Osservatorio della Rete L'ABUSO

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  • “Il Papa chieda scusa agli ennesi”

    “Il Papa chieda scusa agli ennesi”

    “Adesso il papa chieda scusa ai sopravvissuti di Enna”. La provocazione di Francesco Zanardi presidente di Rete l’Abuso, unica associazione che accoglie le vittime di pedofilia clericale, arriva mentre è ancora forte l’impatto delle parole severe, determinate e piene di umanità di Papa Francesco per i migranti e mentre “l’onda viola” si muove da Enna tra lo “sciopero della Messa”, per protestare pacificamente contro i silenzi della Curia, la coda social ed un altro tassello importante per la sensibilizzazione sul tema: una panchina viola appena installata su richiesta dello stesso Zanardi all’amministrazione comunale Dipietro al Belvedere.

    Nelle parole del Papa sui migranti c’è piena coerenza con il Vangelo, cosa creerebbe lo stesso effetto sugli abusi sessuali clericali?

    “Se si vuole essere credibili – dice Zanardi- si deve applicare il Motu proprio vos estis lux mundi voluto da questo Papa in nome della tolleranza zero, sopratutto nella parte in cui parla dei vescovi insabbiatori”. Cosa manca per metterlo in atto? “ ho avuto modo di confrontarmi direttamente su questo tema in più occasioni anche con i vertici della CEI.

    Potrebbe mancare la denuncia diciamo interna, nonostante sia certo e noto che all’indomani del deposito delle motivazioni alla condanna di Don Rugolo, sia stato inviato tutto alla Cdf ed alla Nunziatura Aspostolica“.

    Zanardi ancora dice “ Ricordiamo certamente tutti le parole di elogio e sostegno di Papa Francesco nei confronti di Monsignor Gisana, nonostante il giudizio già in stato avanzato al tribunale di Enna. Ecco, io mi auguro che sia stata un’incredibile gaffe come accadde in Cile.

    Sottolineo però che in Cile preso atto sei fatti accaduti non solo si scusò ma procedette alla rimozione di diversi Vescovi. Per questo precedente ma ancora di più, in virtù del motu proprio che lui stesso ha voluto, auspico questa volta le scuse, assieme ai fatti, arrivino ai sopravvissuti di Enna, che attendono ancora risposta alla loro lettera”.

    Zanardi ha fatto della sua storia di sopravvissuto agli abusi sessuali di un sacerdote subiti negli anni ‘80 quando aveva appena 11 anni, la battaglia della vita “dal 2010 mi batto perché non accada ad altri” ed è fondatore e presidente dell’unica Rete italiana di sopravvissuti agli abusi del clero, riconosciuta dalle Nazioni Unite di Ginevra e tra i fondatori di ECA Global, oggi presente in 42 paesi in 4 continenti.

    Al suo lavoro incessante si deve l’unica mappatura online facilmente fruibile da tutti, dal sito dell’associazione, con nomi e foto dei preti indagati per reati sessuali o già condannati. E’ anche possibile consultare il database dell’associazione. “In Sicilia attualmente sono 87, ma sono purtroppo molti di più. Noi riportiamo quelli già indagati e condannati e lavoriamo al continuo aggiornamento per aiutare la consapevolezza tra la gente.” Cosa segna il senso morale all’interno della società?

    “Lo dico sempre perché ci credo profondamente la prova di moralità di una società risiede in quello che essa fa per i suoi bambini. E’ un principio mutuato dal Vangelo. Ad Enna credo ci sia un vero risveglio in questo senso, una presa di coscienza rara che vorrei fosse premiata ottenendo una Chiesa realmente rinnovata.”

    Tiziana Tavella – LA SICILIA

  • Scandalo nella Chiesa italiana: un prete condannato e un vescovo accusato di insabbiamento

    Scandalo nella Chiesa italiana: un prete condannato e un vescovo accusato di insabbiamento

    Nella Chiesa italiana non abbiamo mai visto una situazione così pesante e confusa. Un sacerdote – padre Giuseppe Rugolo – era stato condannato sei mesi fa dal tribunale di Enna per violenza aggravata su minore; allo stesso tempo, i magistrati – nelle motivazioni della sentenza – hanno mosso pesanti critiche sul modo in cui il vescovo – mons. Rosario Gisana – aveva gestito il caso. Lui stesso, in un’intercettazione, affermò di averla soffocata. A sostegno di Gisana è intervenuto pubblicamente anche papa Francesco , ritenendolo perseguitato. L’ultimo episodio di questa incredibile vicenda è l’intervista di Gisana al quotidiano La Stampa, nella quale respinge le accuse mosse contro di lui dai magistrati italiani, contenute nelle motivazioni della sentenza di colpevolezza di Rugolo. “I fatti sono avvenuti prima del mio insediamento a vescovo della diocesi”. Peccato che la sua versione sia stata completamente smentita dal vescovo precedente. “Se fossi stato a conoscenza di questi fatti che per me costituiscono un reato, non avrei esitato a prendere provvedimenti”. Con questa frase lapidaria, mons. Michele Pennisi, vescovo emerito, getta altre ombre sul modo in cui la Chiesa e il Vaticano hanno affrontato un brutto capitolo fatto di insabbiamenti, omertà, trasferimenti.

    Pennisi, parlando all’Ansa, sembra stupito: “Non ho mai ricevuto alcuna segnalazione riguardo Rugolo. Perché, quando sono stato informato, come nel caso di Gela, ho subito preso provvedimenti seri”.

    LA PROCURA

    È la prima volta, infatti, che un pubblico ministero sottolinea con forza la responsabilità di una diocesi nella gestione dei casi di abusi sui minori. Le parole sulle motivazioni della sentenza fanno riflettere: «Sembra esserci una corresponsabilità della curia nella persona del vescovo (Gisana ndr) il quale, evidentemente, aveva autorizzato padre Rugolo, come figura di riferimento della sua associazione, di operare all’interno della Chiesa, consentendole così, con la piena compiacenza della diocesi, di creare occasioni di incontro e di frequentazione dei giovani adolescenti (…) dall’istruzione sono emersi elementi chiari ed inequivocabili a sostegno di comportamenti consapevolmente illeciti sul piano parte di mons. Gisana che legittima la condanna al risarcimento dei danni da parte della curia, quale responsabile civile, per i danni cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo” .

    La vicenda giudiziaria si è svolta a porte chiuse, in tribunale, anche se nelle cronache sono emersi più volte nelle cronache dettagli scabrosi, sorprendenti e un’ingiustificata omertà sostanziale, a cui si aggiunge perfino l’ostinato silenzio della CSI e del Vaticano. In tutto questo tempo non hanno mai preso posizione, né tantomeno considerato sanzioni canoniche né per il vescovo per aver insabbiato la vicenda, né per il sacerdote condannato per il momento solo dal tribunale italiano.

    Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, già nel 2016 «e negli anni successivi quando padre Rugolo continuava a perpetrare abusi sessuali su Giulio e Paolo (i nomi sono fittizi ndr) era pienamente consapevole che l’imputato gli era stato denunciato per aver , nel recente passato, hanno avuto comportamenti simili con ragazzi molto piccoli”. Sempre nelle motivazioni scritte dai magistrati, si aggiunge in appendice: «Tale circostanza è stata ammessa dallo stesso Gisana nel corso del suo interrogatorio, oltre ad essere emersa dalle deposizioni di diversi testimoni».

    Davanti ai giudici il vescovo ha anche ammesso di aver parlato con padre Rugolo ancor prima di incontrare i genitori della vittima e la stessa vittima. In un’intercettazione telefonica Gisana, ancora nel 2016, mentre “rideva nervosamente” dei fatti, affermava in dialetto siciliano che queste sono cose che fanno parte del viaggio. Aggiungendo che “gli omosessuali amano visceralmente o odiano visceralmente e che è una vendetta per una persona che è stata rifiutata”. In un’altra parte, ha ripetuto che non poteva abbandonare il suo sacerdote, “mi dovete scusare”. In un colloquio con l’imputato, che ha definito “la mia gioia”, si è mostrato consapevole di quanto stava accadendo: “Ora il problema non è solo tuo, il problema è anche mio perché ho nascosto questa storia.

    I MINORI

    Per i magistrati, il vescovo “ha evidentemente omesso ogni seria iniziativa necessaria a tutelare i minori della sua comunità e i loro genitori, nonostante la titolarità di precisi poteri conferiti nell’ambito della funzione di tutela dei fedeli, ha agevolato l’attività predatoria di un prelato già menzionato. Sarebbe stato necessario da parte dell’autorità religiosa alla guida della diocesi non solo segnalare tali denunce alle autorità religiose secondo le procedure esistenti nel diritto canonico ma anche impedire, anche in via preventiva, a Rugolo di coordinare e gestire numerosi gruppi di giovani in attività ricreative di carattere religioso. Non è stato quindi attivato alcun controllo a tutela dei giovani e Rugolo ha quindi commesso impunemente abusi sessuali “su due giovani adolescenti, consapevole di poter contare sull’appoggio di leader religiosi che, al contrario, hanno contribuito a rafforzare l’immagine esterna” dei giovani. Padre Rugolo come figura di spicco del clero locale”. La conclusione del magistrato è concisa: “L’imputato e la curia devono essere condannati a risarcire alle stesse parti civili le spese di costituzione e di difesa”.

    Un precedente nella lotta alla pedofilia e agli abusi tra il clero destinato ad aprire una nuova fase in Italia, nell’immobilità generale della Chiesa italiana riluttante a imitare la strada seguita da altri Paesi europei.

    IL PAPA

    Il Papa, poco prima della sentenza, nel dicembre scorso, ricevendo in Vaticano un’associazione religiosa siciliana, ha voluto congratularsi con il vescovo di Piazza Armerina, mons. Gisana: “Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato ed è rimasto saldo, sempre giusto, un uomo giusto. Ecco perché, quel giorno in cui sono andato a Palermo, ho voluto fermarmi prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un buon vescovo”. Francesco non aggiunge altro ma le sue parole hanno avuto una certa risonanza proprio perché padre Rugolo era appena stato processato. Secondo le indagini, coordinate dalla Procura e svolte dalla polizia di Caltanissetta e dalla questura di Gela, avviate nel 2022, la vittima aveva informato il vescovo degli abusi subiti.

    MOTU PROPRIO

    Un motu proprio del 2016 di Papa Francesco afferma che i vescovi che sono stati giudicati negligenti dovrebbero essere rimossi dall’incarico. Spetta naturalmente ad un’inchiesta canonica giudicare il loro comportamento. In pratica, il provvedimento prevede che, tra le “cause gravi” che il diritto canonico già prevede per la revoca dell’ufficio ecclesiastico (di vescovi, eparchi o superiori maggiori), sia inclusa anche la negligenza riguardo ai casi di abusi sessuali. La decisione deve, però, essere sempre sottoposta all’approvazione del Pontefice.

    https://www.ilmessaggero.it/fr/scandale_dans_l_eglise_italienne_un_pretre_condamne_et_un_eveque_accuse_de_dissimulation-8265991.html

  • Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

    Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

    Un gruppo di fedeli ennesi ha inscenato ad Enna una protesta nel corso di una funzione nella chiesa di San Giuseppe e nel Santuario di Valverde.

    L’uscita dalle chiese e gli striscioni

    Non appena sono comparsi i sacerdoti per la celebrazione della messa si sono alzati contemporaneamente e se ne sono andati, esponendo all’esterno delle due chiese dei cartelli con alcune frasi del Vangelo. Su un altro, più grande rispetto agli altri, è comparsa la frase: “Non accetto prediche da chi copre un abuso”.

    La vicenda Rugulo

    Una manifestazione clamorosa che è stata immortalata in un video, diventato virale,  legata alla vicenda di don Giuseppe Rugolo,  il sacerdote condannato nei mesi scorsi per violenza sessuale aggravata a danno di minori a 4 anni e mezzo di carcere.

    La protesta contro i silenzi sugli abusi

    I fedeli, sostanzialmente, hanno protestato contro i silenzi della Curia, come emerso nelle motivazioni della sentenza dei giudici del Tribunale di Enna, per cui, il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, non imputato nel processo, sarebbe stato “ben consapevole da molti anni delle segnalazioni effettuate inerenti gli abusi patiti da un ragazzo ancora minorenne, non solo ritardando volutamente l’incontro con Messina ed i suoi familiari, ma evitando di attuare qualsiasi forma di controllo o di provvedimento a tutela dei fedeli, soprattutto adolescenti, facenti parte della comunità religiosa da lui guidata che pure il suo ruolo gli imponeva”.

    Protesta a Piazza Armerina

    Oltre ad Enna, c’è stata una protesta silenziosa davanti la cattedrale di Piazza Armerina una protesta silenziosa contro la diocesi.

    Fedeli escono dalla chiesa, cartelli contro i silenzi della Curia sugli abusi

  • I malumori della Commissione Parlamentare contro Pietro Orlandi e lo spettro delle querele

    I malumori della Commissione Parlamentare contro Pietro Orlandi e lo spettro delle querele

    La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sta iniziando a nutrire malumori contro Pietro Orlandi. Malumori causati non solo dalle accuse che Pietro sta lanciando contro la nomenclatura ecclesiastica, tacciandola di aver commesso chissà quale orribile delitto su sua sorella, ma anche contro la Procura Vaticana, definendo una farsa l’inchiesta ordinata da papa Francesco, senza sapere che la Santa Sede ha consegnato tutta la documentazione in suo possesso alla Procura di Roma già nell’aprile dell’anno scorso. Più di questo non può fare, perché Emanuela scomparve su territorio italiano. Quindi, le indagini spettano alla magistratura italica.

    Ciononostante, gli attacchi contro il Vaticano da parte del fratello di Emanuela procedono senza sosta, rilevandosi però delle polpette avvelenate. L’ultima pista, la pista inglese, è stata dimostrata falsa da Sara Cordella, docente di Grafologia, che ha fatto notare come la firma del cardinale Ugo Poletti, apposta sui documenti che proverebbero la permanenza di Emanuela Orlandi a Londra, è un copia-incolla di una firma ripresa da altri documenti firmati dallo stesso Poletti e che non c’entrano nulla con la Orlandi. Un teorema, quello della pista londinese, peraltro messo in discussione dallo stesso presidente della Commissione, De Priamo, insieme alle presunte chat sui tombaroli pagati dalla Santa Sede per far sparire il corpo di Emanuela Orlandi. Insomma, sembra proprio che questa Commissione non abbia alcuna intenzione di farsi manipolare e condizionare dal fratello della Vatican Girl.

    In questa vicenda che sta assumendo le sembianze di una vera e propria messinscena mediatica, con piste che cambiano un giorno sì e l’altro pure, c’è anche il disagio di alcuni commissari che hanno dato un’occhiata alla pagina Facebook che Pietro Orlandi ha aperto per parlare di sua sorella Emanuela, ormai ridotta a Brand Promozionale, e in cui si nota un profluvio di insulti, di calunnie e di diffamazioni lanciate dai fan di Pietro contro magistrati e giornalisti, colpevoli di non indagare nella direzione voluta dagli stessi discepoli di Pietro Orlandi: la pista vaticana.

    Per citare un esempio, uno di questi accaniti ammiratori, un certo Antonio Ballarati, che si definisce appartenente alla confessione religiosa dei testimoni di Geova, si sta lasciando andare ad accuse contro il Vaticano usando un linguaggio verbale di inaudita violenza. Uno dei suoi commenti recita: “In Vaticano sono tutti criminali, pedofili e assassini. Hanno violentato e ucciso milioni di bambini in tutto il mondo”. Alla replica pacata di un altro utente che ha domandato: “Scusa, ma che prove hai per lanciare accuse così pesanti?”. L’uomo ha replicato in modo insolente: “Da tua nonna”. Commenti, leggibili sul profilo Facebook di Pietro, così violenti che lo stesso Pietro Orlandi, primo nemico del Vaticano, ha dovuto a volte cancellare per ritegno.

    Tali accuse non sono sfuggite ai commissari parlamentari, facendo temere che quella pagina possa essere chiusa da un momento all’altro e che Pietro Orlandi possa essere querelato da non poche personalità, cosa che metterebbe in grave imbarazzo la stessa Commissione. Eventuali denunce contro Pietro Orlandi creerebbe un pericoloso cortocircuito tra Parlamento, Vaticano e magistratura italiana, con tutte le conseguenze del caso sotto il profilo politico. Le accuse più gravi di Pietro Orlandi non riguardano solo quelle lanciate contro i prelati, ma anche contro gli inquirenti, accusati di fare gli interessi del Vaticano, insinuando una loro eventuale corruzione.

    Uno di questi inquirenti è il magistrato Giancarlo Capaldo, tacciato da Pietro Orlandi di aver intavolato una trattativa  segreta con due capi della gendarmeria vaticana per la restituzione del corpo di Emanuela Orlandi. Come hanno fatto notare alcuni commissari parlamentari di professione avvocati, se davvero ci fosse stata una trattativa sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, Capaldo avrebbe dovuto far arrestare i gendarmi per omicidio e occultamento di cadavere. E se non lo avesse fatto, lui stesso sarebbe finito nei guai per complicità in un omicidio.

    Del resto, lo stesso Capaldo, interrogato dalla Commissione, ha negato qualsiasi trattativa con il Vaticano. Ha dichiarato che due capi della gendarmeria si erano recati da lui per chiedere che la tomba di Enrico De Pedis venisse spostata dal cimitero di Sant’Apollinare-cimitero per altro situato su terra sconsacrata-per porre fine a voci che volevano che un criminale, seppur morto incensurato e assolto in tutti i processi che lo hanno riguardato, fosse stato seppellito lì per aver fatto chissà quale favore al cardinale Ugo Poletti. Al che Capaldo avrebbe risposto in modo sarcastico: “E voi in cambio che mi date? Mi fate sapere la verità su Emanuela Orlandi?”. E i due gendarmi, per nulla offesi dalle insinuazioni del magistrato, avrebbero risposto in modo altrettanto sarcastico: “Si, poi vedremo”. Un semplice scambio di battute fatto passare per chissà quale oscura trattativa. Insomma, ci sono abbastanza elementi da aver sollevato il presentimento, da parte della Commissione Parlamentare, che prima o poi qualcuno perda davvero la pazienza e trascini Pietro Orlandi in tribunale, sommergendolo di querele.

  • “Troppo pericoloso, domiciliari non idonei”: padre Andrea Melis trasferito in carcere

    “Troppo pericoloso, domiciliari non idonei”: padre Andrea Melis trasferito in carcere

    Genova. Padre Andrea Melis, il sacerdote appartenente all’ordine degli Scolopi arrestato con l’accusa di violenza sessuale su un dodicenne, è stato trasferito nel carcere di Pontedecimo.

    Il provvedimento è scattato su disposizione del gip del tribunale di Savona (cui è stato trasferito il fascicolo per competenza territoriale), che ha ritenuto che gli arresti domiciliari disposti lo scorso 2 agosto non fossero sufficienti a livello cautelare e per tutelare potenziali altre vittime.

    Per padre Melis erano infatti stati disposti i domiciliari nell’Istituto dei Padri Scolopi di Chiavari. Una sistemazione ritenuta inadeguata, “non idonea per soddisfare le esigenze cautelari” dal giudice savonese, competente per territorio sull’inchiesta alla luce del luogo in cui sono stati commessi i fatti di cui il religioso è accusato (Finale Ligure).

    Il gip di Savona ha quindi emesso una nuova ordinanza applicando la custodia cautelare in carcere. Troppo pericoloso, come d’altronde aveva messo per iscritto anche la gip del tribunale di Genova, Michela Catalano: nonostante che il provvedimento di sospensione della Curia, tempestivamente adottato, abbia affievolito le esigenze cautelari, la giudice aveva ritenuto che restassero “attuali e concrete”, poiché la sospensione da tutte le cariche “non inibisce a Melis di circolare liberamente e di inseguire pertanto il suo istinto pedofilo”.

    Le accuse mosse a padre Andrea Melis

    Melis, lo ricordiamo, è accusato di avere ripetutamente abusato di un ex chierichetto dodicenne approfittando del suo ruolo e dell’influenza avuta come figura di riferimento nella vita del ragazzino.

    La gip, nel disporre gli arresti domiciliari a Chiavari, aveva sottolineato la pericolosità di Melis puntando sulle modalità con cui aveva agito: “Approfittando della sua qualità di sacerdote, tale da ingenerare fiducia nei minori e indurli a mentire ai genitori – ha scritto – ha attirato i minori nei suoi appartamenti, tutti adiacenti a luoghi di culto e quindi ritenuti sicuri dai ragazzini; li ha letteralmente ricoperti di regali, facendoli accedere a tutto ciò che un adulto proibisce ai minori e cioè fumo e alcool, cominciando pian piano a sondare una loro eventuale disponibilità sessuale attraverso abbracci, bacetti sulle guance o sul collo”. E la sua pericolosità, secondo la giudice, “non è connessa esclusivamente alla sua qualità di sacerdote e di insegnante, da cui è sospeso, ma anche alla sua capacità, acquisita proprio per effetto delle professioni svolte, di avvicinarsi ai minori, di farsi capire dagli stessi, ponendosi come loro amico e complice”.

    Gli stessi carabinieri, coordinati dal comandante Michele Lastella, in un’informativa inviata alla gip avevano però sottolineato che l’istituto di Chiavari non era idoneo a garantire che Melis – già preside dell’istituto Assarotti e fino a qualche tempo fa coordinatore ligure delle scuole cattoliche Fidae – non avesse contatti con minori, visto che la struttura affaccia su due scuole e una scuola di danza.

    Il gip di Savona alla fine, nell’emettere la nuova ordinanza di custodia cautelare, ha quindi disposto il carcere e nella mattinata di sabato il Nucleo Operativo della Compagnia Genova Centro ha tratto in arresto padre Melis e lo ha trasferito a Pontedecimo. Il sacerdote la mattina del 7 agosto si è presentato in tribunale per l’interrogatorio di garanzia e si è avvalso della facoltà di non rispondere.
    https://www.genova24.it/2024/08/troppo-pericoloso-domiciliari-non-idonei-padre-andrea-melis-trasferito-in-carcere-395662/
  • Caso Orlandi, indagato per favoreggiamento alla mafia il pm che archiviò l’inchiesta su Emanuela, Giuseppe Pignatone: “Ci penserà lui a far tacere Pietro…”

    Caso Orlandi, indagato per favoreggiamento alla mafia il pm che archiviò l’inchiesta su Emanuela, Giuseppe Pignatone: “Ci penserà lui a far tacere Pietro…”

    Attenzione. L’ex pm di Roma Giuseppe Pignatone, ora presidente del tribunale Vaticano, è presente tra gli indagati del dossier “Mafia e appalti“. Si tratta dell’inchiesta di un presunto insabbiamento aperta a Palermo nel 1992, sulla quale aveva lavorato anche Paolo Borsellino dopo la morte di Giovanni Falcone. Al centro i rapporti tra gli imprenditori mafiosi Nino e Salvatore Buscemi e il gruppo Ferruzzi con a capo Raul Gardini. Pignatone, prima di arrivare alla Santa Sede, è stato procuratore anche a Reggio Calabria, ed è indagato per favoreggiamento alla Mafia.

    Oggi era al palazzo di giustizia di Caltanissetta per essere interrogato: “Ho dichiarato la mia innocenza in ordine al reato di favoreggiamento aggravato ipotizzato. Mi riprometto di contribuire, nei limiti delle mie possibilità, allo sforzo investigativo della procura di Caltanissetta”. L’accusa è quella di essere stato a capo di un sistema che avrebbe aiutato alcuni imprenditori mafiosi a sfuggire alle indagini per ben trent’anni.

    Giuseppe Pignatone è legato anche al caso di Emanuela Orlandi. “Possiamo stare tranquilli, è arrivato il Procuratore nostro, ci penserà lui a far tacere Pietro Orlandi (fratello di Emanuela ndr) che sta facendo un casino, ha già cacciato Capaldo (pm che indagava sul caso di Emanuela) e messo i suoi. Poi ha assicurato ai miei avvocati che archivia tutto”. A pronunciare queste parole la moglie di Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana, in un’intercettazione telefonica con Mons. Vergari, rettore della Basilica di Sant’Apollinare.

    Un’intercettazione a seguito della scoperta della sepoltura di De Pedis, noto criminale romano, proprio in quella Basilica. Assurdo ma vero, considerando che nemmeno le figure ecclesiastiche di maggior rilievo riescono ad ottenere un trattamento simile una volta trapassati. La telefonata generò l’ipotesi di un collegamento con il caso di Emanuela, nonché della possibilità dell’esistenza di un legame tra Stato Vaticano, Stato italiano e Mafia. Giuseppe Pignatone aprì la tomba di De Pedis, archiviò l’inchiesta sulla scomparsa di Emanuela Orlandi e alla fine del suo mandato come Procuratore di Roma fu “promosso” a presidente del tribunale Vaticano…

    https://mowmag.com/attualita/caso-orlandi-indagato-per-favoreggiamento-alla-mafia-il-pm-che-archivio-l-inchiesta-su-emanuela-giuseppe-pignatone-ci-pensera-lui-a-far-tacere-pietro

  • Insabbiamento indagine su appalti, indagato Pignatone

    Insabbiamento indagine su appalti, indagato Pignatone

     L’ex procuratore aggiunto di Palermo, poi procuratore a Reggio Calabria e a Roma, Giuseppe Pignatone è indagato a Caltanissetta nell’ambito dell’inchiesta sul presunto insabbiamento dell’indagine su mafia e appalti, nel 1992.

    Il magistrato, che presiede il tribunale di Città del Vaticano, è nel palazzo di giustizia nisseno per essere interrogato.

    Con Pignatone sono indagati, per favoreggiamento alla mafia, anche l’ex sostituto procuratore a Palermo, Gioacchino Natoli e il generale della Guardia di Finanza Stefano Screpanti.

    Il 5 luglio scorso anche l’ex pm Gioacchino Natoli era stato convocato nella procura nissena per essere interrogato e si era avvalso della facoltà di non rispondere, riservandosi di chiedere alla Procura un successivo interrogatorio in cui fornire “ogni utile chiarimento”.

    Secondo i magistrati nisseni, avrebbe aiutato a sfuggire alle indagini alcuni imprenditori mafiosi, avrebbe chiesto l’archiviazione di un filone d’indagine dell’inchiesta mafia-appalti e disposto la distruzione di bobine con intercettazioni rilevanti. Anche il generale Screpanti, all’epoca capitano, è stato interrogato e ha risposto alle domande dei pm nisseni.

    L’inchiesta del 1992 riguardava i presunti rapporti fra i mafiosi palermitani Antonino Buscemi e Francesco Bonura e il gruppo guidato da Raul Gardini.

    Un’indagine su mafia e appalti su cui si era concentrata l’attenzione di Paolo Borsellino.

    https://www.ansa.it/sicilia/notizie/2024/07/31/insabbiamento-indagine-su-appalti-indagato-pignatone_3cbf898f-bd6b-4455-bb9f-75452f5d7582.html

  • Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano

    Abusi, il brutto caso del vescovo «insabbiatore» ora accusato anche dal predecessore apre il “processo” in Vaticano

    Nella Chiesa italiana non si era mai vista una situazione tanto pesante e pasticciata. Un prete – don Giuseppe Rugolo – sei mesi fa viene condannato dal tribunale di Enna per violenze aggravate su un minore; nello stesso tempo i magistrati – nelle motivazioni della sentenza – sollevavano pesantissime critiche per come il vescovo – monsignor Rosario Gisana – aveva gestito il caso. Lui stesso in una intercettazione affermava di averlo insabbiato.

    A fare quadrato Gisana era intervenuto pubblicamente persino Papa Francesco che lo ritiene un perseguitato.

    L’ultima puntata di questa incredibile vicenda è l’intervista di Gisana al quotidiano La Stampa in cui respinge le accuse a lui rivolte dai magistrati italiani, e contenute nella motivazione della sentenza di colpevolezza di don Rugolo. «I fatti si sono verificati prima del mio insediamento come vescovo della diocesi». Peccato che la sua versione sia stata smentita totalmente dal vescovo precedente. «Se fossi venuto a conoscenza di questi fatti che per me costituiscono un reato, non avrei esitato a prendere provvedimenti». Con questa frase lapidaria monsignor Michele Pennisi, vescovo emerito, ha gettato altre ombre su come la Chiesa e il Vaticano hanno affrontato un brutto capitolo fatto di coperture, omertà, trasferimenti.

    PROCURA
    Di fatto è la prima volta che una Procura evidenzia con forza la responsabilità di una diocesi nella gestione di casi di abusi su minori. Le parole sulle motivazioni della sentenza fanno riflettere: «Appare sussistere la corresponsabilità della curia nella persona del vescovo (Gisana nrd) il quale, evidentemente aveva autorizzato padre Rugolo, in qualità di figura di riferimento della sua associazione ad operare all’interno della chiesa, consentendogli in tal modo, con la piena compiacenza della diocesi, di creare occasioni di incontro e di frequentazione con i giovani adolescenti (…) dall’istruttoria sono emersi elementi chiari e univoci a sostegno di una condotta coscientemente colposa da parte del vescovo Gisana che rendono legittima la condanna al risarcimento del danno della curia, nella sua qualità di responsabile civile, per i pregiudizi cagionati dagli abusi sessuali perpetrati da padre Rugolo».

    La vicenda giudiziaria è stata affrontata a porte chiuse in tribunale anche se più riprese sono affiorate nelle cronache particolari scabrosi, soprendenti e una omertà di fondo ingiustificata a cui va aggiunto persino l’ostinato silenzio della Cei e del Vaticano.

    In tutto questo tempo non hanno mai preso posizione, né tantomeno ipotizzato sanzioni canoniche nè per il vescovo per avere insabbiato, nè per il sacerdote condannato al momento solo dal tribunale italiano.

    Monsignor Rosario Gisana, vescovo di Enna, già nel 2016 «e negli anni successivi in cui don Rugolo seguitava a perpetrare abusi sessuali ai danni di Giulio e di Paolo (i nomi sono di fantasia ndr) era pienamente consapevole del fatto che l’imputato era stato segnalato a lui per avere tenuto, nel recente passato, condotte simili con ragazzi giovanissimi». Sempre dalle motivazioni scritte dai magistrati viene aggiunto a corredo: «Questa circostanza veniva ammessa dallo stesso Gisana nel corso del suo esame, oltre ad essere emersa dalle deposizioni di diversi testimoni».

    Davanti ai giudici il vescovo aveva anche ammesso di aver parlato con don Rugolo prima ancora di incontrare i genitori della vittima e la vittima stessa. In una intercettazione telefonica Gisana, sempre nel 2016, mentre «rideva nervosamente» sui fatti, n dialetto siciliano affermava che sono cose che fanno parte del percorso. Aggiungendo che «gli omosessuali amano in maniera viscerale o odiano in maniera viscerale e che questa è una una vendetta di una persona che è stata respinta». In una altra parte ripeteva che non poteva abbandonare il suo prete, «mi dovete scusare». In una conversazione con l’imputato che chiamava “gioia mia” mostrava di essere consapevole di quello che stava accadendo: «Ora il problema non è solo tuo, il problema è anche mio perché ho insabbiato questa storia».

    MINORI
    Per i magistrati il vescovo «ometteva con ogni evidenza qualsivoglia doverosa seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori, nonostante la titolarità di puntuali poteri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitava l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione. Sarebbe stato doveroso da parte della autorità religiosa alla guida della diocesi non solo segnalare alle autorità religiosa queste denunce secondo le procedure esistenti nel diritto canonico ma ancora prima di precludere anche in via cautelativa a Rugolo di coordinare e gestire numerosi gruppi di giovani in attività ricreativa a sfondo religioso». Nessun controllo veniva così attivato a tutela dei ragazzi e Rugolo quindi commetteva impunemente abusi «sessuali ai danni di due giovani adolescenti, consapevole di poter contare sull’appoggio dei vertici religiosi che al contrario contribuivano a rafforzare all’esterno l’immagine di padre Rugolo quale esponente di spicco del clero locale». La conclusione della magistratura è lapidaria: «L’imputato e la curia vanno condannati a rifondere alle medesime parti civili le spese di costituzione e difesa».

    Un precedente nella lotta contro la pedofilia e gli abusi tra il clero destinato ad aprire una nuova fase in Italia, nell’immobilismo generale della Chiesa italiana poco propensa a imitare il percorso fatto dagli altri paesi europei.

    IL PAPA
    Il Papa poco prima della sentenza, nel dicembre scorso, ricevendo in vaticano una associazione religiosa siciliana, volle elogiare il vescovo di Piazza Armerina, monsignor Gisana: «Bravo, questo vescovo, bravo. È stato perseguitato, calunniato e lui fermo, sempre, giusto, uomo giusto. Per questo, quel giorno in cui andai a Palermo, ho voluto fare sosta prima a Piazza Armerina, per salutarlo; è un bravo vescovo». Francesco non aveva aggiunto altro ma le sue parole avevano prodotto una certa eco proprio perchè era appena stato rinviato a processo don Rugolo. Secondo le indagini, coordinate dalla Procura e condotte dalla Squadra Mobile di Caltanissetta e dal Commissariato di Gela, avviate nel 2022, la vittima aveva messo al corrente il vescovo degli abusi subiti.

    MOTU PROPRIO
    Un motu proprio del 2016 di Papa Francesco indica che i vescovi che sono stati ritenuti negligenti dovrebbero essere rimossi dal loro incarico. Spetta naturalmente ad una indagine canonica giudicare il loro comportamento. In pratica nel provvedimento è stato stabilito che, tra le “cause gravi” che il diritto canonico già prevede per la rimozione dall’ufficio ecclesiastico (di vescovi, eparchi o superiori maggiori), va compresa anche la negligenza rispetto ai casi di abusi sessuali. La decisione deve comunque sempre essere sottomessa all’approvazione del Pontefice

    https://www.ilmessaggero.it/vaticano/rosario_gisana_vescovo_abusi_insabbiato_vittima_pedofilia_vaticano_chiesa_cei_papa_francesco-8265991.html

  • Prete condannato per violenza sessuale su minori, la sentenza: «Omissioni del vescovo»

    Prete condannato per violenza sessuale su minori, la sentenza: «Omissioni del vescovo»

    «La Curia, nella persona del vescovo, ometteva con ogni evidenza qualsivoglia seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori nonostante la titolarità di puntuali poteri/doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione».

    Lo si legge nelle motivazioni della sentenza che ha disposto la condanna a quattro anni e sei mesi, lo sorso 5 marzo, per il sacerdote Giuseppe Rugolo per violenza sessuale aggravata a danno di minori.Il deposito delle motivazioni, previste per il 5 giugno, arrivano dopo 137 giorni ma confermano l’impianto accusatorio che la Procura di Enna ha sostenuto contro Rugolo.

    Si tratta di 222 pagine dalle quali emerge con chiarezza che la vittima – che ha denunciato – «ha mostrato particolare lucidità, coerenza e logicità, offrendo un’articolata e originale narrazione in termini congrui rispetto ai fattori spazio-temporali in cui i fatti denunciati vanno necessariamente collocati».

    Dunque, la vittima, è stata ritenuta credibile come anche gli altri giovani, per i quali il Tribunale ha accertato la violenza sessuale mentre ancora erano minorenni. Secondo il collegio giudicante, presidente Francesco Paolo Pitarresi e giudici Elisa D’Aveni e Maria Rosaria Santoni, quest’ultima giudice estensore, il vescovo di Piazza Armerina, Rosario Gisana, avrebbe facilitato, con il suo comportamento, gli abusi perpetrati dal sacerdote.

    E aggiungono che «la condotta coscientemente colposa da parte del vescovo Rosario Gisana rendono legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia nella sua qualità di responsabile civile per i pregiudizi cagionati da padre Rugolo». Le parti ora hanno 45 giorni per proporre un eventuale Appello.

    https://www.lasicilia.it/cronaca/prete-condannato-per-violenza-sessuale-su-minori-la-sentenza-omissioni-del-vescovo-2214573/

  • Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato a 4 anni e sei mesi il sacerdote Giuseppe Rugolo

    Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato a 4 anni e sei mesi il sacerdote Giuseppe Rugolo

    Depositate le motivazioni della sentenza che ha condannato a 4 anni e sei mesi il sacerdote Giuseppe Rugolo per violenza sessuale aggravata a danno di minori.

    Il deposito delle motivazioni, previste per il 5 giugno, arrivano dopo 137 giorni ma confermano tutto l’impianto accusatorio che la Procura di Enna ha sostenuto contro Rugolo. 222 pagine dalle quali emerge con chiarezza che la vittima che ha denunciato, il giovane archeologo, Antonio Messina “ha mostrato particolare lucidità, coerenza e logicità , offrendo un’articolata ed originale narrazione in termini congrui rispetto ai fattori spazio- temporali in cui i fatti denunciati vanno necessariamente collocati” .

    Dunque la vittima è stata ritenuta credibile come anche gli altri giovani, per i quali il Tribunale ha accertato la violenza sessuale mentre ancora erano minorenni. Secondo il collegio giudicante , presidente Francesco Paolo Pitarresi e giudici Elisa D’Aveni e Maria Rosaria Santoni, quest’ultimo giudice estensore, il vescovo di Piazza Armerina avrebbe facilitato, con il suo comportamento, gli abusi perpetrati dal sacerdote “ La Curia , nella persona del vescovo Rosario Gisana , ometteva con ogni evidenza qualsivoglia , seria iniziativa a tutela dei minori della sua comunità e dei loro genitori – scrivono nelle motivazioni – nonostante la titolarità di puntuali poteri/ doveri conferiti nell’ambito della rivestita funzione di tutela dei fedeli, facilitando l’attività predatoria di un prelato già oggetto di segnalazione”.

    E aggiungono, nero su bianco che “ la condotta coscientemente colposa da parte del vescovo Rosario Gisana rendono legittima la condanna al risarcimento del danno della Curia nella sua qualità di responsabile civile per i pregiudizi cagionati da padre Rugolo”. I giuici parlano di corresponsabilità della curia nella persona del vescovo “ il quale – scrivono – aveva evidentemente autorizzato padre Rugolo come figura di riferimento dell’associazione 360 da lui fondata ad operare all’interno della chiesa Madre consentendogli in tal modo con la piena compiacenza della diocesi di creare occasioni di incontro e frequentazioni con i giovani adolescenti”.

    Le parti ora hanno 45 giorni per proporre un eventuale appello , fermo restando la sospensione estiva degli uffici giudiziari.