi cercava salvezza

    Prete dei migranti accusato di abusi sessuali: il missionario dei poveri che avrebbe violentato chi cercava salvezza

    La sera del 30 ottobre, in una strada secondaria di Casablanca, un ragazzo guineano di diciassette anni — cappuccio tirato su, sguardo basso — si rifiuta di parlare. È il più giovane tra i sei migranti che, secondo un’inchiesta giornalistica locale, sarebbero stati vittime di abusi sessuali mentre cercavano rifugio in un servizio ecclesiale della città. Al centro delle accuse non c’è un uomo qualunque, ma Padre Antoine Exelmans, sacerdote francese noto per l’impegno a favore di migranti e richiedenti asilo, premiato nel 2020 per il suo lavoro umanitario. Oggi, quel nome è legato a un presunto “sistema di sfruttamento sessuale” durato “almeno quattro anni”. Il contrasto è feroce e costringe a guardare in faccia il dolore, le falle dei meccanismi di tutela e il linguaggio con cui la Chiesa racconta — o attenua — ciò che accade ai più vulnerabili.

    Secondo quanto ricostruito da Le Monde, Exelmans, che tra il 2021 e il 2024 ha diretto il servizio di accoglienza per migranti presso la parrocchia di Notre-Dame-de-Lourdes a Casablanca, è oggi sospettato di “violenze sessuali” su giovani esuli. L’aspetto più delicato è che, secondo il diocèse de Rennes, di cui dipende, il sacerdote avrebbe “riconosciuto abusi sessuali” durante un’indagine canonica avviata dall’arcidiocesi di Rabat, le cui conclusioni sono già state inviate a Roma. Nel frattempo, le autorità marocchine hanno raccolto elementi dell’inchiesta giornalistica e ascoltato alcune delle presunte vittime.

    Le versioni divergono sul numero dei ragazzi coinvolti. Il quotidiano marocchino Enass parla di sei giovani — cinque guineani e un camerunese — tutti minorenni all’epoca dei fatti. Il diocèse de Rennes, invece, ne riconosce uno solo, più quattro adulti che si sarebbero rivolti all’arcidiocesi di Rabat. Due narrazioni ancora lontane, che impongono prudenza ma non attenuano la gravità del quadro.

    L’inchiesta di Enass, pubblicata il 3 novembre 2025, è un documento dettagliato, costruito su testimonianze dirette e ricostruzioni ambientali. Parla di un “sistema” che avrebbe preso di mira minori fragili, isolati, spesso ospitati nel presbiterio per un “accompagnamento personalizzato” poi degenerato in coercizioni e abusi. Secondo la testata, almeno tre di loro sarebbero già stati ascoltati dalla Brigata nazionale della polizia giudiziaria su delega della procura di Casablanca, e sono stati disposti accertamenti medici.

    Un capitolo oscuro riguarda i presunti “trattamenti psichiatrici” imposti o suggeriti dal sacerdote. Enass riferisce che Exelmans avrebbe richiesto sistematicamente prescrizioni di psicofarmaci, prima in ospedale, poi da una psichiatra del terzo settore. Se confermato, questo aspetto aprirebbe interrogativi inquietanti: fino a che punto la farmacologia può essere stata usata per indebolire la volontà o la lucidità delle vittime? Domande da tribunale, che richiederanno perizie e contraddittorio, ma che bastano a mettere a nudo la questione centrale: la protezione dei minori in contesti dove il potere spirituale e materiale è concentrato nelle mani di un solo uomo.

    In un comunicato, l’arcidiocesi di Rabat ha dichiarato di aver “collaborato pienamente con le autorità civili” non appena ricevute le prime segnalazioni, e di aver trasmesso a Roma i risultati dell’indagine interna. Il documento elenca anche misure cautelari: divieto per il sacerdote di avere contatti con minori se non in presenza di un altro adulto e obbligo di accompagnamento psicologico. L’arcivescovo Cristóbal López Romero ha aggiunto che “la sola vittima minorenne conosciuta” dalla diocesi è oggi seguita dalla Chiesa.

    Dalla Francia, la diocesi di Rennes conferma che Exelmans avrebbe ammesso “abusi sessuali” in sede canonica, e invita eventuali testimoni a farsi avanti. La cronologia è chiara: segnalazioni in Marocco, rientro in Francia nel giugno 2024, avvio dell’inchiesta canonica, trasmissione degli atti a Roma. Ovunque, la parola d’ordine è “cooperazione”, ma resta il dubbio su quanto sia stata tempestiva.

    Chi è, in fondo, Padre Antoine Exelmans? Sacerdote del diocèse de Rennes, in missione in Marocco come Fidei donum dal 2016, ex vicario generale a Rabat, punto di riferimento per le organizzazioni umanitarie e i migranti del Maghreb. Nel 2020 riceve il Prix d’Aix-la-Chapelle pour la paix, destinato a chi combatte “le ingiustizie” nel mondo. È lo stesso periodo in cui promuove una riorganizzazione dei servizi ecclesiali per migranti, smantellando strutture professionali e privilegiando la gestione “volontaria” e “spirituale” dell’accoglienza. Una riforma che oggi si interroga: la semplificazione amministrativa ha eliminato anche le garanzie di controllo?

    Se le accuse fossero confermate, questo caso mostrerebbe come un rapporto asimmetrico — adulto contro minore, europeo contro migrante, pastore contro gregge — possa trasformarsi in abuso. I racconti parlano di isolamento, di sostegno psicologico trasformato in dipendenza, di spazi ecclesiali privi di supervisione. È proprio in questi vuoti che dovrebbero esistere regole chiare: niente incontri prolungati in solitudine con minori, monitoraggio esterno, protocolli sull’uso di psicofarmaci, formazione obbligatoria per sacerdoti e volontari. Non sono burocrazie, ma barriere che salvano vite.

    I comunicati ufficiali hanno scelto formule come “abusi su persone fragili”, un eufemismo che offusca la realtà. La cautela è legittima, la presunzione d’innocenza sacrosanta. Ma quando emergono minori, le parole contano. Dire “abusi” non basta: serve trasparenza, tempi certi, decisioni pubbliche. L’ammissione di colpe in sede canonica, confermata da Rennes, impone un dovere: chiarire dove si trovi oggi Exelmans, quali restrizioni subisca, chi vigili sulla loro applicazione.

    Le indagini corrono su due binari: quella canonica, avviata a Rabat e trasmessa a Roma, e quella giudiziaria marocchina, con accertamenti clinici e audizioni. In parallelo, le autorità francesi hanno ascoltato il sacerdote. Un’inchiesta transnazionale che dovrà coordinare prove, referti, registri parrocchiali, scambi di email e chat. Senza un raccordo forte, la tutela dei minori rischia di perdersi nei confini.

    Il caso Exelmans non nasce dal nulla. È figlio di un sistema che, nonostante le riforme post–Commissione Sauvé, continua a produrre zone d’ombra. E il contesto marocchino — fatto di migranti senza documenti, minori soli, vulnerabilità estrema — amplifica ogni rischio. Quando l’aiuto diventa dipendenza, quando la fiducia diventa arma, l’abuso è dietro l’angolo. Da qui le richieste, rilanciate da media e associazioni, di un audit indipendente sui servizi ecclesiali per migranti in Marocco.

    La credibilità di un’istituzione non si misura dai comunicati, ma dalle scelte. E qui la domanda è semplice: quei sei ragazzi sono stati protetti o abbandonati? La giustizia farà il suo corso, ma la prevenzione non può attendere i verdetti. Va costruita ora, con regole verificabili, pubbliche, condivise. Solo così Notre-Dame-de-Lourdes potrà tornare a essere un rifugio, e non un simbolo di promessa tradita.

    Resta un’immagine che non si dimentica: un ragazzo di diciassette anni che rifiuta l’aiuto psicologico perché “blasé”, come se la speranza si fosse consumata prima di nascere. È da lì che tutto dovrebbe ripartire: dalla fiducia che nessun minore debba mai più scegliere tra il silenzio e la sopravvivenza.

    Cronologia essenziale dei fatti (nota di servizio al lettore)

    • Maggio 2024: viene riferito il deposito di una prima denuncia presso la procura della Corte d’appello di Casablanca.
    • Giugno 2024: il sacerdote lascia il Marocco e rientra in Francia. La narrativa ecclesiale parla di “esaurimento/burn-out”; attivisti e fonti associative parlano invece di “fuga/exfiltration”. Due letture contrapposte, da verificare.
    • 5 luglio 2024: comunicazione ufficiale dell’arcidiocesi di Rabat sui “segnali” riguardanti Exelmans e sull’apertura di un’indagine canonica.
    • 3 novembre 2025: l’inchiesta di Enass con nomi di paese, profili delle presunte vittime e dettagli sul “sistema” ipotizzato.
    • 4-5 novembre 2025: testate marocchine e internazionali rilanciano; l’arcidiocesi di Rabat dichiara la piena cooperazione e ribadisce misure restrittive nei confronti del sacerdote.
    • 5 novembre 2025: Le Monde riferisce le ammissioni rese in sede canonica e la divergenza sui numeri delle vittime.

    https://www.giornalelavoce.it/news/attualita/646245/prete-dei-migranti-accusato-di-abusi-sessuali-il-missionario-dei-poveri-che-avrebbe-violentato-chi-cercava-salvezza.html

  • Sant’Angelo in Vado, sacerdote accusato di molestie sessuali su una 14enne

    Sant’Angelo in Vado, sacerdote accusato di molestie sessuali su una 14enne

    SANT’ANGELO IN VADO – Le attenzioni del parroco sulla ragazzina di 14 anni. Carezze, massaggi proibiti e attenzioni. Chiesto il rinvio a giudizio.

    Violenza sessuale continuata ed aggravata dalla minore età della vittima e dall’abuso di relazioni domestiche, di coabitazione e di ospitalità. Con questa accusa, alla conclusione delle indagini preliminari, la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Urbino ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio a carico di un sacerdote di una diocesi estera ma all’epoca dei fatti in missione in una parrocchia di Sant’Angelo in Vado.

    Il provvedimento arriva al termine delle indagini delegate e dirette dalla Procura della Repubblica di Urbino, condotte dal personale della Squadra Mobile della Questura di Pesaro e della Squadra di Polizia Giudiziaria del Commissariato di P.S. di Urbino, avviate a seguito di una segnalazione pervenuta al responsabile dello sportello di ascolto diocesano per le segnalazioni di abusi sessuali su minori presso l’Ufficio per la tutela dei minori dell’Arcidiocesi di Urbino – Urbania – Sant’Angelo in Vado.

    La notizia era stata a sua volta trasmessa alla competente Autorità Giudiziaria della Città Ducale al termine di un’investigatio praevia della Curia che ha anche portato alla sospensione del parroco, poi andato in Svizzera.

    I fatti risalgono a 4 anni prima e hanno visto coinvolta, come vittima, un’adolescente di 14 anni, figlia di una donna che accudiva l’anziana madre del parroco. La segnalazione veniva fatta dalla mamma di una compagna di classe della presunta vittima, sua coetanea, dopo esserne venuta a conoscenza tramite la figlia che aveva raccolto le confidenze della vittima stessa. Il delitto contestato sarebbe avvenuto all’interno dell’abitazione del sacerdote, dove nel frattempo erano ospitate la badante e sua figlia minorenne.

    La vicenda ha visto l’interessamento dei Servizi Sociali competenti e l’articolata e delicata attività di indagine ha consentito di raccogliere un compendio probatorio solido nei confronti dell’imputato tanto da ritenere che egli, durante lo svolgimento del suo dicastero nella parrocchia, avrebbe posto in essere condotte abusanti nei confronti
    della minorenne. Lo stesso parroco teneva un atteggiamento morboso sorretto anche da numerosi regali verso la giovane vittima, che confidava alla sua migliore amica delle molestie sessuali subìte ad opera del sacerdote e dello stato di paura e di ansia che si era ingenerato. roberto pellizzari

    Sant’Angelo in Vado, sacerdote accusato di molestie sessuali su una 14enne

  • I sopravvissuti raccontano gli abusi e chiedono all’arcidiocesi di Baltimora la responsabilità finanziaria nel caso di bancarotta

    I sopravvissuti raccontano gli abusi e chiedono all’arcidiocesi di Baltimora la responsabilità finanziaria nel caso di bancarotta

    Dieci vittime di abusi sessuali nell’arcidiocesi di Baltimora hanno testimoniato mercoledì in tribunale federale e molte hanno espresso frustrazione per gli sforzi della Chiesa cattolica per accertare le responsabilità nello scandalo. 

    L’udienza emozionante faceva parte della procedura fallimentare dell’arcidiocesi e la questione fondamentale su quanto la chiesa pagherà alle vittime resta senza risposta nella lunga e dolorosa battaglia legale. 

    Vite distrutte 

    La prima sopravvissuta a testimoniare dettagliatamente gli abusi sessuali subiti dall’arcivescovo Curley. 

    “Proteggere un uomo che ha molestato dei bambini è il più grande insulto alla nostra fede e ai sopravvissuti”, ha detto al giudice. 

    Ha affermato di aver lasciato la scuola cattolica “perso, confuso e distrutto”.

    Lesse una lettera inviata anni dopo dal prete che aveva abusato di lui, in cui descriveva il suo tentativo di suicidio. 

    “Mentre giacevo sanguinante sul pavimento della mia camera da letto, ho pensato a te”, ha detto. “Mi sono sentito male, non ho mai avuto la possibilità di dirti quanto ti amavo. Eri la persona per cui avrei lasciato tutto.” 

    La vittima ha affermato che ciò dimostra “l’impatto duraturo di abusi e manipolazioni”.

    Il secondo sopravvissuto ha raccontato di essere stato violentato da un prete quando aveva 10 anni. 

    “Ho urlato e lui mi ha minacciato per il mio silenzio”, ha detto. “Non sono stato abbastanza forte per reagire.”

    Ha descritto l’emorragia per settimane e ha detto che i suoi genitori l’hanno scoperta e lo hanno mandato a fare una colonscopia. Ha detto di non essere più andato da un medico fino ai 50 anni e di non aver rivelato pubblicamente l’abuso fino ai 56 anni.

    “Non pregate per me. Lo considero un tentativo di abuso, perché il mio aggressore pregava con me dopo ogni seduta”, ha detto in tribunale. 

    Ora, professore universitario, ha detto al giudice di sentirsi “inutile”. 

    “Non ho anima”, disse. 

    Soffre di terrori notturni e a causa del dolore è costretto a bere eccessivamente.

    Il terzo sopravvissuto ha detto al giudice: “Per decenni ho aspettato questo giorno per essere ascoltato”. 

    Ha affermato che una suora l’ha aggredita sessualmente a Villa Maria. 

    “Mi sentivo umiliata, sola, impotente”, ha raccontato la vittima all’aula gremita. “Non mi è mai stato mostrato alcun amore”.

    La vittima ha dichiarato al giudice: “Istituzioni come questa devono imparare che la vita dei bambini non è sacrificabile. Queste erano le persone di cui avrei dovuto fidarmi. Mi hanno violata e mi hanno privato della dignità”.

    Il quarto sopravvissuto ha più di 70 anni e ha dichiarato che nessuno ha creduto a ciò che gli è successo. 

    “Non mi fido della gente”, ha detto. 

    Ha raccontato alla corte di essere stato aggredito sessualmente da un prete di East Baltimore, che ha iniziato offrendogli cene e regali. “Mi stava adescando”.

    “Mi vergogno di quello che ha fatto. Mi vergogno”, ha detto l’uomo tra le lacrime.

    Ha raccontato che il prete lo ha portato in una stanza, ha chiuso la porta a chiave, si è ubriacato e poi lo ha maltrattato, costringendolo poi a fare una doccia. 

    “È così triste che non puoi dirlo a nessuno. Ti marchieranno”, ha detto l’uomo. 

    L’arcivescovo William Lori sedeva al tavolo principale con i rappresentanti della chiesa mentre Erin Maze descriveva “il dolore e la sofferenza inimmaginabili” per gli abusi sessuali subiti e si rivolgeva direttamente all’arcivescovo Lori: “Non si tratta di te!” 

    Lesse le dichiarazioni rilasciate dall’arcivescovo e gli disse: “Non stai cercando di risarcirci equamente”. 

    Fuori dal tribunale, Maze ha dichiarato all’investigatore della WJZ Mike Hellgren: “Per me era importante perché devo chiarire che l’ipocrisia che si sta diffondendo all’interno della Chiesa cattolica continua”.

    Maze ha affermato: “Continuano a fingere che gliene importi qualcosa di noi, ma non è così”.

    Un ex conduttore televisivo ha descritto il dolore per gli abusi subiti come “camminare con una macchia nell’anima”. 

    Ha detto della chiesa: “Ti dispiace di essere stato scoperto. Non ti dispiace di quello che è successo.”

    Il giornalista ha affermato che far testimoniare le vittime è un “circo” e ha chiesto all’arcivescovo Lori: “Per cosa? Solo per ottenere una scappatoia assicurativa? Lasciatemi stare!” 

    “La mia condanna è l’ergastolo”, ha detto il sopravvissuto. “Non finisce mai.”

    Caso di fallimento 

    L’arcidiocesi di Baltimora ha dichiarato bancarotta pochi giorni prima dell’entrata in vigore del Child Victims Act del Maryland. La legge ha eliminato la prescrizione nei casi di abusi sessuali e ha avviato una valanga di cause legali, con oltre 900 richieste di risarcimento contro la chiesa. 

    I sopravvissuti hanno cercato di respingere la richiesta di fallimento e stanno contestando la richiesta di immunità caritatevole avanzata dall’arcidiocesi, secondo cui le donazioni a un ente di beneficenza non dovrebbero essere utilizzate per pagare le richieste civili . 

    L’arcidiocesi di Baltimora aveva precedentemente dichiarato a WJZ: “Presentando il Capitolo 11, l’arcidiocesi cerca di fornire il processo più ordinato in cui le vittime sopravvissute possano essere risarcite, anche tramite le sue polizze assicurative, mantenendo al contempo la missione e il ministero della chiesa”.

    Dopo l’udienza di mercoledì, l’arcivescovo Lori ha definito “straziante ascoltare le loro storie. Le cose che sono accadute loro e gli effetti duraturi sulle loro vite sono qualcosa che tocca profondamente tutti noi”.

    “Mi sono scusata molte volte, ma mi rendo conto che nessuna scusa potrà mai coprire ciò che è successo a queste persone”, ha detto Lori a WJZ. 

    Secondo i documenti depositati in tribunale, la chiesa ha un patrimonio di oltre 100 milioni di dollari e ha proposto un fondo di 33 milioni di dollari per risarcire le vittime. Un’offerta di risarcimento di circa 35.000 dollari per ciascuna vittima è stata respinta e Lori ha dichiarato a WJZ che le trattative stanno continuando.

    “Sono molto ansioso e spero che si giunga a un accordo nel prossimo futuro”, ha affermato. 

    Riguardo al risarcimento, Lori ha affermato: “Si tratta della Chiesa che cerca, al meglio delle sue capacità, di offrire un risarcimento giusto, equo e giusto e, allo stesso tempo, di continuare la nostra missione, le nostre parrocchie, le nostre scuole e le nostre organizzazioni benefiche”.

    Sostenitori in tribunale 

    I sopravvissuti speravano di lasciare un segno indelebile nel giudice, dimostrando di meritare un giusto risarcimento per il trauma che li tormenta da decenni. 

    Questa è la terza volta che si rivolgono al giudice. 

    Frank Schindler, un sopravvissuto che non ha voluto condividere la sua storia durante l’udienza, è venuto a sostenere le altre vittime. 

    “Le persone possono avere diverse definizioni di carità. Per me, violentare una bambina non è un atto caritatevole”, ha detto Schindler a WJZ. 

    Teresa Lancaster, un’avvocatessa che ha subito abusi da parte del defunto padre Joseph Maskell, ha affermato che la chiesa era a conoscenza da tempo del suo caso e di altri. In precedenza aveva testimoniato sugli abusi subiti e aveva ascoltato molte altre persone raccontare le loro storie.

    “È stato devastante. Una volta che lo senti, e senti come queste vite sono state cambiate, ti lascia senza parole. Davvero”, ha detto Lancaster.

    Ha incoraggiato il pubblico a leggere il rapporto storico del procuratore generale del Maryland, che descrive nei dettagli decenni di abusi sessuali . 

    “È importante sapere che ogni volta che I Survivor racconta la sua storia, la rivive. Ti riporta nella stanza, di nuovo con i tuoi aguzzini, quindi non è un compito facile”, ha detto Lancaster. “Ma ho una domanda per la chiesa e per Lori. ‘Riuscite a vederci ora? Riuscite a sentirci ora? E potete fermare la difesa dell’immunità caritatevole’”.

    https://www.cbsnews.com/baltimore/news/survivors-stories-abuse-archdiocese-baltimore-bankruptcy-case/

  • Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Abusi sessuali del clero, in Italia oltre mille preti coinvolti: in Veneto 88 casi e 572 vittime

    Sono 1.250 i casi complessivi di violenze sessuali nella Chiesa italiana, di cui 1.106 compiuti da sacerdoti. Sono i dati che emergono dal nuovo Rapporto nazionale 2025 di Rete L’Abuso – associazione promossa dai sopravvissuti ad abusi -, che segnala 4.625 vittime note, 4.395 delle quali abusate da preti, 9 da suore, 91 da catechisti, 76 da personale laico dell’indotto ecclesiale e 54 da scout. L’associazione evidenzia che 2.414 vittime sono seguite direttamente, mentre 2.211 risultano irreperibili. L’incidenza dei preti coinvolti, pari al 3,57 per cento dei 31.000 sacerdoti italiani, viene definita “molto alta” in relazione alla natura non ufficiale del censimento.

    Sui circa 31mila preti, 1.106 sarebbero quelli segnalati, un numero in linea con quanto denunciato da fonti cattoliche che nello stesso periodo di tempo hanno riconosciuto 1.049 casi. La Rete L’Abuso rileva una grave carenza di strumenti di prevenzione e di tutela dei minori nel Paese ed evidenzia che la Chiesa Cattolica è da tempo al corrente del problema, “endemico e noto al Vaticano almeno dal 1962”, quando fu regolamentato segretamente con la direttiva ‘Crimen sollicitationis’. In ogni caso, prosegue l’associazione, “ciò non toglie nulla alla gravità della situazione”, e mostra quanto sia urgente “un intervento deciso del Garante nazionale e dei Garanti regionali” per coinvolgere cittadini e politica in un’azione di responsabilità collettiva.

    Sempre secondo il Rapporto, è la Lombardia la regione con il maggior numero di casi censiti dalla Rete L’Abuso: 174 sacerdoti e laici coinvolti e 562 vittime, in gran parte minori. Seguono Veneto (88 casi e 572 vittime), Toscana (81 e 292) e Sicilia (103 e 270). Il Molise e la Valle d’Aosta risultano invece le regioni meno colpite, rispettivamente con 16 e quattro casi.

    Più del 75 per cento dei sacerdoti coinvolti in abusi sessuali non è mai stato denunciato alla magistratura italiana. Secondo la Rete L’Abuso, il “sommerso” ammonta a 839 casi su 1.106 sacerdoti segnalati. Molti episodi, si legge nel rapporto presentato ieri, non sono mai arrivati in tribunale a causa della prescrizione o perché affidati a procedimenti interni della Chiesa.

    https://tgverona.telenuovo.it/home/2025/10/25/abusi-sessuali-del-clero-in-italia-oltre-mille-preti-coinvolti-in-veneto-88-casi-e-572-vittime

  • “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

    Esclusiva del Fatto – Paolo Frosina  30 Ottobre 2025

    Avvertimento. La Relatrice speciale chiede varie modifiche al testo: “La proposta rischia di violare gli obblighi internazionali dell’Italia”

    “Questa proposta di riforma potrebbe privare il pubblico ministero dello status e della garanzia di indipendenza esterna che la Costituzione attualmente assicura attraverso il principio di unità della magistratura, il quale implica un insieme comune di garanzie per giudici e pubblici ministeri e un unico Consiglio superiore”. Stavolta non è una “toga rossa” o un leader di opposizione a mettere in guardia dai rischi del Ddl costituzionale sulla separazione delle carriere, che oggi otterrà al Senato l’ultimo dei quattro via libera necessari in Parlamento prima del referendum. L’appello a ripensare il progetto, rivolto direttamente a Giorgia Meloni, arriva da Margaret Satterthwaite, 56enne giurista statunitense – dirige il Centro di ricerca sulla giustizia globale alla New York University – e dal 2022 Relatrice speciale delle Nazioni Unite sull’indipendenza di giudici e avvocati (lo stesso ruolo che Francesca Albanese ricopre per i territori palestinesi occupati). In una lettera inviata alla premier lo scorso 23 ottobre – che il Fatto pubblica in anteprima – Satterthwaite invita il governo “a un attento riesame delle modifiche” apportate alla Carta, “affinché la proposta sia pienamente conforme agli obblighi internazionali” sottoscritti dall’Italia in sede Onu, e in particolare all’articolo 14 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che tutela il diritto di ogni individuo a essere processato da magistrati indipendenti.

    Nel testo della missiva – sei pagine su carta intestata del Palazzo delle Nazioni di Ginevra – la Relatrice esprime preoccupazioni su tutti i contenuti della riforma, a partire dallo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due nuovi organi, uno per i giudici e uno per i pm: “Occorre prestare la massima attenzione affinché i nuovi consigli restino liberi da influenze politiche e da possibili controlli da parte degli altri poteri dello Stato. È inoltre essenziale garantire che la divisione non renda giudici e pubblici ministeri più esposti a pressioni esterne”, scrive Satterthwaite. Giudizio duro anche sul sorteggio previsto per i membri togati, cioè magistrati, dei futuri Csm: “Le procedure di nomina proposte rischiano di compromettere la legittimità democratica dei consigli, poiché ridurrebbero il ruolo di giudici e pubblici ministeri nella scelta dei propri rappresentanti”, nota la giurista. In base agli standard europei, ricorda infatti, “almeno la metà dei membri” degli organi di autogoverno delle toghe “dovrebbe essere composta da giudici eletti dai propri pari. La procedura proposta”, invece, “non assicura l’elezione da parte dei pari e solleva quindi serie perplessità”, afferma. “Particolarmente preoccupante”, poi, è definita la disciplina della nuova Alta Corte disciplinare, che giudicherà sugli illeciti professionali dei magistrati al posto del Csm: contro le sue sentenze, infatti, non sarà più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte. E ciò, scrive Satterthwaite, viola una delle garanzie di indipendenza della magistratura previste a livello internazionale, cioè “il riesame indipendente” delle decisioni che comportano la sospensione o la rimozione dall’incarico.

    La presa di posizione dell’Onu non è qualcosa che il governo possa liquidare facilmente. Non si tratta infatti “né di un atto dovuto, né di un automatismo: la Relatrice interviene solo quando ritiene che un progetto normativo possa incidere sull’autonomia del potere giudiziario”, spiega Monica Mastrandrea, componente della giunta dell’Associazione nazionale magistrati e delegata agli ultimi vertici internazionali tra le toghe. “Che ciò avvenga oggi nei confronti dell’Italia è un fatto che merita attenta riflessione: significa che la riforma viene ritenuta potenzialmente dannosa per gli equilibri democratici”, segnala. Quello delle Nazioni Unite, conclude, è quindi “un richiamo al dovere di preservare i principi che sorreggono la nostra democrazia: l’indipendenza dei giudici come garanzia ultima della libertà dei cittadini”.


    Il controllo non è garanzia – Andrea Fabozzi  30/10/2025

    Giustizia e potere Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni

    Dal primo voto all’ultimo, nel giro di appena nove mesi, la destra al governo porta a conclusione un progetto di riforma costituzionale che abitualmente richiede tempi assai più lunghi e che lei stessa ha inseguito – nella sostanza – per oltre trent’anni. Ci riesce adesso senza ostacoli e senza dover spostare una sola virgola nella sua proposta originaria, il che la dice lunga sul presunto potere di interdizione parlamentare (e spiega anche perché del famoso premierato che aumenterebbe ancora i poteri del governo non c’è più urgenza). Il ministro presunto vincitore, Nordio, con l’abituale grazia trova comunque il modo di infierire sulle «litanie petulanti» dell’opposizione. E probabilmente di peggio potremmo vedere oggi, avendo la maggioranza deciso di celebrare l’ultimo sì alla separazione delle carriere dei magistrati con un spettacolo di piazza. Magari piove.

    È la destra stessa a chiamare gli elettori perché si pronuncino sulla “sua” riforma con il referendum. È un rovesciamento della procedura di garanzia prevista dalla Costituzione, non è inedito – lo fece Renzi nel 2016 – ma resta preoccupante. Se infatti cambiare la Carta prevede diverse cautele, quattro votazioni parlamentari e un eventuale referendum popolare, è perché eletti ed elettori possano avere tempo e modo di meditare bene sul testo. In questo caso invece la riforma porta la firma del governo, non è stata modificata in nulla ed è ancora il governo a volere che sia «confermata» dal popolo. A chiedere un voto popolare contro dovrebbe essere chi non è riuscito a fermarla in parlamento, sono invece gli stessi autori a invocare un voto a favore. È più un plebiscito che un referendum.

    Ma soprattutto è un trucco, un tentativo di adulterare la logica della procedura di revisione costituzionale e il racconto di questa. Perché il referendum si sarebbe fatto in ogni caso, visto che la destra non ha raccolto sulla “sua” riforma il numero di voti parlamentari necessario per una promulgazione diretta. Non lo ha nemmeno cercato, escludendo a prescindere qualsiasi correzione e qualsiasi mediazione. Dunque è una riforma costituzionale della giustizia a immagine e somiglianza della destra questa che andrà approvata o respinta in primavera in un’alternativa secca.

    Memore di precedenti fallimenti (di nuovo Renzi), Meloni vuole evitare di trasformare il referendum in un voto su se stessa. In una certa misura sarà comunque un primo tempo delle elezioni politiche, è chiaro però che la destra proverà a chiedere un voto «nel merito». Ma quale merito? La domanda intorno alla quale sarà costruita la campagna per il sì, è già chiaro, punterà a una semplificazione estrema: vi piace o non vi piace la giustizia italiana per come funziona adesso? Con il corollario di un altro riduzionismo anche questo assai furbo: siete favorevoli o contrari ai magistrati? È certo che se le domande fossero davvero queste, le chance per la vittoria del sì non sarebbero affatto basse e con buoni argomenti.

    Ma il referendum chiede altro e lo sforzo di giudicare nel merito va fatto fino in fondo. La riforma infatti non è nemmeno una separazione pura e semplice delle carriere dei magistrati, le cui funzioni sono da tempo già nettamente distinte. Prevede almeno altre due novità sulle quali si sorvola un po’ troppo: l’indebolimento, mediante divisione e umiliazione (il sorteggio), dell’organo che consente ai magistrati di autogovernarsi e dunque di mantenere l’indipendenza dal potere politico. E l’introduzione di una corte disciplinare («Alta», ma anche questa estratta a sorte) con lo stesso obiettivo di mortificare l’autonomia delle toghe. Le quali, va detto, talvolta sembrano ricordarsi della loro indipendenza più in occasione della discussione delle riforme che nella fase di ordinaria interpretazione della legge. Per esempio quando sotto gli occhi di procure e tribunali finisce la sorte dei più deboli, di chi è marginale o migrante, di chi non può permettersi una difesa all’altezza, di chi si trova contrapposto agli apparati dello Stato. Questo però non può essere un argomento per desiderare meno autonomia, casomai il contrario.

    Perché c’è poco da fare, se con la riforma si separassero definitivamente i pubblici ministeri dai giudici non si realizzerebbe solo una premessa teorica del «giusto» processo – il quale ha tanti e tali fattori di crisi nel nostro paese che resterebbe comunque un pio desiderio, privato innanzitutto delle risorse per potersi realizzare (le riforme costituzionali si fanno perché a costo zero). Ma si costruirebbe una nuova classe di pubblici accusatori con nessun altro scopo che cercare prove per portare a processo ed, eventualmente, ottenere condanne. Una classe che molto presto ci troveremo persino a sperare che venga messa sotto il controllo del governo, com’è negli altri paesi dove c’è la separazione, altrimenti sarebbe del tutto irresponsabile. Un veloce ripasso sugli ultimi video della presidente del Consiglio e di mezzo governo che gridano al golpe ogni volta che un magistrato prende una decisione che spiace alla maggioranza o non esegue prontamente quanto decretato da palazzo Chigi spiega perché in Italia dobbiamo al contrario ancora difenderci dal rischio di una giustizia addomesticata al potere.

    Con questa separazione delle carriere approvata definitivamente, il Pm diventerebbe il nemico professionale dei giudici e degli imputati, una figura del tutto fuori dall’orizzonte delle garanzie (quella che un tempo si chiamava la «cultura della giurisdizione»), più adatta a incarnare le virtù dell’accusatore non solo in tribunale ma anche fatalmente nel dibattito pubblico. Non c’è contraddizione nel fatto che la destra abbia un’attrazione fatale per questo genere di sceriffo con la toga e desideri renderlo la regola. Contraddizione sarebbe se un magistrato con queste attitudini dovesse diventare l’emblema della campagna del no. Eviteremo.

    “A RISCHIO INDIPENDENZA DEI PM”: L’ONU BOCCIA LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE da IL FATTO e IL MANIFESTO

  • Nota di chiarimento di Ricardo Coronado: “Prevost ha condotto le indagini contro di me”

    Nota di chiarimento di Ricardo Coronado: “Prevost ha condotto le indagini contro di me”

    Lima, 27 ottobre 2025

    Gentile Infovaticana
    Madrid-Spagna
    (via e-mail)

    Egregi Signori:

    Ho seguito con attenzione – e generale acquiescenza – la serie di articoli dedicati a svelare quella che voi chiamate generosamente opacità – io la chiamerei oscurità – del caso “Lute” e del coinvolgimento dell’allora vescovo Robert Prevost. Come è ovvio, il mio precedente ruolo di avvocato delle vittime mi ha pienamente coinvolto.

    Tuttavia, oggi è stato pubblicato un articolo intitolato: “La Chiesa ha lasciato le vittime del pedofilo Lute senza un avvocato, dopo averlo radiato dall’albo con metodi poco trasparenti”. L’articolo contiene un’affermazione inesatta e che potrebbe dare adito a ulteriori sospetti. Dice:

    “…la testimonianza di un adulto, identificato dalle iniziali MVT, che ha raccontato un incontro personale con Coronado a Lima di natura intima, sebbene senza consumazione “piena”, la cui natura sessuale è negata da Coronado, nonché alcune conversazioni oscene su Facebook.”

    Un dettaglio importante che, fino ad ora, mi era sconosciuto è che questa persona, secondo il National Catholic Reporter nel suo articolo del 29 settembre, Esclusiva: la critica di Papa Leone ora afferma che il suo avvocato potrebbe aver avuto un’agenda segreta | National Catholic Reporter , era assistita dallo stesso Prevost:

    “Prevost ha guidato l’indagine sul presunto reato di Coronado-Arrascue durante il mandato del futuro papa come capo della commissione episcopale peruviana per l’audizione delle vittime di abusi, ha detto a NCR una fonte direttamente coinvolta nell’indagine.”

    Tradotto:

    “Prevost ha guidato l’indagine sul presunto reato di Coronado-Arrascue durante il mandato del futuro papa come capo della commissione episcopale peruviana per l’ascolto delle vittime di abusi, ha detto a NCR una fonte direttamente coinvolta nell’indagine.”

    Questi due paragrafi meritano le seguenti precisazioni:

    Questa persona, che ormai si avvicina ai cinquant’anni, non può essere considerata affatto una vittima. Semmai, sono stato vittima sia di lei che della persona che l’ha consigliata, instillando in lei un risentimento che ha cercato di mitigare nel caso Lute, che il vescovo Prevost ha senza dubbio insabbiato.

    Prevost ha condotto l’indagine contro di me , l’avvocato che stava indagando sulla propria negligenza; ed è Prevost stesso che chiede la mia squalifica.

    La presunta intimità di cui parli nel tuo articolo mi sembra assolutamente sbalorditiva. Delle tre volte che ho visto questa persona, due erano in pubblico perché partecipava alle messe che celebravo e mi molestava mentre uscivo dalla chiesa.

    L’unica volta che ho voluto parlare con MVT, questa persona ha voluto oltrepassare i limiti con il pretesto di essere un’esperta in terapie di cui avevo realmente bisogno.

    L’aggiunta “senza piena consumazione” francamente ha senso solo per chi è fuori dal mondo. Posso affermare con sincerità di non aver mai toccato quella persona in alcun modo, se non stringendole la mano o qualcosa di simile come parte di un saluto pubblico.

    Per quanto riguarda i messaggi di Facebook, devo dire che sono completamente modificati: le versioni utilizzate dal vescovo di Cajamarca, presumibilmente utilizzate a Roma per tutelare gli interessi di Prevost, mancano delle formalità necessarie per essere considerate prove ammissibili in tribunale. Le parti presumibilmente scritte da questa persona sono illeggibili, mentre i commenti presumibilmente miei, pieni di volgarità, sono perfettamente leggibili. I messaggi utilizzati nel procedimento sono privi di metadati. L’identità del mittente, la data e l’ora dell’invio sono sconosciute. Sono stati, naturalmente, respinti dal giudice del tribunale peruviano e sarebbero respinti in qualsiasi ordinamento civile; eppure sembrano essere la base per una sanzione nel screditato sistema di diritto canonico!

    Per questo motivo, vi chiedo di pubblicare questa corrispondenza in modo che non si insinui in alcun modo che io abbia avuto una relazione permanente, intima, sessuale o romantica con qualcuno, tanto meno un matrimonio di fatto, o che abbia vissuto nel peccato pubblico.

    Colgo l’occasione per sottolineare il possibile peccato pubblico, continuo e permanente, dell’allora vescovo Prevost e invitarlo alla conversione. Il mio forte sospetto e timore è che colui che abbiamo oggi come “Papa” possa aver utilizzato i seguenti vescovi e istituzioni nel modo seguente:

    Al vescovo di Cajamarca, Circuncisión Martínez Chuquizana, che fin dall’inizio della mia reincorporazione nella diocesi mi ha attivamente molestato e ha avviato un’indagine utilizzando il canone 277 come se fosse un canone penale.
    Al vescovo Victor Emiliano Villegas Suclupe di Chota, che non ha alcuna autorità su di me, né aveva alcuna autorità per intimidirmi e umiliarmi nella mia città natale.
    Molto probabilmente anche il vescovo James Golka di Colorado Springs, che mi ha penalizzato con un decreto senza avere autorità su di me e ha così oscurato il mio abbondante e positivo contributo in quella diocesi.
    La conferenza episcopale peruviana, tramite il suo superiore di allora, il “Prefetto del Dicastero dei Vescovi”, al quale le conferenze erano soggette, di attaccarmi illegalmente.
    Al Dicastero per il Clero, di cui Prevost era membro durante il “processo” contro di me. Ha permesso al Vescovo Golka di modificare il suo decreto senza informarmi della mia difesa, e poi ha abusato del suo diritto come descritto di seguito.
    Di tutto questo, l’unico e vero beneficiario è solo ed esclusivamente Robert Prevost, e le vittime siamo Ana María Quispe, le altre vittime e io.

    Se così fosse, il peccato pubblico di Prevost diventerebbe ancora più grande a causa della sua calunnia e soprattutto a causa delle sue menzogne ​​e del suo uso proditorio del potere in tribunale per ottenere una posizione immorale. ( Cfr. 2476 Catechismo della Chiesa Cattolica ).

    Infine, non posso accettare una dimissione “istruita” dal Dicastero per il Clero senza le formalità di un processo, né le garanzie inerenti a un ordinamento giuridico civile: senza il rispetto del diritto alla difesa, senza la conoscenza delle accuse e degli accusatori, senza il rispetto dei principi di legalità e del giusto processo. Nulla di tutto ciò è stato osservato e, quel che è peggio, mi viene chiesto di fare un atto di fede per accettare ciò che non è nemmeno provato: che Bergoglio abbia firmato il decreto in questione. Devo forse ammettere che questo processo manifestamente viziato sia valido?

    Grazie mille per l’attenzione.