Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale

    Sacerdote Rugolo dimesso dallo stato clericale

    Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato a 3 anni di carcere in appello per violenza sessuale a danno di minori, è stato dimesso dallo stato clericale.

    Della commissione speciale non faceva parte nessun siciliano per evitare contaminazioni con la diocesi: il vescovo Rosario Gisana, insieme al vicario giudiziale, attuale parroco del duomo di Enna, Vincenzo Murgano sono imputati per falsa testimonianza dopo il processo a Rugolo.

    La commissione avrebbe concluso per la colpevolezza di Rugolo in relazione agli episodi che riguardano altre due vittime del sacerdote, minori all’epoca dei fatti. La decisione, ora deve essere ratificata, così come vuole il diritto canonico dal dicastero per la dottrina della Fede.

    ” La diocesi di Piazza Armerina – dice l’avvocato rotale Alessandro Camedda, consulente di Antonio Messina, vittima del sacerdote – credo sia stata volutamente estromessa da questo processo stragiudiziale data la sua posizione e quella del suo vescovo. Se il dicastero avesse voluto coinvolgerla avrebbe nominato i membri del tribunale diocesano di Piazza Armerina.

    Invece il processo si è celebrato con tutti membri non siciliani e in un albergo”.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2025/07/14/sacerdote-rugolo-dimesso-dallo-stato-clericale_f2c43d82-3d5e-4631-bfc8-6d351b4f4083.html

  • PROCESSO BIBBIANO: Tribunale di Reggio Emilia assolve imputati

    PROCESSO BIBBIANO: Tribunale di Reggio Emilia assolve imputati

    Oggi, 9 luglio, il Tribunale di Reggio Emilia ha sancito la fine di una leggenda mostruosa che ha distrutto la vita di decine di imputati. Il Tribunale ha pronunciato sentenza di assoluzione nei confronti degli imputati tranne due risibili condanne, stabilendo l’infondatezza di tutto il cosiddetto “teorema Bibbiano”.

    «È una grande gioia» – ha commentato l’avv. Luca Bauccio, difensore di una delle principali imputate, la psicoterapeuta Nadia Bolognini – «vedere la parola fine a una grottesca gogna che ha visto uniti politicanti in cerca di voti, pseudo-giornalisti, influencer improvvisati, cacciatori di scoop e tutto uno stuolo di avvoltoi che, in questi anni, non si sono fatti scrupolo della dignità e della reputazione degli imputati, né si sono curati di comprendere, analizzare e conoscere.

    La vicenda Bibbiano ha purtroppo distrutto la credibilità di un sistema di aiuto sociale eccellente. È ora giunto il momento di ripartire, di raccontare agli italiani la verità sul caso Bibbiano e di ricostruire la reputazione delle tante persone che sono state messe alla gogna.»

    «Durante il processo abbiamo dimostrato che le prove dell’accusa si fondavano su consulenze prive di fondamento scientifico, una vera e propria stregoneria giudiziaria. Sono state diagnosticate malattie inesistenti a bambini. La psicoterapeuta Bolognini è stata accusata di aver indotto falsi ricordi, ma anche le consulenti della pubblica accusa hanno dovuto ammettere che non vi sono mai stati falsi ricordi.

    La psicoterapia del trauma è stata messa sotto accusa in modo irresponsabile e contro la scienza. Questa accusa ha offeso e minacciato il lavoro di tanti psicoterapeuti che ogni giorno operano per portare aiuto a chi ha subito un trauma. La pretesa di negare il trauma e di rendere “fuorilegge” la cura è la colpa più grave della vicenda Bibbiano.

    Sono stati criminalizzati operatori dei servizi sociali che hanno agito con generosità e professionalità. Sei lunghi anni di gogna mediatica e giudiziaria si concludono nel modo migliore: con la fine della leggenda di Bibbiano e l’affermazione della verità che, mi auguro, i media vorranno contribuire a diffondere, per risarcire quegli amministratori, operatori dei servizi sociali e psicoterapeuti che hanno agito per il bene dei minori e che sono stati immolati in una delle più tragiche e feroci cacce alle streghe degli ultimi tempi.»

    L’avvocato Bauccio, già difensore di Claudio Foti – assolto in via definitiva il 10 aprile scorso e coimputato nel medesimo procedimento – si è detto sicuro che la sentenza di assoluzione «è un punto di non ritorno. Non temiamo né appelli né vendette di quei personaggi da social network che hanno vissuto di rendita sulla pelle di presunti innocenti per sei anni».

  • PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha condannato alla pena di 7 anni di reclusione e 26mila euro di multa il 19enne di Terracina, Simone di Pinto, per i reati di Pornografia minorile, stalking, estorsione, violenza sessuale e pornografia virtuale. Reati aggravati dalla minore età delle vittime.

    Di Pinto dovrà risarcire i quattro minorenni con 5mila euro ciascuno e con 2mila euro le altre associazioni parti civili. Il giudice ha predisposto anche il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dai minori. I quattro minori parti civili sono difesi dall’avvocato Pasquale Lattari così come il Garante infanzia ed adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni e il Gruppo Agesci Terracina. Parti civili anche “Rete l’abuso” assistita dall’avvocato Caligiuri, “Insieme a Marianna” difesa dall’avvocato Felicia D’Amica e “No child abuse” difesa dall’avvocato Michele Di Stefano.

    “L’intervento del Centro Antiviolenza per minori vittime di reato a cui si erano rivolti le famiglie dei minori, il gruppo scout Terracina 3, la Parrocchia S.Domenico Savio è stato tempestivo ed efficace – spiega il Garante dell’Infanzia, Monica Sansoni -. Ha immediatamente consentito con la collaborazione con la Polizia Postale di Latina e le autorità giudiziarie – che ringrazio per la professionalità e tempestività – di sterilizzare l’attività in essere e di mettere al sicuro le vittime e le ulteriori potenziali dalle attività pedopornografiche e di abuso. Anche questa vicenda ci insegna quanto sia importante l’ascolto dei minori tempestivo, l’importanza di far emergere i segnali di disagio e cristallizare i riferiti e la necessità di denunciare prontamente – nel loro interesse e nell’interesse dell’intera collettività – gli abusi. Un plauso quindi ha chi ha denunciato e si è attivato immediatamente nell’interesse dei minori, ai genitori ed alla collettività che si è fidata ed affidata agli eduatori scout ed alla comunità parrocchiale. La scrivente – proprio in ragione di quanto affermato dalla difesa del Di Pinto nella discussione – “la garante poteva anche farsi gli affari suoi!!” – continuerà a proprio a fare gli interessi dell’istituzione e interessarsi della tutela dei minori, quale interesse superiore (e non certo come istanza persecutoria verso i responsabili) specie di quelli offesi ed abusati, in ossequio ai propri fini istituzionali in coerenza con la normativa sovranazionale e nazionale”.

    “Le parti civili, in particolare i genitori dei ragazzi minori, – dichiara l’avvocato Pasquale Lattari che ha difeso i quattro minori vittime – non hanno gioito alla condanna del responsabile. A parte il riconoscimento dell’ingiustizia patita quali vittime – hanno rifiutato l’offerta di risarcimento danni perché non vi era in capo al reo alcun riconoscimento della loro condizione vittimaria!! – nessuna riparazione dei pregiudizi patiti ricevono dalla condanna del Di Pinto. L’unica soddisfazione delle famiglie che hanno denunciato è aver impedito che il reo continuasse nella sua attività contro i minori ed evitato che altri – minori e famiglie – potessero patire i loro stessi inenarrabili pregiudizi. Le famiglie auspicano solamente che i propri figli al più presto e per quanto possibile assorbano ed integrino al meglio nella loro vita le conseguenze patite. I genitori, il gruppo scout e l’intera comunica coinvolta sperano anche che il reo – pur sempre in giovane età – possa comprendere pienamente l’ingiustizia commessa e agire responsabilmente nella sua vita futura”.

    IL PROCESSO – A giugno, il pubblico ministero Vittoria Bonfanti, al termine della sua requisitoria, ha chiesto la condanna a 8 anni di reclusione, più 60mila euro di multa, per il 19enne di Terracina, Simone Di Pinto, l’assistente capo scout di Terracina accusato di pedopornografia e arrestato lo scorso 2 agosto. Il giovane, difeso dagli avvocati Ippolita Naso e Carmela Massaro, si trova al momento agli arresti domiciliari. I reati che riguardano vittime di minore età sono di competenza del Tribunale di Roma, nonostante che i fatti contestati siano accaduti a Terracina.

    A discutere dopo la richiesta di condanna del pubblico ministero, anche le parti civili, assistite dall’avvocato Pasquale Lattari. Si tratta dei quattro minorenni che vanno dai 10 ai 16 anni, tutti rappresentati dai genitori. Parte civile anche il gruppo Scouts Agesci Terracina 3, all’interno del quale operava l’imputato quale educatore, “profittando – si legge nel capo d’imputazione – del rapporto di fiducia con il bambino derivante dallo svolgere la funzione di aiuto capo nella branca dei lupetti”, e la Garante Infanzia e Adolescenza della Regione Lazio, Monica Sansoni la quale, con il centro antiviolenza per minori vittime di violenza, aveva accolto, ascoltato ed orientato le famiglie alla denuncia.

    A sottolineare la gravità ed i plurimi reati delle condotte contenute nei capi di imputazione si sono anche costituite la associazioni di tutela dei minori “Insieme a Marianna” Aps, per la promozione e il contrasto della violenza su donne e minori, e “No Child Abuse”, costituita da ragazzi e loro famiglie vittime di abusi.

    Il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma, Angela Gerardi, ha rinviato al prossimo 11 luglio quando la parola passerà alla difesa di Di Pinto, dopodiché sarà pronunciata la sentenza col rito abbreviato.

    Gli avvocati difensori hanno chiesto un rito abbreviato condizionato all’acquisizione di una consulenza di uno psicologo, così da analizzare il profilo psicologico e personale dell’imputato, pur non contestando la capacità di intendere e volere.

    Tra il materiale per la decisione del giudice, come noto, ci saranno anche gli incidenti probatori di 3 ragazzi, oltreché alle chat con l’imputato, le foto acquisite dallo stesso e l’ingente materiale pedopornografico costituito da 292 filmati.

    A luglio 2024, l’assistente capo scout di Terracina è stato iscritto nel registro degli indagati, accusato di gravi reati legati a presunti abusi su minori. L’associazione coinvolta conta circa 140 bambini tra i suoi frequentatori abituali. Le attività estive dell’organizzazione furono interrotte dalla decisione dell’Agesci, generando preoccupazione tra le famiglie coinvolte. “Cari genitori, il parroco e la comunità Capi comunicano – aveva scritto l’Agesci ai genitori – che per motivi imprevisti e imprevedibili tutte le attività e i campi estivi sono sospesi”.

    La Procura di Roma considera, come detto, quattro le persone offese dai reati che avrebbe commesso Di Pinto: si tratta di due ragazzi di 16 anni, un ragazzo di 12 anni e un bambino di 10 anni.

    Si va dalla pornografia minorile agli atti persecutori fino al reato di estorsione ai danni di un sedicenne. L’accusa più grave è quella della violenza sessuale aggravata ai danni del bambino di dieci anni, all’epoca degli abusi di appena 9 anni. I fatti ricadono giugno 2024. Di Pinto, che svolgeva il ruolo di aiuto capo dei lupetti del gruppo scout a Terracina, avrebbe invitato il bambino a fermarsi con lui nei locali della parrocchia. Rimasti da soli, con la scusa di aggiustargli i pantaloni, il 19enne avrebbe infilato le mani negli slip del bambino palpeggiandogli i genitali. Una circostanza resa ancora più grave, secondo la Procura, perché Di Pinto l’avrebbe commessa esercitando la sua autorità.

    L’intera vicenda ha origine da un ricatto tramite social media, che ha coinvolto i due minorenni di 12 e 16 anni manipolati attraverso un profilo fasullo su Instagram. Il 19enne assistente capo scout, secondo l’accusa, ha agito dietro le quinte, utilizzando il profilo falso, spacciandosi per una certa “Aurora” di 17 anni e chiedendo immagini compromettenti ai giovani, per poi minacciarli di diffonderle se non avessero pagato una somma in denaro. L’intervento della Polizia Postale di Latina ha portato, a luglio, al sequestro dei dispositivi e all’avvio di un’approfondita inchiesta.

    In un caso Di Pinto chiedeva al sedicenne di mostrargli il pene nelle immagini, poi lo contattava tramite Whastapp chiedendogli un video che lo ritraesse mentre si masturbava. Non solo: intimava al ragazzo, minacciando di rovinarlo nel caso contrario, di chiedere ai suoi amici altre immagini dello stesso tipo, come se fosse interessato a produrre materiale pedopornografico. Tra i reati contestati a Di Pinto, infatti, c’è quello di detenzione o accesso a materiale pornografico: sul suo cellulare sono stati trovati dalla Polizia Postale ben 292 filmati a carattere pedopornografico. Uno spaccato che può far pensare a una rete pedofila e al bisogno impellente non solo di detenere sempre più materiale.

    Il ragazzo di sedici anni a cui Di Pinto chiedeva le immagini e i video pedopornografici veniva minacciato: se non avesse prodotto il materiale, l’aiuto capo scout, con le false sembianze di “Aurora”, avrebbe fatto vedere i video e le immagini già inviate, che lo ritravano mentre si masturbava, a genitori, parenti e amici. Episodi di stalking andati avanti per quasi un anno dal 2023 fino al giugno 2024. E in una circostanza, sempre lo stesso sedicenne fu costretto a pagare “Aurora” 55 euro che furono consegnati materialmente a Di Pinto.

    Non solo ambienti di Chiesa e dell’area scout. In un caso, Di Pinto avrebbe contattato, tramite Instagram, sempre attraverso il falso nome di “Aurora”, anche un altro ragazzo di sedici anni, ora parte offesa, che non ha nulla a che vedere con quell’area di frequentazione. Al giovane le stesse richieste di materiale pedopornografico, con il 16enne nudo e in pose erotiche. Il ricatto era il medesimo: o produci altro materiale, o mostro quello che già ho a parenti e amici. Una volta arrestato ad agosto, Di Pinto si è avvalso della facoltà di non rispondere.

    La parrocchia frequentata dal giovane indagato è quella della Chiesa San Domenico Savio di Terracina, la stessa frequentata in passato da Alessandro Frateschi, l’ex insegnante di religione condannato per violenza sessuale su cinque minori. L’indagine è partita dalla denuncia di due genitori che hanno sentito piangere il loro ragazzo adolescente, vittima del ricatto dell’assistente capo scout.

    PEDOFILIA E RICATTI: 7 ANNI DI RECLUSIONE AL CAPO SCOUT DI TERRACINA. RISARCIMENTI A MINORI E ASSOCIAZIONI

  • Piazza Armerina: La diocesi, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile

    Piazza Armerina: La diocesi, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile

    “Cosciente della gravità di quanto avvenuto, il vescovo della diocesi di Piazza Armerina Rosario Gisana e tutta la chiesa locale rinnovano vicinanza, sostegno e solidarietà alle vittime e all’intera comunità, provate da una vicenda che ha provocato e continua a provocare divisione e dolore”.

    lo scrive in una nota l’ufficio stampa della diocesi piazzese aa qualche giorno dalla sentenza di condanna in appello che ha confermato il reato di abuso sessuale su minori seppure ha ridotto la pena per il sacerdote Giuseppe Rugolo, condannato in I grado dal tribunale di Enna a 4 anni e 6 mesi, a 3 anni di reclusione.

    La diocesi ricorda che il vescovo attenendosi alle normative canoniche, aveva avviato da tempo un procedimento canonico concluso con una sentenza di condanna. “Invitiamo – continua la nota – chiunque abbia subito un abuso da parte di un sacerdote o di un laico che riveste un ufficio ecclesiastico a segnalare i fatti all’autorità civile competente ricordando anche la disponibilità ad accogliere segnalazioni di tal genere da parte del servizio diocesano tutela minori, affinché anche la diocesi possa assumere provvedimenti congrui al caso”.

    “Sconsiglio vivamente a chi avesse subito abusi di rivolgersi al servizio diocesano specie a quello di Piazza Armerina, considerato il fatto che il vescovo è già a conoscenza di altri abusi, come è emerso nel processo, e non ha fatto proprio niente.

    Non si possono attendere le sentenze dello stato italiano per prendere provvedimenti – ribatte Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato il sacerdote Rugolo – ma quale vicinanza ha mostrato questo vescovo nei miei confronti?

    Anzi hanno adottato una linea difensiva che in aula ha sempre provato a denigrarmi e non ha mai chiesto scusa per tutto quello che abbiamo sentito anche nelle intercettazione dove è chiaro che ha un pregiudizio nei miei riguardi.

    Se davvero mostra vicinanza alle vittime che venga a dire la verità nel processo che deve affrontare per falsa testimonianza. Voglio a questo punto rendere noto che ho incontrato il servizio tutela minori della conferenza episcopale siciliana con i referenti della varie diocesi, peccato che mancava proprio la diocesi di Piazza Armerina e sul procedimento canonico ho seri dubbi che ci sia l’azione diretta del vescovo Gisana perché proprio lui non ha mai attuato nessuna forma di contrasto alle condotte abusanti di Rugolo mentre io a marzo ho mandato i documenti ai tre dicasteri compreso quello della dottrina della fede corredata da tutti gli atti del processo, al fine di chiedere un provvedimento nei confronti di Rugolo e del vescovo Gisana”.

    Sulla vicenda interviene anche l’avvocato di Messina, Eleanna Parasiliti Molica. “La diocesi non e “stata scagionata in quanto non è stata oggetto del processo penale. Al suo posto era stata citata la curia che la corte di appello ha ritenuto non legittimata in quanto organo amministrativo. La diocesi, dunque, potrà essere chiamata a rispondere in sede civile.

    La sentenza di appello non intacca il giudizio severo espresso dai giudici di primo grado sull’operato del vescovo Gisana che nel corso della sua testimonianza non ha esitato a chiamare il sacerdote il nostro Rugolo”.

  • “Aveva ragione Hitler”: condanna confermata a Rugolo, tra citazioni shock e difesa teatrale

    “Aveva ragione Hitler”: condanna confermata a Rugolo, tra citazioni shock e difesa teatrale

    Il secondo grado di giudizio non cambia la sostanza: don Giuseppe Rugolo è colpevole di abusi sessuali su minori. Lo era per il tribunale di Enna, lo è anche per la Corte d’appello di Caltanissetta. Cambia solo la misura della pena: da 4 anni e 6 mesi si scende a 3 anni “ritenuta l’attenuante per la minore gravità per tutte le condotte contestate”. Una formula giudiziaria che non ribalta però la condanna: gli abusi ci sono stati, il quadro accusatorio tiene e la testimonianza di Antonio Messina resta solida.
Ed è attorno a questa tenuta, giuridica ed emotiva, che si consuma un processo che, al netto degli aspetti tecnici, ha assunto toni surreali. Soprattutto nel momento dell’arringa della difesa. L’avvocato Lizio, legale del sacerdote, ha portato in aula un repertorio che è sembrato oscillare tra provocazione, retorica estrema e cabaret involontario. Il momento che ha colpito più di tutti è arrivato con una frase pronunciata in tono assertivo, quasi accademico: “Aveva ragione Hitler: più le sparano grosse e più ci crederanno.”
L’avvocato Lizio intendeva sostenere che sul conto del suo assistito, don Rugolo, siano state costruite accuse false, ingigantite, rese credibili solo dalla loro enormità. Una tesi già di per sé controversa. Ma prendere a prestito un pensiero di Adolf Hitler per difendere un sacerdote accusato di pedofilia, in un’aula di giustizia italiana, ha spostato l’attenzione dalla sostanza al linguaggio. Il messaggio è passato, ma il mezzo ha lasciato perplessi più o meno tutti i presenti. A questo si è aggiunto un attacco diretto alla credibilità di Antonio Messina, la vittima che ha denunciato. L’avvocato lo ha definito “megalomane”, insinuando che la sua denuncia fosse frutto di una personalità narcisistica, più interessata alla visibilità che alla verità. Un’affermazione che non ha trovato riscontro nei due gradi di giudizio, dove la sua testimonianza è stata invece ritenuta coerente e credibile.

    Il resto dell’arringa non ha deluso chi si aspettava un tono sopra le righe. Il difensore di Rugolo ha cercato di minimizzare gli episodi contestati attraverso un’operazione di normalizzazione e paragoni “pop”. È il caso dell’episodio più discusso del processo: la doccia fatta da Rugolo insieme a un ragazzino in piscina. L’avvocato, questa volta Lovison, liquida la questione con una domanda retorica:
“Chi non si fa la doccia prima di entrare in piscina?”. Non proprio una spiegazione esaustiva, se si considera il contesto e la posizione di potere che il sacerdote rivestiva rispetto al minore coinvolto. Non è finita. Per difendere lo stile “giocoso” e “confidenziale” con cui Rugolo si sarebbe rapportato ai ragazzi, Lizio, riprendendo ciò che era già stato detto dall’avvocato Lovison, ha riesumato un celebre sketch del Festival di Sanremo, quando Roberto Benigni toccò nelle parti basse Pippo Baudo in diretta televisiva. A quel punto, in una teatralità che ha superato il limite del buon gusto, ha simulato un tocco all’avvocato Lovison, seduto accanto, dicendo subito dopo: “Ops, ho commesso un reato!”. Un gesto plateale, concepito per dimostrare quanto possa essere labile il confine tra una battuta e un’accusa. Peccato che la scena si svolgesse durante un processo per abusi su minori, non in un talk show serale.

    Altro passaggio discusso, quello del famigerato “alzabandiera”, l’espressione con cui Rugolo avrebbe scherzato con un ragazzino (anch’egli parte offesa) che dormiva con lui durante una gita parrocchiale. Per la difesa, si tratta di “normali battute tra uomini”. Aggiungendo, come nota di stile personale, che lui, Lizio, queste battute non le fa. Un modo per prendere le distanze mentre si giustifica il gesto: un equilibrio precario, tanto nella forma quanto nel contenuto.

    Un passaggio tecnico ma importante riguarda l’esclusione della Curia di Piazza Armerina dalla responsabilità civile. Non per una valutazione di merito, ma per una questione di etichetta giuridica: il testo del ricorso cita “Curia” e non “Diocesi” e poiché la Curia non è un soggetto giuridicamente riconosciuto è stata formalmente estromessa. Un cavillo di forma, non di sostanza, che di fatto impedisce di attribuire alla Curia eventuali obblighi risarcitori, ma che non solleva da eventuali responsabiltà il Vescovo Gisana.

    In aula era presente anche Antonio Messina, la prima persona ad avere avuto il coraggio di denunciare Rugolo. “Ho sempre voluto solo ed esclusivamente giustizia”, ha dichiarato a caldo.
“Gli abusi sono stati riconosciuti sia in primo che in secondo grado. Il processo contro il vescovo Gisana e il vicario giudiziale Murgano per falsa testimonianza deve ancora iniziare. Ai giovani che vogliono denunciare dico: non andate dai servizi per la tutela minori, se lì dentro c’è chi difende i pedofili”. Il riferimento è all’avvocato di Rugolo, Denis Lovison, membro del servizio tutela minori della diocesi di Ferrara-Comacchio.

    “Per quanto riguarda la posizione del mio assistito, l’impianto accusatorio è stato interamente confermato. Vince ancora una volta la credibilità di Antonio”, ha detto l’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, legale di Messina.

    La procura, per voce del sostituto procuratore Gaetano Bono, si è così espressa:
“Attendiamo le motivazioni, poi valuteremo se proporre ricorso in Cassazione su alcuni punti ancora critici”.

    Il processo Rugolo, al netto delle arringhe teatrali, delle frasi scioccanti e dei paragoni televisivi, si chiude con una conferma della colpevolezza. E con una lezione che va oltre le aule giudiziarie: la credibilità delle vittime può ancora resistere a chi tenta di travestire gli abusi da battute. Anche quando a farlo è un avvocato, anche quando le battute si fanno in aula.

    Manuela Acqua

  • Per la condanna di Raúl Sidders, per porre fine all’impunità per gli abusi ecclesiastici

    Per la condanna di Raúl Sidders, per porre fine all’impunità per gli abusi ecclesiastici

    Il processo al sacerdote abusatore Raúl Sidders , che inizierà il 10 luglio, è già un trionfo di lotta. Il coraggio di Daniela, l’impatto sulla comunità educativa della scuola San Vicente de Paul, il sostegno di gruppi di sopravvissuti agli abusi ecclesiastici e la mobilitazione di organizzazioni per le donne e la diversità sessuale sono riusciti a portare a processo un altro sacerdote, che godeva della protezione della Chiesa cattolica, nonostante le pressioni dell’Arcidiocesi di La Plata e la chiusura della Direzione Generale della Cultura e dell’Istruzione della Provincia di Buenos Aires. Con un governo nazionale misogino e oscurantista, l’importanza di mobilitarsi per la sua condanna e per ottenere giustizia è ancora più evidente.

    Giustizia per Daniela, che ci ha lasciato lo scorso settembre, a soli 32 anni. “Quello che mi ha fatto Sidders ha avuto un impatto sulla mia salute”, ha ripetuto, mentre ha dovuto affrontare la denuncia e il procedimento legale in regime di isolamento domiciliare, mentre si riprendeva dagli interventi chirurgici. Ma le conseguenze sulla sua salute fisica e mentale non hanno smorzato il suo coraggio e la sua determinazione a far sentire ciò che aveva sofferto da bambina. Così, quasi cinque anni fa , ha trovato il coraggio di sporgere denuncia per abuso sessuale aggravato contro il cappellano della scuola che aveva frequentato.

    Pur continuando a nascondere la sua identità per proteggersi dalle pressioni clericali, Daniela rese pubblica la sua testimonianza sotto lo pseudonimo di Rocío. Ruppe il silenzio per la prima volta in un’intervista , durante il forte impatto della pubblicazione, da parte di Prensa Obrera , di un racconto di ex studenti e familiari sui fatti accaduti a San Vicente de Paul, a La Plata. Mesi dopo, parlò in un’udienza pubblica alla Camera Nazionale dei Deputati convocata dal Fronte di Sinistra, dove raccontò ciò che aveva sopportato dai 10 ai 15 anni.

    Sidders approfittò del momento privato della confessione, ponendole domande sulla sua privacy e su quella della sua famiglia e dicendole che l’avrebbe costretta a fare sesso con un’altra studentessa davanti a lui perché “il comandamento di Dio è che una donna debba compiacere un uomo”. Le arrivò persino un contatto sessuale, facendole sentire la sua erezione. “A quell’età, non ero ancora sessualizzata. Mi insegnò cos’era la masturbazione, cos’era la fellatio”. Inoltre, in qualità di autorità spirituale della scuola, affermò in classe che gli omosessuali sarebbero andati all’inferno, che “le donne sono buone solo per dormire, defecare e scopare” e che sono “troie, sgualdrine e puttane”.

    Daniela era consapevole del danno alla sua salute fisica e mentale causato da questi abusi. “L’ho nascosto per anni”, ma “il silenzio mi ha consumata dall’interno”. Come spesso accade in questi casi, ha raccontato che a 12 anni ha tentato il suicidio per la prima volta e ha iniziato ad avere crolli emotivi. Così, ha affrontato questa battaglia sostenendo che “finché Sidders non sarà dietro le sbarre, non potrò guarire”. “Avevo paura. Ho sempre pensato di essere sola, ma oggi so che mi credono”. Ora tocca a noi portare avanti la sua battaglia fino in fondo, per ottenere giustizia per lei, per la sua famiglia e per l’intera comunità educativa che ha subito questi abusi per vent’anni a San Vicente.

    Come si verificano queste aberrazioni nelle istituzioni educative? Perché l’impunità è la regola. Senza andare oltre, l’arcidiocesi di La Plata ha cercato di intimidire Daniela rendendo pubblica la sua identità. In precedenza, quando Prensa Obrera ha pubblicato le testimonianze che hanno svelato le azioni di Sidders a San Vicente e hanno scatenato un’ondata di denunce sui social media da parte di ex studenti, eravamo stati oggetto di un tentativo di intimidazione da parte dell’arcivescovo Víctor “Tucho” Fernández, che ha inviato una lettera minacciando azioni legali se avessimo continuato a insabbiare il caso. Questa è la città in cui la Chiesa ha protetto e continua a proteggere abusatori come Eduardo Lorenzo, Héctor Jiménez, Rubén Marchioni, tra gli altri. Dopo essere stato il braccio destro di Bergoglio, “Tucho” Fernández ora ricopre un incarico in Vaticano, e anche lì una mobilitazione lo ha accolto, ricordandogli di essere un occultatore di abusi ecclesiastici.

    La responsabilità dello Stato non si limita all’impunità giudiziaria della maggior parte dei sacerdoti accusati. Il governo di Buenos Aires deve assumersi la responsabilità di ciò che accade nelle scuole religiose che sovvenziona. L’autorità per l’istruzione privata, Diegep, ammette che le scuole sono di esclusiva competenza della Chiesa , che ne definisce i contenuti e nomina i ministri a sua discrezione. Quando il partito FIT, al Parlamento, ha presentato una richiesta di informazioni al Ministero dell’Istruzione in merito agli eventi di San Vicente de Paul, si è rifiutato di rispondere. L’anno successivo, si è verificato un episodio di abuso nella scuola di Santa Ana de Hernández da parte del sacerdote Maximiliano Di Virgilio, e ancora una volta il sacerdote si è unito all’insabbiamento da parte dei suoi dirigenti e rappresentanti legali. Questa è la politica dello Stato.

    A spezzare la rete di impunità è stata l’ organizzazione della comunità scolastica e la mobilitazione delle organizzazioni femminili e di quelle contro gli abusi ecclesiastici. La denuncia di Daniela è stata il risultato di una campagna di raccolta di testimonianze, in seguito all’impatto del primo post e alla valanga di ricordi di ex studenti che hanno inondato i social media. In risposta alle azioni della scuola, più di 100 studenti, familiari e insegnanti dell’istituto hanno parlato, chiedendo un’indagine sui fatti denunciati. È stata organizzata la campagna “Rocío, ti credo” e sono state raccolte nuove testimonianze. Si è tenuto un raduno davanti a ciascun tribunale.

    Solo questo ha portato all’arresto dell’uomo che era stato trasferito nella provincia di Misiones per servire come cappellano dello Squadrone XIII della Gendarmeria Nazionale, una nomina che ha rivelato la complicità dello Stato . Prima di arrivare a San Vicente, era già stato cappellano di quella forza a Neuquén, dove le comunità Mapuche lo hanno denunciato per autoritarismo e invasione del territorio. L’integrazione del clero con le forze repressive è un’altra carta di protezione per gli abusatori, come abbiamo visto quando Padre Lorenzo ha minacciato le sue vittime attraverso i suoi contatti nel Servizio Penitenziario di Buenos Aires; ma non è stato sufficiente.

    Arriviamo così al processo, che si terrà tra il 10 e il 12 luglio, a cui Sidders giunge dopo quattro anni e mezzo di arresti domiciliari. Ancora una volta, ci mobiliteremo per ottenere la sua condanna, per chiedere giustizia per Daniela e stare al fianco della sua famiglia, e per porre fine all’impunità che regna sovrana per gli abusi ecclesiastici. Con questi striscioni, ci riuniremo presso il Tribunale di 8th Street, tra la 56th e la 57th Street (La Plata) alle 9:00 di giovedì 10, e poi di nuovo sabato 12 a partire da mezzogiorno per attendere il verdetto.

    https://prensaobrera.com/sociedad/por-la-condena-a-raul-sidders-por-terminar-con-la-impunidad-de-los-abusos-eclesiasticos

  • Enna – Archiviate le tre querele per diffamazione e diffusione di atti procedurali fatte alla giornalista Pierelisa Rizzo da don Giuseppe Rugolo

    Enna – Archiviate le tre querele per diffamazione e diffusione di atti procedurali fatte alla giornalista Pierelisa Rizzo da don Giuseppe Rugolo

    Il tribunale di Enna ha archiviato le tre querele per diffamazione e diffusione di atti procedurali fatte alla giornalista Pierelisa Rizzo da Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato dal tribunale di Enna a 4 anni e 6 mesi per violenza sessuale su minori.

    Le querele erano state archiviate dalla procura ma i legali del sacerdote , che avevano chiesto anche il sequestro dei supporti informatici e dei cellulari della giornalista, si erano opposti. Ora il tribunale scrive la parola fine alla vicenda giudiziaria.

    Insieme alla Rizzo, assistita dagli avvocati Eleanna Parasiliti Molica del foro di Enna e Giovanni DI Giovanni, del foro di Caltanissetta, sono stati querelati, tutte querele archiviate, altri 6 giornalisti, il presidente di Rete l’Abuso, unica associazione italiana che si occupa di sopravvissuti ad abusi clericali, Francesco Zanardi, e una delle vittime del prete, Antonio Messina dalla cui denuncia è scaturita l’inchiesta che ha portato alla condanna di Rugolo. “

    Sono grata alla giustizia e ai magistrati che hanno riconosciuto la temerarietà di queste querele fatte solo per bloccare il flusso di informazione – dice la Rizzo – Questo processo , seppure a porte chiuse, andava raccontato perché ha svelato uno scenario inquietante nella diocesi di Piazza Armerina e ha portato , oltre alla condanna del sacerdote, all’incriminazione per falsa testimonianza del vescovo Rosario Gisana e del vicario giudiziale Vincenzo Murgano “.

    Sono gli stessi giudici di Enna, come aveva già fatto quello di Savona che aveva archiviato la querela contro il presidente Zanardi, a stabilire che la Rizzo ha riportato le notizie a norme legge dato che “non sussiste il divieto di pubblicazione, anche parziale degli atti del dibattimento celebrato a porte chiuse”.

    La giornalista è stata sostenuta da Ossigeno per l’informazione, l’osservatorio nato per documentare e analizzare il crescendo di intimidazioni e minacce nei confronti dei giornalisti italiani e ha ricevuto la solidarietà dell’ordine dei giornalisti di Sicilia e dell’Assostampa.

    La Rizzo, di recente, nel corso delle udienze del processo di appello a Rugolo, è stata accusata in aula dai legali di Rugolo di avere, con i suoi articoli, condizionato tribunale e testimoni

  • Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Tornato in Argentina, l’ex vescovo Zanchetta condannato per abusi tenterà la vigilanza condizionale anticipata

    Infine mons. Gustavo Zanchetta, vescovo di Orán da agosto 2013 ad agosto 2017, è tornato in Argentina per scontare il resto della pena a 4 anni e 6 mesi di reclusione che gli è stata comminata nel 2022 per abuso sessuale continuato ai danni di due seminaristi (la storia inizia nel 2016, v. Adista Notizie n. 9/19). Tuttavia, non è in carcere, è ai domiciliari, probabilmente nello stesso monastero per sacerdoti pensionati – Nuestra Señora del Valle nella città di Salta, sede anche del processo che lo ha riconosciuto colpevole – dove era stato trasferito dopo soli 4 mesi di detenzione (v. qui  e qui). Dal monastero era partito per Roma lo scorso novembre, con un permesso di viaggio per un lasso di tempo fino al 1° aprile, per sottoporsi a un’operazione cardiaca. Scaduti tali termini, però, Zanchetta era uccel di bosco. Mentre il Policlinico Gemelli, dove era stato ricoverato, assicurava che era stato dimesso, la diocesi si rifiutava di confermare il rientro del recluso in Argentina.

    Chi ha dato notizie di Zanchetta è stato, nei primi giorni di giugno, il sito di informazione Infocatolica (6/6) contattato da uno dei due seminaristi abusati, Matías Montes. «Zanchetta è a Salta – ha dichiarato Montes –, ha ricevuto la visita dell’attuale vescovo di Orán, gli stanno preparando un’abitazione nello stesso monastero, l’ho visto con i miei proprio occhi».

    Montes è anche convinto che Zanchetta chiederà la libertà vigilata anticipata, come previsto dal codice penale argentino (la libertà vigilata anticipata consente ai prigionieri condannati di essere rilasciati sei mesi prima della scadenza della pena, a condizione che soddisfino determinati requisiti). «Sappiamo che la chiederà; gli stanno spianando la strada… Il sistema giudiziario non ha fatto un buon lavoro. Non abbiamo fiducia in loro, a Salta. Finché la Chiesa rimarrà vicina allo Stato, questo continuerà ad accadere». Per contro, ha aggiunto, le vittime non hanno avuto da parte della Chiesa nessun tipo di supporto: «Siamo stati completamente abbandonati. Volevamo diventare preti e abbiamo dovuto andarcene. Non c’è stato nessun aiuto psicologico, nessun sostegno, nessuna vera giustizia».

    Non è una novità per Zanchetta il rendersi irreperibile. La Procura della Repubblica argentina, nel 2019, ha dovuto emettere un mandato di cattura internazionale contro di lui perché non rispondeva alle ripetute telefonate ed e-mail inviategli al fine di procedere alla notifica degli atti processuali, malgrado avesse deciso di costituire il suo domicilio nello Stato del Vaticano. E a Roma in effetti era (v. Adista Notizie n. 9/19), protetto da papa Francesco che il 19 dicembre 2017 lo aveva nominato assessore dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica (Apsa) – una carica prima inesistente –, accogliendolo in più a Santa Marta. Era forse così convinto dell’innocenza di Zanchetta, papa Bergoglio, da inviare l’avvocato difensore dell’ex vescovo al processo canonico, Javier Belda Iniesta, nella diocesi di Orán per svolgere un’indagine canonica su sacerdoti, diaconi e seminaristi che avevano testimoniato contro Zanchetta. Indagine allora confermata dal Vicario Giudiziale del Tribunale Ecclesiastico dell’Arcidiocesi di Salta (Orán è diocesi suffraganea di Salta), Loyola Pinto y de Sancristóval (v. Adista Notizie n. 25/22).

    https://www.adista.it/articolo/74036

  • Don Samuele Marelli e le violenze sessuali su 4 ragazzini dell’oratorio: indagini chiuse. “Abusi in casa, in vacanza e nei ritiri spirituali”

    Don Samuele Marelli e le violenze sessuali su 4 ragazzini dell’oratorio: indagini chiuse. “Abusi in casa, in vacanza e nei ritiri spirituali”

    SEREGNO – Quattro ragazzi che tra il 2020 e il 2023 frequentavano l’oratorio di Seregno quando erano ancora minorenni e avrebbero subito palpeggiamenti e atti sessuali ad opera del parroco. Ora che hanno raggiunto la maggiore età risultano parti offese nell’atto di conclusione delle indagini firmato dalla Procura di Monza nei confronti di don Samuele Marelli, classe 1976, già vicario della comunità pastorale San Giovanni Paolo II di Seregno e responsabile della pastorale giovanile della stessa cittadina che comprende sei parrocchie, per sette anni responsabile della Fondazione diocesana per gli oratori milanesi.

    Le accuse nei confronti del sacerdote comasco, già condannato nel processo canonico e allontanato dal servizio ecclesiastico, sono violenza sessuale aggravata e atti sessuali con minori. Secondo il procuratore monzese Claudio Gittardi e la pm Francesca Gentilini, don Samuele avrebbe sfruttato il suo ruolo di guida spirituale e di educatore per abusare della fiducia dei ragazzi, commettendo nei loro confronti abusi nella sua abitazione, ma anche durante i momenti di vacanze di gruppo o di ritiro spirituale. Il religioso, difeso dall’avvocato romano Giovanni Amorosi, è stato convocato dai magistrati per l’interrogatorio in fase preliminare, ma si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere. Ora la Procura attende il termine concesso alla difesa per presentare memorie e poi deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio.

    Domenica 27 aprile scorso, al termine della messa delle 11 in Basilica a Seregno, il vicario episcopale monsignor Michele Elli aveva reso nota la sentenza comunicata all’Arcivescovo dal Tribunale ecclesiastico, che ha riconosciuto la colpevolezza di don Samuele Marelli in riferimento a due fattispecie delittuose per l’ordinamento canonico, “gli atti contro il sesto comandamento del decalogo” con un minore e con un maggiorenne, compiuti “tramite abuso di autorità”. Il sesto comandamento del decalogo, “Non commettere adulterio“, è interpretato dalla Chiesa come un divieto più ampio degli atti contro la castità.

    La pena per il sacerdote che ne deriva è stata la proibizione, per cinque anni, di risiedere nel territorio dell’Arcidiocesi di Milano e la proibizione, per cinque anni, dell’esercizio pubblico del ministero sacerdotale; la proibizione perpetua di cercare contatti volontari con minori, se non alla presenza di un accompagnatore maggiorenne, nonché la privazione, per dieci anni, della facoltà di confessare e di poter svolgere attività di direzione spirituale.

    Inoltre la proibizione perpetua di cercare contatti volontari, attraverso qualunque mezzo, con persone che erano canonicamente domiciliate a Seregno nel periodo in cui don Samuele aveva svolto il ministero sacerdotale. La vicenda di don Samuele Marelli aveva avuto inizio nel maggio del 2024, quando monsignor Elli aveva comunicato ai fedeli la sospensione del servizio pastorale del parroco, ufficialmente chiesto dallo stesso sacerdote nel febbraio 2024 “per favorire un recupero psico-fisico” e rileggere l’esperienza degli anni di ministero.

    Qualcuno, all’interno della Curia ambrosiana, aveva ipotizzato che si trattasse di una crisi vocazionale, visto che il sacerdote era stato sospeso improvvisamente da tutti gli incarichi pastorali. Una brusca frenata per un prete con una carriera brillante fatta di continue promozioni e l’aspirazione di ricoprire il ruolo di direttore del Servizio nazionale per la pastorale giovanile della Conferenza episcopale italiana. Invece poco a poco erano iniziate a spargersi le voci di una deriva a sfondo sessuale alla base dell’allontanamento. Ma soltanto la conferma dei giudici ecclesiastici ha scoperchiato il pentolone.

    https://www.ilgiorno.it/monza-brianza/cronaca/abusi-don-marelli-processo-kxkvc5z1

  • Slitta la sentenza di appello per il sacerdote accusato di violenza sessuale

    Slitta la sentenza di appello per il sacerdote accusato di violenza sessuale

    Slitta al I° luglio la sentenza del processo d’appello, che si celebra a Caltanissetta, a Giuseppe Rugolo, il sacerdote condannato in I° grado dal tribunale di Enna a 4 anni e 6 mesi di carcere per violenza sessuale a danno di minori. Il verdetto era atteso per il prossimo 17 giugno. Oggi è stata la volta delle repliche del procuratore generale Antonino Patti, che ha insistito sulla conferma della condanna, e delle controrepliche degli avvocati di parte civile e del responsabile civile della curia oltre che il legale della parrocchia di San Giovanni.

    Mauro Lombardo, legale della parrocchia di San Giovanni, che in realtà sarebbe uscito dal processo perché in primo grado non è stato ritenuto responsabile civile, risponde all’obiezione fatta nelle scorse udienze da Giovanni Di Giovanni, legale dei genitori di Antonio Messina, l’archeologo che ha denunciato Rugolo per ribadire che non è vero che lui non ha diritto a stare in aula, ma che se la sentenza non venisse confermata anche la parrocchia potrebbe trarne vantaggio.

    Per Lombardo, Antonio Messina avrebbe mentito sulla natura dei rapporti con Rugolo. E mentre Gabriele Cantaro legale della curia ha sostenuto che sarebbe stata la famiglia della vittima a chiedere 25 mila euro al vescovo Rosario Gisana, l’avvocato della parte civile, Eleanna Parasiliti Molica ha raccontato come sarebbe stato proprio un notaio di Enna a mettere in guardia Gisana dal consegnare in contanti la cifra.

    Slitta la sentenza di appello per il sacerdote accusato di violenza sessuale