Osservatorio della Rete L'ABUSO

Tag: tribunale

  • Guardate che combinava il “misionario”

    Guardate che combinava il “misionario”

    Guardate che combinava il “misionario” Nuove accuse per don Dessì

    Su don Marco Dessì, il religioso sardo denunciato dal Comune di Correggio e dall’associazione modenese Rock no war per violenze sessuali su decine di ragazzi della sua comunità di Chinandega in Nicaragua, grava anche un altro sospetto: il dubbio che abbia usato parte dei fondi che gli erano arrivati in beneficienza per arricchirsi personalmente.

    La notizia viene dal Comando dei carabinieri di Cagliari, che ha tenuto ieri una conferenza stampa ripresa questa mattina da tutti i giornali dell’isola. Nel mirino degli inquirenti ci sarebbero anche due altre persone: il commercialista di don Dessì in Nicaragua e un terzo uomo residente in quel paese. Secondo l’ipotesi investigativa, movimenti di denaro andavano a finire in suoi conti privati, trasformandosi in case, terreni, automobili. I possibili reati vanno dal riciclaggio di denaro alla truffa, all’appropriazione di immobili.
    Ma il difensore di don Dessì, l’avvocato cagliaritano Pier Luigi Concas, da noi raggiunto telefonicamente, esclude altri reati. Il difensore del religioso respinge nettamente anche l’ipotesi di violenze sessuali che ha portato all’incarcerazione del suo assistito a Parma. Di ben diverso avviso è la Procura della Repubblica di Parma, che ha raccolto le testimonianze di giovani, ora maggiorenni, che hanno subito le violenze. Anzi, la Procura sostiene che don Dessì ha anche cercato di condizionare i testimoni, offrendo loro denaro o minacciandoli.
    Il difensore di don Dessì intende ricorrere al tribunale della libertà contro la carcerazione del sacerdote. Chiederà anche che gli atti vengano trasferiti da Parma a Cagliari, dal momento che l’indagato è residente in quella città.

  • “Sborra Boy”, il nikname di don Mauro Stefanoni, condannato a 8 anni per pedofilia, Sentenza definitiva della Cassazione. Vittima un minorato psichico

    “Sborra Boy”, il nikname di don Mauro Stefanoni, condannato a 8 anni per pedofilia, Sentenza definitiva della Cassazione. Vittima un minorato psichico

    Pochi giorni prima di natale riprende il processo a Don Mauro Stefanoni, il prete pedofilo di Laglio, un processo tirato in lungo in attesa che il minore diventi maggiorenne e che tra la lista dei membri a difesa del prete ha visto la richiesta di testimonianza del vescovo di como, una vergogna.

    Cosa possiamo fare per fare pressioni, visto che a Como la Chiesa comanda?

    Io il mio apporto lo do attraverso il mio blog:
    www.vivereacomo.com/?s=stefanoni

    Se avete idee ben vengano, questo prete usa ed abusa dei media locali (di proprietà della chiesa) lancia strali e minaccia anche attraverso i commenti nel blog stesso..
    sarebbe bene per esempio riuscire ad organizzare una presenza fuori dal tribunale anche folta.

  • Condannato parroco di 88 anni per pedofilia

    Condannato parroco di 88 anni per pedofilia

    Fonte: corriere della sera

    24 nov 11:24 Lipari: abusi su minore, condannato a 15 anni ex parroco
    LIPARI – Per aver abusato sessualmente di un bambino di 5 anni, l’88enne ex parroco di Lipari e’ stato condannato a 15 anni di carcere dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina.

    Inflitti 5 anni anche alla sua perpetua, la 47enne di origine francese madre del minore: avrebbe consentito al prete di violentare il piccolo tra il 1996 e il 1998, portandolo frequentemente in parrocchia. (Agr)

    fonte:www.la7.it

    Messina 24/11/2006 13:32
    ABUSI SESSUALI SU BAMBINO, PARROCO 88ENNE CONDANNATO A 15 ANNI

    Messina, 24 nov. (Apcom) – Il Tribunale di Barcellona P. G. (Messina) ha condannato a 15 anni di carcere e 3 anni di libertà vigilata don Alessandro Restuccia, 88 anni, ex parroco della frazione Canneto di Lipari, sospeso dalle autorità ecclesiastiche duraate le indagini, per violenza sessuale su un minore.

    Assieme al parroco il Tribunale ha condannato anche la madre del minore a 5 anni di carcere perché avrebbe consentito gli abusi. Le violenze subite dal minore (all’epoca dei fatti aveva 5 anni) – secondo quanto accertato dai pm messinesi – risalgono ad un periodo compreso tra il 1996 e il 1998, quando la madre del piccolo, una donna francese sposata con un pescatore di Lipari, svolgeva il ruolo di perpetua del prete.

    A denunciare gli abusi è stato il padre durante la procedura di separazione.

    Domenica, 26 novembre 2006

  • Pedofilia, ex parroco di Lipari condannato a 15 anni

    Pedofilia, ex parroco di Lipari condannato a 15 anni

    L’ex parroco della frazione Canneto di Lipari, don Alessandro Restuccia di 88 anni, è stato condannato dal Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto a 15 anni di carcere per violenza sessuale su un minore.

    E’ stata condannata a 5 anni di reclusione anche la madre della vittima, una donna francese che faceva da perpetua al prete e che, secondo i giudici, avrebbe consentito al sacerdote di abusare del proprio figlio.

    Il pm Francesco Massara, che ha coordinato l’inchiesta,ha accertato che le violenze risalgono a un periodo compreso fra il 1996 ed il 1998. La perpetua francese, moglie di un pescatore della frazione di Canneto di Lipari,era solita portare in chiesa anche il proprio figlio, che all’epoca aveva cinque anni. Gli abusi sul minore sarebbero stati compiuti nel periodo in cui era in corso la causa di separazione fra i due genitori. A denunciare don Alessandro è stato proprio il padre della vittima. […]

    Fonte: Stretto Indispensabile

  • ABUSI SESSUALI SU BAMBINO, PARROCO 88ENNE CONDANNATO A 15 ANNI

    ABUSI SESSUALI SU BAMBINO, PARROCO 88ENNE CONDANNATO A 15 ANNI

    Messina, 24 nov. (Apcom) – Il Tribunale di Barcellona P. G. (Messina) ha condannato a 15 anni di carcere e 3 anni di libertà vigilata don Alessandro Restuccia, 88 anni, ex parroco della frazione Canneto di Lipari, sospeso dalle autorità ecclesiastiche duraate le indagini, per violenza sessuale su un minore.

    Assieme al parroco il Tribunale ha condannato anche la madre del minore a 5 anni di carcere perché avrebbe consentito gli abusi. Le violenze subite dal minore (all’epoca dei fatti aveva 5 anni) – secondo quanto accertato dai pm messinesi – risalgono ad un periodo compreso tra il 1996 e il 1998, quando la madre del piccolo, una donna francese sposata con un pescatore di Lipari, svolgeva il ruolo di perpetua del prete. A denunciare gli abusi è stato il padre durante la procedura di separazione.

  • Vaticano/ Torna libero il prete accusato di pedofilia a Roma

    Vaticano/ Torna libero il prete accusato di pedofilia a Roma

    E’ tornato in libertà don Domenico Repice, il collaboratore parrocchiale della chiesa di San Giustino a Roma, finito agli arresti domiciliari il 6 novembre scorso con l’accusa di aver compiuto atti sessuali con minori d’eta inferiore ai 14 anni.

    A darne notizia, con un comunicato, è il difensore del religioso, l’avvocato Anselmo de Cataldo, il quale riferisce che il tribunale del Riesame della Capitale ha oggi annullato la suddetta ordinanza di custodia.

    “Questo – aggiunge il penalista – rappresenta il primo importante passo verso l’accertamento definitivo dell’assoluta estraneità di don Domenico Repice ai fatti in contestazione”. Nell’ambito dell’inchiesta, denominata ‘Fiori nel fango 2’, il gip del tribunale di Roma Maria Teresa Covatta, aveva emesso 32 ordinanze di custodia cautelare, su richiesta del pubblico ministero Mirella Cervadoro e del procuratore aggiunto Maria Cordova. Secondo chi indaga, vittime degli abusi sarebbero 10 bambini tra i 12 e i 13 anni, tutti di etnia rom.

    http://www.affaritaliani.it/cronache/pretepedofilo2011.html

  • Vallo della Lucania (SA). Suor Soledad condannata a 8 anni per pedofilia, Altre 2 suore condannate per favoreggiamento

    Vallo della Lucania (SA). Suor Soledad condannata a 8 anni per pedofilia, Altre 2 suore condannate per favoreggiamento

    Sfogo di una madre. Silenzi del vescovo di Vallo della Lucania
    www.cilentando.com/

    20 Novembre 2006
    Violenze nell’asilo, il vescovo come Pilato

    Lettera di una mamma di Vallo della Lucania inviata al quotidiano Il Mattino:

    ANTONIO MANZO «Sono la mamma di una bimba di cinque anni che porta sulla sua carne i segni della violenza subìta…». È la drammatica lettera di una mamma di Vallo della Lucania, Rita Pellegrino che ieri pomeriggio arriva nella nostra redazione.

    La figlioletta di cinque anni sarebbe stata violentata da suor Soledad, la suora peruviana agli arresti con la terribile accusa di aver violentato ventisette bambini tra le mura dell’asilo Paolo VI di Vallo della Lucania. L’accusa è terribile: la Chiesa locale è in silenzio. Nessuna parola di conforto, anzi perfino accuse di «isterismi familiari» nell’incredibile storia di ventisette bambini vittime degli abusi sessuali che avrebbe compiuto una suora peruviana. Bambini vittime – ventisette – che insieme alle loro famiglie, finora in un dignitoso silenzio, finiscono per diventare fantasmi che agitano la quiete troppo sospetta di una cittadina del Sud. Papa Ratzinger a Roma condanna i religiosi pedofili, a Vallo nessuno ne vuole più parlare. Nessuna forma di vicinanza e solidarietà ai bambini coinvolti e alle loro famiglie, atteggiamenti «pilateschi» addebitati ad un vescovo capace solo di «poche e scarne dichiarazioni ufficiali» e «silenzi assordanti». Ora basta, il dramma delle famiglie vittime delle storie di abusi sessuali compiuti da una suora peruviana – secondo l’accusa del procuratore della Repubblica di Vallo della Lucania che ha retto fino in Cassazione – esplode in pubblico. È la lettera, drammatica, della mamma di una bambina vittima.

    È l’appello a Benedetto XVI che non ha avuto timore a denunciare la gravità degli atti compiuti da uomini di Chiesa, siano essi sacerdoti o suore, con abusi sessuali in danno di minori. Ha parlato ai vescovi irlandesi ma è come se quelle parole fossero state pronunciate anche per la drammatica vicenda di Vallo della Lucania: un asilo, una suora, un’accusa di violenza sessuale in danno di ventisette bambini, le accuse di favoreggiamento per le conseorelle della suora arrestata. Sembra che avessero progettato di farla partire per il Perù pochi giorni prima che arrivassero le manette. Prima di decidere di spedire la lettera al nostrogiornale, Rita Pellegrino, ci ha pensato bene ed ha riflettuto. Perchè quando ieri ha spedito la lettera via fax, erano passati già quindici giorni in attesa di una prima risposta da parte del vescovo di Vallo, monsignor Rocco Favale, e poi da papa Benedetto XVI protagonista di una dura denuncia sui responsabili di abusi sessuali sui minori, specie se commessi da uomini di Chiesa, preti o suore.

    Rita Pellegrino è la mamma di una delle bambine vittima delle violenze sessuali della suora peruviana nell’asilo di Vallo della Lucania, tuttora agli arresti domiciliari a Roma nella casa generalizia dell’ordine delle suore delle ancelle di santa Teresa del Bambin Gesù. Suor Soledad, venticinque anni, è accusata di aver compiuto abusi sessuali in danno di ventisette bambini della scuola materna Paolo VI di Vallo della Lucania. Su di lei pesa come un macigno l’accusa della procura della Repubblica di Vallo della Lucania intenzionata ad ampliare il giro delle indagini fino agli ultimi accertamenti compiuti dal Ris dei carabinieri per un presunto giro di pedofilia collegato proprio alla suora peruviana.

    L’accusa per la suora ha sostenuto già il vaglio del tribunale del Riesame e successivamente della Cassazione. «Questa donna va fermata» scrisse sintenticamente, ma efficacemente, il procuratore dlela Repubblica Alfredo Greco nella seconda richiesta di custodia cautelare. E, probabilmente, poche ore prima che la suora fuggisse in Perù e facesse perdere le sue tracce. Un mese fa l’incidente probatorio, con i bambini interrogati nell’aula del tribunale trasformata in sala giochi per «cristallizzare» le prove dell’accusa. Poi, nel pieno della seconda tranche dell’inchiesta con i sette indagati per il presunto giro di pedofilia, la delibera del consiglio comunale di Vallo: non denigrate il nostro paese.

  • “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    “Se non ci state, vi sbatto fuori”.

    Secondo l’accusa erano queste le minacce rivolte da un sacerdote di 81 anni a diversi ospiti dell’Arcobaleno, a Villamarina, frazione di Cesenatico.

    Don Giuseppe Giacomoni aveva fondato quest’associazione, la presiedeva e pare la gestisse con fini tutt’altro che umanitari. Nel suo mirino ci sarebbero almeno cinque ospiti della struttura, fra cui una donna, che avrebbe costretto a prostituirsi dietro quel ricatto.

    Chi si rifiutava veniva espulso, si doveva cercare un’altra sistemazione, non facile da trovare, tantopiù che lo stesso sacerdote offriva a polizia e carabinieri referenze negative.

    “L’Arcobaleno – spiega Oscar Ghetti, capo della Squadra Mobile della Questura di Forlì – ospita persone indigenti: italiani e stranieri, anche minori; donne che hanno bisogno di assistenza, detenuti agli arresti domiciliari. È accreditata a livello regionale, anche al Tribunale per i minorenni di Bologna”. Gli inquirenti hanno prove inequivocabili sul caso di un ragazzo di 16 anni che dall’ottobre dell’anno scorso all’agosto di quest’anno era sistematicamente sottoposto agli abusi sessuali del prete e del “commendator Roberto”, al secolo Giuseppe Farnedi, 62 anni. È il titolare del ristorante La Scogliera, a Pineta Zadina, uno dei locali più noti della riviera di Cesenatico. L’adolescente è stato affidato a un’altra comunità.

    Parroco supplente a Ruffio, frazione di Cesena, Don Giacomoni è stato arrestato per violenza sessuale, induzione e sfruttamento della prostituzione (anche minorile), mentre il commendator Farnedi deve rispondere di violenza sessuale ai danni di minore. In manette anche un romeno di 25 anni, Dan Joan Cilean, per concorso in sfruttamento della prostituzione: era incaricato di trovare clienti per prestazioni sessuali degli ospiti al prezzo tra i 100 e i 200 euro, consumate a Gatteo Mare, al sesto piano di uno dei palazzi di proprietà dell’Arcobaleno.
    (da Il Tempo, 12-10-06)

  • COLOMBIA: aborto di una bambina vittima di violenza. i vescovi scomunicano tutti, ma non lo stupratore

    COLOMBIA: aborto di una bambina vittima di violenza. i vescovi scomunicano tutti, ma non lo stupratore

    Fate un respiro profondo, leggete e inorridite…

    http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article….id_article=1136

    COLOMBIA: aborto di una bambina vittima di violenza. Il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, card. Alfonso López Trujillo, e i vescovi scomunicano tutti, ma non lo stupratore.

    […] “Da ieri ho un nuovo poster nel cuore: quello del dottor Carlos Lemus”, ha scritto il 31 agosto sul quotidiano La Stampa Massimo Gramellini. “Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha proclamato la scomunica. Del patrigno? No. Dei medici che hanno effettuato l’intervento, nonché dei familiari della piccola che avrebbero ordito ’l’orrendo crimine’. La violenza carnale? No. La decisione di far interrompere la gravidanza meno voluta e cercata del mondo”. “La Chiesa fa bene a fare il suo mestiere”, conclude Gramellini. “Ma forse lo farebbe meglio se i suoi campioni assomigliassero un po’ meno al cardinal Trujillo e un po’ di più al dottor Lemus” […]

    In Colombia abortisce una bambina vittima di violenza Il card. Trujillo e i vescovi scomunicano tutti. Ma non lo stupratore

    di Adista N. 61 – 09 Settembre 2006*

    BOGOTÀ-ADISTA. Scomunica per tutti coloro che il 25 agosto scorso, nell’Ospedale Simon Bolivar di Bogotá, hanno consentito di realizzare il primo aborto legale in Colombia. Per il presidente del Pontificio Consiglio per
    la Famiglia, card. Alfonso López Trujillo, non fa differenza il fatto che, ad abortire, sia stata una ragazzina di undici anni, incinta di otto settimane, vittima di violenze sessuali da parte del patrigno sin dall’età di 7 anni.

    Interpellato il 29 agosto dall’emittente radiofonica colombiana Rcn, Trujillo ha dichiarato che “tutte le persone che hanno partecipato all’intervento medico sono dei malfattori perché hanno stroncato la vita di un innocente prima della nascita”.

    La scomunica per direttissima di Trujillo ha sollevato un vespaio in Colombia: le sue dichiarazioni hanno dominato le prime pagine dei giornali e hanno provocato la reazione di 21 direttori di ospitali pubblici, che hanno
    espresso la loro solidarietà a Carlos Lemus, che ha autorizzato l’aborto nell’ospedale di cui è responsabile. Per il presidente dell’Ordine dei medici della Colombia Stevenson Marulanda, che pure è contrario all’aborto anche in
    caso di stupro, “l’intervento del cardinaleè esagerato e radicale”: “se mi toccherà disporne per gli altri due motivi [malformazione del feto o pericolo di vita della madre, ndr] mi scomunichino pure, anche se resterò sempre cattolico”.
    “Come fedele, rispetto la posizione del cardinale, anche se non la condivido”, ha ribattuto il dott. Lemus. “Come direttore d’ospedale, mi assumo tutte le responsabilità di quanto è successo: che la scomunica colpisca me e soltanto me, non i medici che lavorano alle mie dipendenze. Come cittadino, ho disposto l’aborto in ossequio a una sentenza della Corte Costituzionale che fa esplicito riferimento ai casi di violenza in questione. Come uomo, infine, ho visto il visino angosciato della bimba quando è arrivata all’ospedale e quello del tutto trasformato quando ne è uscita: è quanto basta alla mia coscienza”. Lemus ha comunque assicurato che, nonostante la scomunica, continuerà ad andare in chiesa: “La mia comunicazione con Dio è sempre stata molto buona e forse con la scomunica magari diventerà più diretta”. Il cardinale, in seguito alle polemiche, si è sentito in dovere di precisare il proprio pensiero: “né il Vaticano, né io stesso”, ha dichiarato alla stampa colombiana, hanno mai scomunicato nessuno. E questo perché la scomunica, per chi concorre “materialmente o moralmente” all’aborto, è da considerarsi automatica (latae sententiae), in base all’articolo 1398 del Codice di diritto canonico, e non viene quindi applicata da nessuna autorità ecclesiastica.

    Tuttavia, il Tribunale ecclesiastico colombiano ha precisato che spetterà al card. Pedro Rubiano Saenz, arcivescovo di Bogotà, disporre su chi cadrà la scomunica, in quanto massimo esponente della Chiesa locale. “I protagonisti del complotto per mettere in atto questo crimine”, aveva dichiarato Trujillo, “sembrano essere i medici, gli infermieri ed i familiari”, in riferimento al fatto che è stata la nonna della bambina a rivolgersi alla clinica. In Colombia l’aborto, tra molte polemiche e con l’opposizione netta della Chiesa, è diventato legale – e solo in alcuni limitati casi – lo scorso maggio: una sentenza delle Corte Costituzionale lo ha infatti depenalizzato solo quando il feto è deforme, la gravidanza è frutto di uno stupro o la vita della madre è in pericolo.

    Il verdetto della Corte veniva a porre fine ad una lunga diatriba legale, rassicurando ai medici che non sarebbero stati perseguiti penalmente se avessero praticato aborti ’terapeutici’ e obbligandoli invece ad applicare la legge nei casi previsti. Già in quel caso – sempre appellandosi al Canone 1398 – la conferenza episcopale colombiana, nella persona del primate card. Pedro Rubiano Saenz, arcivescovo di Bogotà, aveva dichiarato scomunicati i giudici della Corte Costituzionale che avevano votato a favore della depenalizzazione, insieme a tutti coloro che l’avevano promossa. “Da ieri ho un nuovo poster nel cuore: quello del dottor Carlos Lemus”, ha scritto il 31 agosto sul quotidiano La Stampa Massimo Gramellini. “Il cardinale Alfonso Lopez Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, ha proclamato la scomunica. Del patrigno? No. Dei medici che hanno effettuato l’intervento, nonché dei familiari della piccola che avrebbero ordito ’l’orrendo crimine’. La violenza carnale? No. La decisione di far interrompere la gravidanza meno voluta e cercata del mondo”. “La Chiesa fa bene a fare il suo mestiere”, conclude Gramellini. “Ma forse lo farebbe meglio se i suoi campioni assomigliassero un po’ meno al cardinal Trujillo e un po’ di più al dottor Lemus”.

    * www.ildialogo.org, Martedì, 05 settembre 2006

  • Patteggia un anno e otto mesi il prete che insidiò la ragazzina

    Patteggia un anno e otto mesi il prete che insidiò la ragazzina

    PINEROLO – Un anno e otto mesi con la condizionale: con questa condanna «patteggiata” si è conclusa ieri nel tribunale di Pinerolo la scabrosa storia di don Roberto Volaterra, ex parroco di Castagnole Piemonte, arrestato l’ anno scorso con l’ accusa di violenza sessuale nei confronti di una bambina di 11 anni.

    Lui, l’ imputato, difeso dagli avvocati Fulvio Gianaria e Alberto Mittone che hanno scelto il patteggiamento della pena accompagnato da un risarcimento alla famiglia della piccola di 45mila euro, non era in aula. Il perché è comprensibile.

    Nei primi mesi del 2004 la vicenda sconvolse l’ intero Pinerolese. Non era facile accettare che un parroco di 36 anni, capelli rasati e voce infantile, adorato dal paese e con un oratorio sempre pieno di bimbi fosse in realtà un pedofilo. Ma a provare quell’ accusa infamante ci sono le lettere scritte dal religioso alla piccola già a marzo 2002 quando per tre pomeriggi alla settimana lui va a casa sua per ripetizioni di matematica a domicilio. Lei ha appena dieci anni e i suoi genitori lavorano la terra e non sospettano nulla. Lui invece scrive: «Con te me mi sento più umano, più felice. Mi piaci proprio.

    La tua bocca è fatta per parlare dolcemente, per cantare, per baciare…”. Un passione quella di don Roberto che dura per un anno e mezzo, all’ insaputa di tutti. Poi alla fine dell’ agosto 2003 lui pare rinsavire: »Non doabbiamo più parlarci, il paese potrebbe parlare…”. E invece a Castagnole Piemonte nessuno dice nulla e tanto meno dubita del parroco. Chi invece non tace è la piccola vittima: sei mesi dopo quando a Natale il parroco bussa alla sua porta per fare gli auguri probabilmente rivive l’ incubo e decide di smascherare il molestatore in tonaca. La sera del 18 gennaio quando tutta la famiglia è riunita per la cena lei riceve una chiamata sul cellulare. Padre e madre la sentono rispondere: “Perché mi dici queste cose don Roberto?”.

    E’ tutta una finta: lei si è chiamata dal telefono di casa e non sta parlando con nessuno. Arrivano altre cinque telefonate. Dal telefono di un amico con cui si è confidata ma lei continua a fingere che sia don Roberto e trova il coraggio di dire tutta la verità. Il 24 gennaio la famiglia firma la denuncia contro il religioso. Il procuratore capo di Pinerolo Giuseppe Marabotto e il suo sostituto Ciro Santoriello cinque giorni dopo ordinano l’ arresto del parroco.

    Lui confessa il 2 febbraio: «L’ immagine di quella ragazzina si è impossessata di me, l’ ho toccata senza ritegno”. In paese è scandalo, la Curia è imbarazzata. Lo psichiatra Mario Fulcheri, in una discussa perizia psichiatrica compilata durante l’ indagine preliminare, spiega: «Don Luciano in grado di intendere e volere ha agito in quel modo con la sua giovane parrocchiana perché condizionato da una forte immaturità della sfera affettiva…». In sostanza, secondo lo psichiatra, il prete nonostante i suoi 36 anni avrebbe avuto in realtà un’ età psico-affettiva di un ragazzo di quindici anni.

    L’ avvocato Maria Grazia Pellerino che assisteva la famiglia della piccola molestata aveva denunciato per diffamazione lo psichiatra deferendolo anche all’ ordine dei Medici.
    MEO PONTE
    22 luglio 2005