Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Il vescovo Alain rilegge con catt.ch la vicenda del prete ticinese reo di abusi

    Vescovo Alain, qual è la sua prima reazione a conclusione del processo al prete ticinese accusato di abusi e condannato a 18 mesi con la condizionale?

    È una condanna che conferma la commissione di reati, peraltro ammessi dallo stesso prete. Quindi è appurato che ci sono stati abusi. Rimango molto addolorato per tutte le persone coinvolte.

    Durante il processo è emersa come fondamentale la testimonianza del primo giovane che ha rotto il silenzio. Lei ha incontrato il giovane in questione che tra l’altro – come appreso al processo – è venuto da lei preoccupato anche per il pericolo in cui poteva incorrere un minore a lui vicino. Cosa l’ha colpita di questa testimonianza?

    La difficoltà di una persona che ha avuto ammirazione nei confronti di chi stava denunciando, che aveva fiducia nell’altro e che ora vive la distruzione di questa fiducia. C’è un disagio profondo che ha vissuto e percepito dovendo denunciare una persona che lo ha fatto crescere nella fede. Va detto che il giovane è stato anche aiutato da qualcuno a lui vicino ed interno al mondo ecclesiale a cui si è confidato e con il quale ha preso coscienza della gravità dei fatti vissuti.

    Al processo è emerso che ci sono altre vittime coinvolte, anche dei minori. Quale attenzione ora la Chiesa che è in Ticino sente di rivolgere a questi ragazzi?

    C’è sempre da parte nostra la disponibilità ad accogliere chi desidera condividere un disagio personale. La Diocesi ora collabora ufficialmente con la LAV. La procedura presso la LAV avviene confidenzialmente, la persona viene aiutata gratuitamente, in modo professionale, con la garanzia di una totale indipendenza dalla Chiesa, di totale libertà e di assoluta discrezione. Sempre la LAV si occupa di avviare con le persone vittime le procedure per il risarcimento dovuto dalla Chiesa. Poi c’è il GAVA, un luogo di dialogo con persone che hanno subito questo stesso tipo di abuso e che si mettono a disposizione di altri. Lo raccomando di cuore!

    Il GAVA – proprio in queste ore – ha rilasciato un comunicato nel quale sottolinea che la gravità dell’abuso non è definibile con criteri solo quantitativi (le volte che uno viene toccato) o qualitativi (le modalità dell’atto). Lei, che ha incontrato anche in altre occasioni delle persone vittime, condivide questa considerazione?

     La sofferenza soggettiva non si può misurare. La sofferenza e il vissuto della persona prima della situazione dell’abuso, c’entrano con la sofferenza provocata dall’abuso. Tutte le persone sono diverse tra loro, ma la sofferenza c’è sempre. Talvolta una persona può rendersi conto di aver subito un abuso molto tempo dopo aver subito l’atto, ma quando se ne rende conto, quella persona soffre. Non è una sofferenza misurabile su una scala: è una sofferenza personale e capibile personalmente.

     Il presbitero – che in sede processuale si è detto pentito e ha chiesto perdono per i “gravi errori commessi e per la sofferenza arrecata non solo alla vittime ma a tutta la Chiesa in Ticino” – ora dovrà affrontare una procedura canonica. Cosa lo aspetta da parte della giustizia della Chiesa?

    Il caso implica dei minorenni quindi la competenza è di Roma. Roma, per emettere il suo giudizio, avrà a disposizione anche la sentenza e gli atti del processo civile.

    Quindi ci sarà un processo canonico a Roma?

    Ci sarà una procedura canonica, che può implicare o meno un processo, a seconda di quanto Roma deciderà.

    Roma dovrà attendere l’esito del ricorso del Pubblico ministero?

    Noi informiamo Roma, mandiamo tutta la documentazione, poi sarà Roma a decidere.

     Il prete in questione è rientrato a casa, potrà celebrare Messa e svolgere attività pastorale con adulti, dato che il giudice gli vieta solo ogni contatto con i minori?

    Al momento è sottoposto da parte della Chiesa alla misura cautelare di proibizione del ministero sacerdotale; quindi, non può svolgere attività pastorali o celebrare, questo fino a quando ci sarà la comunicazione dell’esito della procedura canonica.

     La diocesi come lo accompagna in questo periodo? 

    La Chiesa deve sempre accompagnare i figli che sbagliano, anche chi ha commesso un crimine, senza mai sostituirsi alla giustizia civile, e far sì che vengano aiutati per fare verità in loro stessi e sanare tutta la loro vita.

     Nella sentenza è stato deciso che il presbitero segua un accompagnamento di carattere psicologico. Questo, ora, dipende da lui o dalla Diocesi?

    Da lui, in obbedienza alla sentenza del tribunale che è indirizzata a lui. La Diocesi può essere di aiuto.

     Al processo si è parlato del vescovo Lazzeri. Il giovane – che poi è venuto da lei nel 2024, è emerso che si era rivolto nel 2021 già a Lazzeri per segnalare una situazione di grave disagio vissuto (da adulto) con il prete. Al processo si è parlato di un aiuto messo a disposizione dal vescovo Lazzeri al presbitero. Cosa non ha funzionato, secondo lei?

    La decisione è stata presa secondo le conoscenze che aveva la Curia in quel momento, prendendo le misure del caso e indirizzando il prete da uno psicologo dove è andato. Il giovane, adulto al momento dei fatti, decise di non denunciare.

    Cosa insegna questa vicenda alla Chiesa in Ticino?

    Ci insegna ad avere sempre un’attenzione molto grande a chi esprime disagio, non solo nell’ambito dell’abuso sessuale, ma anche nell’abuso di potere e spirituale. Bisogna promuovere la libertà di parola nelle relazioni spirituali. Abbiamo già iniziato nei Vicariati un percorso di prevenzione rivolto ai preti e lo abbiamo fatto anche con il personale della Curia e con i colleghi della Conferenza missionaria. E proseguiamo.

     Cosa pensa della decisione del Consiglio di Stato dell’obbligo di denuncia nella legge cantonale sulla Chiesa cattolica e riformata in Ticino?

    Mi sembra giusta. Se lo Stato ha l’obbligo di informare la Chiesa quando un membro del clero viene accusato, deve esserci anche l’obbligo da parte della Chiesa di denunciare un caso allo Stato. Si tratta di un aspetto previsto dal diritto canonico e che ora viene applicato alla legge cantonale sulla Chiesa.

    https://catt.ch/newsi/il-vescovo-alain-rilegge-con-cattch-la-vicenda-del-prete-ticinese-reo-di-abusi

  • Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Luis Badilla – Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

    Padre Carlo Alberto Capella, in queste settimane, ha finito di scontare i cinque anni di galera in Vaticano perché colpevole di possesso e traffico di materiale pedopornografico. Senza più il titolo di monsignore, è tornato a lavorare presso la Seconda Sessione della Segreteria di Stato dove anni fa aveva cominciato la sua carriera ecclesiastica nell’ambito dell’apparato internazionale della Sede Apostolica. In realtà, Capella quando era agli arresti in una stanza della caserma della Gendarmeria vaticana lavorava già presso gli Uffici dell’Elemosiniere del Santo Padre.

    Ora, pagato il debito con la giustizia, il presbitero nato a Carpi nel 1967, ordinato a Milano nel 1993 da dove per consiglio del card. Carlo Maria Martini sbarcò nella Segreteria di Stato, è stato reintegrato tra i dipendenti della Sede Apostolica con l’obbligo di rispettare severamente alcune restrizioni legate alla natura dei suoi delitti.

    La condanna

    Capella, accusato “di pedopornografia nelle particolari fattispecie previste e punite dagli articoli 10 e 11 della legge n. VIII del 2013 (detenzione e scambio di materiale pedopornografico con l’aggravante dell’ingente quantità)”, fu rinviato a giudizio il 9 giugno 2018. La prima udienza si tenne presso il Tribunale Vaticano il 22 giugno. Il giorno dopo, Capella venne condannato a 5 anni di carcere più 5mila euro di multa. (Comunicato vaticano)

    Allora, dopo la sentenza, Vatican News riferiva: “Prima della sentenza è intervenuto  anche mons. Capella. Come aveva fatto già nella fase istruttoria, ha ammesso di aver compiuto “atti compulsivi di consultazione impropria di internet”. Gli errori commessi – ha affermato – sono evidenti. Ha aggiunto di essere dispiaciuto per quanto questo periodo di debolezza abbia inciso nella vita della diocesi, della Chiesa e della Santa Sede. Sono pentito e rammaricato e sono addolorato – ha poi detto mons. Capella – per la mia famiglia. Spero che questa situazione – ha proseguito – possa essere considerata un incidente di percorso nella mia vita sacerdotale, che amo ancora di più. Voglio proseguire – ha concluso – nel cammino riabilitativo.”

    La notizia sette anni fa.

    Il 7 aprile 2018 la Sala stampa vaticana pubblicò a sorpresa questo comunicato che causò gran rumore mediatico: “Questa mattina, su proposta del Promotore di Giustizia, il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano ha emesso un mandato di cattura a carico di Mons. Carlo Alberto Capella. Il provvedimento è stato eseguito dalla Gendarmeria Vaticana. L’imputato è detenuto in una cella della caserma del Corpo della Gendarmeria, a disposizione dell’autorità giudiziaria. L’arresto giunge al termine di un’indagine del Promotore di Giustizia. Il Giudice Istruttore ha ordinato il provvedimento sulla base dell’articolo 10, commi 3 e 5, della legge VIII del 2013”.

    Il nome di Capella nell’Annuario pontificio 2025

    Le redazioni di pubblicazioni cattoliche, in queste settimane, hanno pubblicato alcuni articoli che sostanzialmente, seppure con linguaggio morbido, contestano il fatto che mons. Capella – che ha subìto anche un processo canonico – sia stato riammesso negli uffici della Segreteria di Stato. Queste analisi riportano numerose frasi di critica, perplessità e rifiuto, ma sempre attribuite a fonti anonime identificate al massimo con le diciture “persone vicine al dossier o fonti vicine alla Segreteria di Stato”. The Pillar che si è occupato della vicenda scrive: “Una fonte a conoscenza diretta della situazione ha ricordato che Capella fu portato nell’ufficio della Segreteria di Stato dall’arcivescovo Paul Gallagher, capo della seconda sezione e ministro degli esteri del Vaticano”. Il ritorno in Segreteria “è stato chiaramente presentato come un atto di misericordia”, ha detto il funzionario. “L’intenzione era che quest’uomo, che non era stato ridotto allo stato laicale ma che chiaramente non poteva tornare nella sua diocesi o prestare servizio in una parrocchia, potesse collaborare all’ufficio e rimanere in Vaticano, dove è di fatto isolato, ma senza un ufficio formale”.

    Le due fonti di The Pillar affermano “che l’intesa iniziale prevedeva che Capella avrebbe lavorato come speechwriter e avrebbe contribuito alla stesura di relazioni senza una designazione ufficiale, un incarico o un grado. Ma qualcosa sembra essere cambiato di recente, con l’edizione del 2025 dell’Annuario Pontificio che elenca formalmente il sacerdote tra i funzionari della sezione diplomatica. Capella è classificato tra i minutanti ovvero gli impiegati senior, e il suo nome compare accanto a quello di diversi capi sezione del dipartimento.”

    Sempre The Pillar, con riferimento alla comparsa del nome di Capella nell’Annuario Pontificio 2025, conclude: “Tutti quelli che conoscono la vicenda credono che questo sia oltre il limite, nessuno capisce come sia stata presa questa decisione”, ha detto il funzionario. “Questo è l’opposto di quello che avrebbe dovuto essere lo scopo, ovvero che potesse rendere un servizio utile pur vivendo una vita appartata, senza dare scandalo”.

    Ontario. Natale 2016

    Le allora presunte attività illegale di Carlo Alberto Capella sono state individuate nel 2016 dalla rete di collaborazione tra la Polizia statunitense e quella canadese specializzata nella lotta contro la pedopornografia digitale. Da subito il caso richiamò l’attenzione prioritaria sia negli Usa sia in Canada. In particolare i sospetti più pesanti contro le attività dell’allora Monsignore Capella in rete sorsero a Windsor (Ontario, Canada) durante il periodo natalizio del 2016. A partire da quel momento il pedinamento digitale e il monitoraggio del dipendente vaticano della Nunziatura a Washington divenne costante e le Polizie statunitense e canadese strinsero un coordinamento ferreo, da subito in contatto con la Santa Sede, con il Nunzio Christophe Pierre (in carica dall’aprile 2016).

    Accordi con il Vaticano

    La situazione si era molto complicata. Il Canada voleva e chiedeva l’arresto e l’estradizione di Capella che ormai era rientrato a Washington. Gli Stati Uniti volevano arrestarlo ma senza crear frizioni con la Santa Sede. L’arresto o l’estradizione complicavano moltissimo i rapporti tra Vaticano, il Canada e la Casa Bianca, dove il 16 gennaio si insediava il Presidente Trump.

    Mons. Capella era un diplomatico vaticano, cosa non trascurabile perché godeva dell’l’immunità, ma era imputato con numerosissime prove di reati gravissimi in qualsiasi codice penale, accuse anche pesanti moralmente per un sacerdote della Chiesa Cattolica impegnata dal Papa stesso nella lotta contro la pedofilia tra i membri del clero.

    In questo contesto è nata la possibilità di spedire mons. Capella in Vaticano, discretamente, in virtù di accordi politici e diplomatici, sorpassando le leggi locali, e quindi lasciando al Papa in persona ulteriori decisioni.

    Il processo fu una formalità necessaria. In realtà da subito era tutto chiaro e così Capella fu portato in Vaticano con la condanna scritta in tasca. Era l’accordo con il Vaticano.

    Da ricordare che allora, gennaio 2017, la Casa Bianca aveva da poche settimane un nuovo inquilino: Donald Trump.

    Nota. Capella era stato assegnato alla nunziatura pontificia in India nel 2003 e alla nunziatura a Hong Kong nel 2007. Nel 2008 venne creato Cappellano di Sua Santità, decisione che gli ha conferito quindi il titolo di monsignore. Nel 2011 è stato trasferito in Vaticano per prestare servizio presso la Segreteria di Stato. Poi, nel 2016 è stato assegnato alla nunziatura pontificia negli Stati Uniti. Non molto tempo dopo, nel 2017, Capella fu richiamato in Vaticano senza apparente causa e senza che venissero precisati eventuali nuovi compiti. Nel frattempo, con estremo riserbo gli Stati Uniti, avevano informato la Santa Sede che mons. Capella era sotto inchiesta per possesso e condivisione di materiale pedopornografico. Il Canada emise addirittura un mandato di arresto nei suoi confronti, sostenendo che durante una visita in Canada nel dicembre 2016 aveva posseduto e condiviso materiale pedopornografico.

    Luis Badilla. Monsignore pedofilo reintegrato in Segreteria di Stato e rimesso nell’Annuario Pontificio

  • Sacerdote accusato di abusi sessuali su un minore, arrestato dai carabinieri in provincia di Cosenza

    Sacerdote accusato di abusi sessuali su un minore, arrestato dai carabinieri in provincia di Cosenza

    REGGIO CALABRIA – Il prete è stato arrestato in provincia di Cosenza dai carabinieri di Reggio Calabria. I militari hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria ed il religioso è gravemente indiziato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un minore, in riferimento a circostanze risalenti al biennio 2015 – 2016 e andate avanti sino al 2020 (dopo il raggiungimento della maggiore età da parte del giovane).

    L’indagine si è sviluppata attraverso un’articolata attività investigativa, basata su riscontri testimoniali, acquisizioni documentali e attività tecniche. Gli accertamenti hanno consentito di far emergere un quadro complesso e delicato, ricostruendo una vicenda che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe avuto origine all’interno di una comunità parrocchiale reggina.
    Prima solo attenzioni, poi gli episodi di violenza sessuale

    La vittima, all’epoca dei primi episodi un ragazzo di 16 anni, frequentava le attività pastorali e aggregative della parrocchia, organizzate proprio dal sacerdote arrestato. L’uomo, approfittando del proprio ruolo e della condizione di disagio familiare vissuta dal giovane, avrebbe instaurato una relazione ambigua, inizialmente alimentata da adulazioni e attenzioni, poi degenerata in episodi di violenza sessuale vera e propria, consumati in luoghi appartati della struttura ecclesiastica.
    La ‘benedizione alla vittima’ e il ‘perdono’

    Secondo quanto ricostruito dai militari di Reggio Calabria, il sacerdote si sarebbe servito della propria posizione per manipolare emotivamente il ragazzo, facendolo sentire legato spiritualmente e moralmente alla figura del proprio “padre guida”. Un rapporto in cui – secondo le indagini – si sovrapponevano momenti di liturgia, di confidenza, e di abuso. In alcuni casi, dopo aver consumato gli atti sessuali, il religioso avrebbe persino impartito una benedizione alla vittima, chiedendo “perdono” per l’accaduto.

    Nel corso delle attività investigative è emerso come il ragazzo, pur vivendo con disagio e sofferenza quanto subito, faticasse a ribellarsi, paralizzato da un sentimento di soggezione e dal timore di perdere il legame con la comunità parrocchiale. Una condizione di subordinazione che il sacerdote – figura di grande carisma e autorevolezza nel contesto ecclesiastico – avrebbe saputo alimentare con strategia e consapevolezza, fino a rendere il giovane incapace di opporsi.
    Il trasferimento in provincia di Cosenza

    L’inchiesta ha consentito inoltre di documentare che, anche dopo il trasferimento del sacerdote in una parrocchia della provincia di Cosenza, questi avrebbe continuato a svolgere attività a stretto contatto con minori. Il sacerdote è stato tradotto presso la casa circondariale competente, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.
    Le precisazioni della Diocesi di Cosenza – Bisignano

    In merito all’arresto del sacerdote la Diocesi di Cosenza – Bisignano ha diffuso delle precisazioni che riguardano sia il religioso che l’accaduto in sè. “I fatti a cui si riferiscono le notizie sono accaduti alcuni anni fa nel territorio di Reggio Calabria e il soggetto interessato è un religioso e non un sacerdote diocesano, pertanto sottoposto alla giurisdizione del suo Superiore provinciale” si legge nella nota diffusa.

    La Diocesi ha inoltre precisato che l’ordine di appartenenza del religioso “ha seguito l’iter previsto in questi casi a livello canonico e successivamente lo aveva trasferito in un convento del nostro territorio dove è stato raggiunto, in seguito alle indagini delle autorità civili preposte, da provvedimento dell’Autorità giudiziaria e di conseguenza sottoposto a provvedimento restrittivo per presunta violenza”.

    “L’Arcivescovo, il presbiterio e l’intera comunità diocesana – si legge in conclusione – esprimono grande dolore, attenzione e vicinanza per la vittima della vicenda, per l’Ordine di appartenenza e confida nel lavoro attento ed oculato della Magistratura”. Luigi Grisi

    https://www.quicosenza.it/news/calabria/sacerdote-accusato-di-abusi-sessuali-su-un-minore-arrestato-dai-carabinieri-in-provincia-di-cosenza

  • REGGIO CALABRIA – ABUSI SU UN MINORE NELLA PARROCCHIA: SACERDOTE ARRESTATO DAI CARABINIERI. I FATTI RICOSTRUITI IN UNA LUNGA INDAGINE TRA TESTIMONIANZE E RISCONTRI DOCUMENTALI

    REGGIO CALABRIA – ABUSI SU UN MINORE NELLA PARROCCHIA: SACERDOTE ARRESTATO DAI CARABINIERI. I FATTI RICOSTRUITI IN UNA LUNGA INDAGINE TRA TESTIMONIANZE E RISCONTRI DOCUMENTALI

    È stato arrestato in provincia di Cosenza dai Carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria un sacerdote, raggiunto da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal G.I.P. del Tribunale di Reggio Calabria. Il religioso è gravemente indiziato – fatte salve le diverse valutazioni nelle fasi processuali successive – del reato di violenza sessuale aggravata nei confronti di un minore, in riferimento a circostanze risalenti al biennio 2015 – 2016 e protrattesi sino al 2020 (dopo il raggiungimento della maggiore età da parte del giovane).

    L’indagine, avviata dai militari dell’Arma e coordinata dalla Procura della Repubblica di Reggio Calabria diretta dal Procuratore f.f. dott. Giuseppe Lombardo, si è sviluppata attraverso un’articolata attività investigativa, basata su riscontri testimoniali, acquisizioni documentali e attività tecniche. Gli accertamenti hanno consentito di far emergere un quadro complesso e delicato, ricostruendo una vicenda che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbe avuto origine all’interno di una comunità parrocchiale reggina.

    La vittima, all’epoca dei primi episodi un ragazzo di 16 anni, frequentava le attività pastorali e aggregative della parrocchia, organizzate proprio dal sacerdote arrestato. L’uomo, approfittando del proprio ruolo e della condizione di disagio familiare vissuta dal giovane, avrebbe instaurato una relazione ambigua, inizialmente alimentata da adulazioni e attenzioni, poi degenerata in episodi di violenza sessuale vera e propria, consumati in luoghi appartati della struttura ecclesiastica.

    Secondo quanto ricostruito dai militari della Compagnia di Reggio Calabria, il sacerdote si sarebbe servito della propria posizione per manipolare emotivamente il ragazzo, facendolo sentire legato spiritualmente e moralmente alla figura del proprio “padre guida”. Un rapporto in cui – secondo le indagini – si sovrapponevano momenti di liturgia, di confidenza, e di abuso. In alcuni casi, dopo aver consumato gli atti sessuali, il religioso avrebbe persino impartito una benedizione alla vittima, chiedendo “perdono” per l’accaduto.

    Nel corso delle attività investigative è emerso come il ragazzo, pur vivendo con disagio e sofferenza quanto subito, faticasse a ribellarsi, paralizzato da un sentimento di soggezione e dal timore di perdere il legame con la comunità parrocchiale. Una condizione di subordinazione che il sacerdote – figura di grande carisma e autorevolezza nel contesto ecclesiastico – avrebbe saputo alimentare con strategia e consapevolezza, fino a rendere il giovane incapace di opporsi.

    L’inchiesta ha consentito inoltre di documentare che, anche dopo il trasferimento del sacerdote in una parrocchia della provincia di Cosenza, questi avrebbe continuato a svolgere attività a stretto contatto con minori.

    Il sacerdote è stato tradotto presso la casa circondariale competente, a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

    Si precisa che il procedimento penale si trova nella fase delle indagini preliminari e come previsto per legge, l’uomo è da considerarsi innocente fino a sentenza definitiva. Luigi Grisi

    REGGIO CALABRIA. ARRESTO SACERDOTE

  • Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Il defunto leader mondiale gesuita non ha impedito a un noto molestatore di bambini di diventare prete – documenti del tribunale

    Pedro Arrupe, il defunto ex leader mondiale dell’ordine religioso dei Gesuiti e candidato alla santità cattolica , ha ammesso nei documenti prodotti come parte di un processo a New Orleans di essere stato avvisato di come uno degli aspiranti sacerdoti del gruppo fosse stato accusato di aver molestato sessualmente due minorenni e avesse ammesso di aver fatto delle avances sessuali a una terza.

    L’uomo fu infine ordinato sacerdote e non vi è alcuna indicazione negli atti del caso presso il tribunale statale della Louisiana che Arrupe – che coniò lo slogan dei gesuiti ” uomini per gli altri ” – abbia preso provvedimenti per impedirgli di diventare sacerdote. L’uomo fu in seguito accusato di aver molestato altri minori incontrati durante il suo ministero.

    Il coinvolgimento di Arrupe nel caso di Donald Barkley Dickerson – morto nel 2016 e due anni dopo confermato dai gesuiti come uno delle centinaia di loro membri accusati di gravi molestie su minori – iniziò verso la fine degli anni ’70. Ma è stato nuovamente messo in luce da una causa che accusa Dickerson di aver violentato una studentessa diciassettenne in un’università gestita dai gesuiti a New Orleans.

    Il caso presso il tribunale distrettuale civile di New Orleans solleva interrogativi sul fatto che Arrupe, una figura amata il cui nome è presente su numerosi premi prestigiosi e su edifici di istituzioni gesuite in tutto il mondo, abbia fatto tutto il possibile per proteggere coloro che riponevano fiducia nel suo ordine.

    Nel 2019, i funzionari ecclesiastici di Roma hanno avviato il processo di canonizzazione di Arrupe, noto per aver assistito i sopravvissuti al bombardamento atomico statunitense di Hiroshima alla fine della seconda guerra mondiale. La prima fase di questo processo ha portato Arrupe un passo più vicino a diventare santo, come lo hanno definito gli stessi gesuiti .

    Le nuove preoccupazioni riguardo ad Arrupe giungono in un momento in cui la Chiesa cattolica mondiale, nel suo complesso, invia segnali contrastanti sull’urgenza di affrontare lo scandalo degli abusi del clero che la tormenta da decenni. A giugno , Papa Leone XIV ha affermato che la Chiesa “non deve tollerare alcun… abuso”, sessuale o di altro tipo, e all’inizio di luglio il pontefice ha nominato il vescovo francese Thibault Verny a capo della Commissione consultiva vaticana per la protezione dell’infanzia.

    Tuttavia, sempre a giugno, ma in un’altra parte della Francia, l’arcidiocesi di Tolosa ha conferito l’incarico di alto rango di cancelliere a un sacerdote che era stato imprigionato dopo essere stato condannato per lo stupro di un ragazzo di 16 anni nel 1993. E a un ex diplomatico vaticano, condannato per possesso e distribuzione di immagini di abusi su minori, sarebbe stato permesso di continuare a lavorare come uno dei tanti impiegati presso la Segreteria di Stato vaticana.

    Almeno un funzionario gesuita che ha testimoniato sotto giuramento nell’ambito della causa che accusava Dickerson di aver violentato una minorenne nel campus della Loyola University di New Orleans ha affermato di essere rimasto inorridito dal modo in cui l’ordine ha ammesso il presunto pederasta tra i suoi ranghi clericali.

    “Penso che tutta la faccenda sia spaventosa”, ha affermato John Armstrong, un sacerdote che si è descritto come segretario della provincia centrale e meridionale degli Stati Uniti dei gesuiti, che comprende New Orleans, mentre un avvocato del querelante lo interrogava all’inizio di giugno.

    Nel frattempo, una dichiarazione degli avvocati che rappresentano la querelante, che racconta di essere sopravvissuta allo stupro di Dickerson in un dormitorio della Loyola, ha dichiarato che Arrupe “non dovrebbe… essere canonizzato”. Il suo nome “dovrebbe essere rimosso da ogni edificio, onorificenza o qualsiasi altra cosa che attualmente onori”, si legge nella dichiarazione degli avvocati Richard Trahant, John Denenea e Soren Gisleson, tutti avvocati di numerose persone che hanno denunciato abusi sessuali da parte di membri del clero assegnati a istituzioni cattoliche a New Orleans, la seconda diocesi più antica della Chiesa negli Stati Uniti.

    Un portavoce della provincia gesuita centrale e meridionale ha rifiutato di commentare, citando una politica che vieta la discussione di contenziosi pendenti. Né la Loyola né la diocesi di Shreveport, nella Louisiana nord-occidentale , dove Dickerson era stata assegnata durante il presunto stupro nel campus, hanno risposto immediatamente alle richieste di commento.

    “Un rischio scarso per l’ordinazione”

    Arrupe fu superiore generale dei gesuiti per 18 anni a partire dal 1965. Il 20 dicembre 1977 gli fu inviata una lettera in cui esprimeva le sue preoccupazioni riguardo a parte del passato violento di Dickerson, circa quattro anni dopo che gli era stato attribuito il merito di aver concepito il mantra duraturo dell’ordine “uomini per gli altri” – che riassumeva lo zelo dei gesuiti per il servizio alla comunità – durante un discorso ai membri nella sua nativa Spagna.

    La lettera di Thomas Stahel, confratello gesuita di Arrupe e all’epoca alto funzionario – o provinciale – della regione, che comprendeva New Orleans, racconta come Dickerson fosse appena partito per un ritiro spirituale durante il quale “fece delle avances sessuali a un ragazzo di 14 anni”. Il ragazzo, studente della scuola preparatoria del Brebeuf College, gestito dai gesuiti, a Indianapolis, lo raccontò ai suoi genitori, che a loro volta segnalarono Dickerson a Stahel.

    La lettera di Stahel chiariva di credere al ragazzo perché era almeno il terzo bambino su cui Dickerson era stato accusato di aver inflitto abusi. A quel punto, Dickerson aveva accumulato una storia di “rapporti omosessuali palesi con due ragazzi del liceo, che aveva masturbato”, si leggeva nella lettera di Stahel.

    Quando il loro cliente intentò una causa contro i gesuiti decenni dopo, Trahant, Gisleson e Denenea ottennero documenti dagli archivi regionali dell’ordine tramite accertamenti legali, che dimostravano che Dickerson aveva ammesso abusi avvenuti mentre studiava per diventare sacerdote ed era stato assegnato alla scuola superiore dell’ordine a New Orleans.

    I gesuiti lo sottoposero a cure psichiatriche da febbraio a giugno del 1975 senza denunciarlo alle autorità civili per essere indagato come molestatore di minori. Questa era la consuetudine della Chiesa cattolica all’epoca, sebbene abbia riconosciuto che tale pratica era errata e abbia cercato di riformare i propri protocolli in casi simili, anche esortando i propri leader a essere trasparenti e a denunciare i trasgressori alle forze dell’ordine.

    Dickerson completò il trattamento e ottenne la raccomandazione di un gesuita di nome Louis Lambert per essere ordinato sacerdote. Come disse Stahel, Lambert giustificò Dickerson, accusandolo di comportarsi in modo offensivo solo quando “si innervosiva”.

    Tuttavia, dopo aver appreso di un terzo episodio di abusi attribuito a Dickerson al momento in cui scrisse la sua lettera, Stahel implorò Arrupe di rinviare almeno l’ordinazione, che era prevista per due giorni dopo Natale di quell’anno.

    “Dickerson mi sembra un rischio basso per l’ordinazione”, disse ad Arrupe Stahel, noto anche per essere stato a lungo direttore della rivista America dei Gesuiti. “Non credo che possiamo, in coscienza, presentare Dickerson… come pronto per l’ordinazione”.

    Successivamente i gesuiti rinviarono l’ordinazione di Dickerson – “fino a ulteriori accertamenti sulla sua idoneità”, con l’approvazione di Arrupe, secondo la lettera di Stahel del dicembre 1977 – e lo sottoposero nuovamente a cure psichiatriche nel 1978. Nel settembre 1978, Arrupe scrisse a Lambert, dicendo di aver ricevuto la perizia psichiatrica su Dickerson.

    “Aspetterò ulteriori informazioni sul caso da parte di padre Stahel”, scrisse Arrupe.

    Arrupe non compare in nessun altro documento finora esaminato dal Guardian e dalla WWL Louisiana.

    Nel giugno 1979 e nel gennaio 1980, Stahel scrisse un paio di promemoria che descrivevano le conversazioni con Dickerson, che era stato un frate dell’ordine del Sacro Cuore prima di entrare nei gesuiti, secondo il sito web Bishop-Accountability.org . Nella prima conversazione, Dickerson affermò che “l’incidente del dicembre 1977” era stato “relativamente insignificante” e che il medico che lo aveva curato era d’accordo, scrisse Stahel.

    Nella seconda conversazione, Dickerson affermò nuovamente di ritenere che lo stesso incidente fosse “relativamente insignificante”, scrisse Stahel. Ma, continuò Stahel, Dickerson capì che “tali incidenti hanno conseguenze di vasta portata, possono causare scandalo e, in breve, devono essere considerati gravi”.

    Secondo le informazioni pubblicate dai gesuiti, Dickerson fu ordinato sacerdote nel 1980.

    Solo nel 1983 Arrupe si dimise dall’incarico di superiore generale della Compagnia di Gesù, come è formalmente conosciuto l’ordine. Aveva subito un ictus debilitante nel 1981.

    Dopo l’ordinazione, Dickerson venne assegnato alla scuola superiore preparatoria all’università dell’ordine a Dallas.

    Secondo il Dallas Morning News , i funzionari gesuiti non informarono i dirigenti del campus della loro conoscenza del fatto che Dickerson fosse un molestatore di minori. Il giornale attribuì tale circostanza a una deposizione resa da Philip Postell, un funzionario responsabile delle scuole della regione, nel contesto di un contenzioso per abusi del clero avviato molti anni dopo.

    Nel luglio 1981, Stahel ricevette una lettera da Postell che lo informava che Dickerson era stato espulso dalla scuola preparatoria del college gesuita di Dallas. I genitori di un bambino avevano denunciato un’accusa contro Dickerson alla scuola, il cui preside aveva scoperto i vari episodi di abuso precedenti, come riportato dal Dallas Morning News.

    L’accusa dei genitori era solo una delle numerose denunce di abusi su minori mosse contro Dickerson durante la sua permanenza a scuola. Postell, che è stato presidente della scuola preparatoria del college gesuita di Dallas dal 1992 al 2011, ha infine ammesso sotto giuramento che avrebbe dovuto denunciare Dickerson alle forze dell’ordine a quel punto, secondo il Morning News. Ma i leader gesuiti hanno semplicemente trasferito Dickerson circa 320 chilometri a est, nella Cattedrale di San Giovanni Berchmans a Shreveport, in Louisiana.

    Durante il suo incarico alla St. John, Dickerson visitava spesso la Loyola di New Orleans, dove aveva frequentato gli studi universitari e post-universitari, come avrebbe poi affermato in tribunale l’attore rappresentato da Trahant, Gisleson e Denenea. L’attore ha raccontato di essere stato ammesso anticipatamente alla Loyola nell’agosto del 1984 all’età di 17 anni e di aver incontrato Dickerson poco dopo l’inizio del suo primo anno.

    Dickerson iniziò presto a invitare il querelante a cena ogni settimana, insieme ad altri preti. La situazione presumibilmente degenerò in palpeggiamenti e stupri orali, anche dietro una sacrestia. Il querelante avrebbe poi dichiarato nella sua causa di essere stato infine violentato da Dickerson in una stanza del dormitorio.

    I gesuiti si liberarono finalmente di Dickerson dopo che la chiesa di Shreveport a cui era assegnato ricevette una lettera nel 1986 da una famiglia che lo denunciava per aver “toccato e palpato” il figlio in modo inappropriato, come riportato dal Dallas Morning News. Era ormai almeno la settima accusa documentata contro Dickerson, senza contare lo studente minorenne della Loyola New Orleans, che si fece avanti dopo molti anni.

    Un funzionario gesuita che si occupava della settima denuncia nota contro Dickerson redasse un promemoria per i colleghi in cui insisteva sul fatto che il sacerdote accusato meritava “di ricevere il beneficio del dubbio”.

    “Dovremmo procedere con molta cautela su un caso del genere”, ha scritto il funzionario, Edmundo Rodriguez, nel promemoria. “Per quanto riguarda la possibilità di una messa in scena, per quanto remota”, ha aggiunto il promemoria, la discussione su Dickerson dovrebbe essere limitata solo a “questo caso particolare”. Nulla dovrebbe essere discusso pubblicamente, data “la delicatezza del materiale”, ha aggiunto Rodriguez.

    Rodriguez suggerì inoltre ai gesuiti di fornire a Dickerson 10.000 dollari per le spese di sostentamento nel corso dell’anno successivo, soprattutto finché la questione era in sospeso.

    Dickerson, da parte sua, si dimise meno di una settimana dopo, affermando che lo faceva per “la sua pace e il bene della Compagnia di Gesù”.

    “Sono grato alla società per ciò che ha fatto per cercare di aiutarmi”, incluso l’invio a “terapia psicologica intensiva” presso la Foundation House di Jemez Spring, nel New Mexico, ha scritto Dickerson nelle sue dimissioni. “Ora è chiaro che queste misure non sono state sufficienti a impedirmi di cadere in problemi che diventano di pubblico dominio e rischiano di danneggiare seriamente la Compagnia di Gesù e la Chiesa.

    “Apprezzo la vostra disponibilità a sospendere il giudizio sulla questione della colpevolezza morale e a riconoscere i miei sinceri sforzi per superare le mie tendenze.”

    ‘Spaventoso’

    I gesuiti hanno rivelato nel dicembre 2018 che Dickerson era accusato in modo credibile di molestie sessuali su minori. Quell’anno, lo hanno incluso in una lista pubblicata di oltre 40 sacerdoti e altri membri dell’ordine che erano stati oggetto di accuse di molestie su minori ritenute credibili mentre lavoravano in quella che oggi è considerata la provincia centrale e meridionale dell’ordine negli Stati Uniti.

    I funzionari gesuiti pubblicarono quell’elenco pochi mesi dopo che un rapporto della giuria popolare della Pennsylvania aveva stabilito che gli abusi da parte del clero cattolico in quello stato erano più diffusi di quanto si pensasse inizialmente, creando pressioni su gruppi come i gesuiti affinché fossero trasparenti riguardo ai molestatori al loro servizio.

    Dickerson – che, secondo i registri pubblici, aveva trascorso un periodo in Nebraska dopo la sua carriera gesuita – è morto all’età di 80 anni nell’agosto 2016, circa 25 anni dopo la morte di Arrupe.

    Nel giugno 2024, l’ex studente della Loyola di New Orleans, presumibilmente abusato da Dickerson, fece causa all’università, ai gesuiti e alla diocesi cattolica di Shreveport per danni. Lo fece quasi subito dopo che la Corte Suprema della Louisiana aveva confermato temporaneamente una legge che consentiva ai cittadini dello Stato di intentare causa per ottenere un risarcimento per abusi sessuali, indipendentemente da quanto tempo prima fossero avvenuti.

    La causa era irrisolta fino a giovedì, con gli imputati che cercavano in generale di contestare la validità della legge che consentiva all’attore di presentare un’istanza di risarcimento danni contro di loro. Hanno anche sostenuto che le accuse contro Dickerson esulavano dall’ambito e dall’attività del suo ministero.

    Ciononostante, almeno un gesuita ha chiarito di non essere orgoglioso di come l’ordine ha gestito Dickerson. Quel funzionario è John Armstrong, segretario aggiunto della provincia centrale e meridionale dei gesuiti, che ha rivelato che Dickerson era un predatore di bambini.

    Armstrong raccontò di aver partecipato a una riunione su Dickerson nel 1976, dopo che l’ordine si era reso conto che rappresentava un problema. Raccontò di aver poi dovuto lavorare nelle vicinanze di Dickerson a New Orleans a metà degli anni ’80 e di aver detestato quell’esperienza, anche se, per quanto ricordava, avevano interagito solo una volta.

    Sotto giuramento, Armstrong ha confermato che i gesuiti non avrebbero avuto bisogno di permettere a Dickerson di essere presente in nessuna delle loro istituzioni, come la Loyola, dove Dickerson avrebbe abusato del querelante, se lo avessero estromesso o consegnato alle forze dell’ordine.

    Riferendosi al modo in cui i gesuiti trattarono Dickerson nel corso della sua carriera, Armstrong disse di ritenere che fosse “spaventoso che la cosa fosse gestita in quel modo”.

    “È stato spaventoso che sia successo”, ha detto Armstrong. “Mi dispiace molto per le persone che sono state vittime di [Dickerson], e non riesco a capire come, dopo quel primo incidente… gli sia stato permesso di andare oltre”.

    https://www.theguardian.com/us-news/2025/jul/24/pedro-arrupe-jesuit-leader-donald-dickerson-child-abuser

  • Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    Sacerdote condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico lavora ancora in Vaticano

    (OSV News) — Mons. Carlo Alberto Capella , ex diplomatico vaticano condannato per distribuzione e possesso di materiale pedopornografico, è stato reintegrato in Vaticano, secondo quanto riportato da un articolo spagnolo. L’”Annuario Pontificio” conferma che il sacerdote caduto in disgrazia lavora per la Segreteria di Stato. 

    OSV News ha contattato la sala stampa vaticana il 14 luglio per un commento sulla prosecuzione del rapporto di lavoro del monsignore italiano e ha anche chiesto un commento alla Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori. OSV News è in attesa di una risposta, poiché nessuna delle due ha rilasciato dichiarazioni. 

    La notizia del mantenimento in curia di mons. Capella, condannato a cinque anni di carcere nel 2018, è stata riportata per la prima volta dal sito di informazione conservatore spagnolo InfoVaticana il 12 luglio.

    Secondo l’Annuario Pontificio 2025, mons. Capella è elencato come “minutante”, ovvero impiegato o assistente senior, presso la Sezione vaticana per i rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali. 

    Il difensore delle vittime di abusi: “Decisione irresponsabile e arrogante”

    “La decisione del segretariato di riassumere un sacerdote condannato per la distribuzione e il possesso di immagini di abusi sessuali su minori è stata irresponsabile e arrogante”, ha dichiarato in un’e-mail del 17 luglio a OSV News Anne Barret Doyle, co-direttrice di BishopAccountability.org, un gruppo di controllo che monitora i casi di abusi nella Chiesa cattolica.

    Nel 2021, il Washington Post riportò che, durante la sua pena detentiva, a mons. Capella era stato permesso di lavorare di giorno nell’ufficio che vende i certificati di benedizione papale; tuttavia, gli era stato impedito di lasciare la Città del Vaticano. Presumibilmente sarebbe stato rilasciato nel 2023.

    Barrett Doyle ha affermato che il continuo impiego di mons. Capella negli uffici diplomatici del Vaticano dimostra che la Curia romana “continua a ridurre al minimo i crimini sessuali contro i bambini”.

    “Assumerlo non è un atto di misericordia, è un atto di incoscienza e implica disprezzo per l’appello dei sopravvissuti e dei cattolici affinché la Chiesa mostri tolleranza zero nei confronti dei molestatori sessuali”, ha affermato.

    Processo di alto profilo in Vaticano

    Nato a Carpi, città del nord Italia, Mons. Capella è stato ordinato sacerdote nel 1993 per l’arcidiocesi di Milano. Dopo aver studiato all’Accademia diplomatica vaticana di Roma, è entrato nel servizio diplomatico vaticano nel 2004. Ha lavorato presso la nunziatura vaticana a Washington dall’estate del 2016.

    Nell’agosto 2017, il Dipartimento di Stato americano ha notificato alla Santa Sede la possibile violazione da parte di mons. Capella delle leggi relative alle immagini pedopornografiche, e successivamente è stato richiamato in Vaticano.

    Nel settembre dello stesso anno, la polizia canadese emise un mandato di arresto a livello nazionale nei confronti di mons. Capella, con l’accusa di accesso, possesso e distribuzione di materiale pedopornografico.

    «La Santa Sede, seguendo la prassi degli Stati sovrani, ha richiamato il sacerdote in questione, che si trova attualmente nella Città del Vaticano», aveva affermato all’epoca il Vaticano.

    A seguito di un’indagine della Procura vaticana, nel 2018 si tenne un processo. Durante il processo, Gianluca Gauzzi, l’esperto informatico della Gendarmeria Vaticana che analizzò il telefono e i computer del sacerdote italiano, testimoniò di aver trovato disegni, foto e video che mostravano “rapporti sessuali di ogni tipo tra adulti e bambini prepuberi”, tra i 13 e i 17 anni.

    Tra i video, ha detto, ce n’è anche uno di “un bambino molto piccolo impegnato in atti espliciti”.

    Mons. Capella si è rivolto alla corte, affermando che “gli errori che ho commesso sono evidenti, così come questo periodo di debolezza. Mi dispiace che la mia debolezza abbia danneggiato la Chiesa, la Santa Sede e la mia diocesi. Ho ferito anche la mia famiglia e sono pentito”.

    Definendo il possesso e la distribuzione di materiale pedopornografico “un ostacolo sulla mia strada di sacerdote”, l’ex diplomatico vaticano ha affermato di voler continuare a ricevere “sostegno psicologico”.

    Appello a “rimuovere immediatamente” Mons. Capella

    Roberto Borgogno, avvocato di mons. Capella, ha chiesto al tribunale di ridurre la pena per il monsignore, definendo i crimini del suo cliente “un problema” che richiedeva una terapia intensa e non una pena pesante.

    Ciononostante, il giudice Giuseppe Della Torre, presidente del tribunale dello Stato della Città del Vaticano, ha condannato mons. Capella a cinque anni di carcere e a una multa di 5.833 dollari.

    Dopo la condanna, l’ufficio stampa del Vaticano ha dichiarato che sconterà la pena in una cella vaticana situata nell’edificio del Corpo della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano, come è formalmente nota la forza di polizia vaticana.

    Barrett Doyle ha dichiarato a OSV News che, sebbene potrebbero esserci valide ragioni per tenere il sacerdote italiano in Vaticano anziché ridurlo allo stato laicale e renderlo pubblico, la Curia romana “dovrebbe pagare affinché Capella venga attentamente monitorato per il resto della sua vita”.

    Ciononostante, ha espresso la speranza che Papa Leone XIV renda “la tolleranza zero una realtà, e potrebbe iniziare con il caso di Mons. Capella”.

    “Esortiamo Papa Leone a ordinare immediatamente a Capella di rimuovere Capella dal suo incarico. Dovrebbe anche punire i funzionari della segreteria che hanno approvato l’assunzione di Capella”, ha dichiarato a OSV News.

    Junno Arocho Esteves scrive per OSV News da Malmö, Svezia.

    Priest convicted of distributing, possessing child pornography said to still work at Vatican

  • Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”

    Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”

    L’avvocato Gabriele Cantaro contesta l’analisi del suo collega, Alessandro Camedda in merito alla posizione di Antonio Messina sul procedimento canonico a carico di Giuseppe Rugolo condannato, in primo grado, dal Tribunale ecclesiastico alla riduzione allo stato laicale. Sul conto del sacerdote, pende anche una condanna penale a 3 anni di reclusione emessa dalla Corte di Appello di Caltanissetta per violenza sessuale su minore.

    La posizione dell’avvocato Cantaro

    Se per l’avvocato Camedda, consulente dell’archeologo ennese, dalla cui denuncia partì l’inchiesta della Procura di Enna, Messina ha avuto un ruolo nel procedimento canonico, l’avvocato Cantaro è di tutt’altro avviso. Cantaro, nella sua controreplica, precisa di esprimersi a titolo personale e non come legale della Curia di Piazza Armerina.

    “Nulla di quanto dice l’avvocato rotale consulente del sig. Antonio Messina può smentire quanto ho affermato, né le precisazioni relative alla competenza dei Dicasteri, mai messa in dubbio, né l’attribuibilità al sig. Messina Antonio delle iniziative giudiziarie in sede penale avanti all’Autorità Giudiziaria Statale” precisa l’avvocato Cantaro in merito al ruolo assunto da Messina sul procedimento della giustizia ordinaria.

    Il ruolo di Messina

    L’avvocato, nella sua analisi, mette al centro il vescovo di Piazza Armerina nel processo canonico, contrariamente a quanto affermato da Camedda e da Messina, per cui Gisana e la Diocesi sono stati estromessi.

    “Il mio intervento – argomenta l’avvocato Gabriele Cantaro – contesta la comunicazione dell’asserita esclusione della Diocesi e del suo Vescovo dal processo canonico – affermazione infondata e perciò gravissima e diffamatoria – artatamente proposta come conseguente alla rispettiva posizione nei procedimenti pendenti avanti alla Giustizia Ordinaria”.

    ” Rilevo inoltre che “avere un ruolo” in un processo – quello canonico nella questione che ci occupa – significa essere parte processuale, cosa che né il sig. Messina Antonio né il suo consulente rotale possono affermare di essere o di essere stati in tale procedimento”.

    L’altra contestazione

    Lo stesso legale muove un’altra contestazione all’avvocato Camedda. “L’uso del termine commissari venuti dal nord in luogo di quelli corretti di “Delegato ed Assessori” reiterato dall’avv. Camedda mantiene una intollerabile ambiguità che non può più essere considerata “casuale” ma che appare, ancora una volta, tesa a rendere verosimile qualcosa che è, invece, assolutamente infondato. Ogni altro argomento, introdotto dalle “controrepliche” esula dall’oggetto del mio intervento”.

    I commenti sui social

    “Non meritano repliche, invece, le scomposte dichiarazioni che qualcuno ha voluto diffondere sui social; l’uso della mistificazione e dell’insulto danno la cifra e lo spessore morale di chi li usa, non di chi li riceve” conclude l’avvocato Cantaro.

    Giudizio canonico su Rugolo, Cantaro, “Messina non è parte processuale, non può avere un ruolo”

  • Prete pedofilo tradotto in galera per espiare la pena

    Prete pedofilo tradotto in galera per espiare la pena

    Siracusa – Nel corso della mattinata odierna, personale della squadra investigativa del Commissariato di PS di Lentini ha dato esecuzione al provvedimento restrittivo emesso dalla Procura della Repubblica presso il tribunale di Siracusa nei confronti di un ex sacerdote, condannato alla pena di 7 anni e 6 mesi di reclusione, unitamente a diverse pene accessorie, tra cui la sospensione dall’esercizio della professione di ministro del culto, per il reato di violenza sessuale aggravata dall’uso di armi.

    Dopo dieci anni dai fatti contestati e tre gradi di giudizio, è stata data esecuzione alla condanna definitiva emessa a carico del soggetto che, dopo approfondite ricerche ed appostamenti condotti dal personale di polizia operante, è stato rintracciato nelle prime ore del mattino presso la sua dimora estiva per essere successivamente tradotto nell’istituto penitenziario individuato per l’espiazione della pena detentiva.

    Prete pedofilo tradotto in galera per espiare la pena

  • Falsi profili social per ottenere foto intime dai ragazzini: catechista in custodia cautelare

    Falsi profili social per ottenere foto intime dai ragazzini: catechista in custodia cautelare

    Un uomo di 56 anni, William Mark Camilleri, è stato posto in custodia cautelare dopo essersi dichiarato non colpevole di varie e pesantissime accuse tra cui abusi e molestie sessuali online ai danni di un ragazzino di tredici anni, oltre che di possesso di materiale pedopornografico. L’uomo, catechista e tecnico di laboratorio, è comparso in tribunale lunedì mattina, dove è stato incriminato per una serie di reati legati all’uso di falsi profili su Facebook con l’obiettivo di adescare minorenni (si parla di almeno ottanta ragazzini) e ottenere foto a luci rosse, e forse anche degli incontri “reali”.

    Le indagini sono partite dopo una segnalazione presentata alla polizia dai genitori del tredicenne, preoccupati per una conversazione sospetta del figlio con una certa “Tanya Borg” su Facebook. Secondo quanto riferito in aula, questo profilo falso avrebbe indotto il minorenne a inviare foto che lo ritraevano nudo e a compiere atti indecenti, oltre a condividere dettagli sensibili come l’indirizzo di casa e la scuola frequentata.

    Attraverso il tracciamento dell’indirizzo IP associato al profilo, le autorità hanno localizzato un’abitazione a Tarxien, dove è stato eseguito un mandato di perquisizione che ha portato all’arresto di Camilleri. Durante l’operazione, è stato sequestrato un computer dal quale, secondo l’analisi preliminare della polizia, erano state gestite almeno ottanta conversazioni con altrettanti ragazzini nell’arco di un anno. In almeno otto casi, le vittime sarebbero state convinte a inviare al 56enne materiale fotografico sessualmente esplicito.

    Oltre a “Tanya Borg”, l’imputato avrebbe utilizzato un secondo profilo social falso, con il nome “Kevin Kevinu”, sempre per adescare ragazzini e bambini online, e le indagini sono tuttora in corso per verificare l’esistenza di altri alias digitali riconducibili all’uomo.

    Camilleri è accusato non solo di abusi e molestie sessuali, ma anche di aver proposto al tredicenne un incontro reale con finalità illecite. In aula, la difesa ha presentato richiesta di libertà provvisoria, motivata dallo stato di salute del 56enne, affetto da una patologia che necessita cure regolari. Il tribunale ha però respinto la richiesta, accogliendo le obiezioni della Procura, che ha espresso timori per la possibile manomissione delle prove e ha assicurato che ogni trattamento medico necessario all’individuo sarà garantito presso il Corradino, dove Camilleri resterà in custodia cautelare.

    Il magistrato ha inoltre emesso un ordine di protezione nei confronti della vittima e dei suoi genitori, vietando la pubblicazione del nome del giovane. È invece stata autorizzata la condivisione pubblica dei nomi dei falsi profili social, per agevolare eventuali nuove segnalazioni da parte di altre potenziali vittime.

  • Ragazze in fuga dall’orfanotrofio denunciano abusi. Due suore arrestate

    Ragazze in fuga dall’orfanotrofio denunciano abusi. Due suore arrestate

    Mumbai (AsiaNews) – Due Suore della Croce di Chavanod sono in carcere dopo che nove ragazze minorenni sono fuggite il 29 giugno dalla Vidyadeep Children’s Home, collegio cattolico riconosciuto dal governo nel distretto di Chhatrapati Sambhajinagar (ex Aurangabad), Maharashtra. Le giovani avrebbero danneggiato la proprietà, impugnando bastoni e aste di ferro per le strade della città. Alcune si sono recate dalle autorità distrettuali per denunciare gravi trattamenti subìti nella struttura.

    Sr. Philomena D’Souza, superiora provinciale dell’istituto religioso, spiega che il centro Vidyadeep accoglie cento bambine e bambini, sotto la supervisione del Comitato per il benessere dei bambini (CWC), organo istituito in India nel 2015 per rispondere alle esigenze di giovani che necessitano di cure e protezione. “La vicenda ha preso una piega politica ed è stato presentato un First Information Report con gravi accuse. Due suore e un membro dello staff sono sotto custodia della polizia. Stiamo seguendo gli sviluppi”, ha detto D’Souza.

    Il vescovo di Aurangabad, mons. Bernard Lancy Pinto, ha dichiarato ad AsiaNews: “Questa casa di accoglienza ha prestato servizio per decine di anni ed è ben apprezzata da tutti. Le procedure sono state seguite, il rinnovo della licenza è già stato richiesto, si sta attenendo l’esito. Le Suore della Croce di Chavanod presso la Vidyadeep Children’s Home, hanno servito i bambini svantaggiati per oltre un secolo con dedizione disinteressata. Stiamo collaborando pienamente con le indagini in corso”.

    L’orfanotrofio cattolico è attualmente sotto la lente del tribunale di Aurangabad dell’Alta Corte di Bombay, che ha appreso del caso di fuga delle ragazze minorenni, rintracciate il giorno successivo e ricondotte nella Vidyadeep Children’s Home. Il Comitato per il benessere dei bambini (CWC) è stato informato e avrebbe consigliato di gestire la questione internamente, facendo visita alla struttura per raccogliere le dichiarazioni delle ragazze. In seguito è stata chiamata la polizia per risolvere la questione. Il giorno seguente, lo stesso gruppo di ragazze ha chiesto di incontrare il CWC. All’incontro fissato, quando il CWC non è arrivato entro l’orario previsto, nove hanno lasciato la sala, hanno chiuso il cancello delle scale, forzato la porta della terrazza, provocato delle ferite ai propri polsi e sono fuggite arrampicandosi su un tetto più basso. Avrebbero minacciato di fare del male a se stesse e a chiunque avesse cercato di ostacolare i loto intenti.

    I membri dello staff, alcuni genitori e la polizia hanno seguito le ragazze mentre correvano verso il tribunale distrettuale. In seguito, presso l’ufficio del Comitato per il benessere dei bambini (CWC), avrebbero depositato gravi accuse contro il personale dell’orfanotrofio cattolico. L’istituto ha negato tutte le accuse. Secondo alcune fonti, le ragazze erano state istruite a utilizzare spazi appositi per cambiarsi e non erano mai state private di alcun bisogno, come invece sostengono. Per esempio, le telecamere a circuito chiuso presenti in diversi ambienti della Vidyadeep Children’s Home sarebbero state installate esclusivamente per la sicurezza di bambini e bambine, soprattutto di coloro inclini all’autolesionismo.

    https://www.asianews.it/notizie-it/Ragazze-in-fuga-dall’orfanotrofio-denunciano-abusi.-Due-suore-arrestate-63500.html