Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • Scomparso 24 anni fa Si torna a indagare

    Scomparso 24 anni fa Si torna a indagare

     Il caso del piccolo Pasqualino Porfidia si riapre. Ipotesi pedofilia. Nel Casertano al via ricerche in cunicoli.

    Si tornerà ad indagare sulla scomparsa di Pasqualino Porfidia, il bambino di Marcianise di cui si è persa ogni traccia il 7 maggio del 1990, quando aveva 8 anni e mezzo (oggi ne avrebbe 32). Il piccolo fu visto l’ultima volta intorno alle 11.30 nel quartiere di San Giuliano, dove viveva con la famiglia, mentre era seduto su una panchina. A riaprire il caso è stato il Gip del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere cui si è rivolta la Procura, che ha ritenuto fondati gli elementi contenuti nell’istanza depositata il 7 marzo scorso dai familiari di Pasqualino; dopo venti giorni dalla presentazione della richiesta, infatti, gli inquirenti hanno voluto ascoltare la madre, la sorella e il fratello dello scomparso.

    I carabinieri, delegati alle indagini, cercheranno in particolare le ultime tracce de bambino nei cunicoli sotterranei in cui negli anni non si è mai controllato, si incroceranno con le audizioni degli amichetti di allora di Pasqualino e con il filone investigativo che porta a Milano, al suicidio di un uomo originario di Marcianise che in una lettera scritta prima di uccidersi ha raccontato di aver subito numerosi abusi subito quand’era bambino e risiedeva nella città del Casertano. «La Procura è stata molto celere nel comprendere che c’erano elementi importanti per riaprire il caso – spiega l’avvocato Salvatore Gionti, che assiste la famiglia dello scomparso – dopo due archiviazioni e tante parole e illazioni è arrivato il momento di scrivere la verità su quanto accaduto a Pasqualino; ci sono molti interrogativi da chiarire – prosegue il legale – come quello relativo alla presenza di piccoli tunnel che partono proprio dalla zona di san Giuliano in cui risiedeva Pasqualino con la famiglia; lì non si mai andato a vedere ma oggi, con i geo-radar, è possibile eseguire controlli accurati. È poi necessario risentire gli amici di Pasqualino, oggi sono maggiorenni e potrebbero avere una diversa sensibilità; e bisogna chiarire il ruolo di alcune persone che abitavano nelle vicinanza della famiglia e che in quei giorni si comportarono in maniera piuttosto strana, non partecipando per esempio alla continue ricerche. Nell’istanza comunque la famiglia – che si è rivolta all’Unità Prevenzione Rischio Criminologico guidata dalla criminologa Immacolata Giuliani – non ha mai parlato di pedofilia, e la stessa decisione di riaprire il caso ha tenuto conto solo degli elementi da noi forniti». Più volte però negli anni sulla vicenda si è affacciato l’incubo del giro di pedofili in cui sarebbe finito Pasqualino.

    Nel 2000 «Chi l’ha visto?» intervistò un cugino, suo coetaneo, che riferì come nella sala giochi frequentata dal gruppo di bambini venisse spesso un adulto, di circa trentatrè anni, che cercava di vendere riviste pornografiche ai piccoli frequentatori della bisca. Il ragazzo però raccontò di non ricordare di aver visto Pasqualino uscire dal locale con quest’uomo. Alcuni giornali pornografici furono anche ritrovati in una cassetta degli attrezzi presso la stazione di Marcianise, che i bambini usavano come punto di ritrovo del gruppo. La pista però non ha mai trovato conferme. La madre del piccolo, inoltre, ha tirato più volte in ballo uno dei parroci del paese, dicendosi sicura che il prete sapesse qualcosa ma avesse deciso di non parlare o per paura o per gli obblighi derivanti dal segreto confessionale; lo stesso prelato però ha smentito. Decisiva inoltre per la presentazione dell’istanza sono state le consulenze psicologiche fornite alla mamma e alla sorella di Pasqualino dall’associazione “Noi Voci di Donne”; durante le sedute di ascolto sono emersi gli elementi poi confluiti nella richiesta.

  • Abusi su minore tra Genova e Roma, prete a giudizio

    Abusi su minore tra Genova e Roma, prete a giudizio

     Genova – A Genova e a Roma. In anni diversi. Ha commesso abusi su un ragazzino originario del Frusinate a lui affidato, vittima che per l’umiliazione tentò di uccidersi. Con quell’accusa sarà processato Vito Beatrice, 70 anni, sacerdote appartenente alla Congregazione dei Chierici Regolari di Somasca, nella chiesa di Sant’Alessio, nella zona dell’Aventino, nel cuore di Roma.

    Il gup Giulia Proto, accogliendo le richieste del procuratore aggiunto Maria Monteleone, ha disposto il suo rinvio a giudizio, fissato il 10 ottobre prossimo l’inizio del processo davanti alla VIII sezione collegiale del tribunale capitolino.

    Vittima degli abusi, un giovane oggi 28enne, all’epoca dei fatti minorenne. Secondo l’accusa, padre Beatrice, in molteplici circostanze (i fatti contestati sarebbero stati commessi a Roma tra maggio e ottobre 2000 e a Genova tra maggio 2002 e ottobre 2004) «con abuso d’autorità derivante dalla sua posizione di precettore e padre spirituale – si legge nel capo d’imputazione – avendo avuto dai genitori in affidamento il minorenne per ragioni di educazione ed istruzione, costringeva la persona offesa a compiere e subire atti sessuali reciproci».

    Violenze sessuali che inizialmente la vittima non aveva raccontato, tenendo dentro di sé un dolore talmente insopportabile che nel febbraio 2010 lo portò a tentare di togliersi la vita gettandosi da una finestra di una discoteca in un fiume nella zona di Frosinone.

    Fu allora che decise di raccontare tutto prima alla fidanzata (che lo trovò che annaspava nell’acqua) e poi ai genitori (che lo hanno accompagnato oggi per l’udienza preliminare). Nel gennaio 2011 denunciò i fatti per i quali adesso il religioso sarà processato.

    http://www.ilsecoloxix.it/p/italia/2014/04/30/AQq8CagC-giudizio_genova_minore.shtml

  • Accusato di estorsione l’accusatore del prete imputato per pedofilia

    Accusato di estorsione l’accusatore del prete imputato per pedofilia

    Il giudice Tassoni ha disposto l’imputazione coatta per il padre del bambino, nonostante la richiesta di archiviazione della procura.

    Un parroco accusato di pedofilia, mentre il padre della presunta vittima viene imputato per  estorsione proprio ai danni del religioso. Si complica sempre più il caso di un prete della provincia ferrarese che in questi mesi sta affrontando il processo per i presunti atti di pedofilia verso il figlio di una coppia a cui aveva dato ospitalità. Un accusa che l’imputato aveva sempre negato, affermando di essere finito nella “trappola” del padre del bambino che, minacciato di sfratto, avrebbero detto al religioso: “Se mi cacci ti denuncio per pedofilia”.

    La vicenda ha inizio nel 2010, quando la famiglia giunge in un paese della provincia ferrarese e viene ospitata dal don, 60 anni, che offre loro vitto e alloggio. Ben presto la convivenza inizia a stare stretta e il prete invita la famiglia ad andarsene. Il 35enne non la vede allo stesso modo e ne nasce una causa civile che darà ragione al sacerdote. La famiglia – marito, moglie e due figli piccoli – però non trasloca nemmeno dopo la sentenza di occupazione abusiva dell’appartamento. Intanto parte la denuncia per violenza sessuale ai danni del bambino della coppia, di pochi anni. Si parla di particolari attenzioni ricevute dal minore durante una festa di compleanno.

    Ne è nato così un “doppio processo”, in cui il ‘don’ accusa il padre di bambino di estorsione, ma è a sua volta accusato di atti di pedofilia. Su questo fronte il tribunale sta vagliando le istanze difensive, in particolare per quanto riguarda l’alibi che il prete ha presentato per il giorno dei fatti. La denuncia per minacce ed estorsione era stata stoppata invece di fronte alla richiesta di archiviazione della procura. Un’archiviazione che ha trovato l’opposizione formale degli avvocati Claudio Maruzzi e Marcello Carmelo, difensori del prete, raccolta dopo l’ultima udienza dal giudice Tassoni, che ha disposto l’imputazione coatta per il padre del bambino. Ora la procura avrà due settimane di tempo per formulare l’accusa, poi partirà anche il processo ‘a parti invertite’ in cui il don sarà presente come parte civile.

    Accusato di estorsione l’accusatore del prete imputato per pedofilia

  • Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione

    Scoprire gli altarini della Chiesa non è diffamazione

    Da che mondo e mondo si ha diffamazione quando la notizia riferita dal presunto diffamante, verosimilmente a mezzo stampa ma anche in discussioni private, è falsa. Anche solo parzialmente falsa, nel senso che potrebbe essere basata su dati veri ma riportati secondo interpretazioni soggettive non supportate da riscontri oggettivi. Questo è quello che dice il buon senso ed è anche l’assunto su cui si basa la corrente giurisprudenza, anche perché diversamente verrebbe violato il principio costituzionale della libertà di parola e di stampa.

    Notizie sì scomode, ma anche senza dubbio vere come stabilito dallo stesso Tribunale

    Non è evidentemente dello stesso avviso il seminario della diocesi di Acqui (AL), visto che aveva denunciato il mensile francescanoTempi di fraternità per un articolo, pubblicato online anche dal sitoTrucioli savonesi, in cui vengono riportate sul seminario notizie sì scomode, ma anche senza dubbio vere come stabilito dallo stesso Tribunale, che ha rigettato il ricorso e ha perfino condannato il seminario al risarcimento delle spese legali affrontate dalla controparte. In realtà l’articolo non ha nemmeno toni di rimprovero, semmai esorta il vescovo di Acqui a procedere nella sua opera di deopacizzazione già pubblicizzata dal settimanale Panorama Economy. E nel farlo mette in luce alcune vicende a dir poco discutibili.

    Oggetto della controversia è la splendida Villa Paradiso in quel di Varazze, immobile di proprietà del seminario vescovile utilizzato come struttura ricettiva di lusso, dotata di parco con piscina e campo da golf, il tutto senza nessuna licenza e senza nemmeno pagare l’Ici. Il Secolo XIX aveva pubblicato un’inchiesta sull’anomalo utilizzo di quell’immobile, stuzzicando così i vigili urbani di Varazze che nel giro di qualche giorno bussarono alla porta del resort contestando, tra le altre cose, anche il reato di abuso edilizio per aver trasformato il sottotetto e frazionato la villa in unità abitative. Un totale di 5.000 euro di ammenda. È lo stesso quotidiano a darne notizia, in un articolo in cui si fa riferimento anche al palazzo del Seminario Maggiore di Acqui dato in concessione agli albergatori locali per farne un ostello con 40 camere. L’articolo contiene anche un’intervista in cui il direttore del seminario don Giacomo Rovera si difende dalle accuse. O almeno ci prova.

    Per il prete si tratta semplicemente di sfruttare degli immobili che a causa del calo vocazionale sono rimasti sostanzialmente vuoti. Mentre cerchiamo di capire la provenienza dello stridio che si avverte nell’aria possiamo, se lecito, dare un suggerimento per un possibile utilizzo alternativo. Il suo più alto superiore, infatti, giusto pochi mesi fa aveva chiesto che i conventi vuoti non venissero utilizzati per lucrare ma venissero impiegati per accogliere i rifugiati, ma pare che quell’appello non abbia avuto molto seguito. Diciamo pure che non ci risultano simili cambi di destinazione finora. In un simile contesto la diocesi di Acqui potrebbe volersi distinguere adeguandosi, probabilmente per prima, all’appello papale.

    Il gestore del resort, risulta condan­nato per estor­sione e bancarotta

    Ma torniamo alla vicenda giudiziaria. Per il seminario chi riporta questi fatti, che sono talmente veri al punto che ci sono perfino verbali ufficiali della polizia municipale, diffama. Deve trattarsi di un’interpretazione inusuale del messaggio evangelico “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra” (Mt 6,3). Diffamatori sono persino gli avverbi, e infatti il seminario contesta all’articolista di aver etichettato il mancato ricorso del comune di Varazze contro la sentenza del Giudice di Pace, che per inciso ha respinto la cartella per il pagamento dell’Ici non versata, con l’avverbio “stranamente”. In effetti un mancato ricorso da parte di chi amministra la cosa pubblica non può essere considerato strano, no, dovrebbe essere considerato assurdo. E diffamatorio è anche l’aver detto che Renato Bonora, il gestore del resort, risulta condan­nato per estor­sione e bancarotta fraudolenta, e che quindi la sua scelta è inopportuna per un ente religioso.

    Le motivazioni con cui il Tribunale ha respinto il ricorso sono innanzitutto il fatto che si tratta di notizie vere, e come già detto laddove c’è verità non può esserci diffamazione. Poi, nella sentenza si pone l’accento anche sul diritto di cronaca laddove si legge che “ogni cittadino italiano cattolico ha interesse – e diritto – ad essere reso edotto di come la Chiesa gestisce ed utilizza i beni di cui dispone”. Fortunatamente il testo non si ferma a questo punto ma continua: “anche indipendentemente, poi, dal credo religioso, la Chiesa è una istituzione la cui rilevanza pubblica è imprescindibile, ciò da cui consegue l’interesse pubblico delle notizie che ne riguardano le attività istituzionali”. Perché è giusto dire che i cattolici, a maggior ragione in quanto tali, devono conoscere le attività dell’organizzazione di cui fanno parte, purché si ammetta anche che in forza della dimensione pubblica della Chiesa, anche e in quanto destinataria di risorse statali, tale diritto ce l’ha anche chi cattolico non è. O non è più.

  • Pedofilia. Vacilla l’alibi di don Andrea Margutti. Due testimoni e una fotografia lo smentisco. Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Pedofilia. Vacilla l’alibi di don Andrea Margutti. Due testimoni e una fotografia lo smentisco. Caso seguito dalla Rete L’ABUSO

    Secondo i testimoni del pm il ‘don’ sarebbe stato presente alla festa. Ma la difesa contrattacca attraverso i tabulati telefonici

    Vacilla l’alibi del parroco 60enne accusato di aver commesso atti pedofilia verso il figlio di una coppia a cui aveva dato ospitalità nella propria abitazione. Durante l’ultima udienza in rito abbreviato il pm Alberto Savino ha chiamato in aula due nuovi testimoni, la cui versione dei fatti potrebbe smentire – almeno in parte – la ricostruzione degli eventi fornita dall’avvocato difensore Claudio Maruzzi. Che durante le ultime sessioni aveva presentato un alibi “di ferro” per il suo assistito: il “don”, quel giorno, non avrebbe mai potuto molestare il bambino, visto che contemporaneamente era impegnato in una funzione religiosa in un altro paese.

    La vicenda ha inizio nel 2010, quando una famiglia di origine straniera giunge nel ferrarese e viene ospitata dal parroco, che offre loro vitto e alloggio. Ben presto la convivenza inizia a stare stretta e il prete invita la famiglia ad andarsene. Il 35enne capofamiglia non la vede allo stesso modo e ne nasce una causa civile che darà ragione al sacerdote. La famiglia – marito, moglie e due figli piccoli – però non trasloca nemmeno dopo la sentenza di occupazione abusiva dell’appartamento, e passa anzi al contrattacco denunciando il parroco per violenza sessuale, per le “particolari attenzioni” ricevute dal figlio durante una festa di compleanno nell’abitazione. In più la famiglia, assistita dall’avvocato Giovanni Montalto, deposita un’altra denuncia, questa volta per truffa, contro il prete: con raggiri gli avrebbe sottratto 43mila euro.

    Diversi procedimenti i cui esiti sono inevitabilmente destinati a influenzarsi l’uno con l’altro. A partire dal giudizio che il tribunale darà sui presunti atti di pedofilia. L’alibi proposto dalla difesa, pur trovando riscontro nelle testimonianze, potrebbe non bastare a sollevare il prete da ogni sospetto. Tra gli ultimi testimoni ascoltati dal tribunale vi è infatti anche un altro ‘don’ di un paese della provincia estense, che pur confermando l’impegno “professionale” dell’imputato il giorno dei fatti, ha specificato di averlo visto solo durante la funzione religiosa, iniziata verso le 17 e conclusa circa un’ora dopo. Tempistiche che non coprono l’intero arco temporale in cui, secondo l’accusa, il parroco potrebbe aver commesso la violenza sessuale. Ma la tesi accusatoria troverebbe riscontro anche nelle parole di un secondo testimone – tra gli ospiti della festa in cui si sarebbero svolti i fatti -, che conferma di aver visto il religioso alla festa, oltre che da una fotografia, portata dall’avvocato di parte civile Giovanni Montalto, che ritrae il parroco tra gli invitati.

    A supportare la tesi difensiva vi sono invece i tabulati telefonici di quel pomeriggio portati dall’avvocato Maruzzi, che mostrano l’utenza telefonica del ‘don’ spostarsi nelle celle di varie località della provincia per poi tornare nell’abitazione solo attorno alle ore 19, nelle fasi finali della festa, in accordo con la versione dell’imputato. Il processo, celebrato in rito abbreviato, continuerà in maggio con le ultime testimonianze, mentre rimane ancora ‘stoppato’ il procedimento che vede fronteggiarsi il prete e i suoi accusatori  a parti invertite: il don sostiene infatti di essere stato inizialmente minacciato dal suo ospite (che gli avrebbe detto: “se mi sfratti di denuncio per pedofilia”). Su questo fronte la richiesta di archiviazione della procura ha trovato la richiesta di opposizione dell’avvocato Maruzzi: la questione è ora al vaglio del gup.

    In discussione l’alibi del prete accusato di pedofilia

  • Diffamazione su facebook: interrogato don Carfagnini

    Diffamazione su facebook: interrogato don Carfagnini

     La querela è legata al caso don Carli: il parroco di Firmian è accusato anche di aver reso noto il nome della parte lesa.

    BOLZANO. Primo atto processuale a carico di don Gigi Carfagnini, il parroco della Chiesa del quartiere Firmian , querelato per quanto pubblicato sulla propria bacheca facebook in relazione alla condanna di don Giorgio Carli con l’accusa di aver violentato per quattro anni e mezzo una parrocchiana che all’epoca dei fatti aveva otto anni. Come noto per quella vicenda don Giorgio fu in un primo tempo assolto per l’insufficienza degli elementi di prova (con un tribunale composto da tre giudici donne), e poi condannato in appello a 7 anni e mezzo di reclusione. Sotto il profilo della pena detentiva la sentenza rimase senza conseguenze in quanto, pur confermata in via definitiva dalla Cassazione, la sanzione risultò estinta per intervenuta prescrizione.

    Rimasero però le prescrizioni civilistiche con un obbligo di risarcimento a carico di don Giorgio (e della Diocesi) per 700 mila euro. La disposizione contenuta nella sentenza penale venne poi ribadita anche nella sentenza di primo grado della causa civile avviata nei confronti del sacerdote e della Diocesi a seguito del mancato pagamento della somma.

    Fu in occasione di queste fasi processuali che don Gigi Carfagnini fu autore di un post pubblicato (per alcune ore) sulla propria bacheca di facebook nella quale reagiva in maniera veemente alle disposizioni dei magistrati definendo la sentenza penale una «pagliacciata», prendendo le difese a spada tratta di don Giorgio, rivelando il nome (oltre a presunti problemi di instabilità psichica) della parte lesa, lanciando infine pesanti sospetti sul nonno (ormai defunto) della ragazza. Il messaggio (pur eliminato dopo poche ore da don Gigi) venne pubblicato da una terza persona anche sul sito del nostro giornale e da lì nacque la notizia di reato.

    Don Gigi Carfagnini venne così querelato dalla parte lesa per diffamazione (della figura del nonno della vittima) e per aver reso noto il nome della parte lesa rimasta sempre riservato per effetto delle disposizioni sulla privacy. Nei giorni scorsi il sostituto procuratore Daniela Pol che conduce la nuova inchiesta penale, ha delegato la polizia a procedere all’interrogatorio del sacerdote.

    Il parroco di Firmian è stato così sentito da un ispettore di polizia alla presenza del suo difensore , l’avvocato Alberto Valenti, e ha cercato di difendersi affermando di aver a suo tempo espresso il profondo disappunto per una vicenda che – a suo dire – avrebbe portato alla condanna di don Giorgio senza concerti elementi di prova, riportando alcune testimonianze indirette sul nonno della vittima, non pensando che un semplice “post” potesse diventare pubblico.

  • La Curia di Ravenna nel mirino della Rete L’ABUSO denunciati i vescovi. Altissimo rischio di inquinamento prove, la Procura intervenga!

    La Curia di Ravenna nel mirino della Rete L’ABUSO denunciati i vescovi. Altissimo rischio di inquinamento prove, la Procura intervenga!

     La Conferenza Episcopale Italiana e il suo Presidente Angelo Bagnasco hanno adottato le linee guida sugli abusi sessuali perpetrati da preti sui minori.

    Per i vescovi non ci sarà obbligo di denuncia perché non sono pubblici ufficiali, e trincerandosi dietro questo dettaglio procedurale, i vescovi si stanno sottraendo alla responsabilità della vigilanza dei minori affidati ancora oggi alle cure del clero.

    Ma per i vescovi che verranno a conoscenza dei crimini commessi dai sacerdoti appartenenti alle loro diocesi, dovrà valere pur sempre la responsabilità stabilita dal secondo comma dell’art. 40 del codice penale secondo il quale “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo.”

    E’ quanto emerge dalla ordinanza del GIP del Tribunale di Savona dell’8 maggio 2012, che ha ravvisato la responsabilità di un vescovo, Dante Lafranconi, il quale ha coperto pedofili e non ha fatto nulla per impedire che potessero continuare ad abusare di minori.

    Nel caso di don Giovanni Desio al momento emergono 5 vittime, diverse denunce anche pubbliche, alcune addirittura a mezzo stampa che però sembra siano rimaste in’ascoltate. A mettere fine, anche questa volta c’è voluta la magistratura, altrimenti chissà per quanto altro tempo in curia non se ne sarebbero accorti, chissà quante altre vittime.

    Eppure di Desio non emerge un profilo così rassicurante, da chi aveva ritirato i figli vietando di avvicinarsi alla parrocchia a chi aveva invece comunicato anche alla curia i suoi “sospetti” sul sacerdote, il ragazzino veneto fuggito di casa e ritrovato dai servizi sociali affidato a Desio, nonché le sue “bizzarrie” denunciate persino a suon di articoli di stampa.

    Ma possibile che la curia non abbia mai avuto sospetti? O forse hanno agito con troppa leggerezza omettendo la vigilanza di cui per l’articolo 40 comma 2 sarebbero responsabili e penalmente perseguibili?

    La curia i sospetti li ha avuti eccome infatti corre ai ripari, non a caso arriva una squadra di tre avvocati tra cui un civilista per proteggere i beni della Diocesi, la quale istituisce anche una al quanto sospetta «equipe per la tutela dei minori» composta dal vicario generale e da un parroco, da una dottoressa psicologa psicoterapeuta, da una dottoressa neuropsichiatra infantile, da una giurista che esercita nel foro ecclesiastico, da un civilista e da un canonista.

    Ci auguriamo che la magistratura intervenga immediatamente impedendo che la Diocesi possa avere contatti con i minori coinvolti e non, almeno fino alla chiusura delle indagini.

    Il rischio di inquinamento delle prove è altissimo e non si può permettere che questo accada soprattutto in questa vicenda dai contorni ancora molto torbidi.

    Questa la denuncia inoltrata oggi dalla Rete L’ABUSO alla Procura della Repubblica di Ravenna nella quale si chiede che l’indagine sulle molestie commesse da don Desio venga allargata anche alle responsabilità dei Vescovi che negli ultimi 10 anni (prescrizione) sono stati a capo della Diocesi di Ravenna – Cervia.

    Il Portavoce Francesco Zanardi

  • Don Desio e quella richiesta choc di Viagra

    Don Desio e quella richiesta choc di Viagra

     RAVENNA – “Riesci a recuperarmi Viagra, Cialis o Levita?”. Una richiesta choc, pronunciata sul finire del 2013 dalla bocca di don Giovanni Desio a un confidente. “Non che io ne abbia bisogno”, si era affrettato ad aggiungere alludendo alla diffusa condizione maschile nelle ore precoci del mattino, per poi precisare, “tanto ho un amico farmacista…”. E’ solo uno degli aspetti che vengono a galla sul caso del parroco di Casalborsetti. Forse quello di maggiore impatto, che va ad aggiungersi a tanti altri episodi circostanziati avvenuti dal 2005 a oggi, descritti da chi con il religioso aveva un sincero rapporto di amicizia. Trascorsi ormai 10 giorni di carcere – con l’accusa di sostituzione di persona, adescamento e atti sessuali con minorenni – tali episodi permettono di ricostruire la deriva di un parroco accolto a Ravenna come ‘promessa’ tra le guide spirituali della futura diocesi, e finito ‘isolato’ ai margini dell’orbita ecclesiastica bizantina, difficilmente inconsapevole di certe ‘difficoltà’ sofferte.

    I sospetti al cinema
    Era capitato a Milano nel 1998, alla proiezione di “Happiness” di Todd Solondz. Al termine aveva commentato la pellicola, “io lo so che i ragazzi a 13/14 anni sanno bene quello che vogliono e come fare per ottenerlo”. Una frase scambiata lì per lì per pura sensibilità, mostrata da un uomo, orfano e adottato, che pochi anni più tardi, una volta presi i voti, si sarebbe interessato in maniera molto approfondita alle famiglie e ai ragazzi della piccola località rivierasca.
    Il primo 14enne E’ in questo contesto, siamo al 2005 (il don era stato nomi- nato a Casalborsetti nel 2001), che si interessa al caso di una madre con tre figli minorenni. La assume per le pulizie all’asilo parrocchiale, inserendo i bambini nel programma didattico, tra suore, catechisti, maestre. Desio si spende anche con il vescovo (allora era Verucchi) per fare ottenere alla fa- miglia un appartamento a Porto Corsini. Passano due anni nel corso dei quali il sacerdote si affeziona con il più grande dei tre, allora 14enne. Lo ospita in canonica, lo porta al cinema, “E’ un’anima delicata, mi chiama ‘Patri’” (‘padre’ alla siciliana), andava dicendo, “sto cercando di tutto per portarlo via alla madre, non vedo l’ora che sia maggiorenne perché se ne vada di casa”. E’ probabilmente dovuto alle particolari attenzioni riservate al giovane un alterco con la donna, che nel 2007 costringe il parroco a contattare i servizi sociali di Ravenna.

    L’amore tradito 
    Siamo al 2009; il giovane si allontana dalla famiglia, ma non sceglie il prete. La sua strada prende la direzione di Rimini. Per chi lo conosce bene, Desio vive tale distacco come un tradimento profondissimo da parte di un giovane per il quale diceva di avere “grandi progetti”. Sempre per lui, nel 2012, il sacerdote viene chiamato a testimoniare in un processo al tribunale malatestiano. Ma questa è un’altra storia.

    Isolato dalla curia 
    La delusione per una ‘promozione’ mai arrivata alla volta di parrocchie più importanti, si acuisce con le critiche da parte di alcuni confratelli su un presunto giudizio che, già in ambiente milanese, avrebbe ritenuto l’aspirante parroco inidoneo al sacerdozio. La tanto discussa poesia riadattata per il Ravenna Festival 2008 e pubblicata sul settimanale della diocesi ‘Risveglio 2000’ arriva come un macigno. Don Desio si sente offeso, attaccato e abbandonato. Anche il paese – che aveva inizialmente accolto quantomeno con curiosità un parroco giovane, visto come moderno e modernista – si spacca, soprattutto dopo la decisione di chiudere l’asilo per problemi gestionali. Medita di andarsene, poi qualcosa lo fa tornare sui suoi passi. “Il vescovo mi vuole qui”, dice pubblicamente. A spronarlo due gruppi di giovani che gravitano in parrocchia, uno dei quali i ‘Ragazzi del don’.

    I giochi in camera da letto 
    Sono adolescenti, molti dei quali battezzati proprio da lui. Con loro si crea una sorta di ‘cordone sanitario’ nel quale gra- dualmente don Desio si isola. Anche l’interesse per la tecnologia diventa compulsivo, infantile: tre telefoni cellulari, sms, chat, Facebook. Una delle accuse riguarda appunto l’accesso nel profilo del social network di uno di lo- ro. Si inseriscono in questo contesto i giochi, i regali (alcuni dei quali, come i palloni, sono stati sequestrati dalla Seconda sezione della squadra Mobile), poi i pigiama party. “Faccio tutto per loro – seguita a dire – sono loro la mia famiglia”. La Play Station, compra- ta e installata inizialmente nel televisore dell’oratorio già dotato di Sky, nel 2012 finisce montata nella camera da letto.

    “Io lo amo” 
    In quello stesso anno le attenzioni si posano su un nuovo ragazzo. Si tratta del giovane ora residente a Treviso, già sentito nei giorni scorsi dagli inquirenti. Che si tratti di qual- cosa di più che una semplice simpatia lo dimostrano le tante uscite, al cine- ma, in canonica, a cena, anche nella redazione di Risveglio 2000. Lo descrive come “meraviglioso, sensibile, intelligente”, e ancora, “io lo amo”, “lo vorrei salvare perché la famiglia me lo vuole portare via”, “quella che ho con lui è una storia importante”. E’ questo il tenore delle frasi che, da ubriaco al termine di una litigata avvenuta con una donna in un bar del paese nel 2012, rivolge a un confidente intervenuto per calmare i toni della discussione.

    La lettera a Verucchi 
    Non passa molto da quella sera, com’era immaginabile, prima che l’allora vescovo, riceva una lettera dai toni preoccupati, chiedendo di intervenire prima che don Desio “arrechi danni a sé stesso o ad altri”, insomma, per impedire che il sacerdote “si rovini la vita”. Non accade nulla. Siamo sicuri che niente ha a che fa- re in questa circostanza il forte sostegno del parroco di Casalborsetti al porporato, in quel periodo al centro di due casi di forte tensione per la Curia: moschea e Galletti Abbiosi.

    La fuga in canonica 
    Trascorrono i mesi, e i Servizi sociali intervengono per un nuovo episodio che riguarda sempre lo stesso ragazzino. Una fuga, da Treviso dove ormai risiede, per tornare a Casalborsetti. La madre sporge denuncia di scomparsa. Il giovane viene trovato e affidato al don, il quale rivela a più persone di aver chiesto e ottenuto l’affidamento al vescovo come tutore. E’ l’interessamento dell’Asp (l’azienda servizi alla persona) che informa la madre del ragazzo e annota l’ ‘avvenuta consegna’ dall’adolescente dalle mani sacerdotali a quelle del genitore.

    Prete di bordo
    L’ultimo desiderio di cambiare ambiente, almeno per un certo periodo, arriva nell’ottobre 2013. Desio viene accompagnato a Roma per sostenere l’esame per diventare parroco di bordo, sulle navi da crociera “Costa”. Una speranza alimentata da una richiesta di cui si vantava con po- chi intimi: essere stato contattato dall’agente di un attore hollywoodiano per raggiungerlo per un’esperienza in barca ai Caraibi. Aveva ripiegato per un tour del Mediterraneo, per il quale aveva chiesto un permesso per febbraio-marzo di quest’anno. E’ in quello stesso periodo che le acque si sono fatte torbide. A partire dall’incidente del suv nel canale, guidando ubriaco quasi quattro volte oltre il limite. E l’indagine della polizia, finita con l’arresto sulla base di un quadro probatorio che ha messo nero su bianco ogni sospetto, detto o taciuto.

    Federico Spadoni
  • Secondo faccia a faccia ONU Vaticano questa volta davanti al Comitato contro la tortura

    Secondo faccia a faccia ONU Vaticano questa volta davanti al Comitato contro la tortura

     Il Vaticano dovrà affrontare la seconda audizione delle Nazioni Unite sugli abusi sessuali del clero, questa volta davanti al Comitato contro la tortura

    NEW YORK, NY – Una seconda commissione delle Nazioni Unite ha in programma di interrogare funzionari del Vaticano sui fallimenti per fermare gli abusi sessuali del clero.

    L’udienza prevista per il 5-6 Maggio a Ginevra esaminerà se il rapporto del Vaticano sulla protezione dei bambini viola la Convenzione contro la tortura delle Nazioni Unite. La Santa Sede ha ratificato il trattato nel 2002.

    Lunedi il portavoce del Vaticano ha detto che non poteva rilasciare un immediato commento.

    Lo scorso gennaio, i funzionari del Vaticano hanno testimoniato per otto ore davanti a un comitato dei diritti umani sugli abusi sessuali del clero a livello globale.

    Il Vaticano fu costretto a comparire come firmatario della Convenzione delle Nazioni Unite per i diritti del fanciullo, che impone ai governi di prendere tutte le misure adeguate per proteggere i bambini dai pericoli. La Santa Sede è stato uno dei primi Stati a ratificare il trattato nel 1990.

    La commissione delle Nazioni Unite ha pubblicato un rapporto graffiante, accusando i funzionari del Vaticano di porre sistematicamente i propri interessi rispetto a quelli delle vittime. Il Vaticano ha condannato i risultati come un riflesso delle posizioni “pregiudizi” di gruppi di difesa anti-cattoliche.

    Il Centro per i diritti costituzionali, un gruppo legale no-profit con sede a New York, hanno presentato le relazioni per conto delle vittime di entrambe le commissioni sollecitando un esame più attento delle Nazioni Unite del rapporto della chiesa sulla pedofilia. Per la prossima udienza davanti alla commissione delle Nazioni Unite contro la tortura, il Centro per i diritti costituzionali ha sostenuto che il Vaticano non ha fatto abbastanza per fermare l’abuso. lo stupro di bambini da parte del clero le torture e i trattamenti inumani.

    Venerdì scorso, il Papa Francesco si è assunto personalmente la responsabilità per il “male” degli abusi sessuali del clero, ha chiesto perdono alle vittime e ha detto che la Chiesa deve essere ancora più audace negli sforzi per proteggere i bambini. Ma Maria Caplan della Rete sopravvissuti dagli abusi da parte di sacerdoti, ha detto che i bambini sono ancora vulnerabili in chiesa perché “malsana, rigida, segreta, gerarchica, la struttura quasi tutto maschile non sta cambiando.”

    La rete dei superstiti lo scorso anno aveva separatamente chiesto alla Corte penale internazionale di indagare ex Papa Benedetto XVI e cardinali del Vaticano per possibili crimini contro l’umanità oltre gli abusi del clero. Il tribunale, con sede a L’Aja, ha respinto la richiesta.

    AP reporter Francesca D’Emilio contributed from Rome.

  • Don Walter non è più in isolamento. Trasferito a Bollate

    Don Walter non è più in isolamento. Trasferito a Bollate

     Per il sacerdote è finito il periodo dell’isolamento che ha dovuto sopportare alla casa circondariale di Bergamo dopo la condanna per violenza sessuale.

    Don Walter Mariani è stato trasferito nelle carceri di Bollate. Per il sacerdote è finito il periodo dell’isolamento che ha dovuto sopportare alla casa circondariale di Bergamo, dopo la condanna a sei anni sancita dalla Cassazione per violenza sessuale nei confronti di due prostitute. Il sacerdote, che al momento non potrà celebrare messa, sarà affidato ai servizi sociali per gli ultimi quattro anni della pena inflitta, purché ci sia un anno di osservazione positiva in carcere.

    Un percorso ancora molto lungo e che metterà il prete a dura prova.

    Le violenze per le quali è finito in carcere sono avvenute tra il 2004 e il 2006 su due giovani straniere (per una terza, di origine lituana, la Corte d’appello lo ha prosciolto): una russa e una romena ospiti della Casa di Ruth di Curtatone per un programma di recupero di cui era responsabile lo stesso sacerdote.

    Don Walter, però, non ha ancora saldato tutti i suoi conti con la giustizia. A fine marzo 2012, infatti, il prete aveva subito una seconda condanna dal tribunale di Ferrara: otto mesi di reclusione per aver indotto una testimone – una ragazza che lo accusava di violenza sessuale – a dire il falso, offrendole tremila euro per ritrattare di fatto le accuse. Per questo l’avvocato Sandro Somenzi ha presentato ricorso in Corte d’Appello a Bologna.

    A Bergamo, lo ricordiamo, era finito in cella con altri detenuti e questo, secondo il suo legale, lo aveva molo provato. Il trasferimento a Bollatre potrebbe alleggerire la sua situazione.

    http://gazzettadimantova.gelocal.it/cronaca/2014/04/14/news/don-walter-non-e-piu-in-isolamento-trasferito-a-bollate-1.9050352